martedì 2 giugno 2026

07 Giugno 2026 – CORPO E SANGUE DI CRISTO


Gv 6,51-58 

In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».
 

La festa liturgica del Corpus Domini risale al 1264 quando il Papa Urbano IV la istituì in ricordo del miracolo successo al sacerdote boemo Pietro di Praga, che dubitava della presenza reale del Corpo e Sangue di Cristo sotto le sembianze del pane e del vino consacrati: per vincere questi suoi dubbi, si recò a Roma per pregare sulla tomba dell’apostolo Pietro e durante il viaggio di ritorno in patria, fece sosta a Bolsena per la celebrazione eucaristica: qui, alla frazione del pane, l’ostia si trasformò miracolosamente in carne, da cui fuoriuscì una grande quantità di sangue, macchiando vistosamente il corporale steso sull’altare. Una preziosa reliquia che possiamo ancora oggi ammirare e venerare nel famoso duomo di Orvieto.
Oggi, dunque, la Liturgia ci ricorda che quando nella celebrazione Eucaristica “assumiamo” l’ostia consacrata, in realtà noi “mangiamo” il Corpo e il Sangue di Cristo. Ci immedesimiamo in Lui. È la nostra festa, di tutti noi discepoli, la festa della condivisione, la festa che ci ricorda l’importanza e i doveri dell’essere Chiesa.
Quando andiamo a fare la Comunione, il ministro ci porge la particola e dice: “Il Corpo di Cristo”; e noi rispondiamo “Amen!”, cioè “è vero, è così, sto per mangiare veramente il Corpo di Gesù”.
È l’istante del nostro incontro materiale con Dio. Il Divino si riumanizza in noi, e dovremmo allora sentire il nostro cuore esplodere in umile preghiera: “Ecco, Signore: questo è il mio di corpo, te l’offro come tua abitazione: entra tranquillo, farò di tutto per rendere confortevole la tua presenza!”; e Gesù di rimando: “Amen; lo so, va bene, tranquillo, mi piaci così come sei: insieme faremo grandi cose!”.
Se sapessimo ascoltare il divino, sentiremmo sicuramente queste o simili espressioni: perché incontrarsi nell’Eucaristia è senz’altro motivo di conforto, una gioia reciproca, quella di Dio e quella nostra!
Lui, il Dio onnipotente, non si vergogna di venire dentro il nostro corpo: entra nella nostra umanità per amarla, valorizzarla, ristrutturarla, difenderla; viene perché è felice di stare a tu per tu con noi; viene per identificarsi con noi, Corpo nel corpo. E lo fa anche per necessità, perché anche Lui ha bisogno di noi, ha bisogno del nostro corpo; dopo la sua ascesa in cielo, infatti, il nostro corpo gli è indispensabile per continuare a muoversi, per operare, per parlare, per catechizzare questo mondo ostile; durante questa nostra vita siamo noi il suo “alter ego”: siamo noi la sua voce, il suo viso, le sue braccia, le sue gambe, il suo cuore. Un compito decisamente impegnativo, di grande responsabilità, per il quale dobbiamo renderci degni, dobbiamo cioè “santificare” questo nostro corpo, averne cura, non esporlo mai al pericolo del male, non svenderlo al mondo, non asservirlo irresponsabilmente al peccato.
Il vangelo parla più volte di “mangiare la carne” e “bere il sangue”. Ovviamente, quando la gente sentiva queste parole, inorridiva. E possiamo ben comprenderne i motivi: non a caso i primi cristiani, fra le varie accuse, furono tacciati anche di cannibalismo, di antropofagia, di infanticidio. Del resto, il verbo “trògo”, mangiare, usato da Gesù, non lascia dubbi: vuol dire proprio “masticare”.
Ricordo in proposito che una vecchia suora ripeteva severamente a noi ragazzini, durante la preparazione alla Prima Comunione: “Non masticate la particola, perché fate male a Gesù!”. Parole che mi hanno colpito così profondamente, che ancora oggi talvolta mi condizionano.
Ma all’epoca vigeva ancora la mentalità che discriminava rigorosamente la “materia” rispetto allo “spirito”. Si diceva: “Tutto ciò che è materia, che è corpo, che è umano, che muore, è negativo, indegno, spregevole, è peccato. Soltanto ciò che è spirito è elevato, sublime. Per far emergere lo spirito dobbiamo mortificare il più possibile la materia”. La “materia”, il corpo, era considerato solo un vile rivestimento, un contenitore, la prigione dello “spirito”: chi desiderava rispondere ad una vocazione religiosa, chi ambiva seguire Cristo, doveva reprimere il suo lato materiale, fustigare il proprio corpo, doveva purificarlo, in nome di Dio, da ogni godimento mondano. La via della santità passava attraverso la totale privazione di ogni piacere naturale: per il cibo e le bevande, per le gioie sessuali e l'affetto, per il divertimento e le sane risate. Qualunque debolezza in questo senso, era “peccato”, tutto era opera del demonio. Lo slogan era: “Il corpo è di Satana: bisogna combatterlo”.
Poi finalmente si è capito che oltre allo spirito, abbiamo avuto in dono da Dio anche un corpo; inscindibili l’uno dall’altro: non esiste nessun corpo umano senza spirito, come nessun spirito, nessun’anima, senza il proprio corpo; ogni uomo è costituito da questi due elementi inseparabili: quando stiamo male nel corpo, infatti, anche lo spirito soffre, sta male; al contrario quando lo spirito sta bene anche il nostro corpo sta bene. Noi non ce ne rendiamo conto ma molte delle nostre malattie corporali dipendono da malattie dell'anima: in tal caso possiamo prendere tutti i farmaci che vogliamo, tutti gli antidepressivi in circolazione, ma non ne usciremo mai, perché non è il corpo che è ammalato, ma il nostro spirito: il corpo funge semplicemente da termometro, è il display, la “radiografia” del nostro spirito.
Chi non ama il proprio corpo non ama neppure Dio perché il corpo è l’abitazione dello Spirito di Dio. Il corpo è di Dio. S. Paolo lo definisce “tempio dello Spirito Santo”. Ecco perché dobbiamo riconciliarci con il nostro corpo, dobbiamo conoscere e rispettare i suoi ritmi, i suoi limiti, le sue possibilità; dobbiamo amarlo, dobbiamo volergli bene.
Senza ovviamente oltrepassare i limiti del buon senso e della morale naturale: perché oggi, dal disprezzo pressoché totale di una volta, siamo passati alla più sfrenata esaltazione del corpo umano; la società del consumismo è arrivata ad idolatrare il corpo, e non solo quello femminile. Oggi il corpo viene ostentato, viene pubblicizzato in tutta la sua felina armoniosità; è diventato merce di scambio, oggetto di latria, di culto. Qualunque sua imperfezione determina la discriminazione della persona; l’amore che gli viene tributato è per questo ben lontano dal rispetto che ci ha insegnato Gesù, dall’amore con cui Lui ama il nostro corpo.
Ci siamo mai chiesto perché Gesù, invece del suo "corpo", non ci invita a mangiare e a nutrirci della sua santità, della sua giustizia? Perché, invece del suo sangue, non ci dice di bere la sua innocenza, la sua mitezza? perché non ci dice di prendere dalla potenza divina tutto il suo vigore? Invece si limita a dire: “Prendete e mangiate la mia carne!”. Non vi sembra incredibile? Gesù, il Dio onnipotente, ci lascia in eredità la debolezza, la fragilità del suo corpo umano!
Avrebbe potuto scegliere mille altri modi per rimanere con noi: avrebbe potuto lasciarci un segno straordinario della sua potenza, della sua gloria, un segno evidente e definitivo per rassicurare la nostra fede sempre traballante. Avrebbe potuto... E invece no! Gesù ha scelto di rimanere in mezzo a noi con il suo corpo, la sua storia, la sua vita appassionata d'amore, il suo Volto, sublime trasparenza di quello del Padre.
Mangiare la carne e bere il sangue del Signore significa pertanto nutrirsi del cuore incandescente dell'Amore, significa assimilare la linfa di quella Vita più forte della morte, significa scoprire che Dio è più intimo con noi, di quanto lo siamo noi stessi. 
Ciascuno di noi è chiamato quindi ad abbandonare il suo agire da “uomo vecchio” per diventare altri “Cristo”. Dobbiamo abbandonare l’io, per diventare Lui. Dobbiamo abbandonare la nostra identità per diventare Corpo di Cristo, per assumere la sua identità, l’identità del “Dio in noi”.
Non si tratta ovviamente di un processo facile, come può essere il “mangiare”, il prendere un cibo qualunque: non per nulla Giovanni qui introduce la necessità di masticare: non una semplice “ingestione”, ma una "ruminatio", un’assimilazione lenta, studiata, progressiva.
In altre parole si tratta di una profonda “conversione”, un diventare “l’Altro”.
Nei vangeli, tutti quelli che hanno “incontrato” Cristo, non sono più stati gli stessi di prima.
La loro è stata un’esperienza radicale, sconvolgente, risolutiva. E la nostra “esperienza”? Che cambiamento è avvenuto in noi? Dove, come, quanto, Dio ci ha “sconvolto” la vita? Che fuoco ha acceso dentro di noi?”.
Se non si è verificata in noi alcuna “conversione”, vuol dire che la nostra fede non è ancora vera, autentica. Se continuiamo ad essere “noi stessi”, se continuiamo a rimanere ancorati alle nostre idee, ai nostri atteggiamenti, vuol dire che ancora non siamo riusciti ad immedesimarci con “Lui”. Allora il nostro “incontro” con Gesù Eucaristia, dovrà purificarsi, dovrà essere un incontro di vera “comunione”: in questo modo Egli, offrendosi a noi, compenserà il nostro nulla, trasformandoci da “esseri carnali”, in “esseri spirituali”: con la sua azione di grazia, cioè, noi arriveremo gradualmente a vivere della sua stessa Vita.
Preghiamo allora, oggi in particolare, Gesù Eucaristia, perché si attui questa nostra conversione, perché ogni discepolo su questa terra si apra allo stupore e all’amore di Dio, perché ogni prete, ogni cristiano, che agisce nel Suo nome, cresca in santità, e diventi vera trasparenza dell’amore di Dio. Preghiamo perché nessuno svilisca, “cosifichi”, invalidi l'Eucarestia domenicale: ma al contrario essa si trasformi, all'interno della nostra settimana, in una forza dirompente, divinizzante, un salutare pungolo alla nostra mediocrità, e diventare discepoli sempre più convinti e consapevoli dell'immensità di Dio. Non spegniamo mai lo Spirito Divino che è in noi: lasciamo invece che la Sua grazia ci raggiunga e ci trasformi radicalmente. Amen!

