giovedì 24 settembre 2026

27 Settembre 2026 – XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Mt 21,28-32 
In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna. Ed egli rispose: Non ne ho voglia. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore. Ma non vi andò”. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

Non dobbiamo stupirci se Gesù oggi, continuando la lezione di domenica scorsa, insiste nell’impartirci ulteriori insegnamenti: quello di oggi poi particolarmente provocatorio, impegnativo, indigesto, è comunque altrettanto essenziale come i precedenti.
Dio, in pratica, non gradisce l’esteriorità, il manierismo, i giochetti politici; non ama il doppio gioco, il nostro far vedere una cosa e pensarne un’altra, esibire in chiesa una grande devozione, espressione di fede profonda, e poi, appena fuori, far finta di nulla e rivestirci disinvoltamente del nostro malcostume, delle nostre falsità, di tutte le nostre meschinità. È un metodo molto comune che purtroppo con molta naturalezza adottiamo anche noi! Ma riconoscere la nostra incongruenza non basta! 
Perché se c’è una cosa che “irrita” profondamente il nostro Padre misericordioso, un particolare che lo manda su tutte le “furie”, non è tanto il peccato, la mancanza di rispetto, ma il comportamento falso, l’ipocrisia come sistema farisaico di vita: l’essere cioè “sepolcri imbiancati”, belli all'esterno, ma dentro “pieni di ogni putridume” (Mt 23,27), poiché pretendiamo di fargli accettare per buone, sincere e convinte le nostre intenzioni, le nostre azioni, la nostra vita, quando invece siamo perfettamente consapevoli di essere in realtà completamente l’opposto. 
Possiamo dire, quindi, che con la parabola di oggi Gesù stabilisce la fondamentale differenza tra il “dire” e il “fare”, tra “l’apparire” e “l’essere”: L'esempio che Egli porta è decisamente emblematico: i due figli, di fronte all’ordine del padre di andare a lavorare nella vigna, si comportano entrambi in modo ambiguo: il primo dice “sì” ma “non ci va”, l’altro dice “no” ma poi, ripensandoci, obbedisce all’ordine del padre. 
Entrambi, ovviamente, si comportano negativamente: tuttavia Gesù dimostra di preferire, tra i due, il ribelle, il contestatore, quello che impulsivamente dice “no”, quello che ha il coraggio di esprimere con franchezza il proprio pensiero, che non teme di esporsi, di mettersi in discussione, ma che poi, ragionando con calma, decide di obbedire e va a lavorare. Per Gesù infatti questi è decisamente più rispettabile dell’altro che, preoccupato di mantenere la sua immagine di figlio educato, rispettoso, perfetto, risponde prontamente “sissignore”, ma in realtà non muove un dito. 
L’insegnamento è chiarissimo: Dio non gradisce dai suoi figli, dalla sua Chiesa, risposte inconcludenti; non vuole cioè una religiosità di facciata, epidermica, senza senso, che si ferma superficialmente al rito, all’esibizione canora, all’omelia reboante, ad una fede ostentata, falsa, infruttuosa. 
Oggi, con la progressiva scristianizzazione della società, il numero di persone che se ne “fregano” dell’esistenza di Dio è in costante crescita; persone che vivono nell’indifferenza, nell’ignoranza religiosa più totale; cristiani, convinti anche, ma che non si comportano come tali, che conducono uno stile di vita religiosamente inconcludente, amorfo, in netto contrasto con quel “Credo” che a voce alta professano ogni domenica a Dio, nella celebrazione Eucaristica. Cristiani, insomma, che esternamente aderiscono sempre con un “sì”, e poi, nella realtà, lo traducono puntualmente in un “no”! Oggi purtroppo, come dicevo, sono tanti, tantissimi, troppi questi cristiani sordi alla chiamata spirituale, insensibili alle vibrazioni dell’anima, indifferenti alla passione e all’amore di Dio Padre.. 
Dobbiamo quindi onestamente riconoscere che i due figli della parabola rappresentano in maniera perfetta gran parte dei cristiani di oggi. 
