lunedì 7 settembre 2026

13 Settembre 2026 – XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Mt 18,21-35 
In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito. Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito. Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».
 

 Il Vangelo di oggi continua a proporci insegnamenti per la nostra vita di “comunità”.
Domenica scorsa ci ha dimostrato quanto sia importante ascoltare le ragioni del proprio fratello, rapportarsi con lui; quanto sia importante aprirgli il nostro cuore e accogliere il suo.
Oggi ci offre un ulteriore approfondimento: “il perdono è uno dei modi più efficaci per esprimere l’amore”.
A Pietro, come al solito, la teoria non basta, egli vuol saperne di più, avere certezze, vuol vederci chiaro, nero su bianco. “Quante volte devo perdonare? Fino a sette volte?”. Era il limite imposto dalla legge antica. E Gesù: “Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette”.
Il che significa, caro Pietro, che non hai scampo: devi perdonare sempre! Perché? Semplicemente perché il “tuo” perdono non deve provenire dalla tua buona predisposizione caratteriale, ma deve essere la logica e consapevole conseguenza del fatto che Dio perdona te in ogni occasione, sempre, di continuo. Chi si guarda un po’ dentro, infatti, e vede quanto male gli è stato perdonato, non può esimersi dal perdonare a sua volta.
L’unica misura del perdono è quindi perdonare sempre: senza misura, senza calcoli; perché è quanto Dio fa con noi.
La nuova giustizia che Gesù introduce nel Regno, dunque, non è quella che si basa sulla regola del “chi sbaglia paga”; la sua è una giustizia superiore, è la giustizia propria di chi ama senza limiti; Egli sostituisce cioè la giustizia della legge “che uccide”, con la sua, la legge dello Spirito che “dona vita”.
Perdono incondizionato: questo deve essere il nostro riferimento. Ma in cosa consiste il perdono? Come viverlo? Come si giustifica? Sono le domande che ci nascono spontanee.
Ecco allora che Gesù, con la parabola del servo “graziato”, ci porta a fare le dovute considerazioni pratiche: questo servo doveva al suo re una somma esorbitante, “diecimila talenti”, una cifra enorme, incalcolabile, poiché per raggiungerla avrebbe richiesto l’intero salario giornaliero di duecentomila anni di lavoro. Un’assurdità. Consapevole di questo, il servo tenta il tutto per tutto: va dal suo creditore, si getta ai suoi piedi e lo supplica tra le lacrime. E il re prova compassione per lui; si immedesima talmente nella sua angoscia, nella sua disperazione, da condonargli, in uno slancio di misericordia, l’intero debito. Un condono tombale, senza alcuna penalità.
Bene: quel servo, ottenuta la grazia per il suo mostruoso debito, uscito dalla residenza reale, incontra un suo pari che gli doveva poche monete; da notare la precisazione di Matteo: “appena uscito”, non una settimana dopo, non il giorno dopo, non un’ora dopo, ma “appena uscito!”: e, nonostante fosse ancora nel pieno dell’emozione e della gioia per la cancellazione del suo debito, in preda ad una collera improvvisa, assale quel poveretto e lo strangola gridando “rendimi ciò che mi devi!”: una inezia rispetto ai miliardi che gli erano stati appena condonati! E senza pietà alcuna, sordo alla richiesta del meschino di pazientare, lo fa gettare in prigione.
Certo, di fronte alla legge egli avrà agito anche correttamente, ma ha comunque dimostrato di essere un uomo spregevole, senza pietà, senza il minimo senso di giustizia, poiché non ha saputo riconoscere al compagno, che gli doveva una somma irrisoria, quella stessa misericordia che poco prima il re gli aveva accordato condonandogli un debito smisurato, incalcolabile.
Talvolta, purtroppo, capita anche a noi cristiani moderni, di reagire d’impulso contro insignificanti offese o inadempienze ricevute e, come quel servo, rivendichiamo con cattiveria i nostri diritti, esigendo l’immediato risarcimento dei danni, ancorché irrilevanti. È innegabile!
Ma questa è una scelta che non paga mai, che non risolve in alcun modo i nostri problemi, poiché introduce un meccanismo perverso con cui il male richiama altro male, la violenza genera altra violenza, chiamando in causa famiglie intere, moltiplicando all’infinito odio e avversione: la sete di vendetta infatti corrode l’anima, fa vivere nel tormento, porta l’inferno nel cuore.
Nondimeno, non è raro imbattersi quotidianamente in situazioni del genere: vicini di casa che litigano per un nonnulla e lasciano passare anni, decenni, senza riprendere un dialogo, una parola, un saluto; genitori e figli che interrompono drasticamente qualunque rapporto per motivi puerili, banali, distruggendo in tal modo l’armonia familiare; persone di chiesa, cristiani convinti, che dilaniandosi l’anima per immaginarie ingiustizie o critiche subite dai fedeli o dai preti di turno, abbandonano sdegnosamente la loro comunità ecclesiale; laici e consacrati che, in intimo contrasto tra loro, pur assistendo quotidianamente all’Eucaristia, incuranti dell’invito di Gesù di praticare amore e misericordia, insistono nel vivere schiavi del loro rancore. Sono tutte persone che preferiscono rimanere orgogliosamente arroccate sulle loro posizioni, pur sapendo che il perdono è l’unica strada che consente di vivere un’esistenza feconda, autentica, serena e felice.
Certo, si tratta di una strada difficile da percorrere, questo sì. Ma Gesù ci dimostra continuamente che tutto quello che gli uomini non riescono a fare da soli, lo possono sempre fare con il Suo aiuto.
L’impegno inderogabile per noi cristiani, ci dice dunque Gesù, è quello di perdonare, sempre e comunque, proprio perché sappiamo che Dio lo fa continuamente con noi. Dobbiamo cioè perdonare perché siamo dei “perdonati privilegiati”: siamo cioè noi per primi che, continuamente e gratuitamente, senza merito alcuno, sperimentiamo il perdono divino.
Può succedere anche che talvolta il nostro perdonare come Gesù ci ha insegnato, rischi di essere ridicolizzato dalla gente, ci venga rinfacciato come segno di debolezza, di meschinità.
Poco importa: perché chi ha incontrato sulla propria strada il grande perdono di Dio, non può più astenersi dal trattare comunque tutti come fratelli, con sincerità, con amore, con la massima indulgenza. È quindi logico affermare che una comunità è “osservante”, “santa”, non perché i suoi membri sono perfetti, immacolati, non sbagliano mai e non si permettono di offendere gli altri; ma perché si sentono dei “perdonati” e in quanto tali amano e perdonano i fratelli. Il male reciproco che, nella loro debolezza, inevitabilmente fanno, non costituisce quindi un elemento “dirompente”, ma nel reciproco perdono diventa il “collante” che li unisce tutti saldamente in Cristo, santificandoli.
Davanti a Dio siamo tutti peccatori, debitori insolvibili, perché mai, in tutta la nostra vita, potremmo restituirgli l’amore che Egli, con la sua infinita misericordia, ci dona continuamente: quell’amore che, dal canto nostro, disinvoltamente, calpestiamo continuamente con le nostre intemperanze. Sì, perché anche noi, come il servo del vangelo, spesso e con facilità siamo “giusti” ma spietati, “corretti” ma cattivi; siamo persone magari rispettose del diritto e della giustizia umana, ma molto meno inclini alla carità, alla pietà e alla misericordia. Dobbiamo quindi capire, una volta per tutte, che il perdono guarisce, ripaga, matura e fortifica chi lo esercita, non chi lo riceve; e che quindi, perdonando, facciamo prima di tutto un atto meritorio per noi stessi! Amen.