 

mercoledì 27 maggio 2026

31 Maggio 2026 – SS. TRINITÀ


Gv 3,16-18 

«Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio».

Oggi la chiesa celebra la festa della Trinità: un Dio che è Padre, Figlio e Spirito. Un mistero, quello trinitario, che è costantemente al centro della vita cristiana; noi lo ricordiamo infatti ogni volta che facciamo il segno della croce: «Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo». Un gesto purtroppo che ormai ripetiamo meccanicamente, senza pensare a quello che facciamo o diciamo, soprattutto a come lo facciamo. Dobbiamo infatti riconoscere che la questione della profonda identità di Dio uno e trino, pur essendo un dogma fondamentale della nostra fede, oggi non interessa più nessuno; anzi, voler spiegare la divinità di un Figlio uguale al Padre, pur nella diversità della sua azione storico salvifica, e a disquisire sulla realtà personale dello Spirito Santo, viene considerato un inutile esercizio teologico, lontano dai problemi esistenziali ben più importanti e urgenti: che Dio sia uno o trino, infatti, è l’ultima preoccupazione di una società laica come la nostra, in cui l’idea di Dio (uno o trino che sia) viene sempre più estromessa dalla vita personale e reale degli stessi cristiani.
La festa di oggi ci pone pertanto davanti ad un problema: perché il Dio della teologia, dell’intuizione speculativa, non corrisponde più con il Dio della nostra vita pratica? Problemi di comprensione? Di impenetrabilità dei concetti? Eppure la Trinità divina ─ almeno a livello di “intuizione” ─ non ha bisogno di uno “sforzo speculativo”, di equilibrismi intellettuali, per essere afferrata dalla nostra mente: è un concetto abbastanza comprensibile, semplice; è in pratica fare esperienza di Dio, quella stessa esperienza vissuta e capita direttamente dai primi discepoli, che non erano certo degli intellettuali: Gesù, loro amico, loro compagno e loro maestro, affermava di essere figlio di Dio: e nella realtà si comportava esattamente così, da figlio di Dio. In quell'uomo c'era veramente Dio! E in quell'uomo, essi sperimentarono un infinito mondo d'amore, di comunione, una vita così grande e intensa, un qualcosa di così profondo e intimo da risultare incommensurabile: e collegarono questa loro esperienza all’immagine che meglio poteva esprimerla, l’idea di famiglia, composta da un padre-madre, da un figlio e dal loro amore reciproco, lo Spirito; in altre parole un Dio “trino”, un “unico” che si esplica in tre funzioni: un Dio che sta “sopra” di noi, che è il nostro creatore, la nostra origine, che noi chiamiamo “Padre”; un Dio uomo come noi, che chiamiamo Figlio, che si fa compagno del nostro cammino, che con la sua morte e risurrezione ci ha riscattati; e c'è infine un Dio che abita “dentro” di noi come creatività, forza, passione, energia, che è “entusiasmo” (dal greco “enthousiasmós” che deriva da “én-theos” = “il dio dentro”): il Dio, in una parola, che ci ha fatto “chiesa”, e che si chiama Spirito Santo.
Tutto il creato risente di questa impronta trinitaria. In particolare la famiglia umana, prima cellula sociale, è eminentemente trinitaria: l’uomo e la donna pur essendo nella loro identità due persone distinte, si fondono in unità (Padre-madre) nel loro relazionarsi mediante l’amore reciproco (Spirito), generando un’altra persona (Figlio), un figlio identico in tutto a loro, ma ben distinto da loro.
La reale funzionalità di questo “amore” come terzo elemento connaturale, uguale e distinto, appare evidente. Come pure evidente è la percezione del nostro ruolo “trinitario”: quando eravamo bambini infatti abbiamo sperimentato un “unum” indissolubile: eravamo un tutt’uno con nostra madre, eravamo completamente fusi con lei fin dal grembo della vita; ci sembrava che fuori di noi due non ci fosse nulla, ci sembrava di essere il tutto. Poi col tempo ci siamo accorti che non c'eravamo solo noi, ma che c'erano anche tante altre persone; ci siamo accorti che tutti eravamo diversi gli uni dagli altri; eravamo unici, ma eravamo anche in tanti, e abbiamo scoperto che qualcosa ci univa: un qualcosa ci legava, un qualcosa che si intesseva con le nostre vite: un qualcosa che, maturando, abbiamo riconosciuto come sentimento, amicizia, rispetto, amore. Venire al mondo, nascere, è la cosa più bella, è il senso della vita, ma è anche la cosa che ci fa paura perché in quello stesso momento diventiamo “altri”: ognuno, da solo che era, dovrà confrontarsi con gli altri, dovrà cioè “altrificarsi”.
Così per molte persone sentirsi “altre”, sentirsi diverse (di-versus vuol dire che ognuno ha il suo verso, il suo carattere, la sua strada, la sua corsia, la sua “chiamata”) diventa un problema, perché le obbliga ad esporsi, a mettersi in gioco, quando invece preferirebbero rimanere nell’anonimato, nel “così fan tutti”, immergersi nel conformismo, nell'indifferenza, nelle mode.
Di contro, vi sono persone che vivono la loro “alterità” come un continuo confronto, una competizione: dove “competere” significa voler puntualizzare a tutti i costi la nostra diversità, voler stabilire la nostra superiorità, dimostrare che non temiamo confronti. Vuol dire affrontarsi e farsi guerra; sentire l'altro come un nemico, un pericolo.
Il mondo familiare, il mondo del lavoro e a volte anche le nostre comunità cristiane, sono piene di persone che di nascosto, subdolamente, si combattono tra loro. Sentono l'altro come un nemico e tentano di zittirlo, di eliminarlo, di ucciderlo, non fisicamente, ma con le parole, con le insinuazioni, con i giudizi taglienti. Giudicare, in greco “krino”, vuol dire letteralmente “dividere”, “separare”; chi giudica con acrimonia, non ama e non si ama; non accetta gli altri perché in realtà non accetta neppure sé stesso. Sminuisce gli altri per farsi più grande; e quindi sparla, trancia giudizi velenosi, crea maldicenza intorno a sé. Chi emette giudizi a vanvera è un illuso, un mitomane, perché pensa di essere solo lui perfetto, inattaccabile, superiore a tutti.
Certo, c’è ancora molta strada da fare, nei rapporti interpersonali, per vivere l'esperienza trinitaria, in cui io sono io e tu sei tu, ma l’amore ci unisce entrambi.
Se sviluppiamo e viviamo la nostra “alterità” in funzione dell’amore, saremo sicuramente felici, ci sentiremo realizzati, saremo soddisfatti, di noi stessi per come siamo, e degli altri per come sono. Allora gli altri possono scegliere anche soluzioni diverse dalle nostre, senza che per questo proviamo invidia o rancore per le loro scelte; noi proseguiremo per la nostra strada e saremo felici: gli altri andranno per la loro di strada, e noi saremo felici per loro, perché capiamo che quella è la strada giusta per loro. Le cose a questo mondo si possono fare in tante maniere: solo che noi molto spesso definiamo “sbagliato” ciò che è soltanto differente: ci sono tanti modi di pregare, tanti modi di vivere la famiglia, tanti modi di pensare; ci sono innumerevoli possibilità, che riflettono tutte insieme l'immensa grandezza di Dio, la sua varietà di progetti, la sua creatività, la sua generosità. Pretendere che tutti agiscano allo stesso modo, standardizzare qualunque iniziativa, significa essere malati di autovalutazione, non amare le iniziative e la libera espressione degli altri: amiamo cioè l’altro, solo perché rappresenta specularmente la nostra stessa immagine: attraverso lui, ammiriamo e amiamo in ogni caso noi stessi.
Il nostro relazionarci con l’altro in questo modo è però falsato sul nascere, perché non c'è crescita, non c'è novità, non c’è vita, non c’è amore: non ci sarebbe soprattutto il libero intervento creativo di Dio che ci ha voluti diversi, creature uniche, inconfondibili.
L'amore vero, autentico, l’amore creativo, l’amore offerta, l’amore oblazione, si realizza infatti unicamente attraverso l'unione di due creature “distinte”, diverse. “Ti amo perché tu sei tu, non sei me. Amo te perché sei altro da me”. È questa l'unione vera; è questo l'amore vero; è questo il legame che deve unirci; è questo lo Spirito che incontriamo al di là di ciò che facciamo o di ciò che pensiamo; insomma è questa la vera unione spirituale, l'incontro in profondità delle anime. Amare non consiste nel pensare le stesse cose, nell’avere le stesse idee, nel compiere le stesse azioni, nel sognare gli stessi ideali. Amare è incontrarsi nello Spirito, nel profondo dell'anima, e costruire, nella reciproca “alterità”, l’identità di una unione che si ispira a Dio, rendendolo concretamente visibile. Perché Dio è amore, e la Trinità è l’essenza concreta di questo amore.
Inondati dal dono dello Spirito della recente Pentecoste, lasciamoci allora convertire al Dio Trinità che celebriamo oggi, a quel Dio che Gesù ci ha rivelato, che è amore, festa, incontro, relazione, amicizia, comunione, famiglia.
Non dimentichiamo mai che questo Dio ci ha creati “a sua immagine e somiglianza”: ha impresso cioè dentro di noi un DNA trinitario, grazie al quale siamo stati pensati fin dall’inizio per vivere anche noi una vita d'amore, di comunione, di fraternità, di condivisione. Festeggiare la Trinità significa allora riscoprire questo nostro DNA; significa verificare se lo viviamo fedelmente nelle nostre scelte familiari, professionali, vocazionali, in tutte quelle nostre priorità su cui stiamo costruendo la nostra vita, la nostra umanità. Amen.

