martedì 7 luglio 2026

12 Luglio 2026 – XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Mt 13,1-23 
Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.
Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».

Per ascoltare il vangelo, per meditare sulle sue parabole, per capirlo nel profondo dell’anima, dovremmo comportarci esattamente come faceva Gesù: fermarci, sederci, cercare di isolarci dal frastuono che ci circonda, ma soprattutto distaccarci da quell’enorme vortice di pensieri, di preoccupazioni, di ambizioni, di distrazioni, che come un frullatore agitano continuamente la nostra mente: dobbiamo staccare la spina con decisione, e concentrarci sulle parole che abbiamo davanti, fissarci solo su di esse e ascoltare cosa ci dicono. E se noi ci mettiamo il cuore, se siamo decisi a seguirle per riordinare la nostra vita, esse ci diranno molto più di quanto immaginiamo.
Ebbene: la parabola del vangelo di oggi è particolarmente chiara, comprensibile: c’è un contadino occupato nella semina, e nel gettare la sua semente, succede che una parte di essa cade sulla strada, un’altra tra i sassi, un’altra ancora tra i rovi; infine una parte cade nel terreno buono e fertile, e sarà questa che porterà molto frutto.
Tutto ciò ha ovviamente un suo significato: il seminatore è Dio che “semina” la sua Parola agli uomini. Una parte cade sulla strada: che significa? La “strada” indica una impenetrabilità assoluta; è una zona arida, battuta dai venti, calpestata da tutti, in cui nulla può germogliare, attecchire, crescere; “strada”, sono pertanto coloro che si rifiutano per principio di prendere in considerazione gli insegnamenti del Vangelo. 
Un’altra parte cade tra le fitte pietre a bordo campo: i sassi, che ostacolano qualunque sviluppo, qualunque crescita di quel seme caduto tra le fessure, sono i primi entusiasmi di chi si avvicina al vangelo per caso, per curiosità, di chi conduce una vita superficiale, insensata, volubile: all’inizio la novità del “seme” li cattura, prende la loro anima, ma alla prima insignificante difficoltà, si dimenticano di tutto e continuano il loro cammino nel nulla. 
Un’altra parte ancora cade tra i rovi fitti e spinosi: il “seme” cerca di crescere, ma viene soffocato immediatamente dal più rapido infittirsi del roveto: sono le persone deboli, coloro che non hanno una personalità, una volontà forte, decisa; sono quelli che si lasciano condizionare dal tenore soffocante della vita; che, sottoposti a continue pressioni psicologiche, abbandonano sul nascere qualunque possibilità di affrancarsi, di crescere. 
Un’ultima parte di semi cade infine nella zona fertile, nel terreno coltivato, nel terreno buono, preparato per riceverlo: ed è qui, solo qui, che esso stabilirà il suo “habitat”, svilupperà tutta la sua potenzialità, porterà in abbondanza quei frutti che il “seminatore” si aspetta. 
Il Vangelo di oggi, dunque, proprio perché intuitivo, ci offre anche la possibilità di meditarlo partendo da prospettive diverse, immedesimandoci cioè nei vari elementi del racconto. 
Immaginiamo, per esempio, di essere noi il “seminatore”: il vangelo non accenna ad alcuna sua reazione per il parziale fallimento del lavoro svolto: ma quale potrebbe essere il nostro stato d’animo in una situazione analoga? Quante volte ci troviamo anche noi a dover constatare un nulla di fatto! Abbiamo seminato, abbiamo dato, abbiamo amato, ma non abbiamo ottenuto assolutamente nulla: tempo e fatica sprecati. Certo, capita! E noi ce ne rammarichiamo profondamente, magari anche con qualche imprecazione! Ma così facendo, dimentichiamo un principio fondamentale: che chi fa le cose veramente per amore, chi offre con gioia tempo ed energie senza pretendere nulla in cambio, chi “semina” nell’assoluta carità, come ci ha insegnato Gesù, non deve mai abbandonarsi al pessimismo, alla delusione; perché c’è sempre una scintilla di bene che nasce e cresce dalle sue fatiche, che porta frutto, esattamente come in questo caso. 
