giovedì 15 aprile 2021

18 Aprile 2021 – III Domenica di Pasqua

“Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho. Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi” (Lc 24,35-48).

 I due discepoli di Emmaus tornano dalla loro incredibile esperienza e raccontano di come abbiano incontrato Gesù sulla strada del ritorno a casa; anche Pietro racconta entusiasta il suo incontro con il Signore: ciò nonostante, quando Gesù si presenta a tutto il gruppo riunito insieme, essi rimangono senza parole, dubbiosi, meravigliati, impauriti. Cosa significa questo?

È chiaro: come abbiamo detto domenica scorsa, l’esperienza del Signore Risorto, cioè il sentirlo vivo, presente nella vita, è un’esperienza che ciascuno deve fare personalmente. Gesù infatti dice: “Toccatemi, guardate le mie mani, i miei piedi”. Per sincerarsi che davvero Gesù sia lì davanti a loro, che sia vivo, che si muova, parli, agisca, non basta ai discepoli “guardarlo”, cosa che possono fare benissimo anche rimanendo confusi nel gruppo: per averne la certezza, è necessario “toccarlo”, palparlo, uscire allo scoperto, lasciarsi coinvolgere, e questo lo possono fare soltanto di persona, da soli.

Non ci basta il racconto degli altri. Non ci basta che altri abbiano creduto e rivoluzionato la loro esistenza. Non ci basta conoscere persone che, grazie alla loro fede sincera, siano guarite dalle malattie. Non ci basta scoprire la felicità negli occhi di quanti vivono una fede sincera, dopo averlo incontrato sulla loro strada. Nulla può indurci a credere, se non ci decidiamo a “toccarlo” con mano, a lasciarci coinvolgere dalle sue Parole, a lasciargli rivoluzionare la nostra mente, le nostre certezze, la nostra vita: solo così i nostri dubbi cadranno, solo così riusciremo a capire che Lui è veramente “vivo”, solo allora arriveremo convintamente a “credergli”; perché la fede vera è incontro, prova, esperienza, dedizione: se non raggiungiamo la fede, continueremo a dibatterci invano tra assurde ipotesi, inattuabili possibilità, inutili dubbi.

Chi dubita infatti dimostra di rifiutare qualunque suo personale coinvolgimento, qualunque prova, in merito alla sua ricerca.

Nella nostra diffidenza viviamo costantemente angosciati dall’incertezza, dalla paura della verità. Sono infatti i nostri continui “perché”, i nostri “come mai?”, che puntualmente lasciamo cadere senza una risposta, senza un confronto, senza un approfondimento, che ci bloccano sulla via della fede: anche perché spesso dubitare, riempirci la testa di improbabili fantasie, di illazioni, di false argomentazioni, di infiniti “distinguo”, è solo un comodo pretesto per stare lontani da Dio, per non impegnarci, per non metterci in gioco, per evitare la fatica di “toccarlo”.

Anche gli apostoli dimostrano qualche reticenza nel credere alla risurrezione: non credono agli amici che hanno visto Gesù; non credono alla Maddalena, non credono a Gesù stesso, pur avendolo lì, davanti ai loro occhi; non gli credono neppure dopo aver visto le sue ferite e aver mangiato nuovamente con lui; fanno fatica a credergli anche quando Gesù, con i dati alla mano, spiega loro che tutto quanto gli è accaduto pochi giorni prima, era puntualmente previsto negli Scritti dei loro Padri.

La fede totale, sincera, è infatti un traguardo difficile, un cammino in cui si procede adagio, a piccoli passi; è un salto della nostra mente nel buio incomprensibile del soprannaturale, un salto che richiede grande impegno, una preparazione, una maturazione lenta e faticosa.

Noi invece, cristiani del consumismo, siamo quelli del “tutto e subito”, del “detto e fatto”, del “cotto e mangiato”. Siamo abituati con la TV o il computer: basta un semplice pulsante, un telecomando, e tutto è risolto, tutto lo scibile viene prontamente esibito, ogni nostro dubbio ottiene risposta. Ma non tutto funziona così! Ciò che riguarda l’anima, lo spirito, il nostro cammino verso Dio, verso la nostra fede, si concretizza lentamente, gradualmente, necessita dei suoi tempi di maturazione. Tutto avviene con pazienza, con dedizione, con perseveranza: è come scalare una parete rocciosa: qualunque movimento verso l’alto richiede un sostegno sicuro: dobbiamo cioè essere certi che l’ancoraggio successivo cui affidare la nostra vita, sia in grado di sorreggerci, di darci fiducia, sicurezza, tranquillità.