 

martedì 19 maggio 2026

24 Maggio 2026 – DOMENICA DI PENTECOSTE


Gv 20,19-23 

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». 

Dopo la morte di Gesù, gli apostoli vengono presi da un profondo sconforto, dalla paura, dalla delusione. Si sono rinchiusi nel Cenacolo, stanno tutti insieme, hanno una paura folle. Il Cenacolo, in cui tutto ricorda ancora la presenza di Gesù, è per loro una specie di grembo materno, si sentono avvolti, protetti, nascosti, al sicuro. I cinquanta giorni, che sono trascorsi dalla Pasqua, hanno segnato per loro un’esperienza terribile, un periodo di profonda e sofferta crisi interiore.
Improvvisamente un terremoto, un uragano, uno scossone tremendo si abbatte su di loro. Lo Spirito di Dio è sceso su di loro, ha invaso i loro cuori, ha spazzato le loro menti: la loro esistenza viene completamente stravolta; i loro pensieri, le loro certezze, la loro vita, che prima seguivano certi ragionamenti, all’istante cambiano, trasformano radicalmente tutto il loro essere: da incerti, timorosi, dubbiosi, diventano forti, intrepidi, decisi: in una parola diventano “altri”, sono irriconoscibili.
È la Pentecoste, il giorno dello Spirito: il giorno che ha segnato la loro totale, decisiva rinascita. Da un livello di superficie, di esteriorità, di facciata, sono passati ad un livello di grande profondità, di decisiva interiorità; da un dipendere da altri, da una insicurezza infantile, sono passati alla piena maturità, alla completa autonomia, alla totale libertà di pensiero.
Parlano una lingua “altra”, che però tutti capiscono, perché dentro di loro hanno stabilito un contatto diretto con Dio. Fino ad allora Gesù era una presenza esterna: aveva vissuto con loro giornate intere, avevano mangiato e parlato insieme. Ora quel Gesù, risorto, non è più all’esterno ma dentro di loro, lo sentono forte e chiaro, potente e presente. Il loro terrore di perderlo si è trasformato ora nella certezza che nessuno avrebbe più potuto allontanarlo da loro.
Pentecoste è pertanto una “irruzione” dello Spirito che sconvolge, rovescia, rigenera; per questo è sempre accompagnata da una crisi. Il verbo greco “crino”, da cui “crisis”, vuol dire separare, distinguere, giudicare: la “crisi” generata dallo Spirito consiste quindi in un punto di rottura, di svolta, di separazione: è il momento cioè in cui dobbiamo stabilire ciò che in noi va tenuto e ciò che va lasciato, in cui riconoscere il nuovo, e avere il coraggio di lasciare il vecchio.
Noi, creature umane, siamo impastati di crisi; per noi è impossibile crescere, evolvere, rinascere, senza dover di volta in volta affrontare e superare le nostre tante crisi: quelle della vita, degli anni che passano inesorabilmente, dei fatidici sessant’anni; della morte di persone a noi care; delle disavventure e delle difficoltà economiche, della perdita del lavoro; come pure quelle spirituali e affettive: della fede che non ci sorregge più; della necessità di maggiori certezze; delle speranze che ci crollano addosso; del naufragio di un amore, di una famiglia, dell’allontanamento dei figli.
Tutte crisi che fanno da corredo alla nostra vita: ognuna di esse comporta una sofferenza, un travaglio, un conflitto, ma sono anche prove che ci maturano, ci rendono più forti, ci scuotono, perché ognuna di esse è sempre e comunque superabile: noi non siamo mai soli, abbandonati a noi stessi, ma costantemente protetti da quel particolare “intervento” dello Spirito che ci assiste, ci trasforma, ci rende la Vita più vera, più matura, più libera. È in quel momento specialissimo che percepiamo distintamente l’amore di Dio che opera in noi: è la nostra personale Pentecoste, è la consolante azione dello Spirito in noi.
Eppure, se noi chiediamo alla gente cos’è lo Spirito, la maggior parte non sa cosa rispondere. E non sa rispondere perché purtroppo non Lo conosce, non ne ha esperienza, non l'ha mai individuato, mai vissuto. Molti pensano che lo Spirito sia un “optional”, un accessorio che ciascuno a piacere può aggiungere alla propria personalità; e poiché per quanto li riguarda, stanno già ottimamente così come sono, dello Spirito di Dio ne fanno volentieri a meno.
Ma lo Spirito non è un di più, un’aggiunta, un supplemento: è qualcosa di noi, è parte del nostro essere, è quel “qualcosa” che addirittura ci fa essere. Non è che Dio, in un certo giorno della nostra vita, si sveglia e decide di farci un regalo, scendendo in Spirito dentro di noi; Egli è da sempre in noi, è Lui che ci ha fatto essere, ci ha fatto crescere: perché è esattamente Lui quel “soffio di vita” che Dio nella creazione iniziale alitò sull’uomo, quel "soffio" che Egli continua puntualmente ad alitare su ogni essere umano all’istante del suo concepimento.
Allora, essere “spirituali” non vuol dire pregare molto, compiere buone azioni, fare cose pie e religiose, frequentare la chiesa, partecipare a pellegrinaggi ecc. Essere “spirituali” vuol dire essere dello Spirito, vivere "con" e "nello" Spirito, dimostrare a tutti Chi è Colui che abita in noi, far capire a Chi apparteniamo, Chi è la nostra guida spirituale: significa insomma condurre quel “particolare” stile di vita definito "spirituale".
Se guardiamo una persona, noi in genere ci fermiamo solo al suo apparire esteriore. Dobbiamo invece, come faceva Gesù, andare oltre la realtà materiale, dobbiamo guardare l’anima delle persone, dobbiamo individuare lo “Spirito” in quanti incontriamo: dobbiamo in una parola interessarci soprattutto a quella realtà soprannaturale che Lui chiamava “Regno di Dio”.