Sì perché, lo ripeto, un po’ tutti assomigliamo a quel fantoccio di figlio, a quella “icona”, a quella immagine deludente di cristiano superficiale e parolaio, che risponde sempre “si” al Padre, senza mai fare nulla! Quel figlio siamo noi che, trascinati dall’emozione di udire la voce di Dio che ci chiama, sul momento rispondiamo con un “sì” sincero, convinto; ma poi sopraffatti dall’indolenza, fagocitati dalla pigrizia, dal disinteresse, dalle attrazioni del mondo, trasformiamo la nostra adesione, il nostro fervore iniziale, in un “no”, che invalida qualunque nostra debole e superficiale coerenza, rivelando nei fatti il nostro inconcludente, vanesio perbenismo. 
Ma, perché no? Succede anche, fortunatamente per noi, che talvolta ci immedesimiamo con l’altro figlio, e alla chiamata di Dio che vuol affidarci un compito, reagiamo d’impulso con un rifiuto: “No, non lo faccio, non ci vado!”. E perché mai? Semplice: in realtà non siamo dei veri ribelli, ma nella nostra fede ottusa, insignificante, rimaniamo sospettosi, diffidenti, non capiamo ciò che Dio ci chiede; nella nostra meschinità pensiamo si tratti di qualcosa troppo difficile, impossibile, di un impegno serio, pesante, che implica una costante applicazione, tantissimo sacrificio. Quindi "No, meglio evitare"; e ce ne stiamo immobili, bloccati dalle paure, dagli scrupoli, dall’egoismo, forse anche dalla vergogna di apparire “troppo credenti” di fronte agli altri: insomma non vogliamo correre rischi. Solo che dopo, rientrati in noi, rinsaviti, capiamo immediatamente l’enorme importanza di essere scelti da Dio, di essere considerati delle creature speciali, “amate” personalmente da Lui; ci rendiamo conto della nostra stoltezza, e reagendo con ritrovata sincerità, con cuore aperto, gli esprimiamo il nostro “sì”: che tuttavia continua ad essere carico di timori, di paure, di insicurezze, di preoccupazioni. Soltanto quando intuiamo veramente ciò che Lui vuole da noi, usciamo coraggiosamente dal nostro guscio, abbandoniamo le nostre false e inutili sicurezze, e finalmente riprendiamo in mano concretamente la nostra vita, convinti di quanto sia ripagante collaborare attivamente con Lui. 
Decidiamoci allora: abbandoniamo l’andazzo della massa, lasciamo pure che siano le canne aride e secche, che sbattendosi tra loro al vento, vogliono farsi ammirare come la più bella e la più alta tra loro. Noi, lavoriamo sodo, nel silenzio, nella riservatezza! Guardiamo costantemente l’uomo Gesù: trasparente, autentico, coraggioso, ben lontano dalle nostre piccole e grandi bugie, dalle nostre meschinità: seguiamo le sue orme e cerchiamo di essere anche noi come Lui, uomini di un “sì” unico, sincero, forte, inflessibile, definitivo. 
È vero: essere tali non ci garantisce una vita tranquilla, ma ci farà sentire sicuramente uomini e donne completi, realizzati, soddisfatti. Non ci farà guadagnare ricchezze e tanti soldi, e forse neppure tante amicizie, ma conferirà alla nostra vita una dignità tale che nessuno potrà mai donarci: quella di sentirci veri cristiani, figli di Dio, da Lui amati e benedetti.
Rendiamogli lode, allora, da figli innamorati, non da ciarlatani esibizionisti; soprattutto non temiamo di presentarci a Lui nell’imbarazzante “nudità” dell’essere sì figli deboli, fragili, sicuramente peccatori, ma decisi di servirlo degnamente, consapevoli del suo aiuto e del suo immenso amore. Amen.

 

giovedì 17 settembre 2026

20 Settembre 2026 – XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Mt 20,1-16 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”. Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”. Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

Può sembrare, in prima battuta, che Gesù con questa parabola, intenda condannare la logica umana della “ricompensa”, calcolata cioè in proporzione della “quantità” e della “durata” del lavoro, della fatica: in una parola, in base ai “diritti” acquisiti.
