martedì 18 agosto 2026

23 Agosto 2026 – XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Mt 16,13-20 
In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarea di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.

Il vangelo di oggi si apre con una precisa domanda di Gesù ai suoi discepoli: “La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo? A noi può sembrare strano che Gesù voglia conoscere l’opinione della gente sul suo conto. Ma non dobbiamo dimenticare che nella società del suo tempo il valore di una persona si fondava principalmente sulla popolarità che godeva, su come cioè la gente lo considerava.
Un metro di giudizio decisamente singolare, poiché non teneva nella dovuta considerazione i veri meriti individuali, una superficialità che però, a onor del vero, non è per nulla diversa da quella tipica “sudditanza” della nostra società contemporanea super evoluta, al parere della gente. Ciò che infatti preoccupa l’uomo d’oggi, è il timore di passare come una persona mediocre, non all’altezza della situazione, senza un vero carattere, del tutto inadeguata; il giudizio della gente è troppo spesso dirimente, decisivo, poiché riesce a condizionare la vita e la fiducia in sé stessi: quante volte ci sarà capitato infatti di ascoltare persone che mormorano sconsolate: “Ma perché nessuno mi considera, nessuno mi apprezza, nessuno mi vuole!”. Sono espressioni purtroppo ricorrenti, rivelatrici di una profonda delusione, di una costante insicurezza: uno stato d’animo che poi per reazione determinerà una frenetica, persistente, irrazionale ricerca di riconoscimenti, di amicizie, di stima, di amore. Pertanto più veniamo assaliti da tale intimo sgomento, più la nostra vita diventa fittizia, irreale, una corsa spasmodica all’inutile apparire, agli onori e agli apprezzamenti fatui di una società tendenzialmente falsa ed effimera. Perdiamo il valore della nostra dignità; non conta più ciò che siamo, ciò che viviamo, ciò che sentiamo: men che meno ci interessa ciò che Dio continua a sussurrarci nel cuore, unica realtà per un valido personale attracco nel porto della vita.
Ma perché Gesù sembra adeguarsi a tale nostra mentalità? Semplice: perché agli occhi dei suoi discepoli Egli vuol sembrare un uomo come tutti gli altri, vuol aderire il più possibile alla nostra “forma mentis”; al nostro modo di pensare. È quindi naturale che il Maestro simuli interesse di sapere cosa pensino di lui, della sua missione, della sua predicazione, le grandi folle che lo seguono: Egli vuole mettersi in gioco su tutto, anche sui particolari. Ovviamente senza per questo rimanere turbato o condizionato da quanto essi gli diranno.
I discepoli, quindi, sollecitati in maniera così diretta e improvvisa, gli riportano le opinioni più positive, stimolanti: “Ti ritengono Giovanni Battista, Elia, Geremia, un profeta”. Tutto vero. Però sono anche un po' reticenti e parziali, perché di Gesù si dicevano anche tante altre cose; si diceva, per esempio, che era un poco di buono, uno al servizio di satana, che stava volentieri con le donne, uno che assumeva atteggiamenti scandalosi e ambigui, che preferiva stare apertamente in compagnia di gente scomunicata come i pubblicani, uno che amava banchettare, insomma un vero e proprio "eretico". Tutto questo non glielo dicono, anche se erano voci piuttosto diffuse, che essi ovviamente conoscevano molto bene.
Gesù, del resto, fu molto amato ma anche molto odiato, perché non fu una persona insignificante, anonima, senza carismi, uno che ti lasciava indifferente; tutt’altro: una volta che l'avevi incontrato, dovevi necessariamente scegliere: o l’amavi o l’odiavi; o amico o nemico. Non c’erano alternative.
Gesù infatti, prima di esprimere quella richiesta, aveva già guarito centinaia di persone, aveva risuscitato morti, aveva moltiplicato il pane per migliaia di persone, aveva sedato tempeste in mare. Eppure tutto questo non gli era servito ad ottenere dalla gente un riconoscimento più adeguato alla sua persona, più sincero, onesto, spassionato e corale.
Che altro avrebbe dovuto fare ancora, perché tutti lo riconoscessero come Figlio di Dio?
Tuttavia, come ci sottolinea Matteo nel seguito del vangelo di oggi, non sono le dicerie più o meno corrette delle moltitudini che stanno a cuore a Gesù: ciò che a Lui interessa veramente è sapere cosa pensano “loro”, i suoi discepoli: ma “voi, chi dite che io sia?”.