  

lunedì 31 agosto 2026

06 Settembre 2026 – XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Mt 18,15-20 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni.
Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano. In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo. In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».

Il brano propostoci dalla Liturgia di oggi, è tratto dal capitolo 18 del vangelo di Matteo, dal cosiddetto “Discorso ecclesiale” o “comunitario”, uno dei cinque “grandi discorsi” che l’evangelista ha elaborato allo scopo di offrire alla giovane comunità cristiana di allora, una raccolta ben ordinata di regole, norme, consigli tratti dalla predicazione di Gesù, per consentirle di tradurre le sue fondamentali novità in concreti comportamenti di vita.
Ovviamente al giorno d’oggi noi non dobbiamo prendere alla lettera i loro contenuti, poiché sono stati scritti per uomini di oltre duemila anni fa, che vivevano in un determinato ambiente, con una mentalità e una cultura molto diverse dalla nostra. L’importante per noi non è tanto di rimanere fedeli a delle “regole” comportamentali dell’epoca, soggette a mutare nel tempo, quanto di fare nostro il messaggio spirituale di Gesù, che è quello che rimane fermo e immutabile nei secoli.
Cosa ci raccomanda allora “lo Spirito di Dio”, qual è il messaggio profondo del testo di oggi? Che dobbiamo riservare agli altri un comportamento di sollecitudine, di attenzione, di umiltà, di discrezione, perché il nostro primo dovere è, e rimarrà, quello di amare il nostro prossimo. Quante persone invece che si dichiarano osservanti, che frequentano chiesa e sacramenti, continuano a conservare nel loro cuore sentimenti di odio nei confronti di parenti, amici, conoscenti? Quante persone litigano per anni e anni, sempre per lo stesso futile motivo? Ciò vuol dire che non vivono il vangelo, non hanno imparato nulla dalla vita, dalle loro esperienze, non si sono mai domandati il perché del loro comportamento: non hanno capito cioè che insistere nell’odio, oltre che a screditarli come cristiani, non serve a nessuno, è inutile, fa solo male a loro e agli altri; con il loro comportamento dimostrano infatti di non voler migliorare spiritualmente, di non voler vivere la loro fede, di non voler imparare a crescere: in pratica vivono nell’indifferenza, preferiscono rimanere “tiepidi”, ossia caldi di facciata, ma freddi nel loro cuore; e non si preoccupano delle tremende parole che Dio ha rivolto in proposito: “Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo, e poiché sei tiepido, sto per vomitarti dalla mia bocca” (Ap 3, 15-16).
Anche la prima comunità cristiana non era perfetta: anch’essa doveva fare i conti con discussioni, conflitti, litigi: non per nulla l’evangelista ripete qui con insistenza (per ben 4 volte!) il verbo “ascoltare”, nel suo significato più ampio di capire, di considerare tutte le ragioni, di immedesimarsi in esse, di perdonare sempre con carità cristiana: “In tutte le situazioni, ci sia fra di voi l’amore”. Punto.
Del resto, la convivenza umana, fin dalle sue origini, non è mai stata esente da tensioni, da lotte intestine, da scontri a volte anche cruenti: succedeva ai tempi di Matteo, è successo in tutte le comunità che da allora si son seguite, e continua purtroppo a succedere anche oggi nelle nostre comunità moderne ed evolute.
È una situazione inevitabile dovuta alla naturale conflittualità degli uomini, alla loro particolare “mentalità” che li caratterizza come persone uniche, altamente insofferenti ad ogni genere di sopraffazione o contraddizione: “homo homini lupus” sentenziava, quasi due secoli prima di Cristo, il commediografo latino Plauto (Asinaria II, 4, 88).
Ebbene, nel vangelo di oggi Gesù, proprio per ovviare a tale degradante situazione, sottolinea l’importanza dell’amore nei rapporti interpersonali. Quindi, se litigare è facile (talvolta addirittura inevitabile), ciò non deve assolutamente indurci ad escludere, per partito preso, qualunque tentativo di chiarimento, fatto ovviamente con carità e amore fraterno. Sono questi infatti gli elementi fondamentali, indispensabili, per ogni civile convivenza fondata sulla pace e sulla concordia. La libertà di esprimere apertamente le proprie ragioni è un diritto inalienabile per chiunque, è vero: ma ciò che determina unioni o separazioni, armonie o rotture, involuzioni o crescite, è soprattutto il “modo” con cui ci esprimiamo, la “qualità” del nostro interloquire: nulla infatti è più indisponente del voler imporre ad ogni costo le nostre vedute, con supponenza e sarcasmo, come unici e infallibili conoscitori della verità, dell’intero scibile umano! Sosteneva infatti a questo proposito il poeta Orazio (cito a memoria): “Ogni conoscenza delle cose, ogni sapere umano, ha dei confini di verità oltre i quali non abbiamo la certezza di trovarci nel giusto” (Cfr Sermones–Satire I, 1). E già da sola, questa saggia constatazione dovrebbe indurci a sentenziare con maggior cautela e umiltà.
Purtroppo, per imparare e praticare bene tutto questo, non c’è un manuale “ad hoc”, non c’è una scuola specifica che ci insegni a “cum-vivere”, a “convivere” serenamente con gli altri.
Solo la vita cristiana, con i consigli del Vangelo, può farlo: ma deve essere una vita convinta, rispettosa degli insegnamenti di Gesù, alimentata dal Suo Amore, orientata dalla pratica della Sua Parola. Amen.

  

martedì 25 agosto 2026

30 Agosto 2026 – XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Mt 16,21-27 
In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».
Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita? Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni».