Ma Dio non condanna la logica umana, semplicemente la sua valutazione si svolge su un piano diverso: Egli non ha bisogno dei nostri calcoli, non ci premia per soddisfare un nostro “diritto”; Dio non usa alcun parametro sindacale: la sua giustizia e il suo amore non sono legati ad alcuna legge economica del tipo: “Hai lavorato tot, eccoti tot”. Quello che ci gratifica di fronte a Dio è solo ed esclusivamente la “qualità” del nostro lavoro, mai la sua “quantità”!
Purtroppo è proprio questa nostra mentalità meritocratica, radicata in noi, che ci porta molto spesso a vantarci davanti a Dio: “Io sono sempre andato in chiesa, ti sono stato vicino, ho fatto tanto del bene; quindi Tu non puoi ripagarmi allo stesso modo dei “lontani”, di quelli che nella loro vita non hanno mai fatto nulla per Te!  Sono quindi sicuro che Tu, mio caro Dio, per questi miei meriti mi amerai sicuramente di più!”. Ragionamento insensato! No, Dio non ti amerà “di più”. Dio ti ama, punto. E come te ama indistintamente anche tutti gli altri uomini tuoi fratelli.
Assurdo pensare di essere migliori degli altri e avanzare per questo delle pretese: anche perché “essere vicini” a Gesù, “stare” con Lui, “accompagnarsi a Lui”, non vuol dire necessariamente “praticare” i suoi insegnamenti, che è l’unico modo per essere suoi discepoli. Gli apostoli, per esempio, durante la vita pubblica di Gesù, lo accompagnavano, stavano sempre con lui, ma non lo “seguivano”, non si “compenetravano” con Lui: “seguire Gesù” infatti è capirlo, è custodire nel proprio cuore i suoi insegnamenti, attivandoci concretamente per metterli in pratica: “seguire” Gesù, significa “amare e vivere il suo Vangelo.
Anche oggi, nella sua Chiesa, c’è purtroppo troppa gente che “accompagna” semplicemente Gesù”: va in chiesa, prega, Gli canta salmi e orazioni, ma non lo “segue”: non è imbevuta del suo vangelo, non segue con il cuore i suoi insegnamenti. Per cui quando, a fine “giornata”, questi "cristiani" si presenteranno a Dio, convinti di essere stati fedeli lavoratori, assidui operatori del sacro, aspettandosi per questo una particolare ricompensa, rimarranno sicuramente delusi; perché il risultato ottenuto dal loro "servizio" è stato nullo, è stato come se nella loro vita non avessero mai lavorato. Ed è proprio così, perché in realtà, durante tutta la loro “giornata lavorativa”, non hanno mai affrontato realmente il “pondus diei et aestus”; ossia non hanno mai "amato" sinceramente, spassionatamente, non si sono mai curati seriamente di quanto fosse importante la "chiamata" di Dio, di quanto fosse indispensabile una Sua concreta “sequela”; doveri fondamentali che essi non hanno mai vissuto nel loro cuore e nelle loro opere. Immaginare o pretendere addirittura una ricompensa, un premio, è quindi assolutamente improponibile. 
Se poi un giorno ci verrà comunque riconosciuta una “paga buona”, ciò dipenderà esclusivamente dalla generosità e dalla misericordia di Dio, dalle infallibili e amorose valutazioni di un Padre innamorato dei propri figli.
Inutile allora vantare davanti a Dio una superiorità, che decisamente non abbiamo, nei confronti dei nostri fratelli, ritenendoli meno dotati e meno osservanti di noi, ricorrendo addirittura ad astiosi confronti, perché questo serve soltanto a mettere in evidenza il nostro rancore, il nostro essere schiavi dell’invidia; significa insomma condizionare il nostro cristianesimo, la nostra fede, ad una stupida, inutile gara. 