E qui Pietro si lancia in una risposta che come al solito gli sgorga improvvisa dal cuore: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente!”. Grande Pietro! Egli non è un teologo, non è un filosofo, non è un erudito. Pietro è istinto, intuizione, passione. L’idea di Gesù, “figlio di Dio”, non gli deriva dalla cultura, non l’ha sviluppata gradualmente in anni e anni di studio: per lui la percezione della realtà divina del suo Maestro è l’illuminazione di un istante, un’intuizione fulminea da parte dello Spirito, che infiamma il suo cuore generoso e innamorato. E Gesù lo conferma chiaramente: “Beato te Simone, perché né la carne, né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli”. 
Ebbene: ci sono domande, risposte, parole, espresse da Gesù, che hanno il potere di metterci in crisi, di farci pensare seriamente: è la domanda, per esempio rivolta ai discepoli, che chiaramente riguarda non solo i dodici, ma coinvolge direttamente anche tutti noi, uno per uno, singolarmente, intimamente; “Tu, chi dici che io sia?”. Già, proprio noi! Noi cristiani moderni, noi cattolici “adulti”, ci siamo mai chiesto: “chi è Gesù per noi? Cosa pensiamo di Dio? Che rapporto intimo abbiamo con Lui?” 
Sicuramente anche la nostra risposta sarà che “sì, Gesù, ti conosciamo, sappiamo che sei Dio!”; ma con ciò possiamo affermare anche che lo “sentiamo” veramente come “nostro Padre”? Che prestiamo attenzione alla sua voce che ci parla? Che lo “incontriamo” veramente nel nostro cuore? No? E allora, come possiamo dire di “conoscere” uno che non abbiamo mai avuto occasione di “incontrare”? Perché “incontrarlo”, nella lingua del vangelo, significa “cambiare realmente in meglio” nella nostra vita, nel nostro carattere, nella nostra persona! Se infatti continuiamo ad essere indifferenti, disinteressati, apatici, tiepidi, in una parola se siamo sempre gli stessi, vuol dire che ancora non l’abbiamo "incontrato”: anzi, peggio, forse non l’abbiamo mai “voluto incontrare”, non abbiamo mai voluto aprirgli il nostro cuore. 
Eppure Dio, dal canto suo, ha sempre il cuore spalancato per tutti, aspetta tutti, è disponibile per tutti: è un'esperienza, un incontro, che tutti possiamo fare; non è un privilegio per i sapienti, per i santi, per i suoi ministri. Incontrarlo non è difficile, e appena succede, ce ne rendiamo immediatamente conto: sentiamo improvvisamente, istintivamente, la presenza dentro di noi di un Qualcuno che ci consola, che ci suggerisce nuove soluzioni; che prendendoci per mano, ci guida per sentieri prima completamente sconosciuti, ci porta a percorrere una Via completamente nuova, diversa; ci fa capire che fino ad allora abbiamo solo sopravvissuto, abbiamo perso tempo, abbiamo vegetato, dormito, camminato a vuoto; e ci assicura che, se ci fidiamo di Lui, tutto, anche qualunque dolore o tragedia, acquisterà un valore straordinariamente meritorio. 
Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa”. Gesù è stato di parola! Quella però che Lui ha fondato, oltre che Sua, è anche la “nostra” Chiesa; è il luogo in cui possiamo incontrarlo, possiamo “sperimentarlo”! Amiamola allora questa nostra Chiesa: difendiamola. Perché è Lei che ha la missione fondamentale di alimentare in noi il sacro fuoco del Suo Spirito; È Lei che ci lega a Cristo, che ci affranca, ci libera, da tutti i comportamenti devianti, aggressivi, da tutti quei demoni (rabbie, risentimenti, ossessioni, ecc.) che purtroppo abitano in noi e che troppo spesso, malauguratamente, ci dilaniano l’anima. 
E allora quando andiamo in chiesa e partecipiamo ad una liturgia, ad un incontro di preghiera, dobbiamo essere convinti che quello che conta non è ciò che diciamo o facciamo, non sono i fiumi di parole distratte che ci scivolano via, ma ciò che conta veramente è “toccare” Dio con la mano della fede, è “incontrarlo” per lasciarci a nostra volta “toccare” il cuore. Inutile stare lì impalati a “guardare” le solite cose, i soliti gesti: la vera fede non nasce da ciò che guardiamo, ma da “come” guardiamo. Guardare come spesso facciamo noi, svogliatamente, per curiosità, senza provare vero interesse, senza coinvolgimento mentale, non ci porta automaticamente alla fede: bisogna guardare con passione, con serietà, con onestà, con la voglia di capire, di imparare; bisogna farlo insomma con altri “occhi”, non con quelli materiali, ma con gli occhi dello Spirito, dell’anima, del cuore. 
Dobbiamo insomma convincerci che in chiesa si deve andare non per mantenere una tradizione secolare, pur lodevolissima, ma per incontrare umilmente Dio, per rapportarci personalmente con Lui: perché andare in chiesa, e non sentirsi “toccati” da Lui, non avere la percezione della Sua presenza, è perfettamente inutile, è tempo perso. Perché se nella nostra vita non “incontriamo” Dio, non potremo mai godere della vera Vita! Amen.