Ad un certo punto Gesù capisce che è giunto il momento di rompere gli indugi, di affrontare con i suoi le fasi più impegnative della sua vita terrena, la grande sfida col mondo: andare a Gerusalemme per sacrificarsi sulla croce. Del resto la sua condotta di vita, troppo aperta, troppo chiara e manifesta, era già diventata per qualcuno molto pericolosa. 
Finché Egli viveva e predicava in Galilea tutto sommato non interferiva più di tanto con i grossi poteri. Ma andando a Gerusalemme si sarebbe inevitabilmente scontrato con gli interessi dei potenti, con le più alte autorità religiose. Lui già sapeva con chi avrebbe avuto a che fare: sono gli anziani del tempio, i capi religiosi appartenenti all'aristocrazia laica del Sinedrio: per loro Gesù sicuramente era troppo infantile, troppo immaturo, troppo sognatore, un romantico idealista; e per il loro cuore di ghiaccio, razionale, rigido, un uomo così era pericoloso: un uomo infatti che si estasiava di fronte al volo degli uccelli in cielo o alla fioritura dei gigli nei campi, un uomo che abbracciava i bambini portandoli come esempio di vita, o che accoglieva e ascoltava donne di qualunque livello, dando loro conforto e comprensione, cosa avrebbe mai potuto fare di buono? E non basta, perché poi, si sarebbe scontrato con i sommi sacerdoti: e per i loro cuori soggiogati da innumerevoli leggi, tabù, regole, prescrizioni e cose da osservare, Gesù era troppo indipendente, era un uomo che si diceva in contatto con Dio, con il quale parlava apertamente. Inoltre, il Dio che annunciava era per loro un Dio eccessivamente buono, un Dio che non incuteva terrore come Jahweh, ma si chinava amorevolmente sull’uomo per ascoltarlo; un Dio amico, un Padre che si preoccupava indistintamente dei malati, dei deboli, degli emarginati, degli esclusi; un Dio che considerava tutti gli uomini come suoi figli; Gesù insomma era di sicuro per loro una rivoluzione. E infine avrebbe avuto grossi problemi con gli scribi: per i loro cuori arroganti, per il loro orgoglio (erano gli unici interpreti della Scrittura, loro sapevano tutto, chi altro ancora avrebbe potuto annunciare qualcosa di nuovo?). Gesù rappresentava un vero e proprio uragano che sconvolgeva il loro mondo, la loro vita, tutto il loro sistema, il loro credo, le loro interpretazioni bibliche: Gesù era quindi troppo pericoloso! Ecco: saranno proprio questi i personaggi che alla fine lo condanneranno a morte.
Gesù dunque percepisce già fin d’ora l’ostilità che sta montando intorno alla sua persona. Il suo modo di vivere tocca e mette in discussione troppe persone, troppi interessi e troppi cuori. Tutto quello che fa, viene osservato, sezionato; ogni pretesto è buono per metterlo in cattiva luce, per avere da ridire su di lui, per trovare malignità contro di lui, per accusarlo.
È la sorte dei grandi uomini: siccome non li si può attaccare nella verità, li si attacca con le menzogne. Gesù lo sente, conosce tutto questo, lo intuisce; percepisce che si sta organizzando il pretesto per imbavagliarlo, per contenerlo, per metterlo a tacere, per tendergli inganni: Egli sa di essere un uomo scomodo e poiché non sarebbero mai riusciti a imbavagliarlo, a farlo stare zitto, prima o poi avrebbero trovato l’occasione per zittirlo definitivamente, uccidendolo.
Di tutto ciò Gesù avverte anticipatamente i discepoli: “Guardate, mi potrebbero uccidere. Potrebbe capitare: preparate i vostri animi. Andare a Gerusalemme sarà molto pericoloso. Ho paura, ma devo andarvi lo stesso; non posso tirarmi indietro, non posso abbandonare la mia missione. Non posso tradire il mio cuore, il mio mandato, il mio Dio, tutto quello che sento e provo. Io devo andare”.
Questo è il messaggio che Gesù si preoccupa di trasmettere ai suoi; ma gli apostoli sono scettici, fanno fatica a credere, ad accettare la cosa. Non può essere. Come si può perseguitare un uomo come Gesù? Come si fa ad odiare un uomo così buono? Come si può anche solo pensare di togliere la vita ad uno che è in grado di ridare la vita ai morti?
E Pietro, impulsivo come al solito, sbotta improvvisamente: “Signore, questo non ti accadrà mai!”. Pietro qui si pone come giudice; i ruoli si capovolgono, si “mette davanti” a Gesù.
Il vangelo dice che “trasse in disparte” un Gesù più che mai deciso di seguire la sua strada, di compiere fino in fondo la sua missione. Pietro vorrebbe distoglierlo da questi propositi, cerca di “trarlo” fuori, lontano dalla sua determinazione. Ma Gesù, che poco prima gli aveva detto “Tu sei la pietra su cui fonderò la mia chiesa”, lo redarguisce, gli risponde severamente: “Lungi da me, satana”; letteralmente: “Dietro di me, satana”. Che, in altre parole, significa: “Io vado dove devo andare: non distrarmi; non cercare di intralciarmi il passo, togliti da mezzo, mettiti dietro a me e seguimi!”.
E qui troviamo un primo importante messaggio per noi, per la nostra vita: dobbiamo cioè rimanere sempre fedeli alla “chiamata” di Dio: mai fermarci, mai lasciarci fuorviare! Non permettiamo mai che il satana di turno ci ostacoli nel compiere il bene: egli, infatti, cercherà sempre di pararsi davanti a noi, per questo dobbiamo tenerlo dietro, non ci deve infastidire, non deve pretendere di guidarci, di segnarci la strada, di portarci dove vuole lui: siamo noi che decidiamo dove andare, come andare, quando andare.
Ma chi sarà mai questo Satana, sempre pronto a mettersi di traverso sul nostro cammino? Nel caso di Gesù, come abbiamo visto, è Pietro, il suo amico. Sicuramente Pietro non voleva fargli del male, pretendeva solo di fargli cambiare idea, che si ricredesse su quanto aveva loro prospettato, e lo faceva proprio perché lo amava.
Nel nostro caso Satana invece è lo “spirito del male”: anch’egli si materializza sempre molto amichevolmente, non indossa mai le vesti del nemico che ci odia, del demonio terrificante con le corna e il tridente, per difenderci dal quale dobbiamo correre dall’esorcista. Si presenta invece proprio come uno che ci vuol bene, come una persona amica che ci sta vicino, che vuole aiutarci: si insinua infatti nei nostri momenti di difficoltà, pretendendo di consigliarci le soluzioni più facili, le scorciatoie più sicure, le strade più “giuste” da seguire: tutte soluzioni che, guarda caso, sono puntualmente contrarie a quanto ci suggerisce la nostra coscienza; “Satana” rappresenta inoltre tutte quelle persone che con la loro posizione, con la loro autorità, con la loro influenza, tentano di gestirci, di manovrarci, di manipolarci; “Satana” è questa nostra società moderna, votata al consumismo, all’edonismo, culturalmente succube di ignoranti nullità che pretendono di decidere per noi cosa dobbiamo pensare, cosa scegliere per vivere, cosa guardare in tv, cosa leggere, condizionando la nostra libera discrezionalità, la nostra autonomia raziocinante.
Ebbene: “Davanti a te nessuno”, ci raccomanda perentoriamente Gesù. Perché accettare che qualcuno si metta “davanti” a noi, si sostituisca a noi, significa accettare servilmente di stargli dietro, di approvare cioè ogni sua iniziativa, rinunciando alla nostra libertà di stabilire se percorrere la strada “giusta”, quella che Gesù ha pensato per noi, oppure quella del mondo, destinata alla rovina.
Gesù nella sua vita terrena non fu mai dominato da qualcuno, né tanto meno condizionato da qualche cieca fatalità: pur di compiere la sua missione di amore e di risurrezione, affrontò sempre con sguardo fermo, con grande volontà e dignità, il dolore, le sofferenze, e infine una morte decisamente straziante. Egli conosceva perfettamente ciò a cui andava incontro: sapeva che non era venuto per caso tra gli uomini, ma per indicare loro la via “retta” da seguire per raggiungere la salvezza; non ha dispensato morte, ma solo Vita, gioia, amore, amicizia, libertà.
Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua”. Gesù è sempre chiaro: le sue parole ci portano sempre a pensare “secondo Dio” e non secondo gli uomini.
Rinnegare”, in greco, significa “dire di no, opporsi”: non nel senso che dobbiamo sistematicamente rifiutare tutto, ma nel senso che dobbiamo imporre a noi stessi dei “no” categorici a certe situazioni illusorie di vita, traducendoli in altrettanti “sì” alla Vita vera.
E allora, a che serve all’uomo vivere nei piaceri, conquistare il mondo, se poi perde la sua anima, la sua Vita, sé stesso? A che gli serve indossare una maschera imbellettata e seducente per “recitare” una sceneggiata, oltretutto scadente e inutile, in una esistenza provvisoria, che non gli appartiene? A che gli serve raggiungere tutto il desiderabile, se poi non può goderlo? Se poi non è felice? Se poi improvvisamente perde tutto? Se poi soprattutto perde Dio, l’Amore eterno, la Vita vera? Non è forse da imbecilli, da idioti, da insensati? Ricordiamocelo sempre: se perdiamo la nostra dignità divina, la nostra anima, abbiamo perso tutto! Amen.