Ebbene: è proprio su questo particolare aspetto che Gesù, oggi vuol metterci in guardia: “Sei anche tu invidioso perché io sono buono con tutti?”. 
Già, proprio l’invidia! Le sue parole non sono un paradosso, non si riferiscono a situazioni inverosimili, fantasiose; pensiamoci solo un attimo: quante volte non capita proprio a noi di “prendercela” a male, di provare un sentimento spiacevole e astioso verso qualche nostro fratello più bravo di noi, che magari in qualche prova, in qualche concorso, viene “scelto” e premiato al posto nostro? Non capita anche a noi di arrabbiarci perché altri sono più fortunati di noi? Di “legarcela al dito” perché uno, che pensavamo amico, ha invitato a qualche evento importante altri e non noi? Purtroppo tutti, in qualche modo, siamo “invidiosi”: e lo siamo perché, nel nostro innato egocentrismo, nel profondo del nostro cuore e della mente, pretendiamo (spesso immeritatamente) di essere sempre i primi, i preferiti, gli unici in assoluto meritevoli di considerazione. 
L’invidia è quindi il nostro peso quotidiano: è quel sentimento malevolo che effettivamente ci destabilizza, ci toglie ogni imparzialità, ogni visione realistica: non ci accontentiamo mai di ciò che abbiamo, non lo gustiamo, non lo viviamo, vogliamo sempre di più, con il risultato che questo continuo confrontarci con gli altri ci distrugge, ci rovina la vita, fino a portarci ad odiare stupidamente, senza motivo, il nostro prossimo. E non ci rendiamo conto che questo continuo, maniacale confronto con gli altri, è una competizione che continuerà ad evidenziare la nostra persistente inferiorità: perché nella vita sicuramente ci sarà sempre qualcuno che è più di noi, che ha più di noi, che sa più di noi, che è più bravo, più apprezzato, più bello di noi. E allora perché trasformare la vita in un’ossessione, in una irrazionale gara che non ci vedrà mai vincitori? 
Ecco: è proprio questa esagitata ossessione che Gesù condanna! E lo fa invitandoci a guardare unicamente noi stessi: perché davanti a Dio siamo tutti “figli unici”, siamo ciascuno una realtà unica, persone irripetibili, siamo insomma “noi”, e nessun altro. Tant’è che ogni volta che vogliamo essere più degli altri, decretiamo matematicamente il nostro fallimento, dimenticando che l’essere noi stessi è il nostro più grande valore.
Ripeto: Dio non differenzia e non discrimina nessuno: Egli ama tutti indistintamente, sia coloro che lo “seguono” attivamente dal mattino della loro vita, sia quelli che rispondono alla sua chiamata a sera inoltrata. 
Ci sono ancora però tanti “cristiani”, pii e religiosi, che continuano a dissentire in cuor loro  sull’insegnamento della parabola odierna; non sanno capacitarsi: in particolare “non è giusto – sostengono - che chi si converte sul letto di morte, all’ultimo momento, dopo una vita intera passata nei bagordi, negli ozi e nel peccato, fregandosene di tutto e di tutti, riceva lo stesso "nostro" trattamento; non è giusto cioè che anche lui possa andare in paradiso come noi, che abbiamo lavorato e “faticato” tutta una vita per questo!”. Ma non c'è nulla di più falso!
Le parole di Gesù a questo proposito sono categoriche, non ammettono false sicurezze: “I pubblicani (i peccatori) e le prostitute, vi passano davanti nel regno di Dio” (Mt 21,31). Questa è la verità, facciamocene una ragione e accettiamola umilmente.
Non perdiamo tempo nelle meschinità: ringraziamo invece Dio, ogni giorno, per averci chiamato a lavorare nella sua vigna, pur non disponendo di alcuna “specializzazione”, di alcun attestato di “merito”; ringraziamolo anche per la possibilità offerta a tutti gli altri “operai”, nostri fratelli (compresi quelli dell’ultima ora), di poter meritare, come noi, la sua stessa Grazia trasformante. La bontà di Dio ci faccia finalmente uscire dalle ristrettezze di una fede “
sindacalizzata”, e trasformi questa nostra breve “giornata lavorativa”, in una anticipazione, ancorché pallida, di quella gioia, di quell’immenso fuoco d’amore e di bontà, che un giorno Egli sicuramente riverserà nel cuore di ogni suo fedele e umile lavoratore. Amen.