Soltanto se giorno dopo giorno sapremo superare le difficoltà di una salita altrettanto complicata e impegnativa, riusciremo a raggiungere la vetta altissima di Dio, e abbracciare con il cuore e la mente la maestosità divina del suo amore.

Oltre alla difficoltà del cammino degli apostoli per raggiungere la fede, Luca ci descrive anche quali sono le strade da percorrere per agevolare l’incontro con Gesù.

La prima strada è mostrargli le nostre ferite: ripetere cioè quello che Gesù stesso ha fatto con i discepoli, presentando loro le mani e i piedi feriti, il costato e il cuore trafitto, prove della sua passione.

Presentare a Gesù le nostre mani vuol dire mostrargli le nostre azioni, il fare, l’agire, il costruire, il realizzare. Molti, feriti dalla vita, pensano che “non ci sia più niente da fare, che tutto sia compromesso. Ma non è vero! Gesù ci ha insegnato a superare qualunque difficoltà: perché se non siamo noi a realizzare i nostri desideri, le nostre aspirazioni, i nostri sogni, chi mai potrebbe farlo al nostro posto? Perché dovrebbero farlo gli altri? Perché lamentarci se siamo sfortunati, se la nostra vita non ci soddisfa, se il mondo che ci circonda fa schifo, se poi non facciamo nulla per migliorare le cose? Perché giustificarci dicendo “è troppo tardi”, quando invece è la nostra apatia a bloccare qualunque iniziativa?

Noi non immaginiamo neppure come le cose cambierebbero, se solo ci fidassimo di Dio, se solo mettessimo nelle sue le nostre mani ferite, incapaci di realizzare, di costruire, di fare qualcosa: improvvisamente diventerebbero mani forti, gloriose, risorte, guarite, con le quali poter veramente creare, fare, iniziare, realizzare. Se mettessimo il nostro cuore ferito in quello trafitto del Risorto, guariremmo immediatamente; e potremo condividere con gli altri una vita nuova, intensa, luminosa.

La seconda strada per incontrare Gesù è la carità, l’amore, la donazione di noi stessi agli altri. È nell’apertura verso i fratelli, che potremo sentire chiaramente la presenza di Cristo vivo, di percepirlo in maniera forte. Solo se ci apriremo al prossimo, se lo accoglieremo nella carità, ci sentiremo anche noi accolti, amati; sentiremo nuovamente la gioia della vita pulsare dentro di noi, ci risentiremo interiormente forti e potenti, fiduciosi in ciò che facciamo.

“Dove due o tre sono riuniti nel mio nome io sono in mezzo a loro”: in altre parole: “dove due o tre cantano, sono in sintonia, celebrano nel mio nome, Io sono in mezzo a loro”: e di quale altra occasione noi disponiamo per fare “comunità” se non quella in cui celebriamo l’Eucarestia domenicale? È lì, infatti, che le nostre anime possono riconoscersi, unirsi, incontrarsi, per “incontralo”. Nella partecipazione, nella lode, nella preghiera, nel ringraziamento. È lì che abbiamo la chiara percezione della presenza di Dio: proprio lì, in mezzo a noi, con noi e fra di noi. È infatti questa la perfetta “comunità” del Risorto, quella in cui Lui vuole incontrarci tutti di persona. Ed è da lì che noi usciremo fortificati, come i discepoli, per testimoniarlo agli altri.

La terza strada per incontrare il Risorto è lo studio, la meditazione del Vangelo. Gesù in esso ci spiega la sua vicenda, cos’è successo, cos’è accaduto. Noi abbiamo bisogno di capire la nostra storia, da dove veniamo, dove siamo diretti; di individuare quel filo rosso che lega noi, le nostre giornate, la nostra vita, con Dio, con la Vita, perché solo così possiamo dare un significato, un senso, un collegamento divino alla nostra esistenza: solo così possiamo fare realmente esperienza del Signore Risorto, scoprendo che nulla avviene per caso, che tutto ciò che ci riguarda ha un senso ben preciso, che ogni nuova situazione che affrontiamo ha sempre qualcosa da dirci: e capiremo che, avendo Dio come obiettivo finale, qualunque sacrificio, anche se imprevisto, è comunque affrontabile e superabile.

I cristiani hanno un bisogno assoluto di conoscere e capire il vangelo e la Bibbia. Purtroppo a questo proposito c’è un’ignoranza dilagante, globalizzata, a livello mondiale. S. Girolamo diceva: “L’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo”; per cui se vogliamo conoscere Cristo, dobbiamo cercare la verità, studiando, meditando, vivendo gli insegnamenti che Lui ci ha consegnato.