  

giovedì 13 agosto 2026

16 Agosto 2026 – XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Mt 15,21-28 
In quel tempo, partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidone. Ed ecco una donna Cananea, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele». Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore – disse la donna –, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.

Il vangelo racconta di una madre che è in ansia per la sorte della figlia. Gesù ha appena concluso una discussione con i farisei su cosa sia puro o impuro. I farisei ne facevano una questione formale, di regole, di leggi, e Gesù aveva tagliato corto: “Non sono le cose o i comportamenti che sono puri o impuri, è il cuore, è l'intenzione con cui fai le cose che le rende pure o impure”. In altre parole, tradotto per noi cristiani di oggi: “non è frequentando la chiesa che dimostriamo di essere o non essere buoni cristiani”: tutto dipende invece dal perché ci andiamo, dalle nostre intenzioni, dalla nostra fede, dal nostro cuore, da ciò che abbiamo dentro, da ciò che viviamo. 
Un principio che Gesù mette in evidenza anche nei confronti della donna cananea del vangelo di oggi: siamo in territorio pagano, nella zona di Tiro e di Sidone. Lungo la strada Gesù incontra una donna che gli chiede aiuto, ma Egli sembra non accorgersene, non si degna neppure di ascoltarla e continua per la sua strada. Un comportamento strano, decisamente inconsueto per Gesù. Con gli stessi discepoli che gli chiedono di esaudire le richieste della donna, quantomeno per farla smettere di seguirli e di gridare, Gesù usa delle espressioni in deciso contrasto con le sue abitudini.
Noi ci saremmo senz’altro aspettati che Lui la ascoltasse secondo il suo solito, che accogliesse le sue richieste, che fosse misericordioso anche con lei. Ma Gesù vede le cose con altri occhi rispetto ai nostri: e ce lo fa capire subito, riferendosi al motivo della discussione con i farisei di poco prima: non basta cioè desiderare di cambiare, di uscire da certe situazioni; non sono sufficienti le buone intenzioni. Bisogna essere convinti, consapevoli di ciò che si vuole o non si vuole, essere pronti ad accettare tutte le conseguenze e quindi agire risolutamente di conseguenza. Il desiderio, anche se forte, non basta, non è sufficiente.
Se Gesù avesse esaudito subito questa donna, nessuno avrebbe mai capito se era sincera o meno, se volesse a tutti i costi la guarigione della figlia; se fosse mossa da una fede autentica, in grado di affrontare qualunque contrarietà, qualunque umiliazione, pur di ottenere quello che chiedeva, oppure se si comportasse così, tanto per mettere Gesù alla prova.
Per questo Egli esaspera la situazione che gli si è presentata: adotta cioè lo stesso modo di ragionare del suo tempo, quella mentalità secondo cui i pagani (e questa donna era pagana) rispetto al popolo ebreo, agli “eletti”, erano considerati una razza inferiore, delle “pecore perdute” estranee quindi ad ogni progetto di salvezza messianica futura.
Ed è partendo da qui, che Gesù intende evidenziare la fondamentale novità del suo insegnamento: dopo essersi attenuto, come ebreo, alla mentalità corrente, con i fatti Egli ne dimostra l’assoluta incongruenza. Come se volesse dire: “Sono stato fin qui in linea con le Scritture e le vostre tradizioni: ora però voglio dimostrarvi la novità della mia missione: per me, pagano o ebreo che uno sia, non fa alcuna differenza; tutti meritano la mia stessa attenzione, ma ad una condizione: che le loro azioni e le loro parole siano coerenti con quello che pensano; tutti sono uguali ai miei occhi; ma l’importante, l’essenziale, è che lo spirito con cui essi si rivolgono a me sia sincero, senza secondi fini; perché è il loro retto comportamento, le loro oneste intenzioni, la sincerità dei loro cuori che li rendono graditi ai miei occhi e degni della mia attenzione!”.
Gesù è un uomo libero, assolutamente libero; libero di mettere in discussione la propria tradizione, sia religiosa che sociale: e ne dà immediatamente la prova.
Appena la donna ha superato l’esame sulla sincerità e la “purezza” della sua fede, mediante la precisazione sui “cagnolini” che si accontentano di ricevere anche solo le briciole che cadono dalla tavola degli “eletti”, Gesù cambia improvvisamente atteggiamento: sembra quasi sorpreso, colpito, meravigliato. Come se dicesse: “O donna, mi hai conquistato, non l’avrei mai pensato, non l'avrei mai detto. Mi sono sbagliato sul tuo conto; eccoti accontentata, sia fatto ciò che tu chiedi”. La donna viene capita, esaudita: la figlia è guarita; ancora una volta la misericordia divina ha trionfato.
Possiamo cogliere qui, per inciso, un altro insegnamento: Se c'è da cambiare idea (e qui Gesù dimostra di averla cambiata!), rendendoci conto di aver sbagliato, ebbene, dobbiamo farlo! Non dobbiamo rimanere caparbiamente sulle nostre posizioni, non accettando mai, per principio, la possibilità che le cose, i tempi, le persone, le opinioni possano cambiare. Chi non cambia mai, non va in profondità nelle cose, vive sempre in superficie. Le sue corte radici non lo alimentano, non riesce a cambiare, a crescere, la sua mente muore.
“Morte” infatti vuol dire rigidità, staticità, sepoltura, significa imbalsamare tutto, cose e persone. La vita al contrario è divenire, scorrere, mutazione. Tutto è proiettato nel futuro, “panta rei”, diceva Eraclito, niente rimane sempre uguale. Oggi non è ieri. Crescere è lasciarsi mettere in discussione. Chi cambia si rinnova, è sempre giovane, non si annoierà mai. Chi rimane immobile, sempre lo stesso, è già vecchio in partenza, la sua esistenza sarà atona, scontata, insignificante.
Ma torniamo al personaggio centrale del vangelo, alla donna Cananea, il cui comportamento merita altre considerazioni.
Lei dunque, straziata dalla sofferenza, decide di andare da Gesù perché sua figlia è in preda al demonio. Si sente in ansia, è giustamente preoccupata. Questa donna, non c'è dubbio, ama sua figlia ma l'amore non basta. Deve fare qualcosa di più, deve dimostrare con le parole e con i fatti tutto il suo amore. 
Ma perché, una volta raggiunto, lo implora a gran voce, chiedendo prima di tutto misericordia per sé stessa? “Pietà di me!”, grida. Se è la figlia ad essere invalida, preda del demonio, meritevole di compassione, per quale motivo chiede pietà per sé e non direttamente per la figlia? Forse si sente in colpa perché, esasperata, non riesce più a sopportare le frequenti esplosioni di violenza della figlia? Oppure vuol essere perdonata perché si sente colpevole della situazione, a causa di sue precedenti colpe personali? Non sappiamo: probabilmente la sua richiesta di perdono si spiega proprio con la mentalità di allora, secondo cui le disgrazie, le calamità che colpivano i figli, erano la conseguenza delle colpe, dei “peccati”, commessi dai genitori. Forse la donna, in cuor suo, pensava: “Se e quando Dio perdonerà le mie colpe, mia figlia guarirà, perché essendo io la causa della sua infermità, è giusto che sia il mio pentimento a procurarle la guarigione”.
La donna cananea è quindi determinata, risoluta: e quando Gesù, ignorando la sua richiesta, continua a camminare senza nemmeno voltarsi, invece di desistere, continua a seguirlo, insistendo nell’invocare il suo aiuto.
I discepoli, disturbati dalle sue urla, la guardano infastiditi, con un certo nervosismo. Ma lei non si arrende: e quando finalmente riesce ad avvicinarsi a Gesù, si butta ai suoi piedi e lo implora: “Signore, aiutami!”; ma Lui, come abbiamo visto, si rifiuta addirittura di ascoltarla: “Che vuoi tu da me? Tu non appartieni al popolo eletto!"
A questo punto delusione, rabbia, disperazione, avrebbero devastato il cuore di chiunque: chi non si sarebbe sentito umiliato, offeso, da tanta indifferenza?
Ma la cananea irremovibile insiste nella sua azione: lei non teme giudizi, non teme impopolarità, non teme derisioni: anzi risponde con logica prontezza alla spiegazione di Gesù. È una donna gigantesca, battagliera, che non si arrende, perché la sua fede è profonda, convinta, inattaccabile; ed è grazie a questa sua tenacia, a questa sua energia interiore, che alla fine otterrà ciò che chiede: la guarigione della figlia.
Nel Padre Nostro, Gesù ci raccomanda di pregare “Padre, sia fatta la tua volontà!”: ma di fronte alla grande fede della donna, alla sua singolare perseveranza, Gesù fa un’eccezione: “Donna, sia fatta la tua volontà. Avvenga per te come desideri”.
Un significativo esempio di come, per ottenere, sia necessaria una fede convinta, vitale, dinamica: “chiedere” con fede ardente, è “volere con tutte le forze”, è agire con la certezza di ottenere; significa insomma continuare a credere saldamente fino in fondo, fino all’impossibile, costi quel che costi.
È questa la verità fondamentale che non dobbiamo mai dimenticare: per Gesù il fatto più importante, la cosa essenziale, determinante, non è tanto “se” crediamo, ma “come” e “quanto” crediamo! Pensiamoci! Amen.

