giovedì 16 aprile 2026

19 Aprile 2026 – III DOMENICA DI PASQUA


Lc 24,13-35 
Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Emmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Cleopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto». Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?». Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane. 

Dopo la sconvolgente esperienza di Maria di Magdala e la corsa di Pietro e Giovanni al sepolcro, dopo il misterioso ingresso del Signore risorto nel cenacolo, dopo aver tranquillizzato i suoi e aver donato loro la pace, in quello stesso giorno dopo il sabato, Gesù risorto, non più soggetto a condizionamenti spazio temporali, raggiunge due discepoli, che lo avevano seguito fino a Gerusalemme, in cammino verso Emmaus.
Tornano a casa loro, scappano da quella città “maledetta” che uccide i profeti. Sono tristi, pensierosi, commentano a bassa voce le ultime tragiche vicende, si lamentano, si caricano a vicenda. La tristezza è palpabile, la delusione e l’amarezza sono profonde, insostenibili, terribili, arrivando a mettere in discussione l’operato di Dio.
Gesù si avvicina e cammina con loro. Ma essi non lo riconoscono; del resto, come potrebbero? Non si rialzano da loro stessi, dalla loro sofferenza, e non possono quindi incrociare lo sguardo amoroso del Signore. Sono talmente pieni del loro “sacrosanto” dolore da non accorgersi che non c’è più alcun motivo per essere tristi. Sono totalmente incapaci di uscire dalla spirale vorticosa di quel nulla in cui sono precipitati dopo la scomparsa del loro maestro, da non accorgersi che Egli è lì, al loro fianco.
Uno stato d’animo che anche noi sperimentiamo molto spesso: quante volte ci sentiamo depressi, ci lamentiamo di tutti e di tutto, nulla ci sta bene, nulla ci soddisfa: e senza che ce ne rendiamo conto, il nostro scontento, il nostro nervosismo, un po’ alla volta diventa una “passione”, un abituale tormento, che in qualche modo addirittura ci rassicura; in tale percorso autodistruttivo, finiamo addirittura col costruirci una nostra identità; finiamo col coltivare il dolore per sé stesso; esso diventa il nostro segno di riconoscimento; finiamo perfino coll’esibirci nel “dolore”, cerchiamo in tutti i modi la pietà, il cordoglio, la comprensione di quanti ci sono vicini; e di fronte ad una qualunque espressione di benevolenza, di vicinanza, di condivisione, ci sentiamo appagati, valorizzati, nonostante esse siano spesso apertamente insincere, ipocrite, di pura circostanza. 
Siamo degli illusi. Il dolore non deve ridursi ad un fenomeno da baraccone, non è una maschera da indossare per ottenere ammirazione e consensi: il dolore vero deve nascere dalla constatazione della nostra precarietà, della nostra fragilità, dall’esperienza di essere un nulla, perché esso rappresenta la via “maestra” che ci porta a capire che Uno solo è in grado di consolarci veramente, Uno solo può offrirci motivi validi per risorgere dalla nostra depressione, dalla nostra fragilità di creature: quell’Uno, è Dio, il nostro Creatore, Colui che conosce perfettamente il nostro cuore, la nostra anima, Colui che fin dal primo istante di vita ci ha amati all’inverosimile.
Cosa è successo?” Chiede dunque il risorto ai due. Al che essi, un po’ meravigliati, si chiedono da dove venga questo loro accompagnatore, che ignora completamente il dramma successo a Gerusalemme.
Essi sono frastornati, offesi, è vero; e ne hanno veramente il motivo, poiché si sono trovati improvvisamente orfani della loro guida, del loro maestro, di quel “messia” inviato da Dio, in cui essi avevano riposto ogni speranza per una definitiva liberazione del popolo dagli oppressori. Per questo, si affrettano a metterlo al corrente degli eventi e, infervorandosi, gli parlano della passione, della croce, della morte di Gesù: ma Lui nulla, non replica. Lui, che ha vissuto personalmente tutto questo, sembra non sapere nulla.
Noi speravamo che fosse Lui il liberatore di Israele”: commentano. Parole che rivelano la loro profonda frustrazione! “Noi speravamo”: Ma nella vita la speranza va proiettata sempre nel futuro, mai al passato: perché ciò equivarrebbe a sottolineare un fallimento. Nella vita è sempre difficile accettare la fine di qualcosa: ma il fallimento della speranza è addirittura tragico, perché la delusione che ne deriva, è la causa fondamentale della morte interiore. La delusione è la punta estrema del fallimento di ogni prospettiva: è un dolore sordo, che suscita rabbia, che aggiunge alla sofferenza il sospetto di essere stati ingannati; un dolore che ci destabilizza, che mette in dubbio l’efficacia di ogni nuovo progetto, che ci impedisce di riprendere coraggio, confinati tra cocenti frustrazioni, speranze abbandonate, sofferenze dell’anima insopportabili. Eppure lì, nel più profondo all’anima, alla soglia dello smarrimento finale, Dio ci aspetta con tutto il suo amore: è lì per ascoltarci, per soccorrerci, per rimetterci in piedi e camminare insieme a noi.
Noi speravamo”: i due dunque si aspettano comprensione da questo compagno occasionale: si aspettano condivisione, compassione, ma ottengono soltanto un sonoro ceffone “Stolti e tardi di comprendonio”, dice loro Gesù. “Stupidi, ignoranti!”; la sua è un’evidente provocazione: vuole scuoterli, costringerli ad alzare lo sguardo, a guardare avanti. Dobbiamo infatti capire, loro come noi, che non sempre chi ci porge una carezza ci vuole bene, e non sempre chi ci dà uno schiaffo ci vuole male. A volte nella vita un energico scossone ci distoglie dalla sofferenza, dall’autocommiserazione, e ci aiuta a vedere le cose in maniera diversa, in una prospettiva nuova, più costruttiva.
Essi accusano il colpo, si scuotono, è vero, ma continuano a non capire: “cosa sta dicendo questo sconosciuto? Come si permette?”. “Sciocchi e incapaci di capire le Scritture”, insiste Lui. E giù a spiegare il senso di quella sofferenza, della Sua sofferenza, della Sua passione e morte, aiutandoli a rileggere gli ultimi eventi in una chiave diversa, più ampia, a leggere il dolore alla luce del grande disegno di Dio. I discepoli del risorto, infatti, non possono, non devono fermarsi alla croce, alla morte! 
Le parole del vangelo di Luca sono qui taglienti, ma estremamente valide, perché ci trasmettono un messaggio fondamentale: il problema non è l’assenza di Dio, il fatto cioè che la sua presenza venga improvvisamente meno, scompaia dal nostro sguardo: il problema, quello vero, è la nostra incapacità di riconoscerlo, è la nostra tragica miopia che si ostina a non vederlo. Siamo tutti talmente concentrati su noi stessi, sui nostri problemi, da non essere in grado di riconoscerlo neppure quando ci cammina accanto, quando ci aiuta ad attraversare la strada, ad evitare le insidie, i pericoli del percorso. Perché una cosa è certa: Egli è costantemente con noi; cammina sempre al nostro fianco: e ci dimostra pazientemente l’incomprensibile: ossia come Dio abbia accettato di cambiare, di scendere dal suo trono per adeguarsi a noi, di abbandonare la rassicurante eternità, la perfetta autosufficienza, l’immobilità beata, per sporcarsi purtroppo le mani con noi, per farci costantemente e concretamente da padre, da madre, da maestro; questo è il motivo per cui Egli è qui nel presente, per questo si è messo in viaggio dall’eterno al finito, dall’essere Dio al diventare uomo, dalla perfezione assoluta all’incarnazione umana. E tutto ciò per amore, soltanto per amore. Dio quindi non intende essere un estraneo, un forestiero indifferente, un’icona statica e insensibile: ma cammina con noi, soffre con noi, cambia idea con noi, decide con ciascuno di noi. Soprattutto ama e, si sa, l’amore vero è anche causa di qualche inevitabile sofferenza.
Il cammino dei tre verso Emmaus ha momenti di grande tensione: ma pur essendo stati amabilmente ripresi, i discepoli continuano ad ascoltare Gesù col fiato sospeso. Non fanno gli offesi, percepiscono invece che quello sconosciuto li sta aiutando ad interpretare gli eventi, a capirli in profondità. E finalmente il loro tiepido cuore inizia a riscaldarsi. Poi il tepore cresce, divampa, e diventa fuoco prorompente, incontenibile.
Giunti nel frattempo al villaggio, Gesù fa per proseguire salutando con un sorriso i discepoli. Ma essi, ancora incerti e impauriti, vengono presi nuovamente dal panico: “Come, te ne vai già? Resta con noi, è buio, fermati!”. E Lui paziente si ferma, resta con loro, fino a quando lo riconosceranno!
Egli fa sempre così, anche con noi: sembra che voglia andarsene, ma non ci abbandona, si ferma sempre: perché più che per assecondare la nostra richiesta, è Lui stesso che vuole “fermarsi”, è Lui che vuole “restare con noi”, che vuole entrare nel dolore, nelle sofferenze umane, nell’intimo dei cuori, nelle nostre case, nelle nostre famiglie, nelle nostre comunità, nelle nostre Chiese: ed è proprio qui, allo “spezzare il pane”, che Lui si fa pienamente riconoscere.
Sicuramente, come per i due discepoli, anche noi sperimentiamo nel nostro cuore una simile progressione di emozioni: ascoltando la Parola, il messaggio di Gesù si insinua dentro di noi, ci apre l’anima, ci inquieta, ci destabilizza, ci obbliga a confrontarci con Lui. E più troviamo argomenti contrari a questa Verità che avanza, più i nostri incrollabili pregiudizi vacillano, scricchiolano, finché alla fine dobbiamo arrenderci! La nostra ignoranza, che paradossalmente ci gratificava, viene spazzata via dalla Verità che ci riscalda e illumina.
Allora tutto acquista senso, tutto acquista una nuova dimensione. La nostra vita, riletta alla luce del grande progetto di Dio, assume un valore completamente diverso. È come se Gesù ci dicesse: “Non cercatemi nei fatti straordinari. Non fate i superuomini, non inseguite continuamente ciò che sembra magico, miracoloso, sublime, perché non è lì che mi troverete. Cercatemi piuttosto nella vostra quotidianità, nei piccoli gesti, nelle piccole cose, nella premura verso i bisognosi. Fermatevi, figli miei, ascoltatemi, fidatevi della mia Parola, non perdetevi a rincorrere le false illusioni umane. All’inizio, nel vostro turbamento, forse non capirete nulla, ma poi tutto vi apparirà chiaro, luminoso, perché il mio amore infiammerà il vostro cuore”.
A questo punto, anche a noi non rimarrà che esclamare dal profondo del cuore: “Resta con noi Signore, perché è sera e il giorno sta per finire!”. Non andartene, Signore! Non lasciarci soli, soprattutto ora, che il giorno della nostra vita sta per concludersi!
E Lui ci ascolterà: perché lo fa da sempre e per sempre! Risorto, vivo, interessato e attento, Egli continua a camminare a fianco di ogni uomo, lo rassicura con la sua Parola, si dona a lui nell’Eucaristia, lo nutre, lo illumina; e attraverso tutte le strade di Emmaus del mondo, lo guida verso quella salvezza che non conosce più “tramonti”, perché perennemente illuminata dalla stessa luce di quel mattino di Pasqua, unica Luce che non scomparirà mai dal mondo. Amen.