Le nostre comunità devono essere fondate sul vangelo, non sulla magia, sugli amuleti, sulla superstizione, sul “così fan tutti”; dobbiamo appartenere a comunità in cui la gente crede convintamente, aderendo personalmente a Cristo con l’anima e il cuore; dobbiamo essere orgogliosi della nostra fede. Questo tuttavia non ci impedisce di riconoscere coraggiosamente che il messaggio di Cristo, soprattutto in questi ultimi anni, è stato travisato, stravolto, proprio da coloro che dovevano invece trasmetterlo fedelmente ai fratelli. Se ci deridono dicendo: “ma tu ancora credi al Dio dei preti? Non vedi che non credono più neppure loro?” non cadiamo nella rete della provocazione, ma preghiamo piuttosto per chi è venuto meno al suo mandato.

Umilmente dobbiamo pregare Dio che ci aiuti ad essere almeno noi una “lettura” vivente e cosciente del suo Vangelo, perché dalla falsità, dall’ambiguità, dall’ignoranza, dalla disonestà, non potrà mai uscire nulla di positivo. La Verità di Dio ci rende sicuramente liberi, anche se talvolta questa libertà ci costa, ci fa male, perché ci mostra un mondo completamente diverso da come noi lo vorremmo. Una consolazione però ci sorregge: ogni volta che ci avviciniamo a Gesù, ogni volta che ascoltiamo le sue Parole, ogni volta che leggiamo il suo vangelo, Lui riesce sempre ad infiammarci l’anima, ad appassionarci profondamente, a riscaldarci il cuore: perché la sua Parola, il suo vangelo, non è tanto un libro da leggere, ma una persona viva da incontrare e da seguire. Amen.

 

giovedì 8 aprile 2021

11 Aprile 2021 – II Domenica di Pasqua

“Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: Pace a voi! Poi disse a Tommaso: Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!” (Gv 20,19-31).


 Il vangelo di oggi descrive due apparizioni di Gesù ai discepoli rinchiusi nel cenacolo. Nella prima, avvenuta in assenza di Tommaso, Egli lascia intuire le conseguenze del “vedere” il Signore nella propria vita; nella seconda, alla presenza di Tommaso, fa capire che “vedere” il Signore è un fatto strettamente riservato, personale: nessuno infatti può in alcun modo sostituirci nel toccarlo, sentirlo, viverlo, sperimentarlo dentro di noi: è una esperienza intima, che ciascuno deve fare da solo.

I discepoli, dopo la morte di Gesù, pensando che: “Se hanno ucciso Lui, sicuramente uccideranno anche a noi!”, si sono barricati nel cenacolo. Vivono le giornate in preda al panico, segregati da tutti, a porte sprangate. Il riferimento alle “porte chiuse”, in simile contesto, acquista un significato molto forte: essi, in altre parole, non vogliono più saperne di Gesù, hanno paura, vogliono dimenticare tutto, vogliono tornare alla loro quotidianità, alla vita di prima.

Certo hanno trascorso giorni indimenticabili con Gesù: sono arrivati anche a credergli, a seguirlo con entusiasmo, ma la tragedia delle ultime ore ha infranto ogni loro sogno: l’unica possibilità è quella di rinunciare a tutto e di tornare nel grigiore dell’anonimato.

La paura è un sentimento irrazionale che costringe spesso l’uomo a fare scelte estreme: è infatti per paura che anche noi talvolta voltiamo le spalle a Dio, alla nostra fede: non ce l'abbiamo con Lui, anzi lo vorremmo conoscere a fondo, vorremmo che rimanesse nel nostro cuore; sappiamo bene che non è un nemico, che non vuole ucciderci, condannarci, o farci del male; ma nel nostro animo proviamo comunque una gran paura: paura di “aprirgli le porte”, paura per quello che potrebbe trovare dentro di noi, paura di sentirci rinfacciare la perdita dell’entusiasmo iniziale, l’abbandono dei nostri doveri, delle nostre promesse; paura di finir sbugiardati per le nostre mascherate, per la nostra ipocrisia, per la nostra ambiguità, per i nostri progetti fondati sul nulla.