Se poi ci mettiamo dalla parte del “seme”, dobbiamo porci immediatamente alcune domande: “Io, che tipo di seme sono? Mi rendo conto di avere un compito ben preciso da assolvere, proprio per la mia stessa conformità divina? Sono disponibile a “seminarmi”, a “morire” nei fratelli per estendere, per “allargare” il più possibile i frutti del suo amore? In una parola, investo fedelmente a beneficio del prossimo i carismi di cristiano credente che Dio mi ha donato?” Noi, “piccolo seme” della Parola di Dio, nelle sue mani siamo pura potenzialità: nostra missione è pertanto quella di realizzare, di “espandere” nel cuore dei fratelli questo bene divino, in modo che nel mondo cresca e si produca un desiderio sempre più crescente di seguire e amare Dio. È fondamentale, nella nostra vita, essere consapevoli di avere delle responsabilità ben precise verso gli altri; per cui, coscienti di essere autentici “semi di Dio”, non possiamo in alcun modo confonderci tra le migliaia di “semi selvatici” oggi in circolazione; non possiamo semplicemente massificarci conformandoci agli altri, perché questo ci ridurrebbe semplici fotocopie, farlocchi doppioni del nulla, privi di originalità, di personalità, di qualunque valore. 
Se infine ci identifichiamo col “terreno”, anche qui è fondamentale sapere come classificarci: “Che tipo di terreno sono io?” Perché Gesù è molto chiaro: gli insegnamenti del vangelo (i vari semi) vengono ricevuti da “terreni” multiformi, diversi uno dall’altro: ogni uomo, infatti, accoglie il vangelo in modo diverso, ognuno con il suo grado di fede, con la sua personale disponibilità all’ascolto; la qualità del risultato, pertanto, si differenzia da individuo a individuo, in relazione anche ai diversi momenti, positivi o negativi, delle singole vite di ciascuno. 
In tutte queste nostre ipotesi, però, al di là di qualunque considerazione, ciò che ci offre una profonda consolazione, è la certezza di poter ricorrere sempre alla grande bontà, alla pazienza, all’incommensurabile amore di Dio nostro Padre, il quale, da generoso seminatore, ci assiste soprattutto in quelle particolari “stagioni” della nostra vita, in cui produciamo solo foglie, in cui ci comportiamo da “terreni” decisamente aridi e selvatici. Egli sa molto bene infatti che per raggiungere una “mietitura ottimale” (=la nostra perfezione cristiana) dobbiamo sottoporci ad una lunga e faticosa preparazione, spesso ostacolata dall’instabilità, dalla superficialità, dalla precarietà dei nostri propositi: le perturbazioni, le crisi, le cadute, sono purtroppo sempre dietro l’angolo. L’importante è non perdere mai di vista gli impegni assunti, rialzandoci sempre con grande umiltà dalle delusioni per il mancato risultato. Anche perché Dio stesso, rassicurando il profeta Isaia, ha fatto capire che alla fine, grazie a Lui, il nostro “piccolo raccolto” sarà comunque positivo: “La Parola uscita dalla mia bocca, non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero, e senza aver compiuto ciò per cui l'ho mandata” (Is. 55, 10-11). Ecco, questa è la speranza consolatrice che deve sorreggerci in ogni momento della nostra vita. Amen.