   

mercoledì 8 aprile 2026

12 Aprile 2026 – II DOMENICA DI PASQUA


Gv 20,19-31
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

Il vangelo di oggi ci parla di due apparizioni di Gesù, avvenute con modalità identiche ma in tempi diversi e soprattutto con finalità diverse: la prima era destinata a consolare e a rinfrancare i discepoli di allora, la seconda a sollevare e incoraggiare tutti noi, suoi discepoli di oggi: i primi, radunati insieme nel giorno del Signore, hanno avuto la fortuna di incontrarlo visivamente, tangibilmente, ricavandone quella gioia profonda, quell’entusiasmo che li hanno spinti poi a seguire coraggiosamente il suo invito di annunciare nel mondo la sua Parola e di dare vita alla sua Chiesa; noi, radunati nell’Eucaristia domenicale - pur non vedendolo materialmente, ma incontrandolo e ammirandolo con gli occhi della fede - possiamo sperimentare la stessa gioia, lo stesso coraggio, la stessa forza per continuare nella Chiesa la stessa opera evangelizzatrice: “Beati quelli che pur non avendo visto, crederanno”.
In altre parole il racconto del vangelo ci offre l’immagine perfetta di quello che ci succede ogni domenica, quando ci riuniamo in chiesa per celebrare l’Eucaristia: riviviamo cioè, come i discepoli di allora, la stessa “esperienza” del Risorto; egli è presente in mezzo a noi: non lo “vediamo” materialmente, è vero, ma lo possiamo toccare, lo “sentiamo”, lo possiamo assumere in noi, percepiamo nitidamente e concretamente il calore consolatore del suo amore, sentiamo in noi quella stessa forza rinnovatrice di cui anche noi abbiamo tanto bisogno. Se non fossimo tanto distratti, sentiremmo distintamente la sua voce salutarci, dentro di noi, con “Pace a voi!”, il saluto rivolto ai discepoli radunati nel cenacolo; lo stesso identico saluto che tutti i presbiteri, di ogni tempo e di ogni luogo, rivolgono ai fedeli riuniti in chiesa nella celebrazione Eucaristica.
È dunque con la Santa Eucaristia che possiamo rinnovare ogni settimana il nostro appuntamento con Gesù, e rivivere intensamente quei momenti che sono per noi insieme forza e perdono.
Sono prima di tutto “forza”: quando, soffocati dalle nostre paure, dai nostri segreti, dalle nostre “chiusure”, dai nostri contorti “distinguo”, incontriamo il Risorto, la Vita, la Luce, l’Energia, l’Amore, percepiamo che i battiti irresistibili del Suo cuore ci catturano e sciolgono la nostra aridità, cancellano, annientano le nostre insicurezze, le nostre ansie, le nostre paure, le nostre infedeltà: e in quel preciso istante sentiamo il nostro cuore ricaricarsi di generosità, di entusiasmo, ritrovando la voglia di vivere, di ripartire, di cambiare vita; la voglia insomma di essere migliori. È solo nell'Eucarestia, insieme a Lui, che possiamo quindi ritrovare il coraggio e l'energia che avevamo perduto, e affrontare serenamente tutto quello che ci sembrava impossibile.
Quei momenti sono anche “perdono”: sappiamo dai Vangeli che Gesù, nella sua vita terrena, ha sempre perdonato tutti; ha avuto per tutti parole di consolazione e di incoraggiamento: peccatori, prostitute, gentaglia di ogni genere, gente di malaffare.
Ebbene: quando ci presentiamo alla sua Cena, sentiamo di rappresentare un po’ tutti questi personaggi, sia all’esterno, nei nostri comportamenti, che all’interno, nei nostri pensieri. Per questo ci presentiamo a Lui confidando nella sua misericordia, nel suo perdono.
Prima però di “ricevere”, dobbiamo imparare a “dare”, a perdonare, cioè, sia i nostri fratelli che noi stessi: noi spesso non riusciamo a perdonare gli altri, proprio perché non sappiamo perdonare noi stessi; siamo irrigiditi, paralizzati, bloccati dal male che abbiamo commesso: invece di tirarlo fuori, di guardarlo bene in faccia, di esternarlo chiedendo perdono, preferiamo tenerlo chiuso, sepolto nella nostra anima, lo ignoriamo, fingiamo che non esista, ma esso c’è, e corrode il nostro cuore, la nostra anima, ci incattivisce, e nei momenti più impensati, egli riemerge in tutta la sua forza. Solo quando sapremo perdonarci, solo quando riusciremo a liberarci della nostra zavorra, solo quando sapremo distaccarci da esso, il nostro dolore, la nostra vergogna, il nostro pentimento ci faranno ritrovare quell’Amore vero che potremo rivolgere ai nostri fratelli.
È necessario quindi che in ogni santa Messa, la nostra anima raggiunga questa conversione interiore: perché, anche se è difficile ammetterlo, siamo noi, i peccatori del Vangelo, i “pubblicani”, la prostituta, i farisei: e come loro, ci prostriamo davanti a Gesù per chiedere e ricevere il suo perdono, e potergli esprimere di cuore, come Tommaso: “Mio Signore e mio Dio!”. È la nostra intima e sincera esclamazione d’amore, avendo sperimentato, anche noi come lui, la meravigliosa e rassicurante esperienza del Cenacolo.
A questo punto non serve più ascoltare le esperienze degli altri, perché l’incontro con Dio è un evento diretto, personale, esclusivo: tutti lo devono personalmente “toccare”, tutti lo devono incontrare e ammirare con i propri occhi; non ci si può accontentare dei racconti, delle idee, delle intuizioni altrui, impossibile provare quelli che sono i “loro” momenti esclusivi: saremmo come coloro che dicono di sapere tutto sul vino, senza averne mai sperimentato un buon bicchiere, senza aver provato quanto esso sia inebriante ed eccitante; unicamente l'esperienza diretta delle cose può produrre la vera conoscenza, soprattutto quella intima, del cuore.
Non c’è bisogno quindi che le nostre liturgie eucaristiche ci “parlino” di Dio, non devono abbondare in parole e spiegazioni, spesso eccessive e inopportune; esse devono al contrario farci “sentire” Dio che ci parla, devono farcelo sperimentare personalmente; devono trasmettere passione, farci sentire “toccati” da Dio, dalla sua presenza: i canti, i riti, la partecipazione dell’assemblea, le acclamazioni, i gesti, diventano “efficaci” solo se ci mettono in intimo contatto con Dio; perché se non ce lo fanno “sentire”, se non ce lo fanno “toccare”, se non lo fanno “risorgere” nel nostro cuore e nella nostra vita, non servono assolutamente a nulla, sono inutili: possono essere al massimo piacevoli evasioni dalla quotidianità, momenti di aggregazione fraterna, ma non realizzano il nostro incontro personale con il Dio della Vita, non ci procurano quelle emozioni intime con cui Lui fa vibrare la nostra anima, la nostra sete di Infinito. Noi abbiamo bisogno di queste emozioni, perché sono esse che ci costringono a fare i conti con la nostra realtà, a verificare le nostre risorse, le nostre potenzialità, a toccare con mano tutte le “ferite”, le miserie, le debolezze che ci affliggono, e chiedere umilmente alla sua misericordia di aiutarci a guarire e a risorgere. Se ciò non avviene, purtroppo le nostre belle cerimonie, le nostre belle celebrazioni eucaristiche non raggiungono il loro scopo!
La Messa è incontro, è colloquio, è guarigione. Chi non ha ferite nella vita? Chi non ha bisogno allora di incontrare Gesù nell’Eucaristia? Chi, sapendo di essere gravemente ferito, non fa di tutto per andare dall’unico medico che può guarirlo? La Comunione della domenica, fatta in grazia di Dio, è esattamente quel balsamo, quella crema, quell’unguento, in grado di guarire le nostre ferite. Andare a Messa allora non è più un “dovere”, un’abitudine da mantenere; ma è il “bisogno” profondo, la necessità improrogabile di incontrare Gesù, di ricongiungerci con Lui, di trarre da Lui Vita e Amore. Provando ogni volta gioia e serenità! Amen.


