giovedì 22 ottobre 2026

25 Ottobre 2026 – XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Mt 22,34-40 
In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Gli rispose: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

Dopo aver fatto continue brutte figure con Gesù, i farisei per metterlo alla prova scelgono questa volta una persona competente, il meglio del meglio, nientemeno che un dottore della legge. E questi lo affronta subito impostando il discorso sulla “sua” materia. Da notare che il verbo “metterlo alla prova” usato qui da Matteo, è quello stesso peirazo usato per descrivere le “tentazioni” di satana: in pratica l’evangelista paragona il comportamento dei sacerdoti del tempio, degli scribi, dei farisei, sempre pronti a tentare, a mettere alla prova Gesù, come opera di satana: un particolare che dovrebbe farci riflettere!
Ma cosa gli chiede dunque questo dottore, questo esperto legale? “Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?”.
Anche questa volta è la solita domanda provocatoria del “Pierino” di turno. Al tempo di Gesù erano 613 i precetti della Torah ebraica: 365 negativi e 248 positivi. Stabilire quale fosse il più importante era praticamente impossibile, poiché per la tradizione rabbinica tutti, indistintamente, erano importanti e obbligatori
Del resto, già da come si pone, lascia subito intendere il suo reale proposito: l’appellativo di “maestro” con cui si rivolge a Gesù, infatti, è pronunciato in maniera chiaramente provocatoria: non solo non ha alcuna intenzione di approfondire le sue conoscenze (lui non ha nulla da imparare, sa già tutto!) ma cerca piuttosto un pretesto per metterlo in difficoltà davanti al suo pubblico; vuole cioè cogliere in fallo Gesù per offrire alle autorità l’opportunità di condannarlo: e quale argomento è più indicato se non quello di indagare su cosa Gesù pensi dei comandamenti e della legge?
La verità non gli interessa; e non è neppure curioso di conoscere realmente il pensiero di Gesù; vuole semplicemente sfruttare l’occasione per avere la conferma di cosa egli pensasse in merito ad una questione fondamentale e delicata: il valore cioè dei comandamenti della Legge, visto che nella sua predicazione Egli non solo ne prende le distanze ma arriva pure a trasgredirli. Egli in pratica definisce “vecchi, sorpassati, incompleti” proprio quei comandamenti che tutti ritenevano validi, e che tutti si sentivano obbligati ad osservare. Una “interpretazione”, quella di Gesù, che inquietava seriamente le autorità religiose; per cui la sua risposta serviva soltanto come riprova della sua ortodossia, oppure come motivo di denuncia ufficiale.
Ma Gesù sa perfettamente cosa vorrebbero sentirsi dire le autorità tramite il suo interlocutore: “Il più grande comandamento? Ma è ovvio, è l’osservanza del sabato!”. Sì, perché il rispetto del “sabato” era il comandamento più grande, più considerato dagli ebrei; Dio stesso lo aveva rispettato, consacrandolo col riposo dopo le fatiche della creazione. La sua osservanza equivaleva all’adempimento di tutta la legge, e la sua disobbedienza era punita con la morte (Es 31,14).
Sappiamo però che per Gesù questo comandamento non è per nulla importante, non è affatto prioritario, tant’è che non ne tiene conto, non gli interessa: se deve fare qualcosa di importante, come per esempio guarire un ammalato, lo fa tranquillamente anche di sabato, perché per lui l’amore è molto più importante della legge.
È comunque una domanda ben congegnata, perché se Gesù avesse dato la risposta che tutti si aspettavano, (“la legge del sabato”), il dottore della legge gli avrebbe immediatamente contestato il suo comportamento: “È giusto, maestro: ma perché tu non lo rispetti?”. Se invece avesse risposto diversamente, avrebbe fatto la figura dell’ignorante, di uno che non conosce la legge, e questo sarebbe stato altrettanto deleterio per Gesù.
Il dottore dimostra in questo modo di essere un esperto, un vero conoscitore delle dispute legali: ma Gesù dimostra di non essere da meno, e gli risponde a tono citando anche lui la Scrittura, dimostrando di conoscerla altrettanto bene: gli fa capire cioè che il testo non va interpretato sulla base di una singola citazione letterale, ma attraverso una visione d’insieme, una lettura completa dei testi: e gli cita infatti un altro comandamento – altrettanto “grande”, anzi sicuramente il “primo”, il più importante – riferito cioè a quella “preghiera” che gli ebrei recitano due volte al giorno, al loro “Credo” ufficiale (Dt 6,4-9): “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutto il tuo essere e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti”. E fin qui tutto bene: il dottore non può che essere d’accordo. “Amare Dio”, in fin dei conti, non è difficile, è un fatto interiore che non si può misurare dall’esterno, e che quindi nessuno può conoscere né giudicare: questa volta le autorità sono salve, Gesù non le condanna! Ma il problema nasce subito dopo, con quel che segue: “E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso (Lv 19,18)”. Anche questo è scritto nella Bibbia, ma è evidente a tutti che le autorità non lo tengono per nulla in conto.
A rigor di logica, Gesù non dice nulla di nuovo. Ma in realtà, per come andavano allora le cose, introduce una grande novità: condiziona cioè l’amore per Dio all’amore per il prossimo: crea un legame indissolubilmente tra i due amori. Come dire: “Amare Dio senza amare veramente le persone, non serve a nulla, non è un vero amore per Dio. Pertanto, quello che voi ripetete ogni giorno nella vostra preghiera, mettetelo anche voi in pratica, come faccio io!”.
Che dire? È chiaro che a questo punto il dottore si trova spiazzato: non ha parole, non immaginava che il discorso prendesse una simile piega, è sorpreso, ammutolisce: “Nessuno era in grado di rispondergli nulla; e nessuno da quel giorno in poi, osò interrogarlo” (Mt 22,46).