  

martedì 18 agosto 2026

23 Agosto 2026 – XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Mt 16,13-20 
In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarea di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.

Il vangelo di oggi si apre con una precisa domanda di Gesù ai suoi discepoli: “La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo? A noi può sembrare strano che Gesù voglia conoscere l’opinione della gente sul suo conto. Ma non dobbiamo dimenticare che nella società del suo tempo il valore di una persona si fondava principalmente sulla popolarità che godeva, su come cioè la gente lo considerava.
Un metro di giudizio decisamente singolare, poiché non teneva nella dovuta considerazione i veri meriti individuali, una superficialità che però, a onor del vero, non è per nulla diversa da quella tipica “sudditanza” della nostra società contemporanea super evoluta, al parere della gente. Ciò che infatti preoccupa l’uomo d’oggi, è il timore di passare come una persona mediocre, non all’altezza della situazione, senza un vero carattere, del tutto inadeguata; il giudizio della gente è troppo spesso dirimente, decisivo, poiché riesce a condizionare la vita e la fiducia in sé stessi: quante volte ci sarà capitato infatti di ascoltare persone che mormorano sconsolate: “Ma perché nessuno mi considera, nessuno mi apprezza, nessuno mi vuole!”. Sono espressioni purtroppo ricorrenti, rivelatrici di una profonda delusione, di una costante insicurezza: uno stato d’animo che poi per reazione determinerà una frenetica, persistente, irrazionale ricerca di riconoscimenti, di amicizie, di stima, di amore. Pertanto più veniamo assaliti da tale intimo sgomento, più la nostra vita diventa fittizia, irreale, una corsa spasmodica all’inutile apparire, agli onori e agli apprezzamenti fatui di una società tendenzialmente falsa ed effimera. Perdiamo il valore della nostra dignità; non conta più ciò che siamo, ciò che viviamo, ciò che sentiamo: men che meno ci interessa ciò che Dio continua a sussurrarci nel cuore, unica realtà per un valido personale attracco nel porto della vita.
Ma perché Gesù sembra adeguarsi a tale nostra mentalità? Semplice: perché agli occhi dei suoi discepoli Egli vuol sembrare un uomo come tutti gli altri, vuol aderire il più possibile alla nostra “forma mentis”; al nostro modo di pensare. È quindi naturale che il Maestro simuli interesse di sapere cosa pensino di lui, della sua missione, della sua predicazione, le grandi folle che lo seguono: Egli vuole mettersi in gioco su tutto, anche sui particolari. Ovviamente senza per questo rimanere turbato o condizionato da quanto essi gli diranno.
I discepoli, quindi, sollecitati in maniera così diretta e improvvisa, gli riportano le opinioni più positive, stimolanti: “Ti ritengono Giovanni Battista, Elia, Geremia, un profeta”. Tutto vero. Però sono anche un po' reticenti e parziali, perché di Gesù si dicevano anche tante altre cose; si diceva, per esempio, che era un poco di buono, uno al servizio di satana, che stava volentieri con le donne, uno che assumeva atteggiamenti scandalosi e ambigui, che preferiva stare apertamente in compagnia di gente scomunicata come i pubblicani, uno che amava banchettare, insomma un vero e proprio "eretico". Tutto questo non glielo dicono, anche se erano voci piuttosto diffuse, che essi ovviamente conoscevano molto bene.
Gesù, del resto, fu molto amato ma anche molto odiato, perché non fu una persona insignificante, anonima, senza carismi, uno che ti lasciava indifferente; tutt’altro: una volta che l'avevi incontrato, dovevi necessariamente scegliere: o l’amavi o l’odiavi; o amico o nemico. Non c’erano alternative.
Gesù infatti, prima di esprimere quella richiesta, aveva già guarito centinaia di persone, aveva risuscitato morti, aveva moltiplicato il pane per migliaia di persone, aveva sedato tempeste in mare. Eppure tutto questo non gli era servito ad ottenere dalla gente un riconoscimento più adeguato alla sua persona, più sincero, onesto, spassionato e corale.
Che altro avrebbe dovuto fare ancora, perché tutti lo riconoscessero come Figlio di Dio?
Tuttavia, come ci sottolinea Matteo nel seguito del vangelo di oggi, non sono le dicerie più o meno corrette delle moltitudini che stanno a cuore a Gesù: ciò che a Lui interessa veramente è sapere cosa pensano “loro”, i suoi discepoli: ma “voi, chi dite che io sia?”.