martedì 30 giugno 2026

05 Luglio 2026 – XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Mt 11,25-30 
In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero». 

In queste parole di Gesù possiamo cogliere una sua esplosione di gioia, in un momento di particolare commozione, di illuminazione, di consapevolezza, di stupore. Un po’ come succede anche a noi quando, brancolando nel buio, nel dubbio, all’improvviso tutto si illumina, tutto diventa chiaro, comprensibile. Fino ad un attimo prima non riuscivamo a capire nulla, poi all’improvviso tutto appare semplice, ovvio, alla nostra portata.
Dal contesto del brano evangelico di oggi, possiamo quindi immaginare un Gesù triste: un Gesù in preda ad un momento di profonda delusione per la diffidenza, l’incredulità, l’ottusità di chi gli sta vicino: nella sua sensibilità non riesce a capacitarsi, a spiegarsi, nonostante tutto, il perdurare di certi comportamenti umani.
Egli, ogni giorno, continua sempre e comunque a fare il bene: ovunque vada, ovunque si trovi, accoglie tutti, guarisce i malati, insegna ad amare, a non giudicare; tratta con dignità soprattutto quanti la dignità non l’hanno mai conosciuta; aiuta chiunque a ritrovare la nobiltà del proprio essere, deturpato dalle ferite della vita; a ritrovare il senso di una strada forse perduta o mai trovata; a riscoprire la gioia, l’emozione del vivere.
Ebbene: per tutta risposta, questa gente lo rifiuta, gli gira le spalle, lo accusa, lo attacca, gli si scaglia contro come se fosse il peggiore dei nemici.
Una situazione purtroppo molto comune; una situazione che sicuramente sarà capitata anche a noi, tanto dal chiederci: “Ma cosa ho fatto mai di male per meritare questo trattamento?”. E ciò proprio quando siamo certi di aver fatto solo del bene.
Ecco, è proprio su questo punto che dobbiamo lavorare, che dobbiamo fare il nostro salto di qualità: dobbiamo cioè passare dal fare qualcosa aspettandoci il riconoscimento degli altri, al farlo del tutto gratuitamente, come esclusiva risposta alla specifica chiamata di Dio: una chiamata, che richiede sempre, per il suo campo d’azione, riservatezza e umile nascondimento del proprio io. Dobbiamo quindi essere determinati a fare tutto per la sola gloria di Dio; e dobbiamo farlo con decisione e costanza.
Succede invece che se la gente ci critica per quel che facciamo, se ci mette da parte, se ci fa sentire inadeguati, se nonostante i nostri meriti nessuno più ci considera, noi ci offendiamo, perdiamo ogni entusiasmo, rinunciamo immediatamente a combattere, a lavorare. Siamo insomma dei deboli, dei pusillanimi, degli egocentrici: per questo preferiamo dedicarci soltanto a quelle attività sociali, caritative, buoniste, che ci ripagano a livello umano: e grazie proprio a questi riconoscimenti umani, siamo convinti di condurre una vita meritoria, una vita altruista, retta e santa, senza accorgerci che col nostro comportamento, gratifichiamo soltanto il nostro amor proprio.
In questo brano di Matteo, ciò che ci colpisce, e che ci deve servire di esempio, è la reazione di Gesù, il quale, in una situazione di profonda delusione, di scoraggiamento, di insuccesso, molto simile a tante nostre, invece di recriminare, di inveire, innalza un inno gioioso di lode, dimostrando tutto il suo stupore e la sua ammirazione per quello che il Padre permette che accada nella sua vita. Egli non si lascia trascinare nella trappola del pessimismo: vede il male, vede la cattiveria, l’ignoranza della gente, ma prima di tutto vede e apprezza il bene, riesce a stupirsi per la bellezza del creato, per la perfezione delle cose, e per la luce di bontà, a volte purtroppo molto fioca, che riesce comunque ad illuminare il profondo dell’animo umano.
E noi cristiani moderni, come ci comportiamo in tali circostanze? Se guardiamo il mondo, dobbiamo ammettere che c’è ancora tanto male. Anzi più guardiamo, più ne scopriamo. A tal punto che viene naturale chiederci: “Esiste ancora qualche forma di bene nell’uomo? O in questa nostra società esiste solo l’odio, l’ignoranza crassa, la volgarità, la stoltezza, l’egoismo? Perché è vero, di tutto questo male, più ci guardiamo attorno e più ne scorgiamo. Possibile che non ci sia più l’entusiasmo, la gioia, l’ottimismo, la bontà, la generosità? Ma certo! Esistono eccome! Anzi anche in questo caso più cerchiamo, e più ne scopriamo, perché sono qualità connaturali all’uomo, sbocciano dal profondo dell’anima, ovunque egli si trovi.
È naturale che sia così: il bene e il male esistono da sempre, sono fenomeni che appartengono alla natura stessa dell’uomo, nascono con lui: solo che notarli, individuarli, valutarli, accettarli, imitarli, dipende solo da noi, dai nostri occhi, dal nostro cuore, da come guardiamo; perché noi, in realtà, vediamo, troviamo, osserviamo, soltanto ciò che “vogliamo vedere, trovare, osservare”. Nient’altro.
Ecco allora che ogni fenomeno che riguarda la nostra vita, fossero pure difficoltà o contrarietà, possono essere valutate sia in positivo che in negativo: dipende soltanto da noi.
Così, per esempio, una crisi, una malattia, una disgrazia, possono essere considerate un dramma, una tragedia, ma anche una grande occasione di riscatto morale: dipende dalla nostra sensibilità, da come riusciamo a trasferirle nel concreto, in vita vissuta, elaborandole per il nostro percorso spirituale: perché per essere sereni, propositivi, in sintonia con lo Spirito che ci inabita, non è determinante ciò che ci succede all’esterno, ma ciò che noi trasferiamo ed elaboriamo nel nostro interno.
Ciò che, umanamente parlando, Gesù subiva per colpa della gente, non era infatti né bello né gratificante, anzi era altamente offensivo, lesivo: eppure Lui era sempre pronto a sorridere, a trasmettere tenerezza, ad abbracciare, a benedire.
Ecco, è esattamente questo il segreto che Gesù intende trasmetterci oggi: lasciarci stupire solo positivamente da quanto ci circonda, provando sempre e comunque, nei confronti del Padre, una grande riconoscenza per quanto ci succede! La vita che Lui ha predisposto per noi è troppo bella, interessante, ricca di soddisfazioni, di entusiasmi, di gioia; è il suo capolavoro d’amore; e se a volte è anche tragica, se ha dei momenti strazianti, dolorosi, vale sempre la pena di viverla in pieno, di rialzarci, e di ringraziarlo, dal profondo del cuore, per avercela concessa in dono.
E se poi ci accorgiamo che tutto ci crolla letteralmente addosso, se ci sentiamo soffocati dagli eventi, se pensiamo di non farcela proprio più, se vediamo tutto nero, ci rimane pur sempre una soluzione risolutrice: ricorrere a Lui con fiducia, rifugiarci tra le sue braccia e lasciarci stringere al suo cuore: Lui sa che questo è sempre il meglio per noi; è Lui stesso, infatti, che ci invita amorosamente: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro”. Amen.