Una bella lezione: del resto Gesù non cita chissà quale teoria, ma risponde attenendosi scrupolosamente a quanto già prescritto dalla legge ebraica. E poiché si rivolge ad un ebreo, oltretutto ottimo conoscitore delle Scritture, il succo è questo: “La legge ce l’avete e la conoscete: mettetela in pratica!”.
Ma non è tutto qui: il “novum” introdotto da Cristo nella legge antica dell’amore è a dir poco rivoluzionario. Per tre motivi: prima di tutto per il nuovo concetto di “prossimo”: per un ebreo il prossimo era un altro ebreo o al massimo uno che abitava in Palestina; per Gesù, invece, “prossimo” è l’intera umanità; inoltre, altra novità, dobbiamo amare questo prossimo “come noi stessi”: ma attenzione, perché se ci fermassimo a queste sole parole, il nostro amore non sarebbe comunque perfetto: per logica, infatti, se io mi amassi poco o nulla, amerei poco o nulla anche il mio prossimo. Ebbene: Gesù annulla questo aspetto riduttivo, e riconosce alla legge dell’amore una valenza divina, universale: in altre parole, ama il prossimo tuo “non” come tu ami te stesso, ma come Dio ama te, “come Io vi ho amati”. Una nuova e straordinaria prospettiva si apre quindi davanti a noi: il termine di riferimento dell’amore al prossimo non sarà più quello riduttivo, il “nostro”, ma quello di Dio, universale, straordinario, senza limiti.
Per Gesù amare l’uomo equivale amare Dio, e amare Dio equivale amare l’uomo. Risultato: l’amore per Dio non lo si misura da quanto uno è pio o religioso, da quante preghiere dice: ma da quanto amore nutre per i suoi fratelli. Il vero credente non è colui che esegue alla lettera le prescrizioni religiose, ma colui che vive realmente l’amore, colui che compie ogni sua azione elargendo amore.
Un’attenta lettura di questo vangelo ci offre poi altre considerazioni su cui meditare.
Prima di tutto, ci siamo mai chiesto cosa significhi la parola “amore”? Etimologicamente deriva dal latino “a-mors” (“a” privativo e “mors”, morte) che letteralmente vuol dire “togliere la morte a qualcuno”, “dare la vita”; per cui “amare” significa “rendere vivo”, vitale, colui che amiamo. Gesù vedeva intorno a sé soprattutto persone che soffrivano: persone colpite da gravi malattie, come ciechi, sordi, paralitici, lebbrosi, o addirittura persone morte. Egli le “amava”: il suo amore le guariva, le toglieva dalla morte, reale o simbolica, rimettendole in contatto con la vita. Egli dispensava amore a piene mani, e lo faceva (altro insegnamento fondamentale per noi) non per avere un “ritorno”, una ricompensa, un riconoscimento: neppure in termini di fama, perché chiedeva sempre a tutti di non divulgare la cosa, di non parlarne con nessuno; non lo faceva neppure per proselitismo: non diceva: “Ti guarisco ma tu devi credere in Dio; tu devi venire in chiesa; tu devi obbedirmi; tu mi devi...”. Lui vedeva semplicemente uno che soffriva, e con il suo “amore” lo liberava dalla sofferenza, dal disagio.
Questo è l’amore di Gesù, e questo deve essere anche il nostro amore: chi ama rende vivo l’altro; chi ama vuole il meglio per l’altro, anche se ciò ci costa fatica e sacrificio; perché ciò che è meglio per l’altro, non sempre coincide con quello che è meglio per noi.
Altra considerazione: in passato per l’ascetica cristiana amare il prossimo “come noi stessi” comportava un far passare in second’ordine l’amore per sé stessi, per la propria persona; significava riconoscere all’amore per l’altro la priorità assoluta: in questo modo amare se stessi, “amarsi”, era ritenuto una “debolezza umana”, un peccato; equivaleva ad essere egoisti, narcisisti. La via maestra per la santificazione personale passava quindi attraverso il sacrificarsi, l’immolarsi completamente per gli altri; tant’è che a quanti volevano intraprendere un cammino cristiano più impegnativo, venivano continuamente ricordate le parole: “Se uno non rinnega sé stesso e non prende la sua croce...”: era un cammino di vita che “doveva” essere impostato solo sul sacrificio, sulla penitenza, sulla spersonalizzazione, sulla tolleranza, sulla totale dedizione per gli altri. Oggi questa lettura del vangelo è stata profondamente rivista: nessuno si permette più di affermare che Dio accetta al suo servizio soltanto gli infelici, i frustrati, i pieni di sventure: perché non è così!
Ma allora come dobbiamo amare noi stessi? Esattamente come amiamo gli altri. “Amarci” infatti significa volere il nostro bene, renderci vivi, vivere da vivi; significa lottare per ciò che è bene per noi, fare in modo che la nostra persona sia retta, rispettabile e rispettata. Gli altri ci evitano, ci ignorano, ci escludono? Invece di continuare ad arrabbiarci, amiamoci! “Amarci” vuol dire migliorare il nostro carattere, la nostra personalità; significa trasformarci, diventare amabili, accettabili, ricercati; significa essere più aperti con gli altri, più elastici, meno saccenti, meno giudicanti, meno pretenziosi; in una parola “amarci” significa diventare migliori.
Pretendere dagli altri ciò che noi non sappiamo o non vogliamo fare per noi stessi, è autentico parassitismo.
Infine un’ultima considerazione: il nostro amore deve essere “pieno”: dobbiamo cioè “amare in pienezza”. Il vangelo parla di amare “con tutto il cuore, l’anima e la mente”. Altrove aggiunge “con tutte le forze” (Lc 10,27), cioè con la concretezza, con le azioni. L’amore, per essere vero amore, deve interessare tutte le nostre facoltà, tutte le nostre possibilità, l’intera nostra persona, a tutti i livelli: altrimenti non è amore. Infatti: amare solo con mente e forze senza cuore, è volontarismo, è azione, è amore freddo, senza passione, manca il sentimento. Amare con mente e cuore senza le forze, ossia le opere, è sentimentalismo, non c’è azione. Amare con cuore e forze senza mente, è istintivo, irrazionale, non c’è il pensiero, non c’è consapevolezza, non c’è lucidità. Soltanto quando l’amore è mosso dall’intera nostra persona, da tutto di noi: mente, cuore e forze, solo allora è pieno, completo, perfetto. Solo in questo modo “ameremo” veramente il prossimo; lo ameremo come Gesù ci ha insegnato, esattamente come Lui stesso ci ha amati e continua ad amarci: senza condizioni, senza tornaconti, senza pretese. Amen.