giovedì 2 aprile 2026

05 Aprile 2026 – DOMENICA DI PASQUA


Gv 20,1-9 
Il primo giorno della settimana, Maria di Magdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.

Maria di Magdala, che aveva amato così tanto Gesù da non poter accettare l’idea della sua morte, la domenica di prima mattina, quando era ancora buio, si reca al sepolcro.
È completamente frastornata: nella sua mente rivive ancora le immagini strazianti degli ultimi istanti di vita del suo Gesù. Arrivata al sepolcro, ancora assorta nei suoi pensieri, nota da lontano che la pesante pietra posta a chiusura del sepolcro non c’è più: qualcuno l’ha rimossa
Rimane sconcertata: non pensa, non controlla, non ragiona; la sua reazione è immediata: deve avvisare subito i discepoli: il suo cuore batte all’impazzata, ma corre, corre veloce, trafelata e piangente, da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quel Giovanni che Gesù prediligeva.
Singhiozza, urla che qualcuno ha rubato il corpo di Gesù, ma tra i singulti del pianto, non si fa capire molto. Di fronte a tanta disperazione, i discepoli si rendono conto che qualcosa di grave dev’essere successo, e corrono; corrono anch’essi affannosamente, seguiti da Maria, nel silenzio di una città ancora immersa nel sonno.
Il sole inizia pigramente a fare capolino sull’orizzonte, rischiarando appena le pietre color ocra dei fabbricati. I mercanti più mattinieri stanno iniziando pigramente ad esporre le loro merci sui banchi: è il giorno successivo al riposo del sabato. I tre non se ne curano e continuano a correre: lasciano al loro fianco la cava di pietra in disuso, quel Golgota che i romani avevano destinato come luogo per le esecuzioni capitali e le crocifissioni; i pali verticali, come alberi rinsecchiti, svettano ancora sinistramente in alto, aspettando nuovi condannati.
Nulla li distrae, corrono sempre, senza sosta; ormai il fiato manca; la tunica impaccia la corsa. Pietro, meno giovane, in debito di ossigeno, rallenta un po’, mentre gli altri scendono velocemente verso il sepolcro. I soldati romani di guardia sono spariti, la tomba messa a disposizione da Giuseppe di Arimatea, è realmente aperta: la pesante pietra che ne bloccava l’ingresso è rovesciata, rotolata di lato.
Giovanni, giunto per primo, si ferma e aspetta; le tempie gli pulsano, ansima rumorosamente, mentre si china per guardare all’interno; arriva anche Pietro e, in segno di rispetto, gli cede il passo: abbassando il capo, entrano entrambi. Nulla. Non c’è nulla. Gesù è veramente scomparso. Il lenzuolo, afflosciato, e il “sudario”, il telo che fasciava la testa, giacciono entrambi abbandonati, esattamente al loro posto, come se il corpo di Gesù si fosse dissolto. Nient’altro. Gesù è scomparso e nessuno sa che fine abbia fatto! Ma loro, i discepoli, intuiscono perfettamente quanto è successo, le sue parole sono ancora vive, scolpite nella loro mente: lui è risorto, come aveva annunciato loro.
Ecco: Questa è la Pasqua cristiana: Cristo è veramente risorto. La lunga corsa di Pietro e Giovanni e il sepolcro inesorabilmente vuoto, sono le icone della giornata di oggi.
Quella tomba che Maria di Magdala e i due discepoli quel mattino trovarono vuota, è ancora lì, a Gerusalemme, muta testimone della risurrezione di Cristo. La corsa dei discepoli è la nostra corsa, verso colui che ci aspetta sempre a braccia aperte.
“Perché cercate tra i morti colui che è vivo?”: è la domanda che Gesù rivolge ai suoi che lo piangono: parole che ci toccano, che devono farci riflettere profondamente, perché anche noi, troppo spesso, ci ostiniamo a cercarlo tra i morti.
Se veramente vogliamo trovarlo, dobbiamo cercarlo dove Lui è vivo, dove lui è presente! Sicuramente non tra i creatori di morte, tra coloro che con i loro pregiudizi uccidono ogni speranza, tra coloro che inquinano la vita e le relazioni umane, tra gli indifferenti, gli egoisti, i pessimisti; certamente non lo troveremo tra coloro che vivono con l’unica preoccupazione di arricchirsi, che si nutrono solamente di crudo individualismo e non di carità, di amore fraterno; non lo troveremo tra chi non vuol perdonare, tra chi cerca la vendetta e la ritorsione; non lo troveremo tra coloro che non nutrono alcuna speranza e non credono in una vita futura di gloria e di pace, riservata a tutti i giusti.
Lui, il Dio nudo, appeso, osteso, il Dio umanamente sconfitto, straziato, crocifisso, deposto morto sulla fredda pietra di una tomba, ora non c’è più, è risorto: perché Lui è il vincitore assoluto della morte, della Sua morte, della nostra morte, di qualunque morte! Perché Lui è Vita, vita immortale.
È “risorto”, non rianimato, non ripresosi, non vivo semplicemente nel ricordo. Gesù è veramente vivo, è presente per sempre in carne ed ossa.
Non è facile credere a questa notizia, lo so bene: avremo modo, nei prossimi cinquanta giorni, di verificare la fatica che gli stessi apostoli hanno fatto per convertire il loro cuore a questa sconcertante verità.
Nell’attesa di poterlo anche noi un giorno incontrare, dopo questo nostro difficile cammino, apriamoci oggi alla gioia della risurrezione. Facciamolo con i nostri fratelli, con i nostri cari, rallegriamoci con loro, soprattutto “crediamo” con loro: perché è la fede che, superata qualunque difficoltà, ci aiuterà a gioire fin d’ora, nella prospettiva di quella gioia futura, autentica, unica, immortale; una gioia che dobbiamo conquistare attraverso la croce, attraverso la risurrezione; una gioia che dobbiamo costruire da vivi. Perché è qui, tra i vivi, che Cristo ci sta aspettando.
Non siamo più schiavi della morte, non siamo più dei prigionieri senza scampo: Gesù è risorto! Gesù è vivo: gioiamo! Facciamo che la nostra vita diventi offerta di serenità per quanti soffrono.
Cristo è risorto perché tutti potessimo risorgere con Lui. Lui, l’Agnello senza colpa, ha redento le sue pecore, ha riscattato i peccatori riunendoli al Padre.
Se siamo convinti di questo, capiremo allora che la Pasqua ─ al di là delle uova di cioccolato e delle campane a festa ─ è la vittoria dell’amore, è la pienezza della vita immortale, è il terribile duello con la morte che il Figlio di Dio, vittima sacrificale per la nostra redenzione, ha definitivamente superato e vinto.
Tutto dunque è compiuto come lui aveva predetto! Tocca ora a noi credere veramente, tocca a noi vivere da risorti, testimoniando il Risorto lungo le strade della vita, della nostra “Galilea”.
Noi, discepoli affannati per il correre, discepoli sempre in ritardo rispetto alla forza dirompente di Dio, dobbiamo accettare la sfida della fede; dobbiamo smetterla di cercare Cristo tra i morti, dobbiamo smettere di piangerci addosso e di lamentare un Dio assente: Gesù è risorto, è qui, al nostro fianco! Gioiamo, viviamo, cantiamo, preghiamo: soprattutto dimostriamo a tutto il mondo che Cristo è la nostra Pasqua! Amen.