 

lunedì 22 giugno 2026

28 Giugno 2026 – XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Mt 10,37-42 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: «Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà. Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto. Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».

Il testo del Vangelo di oggi chiude il “discorso missionario” del capitolo 10 di Matteo.
Un testo duro, difficile da capire e da condividere, per certi versi assurdo! “Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me”. Siamo agli antipodi della nostra logica, del nostro buon senso. Sono parole, per noi “umani”, decisamente incomprensibili.
Ma cosa intendeva dire Gesù? Cosa dovevano scolpire in profondità, nella loro memoria, i suoi discepoli? Non dobbiamo dimenticare che Egli parlava a persone semplici, persone non certo istruite; era gente pratica, realista, poveri lavoratori impegnati ad assicurare giorno dopo giorno la sopravvivenza alle loro famiglie.
Quindi a gente “concreta”, parole concrete: “Voi che avete accettato di seguirmi, dovete capire che “Io” valgo più di qualunque altra cosa voi possediate, anche la più preziosa; Io sono più importante dei vostri affetti, della vostra famiglia, della vostra stessa vita: sono insomma il vostro valore assoluto! Genitori, moglie, figli, vengono tutti dopo di me. Niente e nessuno può interporsi tra me e voi, nessuno può ostacolarvi nel servizio che voi mi prestate. La vostra scelta di discepoli, essenziale e obbligata, è una sola: Io, il vostro Dio”.
Dobbiamo riconoscere che, tradotta anche in termini semplici, la prospettiva per chiunque decida di seguire Gesù, non è certo semplice. Diciamo anzi che quel cammino è percorribile soltanto da poche persone, dagli eroi della fede, dai santi: da quanti cioè hanno messo in bilancio anche la morte violenta, il martirio, pur di vivere nella piena obbedienza al volere di Dio.
Si tratta quindi di un percorso insolito, molto difficoltoso, molto selettivo, soprattutto per noi che ci professiamo “cristiani” nel mondo d’oggi: ma queste sono le parole che Gesù ha rivolto a tutti, noi compresi, per rianimare una vita spirituale che, in genere, è troppo spesso asfittica e denutrita.
Nella vita, prima o poi, tutti indistintamente ci troviamo di fronte ad un bivio, alla necessità categorica di scegliere il proprio percorso di vita: da un lato c’è Dio, con l’invito a seguire i suoi passi: un percorso difficile, impegnativo, più illogico, da percorrere con una pesante croce sulle spalle; dall’altro il mondo, con una prospettiva molto più appetibile, più “umana”, più logica, più adatta alla nostra mediocrità. Ebbene: è esattamente in questo caso che la schiettezza del vangelo ci disorienta, ci spaventa.
Perché il Gesù che ci proponiamo di seguire non è un Dio che si accontenta di poco, che accetta compromessi, che rimanda, che si accontenta di mezze misure: Egli è categorico: vuole tutto, chiede tutto. Ma ci dà anche tutto: con la stessa generosità con cui una volta ci ha dato sé stesso sulla croce, così continua in ogni istante a darsi ai suoi fedeli, a coloro che lo seguono, che lo amano: e lo fa in termini di conforto, di pace, di gioia, di amore.
Ecco: il punto nodale del nostro programma di vita cristiana è proprio questo: ricambiare questo suo amore con un amore che si trasformi in passione per Lui, che diventi un fuoco travolgente, un fuoco interiore che ci spinga a fare per Lui anche le scelte più difficili.
Questa è la logica dell’amore che Dio ci chiede. Non possiamo rispondere: “sì, Signore, io ti amo, lo sai, ma arrivo fino ad un certo punto; più in là non posso andare, non ce la faccio”. Questo però non è “amare”. L’amore con Dio non è misurabile, non è quantificabile; la vera, l’unica misura che dobbiamo raggiungere, è amarlo “più di qualunque altra cosa”, perché solo così possiamo ricambiare in parte il suo smisurato amore nei nostri confronti.
Ecco perché Gesù dice: “Chi perde la sua vita la ritrova, e chi guadagna la sua vita la perde”. In pratica Egli stabilisce un principio fondamentale: se lo seguiamo, se facciamo la volontà di Dio, se lo amiamo al di sopra di tutto, anche tra mille difficoltà, “perdendo la vita”, rinunciando cioè a vivere nei piaceri, nelle ricchezze, nelle gioie false ed effimere di questo mondo, la nostra vita non finirà, ma proseguirà nella beatitudine eterna: un “guadagno” incalcolabile, che invece ci sarà precluso, se non lo seguiamo, se agiamo contro la Sua volontà, se lo amiamo svogliatamente o per niente.
Vivere il vangelo come vuole Gesù, in tutto il suo radicalismo, non è come andare a passeggio, non è un diversivo piacevole da prendersi alla leggera: richiede invece un impegno serio, totale, un autocontrollo costante; non sono ammesse scorciatoie; c’è un’unica strada, quella tracciata da Gesù, quella che passa attraverso il “Golgota”. Ed è proprio per questo che l’autenticità cristiana è vista da molti come un’utopia, un progetto irreale, inattuabile.