  

giovedì 15 ottobre 2026

18 Ottobre 2026 – XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Mt 22,15-21 
In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi. Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

Possiamo definire la scena organizzata dai farisei nei confronti di Gesù con alcune incisive immagini: una riunione tra incapaci, un accordo subdolo e scellerato, un intervento di falsi discepoli, una richiesta untuosa e melliflua, una proposta trabocchetto per Gesù.
È chiaro che tutto ciò che ruota intorno al tempio di Gerusalemme, non rientra nelle simpatie di Gesù, proprio perché erano i personaggi del culto, gli scribi, i farisei, gli anziani del popolo, che si approfittavano apertamente della loro posizione per compiere i loro loschi affari. Questa élite, più volte pubblicamente redarguita da Gesù, da lui indicata come meno degna dei pubblicani e delle prostitute, lo considera ormai un nemico da combattere in ogni modo: per quella gente Egli è un uomo pericoloso, uno che deve essere fermato ad ogni costo, poiché oltre a non rispettare le istituzioni religiose, arriva a discreditarle apertamente! A questo punto, si riuniscono per decidere sul da farsi: “tennero consiglio per vedere di coglierlo in fallo nei suoi discorsi”.
Ormai è guerra aperta, e riescono a coinvolgere nelle loro trame anche gli erodiani, che è tutto dire: i farisei odiavano gli erodiani, li consideravano una feccia schifosa da sterminare; però pur di realizzare i loro progetti perversi, si abbassano a chiedere la loro collaborazione. Gesù è il nemico comune e, come dice il proverbio, “chiunque odia il mio nemico, diventa mio amico”! 
Essi dunque mandano una loro rappresentanza, con un discorsetto già preparato a tavolino: ed iniziano con delle lodi chiaramente costruite, false, esagerate: “Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità e non hai soggezione di nessuno perché non guardi in faccia nessuno”. Ma Gesù non si scompone, li conosce molto bene, e con calma si rivolge loro: “Ipocriti, perché volete mettermi alla prova?” Anzi li paragona apertamente a satana, il tentatore: Matteo infatti utilizza qui lo stesso verbo “tentare” (peiràzo) usato nel racconto delle tentazioni (4,1).
Finiti i convenevoli, il gruppetto scopre immediatamente le carte: vogliono che Gesù si esprima apertamente su un argomento spinoso, controverso: “Dì a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?”. Che praticamente equivale a dire: “Devi dirci, qui davanti a tutti, ciò che pensi degli invasori romani”. La trappola è ben congegnata: qualunque risposta egli darà, gli si ritorcerà contro; dicendo “sì”, si dichiarerebbe favorevole al pagamento delle tasse e quindi, riconoscendo l’invasore come “il signore” del popolo, incorrerebbe nel reato di infedeltà verso Dio, l’unico “Signore” che gli ebrei devono riconoscere e servire (Dt 6,4-13); dicendo invece “no”, si metterebbe automaticamente contro l’autorità romana, scegliendo da solo la propria morte, veloce e sicura.
Vista la situazione, Gesù la capovolge immediatamente. E lo fa magistralmente, ignorando la loro provocazione e spostando i termini del discorso su un altro piano: “Mostratemi la moneta del tributo”.
Si trattava di una moneta particolare, coniata dai Romani in argento, con incisa l’immagine dell’imperatore e una dicitura che ne decretava la sua “divinità”. Praticamente il simbolo del potere dominante: dove arrivavano quelle monete, lì arrivava il potere di Roma, il dominio del “divino” imperatore.
Gliela mostrano e Gesù: “Di chi è questa immagine e l’iscrizione?”. Gli rispondono: “Di Cesare”. E Lui: “Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”. Cosa significa? Prima di tutto che le tasse vanno pagate, certo: le monete di Cesare vanno restituite al loro padrone. Ma la risposta continua: “Rendete a Dio quello che è di Dio”.
I doveri quindi sono due: uno nei confronti dello Stato, del potere politico, l’altro, molto più profondo e mirato, nei confronti di Dio.
Gesù non perde occasione per richiamare all’ordine i suoi nemici. In altre parole, con un tono piuttosto irritato, esclama: “Cari farisei, voi che vi date tanto da fare col popolo, che vi ritenete i depositari dell’alleanza con Dio, voi che siete la classe dirigente del sacro, che vivete all’ombra del tempio, restituite a Dio il popolo che gli appartiene, quel popolo che Lui ha scelto, che Lui ha riscattato, e che ha temporaneamente affidato alla vostra guida. Voi invece cercate di impadronirvi di esso, di indurlo in errore con regole false, con le vostre ideologie; cercate di attirarlo a voi, predicando un Dio, che non è il vero Dio; subordinate Dio alle vostre teorie, al vostro pensiero, ai vostri personali vantaggi e riconoscimenti, e questo è un terribile oltraggio nei suoi confronti: il popolo è suo; vostro unico dovere è di ricondurlo a Lui”. Parole crude che, come tutto il Vangelo, sono sempre di grande attualità.
Il racconto ci offre infatti due spunti di meditazione, uno sulla domanda e l’altro sulla risposta di Gesù. Vediamoli nel particolare.
Primo spunto, la domanda: “Di chi è quest’immagine?”. L’immagine incisa sulla moneta rappresenta la persona che l’ha fatta coniare, stabilisce quindi chi ne è il proprietario: quella di Cesare decreta che la moneta viene da lui, gli appartiene e a lui deve tornare.
Un discorso ovvio, che implica dei chiari riferimenti pratici: sappiamo infatti che l’uomo è stato creato a “immagine e somiglianza di Dio” (Gn 1,26): noi quindi apparteniamo a Lui, siamo sua proprietà, a Lui dobbiamo tornare! Dimenticare, perdere, trascurare questa nostra indelebile dipendenza da Dio, significa tradire la vita che lui ci ha donato, significa vivere una non vita, cadere in un falso vivere, in una finzione esistenziale: per cui qualunque nostro legame ad altre realtà che non siano Dio, qualunque attaccamento a persone, a cose, al mondo intero, svilirebbe, deturperebbe la nostra somiglianza divina, ci renderebbe schiavi, dipendenti e prigionieri: non saremmo mai più completamente liberi come prima.
Ci capita mai, guardando il cielo stellato, ammirando la meraviglia di tutti quei punti luminosi, di pensare che è da lì che noi veniamo, di sentirci “parte” di tutte quelle luci, di provare una certa nostalgia di casa, una nostalgia di cose grandi, immense? Ci capita mai, in certi giorni, di veder riflettere il sole, la luce, nel volto e negli occhi delle persone amate? Ci succede mai di essere pieni, quasi gonfi, di una inspiegabile felicità? Ecco, è in quei momenti che possiamo sentire chiaramente il vero motivo per cui siamo nati, da dove veniamo, a chi apparteniamo, chi è il nostro vero padre (Dio l’Altissimo).
Altra considerazione: “Rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio”. Certamente nel dare questa risposta, Gesù alludeva all’aspetto politico: “Dai a Cesare, allo Stato, quello che è di Cesare, ciò che appartiene allo Stato”: è quindi nostro dovere pagare le tasse; non possiamo essere uomini di fede se evadiamo il fisco, se imbrogliamo la gente, se sfruttiamo i nostri dipendenti, se noi ci arricchiamo e gli altri muoiono di fame, se creiamo lobby di potere.
Ma la risposta di Gesù si presta ancora ad altre considerazioni: non basta restituire il dovuto a Cesare, non basta riconsegnare la nostra anima a Dio; c’è un altro dono essenziale, di proprietà divina, che Dio concede in uso all’uomo, e che gli deve essere restituito: la vita! Ogni giorno, infatti, Dio ci offre gratuitamente la meravigliosa possibilità di poter dire: “Sono vivo!”.
Purtroppo la vita per molti è un fatto scontato: non l’apprezzano, non sanno che farsene del tempo, delle giornate, mesi, anni che hanno a loro disposizione; continuano a lamentarsi con Dio per qualunque banalità, piuttosto che ringraziarlo umilmente per questo suo incalcolabile dono.
La vita è invece un dono che va custodito, onorato, amato: non ci è “dovuta”, non ci appartiene, un giorno dovremo riconsegnarla nelle mani di Colui che ne è il padrone assoluto. Finita la vita presente, non ne abbiamo un’altra di scorta con cui poter rimediare al tempo sprecato in questa: quello che non facciamo oggi non potremo farlo mai più.
Viviamola allora seriamente questa nostra vita, viviamola con intensità, pienamente: abbiamo solo questa per amare, agire, provare, sentire, per realizzare i nostri ideali, per diventare insomma ciò che dobbiamo essere: immagine del Padre.
Se arriveremo a tanto, quando moriremo saremo in grado di restituire a Dio questa nostra vita “da vivi”: ci troveremo ancora, cioè, nel pieno della vita. A Dio che ce l’ha consegnata, riconsegneremo pertanto una vita ancora appassionata, palpitante, con tutto il suo entusiasmo, il suo fascino: certamente non nella immobilità mortale dei rinunciatari, dei falliti, di quanti si sono spenti per strada, senza provare, senza sognare, senza combattere.
E dobbiamo farlo con gratitudine: perché l’uomo è un essere molto particolare: si lamenta, impreca, quando le cose belle finiscono; ma non sa ringraziare, non sa viverle adeguatamente quando sono nella sua disponibilità; non capisce che all’amore si risponde con amore: che per amore ha ricevuto la sua vita, e con amore deve restituirla al suo proprietario. Amen.

 

giovedì 8 ottobre 2026

11 Ottobre 2026 – XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Mt 22,1-14 
[In quel tempo, Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse: «Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati: “Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali.] Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».

La parabola di oggi paragona il Regno di Dio ad un banchetto nuziale: un’immagine molto accattivante, molto conosciuta e comprensibile a tutti. Quale occasione infatti è più aggregante e gioiosa per parenti e amici di un matrimonio da favola, con un sontuoso pranzo di nozze? 
Le nozze celebrano l’unione di due persone, sanciscono l’amore, la comunione di due cuori; sono l’apertura di una finestra sul mondo della speranza, della novità di vita, della intensità di sentimenti.
Non a caso i contemplativi parlano di nozze dell’anima con Dio, per indicare l’incontro intimo, il matrimonio celestiale, l’unione mistica dell’anima col suo Sposo divino.
Ai nostri giorni, essere invitati al matrimonio di una personalità molto importante, è una circostanza impegnativa, di grande rilievo, molto ambita e apprezzata, un segno di particolare stima, di amicizia, di considerazione.
Lo era anche ai tempi di Gesù: le nozze erano considerate un evento importantissimo, duravano una settimana, il banchetto era fornitissimo, straricco, e per chi riusciva a malapena a mangiare una volta al giorno, era un’occasione imperdibile; il non andarci era impensabile, perché rifiutare l’invito significava, sì, perdere un lauto pranzo gratuito, ma soprattutto offendere gravemente gli sposi: era un affronto, cui spesso potevano seguire spiacevoli conseguenze. Tant’è che il re della parabola, indispettito per il rifiuto degli invitati, non capacitandosi di tanta stupidità, manda per ripicca i suoi servi nelle piazze, nei crocicchi, per le strade, per invitare a nozze chiunque incontrino.
Cosa vuol dirci Gesù con questa parabola? Il significato più semplice, quello evidente, è che tutti, uomini e donne, vecchi e bambini, saremo un giorno invitati all’eterno banchetto celeste: ripeto, tutti! anche quelli più umili, quelli più poveri (gli straccioni), quelli, in una parola, che sono considerati il rifiuto della società. Tutti prima o poi verranno chiamati alla presenza di Dio e per tutti, indistintamente, varrà un’unica condizione: indossare la veste nuziale, la veste della “grazia di Dio”, nuova, immacolata, o quantomeno lavata e stirata dal Sacramento della Penitenza e dalle “opere buone”.
Ma non basta: questa parabola ci offre, per l’immediato, anche un’altra interessante spiegazione: quel banchetto nuziale, cui tutti siamo invitati a partecipare, si tiene nell’anima di ciascuno: Dio, che la inabita, invita tutti ugualmente ad entrare in quella loro personalissima esperienza di amore, di felicità, di intimità con cui il Figlio celebra le sue nozze col nostro cuore, con la nostra anima.
Entrarvi, significa entrare nell’intimità con Dio, rapportarsi con Lui nel silenzio della nostra coscienza per dare un senso alla nostra vita.
Quando il cuore e l’anima dell’uomo entrano in simbiosi con Dio, l’unione mistica che si instaura tra di loro, non è altro che una pallida anticipazione dello stato di perenne beatitudine che proveremo nel banchetto paradisiaco.
Gesù pertanto ci invita insistentemente a “partecipare” a questo banchetto, a saziarci di Lui, a “vivere” la nostra anima, e questo fin da subito, immediatamente.
Viviamola allora questa nostra anima così dimenticata! Viviamola intensamente, non abbandoniamola, non ignoriamola, non oltraggiamola. Se oggi la gente è depressa, esaurita, non ha più voglia di vivere, è perché ha dimenticato di avere un’anima, ha dimenticato completamente di rifugiarsi in essa, di trovare in essa la soluzione di tanti problemi, instaurando un colloquio intimo, umile, sincero, con lo Spirito di Gesù, che l’ha scelta a sua stabile dimora.
Ma cosa vuole esattamente da noi quest’anima? Semplice. Vuole la nostra salvezza, il nostro star bene, il nostro andare incontro a Dio, lo Sposo; l’anima vuole il meglio per noi, per la nostra vita spirituale, vuole farci capire i veri motivi per cui valga la pena di vivere. 
Ci siamo mai chiesto “perché” viviamo? Quale sia lo “scopo” ultimo della vita? Proviamo a chiederlo alle persone che ci stanno intorno, a quelle che incontriamo: “Perché vivi?”; vi assicuro che le risposte saranno tutte di una banalità spiazzante, perché nessuno conosce più la ragione per cui vive; la vera, l’unica, profonda, trascendente ragione, per cui merita veramente vivere: c’è chi vive per il lavoro, chi per il denaro, chi per fare carriera, chi per i figli, chi perché “questa è la vita che fanno tutti”! Nessuno si sognerebbe più di rispondere: “Per amare e servire Dio fedelmente”.
Ma se ignoriamo questo motivo fondamentale, vuol dire che alla nostra vita manca autenticità, vuol dire che tiriamo a campare, trascinando i giorni, senza alcun mordente; vuol dire che siamo pronti a cogliere al volo qualunque occasione, anche quelle più astruse e inconcludenti, pur di dare una parvenza di senso alla nostra vita. 
Non penso di esagerare: è sufficiente guardare le “moderne” trasmissioni televisive: un concentrato di nullità, che ogni giorno esibisce una folla di deficienti (nel senso che hanno un "deficit" di anima!) orgogliosi di fare sfoggio della loro preoccupante insipienza; gente che si cimenta in comparsate insulse, che paga un prezzo esoso in termini di dignità, pur di “esserci”, di essere ammirati, notati, imitati: già, l’etichetta che oggi tutti i nullafacenti di professione ambiscono è “influencer”! Persone che pur di raggiungere un soffio di notorietà, ancorché beota e insignificante, svendono la loro anima accettando qualunque compromesso.
Ma cos’è che fondamentalmente manca a questa società? Manca la percezione della presenza di Dio, manca l’ascolto dell’anima. Non la sentono più, non sanno neppure cosa sia.
È una difficile e drammatica situazione: ma l’invito di partecipare alle nozze in casa del “Re” vale anche per loro, per tutti questi “storpi”, “zoppi”, “ciechi”; ma la loro veste nuziale? Ecco: spetta a tutti noi cristiani il compito di aiutare questi nostri fratelli nella ricerca di una loro veste nuziale, decorosa e appropriata: con il buon esempio, con l’umiltà, con la carità, con tutta la nostra buona volontà: proprio perché, in cuor nostro, sappiamo bene di non essere dei santi, di non essere più meritevoli di loro. Troppe volte infatti anche noi ci “perdiamo” per strada, viviamo da “frastornati”, in sbandamenti spiritualmente preoccupanti; capita purtroppo anche a noi di buttarci allo sbaraglio, di “fuggire” dalla “prigione” della nostra anima.
Dobbiamo fermarci! Tiriamo i freni, usciamo dall’autostrada invitante e comoda di questo mondo provvisorio, e imbocchiamo a piedi quel sentiero solitario e silenzioso che porta al nostro cuore: e ascoltiamoci! Facciamolo, perché il vero coraggio, quello autentico, non sta nel combattere contro i mulini a vento, contro un mondo vanesio e insignificante, ma nell’ascoltare la propria anima, nell’obbedire alla propria coscienza, al proprio cuore.
Oggi purtroppo, anche tra i sedicenti cristiani, sono veramente pochi quelli che conoscono il piacere che viene dall’anima. Tutti cercano il piacere, nessuno cerca l’anima. Ci accontentiamo dei surrogati della felicità: cerchiamo esperienze inebrianti ai limiti dell’assurdo, ci tuffiamo nel virtuale (internet) isolandoci dal reale; cerchiamo ogni tipo di piacere: del sesso, della tavola, della gloria, della notorietà.
Purtroppo però, in profondità, la nostra anima urla per la mancanza di qualcosa che le dia “vita”. Sente e soffre per l’assenza di ciò che nessuno può comprare, che nessuno può regalare, se non Dio stesso: il soffio Vitale, la carezza dello Spirito.
E allora pensiamoci una buona volta: “A che serve all’uomo guadagnare il mondo intero se poi perde la propria anima?”. Già, a che serve?!

giovedì 1 ottobre 2026

04 Ottobre 2026 – XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Mt 21,33-43 
In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?». Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo». E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”? Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti». 

Per la terza domenica consecutiva il Vangelo ci ripropone il tema della vigna del Signore. Prima abbiamo visto la parabola degli operai dell'ultima ora e del padrone buono, poi quella del comportamento contraddittorio dei due figli all’invito di andare a lavorare; oggi abbiamo quella degli affittuari assassini che vogliono impossessarsi della vigna in cui lavoravano e finiscono per uccidere, oltre agli incaricati alla riscossione, anche il figlio del padrone. 
Da notare che nelle tre parabole il comportamento dei vari “padroni” è sempre stato improntato alla bontà, alla pazienza, alla massima comprensione. Il padrone di oggi, poi, va addirittura oltre ogni aspettativa, rasenta addirittura l’assurdo; il suo è un amore puntiglioso e illogico: nonostante i suoi inviati vengano sistematicamente bastonati, lapidati, uccisi, lui continua sempre a provarci, cerca di dare ai vignaioli assassini nuove opportunità di ravvedimento. Alla fine, in un estremo tentativo di riscatto, arriva a mandare il proprio unico figlio. Ma anche questi subisce la stessa barbarie, e viene ucciso. 
L’allusione è chiarissima: questo vangelo è la sintesi di secoli di storia del popolo ebreo. C’è stato un amore iniziale seguito poi dal rifiuto. I servitori sono i profeti che, lungo il corso della storia di Israele, Dio ha mandato nella sua “vigna” per richiamare il popolo, perché si accorgesse di essere sulla strada sbagliata; ma Israele non si è ravveduto, non ne ha voluto sapere. Alla fine Dio ha inviato anche suo Figlio, e di fronte alla sua crocifissione e morte, ha trasferito altrove il suo Regno, fondandone uno nuovo con altri popoli. È il primo grande esempio, ma la storia ci insegna che è sempre stato così: Dio si ferma dove viene accolto, altrimenti, in punta di piedi, se ne va. 
La vigna è il segno dell’amore infinito di Dio, è la proposta di felicità completa, di vita piena. Se questa proposta non viene accettata, Egli si rivolge automaticamente ad altri popoli, ad altri contadini.
Storia del popolo ebreo dunque: un popolo che inizialmente accolse il Dio Vivo con grande entusiasmo; ma poi lo respinse, lo uccise. Il Regno fu allora destinato ai seguaci di suo Figlio, ai discepoli di Cristo, a quanti, col battesimo, abbracciarono la fede cristiana. Sorsero allora comunità cristiane fiorentissime: Filippi, Tessalonica, Corinto, Cartagine, Efeso. Servitori mandati da Dio, come Paolo, Cipriano, Agostino, vi dedicarono anni di duro lavoro conseguendo grandi affermazioni. Ma anche queste colonie pian piano sono capitolate.
Oggi, in quelle terre, non c’è più traccia del primitivo cristianesimo fervente; col tempo la fede si è spenta e Dio se ne è migrato altrove, in altre nazioni. Un fenomeno che puntualmente si ripete lungo i secoli: quando la fede di un popolo si sclerotizza, si fossilizza, non si rinnova, quella fede muore, e la Vigna di Dio, il Regno dei cristiani, degli innamorati di Cristo, si trasferisce altrove.
Questo dovrebbe preoccuparci seriamente, perché oggi anche i nostri paesi occidentali sono giunti al limite: non è detto che in Europa, come pure nella nostra cattolicissima Italia, in un domani ormai già in atto, non possa succedere altrettanto.
Anche da noi la fede sta purtroppo perdendo il suo smalto, la sua spiritualità, il suo entusiasmo, la sua vitalità; la sua originalità viene progressivamente distorta, calpestata, tradita, con il pretesto di aggiornarla al pensiero e alle necessità moderne; di questo passo, tra breve, non ci sarà più traccia di quell’autentico cristianesimo profondamente vissuto e amato dai nostri padri. Esattamente come descrittoci dal vangelo di oggi.
Gesù, il figlio del Dio creatore e organizzatore della “vigna”, è stato mandato tra gli uomini, nel nome dell’amore, della bontà, della guarigione, della non-violenza; è venuto per dare a tutti la possibilità di riscattarsi lavorando nella vigna del Padre, in cambio di una vita piena e sensata.
Ma poi, quei vignaioli perversi lo rifiutarono, “lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero”.
Ebbene, anche noi, attuali lavoratori, continuiamo come loro a rifiutare Gesù. Perché? Forse non è abbastanza buono? Non dimostra di amarci abbastanza? Ci sentiamo ingannati? No, al contrario! Egli ci guarisce, ci fa risorgere, ci sfama, ci perdona, ci illumina; ci fa sentire in tutti i modi che ci ama perdutamente. Ma allora Lo rifiutiamo perché ci dice la verità? Perché non asseconda i nostri giochetti sporchi? 
Conosciamo tutti la sua vita, i suoi insegnamenti, ma non li applichiamo alla nostra di vita, non ci convertiamo. Ascoltiamo le sue parole, ma il nostro cuore non si lascia contagiare. Possiamo sperimentare quotidianamente le sue meraviglie, ma la nostra mente è ormai chiusa in discussioni teologiche, in distinguo improponibili, con lo scopo di crearci un alibi per continuare ad ucciderlo impunemente e vanificare la sua presenza sulla terra. Ci fa troppa paura. 
Ma siamo dei poveri illusi: come al solito non capiamo nulla!
Cosa dovrebbe fare Gesù più di quanto ha fatto? Cosa dovrebbe promettere a noi vignaioli più di quanto ha già concretamente promesso? Cosa dovrebbe dimostrare ancora, per essere accettato, amato, accolto nel nostro cuore?
Cosa dovrebbero fare di più le migliaia di pastori, di tutti quei suoi ministri, umili e santi preti, che vivono coerentemente e convintamente la loro chiamata, per convincerci? Cosa potrebbero dirci o dimostrarci di più quelle innumerevoli prediche, pubblicazioni, trasmissioni mediatiche, fatte in nome del Vangelo? Assolutamente nulla!
Abbiamo avuto e sentito tutto; tutta questa “grazia”, dovrebbe esserci più che sufficiente, come scriveva Paolo ai Corinzi (Cfr, 2Cor 12,9): solo che purtroppo, nella nostra “infermità”, rimaniamo impenetrabili, non assorbiamo nulla: siamo fossilizzati, chiusi, insensibili. Non riusciamo a vedere in positivo; non vediamo le migliaia di gesti d’amore che i nostri fratelli ci fanno; non vogliamo vedere la bontà che c’è attorno a noi, di chi ci aiuta, di chi ci sostiene. Siamo occupati continuamente a rimarcare i loro difetti, le loro lacune, le loro debolezze, senza mai riuscire ad apprezzare il bene, la cortesia, la gentilezza, la premura, con cui essi ci circondano.
A volte ce ne rendiamo conto soltanto quando qualcuno di essi viene a mancare. Soltanto quando perdiamo una persona vicina, finiamo per accorgerci di quanto fosse importante, di quanto ci amasse. Solo allora i nostri occhi, il nostro cuore, finalmente, si aprono: ma è ormai troppo tardi.
Allora, perché non farlo prima? Perché rimanere talmente incentrati nel nostro ego da lasciare che un piccolo gesto negativo, un soffio appena indisponente, basti a distruggere migliaia di gesti d’amore? 
Siamo la copia esatta dei vignaioli: come loro dimostriamo solo egoismo: vogliamo possedere, possedere, possedere tutto anche l’impossibile: ma la “vigna” non è nostra. Noi dobbiamo solo renderla fertile e fruttuosa: dobbiamo lavorarla, amarla, custodirla, senza poterla possedere. Non ci appartiene! La vigna è la nostra vita. Non è nostra! Non ne siamo i padroni, non possiamo campare alcun diritto su di essa, prima o poi dovremo lasciarla, anche se in realtà ci comportiamo come se fossimo immortali. Illusi! Non ci rendiamo conto che possiamo al massimo decidere come vivere, mai di vivere “per sempre”! 
Tutto è dono, tutto ci è gratuitamente affidato da Dio, nulla può essere preteso. Per questo dobbiamo fidarci di Lui, abbandonarci a Lui, alla Vita; perché noi tutti siamo nelle sue mani: esistiamo, siamo vivi, ma non siamo “nostri”! 
Quanta pazienza ha Dio con noi! Anche quando, come i vignaioli, avanziamo pretese assurde, quando cerchiamo di sovvertire l’ordine, quando non portiamo più frutto, ebbene: anche allora Dio non ci abbandona; anzi ci manda continui “messaggi”, degli avvertimenti importanti: “Stai attento perché le cose così non vanno!”. Ma noi non ce ne curiamo, andiamo avanti per la nostra strada, ridiamo e facciamo finta di nulla. Come possiamo allora pretendere che Dio continui a parlarci, si faccia sentire, se siamo noi a non volerlo ascoltare, a non volerlo coinvolgere nella nostra vita? 
Già, siamo i primi a definire stupidi, cialtroni, assassini, quei lavoratori; ma noi? Forse che noi accettiamo con profitto i “messaggi” che Gesù ci manda? E non sono pochi, sono invece tantissimi e frequenti: così quando siamo insoddisfatti, quando siamo nervosi, irritabili, quando non proviamo più stupore, né gioia, quando non ci entusiasmiamo più per nulla; quando la vita religiosa è un peso, la Chiesa è un peso, la famiglia è un peso; ecco, sono tutti segnali della nostra anima che langue, che sta morendo. Sono messaggi importanti. Non illudiamoci attribuendoli al super lavoro, ad un periodo particolarmente critico, pensando che prima o poi tutto si sistemerà. Non è così, purtroppo. I segnali che Dio ci manda vanno ascoltati. Ripeto: Non comportiamoci come i vignaioli omicidi.
Quella di oggi è insomma una parabola tragica, che ci deve veramente far riflettere: è la storia di Dio e dell’umanità, la nostra storia, la storia di Dio e noi, delle nostre incomprensioni; è la storia di un dolore, il dolore di Dio, che noi alimentiamo con i nostri continui rifiuti. È la storia di Dio, questo Dio sconsiderato, che insiste, si ripete, continua a mettere a repentaglio la vita del Figlio, inviandocelo vivo ogni giorno nell’Eucaristia: pensando, malgrado tutto, di suscitare in noi un po’ di rispetto, di riconoscenza, di gratitudine, di attenzione, di filiale affetto, per tutta la Sua generosità di Padre, meritevole di essere finalmente da noi compreso e ricambiato! Amen.