 

mercoledì 5 agosto 2026

09 Agosto 2026 – XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Mt 14,22-33 
[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo. La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».

Il testo del vangelo di oggi segue immediatamente quello della moltiplicazione dei pani. Saziata la folla Gesù, con fare deciso, invita i discepoli a salire su una barca, per allontanarsi proprio da quella folla che, dopo il portentoso miracolo di cui aveva beneficiato, lo considerava sempre di più un “uomo-mito”. 
Gesù sapeva perfettamente quanto fosse pericoloso il consenso generale e il successo, conseguiti oltretutto in un contesto di così grande emozione. Certo, essere importante, essere famosi, ci fa piacere, ci fa sentire qualcuno, ci fa sentire amati, voluti, desiderati. 
Ma ─ insegna Gesù ─ bisogna fare attenzione, perché il successo può dare veramente alla testa: si rischia di stravolgere la propria vita, di non vivere più come siamo, o come dovremmo essere, per finire di vivere unicamente condizionati dall’idea fissa di mantenere e accrescere il successo ottenuto, la fama, la gloria. 
Per questo, senza frapporre indugi, Gesù ordina ai discepoli di abbandonare la scena: e lui stesso si ritira in un luogo appartato, per pregare in solitudine. 
Un particolare che ci suggerisce immediatamente il primo insegnamento: “ritagliamoci del tempo per noi e viviamolo in solitudine; non abbiamo paura di restare da soli, con noi stessi, di fronte a noi stessi!”. 
Nella vita assistiamo a due forme di solitudine: una, che è frutto di isolamento, di incapacità a relazionarsi, a dirsi, ad aprirsi; una solitudine che è frutto di un carattere difficile, egocentrico, narcisista, di quanti vedono unicamente se stessi al centro dell'universo: una solitudine che si chiama “chiusura”. 
Ma c'è anche una solitudine buona, anzi necessaria. È quando l'uomo si mette di fronte a sé stesso, davanti a quello che lui è realmente, a quello che è il mondo, al vero senso della vita, alle sue paure, al suo desiderio di infinito; e questa solitudine è “preghiera”. 
L'uomo si perfeziona soltanto in questa solitudine: guardandosi in faccia, negli occhi, scrutandosi nel cuore, sinceramente, senza nascondersi nulla: può essere un’occasione fastidiosa, dolorosa, ma è il momento della verità, del silenzio, del deserto, dello smarrimento; è quando finalmente uno smette di raccontarsi falsità illudendo sé stesso. 
Noi in genere amiamo purtroppo la confusione: quella illusoria della televisione o il frastuono assordante di una discoteca, delle piazze o degli stadi; amiamo il caos, le strade affollate, il rumore, la moltitudine di gente. 
Di contro, Gesù sceglie la solitudine della montagna, i luoghi solitari, separati, isolati. Una solitudine che Egli ci propone, poiché ci offre solidità, ci permette di non girare a vuoto spiritualmente, ci fa sentire bene con noi stessi. Noi infatti abbiamo paura di fermarci e di guardarci in faccia. Spiritualmente siamo dei bambini, siamo infantili e immaturi; non riusciamo a vivere senza avere qualcuno al nostro fianco, abbiamo un bisogno costante di presenze, di appoggi, di conferme, di lodi e di riconoscimenti. Stiamo insieme ad altri non per amore, ma perché egoisticamente non riusciamo a stare da soli. 
La vita è la nostra fragile barca, tutti dobbiamo salirci, tutti dobbiamo prenderne il timone e governarla tra le acque agitate dei nostri problemi, delle nostre paure, di tutti quegli eventi che non siamo in grado di dominare e di controllare. 
Anche noi, come i discepoli, nelle notti della vita, di fronte a situazioni ingovernabili, ci sentiamo smarriti come e più di loro: ci sentiamo nella bufera, e per quanto ci impegniamo di remare, di “governare” la nostra barca, ci rendiamo conto che non basta. Sentiamo ad un certo punto di non farcela; sentiamo di non essere più in grado di gestirla, di controllare gli eventi. 
Noi vorremmo tenere sempre ogni cosa sotto controllo, avere la vita esclusivamente nelle nostre mani; vorremmo essere sempre noi i vincitori, i dominatori, ma non è così. A volte ci troviamo ad annaspare nel vuoto, le onde ci sovrastano, tutto ci sfugge, ci sembra di affogare, di annegare, di colare a picco.  
E cominciamo a piagnucolare: “Dio, non ce la posso fare, è troppo difficile; è impossibile!”, e ricorriamo a Lui pregandolo di tirarci fuori, di fare il miracolo. Come se Dio dovesse stare continuamente a nostra disposizione con i miracoli in mano. Ma quando invece siamo veramente nell’occhio del ciclone, in piena tempesta, Lui è lì e ci dice: “Coraggio, sono io (eimì), non aver paura”. Un’espressione in cui quel “sono io” ci illumina su una certezza estremamente consolante: perché il verbo greco “eimì” a differenza di tutti gli altri verbi si coniuga solo al presente, al passato e al futuro (Cfr. Es 3,14); in pratica quindi, con quelle parole, Gesù ci rassicura sulla continuità della sua presenza al nostro fianco: lo è nel presente, lo è stato nel passato, lo sarà sicuramente in futuro. 
È una realtà che non appartiene ancora a Pietro: egli non crede che “quel fantasma” che “cammina sul mare” sia il Signore; e lo mette alla prova: “Signore, se sei tu, comanda che io venga da te sulle acque”. Al che Gesù: “Vieni”. E Pietro va, e senza accorgersi cammina sulle onde in tempesta, riesce a dominarle. È il miracolo del credere, della fede convinta. 
Lo stesso può succedere anche a noi (anzi ci sarà sicuramente successo!): quando crediamo veramente, quando la nostra fede è sincera e profonda, ciò che prima ci sembrava indomabile, catastrofico, distruttivo, improvvisamente diventa affrontabile, addomesticabile. E non è “un miracolo” che piove dall’alto: ma è un miracolo che nasce da noi, è il miracolo della nostra fede. Dio infatti non ci libera dalle difficoltà della vita, ma ci dà la forza necessaria per affrontarle. Noi dobbiamo credere fermamente in questo: la nostra fede deve rimanere sempre ferma, autentica, incrollabile, altrimenti ripetiamo l’errore di Pietro: nel momento stesso in cui distoglie lo sguardo da Gesù, impaurito dai pericoli che lo circondano, dalla forza del vento e del mare, inesorabilmente affonda, cola a picco. È quanto succede spesso nella nostra vita: se ci concentriamo soltanto sul pericolo, sulle difficoltà, sulle sofferenze che dobbiamo affrontare, sicuramente affondiamo; ma se il nostro sguardo rimane fisso in Dio, ne usciremo sempre vincitori: “Ci sono io, non aver paura, insieme possiamo affrontare qualunque cosa, fidati di me”. 
Allora, ogni mattina quando ci alziamo, facciamoci il segno della croce. Non facciamolo per abitudine, per sciocca scaramanzia, con gesti convulsi e disordinati, ma riconoscendogli tutto il suo valore di fede, di amore, di abbandono in Dio: “Non so cosa mi capiterà oggi, ma io Signore ho piena fiducia in te!”. E con tale convinzione nel cuore, sicuramente affronteremo con maggior serenità la nostra giornata. È un piccolo gesto, questo segno della croce: non pretende grandi meditazioni, non esige ampie e profonde conoscenze teologiche, richiede semplicemente che la nostra fede in Dio, oltre che sincera, profonda, totale, assoluta, sia anche espressione convinta del nostro amore per Lui. Amen.

 

mercoledì 29 luglio 2026

02 Agosto 2026 – XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Mt 14,13-21 

Avendo udito [della morte di Giovanni Battista], Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte. Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati. Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui». E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla. Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.