Del resto, anche noi che ci diciamo cristiani praticanti, arriviamo a viverne solo le briciole, nel senso che preferiamo fermarci al semplice “apparire”, ad un livello per nulla impegnativo; ci accontentiamo cioè di dare alla nostra immagine, alla nostra vita pubblica, una parvenza di autenticità, senza preoccuparci se corrisponde o meno a ciò che professiamo. L’importante è che gli altri ci considerino osservanti, persone devote, per bene, timorate e innamorate di Dio.
Ma così già in partenza siamo “out”: perché per seguire veramente Gesù, per essere veri cristiani, non basta l’entusiasmo di un attimo, non bastano le buone intenzioni, i grandi propositi, i teatrini a beneficio altrui.
Il vangelo di oggi, lo ripeto, è estremamente chiaro in questo. La “conversione” che Gesù ci chiede deve essere sincera, totale, profonda, soprattutto continuativa: dobbiamo cioè mettere Dio sempre e comunque al primo posto, da protagonista, lasciando tutto il resto come corollario, come sfondo.
“Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta…”: parole tremende! Quante volte, anche noi cristiani, mortifichiamo Dio e la nostra fede, abbandonandolo: gli preferiamo improbabili suoi imitatori, sedicenti “testimoni di Dio”, santoni del momento, fantasiosi veggenti! Quanti di noi, per esempio, vanno alla Messa domenicale, non per celebrare il Sacrificio Eucaristico, non per fare memoria con Lui del suo mistero pasquale, ma per ascoltare quello che noi stessi abbiamo elevato a “profeta” di turno: un oratore eloquente, che sfoggia gigionescamente la sua “arte omiletica” (quante volte si sente dire: “vado sempre a quella Messa perché c’è Caio che predica così bene!”): e stupidamente non ci accorgiamo che in questo modo barattiamo una misera “esperienza” espressiva, con l’altra esperienza soprannaturale, quella vitale e insostituibile, di poter interloquire direttamente con Dio, realmente presente nelle specie consacrate che accogliamo in noi: Lui, l’unico portatore di Grazia e di vitali benedizioni!
Ecco perché dobbiamo scendere nel profondo del nostro cuore, e coscienziosamente chiederci con umiltà e sincerità: “Quanto conta Dio nella mia vita? Lo amo e voglio veramente seguire il suo Vangelo? Gli ho mai chiesto di aiutarmi a diventare santo?”.
Sembra una battuta, ma è proprio così: perché il radicalismo evangelico, se vissuto nella sua integrità, porta naturalmente alla santità, a “vivere” cioè di Dio”, profondamente innamorati di Lui. Uno stile di vita che tutti i cristiani indistintamente dovrebbero adottare, non solo i preti, i frati, le suore! 
Ogni uomo che vuol seguire la chiamata di Cristo, proprio perché “umano”, è certamente debole, pieno di difetti, di tentazioni, di cadute. Superare tutte queste contrarietà, queste miserie, per amore di Gesù, è stato impegnativo anche per i Santi: del resto nessuno di loro era “speciale”, impeccabile, ineccepibile: erano tutti come noi, persone normalissime, che però (loro sì) hanno deciso di seguire Dio a tutti i costi: si sono affidate a Lui, e se cadevano, con grande umiltà si rialzavano, e più risoluti di prima, gli confermavano il loro impegno, la loro fedeltà, il loro amore; sono state insomma delle normalissime persone che hanno vissuto veramente di Dio, con Dio, in Dio. Un valido esempio per noi. Perché solo imitando le loro scelte, vivendo cioè in modo coerente la nostra vita sia spirituale che materiale, potremo scoprire sicuramente anche noi indecisi, perenni “scansafatiche”, il loro stesso entusiasmo, la stessa forza, le loro stesse motivazioni nel servire Dio: un percorso che alla fine assicurerà sicuramente anche a noi una tale quantità di amore e di felicità, da renderci stupenda, meravigliosa, straordinaria non solo la vita futura, ma anche quella presente. 
Cristo non toglie nulla, Cristo dà tutto!”: sono parole che papa Benedetto, ancora cardinale, puntualmente mi ripeteva quando ci incontravamo: un concetto fondamentale che egli ha ribadito anche nel discorso tenuto per l’inizio del suo ministero petrino: perché “solo in quest’amicizia con Dio si spalancano le porte della vita. Solo in quest’amicizia si dischiudono realmente le grandi potenzialità della condizione umana. Solo in quest’amicizia noi sperimentiamo ciò che è bello e ciò che ci libera”. Parole sacrosante che devono motivarci seriamente, perché indicano con quale spirito dobbiamo affrontare il percorso che conduce al Padre; una strada in salita, difficile, ma anche completamente praticabile. Allora, a questo punto, perché continuare a percorrere scioccamente le facili discese che conducono sicuramente alla morte? Amen.