 

giovedì 24 settembre 2026

27 Settembre 2026 – XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Mt 21,28-32 
In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna. Ed egli rispose: Non ne ho voglia. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore. Ma non vi andò”. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

Non dobbiamo stupirci se Gesù oggi, continuando la lezione di domenica scorsa, insiste nell’impartirci ulteriori insegnamenti: quello di oggi poi particolarmente provocatorio, impegnativo, indigesto, è comunque altrettanto essenziale come i precedenti.
Dio, in pratica, non gradisce l’esteriorità, il manierismo, i giochetti politici; non ama il doppio gioco, il nostro far vedere una cosa e pensarne un’altra, esibire in chiesa una grande devozione, espressione di fede profonda, e poi, appena fuori, far finta di nulla e rivestirci disinvoltamente del nostro malcostume, delle nostre falsità, di tutte le nostre meschinità. È un metodo molto comune che purtroppo con molta naturalezza adottiamo anche noi! Ma riconoscere la nostra incongruenza non basta! 
Perché se c’è una cosa che “irrita” profondamente il nostro Padre misericordioso, un particolare che lo manda su tutte le “furie”, non è tanto il peccato, la mancanza di rispetto, ma il comportamento falso, l’ipocrisia come sistema farisaico di vita: l’essere cioè “sepolcri imbiancati”, belli all'esterno, ma dentro “pieni di ogni putridume” (Mt 23,27), poiché pretendiamo di fargli accettare per buone, sincere e convinte le nostre intenzioni, le nostre azioni, la nostra vita, quando invece siamo perfettamente consapevoli di essere in realtà completamente l’opposto. 
Possiamo dire, quindi, che con la parabola di oggi Gesù stabilisce la fondamentale differenza tra il “dire” e il “fare”, tra “l’apparire” e “l’essere”: L'esempio che Egli porta è decisamente emblematico: i due figli, di fronte all’ordine del padre di andare a lavorare nella vigna, si comportano entrambi in modo ambiguo: il primo dice “sì” ma “non ci va”, l’altro dice “no” ma poi, ripensandoci, obbedisce all’ordine del padre. 
Entrambi, ovviamente, si comportano negativamente: tuttavia Gesù dimostra di preferire, tra i due, il ribelle, il contestatore, quello che impulsivamente dice “no”, quello che ha il coraggio di esprimere con franchezza il proprio pensiero, che non teme di esporsi, di mettersi in discussione, ma che poi, ragionando con calma, decide di obbedire e va a lavorare. Per Gesù infatti questi è decisamente più rispettabile dell’altro che, preoccupato di mantenere la sua immagine di figlio educato, rispettoso, perfetto, risponde prontamente “sissignore”, ma in realtà non muove un dito. 
L’insegnamento è chiarissimo: Dio non gradisce dai suoi figli, dalla sua Chiesa, risposte inconcludenti; non vuole cioè una religiosità di facciata, epidermica, senza senso, che si ferma superficialmente al rito, all’esibizione canora, all’omelia reboante, ad una fede ostentata, falsa, infruttuosa. 
Oggi, con la progressiva scristianizzazione della società, il numero di persone che se ne “fregano” dell’esistenza di Dio è in costante crescita; persone che vivono nell’indifferenza, nell’ignoranza religiosa più totale; cristiani, convinti anche, ma che non si comportano come tali, che conducono uno stile di vita religiosamente inconcludente, amorfo, in netto contrasto con quel “Credo” che a voce alta professano ogni domenica a Dio, nella celebrazione Eucaristica. Cristiani, insomma, che esternamente aderiscono sempre con un “sì”, e poi, nella realtà, lo traducono puntualmente in un “no”! Oggi purtroppo, come dicevo, sono tanti, tantissimi, troppi questi cristiani sordi alla chiamata spirituale, insensibili alle vibrazioni dell’anima, indifferenti alla passione e all’amore di Dio Padre.. 
Dobbiamo quindi onestamente riconoscere che i due figli della parabola rappresentano in maniera perfetta gran parte dei cristiani di oggi. 
Sì perché, lo ripeto, un po’ tutti assomigliamo a quel fantoccio di figlio, a quella “icona”, a quella immagine deludente di cristiano superficiale e parolaio, che risponde sempre “si” al Padre, senza mai fare nulla! Quel figlio siamo noi che, trascinati dall’emozione di udire la voce di Dio che ci chiama, sul momento rispondiamo con un “sì” sincero, convinto; ma poi sopraffatti dall’indolenza, fagocitati dalla pigrizia, dal disinteresse, dalle attrazioni del mondo, trasformiamo la nostra adesione, il nostro fervore iniziale, in un “no”, che invalida qualunque nostra debole e superficiale coerenza, rivelando nei fatti il nostro inconcludente, vanesio perbenismo. 
Ma, perché no? Succede anche, fortunatamente per noi, che talvolta ci immedesimiamo con l’altro figlio, e alla chiamata di Dio che vuol affidarci un compito, reagiamo d’impulso con un rifiuto: “No, non lo faccio, non ci vado!”. E perché mai? Semplice: in realtà non siamo dei veri ribelli, ma nella nostra fede ottusa, insignificante, rimaniamo sospettosi, diffidenti, non capiamo ciò che Dio ci chiede; nella nostra meschinità pensiamo si tratti di qualcosa troppo difficile, impossibile, di un impegno serio, pesante, che implica una costante applicazione, tantissimo sacrificio. Quindi "No, meglio evitare"; e ce ne stiamo immobili, bloccati dalle paure, dagli scrupoli, dall’egoismo, forse anche dalla vergogna di apparire “troppo credenti” di fronte agli altri: insomma non vogliamo correre rischi. Solo che dopo, rientrati in noi, rinsaviti, capiamo immediatamente l’enorme importanza di essere scelti da Dio, di essere considerati delle creature speciali, “amate” personalmente da Lui; ci rendiamo conto della nostra stoltezza, e reagendo con ritrovata sincerità, con cuore aperto, gli esprimiamo il nostro “sì”: che tuttavia continua ad essere carico di timori, di paure, di insicurezze, di preoccupazioni. Soltanto quando intuiamo veramente ciò che Lui vuole da noi, usciamo coraggiosamente dal nostro guscio, abbandoniamo le nostre false e inutili sicurezze, e finalmente riprendiamo in mano concretamente la nostra vita, convinti di quanto sia ripagante collaborare attivamente con Lui. 
Decidiamoci allora: abbandoniamo l’andazzo della massa, lasciamo pure che siano le canne aride e secche, che sbattendosi tra loro al vento, vogliono farsi ammirare come la più bella e la più alta tra loro. Noi, lavoriamo sodo, nel silenzio, nella riservatezza! Guardiamo costantemente l’uomo Gesù: trasparente, autentico, coraggioso, ben lontano dalle nostre piccole e grandi bugie, dalle nostre meschinità: seguiamo le sue orme e cerchiamo di essere anche noi come Lui, uomini di un “sì” unico, sincero, forte, inflessibile, definitivo. 
È vero: essere tali non ci garantisce una vita tranquilla, ma ci farà sentire sicuramente uomini e donne completi, realizzati, soddisfatti. Non ci farà guadagnare ricchezze e tanti soldi, e forse neppure tante amicizie, ma conferirà alla nostra vita una dignità tale che nessuno potrà mai donarci: quella di sentirci veri cristiani, figli di Dio, da Lui amati e benedetti.
Rendiamogli lode, allora, da figli innamorati, non da ciarlatani esibizionisti; soprattutto non temiamo di presentarci a Lui nell’imbarazzante “nudità” dell’essere sì figli deboli, fragili, sicuramente peccatori, ma decisi di servirlo degnamente, consapevoli del suo aiuto e del suo immenso amore. Amen.

