giovedì 24 settembre 2026

27 Settembre 2026 – XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Mt 21,28-32 
In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna. Ed egli rispose: Non ne ho voglia. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore. Ma non vi andò”. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

Non dobbiamo stupirci se Gesù oggi, continuando la lezione di domenica scorsa, insiste nell’impartirci ulteriori insegnamenti: quello di oggi poi particolarmente provocatorio, impegnativo, indigesto, è comunque altrettanto essenziale come i precedenti.
Dio, in pratica, non gradisce l’esteriorità, il manierismo, i giochetti politici; non ama il doppio gioco, il nostro far vedere una cosa e pensarne un’altra, esibire in chiesa una grande devozione, espressione di fede profonda, e poi, appena fuori, far finta di nulla e rivestirci disinvoltamente del nostro malcostume, delle nostre falsità, di tutte le nostre meschinità. È un metodo molto comune che purtroppo con molta naturalezza adottiamo anche noi! Ma riconoscere la nostra incongruenza non basta! 
Perché se c’è una cosa che “irrita” profondamente il nostro Padre misericordioso, un particolare che lo manda su tutte le “furie”, non è tanto il peccato, la mancanza di rispetto, ma il comportamento falso, l’ipocrisia come sistema farisaico di vita: l’essere cioè “sepolcri imbiancati”, belli all'esterno, ma dentro “pieni di ogni putridume(Mt 23,27), poiché pretendiamo di fargli accettare per buone, sincere e convinte le nostre intenzioni, le nostre azioni, la nostra vita, quando invece siamo perfettamente consapevoli di essere in realtà completamente l’opposto. 
Possiamo dire, quindi, che con la parabola di oggi Gesù stabilisce la fondamentale differenza tra il “dire” e il “fare”, tra “l’apparire” e “l’essere”: L'esempio che Egli porta è decisamente emblematico: i due figli, di fronte all’ordine del padre di andare a lavorare nella vigna, si comportano entrambi in modo ambiguo: il primo dice “sì” ma “non ci va”, l’altro dice “no” ma poi, ripensandoci, obbedisce all’ordine del padre. 
Entrambi, ovviamente, si comportano negativamente: tuttavia Gesù dimostra di preferire, tra i due, il ribelle, il contestatore, quello che impulsivamente dice “no”, quello che ha il coraggio di esprimere con franchezza il proprio pensiero, che non teme di esporsi, di mettersi in discussione, ma che poi, ragionando con calma, decide di obbedire e va a lavorare. Per Gesù infatti questi è decisamente più rispettabile dell’altro che, preoccupato di mantenere la sua immagine di figlio educato, rispettoso, perfetto, risponde prontamente “sissignore”, ma in realtà non muove un dito. 
L’insegnamento è chiarissimo: Dio non gradisce dai suoi figli, dalla sua Chiesa, risposte inconcludenti; non vuole cioè una religiosità di facciata, epidermica, senza senso, che si ferma superficialmente al rito, all’esibizione canora, all’omelia reboante, ad una fede ostentata, falsa, infruttuosa. 
Oggi, con la progressiva scristianizzazione della società, il numero di persone che se ne “fregano” dell’esistenza di Dio è in costante crescita; persone che vivono nell’indifferenza, nell’ignoranza religiosa più totale; cristiani, convinti anche, ma che non si comportano come tali, che conducono uno stile di vita religiosamente inconcludente, amorfo, in netto contrasto con quel “Credo” che a voce alta professano ogni domenica a Dio, nella celebrazione Eucaristica. Cristiani, insomma, che esternamente aderiscono sempre con un “”, e poi, nella realtà, lo traducono puntualmente in un “no”! Oggi purtroppo, come dicevo, sono tanti, tantissimi, troppi questi cristiani sordi alla chiamata spirituale, insensibili alle vibrazioni dell’anima, indifferenti alla passione e all’amore di Dio Padre.. 