E qui Pietro si lancia in una risposta che come al solito gli sgorga improvvisa dal cuore: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente!”. Grande Pietro! Egli non è un teologo, non è un filosofo, non è un erudito. Pietro è istinto, intuizione, passione. L’idea di Gesù, “figlio di Dio”, non gli deriva dalla cultura, non l’ha sviluppata gradualmente in anni e anni di studio: per lui la percezione della realtà divina del suo Maestro è l’illuminazione di un istante, un’intuizione fulminea da parte dello Spirito, che infiamma il suo cuore generoso e innamorato. E Gesù lo conferma chiaramente: “Beato te Simone, perché né la carne, né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli”. 
Ebbene: ci sono domande, risposte, parole, espresse da Gesù, che hanno il potere di metterci in crisi, di farci pensare seriamente: è la domanda, per esempio rivolta ai discepoli, che chiaramente riguarda non solo i dodici, ma coinvolge direttamente anche tutti noi, uno per uno, singolarmente, intimamente; “Tu, chi dici che io sia?”. Già, proprio noi! Noi cristiani moderni, noi cattolici “adulti”, ci siamo mai chiesto: “chi è Gesù per noi? Cosa pensiamo di Dio? Che rapporto intimo abbiamo con Lui?” 
Sicuramente anche la nostra risposta sarà che “sì, Gesù, ti conosciamo, sappiamo che sei Dio!”; ma con ciò possiamo affermare anche che lo “sentiamo” veramente come “nostro Padre”? Che prestiamo attenzione alla sua voce che ci parla? Che lo “incontriamo” veramente nel nostro cuore? No? E allora, come possiamo dire di “conoscere” uno che non abbiamo mai avuto occasione di “incontrare”? Perché “incontrarlo”, nella lingua del vangelo, significa “cambiare realmente in meglio” nella nostra vita, nel nostro carattere, nella nostra persona! Se infatti continuiamo ad essere indifferenti, disinteressati, apatici, tiepidi, in una parola se siamo sempre gli stessi, vuol dire che ancora non l’abbiamo "incontrato”: anzi, peggio, forse non l’abbiamo mai “voluto incontrare”, non abbiamo mai voluto aprirgli il nostro cuore. 
Eppure Dio, dal canto suo, ha sempre il cuore spalancato per tutti, aspetta tutti, è disponibile per tutti: è un'esperienza, un incontro, che tutti possiamo fare; non è un privilegio per i sapienti, per i santi, per i suoi ministri. Incontrarlo non è difficile, e appena succede, ce ne rendiamo immediatamente conto: sentiamo improvvisamente, istintivamente, la presenza dentro di noi di un Qualcuno che ci consola, che ci suggerisce nuove soluzioni; che prendendoci per mano, ci guida per sentieri prima completamente sconosciuti, ci porta a percorrere una Via completamente nuova, diversa; ci fa capire che fino ad allora abbiamo solo sopravvissuto, abbiamo perso tempo, abbiamo vegetato, dormito, camminato a vuoto; e ci assicura che, se ci fidiamo di Lui, tutto, anche qualunque dolore o tragedia, acquisterà un valore straordinariamente meritorio. 
Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa”. Gesù è stato di parola! Quella però che Lui ha fondato, oltre che Sua, è anche la “nostra” Chiesa; è il luogo in cui possiamo incontrarlo, possiamo “sperimentarlo”! Amiamola allora questa nostra Chiesa: difendiamola. Perché è Lei che ha la missione fondamentale di alimentare in noi il sacro fuoco del Suo Spirito; È Lei che ci lega a Cristo, che ci affranca, ci libera, da tutti i comportamenti devianti, aggressivi, da tutti quei demoni (rabbie, risentimenti, ossessioni, ecc.) che purtroppo abitano in noi e che troppo spesso, malauguratamente, ci dilaniano l’anima. 
E allora quando andiamo in chiesa e partecipiamo ad una liturgia, ad un incontro di preghiera, dobbiamo essere convinti che quello che conta non è ciò che diciamo o facciamo, non sono i fiumi di parole distratte che ci scivolano via, ma ciò che conta veramente è “toccare” Dio con la mano della fede, è “incontrarlo” per lasciarci a nostra volta “toccare” il cuore. Inutile stare lì impalati a “guardare” le solite cose, i soliti gesti: la vera fede non nasce da ciò che guardiamo, ma da “come” guardiamo. Guardare come spesso facciamo noi, svogliatamente, per curiosità, senza provare vero interesse, senza coinvolgimento mentale, non ci porta automaticamente alla fede: bisogna guardare con passione, con serietà, con onestà, con la voglia di capire, di imparare; bisogna farlo insomma con altri “occhi”, non con quelli materiali, ma con gli occhi dello Spirito, dell’anima, del cuore. 
Dobbiamo insomma convincerci che in chiesa si deve andare non per mantenere una tradizione secolare, pur lodevolissima, ma per incontrare umilmente Dio, per rapportarci personalmente con Lui: perché andare in chiesa, e non sentirsi “toccati” da Lui, non avere la percezione della Sua presenza, è perfettamente inutile, è tempo perso. Perché se nella nostra vita non “incontriamo” Dio, non potremo mai godere della vera Vita! Amen.