Il vangelo di oggi ci assicura invece che il nostro Dio non incute terrore: è un Dio che non vuole mettere nessuno con le spalle al muro. Anzi, incontrarlo, è vitale per noi, è un evento assolutamente positivo, indispensabile: significa scuoterci dal nostro immobilismo, dalla nostra apatia, dal nostro nasconderci; significa rinunciare alla nostra mentalità egoistica, vivere nella realtà, scegliere solo il bene, ciò che è costruttivo, efficace, anche se costa, anche se è impegnativo, talvolta doloroso, imbarazzante: perché significa togliere i “paletti” di protezione del nostro “ego”, significa aprire ogni serratura, spalancare tutte le porte; significa mettersi completamente nelle Sue mani, accettare ogni Sua iniziativa; significa farlo entrare nelle nostre “segrete”, nella zona tenebrosa della falsità, della presunzione, dell’orgoglio, dell'ignoranza, dell’inganno: nella notte fonda della nostra anima.

Tommaso non è presente a questa prima apparizione: come a dire che non è ancora pronto ad incontrare Gesù: resiste, è dubbioso, nell’incertezza non vuole aprire il suo cuore a nessuno.

Ma quando Gesù entra per la seconda volta nel cenacolo e davanti a lui ripete: “Pace a voi!”, tutte le sue resistenze cadono. Si rende conto che Egli non inveisce, non rimprovera, non biasima nessuno: al contrario augura pace a tutti, a ciascuno; un saluto, il suo, estremamente rassicurante: “Stai tranquillo, non ti preoccupare, non ti spaventare, ci sono io, non temere, non aver paura”. E questa volta, rivolto solo a lui, mostrandogli le ferite, dice “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani… non essere incredulo, ma credente!”. 

Perché in questo incontro Gesù mette in evidenza le sue ferite? Di fronte allo scetticismo di Tommaso, non sarebbe stato più credibile, più perentorio, più scenografico dimostrare in maniera eclatante la sua potenza, la sua gloria, la sua divinità, la sua vittoria strepitosa sulla morte, piuttosto che abbassarsi a documentare con le prove la sua passione, assecondando le pretestuose condizioni di un povero diffidente?

Per una ragione fondamentale: la fede cristiana, fin dal suo esordio, doveva avere come riferimento non un Dio inavvicinabile, scontroso, incomunicabile, isolato nella sua gloria, nella potenza della sua maestosità, ma un Dio umile, rivestito di “umanità”, morto crocifisso; che per redimere l’uomo, per restituirgli la dignità perduta, ha “svuotato sé stesso”, ha rinunciato alla sua divinità, assumendo la natura umana con tutti i limiti e le sue debolezze; che per amore ha accettato il patibolo della croce, sopportandone “fino alla fine” le estreme e strazianti sofferenze.

È questo il motivo per cui Gesù si presenta agli uomini senza alcuna ostentazione di potenza, senza i fasti della sua maestosità, senza i trofei delle sue vittorie, ma esibendo umilmente, amorevolmente, le sue piaghe, le sue mani forate dai chiodi, il suo cuore trafitto dalla lancia. Egli si presenta con i segni della sua passione, per rassicurare, per confortare, per accogliere e alleviare il dolore umano, per incontrare da pari l’umanità sofferente: Egli, alle piaghe inflittegli dalla malvagità umana, contrappone l’amore premuroso di un Padre che vuole eliminare dai suoi figli ciò che è male, che è doloroso, che impedisce loro di vivere, di crescere, di camminare spediti e liberi al suo seguito.

Chiunque ha avuto personalmente la fortuna di incontrarlo sulla propria “via dolorosa”, non può che riconoscere questa verità: “È vero, mio Dio, avevo veramente bisogno di te: al tuo sguardo le mie ferite sanguinanti sono completamente scomparse. Il tuo amore mi ha ridato vita: l’unico mio rammarico è di non averti incontrato prima!”.

Purtroppo tanti, troppi cristiani continuano a tenere Dio fuori dalla loro porta, preferendo vivere stupidamente da invalidi, con le loro ferite doloranti, le loro piaghe purulente. La loro è una vita non-vita, carica di angoscia, di rabbia, di dolore, di lacrime, di disperazione. Anche se all’esterno non traspare nulla, anche se dal di fuori tutto sembra assolutamente normale, nel loro intimo sono dominati dalla paura, dal sospetto, dalla solitudine. Non si fidano di Gesù, non vogliono ascoltare le sue parole, ignorano il suo invito, la sua amicizia, il suo aiuto: “Non temere, lo so che hai una paura folle, lo so che chiudi tutte le tue porte, lo so che ti sei sbarrato in te stesso e non vuoi che io entri, ma fidati, fammi entrare nella tua paura, nei tuoi spazi ermeticamente serrati; stai tranquillo, io vengo per offrirti soltanto amore e pace! Fammi entrare e scoprirai che la tua vita, anche nel dolore, nelle contrarietà, nelle sconfitte, con me al tuo fianco, diventa motivo di serenità, di soddisfazioni, di gioia, di amore”.