 

martedì 24 marzo 2026

29 Marzo 2026 – DOMENICA DELLE PALME


Mt 26,14-27,66 (passim) 

In quel tempo, uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai capi dei sacerdoti e disse: «Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?». E quelli gli fissarono trenta monete d’argento. Da quel momento cercava l’occasione propizia per consegnarlo. […] Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi. Allora Gesù disse loro: «Questa notte per tutti voi sarò motivo di scandalo. Sta scritto infatti: Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge. Ma, dopo che sarò risorto, vi precederò in Galilea». Pietro gli disse: «Se tutti si scandalizzeranno di te, io non mi scandalizzerò mai». Gli disse Gesù: «In verità io ti dico: questa notte, prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte». […] Pietro gli rispose: «Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò». Lo stesso dissero tutti i discepoli. Allora Gesù andò con loro in un podere, chiamato Getsèmani, e disse ai discepoli: «Sedetevi qui, mentre io vado là a pregare». E, presi con sé Pietro e i due figli di Zebedeo, cominciò a provare tristezza e angoscia. E disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me». Andò un poco più avanti, cadde faccia a terra e pregava, dicendo: «Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!». Poi venne dai discepoli e li trovò addormentati. […] Allora tutti i discepoli lo abbandonarono e fuggirono. […] Gesù intanto comparve davanti al governatore, e il governatore lo interrogò dicendo: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Tu lo dici». E mentre i capi dei sacerdoti e gli anziani lo accusavano, non rispose nulla. Allora Pilato gli disse: «Non senti quante testimonianze portano contro di te?». Ma non gli rispose neanche una parola, tanto che il governatore rimase assai stupito. […] Ma i capi dei sacerdoti e gli anziani persuasero la folla a chiedere Barabba e a far morire Gesù. Allora il governatore domandò loro: «Di questi due, chi volete che io rimetta in libertà per voi?». Quelli risposero: «Barabba!». Chiese loro Pilato: «Ma allora, che farò di Gesù, chiamato Cristo?». Tutti risposero: «Sia crocifisso!». Ed egli disse: «Ma che male ha fatto?». Essi allora gridavano più forte: «Sia crocifisso!». Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto aumentava, prese dell’acqua e si lavò le mani davanti alla folla, dicendo: «Non sono responsabile di questo sangue. Pensateci voi!». […] Allora rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso. Allora i soldati del governatore condussero Gesù nel pretorio e gli radunarono attorno tutta la truppa. Lo spogliarono, gli fecero indossare un mantello scarlatto, intrecciarono una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero una canna nella mano destra. […] Dopo averlo deriso, lo spogliarono del mantello e gli rimisero le sue vesti, poi lo condussero via per crocifiggerlo. Mentre uscivano, incontrarono un uomo di Cirene, chiamato Simone, e lo costrinsero a portare la sua croce. Giunti al luogo detto Golgota, che significa «Luogo del cranio», gli diedero da bere vino mescolato con fiele. Egli lo assaggiò, ma non ne volle bere. Dopo averlo crocifisso, si divisero le sue vesti, tirandole a sorte. Poi, seduti, gli facevano la guardia. […] A mezzogiorno si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: «Elì, Elì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Costui chiama Elia». E subito uno di loro corse a prendere una spugna, la inzuppò di aceto, la fissò su una canna e gli dava da bere. Gli altri dicevano: «Lascia! Vediamo se viene Elia a salvarlo!». Ma Gesù di nuovo gridò a gran voce ed emise lo spirito. Ed ecco, il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo, la terra tremò, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi, che erano morti, risuscitarono. […] Il centurione, e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, alla vista del terremoto e di quello che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: «Davvero costui era Figlio di Dio!». 