 

lunedì 15 giugno 2026

21 Giugno 2026 – XII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Mt 10,26-33 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: «Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze. E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo. Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri! Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli». 

Siamo nel capitolo 10 di Matteo che contiene il famoso discorso “missionario” di Gesù: una serie di “istruzioni” che dovevano accompagnare gli “inviati”, i “messaggeri”, gli annunciatori del vangelo, nella loro missione apostolica. 
Nei primi anni e nei primi secoli non è stato sicuramente facile essere cristiani! L’esserlo comportava una scelta esigente, una scelta coraggiosa per le inevitabili gravi conseguenze. Non era una scelta fra le tante, ma una scelta che determinava la vita, e spesso la morte.
Oggi per molte persone essere cristiani o non esserlo non fa alcuna differenza. Andare in chiesa o non andarci è ininfluente. Che Gesù sia esistito o meno, è per loro assolutamente irrilevante, è molto più interessante scegliere in quale supermercato fare la spesa, in quale negozio acquistare un vestito o quale spiaggia scegliere per le vacanze.
Non è così, invece, per i cristiani che hanno deciso di seguire Cristo.
Il testo del vangelo ci propone infatti una serie di assicurazioni positive proprio per quanti sono preoccupati per ciò che incontreranno durante la loro missione annunciatrice del Regno di Dio: si tratta di quattro contrapposizioni (nascosto-svelato, segreto-manifesto, tenebre-luce, orecchio-tetti) che ci rivelano, in qualche modo, lo stile di vita tenuto dai primi cristiani: la loro era infatti un’esistenza di fede profonda, praticata nel nascondimento, nel segreto, nelle catacombe; manifestare il proprio credo in pubblico era pericoloso, molto pericoloso, ci voleva molto coraggio, ma questo, nonostante tutto, era il proposito della loro vita!
Per noi ora non è più così. Testimoniare la nostra fede non comporta più alcun pericolo, soprattutto quello di morire martirizzati: al massimo possiamo subire l’inconveniente di venire guardati con sospetto, con commiserazione, di rimanere soli, di non essere capiti, accettati.
È un niente: ma è una eventualità che mortifica non poco il nostro “ego”, escludendoci dalla possibilità di ottenere riconoscimenti, consensi, attestazioni di stima da parte del mondo; una situazione che ci porterebbe ad assumere un comportamento a dir poco paradossale: essere cioè cristiani a singhiozzo, compatibilmente con le circostanze della vita: credere quando ci fa comodo, quando ci conviene, quando cioè abbiamo un ritorno di riconoscimenti e ammirazione. Salvo poi, quando non ci conviene più, nasconderci, cambiare faccia, cambiare fede e religione con grande naturalezza e disinvoltura!
Ebbene, il vangelo di oggi più che documentare in pubblico la nostra fede, ci chiede di condurre una vita semplice, coerente con noi stessi, con ciò in cui crediamo, con la nostra coscienza; in una parola di essere persone autentiche, persone che sanno fare luce dentro di loro, proprio là dove convivono paura e coraggio, amore di Dio e calcolo egoistico, amicizia con Gesù e orgoglio personale, invidie, risentimenti.
Vogliamo far sapere al mondo che siamo veramente cristiani? Facciamolo concretamente, realmente, senza esibizionismi, con il nostro comportamento, con la nostra vita: perché in questo modo non solo cresciamo come uomini, ma testimoniamo coerentemente la nostra fede.
“Non abbiate paura”, ci rassicura Gesù: solo che la paura è la nostra fedele compagna di viaggio; noi abbiamo paura di tutto e di tutti, anche delle cose più insignificanti: di un piccolo dolore, di possibili offese da parte di qualcuno, di cosa gli altri possano pensare di noi.
Siamo troppo condizionati dal “rispetto umano”, dal giudizio della gente! Al punto da evitare talvolta di compiere per vergogna delle buone azioni: come per esempio di farci il segno della croce, di recitare a voce alta una preghiera, di esprimere sinceramente in pubblico un nostro parere “cristiano” sulle questioni del momento. Dobbiamo purtroppo riconoscere che la nostra fede è troppo debole, la nostra coerenza troppo fragile, la nostra carità decisamente effimera.
Eppure le parole del Signore dovrebbero essere per noi, in ogni momento, la luce che ci illumina, la forza che ci determina, che ci rende tetragoni ad ogni pericolo: “Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno il potere di uccidere l'anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire l'anima e il corpo”. Gesù è sempre molto chiaro, paradigmatico, esemplare, non lascia mai spazio a dubbi.
Ci colpisce inoltre l’indicazione di chi e di cosa dobbiamo aver paura: non delle ossessioni personali, non delle nostre idiosincrasie, e soprattutto non di “quelli che possono uccidere il solo corpo”: sappiamo bene, per esperienza, quanto gli uomini possano ferirci: possono infatti umiliarci, farci paura, farci pressioni insopportabili, disonorarci; possono infliggerci qualunque ferita corporale, ma non possono in alcun modo uccidere la nostra anima. C’è qualcosa in noi che è esclusivamente nostra, di nessun altro: per quanto possiamo essere vittime di prepotenze, di paure, di costrizioni, ci rimane sempre uno spazio di libertà, uno spazio in cui siamo solo noi a comandare, dove siamo solo noi a decidere la nostra vita: è dove custodiamo la nostra anima, il nostro personale “soffio” divino, che nessuno può e potrà mai sottrarcelo, che nessuno riuscirà mai a soffocarlo contro la nostra volontà. Questa è la nostra più grande ricchezza.