La nascita e lo sviluppo della nostra fede, come tutto ciò che ci riguarda, sono legati alle nostre personali esperienze. Il percorso che fanno gli altri, le prove che incontrano, non incidono sulla nostra crescita spirituale; sapere come gli altri abbiano incontrato la fede è sicuramente istruttivo, ma del tutto irrilevante per il nostro percorso: perché è fondamentale, essenziale, che siamo noi stessi, personalmente, ad incontrare Dio: un incontro che oltretutto deve essere veloce, bruciante, decisivo: per consentirci di esclamare quanto prima con Giobbe: “Io ti conoscevo per sentito dire, o Dio, ma ora i miei occhi ti vedono…(Gb 42,4).

I testimoni, i santi, la fede degli altri, non ci bastano: incontrare Dio è una nostra esclusiva esperienza. Che poi, concretamente, non è che sia un’esperienza tanto difficile. 

Quando alla domenica andiamo in chiesa per l’Eucaristia, non andiamo forse per incontrarlo? Non andiamo per alimentare la nostra relazione d'amore, per stare un po’ con Lui, per “vedere” il nostro Amore? Altrimenti che ci andiamo a fare!

Molte persone dicono: “Io a Messa ci vado solo quando ho tempo, quando ne ho voglia, quando non ho niente da fare”. Errore! Esprimersi così è sbagliato, da ignoranti: perché se amiamo veramente qualcuno, la cosa più importante che vogliamo è di vederlo sempre, di continuo. Una relazione d’amore ha bisogno di vicinanza continua, di incontrarsi, di vedersi, di conoscersi: ha bisogno di intimità, altrimenti che amore è?

Molte persone vanno in chiesa, ma non ci sono con il cuore, con l'anima; non cantano, non pregano, non ascoltano la Parola di Dio; non partecipano, non si lasciano coinvolgere, sono sordi, disinteressati, chiusi nella loro indifferenza: esserci o non esserci per loro è la stessa cosa. In questo modo però è impossibile qualunque intimità con Dio, qualunque incontro, qualunque relazione. È come andare a far visita ad una persona amata e non parlarle, stare ammutoliti, immusoniti, non interessarsi a lei. Che amore è? Che rapporto è?

Allora, ogni volta che ci raduniamo nel nostro “cenacolo”, nelle nostre chiese, consapevoli di essere degli innamorati fedifraghi, comportiamoci da peccatori pentiti: mostriamo al Signore le nostre “ferite”: inosservanze, incomprensioni, egoismi, liti, giudizi maligni, relazioni sbagliate; ferite doloranti da cui sentiamo il bisogno di guarire, di disintossicarci: mettiamoci umilmente ai piedi di Gesù, entriamo un istante in noi stessi, chiudiamo gli occhi e ascoltiamo la sua voce suadente: “Pace a te; non aver paura; ci sono io, sta’ tranquillo”.

Ogni volta che andiamo a Messa, mostriamo al Signore il nostro “costato trafitto”, le ferite profonde del nostro cuore, del nostro io, della nostra dignità, del nostro onore, dell’essere rifiutati dagli altri, traditi, incompresi, umiliati, evitati. Sono sensazioni amare che corrodono la vita, ci destabilizzano, ci umiliano: l’aver fallito nella vita, nel matrimonio, nel lavoro, nell'educazione dei figli; l’aver umiliato, usato, ingannato il prossimo; l’essere superficiali, trasgressivi, incuranti di migliorare, di maturare spiritualmente. 

Offriamole, tutte queste nostre ferite, proprio perché dolorose, alla misericordia divina. E aspettiamo umilmente il balsamo delle parole di Gesù, cariche di amore, di comprensione, di condivisione: “Pace a te; ci sono io con te: non disperare, fatti coraggio, risorgi, riposati qui un momento con me. Io ti amo così come sei: io posso guarirti, ma solo se anche tu lo vuoi; insieme affronteremo la strada da percorrere; anche se ti senti debole, tu puoi seguirmi: stabilisci tu la lunghezza del passo, io non ho fretta, ti aspetto, e se cadi ancora, ti prenderò in braccio. Ti amo e continuerò sempre ad amarti, in ogni caso, perché io ho bisogno del tuo amore!”.

Sono parole preziose, importanti, sono di Dio, sono quelle di cui abbiamo bisogno, quelle che ci ridanno pace, fiducia, amore, forza per rialzarci e ripartire rinvigoriti.