E lo diceva sempre: “Il Regno di Dio non è un luogo lontano, isolato, ma è qui, è dentro di voi, oggi, ora, adesso: vederlo, riconoscerlo, dipende solo da voi, dai vostri occhi!”. Gesù infatti anche quando guardava un fiore, un giglio del campo, vedeva Dio, perché vedeva la loro Luce, la loro Grazia, erano opera dello Spirito; guardava gli uccelli del cielo ed esclamava: “Che meraviglia; chi può vestirli, chi ha dato loro tanta libertà per librarsi così nel cielo?". Vedeva i fatti che accadevano e vi leggeva la mano di Dio che interveniva per insegnare a vivere; vedeva i sofferenti, i poveracci, i bisognosi e mentre tutti cercavano di evitarli, Egli li avvicinava, li abbracciava, li baciava, coglieva il loro bisogno d’amore, donava amore. Vedeva i peccatori e mentre tutti li consideravano nemici di Dio, Egli entrava dentro la loro anima, ne coglieva la luce nascosta, la loro forza, il desiderio intimo e profondo di rinascere. Vedeva dei pescatori qualunque e coglieva le loro potenzialità, li vedeva già suoi “apostoli”. In croce era accanto ad un assassino, un omicida e, mentre tutti vedevano in lui il malfattore, Egli lo rassicurava: “Oggi sarai con me in Paradiso”. Condannato a morte, mentre noi proviamo soltanto rabbia verso i suoi carnefici, Egli vide in loro quel piccolo barlume di luce, soffocato dalla tenebrosità del loro cuore, e disse: “Padre perdonali, perché non sanno quello che fanno”. Gesù insomma non si fermava all’esteriore, alla facciata, al materiale; Gesù vedeva in ogni essere umano lo Spirito del Padre, la Luce che illumina la loro anima di creature.
Questo faceva Gesù, e questo è l’insegnamento che Egli ci ha lasciato: ma noi siamo troppo distratti, siamo indifferenti, assenti: abbiamo sempre una quantità di cose da fare, siamo tesi, tormentati, assillati: non siamo mai pienamente sereni, felici, non riusciamo mai, insomma, ad entrare in sintonia con lo Spirito che vive in noi.
Questo è il nostro problema: non riuscire a percepire il divino, a vedere Dio. Siamo bloccati sul materiale delle cose, sollecitati, bersagliati in questo, dalla moderna società, miseramente incapace di elevarsi allo spirituale. È purtroppo la sua vera, autentica malattia: l'unico interesse che la regge è “avere”, possedere: “Quanto costa? Quanti soldi hai? Quanti soldi servono? Quanti soldi ti danno?”. Siamo tutti concentrati sul materiale, sull’egocentrismo più sfrenato: “Io, io, solo Io;  io di qua, io di là; parlo io; io lo so; io non ho bisogno di nessuno…”. Poi ci scandalizziamo per quanto succede nel mondo, per le notizie dei telegiornali, per la delinquenza dilagante, dimenticando che i veri colpevoli siamo tutti noi; siamo noi che ci comportiamo così, siamo noi gli intolleranti del sacro, i distruttori di ogni ordine morale: non stracciamoci ipocritamente le vesti, perché siamo noi soltanto che continuiamo a rendere squallida e decerebrata  l'attuale società! Se infatti il nostro unico pensiero è il conto in banca; se il divertimento viene prima di ogni cosa; se ragioniamo solo in base al “do ut des”; se non sappiamo più cosa significhi pregare, se non troviamo neppure un istante per pensare a Dio, per fare silenzio, per congiungere le mani e metterci in contatto con la nostra anima, ebbene, cosa pretendiamo di insegnare, che esempio, quali ideali pensiamo di trasmettere alle nuove generazioni? 
Una via da percorrere ci viene suggerita ancora dal Vangelo. Dopo aver donato il suo Spirito agli apostoli, Gesù si preoccupa di renderli consapevoli su come dovranno comportarsi nei confronti dei fratelli: “A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”. Ecco, questo sicuramente rappresenta un autentico problema. Perché stabilire chi perdonare e chi no, implica sempre una grande responsabilità, una profonda maturità: sappiamo però che Gesù è venuto in nostro aiuto, stabilendo un principio universale, che ci toglie da ogni imbarazzo: dobbiamo perdonare tutti, anche chi ci fa del male; dobbiamo usare sempre nei confronti degli altri, carità, amore, comprensione. Non solo per sette volte, come pensava Pietro, ma per settanta volte sette: vale a dire sempre e comunque.
Se non perdoniamo, succede infatti che la rabbia, il risentimento, il dolore per le offese ricevute, continueranno a vivere in noi: ogni mattina le rivivremo, ogni santo giorno verremo dilaniati dalla stessa collera: invece di lanciare gesti d’amore, lanceremo solo sassate: perché la vendetta genera vendetta. Solo il perdono spezza la catena. Solo il perdono spezza questo automatismo diabolico.
Il famoso domenicano Henri-Dominique Lacordaire, era solito dire ai suoi frati: “Vuoi essere felice per un instante? Vendicati. Vuoi essere felice per sempre? Perdona!”.
Oggi dunque è Pentecoste: preghiamo allora Dio che faccia scendere nei cuori di tutti i fedeli il suo Spirito, il Consolatore, l’Avvocato. Perché oggi più che mai, ne abbiamo un assoluto bisogno: oggi più che mai abbiamo bisogno nella Chiesa e nel mondo di una nuova Pentecoste! I potenti della terra sono sempre più assetati di potere, e pensano solo ad aumentarlo, prevaricando su tutto e tutti; i ricchi mirano soltanto ad accrescere a dismisura i loro beni, non curandosi in alcun modo degli emarginati, dei miserabili che non hanno di che sfamarsi; i genitori non capiscono più i loro figli e ai figli non interessa più quel che dicono i genitori; nella famiglia e nella coppia non c’è più dialogo, perché ciascuno usa un proprio linguaggio, diverso e intraducibile. Nella Chiesa le parole e i gesti dei pastori non scaldano più il cuore, sono meccanici, consunti dall’uso, e non invogliano più nessuno alla conversione. A chi è ancora lontano dalla fede, non arrivano più le parole appassionanti di amore e di vita del Vangelo, perché affidate a troppi testimoni sempre più frettolosi, freddi, distaccati, invischiati nel “mestiere”, e diventati irriconoscibili a Cristo stesso...
Abbiamo veramente bisogno, Signore, che il tuo Spirito Santo scenda dal cielo, e come fuoco bruci tutte le sterpaglie che soffocano il mondo, e soprattutto ripeta ancora una volta il miracolo delle lingue! Sì, perché in questa nostra società, nonostante i potentissimi mezzi di comunicazione, non c’è più colloquio, non c’è più condivisione di gioia, di bellezza, non ci sono più parole di bontà e di perdono. Siamo bersagliati continuamente da sopraffazioni e violenze, da cattiverie e da odio, inondati dal fango di putride insinuazioni. Ecco perché, o Signore, serve in fretta che Tu ripeta dal cielo il Tuo miracolo d'Amore, in particolare su quanti hai chiamato a rappresentarti: come avvenne in quel lontano giorno di Pentecoste, in cui i pochi tuoi Apostoli uscirono rinnovati dal cenacolo e fecero capire al mondo intero la bellezza della Tua Parola, vivendola e testimoniandola, fortificati dai tuoi santi doni. Amen.