  

giovedì 13 agosto 2026

16 Agosto 2026 – XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Mt 15,21-28 
In quel tempo, partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidone. Ed ecco una donna Cananea, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele». Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore – disse la donna –, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.

Il vangelo racconta di una madre che è in ansia per la sorte della figlia. Gesù ha appena concluso una discussione con i farisei su cosa sia puro o impuro. I farisei ne facevano una questione formale, di regole, di leggi, e Gesù aveva tagliato corto: “Non sono le cose o i comportamenti che sono puri o impuri, è il cuore, è l'intenzione con cui fai le cose che le rende pure o impure”. In altre parole, tradotto per noi cristiani di oggi: “non è frequentando la chiesa che dimostriamo di essere o non essere buoni cristiani”: tutto dipende invece dal perché ci andiamo, dalle nostre intenzioni, dalla nostra fede, dal nostro cuore, da ciò che abbiamo dentro, da ciò che viviamo. 
Un principio che Gesù mette in evidenza anche nei confronti della donna cananea del vangelo di oggi: siamo in territorio pagano, nella zona di Tiro e di Sidone. Lungo la strada Gesù incontra una donna che gli chiede aiuto, ma Egli sembra non accorgersene, non si degna neppure di ascoltarla e continua per la sua strada. Un comportamento strano, decisamente inconsueto per Gesù. Con gli stessi discepoli che gli chiedono di esaudire le richieste della donna, quantomeno per farla smettere di seguirli e di gridare, Gesù usa delle espressioni in deciso contrasto con le sue abitudini.
Noi ci saremmo senz’altro aspettati che Lui la ascoltasse secondo il suo solito, che accogliesse le sue richieste, che fosse misericordioso anche con lei. Ma Gesù vede le cose con altri occhi rispetto ai nostri: e ce lo fa capire subito, riferendosi al motivo della discussione con i farisei di poco prima: non basta cioè desiderare di cambiare, di uscire da certe situazioni; non sono sufficienti le buone intenzioni. Bisogna essere convinti, consapevoli di ciò che si vuole o non si vuole, essere pronti ad accettare tutte le conseguenze e quindi agire risolutamente di conseguenza. Il desiderio, anche se forte, non basta, non è sufficiente.
Se Gesù avesse esaudito subito questa donna, nessuno avrebbe mai capito se era sincera o meno, se volesse a tutti i costi la guarigione della figlia; se fosse mossa da una fede autentica, in grado di affrontare qualunque contrarietà, qualunque umiliazione, pur di ottenere quello che chiedeva, oppure se si comportasse così, tanto per mettere Gesù alla prova.
Per questo Egli esaspera la situazione che gli si è presentata: adotta cioè lo stesso modo di ragionare del suo tempo, quella mentalità secondo cui i pagani (e questa donna era pagana) rispetto al popolo ebreo, agli “eletti”, erano considerati una razza inferiore, delle “pecore perdute” estranee quindi ad ogni progetto di salvezza messianica futura.
Ed è partendo da qui, che Gesù intende evidenziare la fondamentale novità del suo insegnamento: dopo essersi attenuto, come ebreo, alla mentalità corrente, con i fatti Egli ne dimostra l’assoluta incongruenza. Come se volesse dire: “Sono stato fin qui in linea con le Scritture e le vostre tradizioni: ora però voglio dimostrarvi la novità della mia missione: per me, pagano o ebreo che uno sia, non fa alcuna differenza; tutti meritano la mia stessa attenzione, ma ad una condizione: che le loro azioni e le loro parole siano coerenti con quello che pensano; tutti sono uguali ai miei occhi; ma l’importante, l’essenziale, è che lo spirito con cui essi si rivolgono a me sia sincero, senza secondi fini; perché è il loro retto comportamento, le loro oneste intenzioni, la sincerità dei loro cuori che li rendono graditi ai miei occhi e degni della mia attenzione!”.
Gesù è un uomo libero, assolutamente libero; libero di mettere in discussione la propria tradizione, sia religiosa che sociale: e ne dà immediatamente la prova.
Appena la donna ha superato l’esame sulla sincerità e la “purezza” della sua fede, mediante la precisazione sui “cagnolini” che si accontentano di ricevere anche solo le briciole che cadono dalla tavola degli “eletti”, Gesù cambia improvvisamente atteggiamento: sembra quasi sorpreso, colpito, meravigliato. Come se dicesse: “O donna, mi hai conquistato, non l’avrei mai pensato, non l'avrei mai detto. Mi sono sbagliato sul tuo conto; eccoti accontentata, sia fatto ciò che tu chiedi”. La donna viene capita, esaudita: la figlia è guarita; ancora una volta la misericordia divina ha trionfato.
Possiamo cogliere qui, per inciso, un altro insegnamento: Se c'è da cambiare idea (e qui Gesù dimostra di averla cambiata!), rendendoci conto di aver sbagliato, ebbene, dobbiamo farlo! Non dobbiamo rimanere caparbiamente sulle nostre posizioni, non accettando mai, per principio, la possibilità che le cose, i tempi, le persone, le opinioni possano cambiare. Chi non cambia mai, non va in profondità nelle cose, vive sempre in superficie. Le sue corte radici non lo alimentano, non riesce a cambiare, a crescere, la sua mente muore.
“Morte” infatti vuol dire rigidità, staticità, sepoltura, significa imbalsamare tutto, cose e persone. La vita al contrario è divenire, scorrere, mutazione. Tutto è proiettato nel futuro, “panta rei”, diceva Eraclito, niente rimane sempre uguale. Oggi non è ieri. Crescere è lasciarsi mettere in discussione. Chi cambia si rinnova, è sempre giovane, non si annoierà mai. Chi rimane immobile, sempre lo stesso, è già vecchio in partenza, la sua esistenza sarà atona, scontata, insignificante.
Ma torniamo al personaggio centrale del vangelo, alla donna Cananea, il cui comportamento merita altre considerazioni.
Lei dunque, straziata dalla sofferenza, decide di andare da Gesù perché sua figlia è in preda al demonio. Si sente in ansia, è giustamente preoccupata. Questa donna, non c'è dubbio, ama sua figlia ma l'amore non basta. Deve fare qualcosa di più, deve dimostrare con le parole e con i fatti tutto il suo amore. 
Ma perché, una volta raggiunto, lo implora a gran voce, chiedendo prima di tutto misericordia per sé stessa? “Pietà di me!”, grida. Se è la figlia ad essere invalida, preda del demonio, meritevole di compassione, per quale motivo chiede pietà per sé e non direttamente per la figlia? Forse si sente in colpa perché, esasperata, non riesce più a sopportare le frequenti esplosioni di violenza della figlia? Oppure vuol essere perdonata perché si sente colpevole della situazione, a causa di sue precedenti colpe personali? Non sappiamo: probabilmente la sua richiesta di perdono si spiega proprio con la mentalità di allora, secondo cui le disgrazie, le calamità che colpivano i figli, erano la conseguenza delle colpe, dei “peccati”, commessi dai genitori. Forse la donna, in cuor suo, pensava: “Se e quando Dio perdonerà le mie colpe, mia figlia guarirà, perché essendo io la causa della sua infermità, è giusto che sia il mio pentimento a procurarle la guarigione”.
La donna cananea è quindi determinata, risoluta: e quando Gesù, ignorando la sua richiesta, continua a camminare senza nemmeno voltarsi, invece di desistere, continua a seguirlo, insistendo nell’invocare il suo aiuto.
I discepoli, disturbati dalle sue urla, la guardano infastiditi, con un certo nervosismo. Ma lei non si arrende: e quando finalmente riesce ad avvicinarsi a Gesù, si butta ai suoi piedi e lo implora: “Signore, aiutami!”; ma Lui, come abbiamo visto, si rifiuta addirittura di ascoltarla: “Che vuoi tu da me? Tu non appartieni al popolo eletto!"
A questo punto delusione, rabbia, disperazione, avrebbero devastato il cuore di chiunque: chi non si sarebbe sentito umiliato, offeso, da tanta indifferenza?
Ma la cananea irremovibile insiste nella sua azione: lei non teme giudizi, non teme impopolarità, non teme derisioni: anzi risponde con logica prontezza alla spiegazione di Gesù. È una donna gigantesca, battagliera, che non si arrende, perché la sua fede è profonda, convinta, inattaccabile; ed è grazie a questa sua tenacia, a questa sua energia interiore, che alla fine otterrà ciò che chiede: la guarigione della figlia.
Nel Padre Nostro, Gesù ci raccomanda di pregare “Padre, sia fatta la tua volontà!”: ma di fronte alla grande fede della donna, alla sua singolare perseveranza, Gesù fa un’eccezione: “Donna, sia fatta la tua volontà. Avvenga per te come desideri”.
Un significativo esempio di come, per ottenere, sia necessaria una fede convinta, vitale, dinamica: “chiedere” con fede ardente, è “volere con tutte le forze”, è agire con la certezza di ottenere; significa insomma continuare a credere saldamente fino in fondo, fino all’impossibile, costi quel che costi.
È questa la verità fondamentale che non dobbiamo mai dimenticare: per Gesù il fatto più importante, la cosa essenziale, determinante, non è tanto “se” crediamo, ma “come” e “quanto” crediamo! Pensiamoci! Amen.

 

mercoledì 5 agosto 2026

09 Agosto 2026 – XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Mt 14,22-33 
[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo. La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».