Ecco, questo è un nostro semplice, umile, “incontrare” Gesù: facciamolo ogni domenica; facciamo questa esperienza di risurrezione con Lui, col Risorto. Incontriamolo, assicuriamogli la nostra buona volontà, il nostro amore, la nostra riconoscenza: e diciamogli convintamente che senza di Lui, senza la sua vicinanza, senza il suo aiuto, senza il suo amore, è veramente impossibile vivere. Amen.

 

  

venerdì 2 aprile 2021

4 Aprile 2021 – Pasqua di Risurrezione del Signore


“Il primo giorno della settimana, Maria di Magdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro” (Gv 20,1-9).

 Pasqua è il centro focale della nostra fede cristiana: Cristo è risorto dai morti.

Una festa però che, in genere, non coinvolge molto la gente. A differenza del Natale. Il Natale è più seducente: un bambino che nasce fa tenerezza a tutti; è una festa che riunisce le famiglie, richiama i parenti, gli amici, lo stare insieme; c’è un anno vecchio che muore, uno nuovo che nasce; un contorno di feste insomma che la gente ama di più.

La Pasqua è più difficile da capire; ci ricorda una tragedia, la crocifissione e la morte di Gesù, seguita dopo tre giorni dalla sua risurrezione, la vittoria sulla morte: per quanto la conclusione sia esaltante, ci lascia comunque abbastanza freddi e indifferenti.

Ma cosa significa questa “resurrezione”? È una parola che deriva dal latino “resurrectio” (in greco νστασις) che vuol dire “rialzarsi”: è il movimento di una persona distesa, immobile (morta) e si ri-alza, ritorna cioè a vivere. In pratica avviene un cambiamento di stato, di direzione, dalla morte alla vita.

Storicamente, cos’è successo? Dopo che Gesù venne arrestato e condannato, tutti i suoi discepoli lo abbandonarono e scapparono. Probabilmente se ne tornarono in Galilea, alle loro case. Solo alcune donne, tra cui Maria sua madre, trovarono il coraggio di rimanere ad assisterlo fino alla crocifissione e morte.

I discepoli vissero questa tragedia come un fallimento personale: si sentirono finiti, morti dentro; di fronte agli scherni di quanti li avevano messi in guardia su Gesù: “Come fate a fidarvi di quel pazzo? È un eretico, un senza-Dio!”, dovettero convenire ammettendo la propria sconfitta: “Avevate ragione!”.

Ma poi successe il grande, l’imprevedibile miracolo della resurrezione: quella esperienza con Gesù, che pensavano chiusa per sempre, improvvisamente riacquista tutta la sua attualità: improvvisamente essi cominciano a sentire vivo, potente, dentro di loro quel Gesù che tutti davano per morto: lo sentono nuovamente presente nella loro vita, in maniera inequivocabile, indiscutibile. E come se non bastasse, “lo vedono” chiaramente, senza alcuna possibilità di errore. Quei discepoli che il venerdì santo erano disperati, fuggiti in preda alla paura e al terrore, dopo appena cinquanta giorni sono pronti ad annunciare ovunque Gesù risorto, vivo, Signore del mondo. Per lui finiscono in prigione, per lui vengono derisi, umiliati, percossi; per lui sono pronti a morire, come avviene realmente per molti di loro: sono spinti da un fuoco nuovo, inestinguibile, da una nuova forza interiore: nulla potrà mai più fermarli.

Tutto ciò è realmente successo, ne siamo certi: nessuno infatti potrà mai spiegare un cambiamento simile, così repentino, radicale, se non ammettendo l’improvvisa irruzione in loro di una forza divina. O sono impazziti tutti o ciò che dicono è vero: “Il Signore è risorto, noi lo abbiamo visto! Il Signore è vivo, lo sentiamo, è dentro di noi, vive in noi, è con noi!”.