  

mercoledì 13 maggio 2026

17 Maggio 2026 – ASCENSIONE DEL SIGNORE


Mt 28,16-20 

In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

Oggi la chiesa celebra la festa dell'Ascensione: Gesù lascia questa terra e sale al cielo per ricongiungersi col Padre. L’appuntamento concordato con i discepoli è di incontrarsi in Galilea, su un “monte” noto ad entrambi: solo che giunti lassù i discepoli, vedendo Gesù ancora solo, vengono assaliti da nuovi dubbi: la scena che essi immaginavano era quella dei preparativi per organizzare finalmente la rinascita di Israele. Nel loro cuore, pertanto, tutto viene rimesso in discussione. 
Gesù capisce subito la situazione, e li riporta alla realtà: li fa vivere un’esperienza che diventerà importante e decisiva non solo per loro, ma per noi e per tutti i discepoli che verranno: Gesù ci affida il difficile compito di continuare la sua missione nel mondo, assicurandoci la sua costante presenza. Non dice come: ma i discepoli di ogni tempo lo capiranno nel momento stesso in cui lo Spirito di Dio scenderà in ciascuno di loro, ed essi si trasformeranno, diventeranno “altri”.
I pochi versetti della pericope di oggi, concludono il vangelo di Matteo.
Costituiscono la sua sintesi dottrinale: ed è proprio dalla conclusione della vita terrena di Gesù, che dobbiamo partire per capire il compito della sua missione universale, la missione della Chiesa. È da qui che Egli inizia una nuova presenza sulla terra: Egli non c'è più, ma ci sono gli apostoli; Gesù non c'è più, ma c'è la Chiesa, sua presenza nel mondo: Lui “ascende” al cielo, se ne ritorna lassù da dove era venuto, e lascia qui in terra la sua Chiesa, noi, i “nuovi Gesù”. 
In questo passo Matteo, per la verità, non fa alcun cenno all'Ascensione, non spende una parola per questo evento importantissimo. Contrariamente a Luca, che nel suo Vangelo e negli Atti ne parla ampiamente, Matteo non la nomina neppure: si limita a scrivere che Gesù, una volta risorto, appare agli undici e impartisce loro alcune disposizioni prima di andarsene.
La sua è semplicemente una scena di congedo: Gesù che se ne va e lascia ai suoi collaboratori le ultime volontà, lascia il suo testamento spirituale, le sue parole più preziose, a guida e conforto di quanti rimangono.
Matteo apre questo resoconto, sottolineando subito nei discepoli il loro stato d’animo contraddittorio: dapprima “si prostrano” per adorarlo, e subito dopo in cuor loro dubitano di lui: sembra casuale, ma in effetti è una annotazione magistrale, perché dipinge esattamente i due volti della Chiesa, il duplice modo di rapportarsi a Dio dei discepoli, dei cristiani di allora, di oggi, di ogni tempo: ci sono infatti persone che aderiscono immediatamente a Lui, lo sentono vicino, vivo, presente, dentro la loro vita; altre invece sono dubbiose, scettiche, persone che non si lasciano coinvolgere con facilità. Due atteggiamenti tipici dell’animo umano: l’interesse e il disinteresse.
“A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra”. Gesù mette in chiaro le sue credenziali: chi è, che poteri ha, il suo campo d’azione: Egli è il Signore della storia, ha il potere assoluto su ogni cosa, su tutti gli eventi, su ogni uomo. Egli è la salvezza per tutti gli uomini, nessuno escluso: è di tutti, per tutti. È Padre misericordioso, ma anche giudice imparziale.
Parole solenni, importanti, che oggi sentiamo anche noi risuonare distintamente nella nostra coscienza; parole che, per inciso, ci richiamano alla memoria i maestosi mosaici del Cristo “Pantocrator” (dal greco “pan-kratéo” = onni-potente): un Dio serio, autorevole, Padrone della vita e del mondo che, seduto sul suo trono, si appresta a giudicare gli uomini.
Un’immagine oggi accantonata del tutto, poiché ci evoca realisticamente quel momento tremendo in cui anche noi, messi alla sua presenza, dovremo sottoporci al suo giudizio finale: dovremo cioè rendere ragione di ogni cosa che ci riguarda, anche delle più segrete e nascoste: in quell’occasione il nostro animo, la nostra coscienza, il nostro cuore, la nostra vita, verranno esaminati: ogni nostra menzogna sarà svelata, ogni inganno rivelato, ogni lato buio, ogni ombra, messi in luce. Saremo privi di ogni maschera, tutti potranno vederci per quello che siamo realmente: ogni nostro bluff miseramente cadrà: scopriremo che dietro a tante azioni che noi pensavamo buone, si celava falsità, ottusità, cattiveria, mentre al contrario tante azioni giudicate cattive dal mondo, in realtà erano dettate dalla bontà, dall’altruismo, dalla preghiera, dall’ascolto della Parola di Dio. In quel giorno avremo veramente molte sorprese, e capiremo con quanta leggerezza abbiamo vissuto, con quanta presunzione abbiamo spesso agito, senza tener conto che un giorno Dio ci avrebbe giudicato con grande misericordia, è vero, ma anche con la dovuta giustizia.
Oggi dunque Gesù sale al cielo e lascia gli Apostoli sulla terra. Prima era Gesù il responsabile, l'incaricato dell’annuncio; ora lui non c'è più; ma c'è la Chiesa, ci siamo noi. Siamo noi i nuovi responsabili.
Da questo momento in poi, nulla può essere lasciato al caso; la nostra vita non può essere più la stessa di sempre: essere “spirituali” a tutto campo, infatti, vuol dire anche essere concretamente “materiali”: dobbiamo cioè prenderci cura di questo mondo. Non possiamo rifugiarci soltanto nello spirituale, nella meditazione, nel colloquio estatico con Dio, ma dobbiamo calarci anche in questo mondo, percorrerlo in lungo e largo annunciando il messaggio di Cristo. Lui ce l’ha ordinato!
Gesù è stato chiaro: la salvezza è destinata a tutti, nessuno escluso. Dio è di tutti, Dio è per tutti. Nessun movimento, nessuna chiesa, nessun gruppo può dichiararsi esclusivo amministratore della salvezza di Dio. Anche gli Ebrei pensavano questo, anche i farisei dicevano: “Noi abbiamo Dio per padre”; al punto che, convinti di essere nel giusto, hanno ucciso Dio. È Dio che salva chi ne ha titolo, qualunque sia la sua estrazione sociale, la sua origine, la sua razza, la sua cultura. Questa è la missione della Chiesa. Questa è la missione che Gesù ha conferito a noi, Chiesa, a me, a te, a tutti indistintamente, forte dell’indiscussa autorità concessagli dal Padre.
Una responsabilità non indifferente questa: una responsabilità che non deve mai essere disattesa né travisata. Ecco perché noi (la Chiesa) dovremmo continuamente chiederci: “Siamo fedeli a questo mandato di Cristo? Facciamo vedere veramente Cristo? Lo annunciamo veramente? Veramente la nostra vita, i nostri comportamenti, i nostri gesti parlano di Lui, lo testimoniano a tutto il mondo?”.
È importante, fondamentale essere consapevoli di ciò; dobbiamo avere le idee chiare: perché se vogliamo obbedire alla chiamata di Cristo, se vogliamo essere persone “spirituali”, persone cioè che annunciano e vivono lo Spirito del vangelo, non significa che dobbiamo vivere “fuori” dalla realtà, non vuol dire che dobbiamo rifugiarci in un misticismo asettico, privato, elitario: significa invece essere “operativi”, essere concreti; significa prendersi cura di questo mondo in prima persona, significa essere impegnati concretamente in questa missione, significa “sporcarsi” le mani, offrendole amorevolmente ai rifiuti della società.
Ovviamente il mondo, i nemici di Dio, i faccendieri, i falsi umanitari, chi trae profitto dalla carità, fanno di tutto perché noi, Chiesa, rimaniamo chiusi nei nostri santuari, cantiamo le nostre lodi, celebriamo le nostre liturgie; per loro l’unica cosa importante è che nessuno mai si permetta di entrare a gamba tesa nelle loro vicende “temporali”, nelle loro vicende “mondane”, nelle loro ideologie, nei loro equilibrismi; vogliono che la Chiesa in particolare non si impicci di politiche sociali, di famiglia, di matrimoni omosessuali, di trasformazioni genetiche, di sfruttamento minorile, di lavoro nero, in una parola sul metodo suicida con cui intendono risolvere l’attuale squilibrio sociale, prescindendo da Dio e dal suo Vangelo.
Ma Gesù non vuole che stiamo zitti: la sua Chiesa non può rimanere zitta o indifferente! Lui stesso si è sempre espresso apertamente contro ogni sopruso, contro ogni ideologia: e Lui deve essere l'unico nostro criterio di giudizio, a Lui e al suo Vangelo dobbiamo conformarci, perché, lo ripeto, noi oggi rappresentiamo il Gesù di allora: questo non dobbiamo dimenticarlo mai!
Lui non c'è più, è vero, ma ci siamo noi per Lui, e pertanto non possiamo rinnegare, adattare o distorcere la sua Parola.
Questa è la realtà cristiana: se non ci sta bene, se non la affrontiamo convintamente, smettiamo di definirci pomposamente dei buoni cristiani, “discepoli del Maestro”: smettiamo di ingannare noi e gli altri, poiché lontani da Lui, disallineati dal suo Spirito, ogni nostra iniziativa crollerà e noi stessi continueremo ad essere delle misere nullità.
Il mandato che Egli ci ha espressamente affidato è sì impegnativo ma anche straordinario, entusiasmante: “Andate! Fate discepoli! Apritevi!”.
Una fede chiusa, circoscritta, è una fede morta; al contrario, la vera fede è aperta, dinamica, in costante crescita, in continua progressione. La Chiesa non può vivere appartata, inerte, silenziosa spettatrice delle rivoluzioni pseudo culturali e morali in atto nel mondo: oltre che “cristiana”, legata cioè indissolubilmente a Cristo e alla sua Dottrina, deve essere anche “cattolica”, universale, deve cioè diffondersi a tutti gli uomini, far conoscere al mondo intero la sua autentica identità, la sua lucentezza, la sua originalità; soprattutto, e questo è fondamentale, la sua assoluta fedeltà ai quei valori inalienabili che il suo Fondatore le ha esplicitamente affidato.
Purtroppo, anche nella nostra cattolicissima Italia, troppo spesso assistiamo ad un silenzio assordante: l’autentica fede cristiana è abbandonata allo sbando: debilitata, ferita, imbastardita, fagocitata dalle novità del momento, arroccata su visioni e programmi destinati puntualmente al disinteresse generale, si sta definitivamente spegnendo; ci troviamo di fronte ad un cattolicesimo declassato, fuori moda, diventato religione “per vecchi”, per chi non ha nient’altro da fare: trascurata, accantonata, svilita dall’ignoranza delle nuove generazioni, ha gradualmente smarrito il suo entusiasmo vincente, quella vitalità che la rendeva raggiante, appassionante, coinvolgente.
Sarebbe ingeneroso scaricare come al solito l’intera responsabilità di questa tragica situazione unicamente sui preti, sul clero, sul magistero: purtroppo però un consistente numero di tali esponenti, importanti protagonisti della gerarchia, per una falsa “misericordiosa” apertura, si sta gradualmente adeguando sempre più alle esigenze del mondo e del nuovo pensiero fluido dominante; tuttavia, dobbiamo giustamente riconoscere che, questa volta, gran parte della responsabilità è “nostra”, di noi cristiani tiepidi, demotivati, indifferenti, senza orgoglio, smidollati: cristiani spinti più dall’apparire che dall’essere, preoccupati più di piacere al mondo che a Dio. Amen.