Gesù cerca un luogo appartato. Pressato dalla gente e dal bisogno di stare un po’ da solo per ritemprarsi, per ascoltarsi, per riposare, sale su una barca e si allontana. 
Quando ritorna, la folla si è moltiplicata: una moltitudine enorme di gente lo sta aspettando: gente accorsa dalle città, che per vederlo ha fatto tanta strada; e lo ha aspettato. 
Dove c'è la verità la gente aspetta, si mette in coda, affronta sacrifici, fatiche, distanze chilometriche, pur di ascoltarla. Perché la verità soddisfa tutti, finisce per appianare ogni difficoltà. 
Ma sta sopraggiungendo la notte, il luogo è deserto, e un problema assilla i discepoli: “Qui si fa sera, la gente ha fame. Che facciamo?”. Alla loro preoccupazione, Gesù risponde tranquillamente: “Date voi stessi da mangiare” (dòte autois umeis faghèin). “Ma Signore, abbiamo soltanto cinque pani e due pesci!”. “Portatemeli qui”. Ed ecco il miracolo, la moltiplicazione di quei pani e di quei pochi pesci! Tutti ne mangiarono a sazietà, erano circa cinquemila uomini oltre alle donne e ai bambini, e alla fine rimasero addirittura dodici ceste piene di avanzi. 
Una straordinaria moltiplicazione che dice: “condividi”, perché più si condivide, più le cose si moltiplicano e bastano per tutti”. L'unione fa la forza. Condividiamo allora quello che abbiamo, quello che siamo, quello che conosciamo, e tutto si moltiplicherà. Se ci mettiamo insieme, i miracoli avvengono. Se ognuno fa la sua parte, l'impossibile diventa possibile. In qualunque realtà sociale, lavorativa, religiosa, più ognuno mette a disposizione degli altri le proprie informazioni, le proprie capacità, le proprie risorse professionali, umane e spirituali, più quella realtà funzionerà e raggiungerà i suoi obiettivi. In una comunità, in una famiglia, più uno condivide ciò che vive, ciò che prova, gli alti e i bassi delle proprie giornate, più l'unione si moltiplica, più diventa forte, intima, inattaccabile, profonda. 
Mentre la società moderna tende a dividerci sempre più, a privatizzarci, a singolarizzarci, noi abbiamo bisogno di metterci insieme, di aiutarci, di condividere, di offrire ciascuno ciò che può offrire. 
C’è un ulteriore significato del miracolo: “quel che sembra impossibile spesso non lo è”. 
Essere credenti significa ritenere possibile l'impossibile. Sfamare cinquemila uomini, praticamente con nulla, è un’impresa impossibile. Ma non per Gesù. Non per chi crede veramente. Le cose molte volte non sono “impossibili”; siamo noi che preferiamo immaginarle tali, perché sono faticose: sono “impossibili” perché ci costringono a faticare, ci costringono a cambiare, a rivoluzionare la nostra vita. E questo ci spaventa, ci porta ad evitarlo. 
Altro pregio di questo vangelo, è di essere un meraviglioso inno all'umiltà: “fidati di quel poco che sei, di quel poco che hai”. Quei cinque pani e due pesci è quello che siamo noi: ben poca cosa! Se guardiamo la nostra persona, le nostre capacità, le nostre doti, ciò che in pratica facciamo o ciò che siamo in grado di fare, siamo proprio ben poca cosa! Quante persone, guardando alla loro pochezza, convinti di non riuscire in nulla nella vita, si deprimono. Ma è proprio questo il miracolo della vita e del vangelo: ciò che per l'uomo è invalidante, scarso, insufficiente, limitato, per l’economia divina è infinitamente grande, prezioso, senza limiti. L’importante è rendersene conto. E se anche noi ci fidassimo di quel piccolo tesoro che Dio ha affidato alla nostra operosità, sicuramente faremmo cose grandi. Certo, a tutti noi piacerebbe avere qualità e capacità eccezionali, come per esempio essere bravi musicisti, atleti impareggiabili, abili informatici, esperti nelle lingue, essere insomma simpatici, empatici, profondi e sensibili con le persone. Ma se avessimo tutto questo, magari ci sentiremmo “superiori” a tutti gli altri, ci isoleremmo nella nostra “reggia”, ignorando orgogliosamente i nostri fratelli meno “dotati”. Forse chissà, proprio per questo il buon Dio, conoscendo questo rischio, si è limitato ad affidarci i nostri “cinque pani e due pesci” di partenza, affidando la loro “moltiplicazione” alla nostra fede, alla nostra umile e costante disponibilità.
Aver fede significa infatti accettare con riconoscenza la nostra realtà, il nostro presente, perché tutto ciò che ci riguarda, la vita stessa, è dono, quel grande dono che viene dall'Alto, da Dio; è Lui che ci ha creati, che ci ha voluti così come siamo, con la nostra specifica fisionomia. Recriminare per questo, ribellarci, pretendere di essere diversi, significherebbe rimproverare Dio di essersi sbagliato con noi, di averci creati mediocri, come qualcosa di scadente, di inutile. Quando invece dovremmo avere l'umiltà di riconoscere che in quella minuscola e insignificante creatura che siamo, Egli ha impresso il segno indelebile della sua grandezza, della sua forza, del suo amore: una prospettiva esaltante che deve spronarci a crescere: diventare migliori, aspirare al Bene Assoluto, infatti, non è compito di Dio, ma solo nostro; è la missione “divina” che Lui ci ha assegnato in questa nostra vita.
Capita invece che noi difficilmente ci lasciamo coinvolgere in questo programma: siamo decisamente contrari a crescere, a mettere a frutto, a condividere con i “cinquemila e oltre” fratelli, i nostri “cinque pani e due pesci”; in particolare non accettiamo di venire sollecitati dall’esempio altrui, da quanto fanno i nostri vicini, i nostri amici, in una parola da tutte quelle persone che vivono con fede umile e convinta la loro chiamata. Una scappatoia piuttosto meschina, è un nasconderci dietro un dito; perché alla fine, il vero “superiore” non è colui che si ferma a guardare e criticare gli altri, ma colui che si impegna e mette a frutto seriamente i propri piccoli carismi, le proprie forze, le proprie potenzialità, in una fraterna condivisione: non a parole, vuote e inconsistenti, ma con i fatti! 
Un’ultima considerazione: “date voi stessi da mangiare”: se in questa risposta che Gesù ha dato ai discepoli trasformiamo il "soggetto" in "complemento oggetto", la frase acquista un senso decisamente più difficile e impegnativo: “date da mangiare voi stessi”, ossia “offrite la vostra persona in cibo” agli altri, condividete con i fratelli non solo tutto ciò che avete, ma anche tutto ciò che siete: il massimo della condivisione.
Non è un’assurdità: Gesù stesso ci ha lasciato in proposito un esempio sublime, reale e concreto.
Pensiamo infatti a quanto succede ogni volta nell’Eucaristia, durante la santa Messa: Egli ripete sempre a nostro beneficio lo stesso miracolo della moltiplicazione e condivisione; trasforma cioè la sostanza di un pane, che è ben poca cosa, nel suo Corpo divino, e lo divide fra tutti. Un niente che diventa “Tutto per tutti”. E non basta: perché oltre al pane, Gesù “trasforma anche noi”, uno per uno, individualmente: assumendolo, cioè, Egli ci tocca dentro, ci scuote, ci commuove, “diventa noi”. Dobbiamo aver fede e saperlo ascoltare nel silenzio del nostro cuore: e allora sarà impossibile non avvertire che il suo è un tocco d’Amore che ci sconvolge l’anima, ci cambia profondamente, ci impedisce di essere quelli di prima, ci rinforza, ci risana; insomma ci fa diventare “nuovi”, radicalmente diversi.
Se crediamo veramente in Lui, se gli siamo fedeli, è allora che avremo la conferma che quel niente, quel nulla che siamo, diventerà con Lui ogni volta davvero tantissimo, una quantità immensa di “pani e pesci” da poter distribuire con gioia al mondo intero! Amen.

  

martedì 21 luglio 2026

26 Luglio 2026 – XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Mt 13,44-52 
«Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra. Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».