 

lunedì 7 settembre 2026

13 Settembre 2026 – XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Mt 18,21-35 
In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito. Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito. Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».
 

 Il Vangelo di oggi continua a proporci insegnamenti per la nostra vita di “comunità”.
Domenica scorsa ci ha dimostrato quanto sia importante ascoltare le ragioni del proprio fratello, rapportarsi con lui; quanto sia importante aprirgli il nostro cuore e accogliere il suo.
Oggi ci offre un ulteriore approfondimento: “il perdono è uno dei modi più efficaci per esprimere l’amore”.
A Pietro, come al solito, la teoria non basta, egli vuol saperne di più, avere certezze, vuol vederci chiaro, nero su bianco. “Quante volte devo perdonare? Fino a sette volte?”. Era il limite imposto dalla legge antica. E Gesù: “Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette”.
Il che significa, caro Pietro, che non hai scampo: devi perdonare sempre! Perché? Semplicemente perché il “tuo” perdono non deve provenire dalla tua buona predisposizione caratteriale, ma deve essere la logica e consapevole conseguenza del fatto che Dio perdona te in ogni occasione, sempre, di continuo. Chi si guarda un po’ dentro, infatti, e vede quanto male gli è stato perdonato, non può esimersi dal perdonare a sua volta.
L’unica misura del perdono è quindi perdonare sempre: senza misura, senza calcoli; perché è quanto Dio fa con noi.
La nuova giustizia che Gesù introduce nel Regno, dunque, non è quella che si basa sulla regola del “chi sbaglia paga”; la sua è una giustizia superiore, è la giustizia propria di chi ama senza limiti; Egli sostituisce cioè la giustizia della legge “che uccide”, con la sua, la legge dello Spirito che “dona vita”.
Perdono incondizionato: questo deve essere il nostro riferimento. Ma in cosa consiste il perdono? Come viverlo? Come si giustifica? Sono le domande che ci nascono spontanee.
Ecco allora che Gesù, con la parabola del servo “graziato”, ci porta a fare le dovute considerazioni pratiche: questo servo doveva al suo re una somma esorbitante, “diecimila talenti”, una cifra enorme, incalcolabile, poiché per raggiungerla avrebbe richiesto l’intero salario giornaliero di duecentomila anni di lavoro. Un’assurdità. Consapevole di questo, il servo tenta il tutto per tutto: va dal suo creditore, si getta ai suoi piedi e lo supplica tra le lacrime. E il re prova compassione per lui; si immedesima talmente nella sua angoscia, nella sua disperazione, da condonargli, in uno slancio di misericordia, l’intero debito. Un condono tombale, senza alcuna penalità.
Bene: quel servo, ottenuta la grazia per il suo mostruoso debito, uscito dalla residenza reale, incontra un suo pari che gli doveva poche monete; da notare la precisazione di Matteo: “appena uscito”, non una settimana dopo, non il giorno dopo, non un’ora dopo, ma “appena uscito!”: e, nonostante fosse ancora nel pieno dell’emozione e della gioia per la cancellazione del suo debito, in preda ad una collera improvvisa, assale quel poveretto e lo strangola gridando “rendimi ciò che mi devi!”: una inezia rispetto ai miliardi che gli erano stati appena condonati! E senza pietà alcuna, sordo alla richiesta del meschino di pazientare, lo fa gettare in prigione.
Certo, di fronte alla legge egli avrà agito anche correttamente, ma ha comunque dimostrato di essere un uomo spregevole, senza pietà, senza il minimo senso di giustizia, poiché non ha saputo riconoscere al compagno, che gli doveva una somma irrisoria, quella stessa misericordia che poco prima il re gli aveva accordato condonandogli un debito smisurato, incalcolabile.