 

mercoledì 6 maggio 2026

10 Maggio 2026 – VI DOMENICA DI PASQUA


Gv 14,15-21 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».

Giovanni continua anche oggi a riferirci il discorso di addio di Gesù iniziato domenica scorsa: i particolari da chiarire sono ancora molti e importanti, perché devono essere capiti bene. Siamo dunque ancora nel cenacolo.
Gesù aveva appena annunciato la sua partenza per tornare al Padre, in un luogo dove non c'è più nulla da temere e dove c'è posto per tutti. Anzi, lì ognuno ha il suo posto, unico e insostituibile, un posto che lui andava a prepararci. Oggi Egli conferma questo suo distacco: ma nello stesso tempo assicura che il Padre non li avrebbe lasciati soli, avrebbe assicurato la presenza di un “Paraclito” che sarebbe rimasto per sempre accanto a loro, a noi, alla Chiesa di ogni tempo: anche se materialmente nessuno potrà più vedere il suo volto, Egli continuerà a rimanere con noi, ma in maniera diversa, in maniera spirituale, in noi, con il suo Spirito.
“Il Padre vi darà un altro Paraclito”. In greco, “Paraclito” significa “Avvocato”: avremo cioè un incaricato che ci difenderà contro le insidie del male, che ci assisterà quando siamo in pericolo, quando ci sentiremo soli, deboli, impotenti; uno che ci suggerirà sempre cosa dobbiamo fare, come comportarci al meglio. Ma significa anche “Consolatore”: avremo sempre cioè uno che ci capisce, che condivide i nostri problemi, le nostre ansie, le nostre paure; uno che ci consola quando pensiamo di non farcela, che lenisce il dolore delle nostre ferite, che sa entrare nel nostro mondo interiore, nella nostra anima, che sa parlare al nostro cuore.
Gesù sa perfettamente che senza la sua costante presenza, i discepoli, e in futuro anche noi, avrebbero facilmente dimenticato la sua immagine e le sue parole. Per questo ha assicurato la presenza di “un protettore”, un avvocato, un “chiarificatore”: di uno insomma alla cui scuola i discepoli di ogni tempo avrebbero imparato a fondo cosa significhi fare “esperienza di Dio”.
Una prima considerazione: tutti dobbiamo entrare in familiarità con questo “Paraclito”; dobbiamo cioè conoscere lo “Spirito” di Dio, incontrare il Gesù dentro di noi, entrare in Lui, amarlo, vivere di Lui.
Parole facili da dire, ma non altrettanto da mettere in pratica, anche se, in realtà, le occasioni per poter concretamente incontrare Gesù nei vari momenti delle nostre giornate, della nostra vita, sono tantissime: dobbiamo solo aprire bene gli occhi, indossare gli occhiali della nostra fede, della nostra anima, del nostro cuore; dobbiamo insomma calarci in quella dimensione del nostro io occupata dallo Spirito: una dimensione “spirituale” di cui dovremmo avere la massima cura, e che invece noi con grande disinvoltura mortifichiamo in continuazione, riducendo il nostro cristianesimo a una inutile religione di facciata.
Abbiamo visto che anche il vangelo di oggi ritorna sul tema del “distacco”, motivo di smarrimento interiore nei discepoli; una separazione che provoca in loro tristezza, preoccupazione, un senso di solitudine, di impreparazione per i domani.
Gesù, il loro leader, il capofamiglia, il carismatico, se ne va e loro si chiedono se da soli potranno mai farcela. Come non capirli?
Da qui una seconda considerazione: tutti noi abbiamo bisogno di padri, di maestri, di riferimenti, di regole e leggi chiare, precise.
Tutti abbiamo bisogno di una guida che ci istruisca, che ci introduca nella vita, che ci faccia crescere, maturare, diventare adulti, e, a nostra volta, dei maestri.
Il desiderio di un padre è quello di vedere i propri figli diventare indipendenti, emancipati; è questo che lui vuole ardentemente: perché se li mantenesse sempre bambini, se li costringesse ad avere sempre bisogno di lui, a dover pendere sempre dalle sue labbra, dimostrerebbe di non amare i propri figli, sarebbe come se li usasse, li manipolasse.
Non è possibile rimanere sempre studenti; ciascuno ad un certo punto deve diventare maestro della propria vita. Nessuno può continuare a giustificarsi dicendo: “faccio solo quello che mi hanno insegnato!”. Se Dio avesse voluto che non ragionassimo, che non fossimo persone responsabili, non ci avrebbe dotati di un cervello. Al contrario ci dice: “hai le gambe, cammina; hai gli occhi, osserva; hai le orecchie, ascolta; hai il cervello, usalo!”.
Di fronte a Lui dobbiamo essere completi, autonomi, non mezze calzette, non dei piagnucoloni! 
Ecco perché, oggi soprattutto, la Chiesa nostra maestra, deve formare uomini liberi, uomini veri, dalla grande personalità; uomini forti, integerrimi nei costumi; uomini lungimiranti che sappiano interpretare la storia, che sappiano prevederla; uomini “alternativi”, come lo è stato Cristo Gesù; devono, in una parola, volare alto. E “volare” non significa solo muovere le ali, significa restare in aria autonomamente, senza alcun sostegno. Devono saper guardare la luna, non il dito che la indica.
Oggi in particolare, i “pastori”, i “maestri”, i “predicatori” del Vangelo, i “garanti” della Verità, dovrebbero essere sempre dei “posseduti” da Dio, dovrebbero cioè pensare, agire, insegnare veramente come degli autentici “illuminati” dal Suo Spirito: perché solo così essi potranno arrivare a trasmettere il messaggio di Cristo ai fratelli, insegnando loro a conquistare, coltivare, accrescere e custodire nella loro vita, la fede in Lui, a vivere nel Suo amore.
Perseverare nella fede”: un’espressione completamente scomparsa da catechesi, prediche, pubblicazioni cattoliche: un verbo – “perseverare” – che implica fatica, lotta, fedeltà e amore per un ideale, che mal si coniuga con l’idea oggi predominante di un Dio bonaccione, che passa sopra a qualunque offesa, che lascia correre, che perdona comunque tutto a tutti.
Purtroppo, la società contemporanea è fagocitata dal relativismo, l’anticristo imperante: la gente si sente affascinata, piuttosto che dalla Verità del Vangelo, da una congerie di insulsaggini, propagandate da preti, maghi, santoni e indovini che, lautamente retribuiti, sproloquiano dalle loro cattedre televisive.
È diventata ormai una moda rinunciare alla propria autonomia intellettuale, e affittare il cervello e la propria vita a questi falsi profeti, a questi squallidi buffoni, che pretendono di ergersi a Divinità Infallibili, ad altrettanti Dio.
In questa situazione drammatica la Chiesa fallirebbe in pieno il suo mandato divino se pensasse di trasmettere ai fedeli un Dio immagine patinata, in formato “regalo”, semplicemente da ammirare, da esporre, da esibire. Il Dio di Cristo, infatti, non è così! Gesù non ci ha trasmesso un Dio statico, immobile, un Padre buonista, facilmente manipolabile con le nostre scaltre “sdolcinatezze”: ci ha insegnato invece un Dio attento, onnipresente, che va cercato, seguito e amato tra mille difficoltà, tra mille dubbi, tra infinite sconfitte e piccoli progressi; la nostra fede cristiana è un qualcosa di veramente serio, impegnativo, coinvolgente: non “impone” nulla con la forza, non ha “regole” capestro; offre invece semplici “consigli” di vita, che però esigono concretezza, onestà intellettuale, amore sincero, fedeltà! Non assicura una vita soprannaturale “tout court”, ma ci dice al contrario di costruirla, perfezionarla, alimentarla quotidianamente con i suggerimenti dello Spirito di Dio che risiede in noi. La strada da percorrere è ovviamente in salita, lunga e difficile: è un percorso che esige da ciascuno serietà, maturità, convinzione, costanza.
Non è sufficiente “vivere”: bisogna “saper vivere”, saper capire, saper giustificare, saper amare, saper dare un riscontro tangibile a ciò che professiamo, a ciò che confessiamo, a come e perché lo traduciamo in vita vissuta.
Per questo il “credo” cristiano, quando è coerente e fedele allo Spirito, va sempre contro corrente, è in perenne disaccordo con gli schemi individualistici dell’uomo, è sempre motivo di rottura e di abbandono da parte dei pusillanimi, oggetto di critica atroce da parte del “mondo”: poiché, come dice Gesù, il “mondo” non può relazionarsi con lo Spirito, non lo vede, non lo sente, non lo conosce: opera in tutt’altra dimensione!
Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama”, dice Gesù.
Qui Giovanni parla di “comandamenti”: e noi li colleghiamo immediatamente ai “dieci comandamenti” del catechismo; ma a pensarci bene, Gesù ci ha lasciato un solo “comandamento”: “Ama il Signore tuo Dio e il prossimo tuo come te stesso”.
È il “comandamento dell’amore”: ma definirlo tale, non è esatto, perché, in realtà, l'amore non è un vero “comandamento”. Non si può comandare di amare: l'amore è libero, nasce spontaneamente, in piena libertà. Nessun genitore può dire ad un figlio: “Amami”. Può sperarlo, desiderarlo, può augurarselo. Ma non può costringerlo. L'amore vive solo dove c'è libertà.
Gesù quindi non ha “comandato” di amare, non l’ha mai “ordinato”; lo ha invece caldamente consigliato. L’unico “comandamento” vincolante, per chi vuole seguirlo, è quello di “vivere come Lui”, di “seguire i suoi passi”, di diventare, cioè, come Lui, uomini veri, liberi, trasparenti, pieni di vita e di Dio.
Se siamo costretti a fare le cose, se le facciamo a comando, in genere le facciamo per non deludere chi ce le ordina, le facciamo cioè per “rispetto umano”. Soltanto se le facciamo per amore, spontaneamente, vivremo nella Pace, nell’Amore, sentiremo crescere nell’anima quella soddisfazione intima che ci riempie il cuore.
Per raggiungere qualunque obiettivo è necessario “volerlo” veramente, sentire nel cuore quell’intimo impulso che ci spinge all’azione. Infatti i “maestri”, gli educatori, possono ben pretendere dai loro allievi che si impegnino seriamente nella vita, che osino, che puntino sempre più in alto, in una parola che siano “aquile”: ma se questi in cuor loro non sono convinti, se hanno paura di volare, se non sentono alcuna attrazione per l’altezza, per la bellezza, se non sentono il fascino del volo, poveretti! Faranno anche il possibile, si sforzeranno, ma non arriveranno mai a nulla: del resto una gallina, per quanti sforzi faccia, non potrà mai diventare un'aquila!
Gesù, anche per questo, ci ha assicurato la presenza del suo Spirito: proprio perché, grazie a Lui, trasformati da Lui, potessimo abbandonare la nostra naturale “pesantezza umana” per librarci fin lassù, in alto, tra le braccia del Padre: perché con Lui nulla ci sarà impossibile. Gesù ce l’ha promesso!
Accogliamolo, allora, questo Paraclito Consolatore; apriamogli le braccia e il cuore, accettiamo i suoi suggerimenti, i suoi insegnamenti. Viviamo uniti in Lui con Cristo, nell’amore del Padre. Come? Amando. Semplicemente amando. Perché questo è lo Spirito: Amore! È Lui che alimenta questo nostro cuore, creato appunto dal Padre per ricevere e dare Amore. È infatti lo Spirito Amore che tiene compatta la nostra vita, nonostante le fratture, le contraddizioni, i fallimenti. È lo Spirito Amore che la motiva, la indirizza, la rinvigorisce. Insomma, tutto in noi, di noi, viene continuamente nobilitato dallo Spirito Amore: questa è la “buona notizia” di oggi. Amen.

 

  

giovedì 30 aprile 2026

03 Maggio 2026 – V DOMENICA DI PASQUA

 


Gv 14,1-12 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via». Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse. In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch'egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre». “Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi”.