Il vangelo di oggi parla del Regno dei cieli e per spiegarlo ci presenta tre similitudini: il regno dei cieli è simile ad un tesoro nascosto in un campo, ad un mercante alla ricerca di perle preziose e infine ad una rete gettata in mare per la pesca. La prima e la seconda sono molto simili, il tema è identico: trovare il Regno dei cieli significa scoprire qualcosa di molto prezioso.
Vediamole più da vicino: l’uomo della prima similitudine, un contadino, mentre sta dissodando un campo, trova sepolto nel terreno un tesoro molto prezioso, un’autentica fortuna: lo nasconde nuovamente, e per impossessarsene vende tutto quello che possiede e compra quel campo.
La seconda allegoria racconta invece di un commerciante alla ricerca di perle preziose. Trovatane una particolarmente splendida, vende tutto pur di comprarla. 
Ora, mentre il primo trova il tesoro per pura casualità, il secondo lo trova dopo una lunga e meticolosa ricerca. In ogni caso, entrambi trovano un oggetto di così grande valore, da rendere insignificante quanto già possiedono. Nessun prezzo infatti è adeguato al valore di quel tesoro e di quella perla.
Le due similitudini ci dicono in sostanza che Dio, il “Regno dei cieli”, è un qualcosa di meraviglioso, di incredibile, un qualcosa che non ammette confronti: il suo valore è talmente elevato che per ottenerlo è necessario rinunciare a tutto quanto si possiede. 
Ebbene, Dio è questo “tesoro nascosto”: è lo Spirito di Dio che ci inabita fin dal primo istante della nostra esistenza, dal momento in cui il Padre celeste ha “alitato” in noi la Vita.
Se lo scopriamo veramente, se lo sperimentiamo, diventerà poi impossibile abbandonarlo: perché è Lui che ci spinge a diventare noi stessi, ad osare, a realizzarci come persone, a cercare sempre nuove soluzioni per servirlo; Lui ci stima, ci ama e ci fa sentire amati; con Lui ritroviamo la nostra autonomia di vita e di pensiero, diventiamo liberi, vinciamo le paure; è grazie a Lui che sentiamo sprigionarsi dentro di noi il fuoco della vita e dell’amore. 
È impossibile fare a meno di Lui, siamo stati creati a sua “immagine”, portiamo impresso dentro di noi il suo indelebile marchio di fabbrica. Quando alla domenica le omelie della messa spiegano cosa deve fare il cristiano per custodire questo “tesoro unico”, sentiamo insistere soprattutto sulla necessità di pregare, di andare in chiesa, di frequentare piamente riti e liturgie; ma Dio non è una preghiera, non è una cerimonia (ancorché sublime), non è una professione di fede; non è un “Credo” o un “Padre nostro” recitati insieme ai presenti, magari pure distrattamente: Dio non è un qualcosa di statico, di immobile, di lontano da noi, in attesa di venire raggiunto dalle nostre svogliate e frettolose “incensazioni” spirituali.
Dio per chi crede è coinvolgimento, è dinamismo, è azione. A Dio non basta un’ora di preghiera al giorno; Dio non vuole che gli dedichiamo “una parte”, ancorché importante, della nostra vita: lui la vuole tutta! Lui vuol fare “alleanza” con noi, vuole “sposarsi” con noi, vuole rapirci, prenderci, assorbirci completamente. Perché ciò che Lui ci offre è amore allo stato puro, è passione che travolge, è necessità di un’altra vita per amarlo come merita. Basta solo un suo sguardo penetrante, amoroso, indulgente, per rapirci, per santificarci.
È infatti esattamente questo che Gesù faceva quando incontrava le persone: non guardava l’esteriore, non la bella presenza, ma l’anima, lo Spirito che le inabitava. È stato così con Maria Maddalena: mentre tutti vedevano in lei una donnaccia, una corrotta, una di malaffare, Lui vedeva il suo valore, la sua potenzialità, la sua dote spirituale, la sua sincerità interiore. E con questo la salvò. Lo stesso fece con Pietro, Matteo e tutti gli altri, gente comune, persone che si sentivano insicure e inadeguate. Ma Gesù le valorizzò, le amò, credette in loro, le trasformò, divenne in loro quel “tesoro nascosto”, quello Spirito che animò e trasformò radicalmente la loro vita.
Lo stesso è successo e succede anche per tutti noi: Dio è sceso in noi con il suo Spirito di vita, è la gemma che ci impreziosisce, è la nostra guida inseparabile, insostituibile; purtroppo, però, quanti si preoccupano oggi veramente di Lui? C’è ancora qualcuno, nella nostra società evoluta, che si renda conto della Sua intima e preziosa presenza? Certo, se siamo continuamente occupati a cercare soldi, sicurezza economica, piaceri, benessere, tranquillità, non potremo mai accorgerci di Lui: basterebbe anche poco per scoprirlo, ma preferiamo lasciarlo solo, nell’indifferenza, nell’abbandono più totale.
Allora, scendendo nel concreto, dovremmo chiederci: “Chi o cosa cerco io nella mia vita?”.
In particolare: “Dove cerco?”. Se pensiamo infatti che la felicità assoluta risieda in qualcuno o in qualcosa “fuori” da noi, il nostro cercare sarà inutile, continueremo cioè a cercare per tutta la vita e non troveremo mai nulla, perché il “tesoro” che dobbiamo cercare non è fuori di noi, ma dentro di noi. Trovarlo, significa appunto riscoprire quell’immagine, quella somiglianza divina che Dio ha impresso in noi fin dalla nostra nascita, significa “ricopiarla”, significa “dimostrarla” all’esterno con la nostra vita: sì, perché il “nostro” tesoro, la perla più preziosa, l’essenza del nostro vivere, è la nostra anima che si specchia costantemente in Dio.
Per questo dobbiamo cambiare metodo di ricerca, per questo la nostra vita deve necessariamente cambiare. Anche se gli altri ci deridono, anche se ci prendono per dei fuori di testa, noi in cuor nostro sappiamo perfettamente chi e cosa cercare.
Anche i due uomini della parabola si comportano da folli, da pazzi, perché, pur di entrare in possesso del “tesoro”, si disfano di ogni loro avere: lasciano il certo per l’incerto, vendono tutto quello che hanno, si spogliano di tutto, pur di ottenere un tesoro di cui ancora non conoscono il valore reale. Cose veramente da pazzi. Ma Dio è per i pazzi, per i folli, perché non ci chiede qualcosa, ma pretende tutto, ci chiede noi stessi. Dio non si accontenta di un nostro coinvolgimento parziale, lo vuole tutto, lo vuole completo.
Il vangelo di oggi ci fa capire appunto che Lui è la “cosa” più bella in assoluto, che viene al primo posto nella scala dei valori, che è il più importante in assoluto perché va oltre i nostri limiti temporali: per Lui non esiste un “termine”, dopo il quale scomparirà lasciandoci soli. Una volta che l’avremo trovato, Egli rimarrà per sempre, per l’eternità, il nostro unico “tesoro prezioso”, la nostra unica “perla di inestimabile valore”. 
Il Regno dei cieli è ancora, infine, come quella “rete” gettata in mare per la pesca. Tutti noi, un giorno, saremo chiamati a tirarla fuori per dimostrare ciò che abbiamo “raccolto” nel corso dell’intera nostra vita: a quel punto non servirà più appellarsi a scuse di mare “troppo calmo” o “troppo tempestoso”: quello che abbiamo fatto, è fatto. Quello che conta allora è soltanto l’effettiva qualità del nostro “pescato”: le iniziative positive, le buone azioni, gli atti d’amore che hanno valorizzato la nostra vita. Se nella nostra rete non abbiamo di queste risorse, se cioè in vita non ci siamo preoccupati di mettere dei paletti, non abbiamo saputo controllare il nostro egoismo, il nostro orgoglio, non abbiamo saputo accettare e superare le prove dolorose, esprimere i nostri sentimenti di carità, se non abbiamo creato punti di forza, di ancoraggio, a salvaguardia della nostra fede, non avremo bisogno di condanne, perché capiremo immediatamente da soli il nostro fallimento, e saremo noi stessi che ci consegneremo agli angeli, incaricati di allontanarci dall’Amore eterno. Inutile qualunque recriminazione: dovevamo pensarci prima! Dovevamo “costruire” prima la nostra salvezza, perché il tempo dell’azione è la vita, è l’oggi, è ora: Il nostro benessere futuro, la nostra salvezza, il nostro entrare a far parte del Regno di Dio, dipende solo dall’impegno, dalla costanza, dal sacrificio, dall’amore, che mettiamo nella nostra “pesca” attuale; il suo risultato “miracoloso” dipende quindi da noi, dalle nostre scelte di vita: “a chi ha, sarà dato e sarà nell'abbondanza; e a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha”. Non c’è alternativa: se ci presenteremo con “pesce avariato”, se nulla di buono uscirà dalla nostra “rete”, finiremo gettati “nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti”. 
Non servono corsi di teologia per capire il significato profondo di queste parole. Non le dico io, è Gesù che le dice: e per evitare che qualcuno le equivochi o le traduca in maniera più “buonista”, come tanto volentieri si fa oggi, Gesù chiede di proposito ai suoi discepoli: “Avete compreso tutte queste cose?». Ed essi, umili e convinti, gli rispondono: “Sì”; essi hanno capito e per loro tutto è chiaro: ma noi, cristiani di oggi, abbiamo veramente capito bene? Amen.