Ma ripercorriamo mentalmente l’esperienza di quella domenica mattina vissuta dai due discepoli Pietro e Giovanni: quest’ultimo, testimone oculare, ci descrive infatti minuziosamente nel suo vangelo come si sono svolti i fatti: Maria Maddalena, recatasi di buon mattino al sepolcro, lo trova aperto e vuoto: preoccupatissima, temendo che qualcuno abbia trafugato il corpo di Gesù, si reca immediatamente dai discepoli, e li sollecita a correre per verificare quanto accaduto: i due col cuore in gola affrontano velocemente il percorso per arrivare al luogo della sepoltura; Giovanni, più giovane e più veloce, precede Pietro ma non entra; aspetta che anche lui arrivi per dargli la precedenza: Pietro infatti entra per primo, ma non “vede”: chi “vede” è lui, Giovanni. È chiaro che qui “vedere” significa “credere”. Pietro, infatti, nel vangelo è sempre colui che vuol “vedere” con la testa (Cefa), con il raziocinio; Giovanni, invece, “quello che Gesù amava”, è guidato dall’amore, dall’intuizione, dal sentimento. Entrambi, sia la “mente” che il “cuore” poi crederanno: mentre però la mente cerca di controllare i sentimenti, di contenerli, di verificarne i contenuti, il cuore si apre immediatamente all’onda d’urto travolgente, incontenibile dei sentimenti: la mente serve per capire, per spiegare, per interpretare, il cuore è l’organo della vita: infatti l’anima, l’amore, lo stupore, la fede, prima di tutto si percepiscono, si “sentono”, si sperimentano: poi la mente “spiega” cos’è successo.

Succede come di fronte ad un dolce: la mente cerca di individuarne i componenti, per capire se è più o meno buono: il cuore al contrario lo assaggia, lo gusta e ne sente subito la bontà.

Noi siamo Pietro, la mente, la durezza, quando non vogliamo dare spazio alla vita che c’è in noi: vediamo tante cose, ma è come se non vedessimo nulla, perché nulla più ci emoziona. Siamo invece Giovanni, l’amore, il cuore, il sentimento, quando vediamo e “accettiamo”, quando crediamo.

Quando parliamo con una persona cara, guardiamola allora negli occhi, entriamole dentro. Ascoltiamo non tanto le parole che dice, ma le vibrazioni del suo cuore; cogliamo la sua tristezza, il suo slancio, la sua gioia, la sua meraviglia, il suo amore. Quando cantiamo, fermiamoci e ascoltiamo le onde che vibrano dentro di noi; onde che provocano emozioni, che fanno risuonare le corde della nostra anima. Quando siamo in chiesa, facciamo silenzio, mettiamo da parte le nostre preoccupazioni, ascoltiamo il battito del nostro cuore: e allora potremo percepire, forte e chiara, la presenza e la voce di Colui che abita dentro di noi.

Fermiamoci e ascoltiamoci ogni tanto: all’inizio magari sentiremo uscire da noi demoni e mostri; ma se avremo pazienza, col tempo, nella calma, nel silenzio, scopriremo dentro di noi una presenza soprannaturale, che si rivelerà essere una sorgente inesauribile di vita e di luce.

Resurrezione è riuscire a cogliere l’invisibile nel visibile: ma ci servono degli “occhi speciali”, gli occhi della fede, quegli occhi che andando oltre i limiti del materiale, riescono a cogliere la realtà del soprannaturale. Con la resurrezione di Gesù, noi affermiamo: Dio è qui. Dobbiamo solo cercarlo, dobbiamo solo scoprirlo, dobbiamo solo conoscerlo.

Parlando di Maria di Magdala, Giovanni sottolinea un particolare: “si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio”. Apparentemente sembra una contraddizione: se infatti diciamo “di mattino”, lasciamo capire che in quel momento c’è “chiarore, luce, giorno, visibilità”; se invece diciamo “quand’era ancora buio”, sottolineiamo che è ancora “notte, tenebre, oscurità”; allora viene da chiedersi: la Maddalena è andata al sepolcro con la luce o con il buio?

In realtà le due espressioni si adattano perfettamente allo stesso evento: è infatti nel cuore di quella donna e in quello dei discepoli, che regna il buio più profondo: essi sono immersi nella notte più buia, nell’oscurità profonda, non hanno più stimoli; senza la presenza di Gesù, del loro maestro, non riescono più a pensare ad un loro domani. Improvvisamente però qualcosa di nuovo succede in loro: le tenebre vengono disperse da una Luce abbagliante, dallo splendore sfolgorante della risurrezione: è Gesù, il “Sol invictus”, che restituisce loro la chiara visione della Vita.

Un repentino cambiamento che Giovanni lascia chiaramente intendere: un cambiamento che deve essere di conforto e di particolare insegnamento per noi: perché ogni volta che ci smarriamo, che vediamo nero, che crolliamo in noi stessi pensando di aver raggiunto un punto di non ritorno, è in quel momento che avremo la netta percezione che qualcosa di nuovo, di positivo, sta per nascere. Qualcosa che ci pone su di un livello decisamente superiore, che ci offre la possibilità di fare un salto di qualità, di crescita, di decisiva evoluzione: ebbene, quel “qualcosa” che emerge confortante dalle nostre macerie, si chiama “fede”.