Il vangelo di oggi ci riporta indietro, alle ore immediatamente precedenti la passione di Gesù. Siamo nel cenacolo, durante l’ultima cena. Dopo aver lavato i piedi ai discepoli, Gesù fa un lungo discorso di addio: Egli sta per andarsene, e affida lascia loro il suo testamento spirituale, parla delle cose più intime, più profonde, che più gli stanno a cuore.
Giuda è già uscito per tradirlo, e quindi poco dopo le guardie sarebbero arrivate per arrestarlo; il tempo stringe, tutto ormai è pronto per il “consummatum est” finale: lo spettro della croce proietta già la sua ombra sinistra lassù, sulla cima del Golgota. Gesù ha ancora molte cose da dire ai suoi; soprattutto vuol far capire bene lo scopo della sua missione terrena, vuol spiegare ancora una volta il rapporto intimo e indissolubile che esiste tra lui e il Padre. “Quando sarò andato da Lui e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me”. Concetti piuttosto oscuri, difficilmente comprensibili in quel momento dai discepoli: essi annaspano, non capiscono: “Te ne vai? Come, dove, quando, perché?”. Un turbinio di domande agita infatti il loro cuore: “Che ne sarà di noi? Cosa ci accadrà? Che fine faremo? Abbiamo sbagliato a credere in Lui?”. Poveri discepoli! Sono confusi, hanno capito che qualcosa di molto grave sta per accadere, ma non sanno immaginarsi quando; sentono però la minaccia di un pericolo incombente, sono spaventati, sconvolti: il verbo greco tarass™sqw (sia turbato), indica appunto una profonda agitazione: “Gesù tu eri tutto per noi, abbiamo investito tutta la nostra vita in te, ci avevi infiammato il cuore... ora che ne sarà di noi?”. 
E Gesù: “Io me ne vado e voi sarete un po' tristi. Ma state tranquilli, non temete: vado a prepararvi un posto. Non scappo via. Vado, ma poi torno a prendervi! Ora siete impauriti perché tutte le vostre previsioni, le vostre certezze, sembrano crollare. Questa è la vostra impressione: ma non è così! Perché nulla andrà perduto di quanto vi ho promesso. Guardate il tempo: dopo ogni notte, dopo il buio, dopo la solitudine, puntualmente la nuova luce del mattino risorge sempre a tranquillizzare, a rischiarare la vita”. 
Ecco: questo, detto in altre parole, è quanto Gesù promette ai suoi: esattamente quanto, ogni giorno, Egli continua a ripetere anche a tutti noi. Le sue sono parole importanti, parole che ci devono tranquillizzare contro le tante incognite del domani, contro le difficoltà, le sconfitte, le paure, tutte nostre puntuali compagne di viaggio. In ogni momento difficile della nostra vita, dobbiamo ricordarci sempre “chi siamo” e “chi è nostro Padre”. Anche se gli altri ci discriminano, ci ignorano, ci evitano, Lui è sempre presente, Lui ci capisce sempre perfettamente: questa deve essere la nostra unica certezza! Quando un giorno ci renderemo conto delle nostre continue infedeltà, dei nostri tradimenti, non perdiamo la speranza del perdono, affrontiamo umilmente ma con fermezza il nostro riscatto, perché Lui, da sempre, ci sta aspettando a braccia aperte; se nella nostra fragilità ci dovesse capitare un evento talmente grave, tragico, da stravolgere completamente la nostra vita, ripetiamo a noi stessi: “Sono figlio di Dio: Egli mi ama, è mio Padre, niente può distruggermi, mi fido di Lui”; se ci troviamo con il cuore straziato dal dolore e dall’angoscia, e non sappiamo dove andare o cosa fare, rassicuriamoci, perché Gesù, è sempre lì al nostro fianco: fedelmente, amorevolmente. E quando la notte della vita si presenterà a bussare alla nostra porta, sarà sempre Lui che ci prenderà per mano e ci condurrà nella casa del Padre, ad occupare quel “posto”, che Lui ha preparato per ciascuno noi. Una prospettiva decisamente incoraggiante che, quantunque incerti, provati dalla vita, sconsolati, demotivati, riuscirà ad infondere nel nostro cuore nuovo entusiasmo, pace, serenità. 
Da qui, allora, l’importanza di gridare non una, ma due, dieci, cento volte la nostra fiducia in Dio, di metterci nelle sue mani: non importa se lo faremo nel dolore o nella gioia, nella calma o nei battiti affannosi del nostro cuore, perché, in ogni caso, questo è pregare, questa è una preghiera. Probabilmente non risolveremo immediatamente i nostri problemi, ma sicuramente ritroveremo la fiducia, riavremo la certezza che se anche tutto dovesse crollare, anche se tutto dovesse fallire, Lui c'è sempre; e con Lui, abbiamo sempre disponibile il nostro posto “nella casa del Padre”. 
Lì ognuno ha il suo posto, un posto personalissimo; nessun altro può averne uno uguale, perché tutti noi siamo unici. Spesso molte persone si sentono soddisfatte, in perfetta regola, nel giusto, solo perché si vedono uguali agli altri, perché si comportano esattamente come loro. Dovrebbero al contrario sentirsi in difetto, perché Dio non crea doppioni, non ama duplicati; non pretende un comportamento standard, uguale per tutti: ogni vita “copiata” è un falso, una vita sbagliata, non realizzata, non vissuta, mai osata.
Certo dare il buon esempio è importante: tutti abbiamo bisogno di guardare gli altri, di studiarli per imparare, per capire; ma il Dio che nasce in ciascuno di noi, che si adatta alla nostra persona, che si manifesta agli altri attraverso la nostra vita, è diverso, è altro, poiché assume la nostra esclusiva fisionomia. Egli fin dall’inizio ci ha creati tutti a sua “immagine e somiglianza”: mentre però l’essere sua “immagine” dipende da Lui, dal suo “tocco creatore”, identico per tutti gli uomini, il “somigliare a Lui” è di nostra competenza, spetta singolarmente a ciascuno di noi. Il risultato che ne otterremo dipenderà esclusivamente da come risponderemo alla sua chiamata, da come investiremo i “carismi” di cui egli ci ha dotati: sarà quindi una “somiglianza” unica, originale, personalissima.
Lo slogan di Dio è: “Ognuno ha il “suo” posto, perché per occuparlo deve percorrere la “sua” strada: ogni vocazione, ogni cammino, ogni esperienza, sono tutti elementi unici di una vita, induplicabili, e in quanto tali vanno costruiti, vissuti. A Dio non interessa la forma, ma il contenuto di ogni singola esistenza.
Gesù si identifica con “la via, la verità, la vita!”; osserviamo bene l’ordine con cui le nomina, perché non è casuale: Gesù è la “Via” che conduce alla “Verità”, perché solo nella verità la “Vita” sarà piena, sensata, realizzata, degna di essere vissuta.
Non dice: “Io vi indico una via”, ma: “Io sono la via!”. 
Gesù non ha bisogno di darci altre regole, altri codici, altre indicazioni da seguire: dobbiamo semplicemente seguire Lui; Egli è tutto; è il cammino, l'unico cammino che ciascuno deve percorrere. A quanti gli chiedevano cosa fare per avere la vita eterna, per essere felici, per andare al Padre, Egli ha sempre detto a tutti: “Seguimi!”. Un cammino che compendia l’intero Vangelo.
Non dice: “Io ho la verità”, ma dice: “Io sono la Verità”. 
In proposito, di fronte alla domanda di Pilato: “Quid est veritas?”, (che cos’è la verità?), sant’Agostino, anagrammandola magistralmente, ipotizza questa risposta di Gesù: “Est vir qui adest” (è l’uomo che ti sta davanti): “La Verità sono Io”, punto! Non sono ammessi fraintendimenti! 
Ci sono invece molte sedicenti “chiese”, molte religioni (o pseudo tali), molti santoni, molti guru, veggenti e ciarlatani di ogni genere, che si arrogano il diritto di affermare: “Io ho la verità, io ho Dio, seguimi e ti farò diventare un avatar, incarnazione virtuale di Dio”. Siamo seri, non perdiamo tempo con tali idiozie! La Verità non si possiede, si vive, è vita. Essi confondono la “verità” con delle vaghe “conoscenze” personali che applicano ai loro discorsi, quasi sempre a sproposito. Per Gesù, la Verità (‡lÐqeia, togliere il velo) è scoprire quello che Dio vuole da noi, significa aprire la nostra mente a ciò che lo Spirito di Dio ci suggerisce nell’anima.
Gesù non dice: “Io ho la vita”, dice: “Io sono la vita”. Non è un’assicurazione da stipulare, per campare tranquillamente, a scanso di preoccupazioni e problemi. Gesù è “la” Vita, quella che dobbiamo fare nostra, che dobbiamo conquistare: “Vuoi vivere? Eccomi: Vivi!”.
Sbaglia chi pensa che “vivere” coincida con il fare tante esperienze, con il possedere molte ricchezze, con il godere al massimo i piaceri di questo mondo: “vivere” non è buttarsi allo sbaraglio, dove capita, con chi capita: ma è sentire, percepire la “Vita” divina che vive in noi, per realizzarla esteriormente nel quotidiano.
E concludo con le parole di Filippo: “Signore, mostraci il Padre e ci basta!”. Facciamo nostra questa preghiera. Facciamo nostro questo accorato invito rivolto a Gesù perché ci renda partecipi dell’abbondanza di bene e di amore che il Padre rappresenta. Approfittiamo per sgomberare la nostra mente da tutte quelle immagini fasulle di Dio, che nel corso della nostra vita ci siamo creati per soddisfare il nostro egoismo e la nostra accidia: un Dio qualunque, un Dio imprecisato e vago, un Dio indifferente.
Non confondiamoci col credere, come bambini, in divinità misteriose e inquietanti, sempre pronte a condizionare negativamente la nostra esistenza. Siamo adulti! Il Dio Padre di Gesù è un Dio adulto che ci tratta da adulti; un Dio che non ci considera degli sprovveduti, degli incapaci, da dover correre continuamente a risolvere i nostri problemi: ci aiuta ad affrontarli, questo sì: magari facendoci capire che spesso è inutile ostinarsi contro situazioni irrilevanti e senza senso; che faremmo molto meglio ad occuparci costruttivamente degli aspetti belli e positivi della vita, rendendola più gradevole e appagante.
Il Dio di Gesù è un Dio splendido, affascinante, innamorato delle sue creature, lontano e vicino, accessibile e misterioso, seducente e libero, che svela a ciascuno di noi, nel profondo, chi siamo, cos’è la Via, cos'è la Verità, cos'è la Vita.
Cerchiamo allora di conoscerlo questo Dio che ci conosce uno ad uno, che ci ama da sempre; cerchiamo di non sfuggire al suo amore, di essere il più possibile attenti alle sottili sfumature del suo Spirito, alle meravigliose percezioni che ci trasmette nell'anima, ai suoi paterni suggerimenti per vivere serenamente questa nostra esistenza terrena. Mettiamoci umilmente alla scuola del Maestro Gesù, e chiediamogli se il Dio in cui crediamo, il Dio che professiamo, che celebriamo, è veramente il Dio, Padre vivificante, che Egli ci ha svelato. E non stanchiamoci mai di ascoltare e di meditare la sua Parola, misurandoci con essa, affinché ci illumini, ci guidi, ci aiuti, ci converta. Amen.

 

 

giovedì 16 aprile 2026

19 Aprile 2026 – III DOMENICA DI PASQUA


Lc 24,13-35 
Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Emmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Cleopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto». Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?». Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane. 