 

martedì 14 luglio 2026

19 Luglio 2026 – XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Mt 13,24-43 
Espose loro un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”. Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. E i servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. “No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio”». Espose loro un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami». Disse loro un’altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata». Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se non con parabole, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta: Aprirò la mia bocca con parabole, proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo. Poi congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo». Ed egli rispose: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno e il nemico che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, ascolti!»

È la celebre parabola della zizzania. Gesù è costretto a spiegarla bene, non perché i discepoli non siano in grado di capirla, ma perché non vogliono capirla così com’è; non sono cioè d’accordo con quanto Egli intende qui insegnare. Si tratta, infatti, di una parabola scomoda, per certi aspetti irritante, perché prospetta una realtà difficilmente accettabile, una situazione in contrasto con la loro idea di “discepolato”. 
Cerchiamo di capirne il motivo: c’è un uomo che, con fatica e sudore, ha seminato nel suo campo del buon seme. Durante la notte però il nemico, sempre pronto a colpire, vi semina sopra la “zizzania”, una graminacea altamente tossica, molto simile al frumento, e quindi non riconoscibile fino alla maturazione di entrambi i semi. 
Il riferimento alla coesistenza del bene e del male nel mondo è evidente. È naturale quindi che gli apostoli non prendano molto bene la prospettiva di vedere puntualmente ostacolata, o addirittura vanificata dagli interventi velenosi del maligno, la loro missione evangelica: perché accettare passivamente tale possibilità? Perché aspettare che il male metta radici e si sviluppi? Non sarebbe meglio metterlo subito in condizione di non nuocere? Certo: ma - prosegue la parabola - a voler togliere il male (la zizzania) sul nascere, si corre il rischio di estirpare anche il bene (il grano) poiché le radici di entrambi risultano strettamente intrecciate fin dal loro nascere.
Il messaggio è chiaro: “Dobbiamo tenere l’uno e l’altro”; dobbiamo cioè convivere con questa realtà; anche perché “Non sta a te decidere cosa è bene e cosa è male”, cosa va estirpato e cosa no; in altre parole, non sta a noi giudicare in partenza chi è buono e chi è cattivo.
Nel libro della Genesi, nel raccontare la creazione del mondo, la Bibbia non dice che “prima” non c’era nulla, ma sottolinea l’esistenza del “caos”, dell’informe, dell’indefinito. Cioè: c’era “un qualcosa”, ma non spiega chiaramente cosa fosse. La prima cosa che Dio creatore ha fatto è stata, pertanto, quella di “distinguere” (termine più appropriato del nostro “separare”) le cose: di conferire cioè ad ogni elemento, con il nome, anche le rispettive caratteristiche: così la luce e il buio; le acque e la terra; le acque del mare e le acque del cielo e via dicendo.
Ebbene: questo è esattamente ciò che siamo chiamati a compiere anche noi nella nostra vita: distinguere, discernere, individuare ciò che è bene e ciò che non lo è, per seguire l’uno e combattere l’altro, per poter tornare ad essere quelle creature che Dio ha espressamente voluto a sua immagine.
Gesù ci ricorda a questo proposito che nel mondo non ci siamo solo noi, non siamo noi gli unici “lavoratori” impegnati su questa terra; per questo dobbiamo essere molto guardinghi, perché siamo circondati da una quantità infinita di operatori del male. Nella nostra vita, nel nostro piccolo “terreno” privato, per esempio, non siamo gli unici ad occuparci di “semina”, a renderci cioè autonomi nelle nostre scelte esistenziali: prima di noi infatti hanno seminato i nostri genitori, le persone che abbiamo incontrato, lo sviluppo stesso della nostra infanzia, pieno di ideologie nascenti, di esperienze, di paure, di ansie. La nostra attuale esistenza quindi non è “un nostro prodotto esclusivo”, ma il risultato di numerose concause, dell’intervento di molteplici “seminatori”. Saremmo quindi degli illusi se oggi ci presentassimo unicamente come “quel grano pregiato”, frutto della semina iniziale del Padrone, perché in realtà siamo il prodotto di un amalgama informe, costituito da condizionamenti, interferenze, intrusioni nefaste (le mode, la televisione, i media, il sociale), con cui necessariamente dobbiamo convivere.
Cosa ci fa capire allora questa parabola? Che chi vive in questo mondo è libero di spargere, su qualunque terreno, ogni seme a suo piacimento: salvo poi ovviamente dover rendere ragione a Dio delle proprie iniziative, se sane e fruttifere, oppure velenose, letali, mortifere.
L’importante però è che, di fronte a tali cattiverie, a queste forme sempre nuove di “zizzania”, noi ci comportiamo sempre come Gesù ci ha insegnato: con pazienza, con rassegnazione, con grande “carità”; dobbiamo cioè accettare comunque queste “disgrazie”, considerandole addirittura come “dono” di Dio; e non solo: perché sappiamo che di fronte all’odio, alle malignità, alle prepotenze altrui, il nostro dovere è di reagire col bene, intensificando le nostre “semine” della Parola di Dio, rendendole ancor più abbondanti e incisive nella loro positività, nella fratellanza, nell’amore. 
Ma anche in ciò, non dobbiamo pretendere di essere talmente bravi, da ottenere, subito e soltanto, del grano di prima scelta: dobbiamo invece fare sempre i conti con quel mix di sementi negative che sono cresciute con noi, e che sono ormai diventate la “nostra zizzania”, talvolta anche della peggiore specie. È purtroppo con questa dicotomia di bene e male, fenomeno naturale e inscindibile dell’animo umano, che le nostre scelte di vita, le nostre semine, e la nostra mietitura finale, devono continuamente fare i conti.
Sei grano e zizzania”, ci conferma Gesù: “Fai attenzione, perché se nella pretesa di essere un esclusivo produttore di grano superiore, decidi insensatamente di separarlo appena sbocciato dalla zizzania, rischi di non avere più nulla in mano, niente di niente. Accettati invece umilmente così come sei: con le tue potenzialità, con i doni che ti ho dato, con le tue risorse, ma anche con i tuoi limiti, i tuoi errori, le tue debolezze”. 
Ascoltiamolo allora questo suggerimento di Gesù! Non ostiniamoci a voler strafare; non pretendiamo ad ogni costo una perfezione “assoluta”, al di sopra delle nostre possibilità. Cerchiamo invece di capire bene che il grado di perfezione, al quale Gesù ci ha chiamati, consiste nel concretizzare, nel dare vita, in semplicità e umiltà, a quel progetto che il Padre stesso ha tracciato per noi fin dalla nascita. Un programma adeguato alle nostre possibilità, che tiene conto dei nostri difetti, delle nostre miserie, dei nostri limiti. Il Signore, infatti, ha ottenuto i migliori risultati proprio con persone nient’affatto perfette: con peccatori, pubblicani, prostitute, ecc. Egli infatti non teme i nostri errori; Egli “teme” piuttosto la nostra stupidità, la nostra megalomania, il nostro voler indossare abiti non nostri, decisamente fuori misura, stravolgendo in questo modo quel ruolo di suoi umili servitori, che rappresenta lo scopo reale della nostra vita.
E concludo: l’uomo “perfettissimo” non esiste; tutti, chi più chi meno, siamo esposti alle prove della vita: in alcune ne usciamo anche vittoriosi, ma in altre dimostriamo tutta la nostra debolezza, la nostra meschinità. Consapevoli di ciò, affrontiamo comunque con decisione e umiltà l’impegnativa scalata alla nostra perfezione, cercando di trasformare le nostre vittorie e sconfitte in atti d’amore a Dio, a beneficio dei nostri fratelli. Amen.