Dobbiamo quindi onestamente riconoscere che i due figli della parabola rappresentano in maniera perfetta gran parte dei cristiani di oggi. 
Sì perché, lo ripeto, un po’ tutti assomigliamo a quel fantoccio di figlio, a quella “icona”, a quella immagine deludente di cristiano superficiale e parolaio, che risponde sempre “si” al Padre, senza mai fare nulla! Quel figlio siamo noi che, trascinati dall’emozione di udire la voce di Dio che ci chiama, sul momento rispondiamo con un “sì” sincero, convinto; ma poi sopraffatti dall’indolenza, fagocitati dalla pigrizia, dal disinteresse, dalle attrazioni del mondo, trasformiamo la nostra adesione, il nostro fervore iniziale, in un “no”, che invalida qualunque nostra debole e superficiale coerenza, rivelando nei fatti il nostro inconcludente, vanesio perbenismo. 
Ma, perché no? Succede anche, fortunatamente per noi, che talvolta ci immedesimiamo con l’altro figlio, e alla chiamata di Dio che vuol affidarci un compito, reagiamo d’impulso con un rifiuto: “No, non lo faccio, non ci vado!”. E perché mai? Semplice: in realtà non siamo dei veri ribelli, ma nella nostra fede ottusa, insignificante, rimaniamo sospettosi, diffidenti, non capiamo ciò che Dio ci chiede; nella nostra meschinità pensiamo si tratti di qualcosa troppo difficile, impossibile, di un impegno serio, pesante, che implica una costante applicazione, tantissimo sacrificio. Quindi "No, meglio evitare"; e ce ne stiamo immobili, bloccati dalle paure, dagli scrupoli, dall’egoismo, forse anche dalla vergogna di apparire “troppo credenti” di fronte agli altri: insomma non vogliamo correre rischi. Solo che dopo, rientrati in noi, rinsaviti, capiamo immediatamente l’enorme importanza di essere scelti da Dio, di essere considerati delle creature speciali, “amate” personalmente da Lui; ci rendiamo conto della nostra stoltezza, e reagendo con ritrovata sincerità, con cuore aperto, gli esprimiamo il nostro “sì”: che tuttavia continua ad essere carico di timori, di paure, di insicurezze, di preoccupazioni. Soltanto quando intuiamo veramente ciò che Lui vuole da noi, usciamo coraggiosamente dal nostro guscio, abbandoniamo le nostre false e inutili sicurezze, e finalmente riprendiamo in mano concretamente la nostra vita, convinti di quanto sia ripagante collaborare attivamente con Lui. 
Decidiamoci allora: abbandoniamo l’andazzo della massa, lasciamo pure che siano le canne aride e secche, che sbattendosi tra loro al vento, vogliono farsi ammirare come la più bella e la più alta tra loro. Noi, lavoriamo sodo, nel silenzio, nella riservatezza! Guardiamo costantemente l’uomo Gesù: trasparente, autentico, coraggioso, ben lontano dalle nostre piccole e grandi bugie, dalle nostre meschinità: seguiamo le sue orme e cerchiamo di essere anche noi come Lui, uomini di un “sì” unico, sincero, forte, inflessibile, definitivo. 
È vero: essere tali non ci garantisce una vita tranquilla, ma ci farà sentire sicuramente uomini e donne completi, realizzati, soddisfatti. Non ci farà guadagnare ricchezze e tanti soldi, e forse neppure tante amicizie, ma conferirà alla nostra vita una dignità tale che nessuno potrà mai donarci: quella di sentirci veri cristiani, figli di Dio, da Lui amati e benedetti.
Rendiamogli lode, allora, da figli innamorati, non da ciarlatani esibizionisti; soprattutto non temiamo di presentarci a Lui nell’imbarazzante “nudità” dell’essere sì figli deboli, fragili, sicuramente peccatori, ma decisi di servirlo degnamente, consapevoli del suo aiuto e del suo immenso amore. Amen.

 

Nessun commento: