lunedì 2 marzo 2026

08 Marzo 2026 – III DOMENICA DI QUARESIMA


Gv 4,5-42 
In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samaria chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?». Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua» [….]. Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te».

È l’evangelista Giovanni, scelto dalla liturgia in sostituzione di Matteo, che ci descrive in maniera stupenda l’incontro e il colloquio di Gesù con una donna samaritana, avvenuto presso il pozzo di Sichem. 
I particolari sono noti: Siamo nel periodo dell’anno che precede la mietitura, quindi già in estate avanzata. Gesù, stanco per il lungo camminare, si ferma a riposare ai bordi dell’antico pozzo, costruito da Giacobbe nel suo terreno, situato in prossimità di Sicar, ai confini con la città di Sichem.
Gesù è solo, poiché i suoi discepoli sono andati a cercare qualcosa per il pranzo; il caldo è insopportabile, ha una gran sete, ma il pozzo, troppo profondo, gli impedisce di attingere acqua senza un adeguato recipiente. Improvvisamente, caso veramente fortunato data l’ora, si presenta una donna che ha con sé una brocca: una donna piuttosto singolare, se ha scelto di andare al pozzo nell’ora meno indicata, sotto il solleone; una donna che lo fa sicuramente per evitare incontri imbarazzanti o per sottrarsi all’ascolto delle maldicenze sussurrate dalle altre donne nei suoi confronti. La sua reputazione, per motivi sentimentali, è in realtà molto compromessa: è una donna leggera, una “poco di buono”, giudicata e condannata dai benpensanti di allora. Per questo il giudizio su di lei è molto pesante, come molto pesante e arido è il suo cuore, per essersi dissetata fino ad allora soltanto con acqua “inquinata”.
Ed è lì, al pozzo, che incrocia quell’ebreo stanco e assetato, che attacca bottone, e le chiede da bere. Lei è guardinga: è stufa di farsi sedurre, è stufa di essere illusa, e pensa subito che quel tale che le chiede da bere, voglia corteggiarla. Non sa ancora che quell’incontro è unico, irripetibile, determinante, profondo e miracoloso proprio per entrambi: si, perché Gesù riaccende in lei quella fede che ormai era completamente spenta: e lei incontra l’Amore: quell’Amore vero, totale, coinvolgente, quell’Amore che, fatto persona, tutti aspettavano da secoli.
Un incontro, quello tra i due, che sconvolge ogni regola, va contro il buon senso, è contrario ad ogni norma religiosa. Gesù, il maestro, scavalca impassibile tutte le barriere di quel tempo: la barriera del sesso (un rabbino, un maestro, non doveva mai rivolgere la parola ad una donna fuori di casa, fosse pure la moglie!); la barriera della razza (i samaritani erano considerati dei bastardi, nemici tradizionali degli israeliti in quanto erano una mescolanza con gli assiri); la barriera della nazionalità (i samaritani erano considerati forestieri); la barriera della religione (erano considerati scismatici e impuri); la barriera del buon comportamento (parlare al pozzo ad una donna era corteggiarla, farle delle avances, “provarci” insomma, e la cosa sarebbe andata sulla bocca di tutti; gli stessi discepoli ne rimangono scandalizzati!).
A Gesù tutto questo non interessa, egli rompe ogni schema e le parla. Egli è un uomo al di sopra di qualunque pregiudizio, ed è per questo che nella sua vita ha sempre fatto incontri meravigliosi. Gesù non si ferma a ciò che si dice in giro; è completamente indifferente a ciò che gli uni pensano e dicono degli altri. Gesù non dice: “Questo è ricco, questa è una donna di malaffare, questo è un ladro, questo non è permesso dalla legge, questi sono pagani, eretici, peccatori”, e via dicendo! Gesù è al di fuori di ogni schema umano: per questo risulta scomodo e fastidioso a tutte quelle persone che sono piene solo di regole, persone ottuse, con una mentalità bacchettona e ristretta.
Il dialogo che Gesù intavola con la Samaritana è dunque un capolavoro di finezza psicologica e di delicatezza divina.
Allo straniero che gli chiede umilmente un po' d’acqua da bere, la Samaritana inizialmente risponde in maniera sgarbata, quasi indisponente: “Come mai un Giudeo si abbassa a chiedere da bere a me che sono samaritana?”; una risposta che a Gesù è comunque sufficiente per portare il discorso là dove vuole: far nascere in lei la sete per “un’altra acqua”, quella soprannaturale: tant’è che egli dimentica immediatamente la sua “arsura”, e rivolge tutta la sua attenzione su di lei: sulla sua persona complicata, sul suo credo, sul suo cuore.
E
bbene, quella samaritana ci rappresenta: siamo tutti noi, con i nostri problemi, le nostre mentalità, le nostre debolezze. Succede sempre così: se da un lato il Signore ci chiede qualche piccola cosa, dall’altro è sempre pronto ad offrirci il massimo. Così per la samaritana: in apparenza molto disinvolta e sicura di sé, ma in realtà, nell’intimo, molto angosciata e insoddisfatta, assetata di novità: anche noi siamo sullo stesso piano, sentiamo che qualcosa ci manca, qualcosa di veramente importante; percepiamo anche noi quella sete, quel bisogno profondo di amore, di luce, di pace, di un segno soprannaturale che tranquillizzi la nostra esistenza.
È una sete profonda, misteriosa, che rischiamo di sottovalutare o, peggio, di saziare con quell’acqua “salata”, inquinata. Lei ne sa qualcosa. E anche noi lo sappiamo. Perché entrambi siamo fragili, entrambi siamo tormentati dalla sete di quell’Amore divino che ci ha donato la vita.
Anche Gesù, assetato e arso d’amore per noi, aspetta trepidante che lo raggiungiamo: l’ha fatto una prima volta al fonte battesimale: ora, continua pazientemente a farlo, alle sorgenti d’Acqua viva dei suoi sacramenti: desidera ardentemente un nostro incontro, non per giudicarci, ma per dissetarci, per insegnarci a credere e ad amare; è stanco di aspettare, è stanco di rincorrere le pecore infedeli, che insistono a dissetarsi in pozzanghere di acqua putrida, ignorando volutamente le zampillanti e fresche sorgenti che sgorgano dal suo cuore.
“Se vuoi essere dissetata - fa capire Gesù alla donna - devi essere onesta con te stessa. Dio non ti giudica, Dio non ti condanna; gli altri sì, sempre, sistematicamente, tutti: anche quelli che si dicono uomini di Dio: più si sentono di chiesa, peggio ti giudicano; no, stai serena: con me non hai nessun esame da superare, devi solo renderti conto dei tuoi limiti, nella preghiera”.
La donna però svicola, non capisce e la butta sul religioso: “Ma Dio, non va pregato nel suo tempio a Gerusalemme, o qui in Samaria sul Garizim?”. Domanda pretestuosa, fatta per prendere tempo: lei sa perfettamente che, come pubblica peccatrice, non può entrare in alcun Tempio, né in quello di Gerusalemme, né tantomeno in quello dei Samaritani, all’epoca già distrutto. Anche la religione esteriore ha le proprie regole: e lei ne è decisamente fuori. Invece, “No”, dice Gesù: “il tuo cuore è già un tempio; al suo interno, la tua verità, il tuo spirito, la tua sincerità, i tuoi propositi, ti permettono di entrare già nella gloria. Tu stessa sei un tempio e lì puoi incontrare Dio”.
La donna tace. Mai nessuno le aveva detto di essere un tempio, di essere amata. Mai nessuno l’aveva amata: il mondo era diviso in chi l’aveva usata e in chi l’aveva condannata. Nessuno, mai, le aveva detto di essere comunque amata senza condizioni. E ora beve, la samaritana: beve avidamente, come se non avesse mai provato il gusto dell’acqua, come sei mai avesse assaggiato l’acqua fresca di sorgente. Beve, e sente dentro di sé una forza impetuosa, sente il suo cuore, costretto e inaridito dal dolore, spalancarsi con l’impeto di un fiume in piena, sente la roccia del suo cuore frantumarsi in un Amore nuovo, sconosciuto, senza limiti, un Amore che la travolge. E corre. Abbandona la brocca (che le importa, ora?), corre dai suoi vicini, dai suoi concittadini e grida: è arrivato il Messia! Improvvisamente la peccatrice diventa discepola, la donnaccia si trasforma in missionaria. La sua fragilità, i suoi limiti umani, diventano il trono della gloria di Dio; la sua vita disordinata, di peccatrice, l’epifania del volto di Dio.
Scriveva il filosofo Søren Kierkegaard che ogni uomo, ogni donna, si porta nel cuore “un crepaccio assetato di Infinito”. È il bisogno di Dio; è la sete della sua Parola, del suo Amore inesauribile, quella sete congenita che ogni uomo si porta inconsciamente nel cuore, e che in certi momenti della vita, credente o non credente, emerge imperiosa per essere finalmente saziata. L’uomo però, creatura purtroppo inaffidabile, preferisce vagabondare da un pozzo all’altro, illudendosi di saziare questa sua sete con cento, mille sorsi di un’acqua torbida e imbevibile: solo che così facendo la sete aumenta: la sua ricerca spasmodica di felicità, di bellezza, di consensi umani, diventa una corsa ossessiva, disperante e disperata: la vita si riduce ad un convulso correre, comprare, consumare, fare esperienze sempre nuove, provare emozioni sempre più forti, guadagnare sempre di più, godere più che si può, salvo poi ottenere soltanto una crescente delusione, una nausea costante, un crollo rovinoso nel baratro della notte, della depressione, della disperazione: è il “deserto” che l’umanità moderna sta oggi attraversando: e, divorata dalla sete, senza alcuna prospettiva risolutoria, chiede arrogantemente a Dio, come gli Ebrei a Mosè: “Dacci da bere! Stiamo morendo di sete...”.
Ebbene: è lo stesso grido accorato che oggi il mondo rivolge alla Chiesa di Cristo: “Dacci da bere!”. Un grido che, volenti o nolenti, raggiunge e interpella anche noi, popolo di Dio: e noi cosa possiamo offrire in termini di salvezza alle vitali attese dell’uomo contemporaneo? Che ne abbiamo fatto della grazia rigenerante del nostro Battesimo? Come possiamo continuare a sperperare stupidamente quel patrimonio di acqua viva che continuamente ci viene donata nei Sacramenti? Che fine ha fatto quell’acqua viva che dovremmo porgere ai nostri fratelli assetati? Dove sono i nostri pozzi, le nostre sorgenti, le nostre riserve di cristiani? Quella che ci viene rivolta è una tremenda richiesta di aiuto: perché è anche una nostra precisa responsabilità, se abbiamo permesso che i canali di trasmissione della Grazia divina nei cuori dei nostri fratelli, si ostruissero miseramente!
Certo, è inquietante pensare che Dio raccolga per strada degli emarginati come la samaritana, o degli sprovveduti nullafacenti come noi, per innalzarli alla dignità di amministratori della grazia di Dio! È inquietante, ma ciò deve entusiasmarci, deve darci quella spinta, quello slancio necessario per ricollegarci alla Sorgente divina, e trasformarci in canali, in torrenti, in fiumi impetuosi di Grazia e di Amore; di quell’Acqua Viva, cioè, che è l’unica in grado di mitigare la sete ardente e implacabile del mondo intero. Amen. 



martedì 24 febbraio 2026

01 Marzo 2026 – II DOMENICA DI QUARESIMA


Mt 17,1-9 
In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco, apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».

Oggi il Vangelo cambia radicalmente ambientazione, la sua “location”. Domenica scorsa eravamo nel deserto, nella solitudine, nella fatica, nella tentazione, nella possibilità di fare scelte sbagliate, di imboccare vie apparentemente facili, ma ingannevoli. Oggi siamo invece agli antipodi; la scena è dominata dalla luce, dalla gioia, dalla felicità, dalla pienezza, dal “toccare il cielo, Dio, con un dito”. Domenica scorsa la solitudine, oggi un gruppo di persone (Pietro, Giacomo, Giovanni). Lì la voce e la visione del maligno, qui la voce e la visione di Dio. Allora la sofferenza, oggi la gioia e la festa. Lì il buio e le tenebre, qui tanta luce e il volto luminoso di Gesù. Ad un Gesù troppo umano, che “vive” le tentazioni, si contrappone un Gesù troppo divino che si trasfigura. 
Che senso ha questo cambiamento così repentino, in una quaresima che noi ancora interpretiamo come triste, funerea, votata al sacrificio e alla preghiera continua? Dov’è il giusto? Ovviamente nell’insegnamento che Gesù vuol darci. Oggi, in particolare, Egli cerca di dare una risposta su ciò che può rendere felice l’uomo su questa terra; ci dà cioè un piccolo assaggio di cielo, di quella che sarà la felicità futura, quella paradisiaca, fatta di luce, di amore, di contemplazione divina. Ci vuol dire che la quaresima non deve essere tristezza, ma gioia, entusiasmo, un cammino di “conversione” fatto con il sorriso e la fiducia. Gesù ci dice insomma, che la vita, attraverso l’amore, può diventare radiosa; ci dice che possiamo gustare il nostro Tabor quotidiano, vivendo un anticipo paradisiaco di quello che è l’immenso amore di Dio per ciascuno di noi.
In questo sta dunque la nostra “trasfigurazione”: vedere e sperimentare con gli occhi del cuore, con l’amore, quelle cose meravigliose che nessun occhio umano potrà mai vedere. Questo ci dice il vangelo di oggi. Ma per capirlo, dobbiamo prima capire bene cos’è l’amore, perché, come ci conferma Giovanni, solo chi sa aprirsi all’amore e viverlo, può capire Dio. Tutti quelli che tengono chiuso il loro cuore, potranno si e no farsi un concetto di Dio, ma non potranno mai “sentirlo, conoscerlo”; tutti quelli che sono freddi e incapaci di commuoversi, non potranno mai sentire quanto Lui sia grande; tutti quelli che non sanno abbandonarsi, che non sanno permettersi sentimenti d’amore, continueranno a cercarlo invano.
Trasfigurarsi: ecco a cosa ci porta l’amore. Perché solo gli innamorati veri, quelli che sono persi d’amore, possono apprezzare il sole specchiarsi sul volto della persona amata, ammirare la luce ridente negli occhi di un bambino, l’universo intero che si riflette sul volto rugoso di un vecchio, le stelle, l’universo e tutti i soli che brillano negli occhi di chi ci vuole veramente bene.
Penso che tutti avremo avuto l’occasione di commuoverci davanti ad un volto disperato, al dolore di una perdita, a scene di altruismo e di amore eroico, come pure davanti ad un semplice tramonto, ad un’alba silenziosa: di esserci sentiti così pieni di gioia, di sensazioni profonde, di una commozione così intensa, da non aver potuto trattenere le lacrime. Una volta pensavo che commuoversi fosse un segno di debolezza, di mancanza di carattere, di virilità. Oggi so che vuol dire essere vivi, percepire ciò che proviamo, ciò che gli “altri” vivono dentro; vuol dire lasciarsi toccare il cuore, vuol dire lasciarsi coinvolgere da ciò che succede intorno a noi; vuol dire non essere di ghiaccio, impenetrabili come il marmo, gelidi, indifferenti, impassibili: in altre parole significa lasciarsi prendere dal cuore, “trasfigurarsi” dentro. Sono questi i momenti della nostra “trasfigurazione”: momenti in cui avvertiamo nitidamente quanto sia meraviglioso vivere, anche solo per pochi istanti; momenti in cui ci sentiamo gratificati per essere al mondo, per avere la possibilità di amare, di credere; momenti che ci danno l’energia, la forza, il coraggio di andare avanti e di affrontare le “discese dal monte”, le croci, le crocifissioni di ogni giorno. Senza questi sprazzi di felicità, di vita, di infinito, di “Dio”, tutto diventerebbe drammatico, angoscioso, “nero”, inutile di essere vissuto. Dobbiamo permettere alla felicità di entrarci dentro; dobbiamo lasciare che la vita ci invada, che esista realmente in noi, che sussulti, che si scuota, che crei e-mozioni, continuamente rinnovabili. E se questo non succede, dobbiamo preoccuparci seriamente, perché vuol dire che il nostro cuore, insensibile ad ogni emozione, è già morto, vuol dire che abbiamo perduto quella “somiglianza” con Dio, che ci legava strettamente a Lui.
“Tabor”, il monte della trasfigurazione, in ebraico significa “ombelico”. La trasfigurazione, allora, per essere veramente tale nella nostra vita, richiede un taglio netto di tutti i nostri “cordoni ombelicali”, dei nostri legami col male, delle nostre concessioni al peccato. Uno solo è il cordone ombelicale che non dobbiamo mai recidere: è quello che ci lega a Dio; un cordone che deve sempre rimanere collegato, perché è il canale attraverso cui Dio trasmette alla nostra anima la sua linfa vitale, al nostro cuore il suo infinito amore.
Soltanto con questo incessante nutrimento, con questo monte “Tabor”, del “Dio in noi”, potremo affrontare serenamente qualunque “Golgota”, qualunque altro monte di “passione e crocifissione”.
Viviamola allora ogni giorno questa nostra “trasfigurazione”, e gridiamo anche noi a Gesù, con l’umile sincerità di un Pietro completamente estasiato: “Signore, è bello per noi stare qui!”.
Scrolliamoci di dosso le inevitabili brutture di una realtà con cui  dobbiamo ogni giorno confrontarci: le orribili e sguaiate trasmissioni televisive, le martellanti proposte di una pubblicità idiota, gli ottusi e vanesi messaggi di una classe politica dimentica di Dio, di una informazione faziosa, guardona, ruffiana, asservita all’egoismo famelico di “un pensiero unico”, creatore e manipolatore della verità.
Ritagliamoci in questa quaresima più spazi di silenzio per entrare in sintonia con Dio. Apriamo completamente il cuore e l’anima, e nel silenzio profondo “trasfiguriamoci”, ascoltando il Figlio che ci parla: ascoltiamo la sua Parola, ascoltiamo noi stessi, il nostro cuore; ascoltiamo ciò che di bello, di divino, ha da dirci il mondo, il creato, l’umanità intera, ogni uomo, ogni nostro fratello. Viviamo, in concreto, insomma, l’esperienza sublime del nostro Tabor.
Il mondo miscredente ci dirà che siamo pazzi, degli esaltati, degli squilibrati: non ci capirà mai! Ma mentre i suoi schiavi continueranno a contorcersi nell’infelicità, nell’ansia, nella disperazione, nell’invidia, nell’odio, noi ci sentiremo liberi, felici, sereni, pieni di entusiasmo, di tanta gioia e soddisfazione, nell’abbraccio amoroso e paterno del nostro Dio. Amen.

 

mercoledì 18 febbraio 2026

22 Febbraio 2026 – I DOMENICA DI QUARESIMA


Mt 4,1-11 
In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio». Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: Non metterai alla prova il Signore Dio tuo». Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vattene, Satana! Sta scritto infatti: Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto». Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco, degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.

Siamo entrati nel Tempo di Quaresima: tempo di bilanci, di verifiche, di analisi sulla nostra salute spirituale; tempo per pianificare seriamente la nostra “conversione”, la nostra ripartenza, ma soprattutto tempo di far vedere a Dio che siamo persone serie.
È arrivato il momento di gettare le nostre maschere gigionesche, che da anni, troppi, ci portiamo incollate addosso, quelle maschere che ci piace esibire davanti agli altri per sembrare diversi, per essere considerati migliori di quanto in realtà siamo! Quelle maschere che non ci vergogniamo di indossare neppure quando siamo soli, a tu per tu con Dio! Quanto siamo meschini! Eppure puntualmente sentiamo ripeterci: “ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai!”. È vero, siamo solo “polvere”: insignificante e arida polvere del deserto primordiale, che senza il soffio creatore di Dio, sarebbe rimasta senza vita. Senza di Lui, noi continuiamo ad essere ancora quella polvere inutile: perché Dio è l’unico che ci ha destinati all’immortalità, donandoci vita, sogni, speranza.
Purtroppo noi oggi viviamo in un mondo carico di odio, di lotte, di continue controversie e sopraffazioni sia a livello sociale, che culturale e religioso. L’unico motivo della nostra vita sembra essere quello di emergere, di imporci, di vincere sempre e comunque. Eppure Gesù, con la sua vita, ci ha insegnato il contrario. Egli non è venuto per dimostrare ad ogni costo a sua potenza. Non è venuto per vincere battaglie; si è calato nei nostri deserti quotidiani, nelle nostre fragilità umane fatte di fame, di stanchezza, di dolore, per dimostrarci che non siamo soli e soprattutto che non dobbiamo perdere la speranza.
Gesù è entrato in questo nostro deserto solo per amore, per rendercelo vivibile, sopportabile: è entrato, e continua a restarci, rimanendo al nostro fianco, con noi, come uno di noi.
Nel Vangelo di oggi, con il suo ritirarsi nel deserto in preghiera e in silenzio, Egli vuol ricordarci che la strada dell’amore, della felicità, della certezza, da lui tracciata, è l’unica percorribile, l’unica in grado di liberarci dalle striscianti e ambigue illusioni di un mondo tentatore. Ci insegna anche come dobbiamo combattere le tentazioni del maligno. Ma che fine hanno fatto oggi le tentazioni? Qualcuno parla ancora di tentazioni? In una società in cui tutto è permesso, tutto è abbordabile, tutto attuabile (“desideri qualcosa? prenditela!”), che senso ha parlare di tentazioni?
Eppure il cammino verso la Pasqua, passa proprio di lì: quelle che Gesù vive e combatte in prima persona, sono infatti le nostre tentazioni, le nostre grandi illusioni, i grandi inganni della nostra vita: quelli che forse non conosciamo ancora abbastanza, quelli che non vogliamo conoscere, di cui neghiamo l’esistenza ma che purtroppo ci sono, e continuano insidiosamente ad ostacolarci il cammino, a farcelo deviare.
Non illudiamoci: tutti nella vita sono costretti a fare continuamente delle scelte: diceva Sartre, che “l’uomo libero, l’uomo che vuol esercitare la sua libertà, è condannato a scegliere”.
Sappiamo infatti quanto sia difficile gestire questo inestimabile dono che è la libertà. Richiede maturità, convinzione, risolutezza. Tutte qualità che l’uomo moderno mette continuamente in discussione non accettando neppure l’idea di poter peccare: il peccato, l’offesa a Dio, grave o leggera che sia, è l’ultima delle sue preoccupazioni.
Ebbene, in questo deserto della quaresima, dobbiamo tornare all’essenziale; dobbiamo fare chiarezza su chi, o su che cosa, guidi la nostra vita, e soprattutto dove intende portarci; dobbiamo renderci conto degli errori che facciamo, soprattutto quando insistiamo sempre negli stessi; quando ci ostiniamo a fare scelte sbagliate, considerandoci infallibili, come se fossimo altrettanti Dio. Questa quaresima ci metta in guardia su questi limiti; sia un serio invito a fortificare la nostra innata fragilità, a ricoprire la nostra nudità; sia insomma occasione per riconoscere i nostri peccati, per raccoglierli e gettarli tutti nel cuore di Dio, nel fuoco del suo amore misericordioso. Perché solo così, solo in Lui, ci sentiremo veramente beati: non perché perfetti e immacolati, ma perché veramente amati. Amen.

 

giovedì 12 febbraio 2026

15 Febbraio 2026 – VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Mt 5,17-37 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli. Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli» ...

Un vangelo all’apparenza contraddittorio quello di oggi. Dapprima Gesù conferma in pieno la validità della Legge antica, e subito dopo si affretta a puntualizzare, a mettere dei paletti, a fare dei “distinguo”. Ma non c’è contraddizione alcuna in ciò, perché Lui stesso lo dichiara apertamente: “sono venuto per dare compimento”, sono venuto cioè a dare alla Legge il suo significato autentico.  
Gesù è molto franco e preciso: ciò che non gli sta bene è l’osservanza della legge divina puramente formale, esteriore: uno stile di vita adottato ormai da tutti. Ad un certo punto sembra spazientirsi e dire: “Basta, così non si può più andare avanti. Il vostro rapporto con Dio non può continuare a basarsi soltanto sulla superficialità, su di una religiosità personalizzata, accomodante, unicamente scenica e rappresentativa; non potete riempirvi la bocca dicendo: Noi siamo ebrei, siamo figli di Abramo, siamo il popolo dell’Alleanza, per poi fare come vi pare. Non potete giustificarvi dicendo che ciò che fate è volontà di Dio, è parola di Dio, quando Dio in realtà non c'entra proprio per nulla: voi non eseguite con il cuore le sue disposizioni, non fate la sua volontà, ma preferite comportarvi falsamente come gli scribi e i farisei, il cui rapporto con la legge è solo maniacale, fittizio, letterale: “Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli”.
A quei tempi infatti le autorità religiose imponevano a tutti una osservanza scrupolosa e totale di qualunque suggerimento della Bibbia, anche del più piccolo e insignificante: “se la Legge dice così, dovete fare così!”. Gesù invece chiarisce: “Neanche per sogno! Non dovete essere “ottusi”, non dovete preoccuparvi solo di quello che è scritto, ma del perché è scritto; dovete capire cioè cosa Dio vuole realmente da voi, e lo capirete soltanto se le vostre risposte, le vostre azioni, provengono dall’amore che nutrite per Lui, se sono generate e guidate dalla carità, da un totale coinvolgimento della vostra anima, non certo dalla superficialità, dall’ignoranza, obbedendo ciecamente, meccanicamente, senza sapere perché, senza alcuna convinzione.
Purtroppo non solo gli ebrei di allora, ma anche noi cristiani, talvolta ragioniamo e ci comportiamo con la loro stessa mentalità farisaica. Quante volte anche noi ci nascondiamo dietro tutta una serie di “regole”, di tradizioni fasulle! “Io mi comporto correttamente perché vado in chiesa tutte le domeniche, osservo i comandamenti e i precetti, rispetto il prossimo, faccio elemosine, amo i fratelli, amo il Papa, amo la Chiesa ecc.; per questo mi ritengo un buon cristiano, sono un cristiano in piena regola!”. Ovviamente, dopo la nostra brava esibizione autoreferenziale, ci aspettiamo anche un bel: “Ma che bravo!”.
Solo che non siamo “bravi” proprio per niente! Pensiamo, parliamo e ci comportiamo così ad esclusivo compiacimento personale, per sentirci migliori degli altri, più rispettabili, additati come esempio; il nostro è un cristianesimo infantile, meccanico, superficiale, basato su poche nozioni mnemoniche imparate dal catechismo di Pio X: non ci interessa nient’altro, perché così ci sentiamo già in regola, superiori a qualunque altra “interpretazione” pretesca. Così facendo, però, ci qualifichiamo al massimo come scrupolosi, come puntuali “esecutori”, ma non certo come “bravi cristiani”: perché nel nostro “fare”, nel nostro “rispettare” la legge di Dio, non c’è l’Amore, non c’è Dio, ci siamo solo “noi”! Amare gli altri solo perché ci viene comandato, equivale a non amare, significa essere vuoti, sterili; significa non aver nulla di “profondo”, di speciale, da donare; significa avere un cuore gelido, arido. Significa insomma accontentarci delle apparenze, rinunciando di donare Vita.
Ecco perché la legge di Gesù è “nuova”, completamente “diversa”: Egli non abolisce l'Antica Alleanza, ma prescrive, nei suoi confronti, un approccio più autentico e profondo. Stabilisce cioè che la sua osservanza non sia più solo esteriore, materiale (sono fedele a Dio perché osservo i suoi precetti) ma diventi interiore, convinta, emozionale (sono fedele a Dio perché lo amo, vivo nel suo amore). Non cancella la legge dei padri antichi, ma rompe definitivamente con quella loro mentalità che si fermava al “fare”, all’obbedire passivamente, al considerare obbligatorie certe usanze assurde, improponibili già a quei tempi; insomma egli condanna non la legge, ma l’interpretazione falsa, stupida, artificiosa, senza senso, della stessa.  
Del resto le leggi, come tutte le cose, con il passare del tempo, o si evolvono, si perfezionano, oppure perdono la loro validità. Gesù non dice: “Abramo, Mosè e gli antichi, hanno sbagliato”. Al contrario sono stati tutti molto importanti per il loro tempo; ma oggi noi conosciamo verità che una volta essi ignoravano; oggi noi abbiamo capito che Dio non è solo un giudice inflessibile che puntualmente ci punisce ogni qualvolta sbagliamo; abbiamo capito che Dio non è una realtà esclusiva, riservata a poca gente, ad un singolo popolo, per di più numericamente limitato, ma è il Dio di tutti gli uomini, di tutto il mondo, dell’universo intero; abbiamo capito, soprattutto, che Dio è amore, è misericordia, compassione, tenerezza per tutti, per le donne, per i bambini, per gli esclusi, per i lebbrosi, per i peccatori.
Tutto questo per gli antichi non era ancora chiaro, e quindi non possiamo giudicarli: teniamo soltanto il “buono” e lasciamo ciò che non lo è più.
Non rimaniamo ancorati a semplici regole: le regole sono fatte per l'uomo e non l'uomo per le regole (Mc 2,27). Le regole insegnano a vivere, servono per aiutarci a stare con gli altri, a condividere gli stessi spazi, a raggiungere obiettivi comuni: ma quando si rivelano inservibili per la Vita, quando risultano obsolete, superate, devono essere aggiornate, corrette, sostituite. Solo i valori universali rimangono immutabili, durano per sempre; le regole, servono solo a realizzarli, a metterli in pratica, e quindi vanno sempre adattate, adeguate.
Noi insomma non dobbiamo lasciarci condizionare dalle apparenze, dal “si è fatto sempre così”; dobbiamo scendere in profondità, dobbiamo agire sempre in sintonia con la nostra coscienza. Dobbiamo, come dice Gesù, essere uomini liberi, uomini autentici, schietti, veri. Non dobbiamo cedere ai compromessi, all’ambiguità, all’ipocrisia, alla ricerca esclusiva del nostro “star bene”, costi quel che costi; dobbiamo avere il coraggio di difendere i nostri ideali, i nostri programmi, le nostre azioni; non svendiamo la nostra dignità per inseguire passeggere e inutili ideologie. Anche a costo di andare controcorrente.
Troppe volte, purtroppo, siamo riluttanti ad esporci, a difendere apertamente il nostro pensiero! Troppe volte cerchiamo di sottrarci alle nostre responsabilità! Ebbene, Gesù ci insegna che dobbiamo avere il coraggio di uscire sempre allo scoperto, di parlare francamente, di comportarci da “cristiani”, da uomini e donne di fede: il nostro parlare deve essere sempre e solo “sì, sì; no, no”. Il “politichese”, che oggi va tanto di moda, non fa per noi, è solo ambiguità, inganno: Cristo non si è mai sognato di adottare un espediente così squallido. Mai! È un valido motivo per fare anche noi altrettanto! Amen.

  

lunedì 2 febbraio 2026

8 Febbraio 2026 – V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Mt 5,13-16 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, 15né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. 16Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».
 

Il vangelo di oggi, tratto dal lungo “discorso della montagna” di Gesù, ci chiede di essere sale e luce: due elementi con risultati completamente diversi: il primo dà sapore ma è invisibile, mentre la seconda è insapore ma è visibilissima e percepibile da tutti. Che vuol dire? Che in pratica dobbiamo essere nello stesso tempo sia nascosti, riservati, invisibili, che assolutamente rivelabili e disponibili per tutti. 
«Voi siete il sale della terra». La “terra” è la vita di tutti i giorni: cosa vuol dire allora essere sale, senso, sapore, di questa terra? Vuol dire aiutare le persone a trovare il significato, il senso di ciò che accade, il senso della loro vita.
Dobbiamo in altre parole insegnare ai fratelli a riflettere su ciò che realmente vivono, a farsi delle domande, ad ascoltare Dio che parla al loro cuore, sempre e in continuazione.
Ma come? Attraverso i fatti, gli eventi, attraverso gli incontri di ogni giorno. Quante persone si chiedono continuamente: “Dov'è Dio?”. Evidentemente dicono così perché non lo sentono, perché pensano che mentre noi stiamo qui a combattere contro le avversità, Lui se ne stia altrove, a farsi i fatti suoi.
Ma non è così: se non lo sentiamo, se non lo vediamo, dipende solo da noi, perché Lui, al contrario, ci è sempre vicino, ci parla e ci educa continuamente. La parola sapienza, dal latino “sapio”, vuol dire “assaggiare, gustare”; pertanto diventeremo saggi, sapienti, se sapremo “gustare” la nostra vita, se sapremo cioè imparare dalle nostre esperienze. La vita insegna tutto o non insegna nulla: imparare dipende da noi. La vita è una grande scuola, solo per chi vuole imparare.
“Voi siete la luce del mondo”. Quella luce che abbiamo ricevuto da Dio, dobbiamo irradiarla intorno a noi, dobbiamo trasmetterla ai nostri fratelli. “Dio”, la vita, in sanscrito vuol dire infatti anche “luce”. Quindi è Dio, la luce del mondo, che dobbiamo riflettere su di noi e sugli altri.
Tutto l'universo sembra materia ma, come ci insegna la fisica quantistica, tutto è luce, energia. Noi anche quando ci sentiamo impastati nella materia, potenzialmente siamo sempre luce, perché in noi abita lo Spirito di Dio, perché siamo anima, siamo emozione, siamo “divino”, siamo energia, forza, fuoco, canto, musica. Se non liberiamo lo Spirito, non ci sarà luce nella nostra vita, non ci sarà luce nel mondo.
Siete sale, siete luce”. Le parole di Gesù sottendono sempre una ricca trama simbolica, hanno sempre la capacità di dire grandi cose con parole semplici, facendo riferimento alla concretezza della vita. Ogni volta che ci avviciniamo ad esse, immancabilmente ci rendiamo conto che non c’è distanza tra il mistero del Regno che esse ci annunciano, e i piccoli o grandi eventi quotidiani che riguardano la nostra vita: ogni cosa ci parla sempre del mistero di Dio, anche nei momenti più difficili: se al contrario non ci accorgiamo o non ci curiamo di quanto succede intorno a noi, vuol dire che non sentiamo la necessità di essere “sale e luce”, che il buio del disinteresse per Dio ci obnubila a tal punto da impedirci di capire che la società in cui viviamo sta toccando veramente il fondo. Inutile fingere che tutto vada bene così: perché ciò significa che anche noi stiamo purtroppo vivendo un cristianesimo senza Cristo, una religione senza fede, un culto con celebrazioni aride, senza vita. Sono queste le realtà, quelle in cui viviamo la nostra fede, che ci devono obbligare a riflettere seriamente! 
Siete sale, siete luce”. In questo momento drammatico della storia, dobbiamo riflettere seriamente sul compito che, come cristiani, dobbiamo svolgere in questo nostro mondo: un mondo che inconsciamente si aspetta dai noi una concreta risposta (sale), e una chiara indicazione (luce), una testimonianza insomma, che ridia alla gente speranza e ragioni spirituali per ricostruire un’esistenza più umana.
Essere luce e sale, in questo contesto, è un compito che ci fa trepidare, soprattutto se guardiamo alle nostre debolezze, alle nostre infedeltà che ci rendono tanto spesso opachi, pieni di ombre, assolutamente insipidi.
Sì, perché essere veramente luce del mondo e sale della terra, significa dimostrare che il nostro cristianesimo non è affatto sterile, passivo, indifferente, ma al contrario dinamico, entusiasta, intraprendente: in una parola è una vita intrisa di gioia e di esultanza, perché vissuta in Cristo.
Grazie a Dio abbiamo ancora tante persone che vivono realmente questo tipo di vita esemplare: persone che per la propria carità, per il proprio altruismo senza limiti, si conquistano la fiducia dei poveri, dei bisognosi, degli emarginati. Sacerdoti, religiosi, uomini e donne consacrati, laici, che vivono nell’umile servizio della carità. Persone che troviamo negli ospedali, nelle case, nelle scuole, nell'industria. La loro carità, nonostante i limiti personali, è illimitata.
Ecco: se da un lato, dobbiamo aprire i nostri occhi a queste realtà e scoprire quanto di buono e di bello c’è ancora nel mondo, dall’altro dobbiamo tutti sentirci interpellati, dobbiamo tutti sentirci impegnati, nessuno escluso, perché Dio ci ha chiamato tutti per nome.
Dobbiamo renderci conto che la nostra vocazione di cristiani è l'amore e che, quando non amiamo, perdiamo ogni nostra brillantezza, cadiamo nel buio, e trasmettiamo solo tristezza e disperazione.
Davanti alla prospettiva di un totale black out di Dio, dobbiamo prendere in mano la situazione, e chiedere a Dio nuovo vigore, nuova luce, nuovo entusiasmo per combattere con la nostra umile azione l’oscurità che incombe. Non altrove, non in terre lontane, ma attorno a noi, nella stessa nostra Chiesa di Roma, nella nostra famiglia, nel lavoro, nelle nostre comunità, nella società civile in cui viviamo: perché è qui che dobbiamo essere fermento di vita cristiana, operatori luminosi di amore cristiano. Ogni giorno, ogni minuto che lasciamo passare per egoismo, pigrizia, orgoglio, indifferenza, è un giorno perso, un'occasione mancata. Al contrario, ogni atto di amore, di carità che doniamo all’altro, è ossigeno vitale per lui, per noi, per la società, per il mondo; perché solo così siamo sale, luce, vita, Spirito, immagine e somiglianza di Dio. Amen.

 

mercoledì 28 gennaio 2026

1° Febbraio 2026 – IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Mt 5,1-12 
In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

 Matteo inizia il lungo discorso della montagna con il testo sulle “beatitudini” di oggi: Gesù, salito su una collina del Lago di Tiberiade, come un nuovo Mosè, consegna la nuova legge a quanti vogliono seguirlo: una legge non più scolpita su tavole di pietra, ma che deve rimanere incisa nel cuore di ciascuno, poiché rappresenta il percorso obbligatorio per quanti vogliono raggiungere la massima aspirazione cristiana: assomigliare a Gesù, diventare come Lui, vivere nella gioia di sentirsi da Lui amati.
Su questa terra siamo tutti dei mendicanti di gioia. Tutti, credenti o meno, sperimentiamo di non disporre nella nostra vita di motivi sufficienti a farci sentire veramente soddisfatti, pienamente realizzati. Sì, certo, viviamo momenti intensi, belli, memorabili, gioie semplici e vere che risollevano – grazie a Dio! – il cuore e la vita; ma non sono sufficienti, a realizzare tutto quel desiderio di assoluto che portiamo inciso nel cuore. Il nostro mondo pragmatico ci fa ipocritamente credere che ottenere la felicità sia facile: basta possedere, apparire, esagerare. Solo che chi si illude con tale menzogna si ritrova intimamente annullato, inebriato, completamente strappato da sé stesso.
Le Beatitudini di Gesù sono sicuramente l'unica rivoluzione della storia umana in grado di stravolgere positivamente il cuore dell'uomo; tutte le altre "rivoluzioni", quelle sociali, al contrario, lo hanno lasciato, e continuano a lasciarlo, profondamente infelice, abbandonato alla sua naturale inquietudine di egoista, violento, ingordo.
È vero che, vista dall’esterno, superficialmente, questa innovazione introdotta da Gesù, effettivamente sconcerta: «Beati i poveri in spirito, beati gli afflitti, i miti, gli affamati di giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace, i perseguitati, gli insultati...».
Siamo decisamente agli antipodi di come ragiona la logica umana: le beatitudini infatti si concentrano proprio su quelle situazioni che la moderna società edonista, spinta dal suo delirio egoista, disprezza, ignora, ritiene sgradevoli.
Ma in realtà cosa vuol dirci Gesù di tanto detestabile? Esalta forse un modo di vivere miserabile, rinunciatario, da perdente? Una vita triste, segnata solo da rinunce e sofferenze? Ci dice forse che saremo felici e fortunati soltanto se siamo poveri (in greco “ptokòi”, letteralmente "straccioni"), se subiamo violenza, se proviamo dolore, se piangiamo, se veniamo oltraggiati? 
Nossignori, non diciamo stupidaggini! Dio non ama il dolore, non ama la sofferenza: lo stesso Gesù, per quanto gli è stato possibile, ha cercato di evitare il supplizio della croce (“Padre, allontana da me questo calice…”).
Le Beatitudini di Gesù, al contrario, rispondono esclusivamente alla logica dell'amore, del servizio, del perdono, della pace, della bontà, della tenerezza. Sono situazioni che illuminano la realtà umana, che la immettono in una prospettiva di salvezza, che va oltre il tempo, nell'eternità, ma che va costruita già nell’oggi, accettando di viverle appunto con gioia seguendo le indicazioni di Cristo.
Indicazioni che, secondo il suo stile, non sono dei comandi, delle imposizioni, tipo: “per essere beato devi necessariamente vivere così”. Sono invece delle proposte, dei consigli, ci dicono cioè che se ci comportiamo in un certo modo, possiamo diventare suoi degni discepoli, possiamo vivere seguendo il suo esempio, diventare come Lui! Sono insomma dei suggerimenti che ci offrono la possibilità concreta di fare una scelta: accettarla o meno, poi, tocca solo a noi.
Le beatitudini non sono quindi una soluzione definitiva ai nostri problemi, sono piuttosto un cammino, una conquista per la loro soluzione. Infatti, non arrivano ad escludere i contrasti, i conflitti, le cattiverie umane, perché purtroppo tutto ciò appartiene a quella zavorra umana con cui dobbiamo convivere; non insegnano a scansare le contrarietà della vita ma ad entrarci dentro, a superarle; non insegnano a sottrarsi al dolore ma ad esprimerlo; non insegnano a fuggire di fronte alla paura ma a guardarla in faccia; non dicono che la povertà è un bene: la povertà è “miseria” per tutti! Non dicono che una vita da oppressi, perseguitati, schiavizzati è una cosa buona: no, è una cosa terribile, crudele; chi ama vivere così è un masochista, un autolesionista, un malato mentale! 
Dobbiamo insomma capire che Gesù, nel darci queste regole di vita, ha voluto soprattutto documentarci come lui stesso ha vissuto su questa terra, sono la sua fedele autobiografia, ha voluto cioè svelarci i tratti del suo volto, del volto del Padre.
Il Padre infatti è veramente un Dio povero, un Dio misericordioso, un Dio mite, un Dio che ama la pace, un Dio che, per amore dell’uomo, è sempre pronto anche a soffrire. Un Dio diverso da come gli uomini lo possono immaginare, un Dio così straordinario e armonioso, che solo Gesù ce lo poteva svelare, perché lui e il Padre sono una cosa sola.
Le beatitudini di Gesù, quindi, non sono legge, ma Vangelo; sono un dono che egli ci ha fatto diventando nostro fratello. Senza il dono di sé stesso e del Suo Spirito, le beatitudini sarebbero infatti pura ideologia: sublime quanto si voglia, ma pur sempre un’ideologia. Per questo Gesù non si è limitato solo a dire, a parlare, ma si è offerto a noi esattamente in ciò che ha detto, in ciò che ha insegnato, imprimendo così la sua legge nel nostro cuore.
Per capire bene però, per fare pienamente nostra questa “legge”, prima di salire sul “monte” e ascoltare la serie dei suoi: “Makàrioi, Beati”, dobbiamo incontrarlo sulla riva del lago, abbandonare le nostre abitudini, le nostre convinzioni, dire “si” alla sua chiamata, e seguirlo: dobbiamo cioè “convertirci”, cambiare mentalità, perché solo così potremo ascoltarlo con fiducia, solo così potremo far giungere questo “lieto messaggio” proprio là dove vivono gli uomini del mondo, quella “folla” che Gesù ci ha messo accanto come fratelli.
Dobbiamo spiegare loro perché Dio non tratta tutti allo stesso modo, perché non dona a tutti lo stesso aiuto, ma a ciascuno dà quel tanto che gli serve, privilegiando chi ha meno: un cuore povero, un cuore affranto riceve infatti da Dio molta più attenzione e tenerezza di un cuore sazio che non ha bisogno di nulla.
Dobbiamo spiegarlo bene a chi vive nel dolore, nella malattia, nella povertà, a chi si sente solo e abbandonato. Dobbiamo dirgli che non è nel dolore, nella malattia, nella miseria, che deve trovare gioia, serenità, coraggio, ma nel sapere con certezza che Dio è sempre pronto a correre in aiuto di chi vive nel dolore di chi è sofferente, di chi è povero, di chi è discriminato. Se infatti noi, nonostante le nostre sofferenze, le nostre sventure, riusciamo comunque ad essere sereni, felici, se in una parola ci sentiamo “beati”, significa che in noi abbiamo trovato Dio, significa che abbiamo capito che Lui è il nostro unico sostegno, significa che niente e nessuno potrà mai toglierci quella forza, quella fiducia, quella serenità che proviamo, perché esse sono la Sua risposta concreta e benefica, alla piena fiducia che noi abbiamo riposto in Lui.
È difficile vivere il Vangelo, lo sappiamo bene; è difficile perpetuare nella storia il sogno di Dio che ci vuole uniti nella sua Chiesa. Ma la fatica che facciamo nel restare fedeli al Vangelo, lo sforzo eroico che compiamo nel convertirci alla logica del Regno di Dio, anticipano e realizzano esattamente le promesse delle Beatitudini.
Va comunque riconosciuto che questa pagina del Vangelo risulta particolarmente indigesta per il mondo, e talvolta anche per dei cristiani tiepidi come noi: una pagina improponibile, utopistica, sicuramente gradevole come sogno, ma assurda e inattuabile come modello di vita.
E allora, è per questo, che noi credenti ci lasciamo scoraggiare? Solo per questo rinunciamo a combattere? Per questo preferiamo tornare ai nostri affari, al nostro egoismo, alla nostra indifferenza?
Certo è molto più semplice rimanere sdraiati a guardare la nostra televisione, becera e insulsa; ad abbandonarci all’effimero, al divertimento, al frastuono di un mondo altrettanto becero e insulso; a nutrirci delle idiozie di una società indecente, che insiste a sputare oscenità su Gesù, sulla Chiesa e su quanti la frequentano!
Quanto sarebbe invece più consolante, più rassicurante, più redditizio ascoltare umilmente la voce suadente di Dio che ci sussurra: “Figliolo mio, non temere, sono sempre qui con te! Camminiamo insieme: e quando ti sentirai stanco, deluso, debilitato, abbandonato, insultato, lasciati pure cadere tra le mie braccia; io sarò sempre felice di sorreggerti!”.
A questo punto, sicuramente il nostro cuore non avrebbe più alcun motivo per raccattare qua e là i richiami, le lusinghe, le follie del mondo: perché ogni nostra necessità, ogni preoccupazione, ogni debolezza, ogni momento difficile della nostra vita, verrebbero completamente assorbiti dalla potenza del suo smisurato amore di Padre. E noi ci sentiremmo veramente “beati”, come Lui ci ha promesso: “Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli”! Amen.

  

mercoledì 21 gennaio 2026

25 Gennaio 2026 – III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Mt 4,12-23 

Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafarnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa: «Terra di Zàbulon e terra di Nèftali, sulla via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti! Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta». Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino». Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono. Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.

Venuto a conoscenza dell’arresto di Giovanni, Gesù abbandona Nazareth per rifugiarsi nelle zone più a nord della Galilea, precisamente a Cafarnao, sulla riva del Lago di Genesaret, nei territori di Zabulon e Neftali, abitato dalle omonime tribù di Israele. Un territorio di frontiera che i puri di Gerusalemme a quei tempi guardavano con molto sospetto, luogo in cui si mischiavano credenze e riti, culture e lingue; un luogo imbastardito, meticcio, perduto. Basti pensare che proprio da quei territori proveniva il movimento estremista degli zeloti, e che dare del “Galileo” a qualcuno equivaleva definirlo “terrorista”.
È proprio da questo luogo, dai confini della storia, che Gesù inizia la sua predicazione.
Dio è sempre così, preferisce i lontani, quelli con una vita difficile, rispetto a quelli che vivono tranquillamente, senza grossi problemi: Gesù preferisce abitare e condividere tutto con queste persone, ad esse egli porta la luce, dona testimonianza.
È un primo segno, del suo stile “terreno” molto importante per noi, per noi Chiesa: perché, come Gesù, anche noi dobbiamo uscire dalle nostre case, dalle nostre chiese, portando e testimoniando al mondo il Dio con noi; perché Lui è stanco di rimanere solo, abbandonato nei tabernacoli, di non riuscire ad inserirsi nella nostra società, nella vita quotidiana di tutti; è stufo di essere tirato in ballo nei momenti e nei luoghi “sacri” e di essere estromesso dai luoghi dell’economia, della politica, del divertimento, della cultura.
Ecco allora che il motivo per cui noi cristiani ci raduniamo ogni domenica per celebrare la vittoria pasquale di Gesù, deve essere quello – una volta usciti di chiesa – di annunciare e testimoniare Cristo nel quotidiano, nel vissuto, nella “realtà” di ciascuno!
Per poter fare ciò, dobbiamo però, prima di tutto, realizzare in noi la conversione.
“Convertitevi!” è infatti l’invito bruciante che ci raggiunge oggi: “Convertitevi perché il Regno si è fatto vicino”. Cosa significa? Che è il Regno di Dio che si è avvicinato, indipendentemente da noi: in pratica è stato lui, Dio, che ha preso l’iniziativa; ora spetta a noi seguirlo, “convertendoci”, facendo cioè inversione di marcia nella nostra vita.
Dio ci aspetta: non intende rimproverarci, farci qualche bonaria paternale, per farci pentire e cambiare vita. Nossignori: È Lui che per primo, si mette in gioco, si offre, si dona incondizionatamente, rischia tutto. In pratica ci dice: “Io ti sto vicino, come fai a non accorgertene? Datti da fare, seguimi!”. Ovviamente, per seguirlo, dobbiamo recuperare l’essenziale, dobbiamo mollare il “superfluo”, le innumerevoli cose inutili che ci affannano la vita: come hanno fatto Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni che, alla chiamata di Gesù, abbandonano all’istante quanto stavano facendo, e accettano di diventare “pescatori” di uomini. 
“Convertitevi!”: è dunque l’ordine secco, perentorio, di Gesù, sullo stile del Battista.
Non sono ammessi rinvii: dobbiamo farlo ora e subito; dobbiamo cioè, all’istante, metterci in discussione, cambiare mentalità, buttare via le certezze ingannevoli, per cercare Lui, la Verità che non inganna.
Non dobbiamo temere le prove, di subire sconfitte e delusioni: perché è proprio nel momento in cui il nostro piccolo mondo crolla, in cui le nostre aspirazioni, i nostri progetti umani cadono in frantumi, che Dio trova in noi il terreno ideale per realizzare il suo progetto.
Quando cadono le sicurezze umane, è l’ora della sicurezza di Dio, perché Dio ci aspetta là, sulla strada della sconfitta del nostro “ego”, della nostra presunzione: è infatti quando viviamo nell’umiltà, nella consapevolezza del nostro essere niente, che avviene l’incontro con Lui, l’unico Signore della nostra vita. 
Purtroppo, oggi più che mai, è difficile capire il significato, la portata, le conseguenze di questo “convertitevi”: siamo troppo legati alle inutili prospettive del mondo: ma solo accettando l’invito di Gesù, fidandoci di Lui e “cambiando strada”, potremo scoprire un nuovo panorama, una vita completamente diversa, quella del Regno di Dio, ricca, intensa, profonda.
E ci diremo: “Come ho fatto a non accorgermi fino ad oggi di questa meraviglia? Eppure Dio mi era sempre vicino!”.
Allora capiremo anche che quel “convertitevi” è una cosa seria, che non ha nulla a che fare con l’assumere un comportamento di facciata, nulla a che vedere con i soliti esercizi pietistici, con invocazioni di comodo, espresse a voce alta, più per farci sentire dai vicini che da Dio. “Convertirsi”, al contrario, vuol dire: “Accorgersi che è arrivato il momento di cambiare radicalmente vita!”; “di rendersi conto sul serio che Dio, nella sua bontà, ci vuole vicini a Sé”: e da quel momento, chi si convince di ciò, non potrà mai più essere lo stesso.
Purtroppo oggi la gente è assorbita completamente da altri problemi: a nessuno viene in mente di cambiare uno stile di vita comodo, rilassante, che offre gioie, divertimenti, benessere, con un altro che, al contrario, gli impone autocontrollo, altruismo, carità, dedizione per gli altri, fedeltà alla legge di Dio. Cambiare il “pensare solo a sé stessi” con “preoccuparsi per gli altri, per i poveri, per i meno fortunati”, è una scelta che fa paura, che terrorizza. Significa lasciare ciò che siamo, per diventare ciò che dovremmo essere: un andare verso l’ignoto, verso ciò che non conosciamo e che temiamo. Per farlo bisogna fidarsi ciecamente di Dio. Invece siamo purtroppo dei “malfidati”, dei diffidenti in tutto. E preferiamo continuare per la nostra strada.
D’altro canto, se ci guardiamo intorno, quello che vediamo non è che ci rassicuri molto: c’è gente che va puntualmente in chiesa da una vita, rimanendo poi sempre uguale: anzi, “siamo sempre uguali”, perché anche noi ci comportiamo così! Magari ci ammantiamo di bontà e opere buone, cerchiamo di apparire persone pie e caritatevoli ma, in fondo, siamo sempre i soliti calcolatori! Una domanda allora dovremmo porci: “A che mi serve frequentare gruppi di preghiera, di spiritualità, se poi in pratica non cambio mai?”
Succede purtroppo che siamo convinti di cambiare, ma al contrario noi, il messaggio di Gesù, invece di attuarlo, di metterlo in pratica, lo razionalizziamo, lo teorizziamo.
Leggiamo trattati di teologia, partecipiamo a corsi di approfondimento, a settimane di spiritualità, siamo assidui frequentatori della Chiesa e della Parrocchia, siamo ottimi parlatori, sempre interessanti e ammirati nelle nostre esternazioni, ma… è solo una grande illusione, siamo solo una maschera imbellettata e basta. Preferiamo adattarci e dissimulare, perché cambiare veramente è difficile, è doloroso, fa paura. Preferiamo darci a Dio sempre “con riserva” (il che equivale a non darsi). Facciamo “qualcosina” per Lui, ma mai “troppo” per non lasciarci coinvolgere completamente. Ci rifugiamo nelle scuse del lavoro, degli impegni di casa, dell’ufficio, dei figli ecc. per crearci un alibi. Tutto serve per sottrarci al compito fondamentale di aver cura della nostra vita interiore, della nostra anima, di noi, del nostro spirito.
Non accontentiamoci di essere semplici consumatori del culto domenicale: l’essere i nuovi apostoli di Cristo non consiste in una gara vanitosa a chi riesce ad avere di più: una Chiesa più affollata, cerimonie più belle, un coro più intonato; ma è al contrario raggiungere una “vita” nuova: una vita nella carità, nell’apertura e nell’ascolto di tutti; è portare la vita di Dio in noi, nelle nostre famiglie, nelle nostre comunità. Se la nostra vita pastorale, le nostre opere “buone”, non nascono dalla carità vissuta, sono fatiche a vuoto, non servono a nulla: sono gesti sterili che non porteranno mai dei frutti perché i nostri obiettivi sono “altri” rispetto ai disegni di Dio. Soltanto rispettando le sue premesse potremo far parte dei “chiamati”. Viviamo allora nella carità sincera, nell’amore vero: questo è quanto Gesù vuole da noi: perché “Tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri”. Amen.