Mt 26,14-27,66 (passim)
In quel tempo, uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai capi dei sacerdoti e disse: «Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?». E quelli gli fissarono trenta monete d’argento. Da quel momento cercava l’occasione propizia per consegnarlo. […] Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi. Allora Gesù disse loro: «Questa notte per tutti voi sarò motivo di scandalo. Sta scritto infatti: Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge. Ma, dopo che sarò risorto, vi precederò in Galilea». Pietro gli disse: «Se tutti si scandalizzeranno di te, io non mi scandalizzerò mai». Gli disse Gesù: «In verità io ti dico: questa notte, prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte». […] Pietro gli rispose: «Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò». Lo stesso dissero tutti i discepoli. Allora Gesù andò con loro in un podere, chiamato Getsèmani, e disse ai discepoli: «Sedetevi qui, mentre io vado là a pregare». E, presi con sé Pietro e i due figli di Zebedeo, cominciò a provare tristezza e angoscia. E disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me». Andò un poco più avanti, cadde faccia a terra e pregava, dicendo: «Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!». Poi venne dai discepoli e li trovò addormentati. […] Allora tutti i discepoli lo abbandonarono e fuggirono. […] Gesù intanto comparve davanti al governatore, e il governatore lo interrogò dicendo: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Tu lo dici». E mentre i capi dei sacerdoti e gli anziani lo accusavano, non rispose nulla. Allora Pilato gli disse: «Non senti quante testimonianze portano contro di te?». Ma non gli rispose neanche una parola, tanto che il governatore rimase assai stupito. […] Ma i capi dei sacerdoti e gli anziani persuasero la folla a chiedere Barabba e a far morire Gesù. Allora il governatore domandò loro: «Di questi due, chi volete che io rimetta in libertà per voi?». Quelli risposero: «Barabba!». Chiese loro Pilato: «Ma allora, che farò di Gesù, chiamato Cristo?». Tutti risposero: «Sia crocifisso!». Ed egli disse: «Ma che male ha fatto?». Essi allora gridavano più forte: «Sia crocifisso!». Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto aumentava, prese dell’acqua e si lavò le mani davanti alla folla, dicendo: «Non sono responsabile di questo sangue. Pensateci voi!». […] Allora rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso. Allora i soldati del governatore condussero Gesù nel pretorio e gli radunarono attorno tutta la truppa. Lo spogliarono, gli fecero indossare un mantello scarlatto, intrecciarono una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero una canna nella mano destra. […] Dopo averlo deriso, lo spogliarono del mantello e gli rimisero le sue vesti, poi lo condussero via per crocifiggerlo. Mentre uscivano, incontrarono un uomo di Cirene, chiamato Simone, e lo costrinsero a portare la sua croce. Giunti al luogo detto Golgota, che significa «Luogo del cranio», gli diedero da bere vino mescolato con fiele. Egli lo assaggiò, ma non ne volle bere. Dopo averlo crocifisso, si divisero le sue vesti, tirandole a sorte. Poi, seduti, gli facevano la guardia. […] A mezzogiorno si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: «Elì, Elì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Costui chiama Elia». E subito uno di loro corse a prendere una spugna, la inzuppò di aceto, la fissò su una canna e gli dava da bere. Gli altri dicevano: «Lascia! Vediamo se viene Elia a salvarlo!». Ma Gesù di nuovo gridò a gran voce ed emise lo spirito. Ed ecco, il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo, la terra tremò, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi, che erano morti, risuscitarono. […] Il centurione, e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, alla vista del terremoto e di quello che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: «Davvero costui era Figlio di Dio!».
Oggi
la Chiesa ci ripropone il racconto della “Passione” di Gesù: una rievocazione
che ci introduce nelle celebrazioni della Settimana Santa. Gesù è morto per
noi. Una verità che ci coinvolge profondamente in tutta la sua importanza,
mentre una domanda si impone alla nostra attenzione: il mondo di oggi è ancora
interessato a questo evento di salvezza? Noi stessi che ci professiamo
cristiani praticanti, ci rendiamo veramente conto della sua importanza? Diciamo
di credere che Cristo è morto per redimerci dai peccati e portare l’amore tra
gli uomini, ma noi, piuttosto che rimuovere la trave del peccato dai nostri
occhi, evitando di commetterne altri, ci preoccupiamo di sottolineare la
pagliuzza negli occhi altrui, criticando aspramente le loro debolezze. La società
contemporanea dimostra purtroppo di essere completamente insensibile alla
nostra redenzione operata da Cristo, a questo dono incalcolabile di Dio; non le
interessa, lo ha rimosso dalla mente, dimostrando di non averne alcun bisogno.
Cerchiamo
allora almeno noi, in questi giorni, di meditare su queste verità: lasciamoci
interrogare, scuotiamoci dal nostro torpore! Cerchiamo di meditare ogni singolo
particolare del sacro racconto propostoci dal Vangelo, ravviviamo la nostra
fede, liberiamola dalle torbide e opache patine del tempo, dell’indifferenza,
dell’esteriorità, e fissiamo il nostro sguardo negli occhi del Nazareno,
innalzato lassù su quel suo patibolo straziante!