Oggi la Chiesa ci ripropone il racconto della “Passione” di Gesù: una rievocazione che ci introduce nelle celebrazioni della Settimana Santa. Gesù è morto per noi. Una verità che ci coinvolge profondamente in tutta la sua importanza, mentre una domanda si impone alla nostra attenzione: il mondo di oggi è ancora interessato a questo evento di salvezza? Noi stessi che ci professiamo cristiani praticanti, ci rendiamo veramente conto della sua importanza? Diciamo di credere che Cristo è morto per redimerci dai peccati e portare l’amore tra gli uomini, ma noi, piuttosto che rimuovere la trave del peccato dai nostri occhi, evitando di commetterne altri, ci preoccupiamo di sottolineare la pagliuzza negli occhi altrui, criticando aspramente le loro debolezze. La società contemporanea dimostra purtroppo di essere completamente insensibile alla nostra redenzione operata da Cristo, a questo dono incalcolabile di Dio; non le interessa, lo ha rimosso dalla mente, dimostrando di non averne alcun bisogno. 
Cerchiamo allora almeno noi, in questi giorni, di meditare su queste verità: lasciamoci interrogare, scuotiamoci dal nostro torpore! Cerchiamo di meditare ogni singolo particolare del sacro racconto propostoci dal Vangelo, ravviviamo la nostra fede, liberiamola dalle torbide e opache patine del tempo, dell’indifferenza, dell’esteriorità, e fissiamo il nostro sguardo negli occhi del Nazareno, innalzato lassù su quel suo patibolo straziante!
Fermiamoci davanti a questa realtà inaudita, inimmaginabile: giorno dopo giorno, ripercorriamo spiritualmente le ultime ore della Sua vita terrena, celebriamone i sentimenti, rimaniamo in ascolto, meditiamo, stupiamoci: il Figlio di Dio si è immolato sull’altare dell’amore proprio per ciascuno di noi; ci ha dimostrato, con il suo sacrificio finale, che “amare” vuol dire “morire”! Una lezione che è la più bella e profonda che l’umanità abbia mai ricevuto: una lezione che, interiorizzata e valorizzata, ci induca a pentirci, a rabbrividire per la nostra ingratitudine!
Oggi dunque Gesù fa il suo ingresso trionfale a Gerusalemme. La gente applaude, agita in alto i rami strappati dalle palme e dagli ulivi, stende i propri mantelli al passaggio del Rabbì di Galilea. Breve gloria prima dell’ignominia, fragile osanna prima del delirio. Ma Gesù sa, sente, conosce molto bene ciò che sta per accadere.
Il giudizio dell’uomo è sempre troppo instabile, la sua fede è troppo vaga, troppo ondivaga è la sua volontà. Ma che importa? Gesù ora sorride, ascolta le lodi osannanti che la folla rivolge a lui, Messia impotente e mite, energico e tenero, affaticato ma deciso.
Non entra a Gerusalemme a cavallo di un puledro bianco, non ha soldati al suo fianco che lo proteggono, nessuna autorità lo riceve: entra in città cavalcando un ridicolo asinello, ricordando a noi, malati di protagonismo, che il potere è tale, solo se esercitato nel “servire”, perché la gloria degli uomini è solo inutile, breve, effimera.
Osanna, figlio di Davide, Osanna nostro incredibile Dio, nostro magnifico re.
Osanna dai tuoi figli poveri e illusi, feriti e mendicanti, Osanna re dei poveri, protettore dei falliti, Osanna!
Matteo descrive meticolosamente quei momenti, racconta le ultime ore della missione divina, racconta lo scontro titanico tra il Dio rifiutato e le tenebre incombenti sull’umanità che suggeriscono a Gesù di abbandonare, di lasciare l’uomo al suo destino (“Padre mio, se è possibile passi da me questo calice”).
Ma poi, tutto diventa miracolo. La morte stessa di Dio si tinge di inattesa profonda dolcezza.
Chiudiamo allora gli occhi, smettiamo di scorrere distratti la memoria, e meditiamo.
Sono molti i personaggi che affollano questo racconto e si muovono intorno a Gesù arrestato, processato e condannato. Ci siamo anche noi: ci riconosciamo un po’ in tutti i vari personaggi, e di certo non ne veniamo fuori bene. La cruda verità che emerge, ci coinvolge profondamente, ci costringe a sentire nell’anima il sapore acre e salato del pianto e del rimorso.
Ci sentiamo coinvolti prima di tutto come “credenti”. È vero: siamo purtroppo dei credenti non credenti; siamo dei credenti “tiepidi”, del “quando mi fa comodo”, del “quando ne ho bisogno”; ma non possiamo assolutamente considerare questa storia di passione e morte come una favola qualunque, una favoletta del “c’era una volta”, e del “vissero tutti felici e contenti”. Non è possibile. La passione di Cristo è una realtà drammatica che ci investe totalmente: nel cuore, nella mente, nella vita; oggi, domani, sempre, sia che lo vogliamo, o che non lo vogliamo; sia che ci sia o che non ci sia qualche Sua immagine a ricordarcelo: perché il Cristo in croce è da sempre e per sempre marchiato a sangue nel nostro cuore!
Siamo noi gli “apostoli”: quelli che Gesù chiama a preparare e vivere la sua ultima cena, per poi continuare a celebrarla anche quando lui non ci sarà più. Soltanto che ci dimentichiamo che è la cena dell’amore e della condivisione fraterna, e ci perdiamo nei personalismi, nel voler dimostrare il nostro “valore”, i nostri meriti, nella perversa ricerca di essere sempre i primi, i più grandi, i più bravi, quando invece Gesù ci ricorda che il vero potere sta nel servire, che la vera grandezza è di farci piccoli tra i piccoli, poveri tra i poveri.
Siamo noi “Simon Pietro”. Abbiamo come lui tanta voglia di credere e di rimanere fedele alle promesse fatte a Gesù: ma basta il cenno di una serva qualsiasi per farci soggiogare dalla paura. Basta un nulla, e ci dimentichiamo immediatamente che Gesù ha bisogno di noi. Ma incrociando il suo sguardo, sentiamo gli occhi riempirsi di lacrime amare, e il nostro viso, indurito dall’indifferenza, ammorbidirsi nell’emozione profonda del pianto e del suo perdono.
Siamo noi “Giuda Iscariota”: quante volte pure noi tradiamo Gesù con un bacio! Tradiamo la sua fiducia, tradiamo il suo amore di Padre; anche quando gli siamo più vicini con il corpo, nell’Eucaristia, il nostro cuore continua ad essergli lontano. Signore, c’è ancora possibilità di perdono per noi? 
Siamo tutti dei “Ponzio Pilato”. Anche se cerchiamo di liberare Gesù perché qualcosa ci dice che è innocente, ci lasciamo condizionare dal mondo. Siamo tante banderuole che si animano con il vento del momento. Non ascoltiamo la nostra coscienza (che è il luogo vero dell’incontro con Dio) ma ascoltiamo soltanto ciò che proviene dall’esterno, dalla gente, dal potere, dai pregiudizi.
Siamo anche noi uno della folla che grida “Crocifiggilo, crocifiggilo”. Gli stessi che qualche giorno prima lo seguivano per osannarlo, per chiedergli una guarigione o un miracolo. Quanto siamo veloci nel cambiare idea! Quanto facilmente ci lasciamo influenzare da chiunque, dalla mentalità comune, dai politicanti, dai tanti “si dice”. Nonostante ciò, Gesù sulla croce, invece di maledirci, dirà: “Padre, perdonali, perché non sanno quel che fanno!” 
Siamo tanti “Cireneo”: presi per caso e senza preavviso, capita anche a noi di aiutare Gesù a portare la sua croce che, per un piccolo tratto, diventa anche nostra. Questo ci deve servire per imparare ad essere sempre disponibili, ogni volta che qualche derelitto ha bisogno di un sostegno, anche momentaneo. È vero, non risolveremo i suoi problemi, ma almeno gli faremo sentire una vicinanza amica.
Siamo anche il “buon ladrone”, crocifisso accanto a Gesù. Sentiamo che Lui in quel patibolo ha sofferto per noi, e che anche noi dobbiamo condividere, almeno spiritualmente, questa sofferenza con Lui. In modo che quando verrà il giorno in cui il dolore e la caducità della carne piegherà ogni nostra illusione di immortalità, Gesù faccia sentire anche a noi quella stessa promessa, ci faccia sentire nel cuore e nella mente la Sua vicinanza e la Sua pace. Il dolore, anche quando è grande, non ci salva automaticamente: ma in quei momenti, tra le tue braccia del Padre, sentiremo il paradiso più vicino.
Noi tutti indistintamente abbiamo dunque di che meditare nell’ascolto della Passione di Cristo: perché ci tocca da vicino, ci fa pensare, ci coinvolge emotivamente.
Prepariamoci a vivere degnamente questa Pasqua: evitiamo di considerarla soltanto come una gradita occasione di evasione, di divertimento; accettiamo invece con entusiasmo l’invito di Gesù di accompagnarlo e di vivere con lui questi giorni cruciali e conclusivi della sua missione terrena, che lo vedranno sì morire, ma subito dopo gloriosamente risorgere.
Ed è proprio questo il messaggio importante che dobbiamo cogliere: che dopo ogni nostra sconfitta, dopo ogni prova della vita, dopo ogni “passione”, ci aspetta sempre la “risurrezione”. Ogni caduta, ogni crocifissione, deve coincidere sempre con una nuova rinascita, deve suscitare nuove prospettive, nuova consapevolezza, nuova determinazione nella nostra vita.
Dobbiamo farci carico delle nostre difficoltà, delle nostre sconfitte, delle nostre debolezze: perché rappresentano la nostra croce. Una croce che dobbiamo caricarci sulle spalle senza recriminazioni, senza ribellarci; dobbiamo invece abbracciarla, dobbiamo superare la sua drammaticità, e trasformarla in occasione di salvezza, di rinnovo, di purificazione, di amore per Cristo, con Cristo, in Cristo.
Perché solo così capiremo cosa significa essere accolti e amati da Dio come figli.
Approfittiamo dunque di questi giorni per meditare veramente con maggior compostezza interiore queste realtà: non rendiamo inutile il nostro vivere, smettiamo di dare ascolto a ciarlatani mediatici affamati di ricchezze, di superiorità, di egocentrismo, gente senza valori, senza riferimenti spirituali, senza principi morali. Non soffochiamo la fede, coltivando nel nostro cuore sogni di terra, narcotizzanti, asfittici, privi di speranza. Guardiamo con fiducia a Lui e capiremo che è Lui l’unica strada da percorrere, poiché è l’unico in grado di cambiare il mondo.
Se meditiamo con fede la sua passione, se lo guardiamo inchiodato sulla croce, non possiamo che rimanere allibiti, costernati, ammutoliti di fronte allo spettacolo di un Dio talmente innamorato di noi, da accettare una morte straziante. Pensiamoci! La settimana che si apre davanti a noi è “santa”: possa veramente farci diventare un po’ più santi, per poter vivere con maggior intensità, riconoscenza e amore una Pasqua altrettanto santa e speciale, immersi nella gioia e nello splendore del Cristo risorto. Amen.

  

martedì 17 marzo 2026

22 Marzo 2026 – V DOMENICA DI QUARESIMA


Gv 11,1-45 
In quel tempo, le sorelle di Lazzaro mandarono a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». All'udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Marta, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell'ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo». Gesù si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?». Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l'ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberatelo e lasciatelo andare». Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.