 

giovedì 17 settembre 2026

20 Settembre 2026 – XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Mt 20,1-16 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”. Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”. Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

Può sembrare, in prima battuta, che Gesù con questa parabola, intenda condannare la logica umana della “ricompensa”, calcolata cioè in proporzione della “quantità” e della “durata” del lavoro, della fatica: in una parola, in base ai “diritti” acquisiti.
Ma Dio non condanna la logica umana, semplicemente la sua valutazione si svolge su un piano diverso: Egli non ha bisogno dei nostri calcoli, non ci premia per soddisfare un nostro “diritto”; Dio non usa alcun parametro sindacale: la sua giustizia e il suo amore non sono legati ad alcuna legge economica del tipo: “Hai lavorato tot, eccoti tot”. Quello che ci gratifica di fronte a Dio è solo ed esclusivamente la “qualità” del nostro lavoro, mai la sua “quantità”!
Purtroppo è proprio questa nostra mentalità meritocratica, radicata in noi, che ci porta molto spesso a vantarci davanti a Dio: “Io sono sempre andato in chiesa, ti sono stato vicino, ho fatto tanto del bene; quindi Tu non puoi ripagarmi allo stesso modo dei “lontani”, di quelli che nella loro vita non hanno mai fatto nulla per Te!  Sono quindi sicuro che Tu, mio caro Dio, per questi miei meriti mi amerai sicuramente di più!”. Ragionamento insensato! No, Dio non ti amerà “di più”. Dio ti ama, punto. E come te ama indistintamente anche tutti gli altri uomini tuoi fratelli.
Assurdo pensare di essere migliori degli altri e avanzare per questo delle pretese: anche perché “essere vicini” a Gesù, “stare” con Lui, “accompagnarsi a Lui”, non vuol dire necessariamente “praticare” i suoi insegnamenti, che è l’unico modo per essere suoi discepoli. Gli apostoli, per esempio, durante la vita pubblica di Gesù, lo accompagnavano, stavano sempre con lui, ma non lo “seguivano”, non si “compenetravano” con Lui: “seguire Gesù” infatti è capirlo, è custodire nel proprio cuore i suoi insegnamenti, attivandoci concretamente per metterli in pratica: “seguire” Gesù, significa “amare e vivere il suo Vangelo.
Anche oggi, nella sua Chiesa, c’è purtroppo troppa gente che “accompagna” semplicemente Gesù”: va in chiesa, prega, Gli canta salmi e orazioni, ma non lo “segue”: non è imbevuta del suo vangelo, non segue con il cuore i suoi insegnamenti. Per cui quando, a fine “giornata”, questi "cristiani" si presenteranno a Dio, convinti di essere stati fedeli lavoratori, assidui operatori del sacro, aspettandosi per questo una particolare ricompensa, rimarranno sicuramente delusi; perché il risultato ottenuto dal loro "servizio" è stato nullo, è stato come se nella loro vita non avessero mai lavorato. Ed è proprio così, perché in realtà, durante tutta la loro “giornata lavorativa”, non hanno mai affrontato realmente il “pondus diei et aestus”; ossia non hanno mai "amato" sinceramente, spassionatamente, non si sono mai curati seriamente di quanto fosse importante la "chiamata" di Dio, di quanto fosse indispensabile una Sua concreta “sequela”; doveri fondamentali che essi non hanno mai vissuto nel loro cuore e nelle loro opere. Immaginare o pretendere addirittura una ricompensa, un premio, è quindi assolutamente improponibile. 
Se poi un giorno ci verrà comunque riconosciuta una “paga buona”, ciò dipenderà esclusivamente dalla generosità e dalla misericordia di Dio, dalle infallibili e amorose valutazioni di un Padre innamorato dei propri figli.
Inutile allora vantare davanti a Dio una superiorità, che decisamente non abbiamo, nei confronti dei nostri fratelli, ritenendoli meno dotati e meno osservanti di noi, ricorrendo addirittura ad astiosi confronti, perché questo serve soltanto a mettere in evidenza il nostro rancore, il nostro essere schiavi dell’invidia; significa insomma condizionare il nostro cristianesimo, la nostra fede, ad una stupida, inutile gara. 
Ebbene: è proprio su questo particolare aspetto che Gesù, oggi vuol metterci in guardia: “Sei anche tu invidioso perché io sono buono con tutti?”. 
Già, proprio l’invidia! Le sue parole non sono un paradosso, non si riferiscono a situazioni inverosimili, fantasiose; pensiamoci solo un attimo: quante volte non capita proprio a noi di “prendercela” a male, di provare un sentimento spiacevole e astioso verso qualche nostro fratello più bravo di noi, che magari in qualche prova, in qualche concorso, viene “scelto” e premiato al posto nostro? Non capita anche a noi di arrabbiarci perché altri sono più fortunati di noi? Di “legarcela al dito” perché uno, che pensavamo amico, ha invitato a qualche evento importante altri e non noi? Purtroppo tutti, in qualche modo, siamo “invidiosi”: e lo siamo perché, nel nostro innato egocentrismo, nel profondo del nostro cuore e della mente, pretendiamo (spesso immeritatamente) di essere sempre i primi, i preferiti, gli unici in assoluto meritevoli di considerazione. 
L’invidia è quindi il nostro peso quotidiano: è quel sentimento malevolo che effettivamente ci destabilizza, ci toglie ogni imparzialità, ogni visione realistica: non ci accontentiamo mai di ciò che abbiamo, non lo gustiamo, non lo viviamo, vogliamo sempre di più, con il risultato che questo continuo confrontarci con gli altri ci distrugge, ci rovina la vita, fino a portarci ad odiare stupidamente, senza motivo, il nostro prossimo. E non ci rendiamo conto che questo continuo, maniacale confronto con gli altri, è una competizione che continuerà ad evidenziare la nostra persistente inferiorità: perché nella vita sicuramente ci sarà sempre qualcuno che è più di noi, che ha più di noi, che sa più di noi, che è più bravo, più apprezzato, più bello di noi. E allora perché trasformare la vita in un’ossessione, in una irrazionale gara che non ci vedrà mai vincitori? 
Ecco: è proprio questa esagitata ossessione che Gesù condanna! E lo fa invitandoci a guardare unicamente noi stessi: perché davanti a Dio siamo tutti “figli unici”, siamo ciascuno una realtà unica, persone irripetibili, siamo insomma “noi”, e nessun altro. Tant’è che ogni volta che vogliamo essere più degli altri, decretiamo matematicamente il nostro fallimento, dimenticando che l’essere noi stessi è il nostro più grande valore.
Ripeto: Dio non differenzia e non discrimina nessuno: Egli ama tutti indistintamente, sia coloro che lo “seguono” attivamente dal mattino della loro vita, sia quelli che rispondono alla sua chiamata a sera inoltrata. 
Ci sono ancora però tanti “cristiani”, pii e religiosi, che continuano a dissentire in cuor loro  sull’insegnamento della parabola odierna; non sanno capacitarsi: in particolare “non è giusto – sostengono - che chi si converte sul letto di morte, all’ultimo momento, dopo una vita intera passata nei bagordi, negli ozi e nel peccato, fregandosene di tutto e di tutti, riceva lo stesso "nostro" trattamento; non è giusto cioè che anche lui possa andare in paradiso come noi, che abbiamo lavorato e “faticato” tutta una vita per questo!”. Ma non c'è nulla di più falso!
Le parole di Gesù a questo proposito sono categoriche, non ammettono false sicurezze: “I pubblicani (i peccatori) e le prostitute, vi passano davanti nel regno di Dio” (Mt 21,31). Questa è la verità, facciamocene una ragione e accettiamola umilmente.
Non perdiamo tempo nelle meschinità: ringraziamo invece Dio, ogni giorno, per averci chiamato a lavorare nella sua vigna, pur non disponendo di alcuna “specializzazione”, di alcun attestato di “merito”; ringraziamolo anche per la possibilità offerta a tutti gli altri “operai”, nostri fratelli (compresi quelli dell’ultima ora), di poter meritare, come noi, la sua stessa Grazia trasformante. La bontà di Dio ci faccia finalmente uscire dalle ristrettezze di una fede “
sindacalizzata”, e trasformi questa nostra breve “giornata lavorativa”, in una anticipazione, ancorché pallida, di quella gioia, di quell’immenso fuoco d’amore e di bontà, che un giorno Egli sicuramente riverserà nel cuore di ogni suo fedele e umile lavoratore. Amen.