Talvolta, purtroppo, capita anche a noi cristiani moderni, di reagire d’impulso contro insignificanti offese o inadempienze ricevute e, come quel servo, rivendichiamo con cattiveria i nostri diritti, esigendo l’immediato risarcimento dei danni, ancorché irrilevanti. È innegabile!
Ma questa è una scelta che non paga mai, che non risolve in alcun modo i nostri problemi, poiché introduce un meccanismo perverso con cui il male richiama altro male, la violenza genera altra violenza, chiamando in causa famiglie intere, moltiplicando all’infinito odio e avversione: la sete di vendetta infatti corrode l’anima, fa vivere nel tormento, porta l’inferno nel cuore.
Nondimeno, non è raro imbattersi quotidianamente in situazioni del genere: vicini di casa che litigano per un nonnulla e lasciano passare anni, decenni, senza riprendere un dialogo, una parola, un saluto; genitori e figli che interrompono drasticamente qualunque rapporto per motivi puerili, banali, distruggendo in tal modo l’armonia familiare; persone di chiesa, cristiani convinti, che dilaniandosi l’anima per immaginarie ingiustizie o critiche subite dai fedeli o dai preti di turno, abbandonano sdegnosamente la loro comunità ecclesiale; laici e consacrati che, in intimo contrasto tra loro, pur assistendo quotidianamente all’Eucaristia, incuranti dell’invito di Gesù di praticare amore e misericordia, insistono nel vivere schiavi del loro rancore. Sono tutte persone che preferiscono rimanere orgogliosamente arroccate sulle loro posizioni, pur sapendo che il perdono è l’unica strada che consente di vivere un’esistenza feconda, autentica, serena e felice.
Certo, si tratta di una strada difficile da percorrere, questo sì. Ma Gesù ci dimostra continuamente che tutto quello che gli uomini non riescono a fare da soli, lo possono sempre fare con il Suo aiuto.
L’impegno inderogabile per noi cristiani, ci dice dunque Gesù, è quello di perdonare, sempre e comunque, proprio perché sappiamo che Dio lo fa continuamente con noi. Dobbiamo cioè perdonare perché siamo dei “perdonati privilegiati”: siamo cioè noi per primi che, continuamente e gratuitamente, senza merito alcuno, sperimentiamo il perdono divino.
Può succedere anche che talvolta il nostro perdonare come Gesù ci ha insegnato, rischi di essere ridicolizzato dalla gente, ci venga rinfacciato come segno di debolezza, di meschinità.
Poco importa: perché chi ha incontrato sulla propria strada il grande perdono di Dio, non può più astenersi dal trattare comunque tutti come fratelli, con sincerità, con amore, con la massima indulgenza. È quindi logico affermare che una comunità è “osservante”, “santa”, non perché i suoi membri sono perfetti, immacolati, non sbagliano mai e non si permettono di offendere gli altri; ma perché si sentono dei “perdonati” e in quanto tali amano e perdonano i fratelli. Il male reciproco che, nella loro debolezza, inevitabilmente fanno, non costituisce quindi un elemento “dirompente”, ma nel reciproco perdono diventa il “collante” che li unisce tutti saldamente in Cristo, santificandoli.
Davanti a Dio siamo tutti peccatori, debitori insolvibili, perché mai, in tutta la nostra vita, potremmo restituirgli l’amore che Egli, con la sua infinita misericordia, ci dona continuamente: quell’amore che, dal canto nostro, disinvoltamente, calpestiamo continuamente con le nostre intemperanze. Sì, perché anche noi, come il servo del vangelo, spesso e con facilità siamo “giusti” ma spietati, “corretti” ma cattivi; siamo persone magari rispettose del diritto e della giustizia umana, ma molto meno inclini alla carità, alla pietà e alla misericordia. Dobbiamo quindi capire, una volta per tutte, che il perdono guarisce, ripaga, matura e fortifica chi lo esercita, non chi lo riceve; e che quindi, perdonando, facciamo prima di tutto un atto meritorio per noi stessi! Amen.