Con il vangelo di questa domenica termina la parentesi di quel trittico “battesimale”, che la liturgia ha tratto dal vangelo di Giovanni, nel quale Gesù si dichiara rispettivamente “Acqua” (sorgente di acqua viva), “Luce” (luce del mondo), “Vita” (risurrezione e vita): tre brani impegnativi, non tanto per la loro lunghezza (sono i più lunghi in assoluto, dopo il racconto della Passione) ma per i contenuti particolarmente indicati per le catechesi dei battezzandi nella notte di Pasqua. 
Anche il testo di oggi, che descrive la morte e il ritorno in vita dell’amico di Gesù, Lazzaro di Betania, eccelle puntualmente nei particolari, nella loro minuziosa descrizione, nell’esame psicologico dei protagonisti: un tema, quello della morte, soprattutto se improvvisa, che ci destabilizza, produce dolore, crea un vuoto incolmabile, perché sembra spegnere ogni occasione per ulteriori felicità. Emozioni che, in questa occasione, hanno coinvolto profondamente lo stesso Gesù, provocandone il pianto.
Ma Gesù è Vita, è colui che dà Vita, quella Vita che è ben più forte della morte. Per Lui “chi vive e ama, anche se muore, non muore”, la morte è un semplice sonno, tant’è che è stato sufficiente chiamare per nome l’amico, per svegliarlo dal suo torpore e riportarlo in vita.
Lazzaro non ha fatto nulla per meritare questo privilegio: l’unico suo merito è la profonda amicizia che lo lega a Gesù. La sua morte e il suo risveglio rappresentano quindi per Gesù, fedele esecutore della volontà del Padre, una ulteriore occasione per rendergli gloria, e dimostrare a tutti che egli, suo Figlio, è veramente degno di fede.
Se leggiamo dunque i vari particolari del racconto, e li adattiamo alle nostre necessità, possiamo trarre altre utili considerazioni per la nostra vita cristiana.
Così, per esempio, la morte di Lazzaro, ci suggerisce l’immagine di un’altra morte, decisamente meno appariscente, meno percepibile, meno rilevabile esteriormente ma, per noi cristiani, altrettanto, e forse più traumatica di quella fisica: è la morte tragica dell’anima, causata dal peccato, che ci blocca, ci allontana drasticamente da Lui, dal suo amore, vanificando in noi ogni slancio di vita spirituale, ossia di quella continua “tensione” verso l’alto che, scavalcando l’ostacolo della nostra materialità, ci proietta nell’amore di Dio.
E non solo: perché quando rientriamo in noi stessi, quando realizziamo di aver tradito, come Giuda, l’unica persona che meritava la nostra totale fiducia, piuttosto di buttarci ai suoi piedi, “pentendoci amaramente” come fece Pietro, ci ergiamo addirittura a giudici, rinfacciandogli risentiti, con la stessa prosopopea delle sorelle Marta e Maria: “se tu fossi stato qui con me, la mia anima non sarebbe morta!”: con quanta presunzione, con quanta insolenza aggrediamo Dio nostro Padre, accusandolo di averci abbandonato, di non averci soccorso! A quale idiozia, a quale stoltezza ci spinge la nostra ingratitudine! Come è possibile arrivare a tanta sfrontatezza, pensando di addebitare a Gesù il nostro personale rifiuto agli insegnamenti del suo Vangelo, ai suoi continui inviti ad amare il Padre? E ciò nonostante sappiamo perfettamente che Lui non c’entra assolutamente nulla, perché Lui non abbandona mai nessuno; anzi, è proprio nei momenti di maggior bisogno, che Lui ci sta particolarmente accanto per aiutarci, per sorreggerci, per consolarci, per suggerirci strade alternative. Purtroppo però, siamo noi, e solo noi, che al contrario, calamitati dalle voci fasulle del mondo, rifiutiamo di ascoltare la sua Voce, rendendoci unici responsabili della nostra morte spirituale. Pensare infatti che la costante presenza di Dio basti a risolvere da sola ogni nostra difficoltà, che Dio ponga automaticamente rimedio ad ogni nostra debolezza, ad ogni nostra intemperanza, è autentica follia.
Ecco allora un ulteriore particolare da approfondire: che cioè siamo noi gli unici responsabili nella gestione della nostra libertà; siamo noi che prima di qualunque stolta iniziativa, dobbiamo chiederci sinceramente, come fece Gesù con Marta: “Credis hoc? Ma tu credi veramente in Dio, alle sue Parole, al suo Vangelo?”. Detto altrimenti: come siamo messi noi con la fede? Siamo sinceramente convinti di quanto Gesù ha fatto, di quanto ci ha insegnato? Perché voler seguire i suoi passi, senza una fede vera, umile, autentica, convinta, è semplicemente impossibile, è solo stolta presunzione, inutile personalismo.
Altro interessante argomento offertoci da questo vangelo, oltre alla morte spirituale, e della nostra esclusiva responsabilità nel cadere in essa, è quello della risurrezione finale. Un tema strettamente collegato al precedente, perché qualunque morte, non consiste mai in una situazione conclusiva, definitiva, stabile, irrisolutiva: ce lo dice Gesù, ce lo documenta oggi il Vangelo, ce lo ripete infine la Chiesa, quando, nella Pasqua di Cristo, canta con fede: “Morte e Vita si sono affrontate in un prodigioso duello: ma il “Dux vitae mortuus, regnat vivus!”. Il Signore della vita che era morto, ora, vivo, trionfa.”
La morte, che tanto temiamo, in realtà, non rappresenta altro che quel passaggio obbligato che ci permette di entrare in un’altra vita, in una vita vera, diversa, intramontabile, una vita eterna. La vita presente è provvisoria, temporanea, è solo quel tratto di strada che dobbiamo necessariamente percorrere, anche se tra mille difficoltà, mille pericoli e sofferenze, per arrivare al traguardo finale. 
Ecco perché non dobbiamo guardare alla morte, nella sua tragicità, come all’unico motivo della nostra angoscia, del nostro pianto, delle nostre preoccupazioni, della nostra commozione. Gesù stesso non si è commosso soltanto di fronte alla morte di un amico. Si è commosso anche per le folle che non avevano da mangiare: ed ha moltiplicato i pani ed i pesci. Si è commosso di fronte ai lebbrosi, ai paralitici, ai ciechi, ai sordi, agli zoppi, agli indemoniati: e li ha guariti. Si è commosso davanti alla donna adultera che stava per essere lapidata: e l’ha salvata.
È questa la nota conclusiva, veramente consolante, che possiamo trarre dal vangelo di oggi: nel riproporci con Lazzaro una situazione di morte, esso ci proietta immediatamente in quella visione finale che è ancora Vita: è un inno alla Vita, quella vita che si specchia in Dio, che è più forte di tutto, che vuole esprimersi, che vuole espandersi, che non si dà mai per vinta. Quando tutto sembra finito, quella vita si riaccende; quando tutto sembra esaurito o morto, quella vita è in grado di rinascere, di sbocciare nel modo più incredibile e inaspettato.
Ecco perché a tutti i “Lazzari” di oggi, a tutti coloro che giacciono nel sepolcro della violenza, dell’odio, dell’egoismo, del peccato, Gesù ordina: “Uscite fuori”. In altre parole: “Non vi rinchiudete in voi stessi, nelle vostre insicurezze, nei vostri fallimenti: non vi isolate nei sepolcri del male, perché laggiù la vostra anima finirà per marcire, per sprofondare nel nulla. Liberatevi da tali catene, uscite fuori”. Abbiate il coraggio di opporvi coraggiosamente a quell’apatia spirituale, a quel torpore invalidante, che porta inesorabilmente alla morte. Uscite fuori, state vicini a me, seguitemi, perché con me avrete sempre la vera Vita, perché Io solo sono la Vita!”. 
Dio insomma vuole a tutti i costi che anche noi, come la terra primordiale, emergiamo dalle grandi acque del male, dal caos di un mondo sempre più lontano da Lui, sempre più ingrato e infedele, perché il compito che Lui ci ha assegnato, è di irradiare il calore del suo amore su questa umanità, già troppo fredda, incredula, indifferente.
Allora, di fronte a tanto amore, a tanta sollecitudine per noi, “risorgiamo” veramente, usciamo dal nostro sepolcro di morte, dal buio della nostra notte di peccato: se abbiamo sbagliato, riconosciamolo francamente, umilmente, e modifichiamo la nostra vita, i nostri atteggiamenti; se abbiamo qualcosa di nascosto da rivelare, facciamolo senza paura, senza sentirci distrutti dalla vergogna, ma confortati dalla fiducia di essere figli profondamente amati.
Essere credenti, essere fedeli, amare Dio, non significa essere perfetti, sempre in regola, non sbagliare mai; non significa essere sempre irreprensibili, senza ombre di morte nei nostri cuori. Essere veri cristiani significa, al contrario, riconoscersi umilmente persone deboli, bisognose dell’aiuto e dell’amore di Dio; significa accorgersi quando sbagliamo, quando operiamo scelte che non portano Vita, ma solo morte; significa rimanere sempre guardinghi, pronti a lottare contro ogni tentazione del maligno. Essere veri cristiani significa insomma “uscire” da qualunque costrizione mortale: perché anche se siamo “legati mani e piedi e con le bende davanti agli occhi”, dobbiamo trovare la forza per liberarci e raggiungere la Vita. Perché “venirne fuori”, significa amare sul serio, significa poter un giorno vivere, finalmente, con Gesù e come Gesù, nell’amore immenso ed eterno del Padre! Amen.


 

mercoledì 11 marzo 2026

15 Marzo 2026 – IV DOMENICA DI QUARESIMA


Gv 9,1-41 
In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». 
Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi e mi ha detto: “Va’ a Sìloe e làvati!”. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo so». Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo il figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età: chiedetelo a lui!». Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane».