Dopo la sconvolgente esperienza di Maria di Magdala e la corsa di Pietro e Giovanni al sepolcro, dopo il misterioso ingresso del Signore risorto nel cenacolo, dopo aver tranquillizzato i suoi e aver donato loro la pace, in quello stesso giorno dopo il sabato, Gesù risorto, non più soggetto a condizionamenti spazio temporali, raggiunge due discepoli, che lo avevano seguito fino a Gerusalemme, in cammino verso Emmaus.
Tornano a casa loro, scappano da quella città “maledetta” che uccide i profeti. Sono tristi, pensierosi, commentano a bassa voce le ultime tragiche vicende, si lamentano, si caricano a vicenda. La tristezza è palpabile, la delusione e l’amarezza sono profonde, insostenibili, terribili, arrivando a mettere in discussione l’operato di Dio.
Gesù si avvicina e cammina con loro. Ma essi non lo riconoscono; del resto, come potrebbero? Non si rialzano da loro stessi, dalla loro sofferenza, e non possono quindi incrociare lo sguardo amoroso del Signore. Sono talmente pieni del loro “sacrosanto” dolore da non accorgersi che non c’è più alcun motivo per essere tristi. Sono totalmente incapaci di uscire dalla spirale vorticosa di quel nulla in cui sono precipitati dopo la scomparsa del loro maestro, da non accorgersi che Egli è lì, al loro fianco.
Uno stato d’animo che anche noi sperimentiamo molto spesso: quante volte ci sentiamo depressi, ci lamentiamo di tutti e di tutto, nulla ci sta bene, nulla ci soddisfa: e senza che ce ne rendiamo conto, il nostro scontento, il nostro nervosismo, un po’ alla volta diventa una “passione”, un abituale tormento, che in qualche modo addirittura ci rassicura; in tale percorso autodistruttivo, finiamo addirittura col costruirci una nostra identità; finiamo col coltivare il dolore per sé stesso; esso diventa il nostro segno di riconoscimento; finiamo perfino coll’esibirci nel “dolore”, cerchiamo in tutti i modi la pietà, il cordoglio, la comprensione di quanti ci sono vicini; e di fronte ad una qualunque espressione di benevolenza, di vicinanza, di condivisione, ci sentiamo appagati, valorizzati, nonostante esse siano spesso apertamente insincere, ipocrite, di pura circostanza. 
Siamo degli illusi. Il dolore non deve ridursi ad un fenomeno da baraccone, non è una maschera da indossare per ottenere ammirazione e consensi: il dolore vero deve nascere dalla constatazione della nostra precarietà, della nostra fragilità, dall’esperienza di essere un nulla, perché esso rappresenta la via “maestra” che ci porta a capire che Uno solo è in grado di consolarci veramente, Uno solo può offrirci motivi validi per risorgere dalla nostra depressione, dalla nostra fragilità di creature: quell’Uno, è Dio, il nostro Creatore, Colui che conosce perfettamente il nostro cuore, la nostra anima, Colui che fin dal primo istante di vita ci ha amati all’inverosimile.
Cosa è successo?” Chiede dunque il risorto ai due. Al che essi, un po’ meravigliati, si chiedono da dove venga questo loro accompagnatore, che ignora completamente il dramma successo a Gerusalemme.
Essi sono frastornati, offesi, è vero; e ne hanno veramente il motivo, poiché si sono trovati improvvisamente orfani della loro guida, del loro maestro, di quel “messia” inviato da Dio, in cui essi avevano riposto ogni speranza per una definitiva liberazione del popolo dagli oppressori. Per questo, si affrettano a metterlo al corrente degli eventi e, infervorandosi, gli parlano della passione, della croce, della morte di Gesù: ma Lui nulla, non replica. Lui, che ha vissuto personalmente tutto questo, sembra non sapere nulla.
Noi speravamo che fosse Lui il liberatore di Israele”: commentano. Parole che rivelano la loro profonda frustrazione! “Noi speravamo”: Ma nella vita la speranza va proiettata sempre nel futuro, mai al passato: perché ciò equivarrebbe a sottolineare un fallimento. Nella vita è sempre difficile accettare la fine di qualcosa: ma il fallimento della speranza è addirittura tragico, perché la delusione che ne deriva, è la causa fondamentale della morte interiore. La delusione è la punta estrema del fallimento di ogni prospettiva: è un dolore sordo, che suscita rabbia, che aggiunge alla sofferenza il sospetto di essere stati ingannati; un dolore che ci destabilizza, che mette in dubbio l’efficacia di ogni nuovo progetto, che ci impedisce di riprendere coraggio, confinati tra cocenti frustrazioni, speranze abbandonate, sofferenze dell’anima insopportabili. Eppure lì, nel più profondo all’anima, alla soglia dello smarrimento finale, Dio ci aspetta con tutto il suo amore: è lì per ascoltarci, per soccorrerci, per rimetterci in piedi e camminare insieme a noi.
Noi speravamo”: i due dunque si aspettano comprensione da questo compagno occasionale: si aspettano condivisione, compassione, ma ottengono soltanto un sonoro ceffone “Stolti e tardi di comprendonio”, dice loro Gesù. “Stupidi, ignoranti!”; la sua è un’evidente provocazione: vuole scuoterli, costringerli ad alzare lo sguardo, a guardare avanti. Dobbiamo infatti capire, loro come noi, che non sempre chi ci porge una carezza ci vuole bene, e non sempre chi ci dà uno schiaffo ci vuole male. A volte nella vita un energico scossone ci distoglie dalla sofferenza, dall’autocommiserazione, e ci aiuta a vedere le cose in maniera diversa, in una prospettiva nuova, più costruttiva.
Essi accusano il colpo, si scuotono, è vero, ma continuano a non capire: “cosa sta dicendo questo sconosciuto? Come si permette?”. “Sciocchi e incapaci di capire le Scritture”, insiste Lui. E giù a spiegare il senso di quella sofferenza, della Sua sofferenza, della Sua passione e morte, aiutandoli a rileggere gli ultimi eventi in una chiave diversa, più ampia, a leggere il dolore alla luce del grande disegno di Dio. I discepoli del risorto, infatti, non possono, non devono fermarsi alla croce, alla morte! 
Le parole del vangelo di Luca sono qui taglienti, ma estremamente valide, perché ci trasmettono un messaggio fondamentale: il problema non è l’assenza di Dio, il fatto cioè che la sua presenza venga improvvisamente meno, scompaia dal nostro sguardo: il problema, quello vero, è la nostra incapacità di riconoscerlo, è la nostra tragica miopia che si ostina a non vederlo. Siamo tutti talmente concentrati su noi stessi, sui nostri problemi, da non essere in grado di riconoscerlo neppure quando ci cammina accanto, quando ci aiuta ad attraversare la strada, ad evitare le insidie, i pericoli del percorso. Perché una cosa è certa: Egli è costantemente con noi; cammina sempre al nostro fianco: e ci dimostra pazientemente l’incomprensibile: ossia come Dio abbia accettato di cambiare, di scendere dal suo trono per adeguarsi a noi, di abbandonare la rassicurante eternità, la perfetta autosufficienza, l’immobilità beata, per sporcarsi purtroppo le mani con noi, per farci costantemente e concretamente da padre, da madre, da maestro; questo è il motivo per cui Egli è qui nel presente, per questo si è messo in viaggio dall’eterno al finito, dall’essere Dio al diventare uomo, dalla perfezione assoluta all’incarnazione umana. E tutto ciò per amore, soltanto per amore. Dio quindi non intende essere un estraneo, un forestiero indifferente, un’icona statica e insensibile: ma cammina con noi, soffre con noi, cambia idea con noi, decide con ciascuno di noi. Soprattutto ama e, si sa, l’amore vero è anche causa di qualche inevitabile sofferenza.
Il cammino dei tre verso Emmaus ha momenti di grande tensione: ma pur essendo stati amabilmente ripresi, i discepoli continuano ad ascoltare Gesù col fiato sospeso. Non fanno gli offesi, percepiscono invece che quello sconosciuto li sta aiutando ad interpretare gli eventi, a capirli in profondità. E finalmente il loro tiepido cuore inizia a riscaldarsi. Poi il tepore cresce, divampa, e diventa fuoco prorompente, incontenibile.
Giunti nel frattempo al villaggio, Gesù fa per proseguire salutando con un sorriso i discepoli. Ma essi, ancora incerti e impauriti, vengono presi nuovamente dal panico: “Come, te ne vai già? Resta con noi, è buio, fermati!”. E Lui paziente si ferma, resta con loro, fino a quando lo riconosceranno!
Egli fa sempre così, anche con noi: sembra che voglia andarsene, ma non ci abbandona, si ferma sempre: perché più che per assecondare la nostra richiesta, è Lui stesso che vuole “fermarsi”, è Lui che vuole “restare con noi”, che vuole entrare nel dolore, nelle sofferenze umane, nell’intimo dei cuori, nelle nostre case, nelle nostre famiglie, nelle nostre comunità, nelle nostre Chiese: ed è proprio qui, allo “spezzare il pane”, che Lui si fa pienamente riconoscere.
Sicuramente, come per i due discepoli, anche noi sperimentiamo nel nostro cuore una simile progressione di emozioni: ascoltando la Parola, il messaggio di Gesù si insinua dentro di noi, ci apre l’anima, ci inquieta, ci destabilizza, ci obbliga a confrontarci con Lui. E più troviamo argomenti contrari a questa Verità che avanza, più i nostri incrollabili pregiudizi vacillano, scricchiolano, finché alla fine dobbiamo arrenderci! La nostra ignoranza, che paradossalmente ci gratificava, viene spazzata via dalla Verità che ci riscalda e illumina.
Allora tutto acquista senso, tutto acquista una nuova dimensione. La nostra vita, riletta alla luce del grande progetto di Dio, assume un valore completamente diverso. È come se Gesù ci dicesse: “Non cercatemi nei fatti straordinari. Non fate i superuomini, non inseguite continuamente ciò che sembra magico, miracoloso, sublime, perché non è lì che mi troverete. Cercatemi piuttosto nella vostra quotidianità, nei piccoli gesti, nelle piccole cose, nella premura verso i bisognosi. Fermatevi, figli miei, ascoltatemi, fidatevi della mia Parola, non perdetevi a rincorrere le false illusioni umane. All’inizio, nel vostro turbamento, forse non capirete nulla, ma poi tutto vi apparirà chiaro, luminoso, perché il mio amore infiammerà il vostro cuore”.
A questo punto, anche a noi non rimarrà che esclamare dal profondo del cuore: “Resta con noi Signore, perché è sera e il giorno sta per finire!”. Non andartene, Signore! Non lasciarci soli, soprattutto ora, che il giorno della nostra vita sta per concludersi!
E Lui ci ascolterà: perché lo fa da sempre e per sempre! Risorto, vivo, interessato e attento, Egli continua a camminare a fianco di ogni uomo, lo rassicura con la sua Parola, si dona a lui nell’Eucaristia, lo nutre, lo illumina; e attraverso tutte le strade di Emmaus del mondo, lo guida verso quella salvezza che non conosce più “tramonti”, perché perennemente illuminata dalla stessa luce di quel mattino di Pasqua, unica Luce che non scomparirà mai dal mondo. Amen.