Fermiamoci
davanti a questa realtà inaudita, inimmaginabile: giorno dopo giorno,
ripercorriamo spiritualmente le ultime ore della Sua vita terrena, celebriamone
i sentimenti, rimaniamo in ascolto, meditiamo, stupiamoci: il Figlio di Dio si
è immolato sull’altare dell’amore proprio per ciascuno di noi; ci ha
dimostrato, con il suo sacrificio finale, che “amare” vuol dire “morire”! Una
lezione che è la più bella e profonda che l’umanità abbia mai ricevuto: una
lezione che, interiorizzata e valorizzata, ci induca a pentirci, a rabbrividire
per la nostra ingratitudine!
Oggi
dunque Gesù fa il suo ingresso trionfale a Gerusalemme. La gente applaude,
agita in alto i rami strappati dalle palme e dagli ulivi, stende i propri
mantelli al passaggio del Rabbì di Galilea. Breve gloria prima dell’ignominia,
fragile osanna prima del delirio. Ma Gesù sa, sente, conosce molto bene ciò che
sta per accadere.
Il
giudizio dell’uomo è sempre troppo instabile, la sua fede è troppo vaga, troppo
ondivaga è la sua volontà. Ma che importa? Gesù ora sorride, ascolta le lodi
osannanti che la folla rivolge a lui, Messia impotente e mite, energico e
tenero, affaticato ma deciso.
Non
entra a Gerusalemme a cavallo di un puledro bianco, non ha soldati al suo
fianco che lo proteggono, nessuna autorità lo riceve: entra in città cavalcando
un ridicolo asinello, ricordando a noi, malati di protagonismo, che il potere è
tale, solo se esercitato nel “servire”, perché la gloria degli uomini è solo
inutile, breve, effimera.
Osanna,
figlio di Davide, Osanna nostro incredibile Dio, nostro magnifico re.
Osanna
dai tuoi figli poveri e illusi, feriti e mendicanti, Osanna re dei poveri,
protettore dei falliti, Osanna!
Matteo
descrive meticolosamente quei momenti, racconta le ultime ore della missione
divina, racconta lo scontro titanico tra il Dio rifiutato e le tenebre
incombenti sull’umanità che suggeriscono a Gesù di abbandonare, di lasciare
l’uomo al suo destino (“Padre mio, se è possibile passi da me questo calice”).
Ma
poi, tutto diventa miracolo. La morte stessa di Dio si tinge di inattesa
profonda dolcezza.
Chiudiamo
allora gli occhi, smettiamo di scorrere distratti la memoria, e meditiamo.
Sono
molti i personaggi che affollano questo racconto e si muovono intorno a Gesù
arrestato, processato e condannato. Ci siamo anche noi: ci riconosciamo un po’
in tutti i vari personaggi, e di certo non ne veniamo fuori bene. La cruda
verità che emerge, ci coinvolge profondamente, ci costringe a sentire
nell’anima il sapore acre e salato del pianto e del rimorso.
Ci
sentiamo coinvolti prima di tutto come “credenti”. È vero: siamo purtroppo dei
credenti non credenti; siamo dei credenti “tiepidi”, del “quando mi fa comodo”,
del “quando ne ho bisogno”; ma non possiamo assolutamente considerare questa
storia di passione e morte come una favola qualunque, una favoletta del “c’era
una volta”, e del “vissero tutti felici e contenti”. Non è possibile. La
passione di Cristo è una realtà drammatica che ci investe totalmente: nel
cuore, nella mente, nella vita; oggi, domani, sempre, sia che lo vogliamo, o
che non lo vogliamo; sia che ci sia o che non ci sia qualche Sua immagine a
ricordarcelo: perché il Cristo in croce è da sempre e per sempre marchiato a
sangue nel nostro cuore!
Siamo
noi gli “apostoli”: quelli che Gesù chiama a preparare e vivere la sua ultima
cena, per poi continuare a celebrarla anche quando lui non ci sarà più.
Soltanto che ci dimentichiamo che è la cena dell’amore e della condivisione
fraterna, e ci perdiamo nei personalismi, nel voler dimostrare il nostro
“valore”, i nostri meriti, nella perversa ricerca di essere sempre i primi, i
più grandi, i più bravi, quando invece Gesù ci ricorda che il vero potere sta
nel servire, che la vera grandezza è di farci piccoli tra i piccoli, poveri tra
i poveri.
Siamo
noi “Simon Pietro”. Abbiamo come lui tanta voglia di credere e di rimanere
fedele alle promesse fatte a Gesù: ma basta il cenno di una serva qualsiasi per
farci soggiogare dalla paura. Basta un nulla, e ci dimentichiamo immediatamente
che Gesù ha bisogno di noi. Ma incrociando il suo sguardo, sentiamo gli occhi
riempirsi di lacrime amare, e il nostro viso, indurito dall’indifferenza,
ammorbidirsi nell’emozione profonda del pianto e del suo perdono.
Siamo
noi “Giuda Iscariota”: quante volte pure noi tradiamo Gesù con un bacio!
Tradiamo la sua fiducia, tradiamo il suo amore di Padre; anche quando gli siamo
più vicini con il corpo, nell’Eucaristia, il nostro cuore continua ad essergli
lontano. Signore, c’è ancora possibilità di perdono per noi?
Siamo
tutti dei “Ponzio Pilato”. Anche se cerchiamo di liberare Gesù perché qualcosa
ci dice che è innocente, ci lasciamo condizionare dal mondo. Siamo tante
banderuole che si animano con il vento del momento. Non ascoltiamo la nostra
coscienza (che è il luogo vero dell’incontro con Dio) ma ascoltiamo soltanto
ciò che proviene dall’esterno, dalla gente, dal potere, dai pregiudizi.
Siamo
anche noi uno della folla che grida “Crocifiggilo, crocifiggilo”. Gli stessi
che qualche giorno prima lo seguivano per osannarlo, per chiedergli una
guarigione o un miracolo. Quanto siamo veloci nel cambiare idea! Quanto
facilmente ci lasciamo influenzare da chiunque, dalla mentalità comune, dai
politicanti, dai tanti “si dice”. Nonostante ciò, Gesù sulla croce, invece di
maledirci, dirà: “Padre, perdonali, perché non sanno quel che fanno!”
Siamo
tanti “Cireneo”: presi per caso e senza preavviso, capita anche a noi di
aiutare Gesù a portare la sua croce che, per un piccolo tratto, diventa anche
nostra. Questo ci deve servire per imparare ad essere sempre disponibili, ogni
volta che qualche derelitto ha bisogno di un sostegno, anche momentaneo. È
vero, non risolveremo i suoi problemi, ma almeno gli faremo sentire una
vicinanza amica.
Siamo
anche il “buon ladrone”, crocifisso accanto a Gesù. Sentiamo che Lui in quel
patibolo ha sofferto per noi, e che anche noi dobbiamo condividere, almeno
spiritualmente, questa sofferenza con Lui. In modo che quando verrà il giorno
in cui il dolore e la caducità della carne piegherà ogni nostra illusione di
immortalità, Gesù faccia sentire anche a noi quella stessa promessa, ci faccia
sentire nel cuore e nella mente la Sua vicinanza e la Sua pace. Il dolore,
anche quando è grande, non ci salva automaticamente: ma in quei momenti, tra le
tue braccia del Padre, sentiremo il paradiso più vicino.
Noi
tutti indistintamente abbiamo dunque di che meditare nell’ascolto della
Passione di Cristo: perché ci tocca da vicino, ci fa pensare, ci coinvolge
emotivamente.
Prepariamoci
a vivere degnamente questa Pasqua: evitiamo di considerarla soltanto come una
gradita occasione di evasione, di divertimento; accettiamo invece con
entusiasmo l’invito di Gesù di accompagnarlo e di vivere con lui questi giorni
cruciali e conclusivi della sua missione terrena, che lo vedranno sì morire, ma
subito dopo gloriosamente risorgere.
Ed
è proprio questo il messaggio importante che dobbiamo cogliere: che dopo ogni
nostra sconfitta, dopo ogni prova della vita, dopo ogni “passione”, ci aspetta
sempre la “risurrezione”. Ogni caduta, ogni crocifissione, deve coincidere
sempre con una nuova rinascita, deve suscitare nuove prospettive, nuova
consapevolezza, nuova determinazione nella nostra vita.
Dobbiamo
farci carico delle nostre difficoltà, delle nostre sconfitte, delle nostre
debolezze: perché rappresentano la nostra croce. Una croce che dobbiamo
caricarci sulle spalle senza recriminazioni, senza ribellarci; dobbiamo invece
abbracciarla, dobbiamo superare la sua drammaticità, e trasformarla in
occasione di salvezza, di rinnovo, di purificazione, di amore per Cristo, con
Cristo, in Cristo.
Perché
solo così capiremo cosa significa essere accolti e amati da Dio come figli.
Approfittiamo
dunque di questi giorni per meditare veramente con maggior compostezza
interiore queste realtà: non rendiamo inutile il nostro vivere, smettiamo di
dare ascolto a ciarlatani mediatici affamati di ricchezze, di superiorità, di
egocentrismo, gente senza valori, senza riferimenti spirituali, senza principi
morali. Non soffochiamo la fede, coltivando nel nostro cuore sogni di terra,
narcotizzanti, asfittici, privi di speranza. Guardiamo con fiducia a Lui e
capiremo che è Lui l’unica strada da percorrere, poiché è l’unico in grado di
cambiare il mondo.
Se
meditiamo con fede la sua passione, se lo guardiamo inchiodato sulla croce, non
possiamo che rimanere allibiti, costernati, ammutoliti di fronte allo
spettacolo di un Dio talmente innamorato di noi, da accettare una morte
straziante. Pensiamoci! La settimana che si apre davanti a noi è “santa”: possa
veramente farci diventare un po’ più santi, per poter vivere con maggior
intensità, riconoscenza e amore una Pasqua altrettanto santa e speciale,
immersi nella gioia e nello splendore del Cristo risorto. Amen.


.jpg)