Avere fede significa infatti “fidarci” di Dio: credere cioè che quanto di grave, di imprevedibile possa succederci nella vita, non è mai in assoluto un male, un fatto puramente negativo, ma è un’opportunità che Dio, nella sua bontà, ci offre per plasmarci, forgiarci, purificarci, mettendo a nudo le nostre debolezze, i nostri errori. Tutto ciò che ci succede, pertanto, ha sempre un valore positivo, a fin di bene: certo, a volte è doloroso, duro, incomprensibile, per niente piacevole, ma è sempre un invito spiritualmente valido, perché ha lo scopo di rimetterci nella giusta direzione.

Se rimaniamo ad un livello razionale, come è successo per gli apostoli, il venerdì santo diciamo: “Che disastro! Gesù è morto! Tutto è finito!”. Ma se compiamo il “salto” di fede, la domenica di Pasqua esclameremo gioiosi: “Gesù è morto per redimerci, per la nostra salvezza; oggi Lui è risuscitato e continuerà a proteggerci: Dio sia lodato e ringraziato!”.

Dal punto di visto materiale, una crisi è sempre “buio pesto”, è sempre distruttiva, dolorosa, non piace a nessuno, tutti vorremmo evitarla: separarsi definitivamente da una persona cara è sempre molto doloroso; vedere distrutti i progetti di una vita è sconfortante; constatare di aver sbagliato tutto, dopo anni di lavoro e di sacrifici, è destabilizzante.

Se però facciamo il salto di qualità, di evoluzione, se guardiamo con gli occhi della fede, allora tutto è resurrezione, tutto è vita. Qualunque evento grave, per quanto grave sia, per quanto ci sprofondi nel buio più totale, se affrontato con gli occhi della fede, diventa “luce”, diventa vita, diventa resurrezione”.

Ma praticamente, per la nostra vita cristiana, in cosa consiste il “salto di qualità” che siamo chiamati a fare? Prima di tutto nell’esercizio della “carità”: non dobbiamo cioè inveire e reagire sempre e solo contro gli altri, se l’esistenza ci chiude qualche porta in faccia, se quanto ci succede è sempre insoddisfacente: gli altri non sono per principio i responsabili di tutto il male del mondo; non sono peggiori di noi: sono anch’essi figli dello stesso Padre, sono nostri fratelli; sono soltanto “diversi” da noi, non sono noi: seguono vie di perfezione diverse, hanno tempi di crescita e maturazione diversi: forse noi siamo chiamati a “lavorare” nella Vigna di Dio fin dalla prima ora, loro magari all’ultimo istante: ma tutti indistintamente dobbiamo presentarci davanti allo stesso proprietario, a nostro Signore. Le accuse, le condanne non servono, ci pongono in un ruolo giudiziale che non ci compete, non è il nostro. Dobbiamo invece guardare le cose con occhio sereno, nella loro giusta luce. Solo se guardiamo l’oggi alla Luce dell’Amore di Dio, ci accorgiamo che tutto ha una sua autenticità, uno scopo, un suo lato buono; il male che vediamo nella sua ineluttabilità, si trasforma in un bene concreto, possibile: tutto diventa recuperabile, riscattabile; tutto diventa positivo; magari in maniera incomprensibile, ma tutto si rimette nella sua giusta prospettiva.

Dobbiamo insomma vivere i nostri giorni da protagonisti, con entusiasmo, con iniziative sempre nuove; ma dobbiamo farlo sapendo che il “mondo” non è nostro, non ci appartiene; risponde a delle regole che trascendono la nostra comprensione. Dobbiamo imparare a guardare sempre al di là del momento presente, dobbiamo imparare a guardare il “domani”, perché è su di esso che dobbiamo lavorare, perché è in esso che verrà valutato il grado della nostra maturazione. Prima o poi infatti arriverà quel “domani” in cui la morte si presenterà alla nostra porta, e ci chiederà il “consuntivo” del nostro lavoro; è il normale ciclo della vita, inutile abbandonarci all’angoscia. Inutile opporsi: “No, non voglio. Ho ancora troppe cosa da fare qui. Non sono ancora pronto!”. Inutile dimenarsi: non abbiamo appigli sindacali o avvocati del lavoro cui appellarci. Allora capiremo alcune ovvietà: che tutto quello che pensavamo “nostro”, lo abbiamo avuto soltanto in “concessione” “in uso”; che niente e nessuno ci appartiene, niente e nessuno può sostituirsi a noi: con nulla siamo nati, con nulla moriremo. Assolutamente soli. Solo se saremo “ricchi” di povertà, di umiltà, di fede, risorgeremo con Dio, nella gloria dei santi. Amen.