Un vangelo magistrale, quello di oggi: un vangelo di Giovanni che, con la figura di Gesù, pone in primo piano molti personaggi: i discepoli, i farisei, i genitori del cieco, gli amici che lo conoscevano; un vangelo di luce e di tenebre, di chi vede e di chi non vede perché non vuol vedere; un vangelo in cui Giovanni si diverte a dipingere, con grande ricchezza di particolari, l’ottusità dei farisei e soprattutto la loro disonestà mentale.
Tutto ruota intorno alla simpatica figura del mendicante, cieco dalla nascita: un tipo tosto, che con la sua logica disarmante tiene testa ai capi del popolo, ai farisei, i sapientoni interpreti ufficiali della legge di Mosè. Tutti i protagonisti sono molto attenti, si interessano di ogni cosa, di ogni particolare, tutti vogliono dire la loro sull’accaduto; ma nessuno, tranne Gesù, si preoccupa dell’uomo, delle sue difficoltà, della sua vita, dei suoi problemi, delle sue esigenze: a nessuno insomma interessa la persona del cieco: tutti lo guardano da sempre, ma nessuno lo “vede”, nessuno si accorge di lui, preoccupati come sono nel difendere le proprie vedute, le proprie convinzioni, i propri pregiudizi.
Prendiamo per esempio i discepoli. La loro immediata preoccupazione è: “Chi ha peccato? Lui o i suoi genitori”. La mentalità ebraica di allora era infatti: “Se uno è malato, vuol dire che lui o qualche suo antenato ha peccato”. Quindi per loro il vero problema è: “Chi è il colpevole? Chi ha sbagliato? Chi è il responsabile?”. In pratica sono quelli che in ogni vicenda vogliono individuare il colpevole, la causa, il responsabile; è un modo per sentirsi liberi, per non farsi coinvolgere, per non essere costretti ad intervenire personalmente: “È colpa sua o della sua famiglia; noi non c’entriamo, non ci interessa, non possiamo fargli nulla”.
Così pure gli amici, i conoscenti, del cieco guarito. Alcuni dicono: “Sì, è lui, è quello di prima”; altri, “no”; altri ancora, “gli assomiglia”. Per la loro mentalità uno non può cambiare: è così e rimarrà per sempre così. Sono quelli, cioè, che etichettano le persone una volta per tutte, che pretendono di sapere tutto: di sapere in anticipo ciò che uno pensa, cosa dirà, come si comporterà.
Ci sono poi i genitori: povera gente, non abituata a trattare con le autorità: a quel tempo i capi della sinagoga incutevano un vero terrore; una loro scomunica equivaleva alla morte sociale. Essi hanno paura, cercano di non compromettersi, di non sbilanciarsi: “Ha l’età, parlerà lui di sé stesso”. In altre parole: “Si arrangi, è grande abbastanza, chiedetelo a lui; noi non vogliamo problemi, abbiamo paura di quello che decideranno le autorità!”. Insomma, si tirano indietro, non vogliono esporsi.
Poi ancora ci sono i farisei: personaggi semplicemente ridicoli, che qui toccano l’apice della stupidità. Di fronte all’evidenza negano: “Non può essere come dice lui; noi conosciamo la verità; noi siamo figli di Mosè: quell'uomo, che di sabato ha sputato per terra e impastato la saliva con la polvere, andando contro la legge, è un peccatore; non può essere un profeta che opera per conto di Dio; pretende per caso di saperne più di noi?”. Si barricano dietro alla legge, alle regole; hanno paura di ammettere che i fatti possono essere decisamente diversi da come essi li vedono e li predicano. Ciò che li terrorizza, in fondo, è soprattutto la prospettiva di doversi ricredere, di doversi scusare, di cambiare il loro atteggiamento sia mentale che emotivo. Quanta gente c’è anche oggi, che per principio nega ogni evidenza: è sufficiente che la verità si discosti anche solo minimamente dalle loro convinzioni, per non ammetterla, per non volerla accettare, per combatterla, per travisarla. Pur di risultare credibili, calpestano le più elementari regole della logica, vivono fossilizzati nei loro pregiudizi, nelle loro rabbie, nelle loro paure. Qualunque pacato scambio di opinioni, con loro è impossibile.
Infine, per fortuna, c'è Gesù. Egli è un uomo libero, non è tenuto a giustificare le sue azioni di fronte a nessuno. Libero a tal punto, che arriverà perfino ad accettare di venir deriso, rifiutato, umiliato, percosso, pur di difendere la Verità, essenza della sua stessa natura divina.
Ecco perché Gesù vuole che la nostra libertà sia come la sua: perché solo imitandolo potremo anche noi interessarci sinceramente dei nostri fratelli, riservando loro tutta la nostra attenzione, la nostra carità, la più completa disponibilità, in modo che si sentano veramente fratelli stimati, amati, spinti a diventare buoni discepoli.
Egli conclude infine il suo discorso con una espressione molto severa, risolutiva, una specie di sentenza definitiva, che deve farci riflettere seriamente: “Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; siccome però voi dite: Noi ci vediamo, il vostro peccato rimane”.
La frase ovviamente si riferisce qui al comportamento dei soliti farisei, puntuali oppositori e critici tenaci di qualunque iniziativa di Gesù. Ma sono anche parole che acquistano valore significativo non solo per noi cristiani, ma per l’intera umanità. Cosa vuol dirci dunque Gesù: che la prima condizione per evitare di cadere nel peccato, rimanendo schiavi dello stesso, è di riconoscere umilmente e sinceramente di essere peccatori: perché solo se ci riconosciamo tali, di essere cioè creature deboli, spiritualmente “cieche”, Dio userà misericordia nei nostri confronti, perdonando e cancellando il nostro peccato. Se al contrario, siamo convinti di “veder bene”, di essere cioè perfetti, giusti, irreprensibili, veniamo in qualche modo pietrificati, paralizzati dall’orgoglio, insensibili a qualunque illuminazione divina: per cui il nostro peccato, reso ancor più grave dall’ostinato rifiuto dell’aiuto di Dio, rimane in noi, non viene perdonato. Detto in altre parole: solo chi si riconosce peccatore può accedere alla misericordia di Dio; chi invece si ritiene superiore, impeccabile, chi si propone come esempio di virtù, chi millanta una inesistente amicizia con Dio, chi insomma, nella sua orgogliosa stoltezza, è convinto di non avere alcun bisogno di perdono, di mettersi umilmente in discussione davanti a Dio, continuerà a vivere nel peccato, lontano dalla misericordia e dall’amore di Dio. E questa, vi assicuro, è una gran brutta situazione!
In pratica, quindi, quando incontriamo espressioni come “avere gli occhi aperti”, “guardare attentamente”, “vedere la luce”, dobbiamo sapere che si riferiscono ad un unico presupposto: “la nostra conversione”; vogliono dire cioè che dobbiamo trasformarci, diventando “figli della luce”, ossia persone che “vedono” bene se la strada che stanno percorrendo, conduce realmente a Dio; figli che, non si fossilizzano sulle loro cadute, normalizzando la loro vita sui loro fallimenti, ma consapevoli della loro fragilità, si rialzano umilmente pentiti dalle loro miserie e perdonati da Dio, riprendono il loro cammino.
Queste parole di Gesù introducono inoltre un’altra considerazione, altrettanto impegnativa, nel senso che ci chiedono formalmente: “Tu che mi chiedi di “vedere”, che vuoi essere illuminato, sei poi disposto ad accettare e a seguire ciò che vedrai”? In altre parole: “Tu che vuoi conoscermi, e amarmi, sei veramente disponibile a seguirmi, a vivere nella mia imitazione? Sei disposto cioè a cambiare la falsa idea che ti sei fatto di Dio, di me, della mia Chiesa? Sei disposto a rinunciare completamente alle tue idee, alle tue false convinzioni, alla tua fede personalizzata, al tuo egoismo, al tuo orgoglio, alla tua sete di onnipotenza? Perché sappilo: seguire i miei passi non significa “traguardo, riposo, sicurezza”, ma al contrario “cammino, fatica, pericolo”. Solo così potremo vivere in costante “collegamento” con Dio; solo così, illuminati dal flusso luminoso della sua Luce divina, potremo sperimentare la gioia infinita dell’aver superato indenni l’oscurità del nostro percorso terreno, e ammirare finalmente, da figlio perdonato perché amato, il volto del Padre “così come Egli è”. E ciò diventerà per noi, Vita eternamente felice. Amen.

 

lunedì 2 marzo 2026

08 Marzo 2026 – III DOMENICA DI QUARESIMA


Gv 4,5-42 
In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samaria chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?». Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua» [….]. Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te».