Noi non “siamo” il nostro lavoro, i nostri studi, la nostra laurea, la nostra professione; non “siamo” il nostro “status sociale”, il nostro ruolo, la nostra fama: “siamo” unicamente “la nostra anima”!
Non svendiamo allora noi stessi. Perché quando abbiamo perso la nostra coscienza, quando non sappiamo più chi o cosa siamo, non ci rimane più nulla. Purtroppo ci sono troppe persone sprovvedute, anche tra i cristiani, che accettano di svendere la propria anima per i soldi, per la ricchezza, la gloria, il piacere, il benessere, il potere! Sono dei falliti: gente che considera “vita” ciò che è solo “morte”, ciò che è destinato a dissolversi; e considerano morte ciò che al contrario è “Vita”, felicità eterna.
Per sottolineare queste sue raccomandazioni, Gesù introduce qui due immagini poetiche: quella dei passeri e del numero dei capelli sul capo. In pratica ci dice che nulla può succedere nel mondo senza che Dio lo sappia: né che un passero caschi volando, né che un nostro capello cada, senza che Lui lo sappia”. Ciò è per noi di grande consolazione: perché ci assicura che anche nelle “cadute” più insignificanti, anche in qualunque sofferenza della vita, Dio c’è, non ci lascia mai soli, non ci abbandona a noi stessi; la sua presenza pertanto è sempre una “presenza di salvezza”, anche se noi non la percepiamo immediatamente, anche se, a livello psicologico, non le diamo la dovuta importanza.
È quindi molto rassicurante sapere che tutto quanto ci riguarda è costantemente presente al cuore di Dio: come possiamo pensare infatti che Colui che ci ha voluti, che ci ha creati, che ci ha redenti con la sua vita, possa poi abbandonarci al peggio? Che Colui che ci ha donato la vita, possa poi togliercela? Tranquilli, non è possibile: ce lo dice chiaramente, per esempio, la Liturgia nel testo del Prefazio per i defunti: “vita mutatur non tollitur”, la vita non è tolta, ma trasformata, e mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno, viene preparata un’abitazione eterna nel cielo. Quindi perché paure, preoccupazioni, ansie? Viviamo serenamente la vita che Dio ci ha donato, viviamola nel rispetto dei suoi valori evangelici, nella certezza che Egli, anche se non lo capiamo, nell’attesa dell’abbraccio finale, continua a lavorare per noi, ci assiste, ci segue passo dopo passo, perché l’unica cosa che Egli vuole veramente è il nostro bene!
A conclusione del vangelo, troviamo però un avvertimento molto importante a questo proposito: “Chi mi rinnegherà... anch’io lo rinnegherò!”. Parole severe che sembrano contenere addirittura una minaccia, una promessa di vendetta, un ritorno all’antica legge del taglione: “Tu mi tratti così? Ti comporti come se io non esistessi? Mi rinneghi con la tua vita? Bene: anch’io ti rinnego!”.
Un’espressione di Gesù, che non va comunque interpretata come una “sentenza punitiva”: si tratta più semplicemente di una constatazione: evidenzia cioè una possibile conseguenza che non dipende dalla volontà di Dio, ma esclusivamente dalle nostre libere scelte; è insomma un risultato che rispetta autonomamente e rigorosamente il principio di “causa-effetto”: nel senso che noi sappiamo già in precedenza le due possibilità che ci aspettano: se l’essere accolti come “benedetti”, oppure rinnegati come “maledetti”; solo noi, pertanto, grazie alle nostre attuali scelte di vita, possiamo determinare il nostro futuro, nessun altro: per cui, detto in breve, chi ama sarà amato, chi disprezza sarà disprezzato.
Oggigiorno però, nel nostro cristianesimo annacquato, abbiamo completamente rimosso dalle nostre preoccupazioni, quell’incontro finale con Dio che si chiama “giudizio”, in base al quale conosceremo la nostra destinazione eterna: nell’euforia, nella gioia di saperci sicuramente assolti e perdonati dalla “Divina Misericordia”, abbiamo completamente dimenticato i nostri doveri di cristiani, di essere cioè discepoli “chiamati” a testimoniare il Vangelo di Cristo, con le opere e il buon esempio: ci siamo cioè progressivamente adattati al principio del “fai come ti pare, tanto Dio è buono e ti perdona!”, con cui puntualmente “addomestichiamo” qualunque nostro dovere; del resto, perché preoccuparcene, se poi alla fine Dio, che è “misericordia assoluta”, in ogni caso ci premierà salvandoci? Opinione oggi molto diffusa anche nella Chiesa, grazie ad una lettura del Vangelo partigiana, distorta, incompleta, e da una catechesi che dovrebbe invece esprimersi in maniera più completa, più fedele, più veritiera. Infatti, che Dio sia “Misericordia infinita”, è vero, è innegabile: ma è altrettanto vero e innegabile, e non va dimenticato, che Dio è anche “Giustizia e rettitudine infinita”: se non fosse così, se non agisse con equità, se cioè stabilisse il medesimo trattamento sia per chi ama il prossimo e opera la carità, che per quanti invece vivono oltraggiando, umiliando, odiando e uccidendo i fratelli, Dio si rivelerebbe “ingiusto”, farebbe un torto alle sue creature, e soprattutto a sé stesso, alla sua “essenza” divina: una prospettiva assolutamente improponibile, inaccettabile, inammissibile. 
In definitiva Gesù, con queste parole così chiare e perentorie, vuol dirci: “Fate attenzione: ricordatevi sempre che io vi ho scelto per essere miei testimoni, miei “discepoli”: la fedeltà, il rispetto, l’osservanza dei principi e dei valori che derivano da tale scelta, è l’unica vostra garanzia per poter godere della mia amicizia eterna”: un dato di fatto emblematico, chiaro, inequivocabile! Amen.