 

martedì 7 luglio 2026

12 Luglio 2026 – XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Mt 13,1-23 
Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.
Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».

Per ascoltare il vangelo, per meditare sulle sue parabole, per capirlo nel profondo dell’anima, dovremmo comportarci esattamente come faceva Gesù: fermarci, sederci, cercare di isolarci dal frastuono che ci circonda, ma soprattutto distaccarci da quell’enorme vortice di pensieri, di preoccupazioni, di ambizioni, di distrazioni, che come un frullatore agitano continuamente la nostra mente: dobbiamo staccare la spina con decisione, e concentrarci sulle parole che abbiamo davanti, fissarci solo su di esse e ascoltare cosa ci dicono. E se noi ci mettiamo il cuore, se siamo decisi a seguirle per riordinare la nostra vita, esse ci diranno molto più di quanto immaginiamo.
Ebbene: la parabola del vangelo di oggi è particolarmente chiara, comprensibile: c’è un contadino occupato nella semina, e nel gettare la sua semente, succede che una parte di essa cade sulla strada, un’altra tra i sassi, un’altra ancora tra i rovi; infine una parte cade nel terreno buono e fertile, e sarà questa che porterà molto frutto.
Tutto ciò ha ovviamente un suo significato: il seminatore è Dio che “semina” la sua Parola agli uomini. Una parte cade sulla strada: che significa? La “strada” indica una impenetrabilità assoluta; è una zona arida, battuta dai venti, calpestata da tutti, in cui nulla può germogliare, attecchire, crescere; “strada”, sono pertanto coloro che si rifiutano per principio di prendere in considerazione gli insegnamenti del Vangelo. 
Un’altra parte cade tra le fitte pietre a bordo campo: i sassi, che ostacolano qualunque sviluppo, qualunque crescita di quel seme caduto tra le fessure, sono i primi entusiasmi di chi si avvicina al vangelo per caso, per curiosità, di chi conduce una vita superficiale, insensata, volubile: all’inizio la novità del “seme” li cattura, prende la loro anima, ma alla prima insignificante difficoltà, si dimenticano di tutto e continuano il loro cammino nel nulla. 
Un’altra parte ancora cade tra i rovi fitti e spinosi: il “seme” cerca di crescere, ma viene soffocato immediatamente dal più rapido infittirsi del roveto: sono le persone deboli, coloro che non hanno una personalità, una volontà forte, decisa; sono quelli che si lasciano condizionare dal tenore soffocante della vita; che, sottoposti a continue pressioni psicologiche, abbandonano sul nascere qualunque possibilità di affrancarsi, di crescere. 
Un’ultima parte di semi cade infine nella zona fertile, nel terreno coltivato, nel terreno buono, preparato per riceverlo: ed è qui, solo qui, che esso stabilirà il suo “habitat”, svilupperà tutta la sua potenzialità, porterà in abbondanza quei frutti che il “seminatore” si aspetta. 
Il Vangelo di oggi, dunque, proprio perché intuitivo, ci offre anche la possibilità di meditarlo partendo da prospettive diverse, immedesimandoci cioè nei vari elementi del racconto. 
Immaginiamo, per esempio, di essere noi il “seminatore”: il vangelo non accenna ad alcuna sua reazione per il parziale fallimento del lavoro svolto: ma quale potrebbe essere il nostro stato d’animo in una situazione analoga? Quante volte ci troviamo anche noi a dover constatare un nulla di fatto! Abbiamo seminato, abbiamo dato, abbiamo amato, ma non abbiamo ottenuto assolutamente nulla: tempo e fatica sprecati. Certo, capita! E noi ce ne rammarichiamo profondamente, magari anche con qualche imprecazione! Ma così facendo, dimentichiamo un principio fondamentale: che chi fa le cose veramente per amore, chi offre con gioia tempo ed energie senza pretendere nulla in cambio, chi “semina” nell’assoluta carità, come ci ha insegnato Gesù, non deve mai abbandonarsi al pessimismo, alla delusione; perché c’è sempre una scintilla di bene che nasce e cresce dalle sue fatiche, che porta frutto, esattamente come in questo caso. 
Se poi ci mettiamo dalla parte del “seme”, dobbiamo porci immediatamente alcune domande: “Io, che tipo di seme sono? Mi rendo conto di avere un compito ben preciso da assolvere, proprio per la mia stessa conformità divina? Sono disponibile a “seminarmi”, a “morire” nei fratelli per estendere, per “allargare” il più possibile i frutti del suo amore? In una parola, investo fedelmente a beneficio del prossimo i carismi di cristiano credente che Dio mi ha donato?” Noi, “piccolo seme” della Parola di Dio, nelle sue mani siamo pura potenzialità: nostra missione è pertanto quella di realizzare, di “espandere” nel cuore dei fratelli questo bene divino, in modo che nel mondo cresca e si produca un desiderio sempre più crescente di seguire e amare Dio. È fondamentale, nella nostra vita, essere consapevoli di avere delle responsabilità ben precise verso gli altri; per cui, coscienti di essere autentici “semi di Dio”, non possiamo in alcun modo confonderci tra le migliaia di “semi selvatici” oggi in circolazione; non possiamo semplicemente massificarci conformandoci agli altri, perché questo ci ridurrebbe semplici fotocopie, farlocchi doppioni del nulla, privi di originalità, di personalità, di qualunque valore. 
Se infine ci identifichiamo col “terreno”, anche qui è fondamentale sapere come classificarci: “Che tipo di terreno sono io?” Perché Gesù è molto chiaro: gli insegnamenti del vangelo (i vari semi) vengono ricevuti da “terreni” multiformi, diversi uno dall’altro: ogni uomo, infatti, accoglie il vangelo in modo diverso, ognuno con il suo grado di fede, con la sua personale disponibilità all’ascolto; la qualità del risultato, pertanto, si differenzia da individuo a individuo, in relazione anche ai diversi momenti, positivi o negativi, delle singole vite di ciascuno. 
In tutte queste nostre ipotesi, però, al di là di qualunque considerazione, ciò che ci offre una profonda consolazione, è la certezza di poter ricorrere sempre alla grande bontà, alla pazienza, all’incommensurabile amore di Dio nostro Padre, il quale, da generoso seminatore, ci assiste soprattutto in quelle particolari “stagioni” della nostra vita, in cui produciamo solo foglie, in cui ci comportiamo da “terreni” decisamente aridi e selvatici. Egli sa molto bene infatti che per raggiungere una “mietitura ottimale” (=la nostra perfezione cristiana) dobbiamo sottoporci ad una lunga e faticosa preparazione, spesso ostacolata dall’instabilità, dalla superficialità, dalla precarietà dei nostri propositi: le perturbazioni, le crisi, le cadute, sono purtroppo sempre dietro l’angolo. L’importante è non perdere mai di vista gli impegni assunti, rialzandoci sempre con grande umiltà dalle delusioni per il mancato risultato. Anche perché Dio stesso, rassicurando il profeta Isaia, ha fatto capire che alla fine, grazie a Lui, il nostro “piccolo raccolto” sarà comunque positivo: “La Parola uscita dalla mia bocca, non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero, e senza aver compiuto ciò per cui l'ho mandata” (Is. 55, 10-11). Ecco, questa è la speranza consolatrice che deve sorreggerci in ogni momento della nostra vita. Amen.