È l’evangelista Giovanni, scelto dalla liturgia in sostituzione di Matteo, che ci descrive in maniera stupenda l’incontro e il colloquio di Gesù con una donna samaritana, avvenuto presso il pozzo di Sichem. 
I particolari sono noti: Siamo nel periodo dell’anno che precede la mietitura, quindi già in estate avanzata. Gesù, stanco per il lungo camminare, si ferma a riposare ai bordi dell’antico pozzo, costruito da Giacobbe nel suo terreno, situato in prossimità di Sicar, ai confini con la città di Sichem.
Gesù è solo, poiché i suoi discepoli sono andati a cercare qualcosa per il pranzo; il caldo è insopportabile, ha una gran sete, ma il pozzo, troppo profondo, gli impedisce di attingere acqua senza un adeguato recipiente. Improvvisamente, caso veramente fortunato data l’ora, si presenta una donna che ha con sé una brocca: una donna piuttosto singolare, se ha scelto di andare al pozzo nell’ora meno indicata, sotto il solleone; una donna che lo fa sicuramente per evitare incontri imbarazzanti o per sottrarsi all’ascolto delle maldicenze sussurrate dalle altre donne nei suoi confronti. La sua reputazione, per motivi sentimentali, è in realtà molto compromessa: è una donna leggera, una “poco di buono”, giudicata e condannata dai benpensanti di allora. Per questo il giudizio su di lei è molto pesante, come molto pesante e arido è il suo cuore, per essersi dissetata fino ad allora soltanto con acqua “inquinata”.
Ed è lì, al pozzo, che incrocia quell’ebreo stanco e assetato, che attacca bottone, e le chiede da bere. Lei è guardinga: è stufa di farsi sedurre, è stufa di essere illusa, e pensa subito che quel tale che le chiede da bere, voglia corteggiarla. Non sa ancora che quell’incontro è unico, irripetibile, determinante, profondo e miracoloso proprio per entrambi: si, perché Gesù riaccende in lei quella fede che ormai era completamente spenta: e lei incontra l’Amore: quell’Amore vero, totale, coinvolgente, quell’Amore che, fatto persona, tutti aspettavano da secoli.
Un incontro, quello tra i due, che sconvolge ogni regola, va contro il buon senso, è contrario ad ogni norma religiosa. Gesù, il maestro, scavalca impassibile tutte le barriere di quel tempo: la barriera del sesso (un rabbino, un maestro, non doveva mai rivolgere la parola ad una donna fuori di casa, fosse pure la moglie!); la barriera della razza (i samaritani erano considerati dei bastardi, nemici tradizionali degli israeliti in quanto erano una mescolanza con gli assiri); la barriera della nazionalità (i samaritani erano considerati forestieri); la barriera della religione (erano considerati scismatici e impuri); la barriera del buon comportamento (parlare al pozzo ad una donna era corteggiarla, farle delle avances, “provarci” insomma, e la cosa sarebbe andata sulla bocca di tutti; gli stessi discepoli ne rimangono scandalizzati!).
A Gesù tutto questo non interessa, egli rompe ogni schema e le parla. Egli è un uomo al di sopra di qualunque pregiudizio, ed è per questo che nella sua vita ha sempre fatto incontri meravigliosi. Gesù non si ferma a ciò che si dice in giro; è completamente indifferente a ciò che gli uni pensano e dicono degli altri. Gesù non dice: “Questo è ricco, questa è una donna di malaffare, questo è un ladro, questo non è permesso dalla legge, questi sono pagani, eretici, peccatori”, e via dicendo! Gesù è al di fuori di ogni schema umano: per questo risulta scomodo e fastidioso a tutte quelle persone che sono piene solo di regole, persone ottuse, con una mentalità bacchettona e ristretta.
Il dialogo che Gesù intavola con la Samaritana è dunque un capolavoro di finezza psicologica e di delicatezza divina.
Allo straniero che gli chiede umilmente un po' d’acqua da bere, la Samaritana inizialmente risponde in maniera sgarbata, quasi indisponente: “Come mai un Giudeo si abbassa a chiedere da bere a me che sono samaritana?”; una risposta che a Gesù è comunque sufficiente per portare il discorso là dove vuole: far nascere in lei la sete per “un’altra acqua”, quella soprannaturale: tant’è che egli dimentica immediatamente la sua “arsura”, e rivolge tutta la sua attenzione su di lei: sulla sua persona complicata, sul suo credo, sul suo cuore.
E
bbene, quella samaritana ci rappresenta: siamo tutti noi, con i nostri problemi, le nostre mentalità, le nostre debolezze. Succede sempre così: se da un lato il Signore ci chiede qualche piccola cosa, dall’altro è sempre pronto ad offrirci il massimo. Così per la samaritana: in apparenza molto disinvolta e sicura di sé, ma in realtà, nell’intimo, molto angosciata e insoddisfatta, assetata di novità: anche noi siamo sullo stesso piano, sentiamo che qualcosa ci manca, qualcosa di veramente importante; percepiamo anche noi quella sete, quel bisogno profondo di amore, di luce, di pace, di un segno soprannaturale che tranquillizzi la nostra esistenza.
È una sete profonda, misteriosa, che rischiamo di sottovalutare o, peggio, di saziare con quell’acqua “salata”, inquinata. Lei ne sa qualcosa. E anche noi lo sappiamo. Perché entrambi siamo fragili, entrambi siamo tormentati dalla sete di quell’Amore divino che ci ha donato la vita.
Anche Gesù, assetato e arso d’amore per noi, aspetta trepidante che lo raggiungiamo: l’ha fatto una prima volta al fonte battesimale: ora, continua pazientemente a farlo, alle sorgenti d’Acqua viva dei suoi sacramenti: desidera ardentemente un nostro incontro, non per giudicarci, ma per dissetarci, per insegnarci a credere e ad amare; è stanco di aspettare, è stanco di rincorrere le pecore infedeli, che insistono a dissetarsi in pozzanghere di acqua putrida, ignorando volutamente le zampillanti e fresche sorgenti che sgorgano dal suo cuore.
“Se vuoi essere dissetata - fa capire Gesù alla donna - devi essere onesta con te stessa. Dio non ti giudica, Dio non ti condanna; gli altri sì, sempre, sistematicamente, tutti: anche quelli che si dicono uomini di Dio: più si sentono di chiesa, peggio ti giudicano; no, stai serena: con me non hai nessun esame da superare, devi solo renderti conto dei tuoi limiti, nella preghiera”.
La donna però svicola, non capisce e la butta sul religioso: “Ma Dio, non va pregato nel suo tempio a Gerusalemme, o qui in Samaria sul Garizim?”. Domanda pretestuosa, fatta per prendere tempo: lei sa perfettamente che, come pubblica peccatrice, non può entrare in alcun Tempio, né in quello di Gerusalemme, né tantomeno in quello dei Samaritani, all’epoca già distrutto. Anche la religione esteriore ha le proprie regole: e lei ne è decisamente fuori. Invece, “No”, dice Gesù: “il tuo cuore è già un tempio; al suo interno, la tua verità, il tuo spirito, la tua sincerità, i tuoi propositi, ti permettono di entrare già nella gloria. Tu stessa sei un tempio e lì puoi incontrare Dio”.
La donna tace. Mai nessuno le aveva detto di essere un tempio, di essere amata. Mai nessuno l’aveva amata: il mondo era diviso in chi l’aveva usata e in chi l’aveva condannata. Nessuno, mai, le aveva detto di essere comunque amata senza condizioni. E ora beve, la samaritana: beve avidamente, come se non avesse mai provato il gusto dell’acqua, come sei mai avesse assaggiato l’acqua fresca di sorgente. Beve, e sente dentro di sé una forza impetuosa, sente il suo cuore, costretto e inaridito dal dolore, spalancarsi con l’impeto di un fiume in piena, sente la roccia del suo cuore frantumarsi in un Amore nuovo, sconosciuto, senza limiti, un Amore che la travolge. E corre. Abbandona la brocca (che le importa, ora?), corre dai suoi vicini, dai suoi concittadini e grida: è arrivato il Messia! Improvvisamente la peccatrice diventa discepola, la donnaccia si trasforma in missionaria. La sua fragilità, i suoi limiti umani, diventano il trono della gloria di Dio; la sua vita disordinata, di peccatrice, l’epifania del volto di Dio.
Scriveva il filosofo Søren Kierkegaard che ogni uomo, ogni donna, si porta nel cuore “un crepaccio assetato di Infinito”. È il bisogno di Dio; è la sete della sua Parola, del suo Amore inesauribile, quella sete congenita che ogni uomo si porta inconsciamente nel cuore, e che in certi momenti della vita, credente o non credente, emerge imperiosa per essere finalmente saziata. L’uomo però, creatura purtroppo inaffidabile, preferisce vagabondare da un pozzo all’altro, illudendosi di saziare questa sua sete con cento, mille sorsi di un’acqua torbida e imbevibile: solo che così facendo la sete aumenta: la sua ricerca spasmodica di felicità, di bellezza, di consensi umani, diventa una corsa ossessiva, disperante e disperata: la vita si riduce ad un convulso correre, comprare, consumare, fare esperienze sempre nuove, provare emozioni sempre più forti, guadagnare sempre di più, godere più che si può, salvo poi ottenere soltanto una crescente delusione, una nausea costante, un crollo rovinoso nel baratro della notte, della depressione, della disperazione: è il “deserto” che l’umanità moderna sta oggi attraversando: e, divorata dalla sete, senza alcuna prospettiva risolutoria, chiede arrogantemente a Dio, come gli Ebrei a Mosè: “Dacci da bere! Stiamo morendo di sete...”.
Ebbene: è lo stesso grido accorato che oggi il mondo rivolge alla Chiesa di Cristo: “Dacci da bere!”. Un grido che, volenti o nolenti, raggiunge e interpella anche noi, popolo di Dio: e noi cosa possiamo offrire in termini di salvezza alle vitali attese dell’uomo contemporaneo? Che ne abbiamo fatto della grazia rigenerante del nostro Battesimo? Come possiamo continuare a sperperare stupidamente quel patrimonio di acqua viva che continuamente ci viene donata nei Sacramenti? Che fine ha fatto quell’acqua viva che dovremmo porgere ai nostri fratelli assetati? Dove sono i nostri pozzi, le nostre sorgenti, le nostre riserve di cristiani? Quella che ci viene rivolta è una tremenda richiesta di aiuto: perché è anche una nostra precisa responsabilità, se abbiamo permesso che i canali di trasmissione della Grazia divina nei cuori dei nostri fratelli, si ostruissero miseramente!
Certo, è inquietante pensare che Dio raccolga per strada degli emarginati come la samaritana, o degli sprovveduti nullafacenti come noi, per innalzarli alla dignità di amministratori della grazia di Dio! È inquietante, ma ciò deve entusiasmarci, deve darci quella spinta, quello slancio necessario per ricollegarci alla Sorgente divina, e trasformarci in canali, in torrenti, in fiumi impetuosi di Grazia e di Amore; di quell’Acqua Viva, cioè, che è l’unica in grado di mitigare la sete ardente e implacabile del mondo intero. Amen.