Il testo del vangelo di oggi segue immediatamente quello della moltiplicazione dei pani. Saziata la folla Gesù, con fare deciso, invita i discepoli a salire su una barca, per allontanarsi proprio da quella folla che, dopo il portentoso miracolo di cui aveva beneficiato, lo considerava sempre di più un “uomo-mito”. 
Gesù sapeva perfettamente quanto fosse pericoloso il consenso generale e il successo, conseguiti oltretutto in un contesto di così grande emozione. Certo, essere importante, essere famosi, ci fa piacere, ci fa sentire qualcuno, ci fa sentire amati, voluti, desiderati. 
Ma ─ insegna Gesù ─ bisogna fare attenzione, perché il successo può dare veramente alla testa: si rischia di stravolgere la propria vita, di non vivere più come siamo, o come dovremmo essere, per finire di vivere unicamente condizionati dall’idea fissa di mantenere e accrescere il successo ottenuto, la fama, la gloria. 
Per questo, senza frapporre indugi, Gesù ordina ai discepoli di abbandonare la scena: e lui stesso si ritira in un luogo appartato, per pregare in solitudine. 
Un particolare che ci suggerisce immediatamente il primo insegnamento: “ritagliamoci del tempo per noi e viviamolo in solitudine; non abbiamo paura di restare da soli, con noi stessi, di fronte a noi stessi!”. 
Nella vita assistiamo a due forme di solitudine: una, che è frutto di isolamento, di incapacità a relazionarsi, a dirsi, ad aprirsi; una solitudine che è frutto di un carattere difficile, egocentrico, narcisista, di quanti vedono unicamente se stessi al centro dell'universo: una solitudine che si chiama “chiusura”. 
Ma c'è anche una solitudine buona, anzi necessaria. È quando l'uomo si mette di fronte a sé stesso, davanti a quello che lui è realmente, a quello che è il mondo, al vero senso della vita, alle sue paure, al suo desiderio di infinito; e questa solitudine è “preghiera”. 
L'uomo si perfeziona soltanto in questa solitudine: guardandosi in faccia, negli occhi, scrutandosi nel cuore, sinceramente, senza nascondersi nulla: può essere un’occasione fastidiosa, dolorosa, ma è il momento della verità, del silenzio, del deserto, dello smarrimento; è quando finalmente uno smette di raccontarsi falsità illudendo sé stesso. 
Noi in genere amiamo purtroppo la confusione: quella illusoria della televisione o il frastuono assordante di una discoteca, delle piazze o degli stadi; amiamo il caos, le strade affollate, il rumore, la moltitudine di gente. 
Di contro, Gesù sceglie la solitudine della montagna, i luoghi solitari, separati, isolati. Una solitudine che Egli ci propone, poiché ci offre solidità, ci permette di non girare a vuoto spiritualmente, ci fa sentire bene con noi stessi. Noi infatti abbiamo paura di fermarci e di guardarci in faccia. Spiritualmente siamo dei bambini, siamo infantili e immaturi; non riusciamo a vivere senza avere qualcuno al nostro fianco, abbiamo un bisogno costante di presenze, di appoggi, di conferme, di lodi e di riconoscimenti. Stiamo insieme ad altri non per amore, ma perché egoisticamente non riusciamo a stare da soli. 
La vita è la nostra fragile barca, tutti dobbiamo salirci, tutti dobbiamo prenderne il timone e governarla tra le acque agitate dei nostri problemi, delle nostre paure, di tutti quegli eventi che non siamo in grado di dominare e di controllare. 
Anche noi, come i discepoli, nelle notti della vita, di fronte a situazioni ingovernabili, ci sentiamo smarriti come e più di loro: ci sentiamo nella bufera, e per quanto ci impegniamo di remare, di “governare” la nostra barca, ci rendiamo conto che non basta. Sentiamo ad un certo punto di non farcela; sentiamo di non essere più in grado di gestirla, di controllare gli eventi. 
Noi vorremmo tenere sempre ogni cosa sotto controllo, avere la vita esclusivamente nelle nostre mani; vorremmo essere sempre noi i vincitori, i dominatori, ma non è così. A volte ci troviamo ad annaspare nel vuoto, le onde ci sovrastano, tutto ci sfugge, ci sembra di affogare, di annegare, di colare a picco.  
E cominciamo a piagnucolare: “Dio, non ce la posso fare, è troppo difficile; è impossibile!”, e ricorriamo a Lui pregandolo di tirarci fuori, di fare il miracolo. Come se Dio dovesse stare continuamente a nostra disposizione con i miracoli in mano. Ma quando invece siamo veramente nell’occhio del ciclone, in piena tempesta, Lui è lì e ci dice: “Coraggio, sono io (eimì), non aver paura”. Un’espressione in cui quel “sono io” ci illumina su una certezza estremamente consolante: perché il verbo greco “eimì” a differenza di tutti gli altri verbi si coniuga solo al presente, al passato e al futuro (Cfr. Es 3,14); in pratica quindi, con quelle parole, Gesù ci rassicura sulla continuità della sua presenza al nostro fianco: lo è nel presente, lo è stato nel passato, lo sarà sicuramente in futuro. 
È una realtà che non appartiene ancora a Pietro: egli non crede che “quel fantasma” che “cammina sul mare” sia il Signore; e lo mette alla prova: “Signore, se sei tu, comanda che io venga da te sulle acque”. Al che Gesù: “Vieni”. E Pietro va, e senza accorgersi cammina sulle onde in tempesta, riesce a dominarle. È il miracolo del credere, della fede convinta. 
Lo stesso può succedere anche a noi (anzi ci sarà sicuramente successo!): quando crediamo veramente, quando la nostra fede è sincera e profonda, ciò che prima ci sembrava indomabile, catastrofico, distruttivo, improvvisamente diventa affrontabile, addomesticabile. E non è “un miracolo” che piove dall’alto: ma è un miracolo che nasce da noi, è il miracolo della nostra fede. Dio infatti non ci libera dalle difficoltà della vita, ma ci dà la forza necessaria per affrontarle. Noi dobbiamo credere fermamente in questo: la nostra fede deve rimanere sempre ferma, autentica, incrollabile, altrimenti ripetiamo l’errore di Pietro: nel momento stesso in cui distoglie lo sguardo da Gesù, impaurito dai pericoli che lo circondano, dalla forza del vento e del mare, inesorabilmente affonda, cola a picco. È quanto succede spesso nella nostra vita: se ci concentriamo soltanto sul pericolo, sulle difficoltà, sulle sofferenze che dobbiamo affrontare, sicuramente affondiamo; ma se il nostro sguardo rimane fisso in Dio, ne usciremo sempre vincitori: “Ci sono io, non aver paura, insieme possiamo affrontare qualunque cosa, fidati di me”. 
Allora, ogni mattina quando ci alziamo, facciamoci il segno della croce. Non facciamolo per abitudine, per sciocca scaramanzia, con gesti convulsi e disordinati, ma riconoscendogli tutto il suo valore di fede, di amore, di abbandono in Dio: “Non so cosa mi capiterà oggi, ma io Signore ho piena fiducia in te!”. E con tale convinzione nel cuore, sicuramente affronteremo con maggior serenità la nostra giornata. È un piccolo gesto, questo segno della croce: non pretende grandi meditazioni, non esige ampie e profonde conoscenze teologiche, richiede semplicemente che la nostra fede in Dio, oltre che sincera, profonda, totale, assoluta, sia anche espressione convinta del nostro amore per Lui. Amen.

 

mercoledì 29 luglio 2026

02 Agosto 2026 – XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Mt 14,13-21 

Avendo udito [della morte di Giovanni Battista], Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte. Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati. Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui». E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla. Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.