 

lunedì 7 settembre 2026

13 Settembre 2026 – XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Mt 18,21-35 
In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito. Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito. Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».
 

 Il Vangelo di oggi continua a proporci insegnamenti per la nostra vita di “comunità”.
Domenica scorsa ci ha dimostrato quanto sia importante ascoltare le ragioni del proprio fratello, rapportarsi con lui; quanto sia importante aprirgli il nostro cuore e accogliere il suo.
Oggi ci offre un ulteriore approfondimento: “il perdono è uno dei modi più efficaci per esprimere l’amore”.
A Pietro, come al solito, la teoria non basta, egli vuol saperne di più, avere certezze, vuol vederci chiaro, nero su bianco. “Quante volte devo perdonare? Fino a sette volte?”. Era il limite imposto dalla legge antica. E Gesù: “Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette”.
Il che significa, caro Pietro, che non hai scampo: devi perdonare sempre! Perché? Semplicemente perché il “tuo” perdono non deve provenire dalla tua buona predisposizione caratteriale, ma deve essere la logica e consapevole conseguenza del fatto che Dio perdona te in ogni occasione, sempre, di continuo. Chi si guarda un po’ dentro, infatti, e vede quanto male gli è stato perdonato, non può esimersi dal perdonare a sua volta.
L’unica misura del perdono è quindi perdonare sempre: senza misura, senza calcoli; perché è quanto Dio fa con noi.
La nuova giustizia che Gesù introduce nel Regno, dunque, non è quella che si basa sulla regola del “chi sbaglia paga”; la sua è una giustizia superiore, è la giustizia propria di chi ama senza limiti; Egli sostituisce cioè la giustizia della legge “che uccide”, con la sua, la legge dello Spirito che “dona vita”.
Perdono incondizionato: questo deve essere il nostro riferimento. Ma in cosa consiste il perdono? Come viverlo? Come si giustifica? Sono le domande che ci nascono spontanee.
Ecco allora che Gesù, con la parabola del servo “graziato”, ci porta a fare le dovute considerazioni pratiche: questo servo doveva al suo re una somma esorbitante, “diecimila talenti”, una cifra enorme, incalcolabile, poiché per raggiungerla avrebbe richiesto l’intero salario giornaliero di duecentomila anni di lavoro. Un’assurdità. Consapevole di questo, il servo tenta il tutto per tutto: va dal suo creditore, si getta ai suoi piedi e lo supplica tra le lacrime. E il re prova compassione per lui; si immedesima talmente nella sua angoscia, nella sua disperazione, da condonargli, in uno slancio di misericordia, l’intero debito. Un condono tombale, senza alcuna penalità.
Bene: quel servo, ottenuta la grazia per il suo mostruoso debito, uscito dalla residenza reale, incontra un suo pari che gli doveva poche monete; da notare la precisazione di Matteo: “appena uscito”, non una settimana dopo, non il giorno dopo, non un’ora dopo, ma “appena uscito!”: e, nonostante fosse ancora nel pieno dell’emozione e della gioia per la cancellazione del suo debito, in preda ad una collera improvvisa, assale quel poveretto e lo strangola gridando “rendimi ciò che mi devi!”: una inezia rispetto ai miliardi che gli erano stati appena condonati! E senza pietà alcuna, sordo alla richiesta del meschino di pazientare, lo fa gettare in prigione.
Certo, di fronte alla legge egli avrà agito anche correttamente, ma ha comunque dimostrato di essere un uomo spregevole, senza pietà, senza il minimo senso di giustizia, poiché non ha saputo riconoscere al compagno, che gli doveva una somma irrisoria, quella stessa misericordia che poco prima il re gli aveva accordato condonandogli un debito smisurato, incalcolabile.
Talvolta, purtroppo, capita anche a noi cristiani moderni, di reagire d’impulso contro insignificanti offese o inadempienze ricevute e, come quel servo, rivendichiamo con cattiveria i nostri diritti, esigendo l’immediato risarcimento dei danni, ancorché irrilevanti. È innegabile!
Ma questa è una scelta che non paga mai, che non risolve in alcun modo i nostri problemi, poiché introduce un meccanismo perverso con cui il male richiama altro male, la violenza genera altra violenza, chiamando in causa famiglie intere, moltiplicando all’infinito odio e avversione: la sete di vendetta infatti corrode l’anima, fa vivere nel tormento, porta l’inferno nel cuore.
Nondimeno, non è raro imbattersi quotidianamente in situazioni del genere: vicini di casa che litigano per un nonnulla e lasciano passare anni, decenni, senza riprendere un dialogo, una parola, un saluto; genitori e figli che interrompono drasticamente qualunque rapporto per motivi puerili, banali, distruggendo in tal modo l’armonia familiare; persone di chiesa, cristiani convinti, che dilaniandosi l’anima per immaginarie ingiustizie o critiche subite dai fedeli o dai preti di turno, abbandonano sdegnosamente la loro comunità ecclesiale; laici e consacrati che, in intimo contrasto tra loro, pur assistendo quotidianamente all’Eucaristia, incuranti dell’invito di Gesù di praticare amore e misericordia, insistono nel vivere schiavi del loro rancore. Sono tutte persone che preferiscono rimanere orgogliosamente arroccate sulle loro posizioni, pur sapendo che il perdono è l’unica strada che consente di vivere un’esistenza feconda, autentica, serena e felice.
Certo, si tratta di una strada difficile da percorrere, questo sì. Ma Gesù ci dimostra continuamente che tutto quello che gli uomini non riescono a fare da soli, lo possono sempre fare con il Suo aiuto.
L’impegno inderogabile per noi cristiani, ci dice dunque Gesù, è quello di perdonare, sempre e comunque, proprio perché sappiamo che Dio lo fa continuamente con noi. Dobbiamo cioè perdonare perché siamo dei “perdonati privilegiati”: siamo cioè noi per primi che, continuamente e gratuitamente, senza merito alcuno, sperimentiamo il perdono divino.
Può succedere anche che talvolta il nostro perdonare come Gesù ci ha insegnato, rischi di essere ridicolizzato dalla gente, ci venga rinfacciato come segno di debolezza, di meschinità.
Poco importa: perché chi ha incontrato sulla propria strada il grande perdono di Dio, non può più astenersi dal trattare comunque tutti come fratelli, con sincerità, con amore, con la massima indulgenza. È quindi logico affermare che una comunità è “osservante”, “santa”, non perché i suoi membri sono perfetti, immacolati, non sbagliano mai e non si permettono di offendere gli altri; ma perché si sentono dei “perdonati” e in quanto tali amano e perdonano i fratelli. Il male reciproco che, nella loro debolezza, inevitabilmente fanno, non costituisce quindi un elemento “dirompente”, ma nel reciproco perdono diventa il “collante” che li unisce tutti saldamente in Cristo, santificandoli.
Davanti a Dio siamo tutti peccatori, debitori insolvibili, perché mai, in tutta la nostra vita, potremmo restituirgli l’amore che Egli, con la sua infinita misericordia, ci dona continuamente: quell’amore che, dal canto nostro, disinvoltamente, calpestiamo continuamente con le nostre intemperanze. Sì, perché anche noi, come il servo del vangelo, spesso e con facilità siamo “giusti” ma spietati, “corretti” ma cattivi; siamo persone magari rispettose del diritto e della giustizia umana, ma molto meno inclini alla carità, alla pietà e alla misericordia. Dobbiamo quindi capire, una volta per tutte, che il perdono guarisce, ripaga, matura e fortifica chi lo esercita, non chi lo riceve; e che quindi, perdonando, facciamo prima di tutto un atto meritorio per noi stessi! Amen.