Gesù cerca un luogo appartato. Pressato dalla gente e dal bisogno di stare un po’ da solo per ritemprarsi, per ascoltarsi, per riposare, sale su una barca e si allontana. 
Quando ritorna, la folla si è moltiplicata: una moltitudine enorme di gente lo sta aspettando: gente accorsa dalle città, che per vederlo ha fatto tanta strada; e lo ha aspettato. 
Dove c'è la verità la gente aspetta, si mette in coda, affronta sacrifici, fatiche, distanze chilometriche, pur di ascoltarla. Perché la verità soddisfa tutti, finisce per appianare ogni difficoltà. 
Ma sta sopraggiungendo la notte, il luogo è deserto, e un problema assilla i discepoli: “Qui si fa sera, la gente ha fame. Che facciamo?”. Alla loro preoccupazione, Gesù risponde tranquillamente: “Date voi stessi da mangiare” (dòte autois umeis faghèin). “Ma Signore, abbiamo soltanto cinque pani e due pesci!”. “Portatemeli qui”. Ed ecco il miracolo, la moltiplicazione di quei pani e di quei pochi pesci! Tutti ne mangiarono a sazietà, erano circa cinquemila uomini oltre alle donne e ai bambini, e alla fine rimasero addirittura dodici ceste piene di avanzi. 
Una straordinaria moltiplicazione che dice: “condividi”, perché più si condivide, più le cose si moltiplicano e bastano per tutti”. L'unione fa la forza. Condividiamo allora quello che abbiamo, quello che siamo, quello che conosciamo, e tutto si moltiplicherà. Se ci mettiamo insieme, i miracoli avvengono. Se ognuno fa la sua parte, l'impossibile diventa possibile. In qualunque realtà sociale, lavorativa, religiosa, più ognuno mette a disposizione degli altri le proprie informazioni, le proprie capacità, le proprie risorse professionali, umane e spirituali, più quella realtà funzionerà e raggiungerà i suoi obiettivi. In una comunità, in una famiglia, più uno condivide ciò che vive, ciò che prova, gli alti e i bassi delle proprie giornate, più l'unione si moltiplica, più diventa forte, intima, inattaccabile, profonda. 
Mentre la società moderna tende a dividerci sempre più, a privatizzarci, a singolarizzarci, noi abbiamo bisogno di metterci insieme, di aiutarci, di condividere, di offrire ciascuno ciò che può offrire. 
C’è un ulteriore significato del miracolo: “quel che sembra impossibile spesso non lo è”. 
Essere credenti significa ritenere possibile l'impossibile. Sfamare cinquemila uomini, praticamente con nulla, è un’impresa impossibile. Ma non per Gesù. Non per chi crede veramente. Le cose molte volte non sono “impossibili”; siamo noi che preferiamo immaginarle tali, perché sono faticose: sono “impossibili” perché ci costringono a faticare, ci costringono a cambiare, a rivoluzionare la nostra vita. E questo ci spaventa, ci porta ad evitarlo. 
Altro pregio di questo vangelo, è di essere un meraviglioso inno all'umiltà: “fidati di quel poco che sei, di quel poco che hai”. Quei cinque pani e due pesci è quello che siamo noi: ben poca cosa! Se guardiamo la nostra persona, le nostre capacità, le nostre doti, ciò che in pratica facciamo o ciò che siamo in grado di fare, siamo proprio ben poca cosa! Quante persone, guardando alla loro pochezza, convinti di non riuscire in nulla nella vita, si deprimono. Ma è proprio questo il miracolo della vita e del vangelo: ciò che per l'uomo è invalidante, scarso, insufficiente, limitato, per l’economia divina è infinitamente grande, prezioso, senza limiti. L’importante è rendersene conto. E se anche noi ci fidassimo di quel piccolo tesoro che Dio ha affidato alla nostra operosità, sicuramente faremmo cose grandi. Certo, a tutti noi piacerebbe avere qualità e capacità eccezionali, come per esempio essere bravi musicisti, atleti impareggiabili, abili informatici, esperti nelle lingue, essere insomma simpatici, empatici, profondi e sensibili con le persone. Ma se avessimo tutto questo, magari ci sentiremmo “superiori” a tutti gli altri, ci isoleremmo nella nostra “reggia”, ignorando orgogliosamente i nostri fratelli meno “dotati”. Forse chissà, proprio per questo il buon Dio, conoscendo questo rischio, si è limitato ad affidarci i nostri “cinque pani e due pesci” di partenza, affidando la loro “moltiplicazione” alla nostra fede, alla nostra umile e costante disponibilità.
Aver fede significa infatti accettare con riconoscenza la nostra realtà, il nostro presente, perché tutto ciò che ci riguarda, la vita stessa, è dono, quel grande dono che viene dall'Alto, da Dio; è Lui che ci ha creati, che ci ha voluti così come siamo, con la nostra specifica fisionomia. Recriminare per questo, ribellarci, pretendere di essere diversi, significherebbe rimproverare Dio di essersi sbagliato con noi, di averci creati mediocri, come qualcosa di scadente, di inutile. Quando invece dovremmo avere l'umiltà di riconoscere che in quella minuscola e insignificante creatura che siamo, Egli ha impresso il segno indelebile della sua grandezza, della sua forza, del suo amore: una prospettiva esaltante che deve spronarci a crescere: diventare migliori, aspirare al Bene Assoluto, infatti, non è compito di Dio, ma solo nostro; è la missione “divina” che Lui ci ha assegnato in questa nostra vita.
Capita invece che noi difficilmente ci lasciamo coinvolgere in questo programma: siamo decisamente contrari a crescere, a mettere a frutto, a condividere con i “cinquemila e oltre” fratelli, i nostri “cinque pani e due pesci”; in particolare non accettiamo di venire sollecitati dall’esempio altrui, da quanto fanno i nostri vicini, i nostri amici, in una parola da tutte quelle persone che vivono con fede umile e convinta la loro chiamata. Una scappatoia piuttosto meschina, è un nasconderci dietro un dito; perché alla fine, il vero “superiore” non è colui che si ferma a guardare e criticare gli altri, ma colui che si impegna e mette a frutto seriamente i propri piccoli carismi, le proprie forze, le proprie potenzialità, in una fraterna condivisione: non a parole, vuote e inconsistenti, ma con i fatti! 
Un’ultima considerazione: “date voi stessi da mangiare”: se in questa risposta che Gesù ha dato ai discepoli trasformiamo il "soggetto" in "complemento oggetto", la frase acquista un senso decisamente più difficile e impegnativo: “date da mangiare voi stessi”, ossia “offrite la vostra persona in cibo” agli altri, condividete con i fratelli non solo tutto ciò che avete, ma anche tutto ciò che siete: il massimo della condivisione.
Non è un’assurdità: Gesù stesso ci ha lasciato in proposito un esempio sublime, reale e concreto.
Pensiamo infatti a quanto succede ogni volta nell’Eucaristia, durante la santa Messa: Egli ripete sempre a nostro beneficio lo stesso miracolo della moltiplicazione e condivisione; trasforma cioè la sostanza di un pane, che è ben poca cosa, nel suo Corpo divino, e lo divide fra tutti. Un niente che diventa “Tutto per tutti”. E non basta: perché oltre al pane, Gesù “trasforma anche noi”, uno per uno, individualmente: assumendolo, cioè, Egli ci tocca dentro, ci scuote, ci commuove, “diventa noi”. Dobbiamo aver fede e saperlo ascoltare nel silenzio del nostro cuore: e allora sarà impossibile non avvertire che il suo è un tocco d’Amore che ci sconvolge l’anima, ci cambia profondamente, ci impedisce di essere quelli di prima, ci rinforza, ci risana; insomma ci fa diventare “nuovi”, radicalmente diversi.
Se crediamo veramente in Lui, se gli siamo fedeli, è allora che avremo la conferma che quel niente, quel nulla che siamo, diventerà con Lui ogni volta davvero tantissimo, una quantità immensa di “pani e pesci” da poter distribuire con gioia al mondo intero! Amen.