mercoledì 10 giugno 2026

14 Giugno 2026 – XI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Mt 9,36-10,8 

In quel tempo, Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe perché mandi operai nella sua messe!». Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità. I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello; Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo; Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, colui che poi lo tradì. Questi sono i Dodici che Gesù inviò, ordinando loro: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».

Il vangelo si apre con una constatazione: la poca gente che inizialmente seguiva Gesù per le strade della Palestina, è cresciuta a vista d’occhio, è diventata “le folle” che egli ora si trova davanti: tuttavia ciò non lo distoglie dal continuare ad interessarsi, a “vedere”, le singole persone, dal leggere chiaramente in ciascuna di esse le loro sensazioni, la loro stanchezza, il malessere, le delusioni, la sfiducia. È gente che per qualche ragione si sente tradita, per la quale la vita non ha più un significato; gente che si sente ignorata, inutile, abbandonata. Gesù percepisce tutte queste loro sofferenze, comprende le loro necessità e, girandosi pensieroso verso il gruppo sparuto dei suoi discepoli, preoccupato, si rende conto che “La messe è molta, ma gli operai sono pochi!”. Di fronte a quella moltitudine incalcolabile di povera gente, capisce che in futuro, per arrivare alle necessità di tutti, servono collaboratori in quantità, serve un numero altrettanto incalcolabile di persone che continuino con passione ciò che lui ha iniziato, che sostengano, cioè, il suo grande progetto di “chiesa” universale. 
Ma a questo punto che fa? Non lancia appelli, non recluta chiunque, uomini o donne che siano, ma chiama a sé il gruppetto dei “suoi dodici”, e li promuove “apostoli”, cioè “messaggeri”, con il mandato di andare per il mondo a scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattie e d'infermità, a realizzare quella sua “missione Chiesa”, che tanto gli sta a cuore.
Nessuno di quei dodici era “perfetto”. Erano purtroppo “uomini” come tutti gli altri. Ma Gesù aveva visto in ognuno di essi, oltre le inevitabili deficienze, la determinazione, la voglia, il desiderio ardente di trasformarsi in combattenti, in autentici eroi, per Lui e per la sua causa. Nessuno mai si sarebbe sognato di mettere insieme dodici persone tanto problematiche e diverse tra loro, per realizzare un progetto divino così impegnativo, come quello di riportare al Padre l’umanità peccatrice; di affidare loro, proprio per questo, lo sviluppo di quella realtà nascente che è la Chiesa, sua unica creatura e “sposa”. Ma Gesù l’ha fatto!
Può sembrare un paradosso, ma essa, grazie proprio a quei dodici, è cresciuta, si è propagata, si è affermata nel mondo, rappresentando fin da subito il punto di riferimento soprannaturale per milioni di cristiani.
È vero, lungo i secoli, gli uomini hanno cercato anche di combatterla, di ostacolarla. Oggi in particolare, non possiamo ignorare una triste realtà: il tentativo dei suoi pastori di rinfrescarle il volto, di farle risplendere l’antica veste nuziale, ha prodotto anche degli strappi sostanziali non solo al suo incedere, ma anche alla sua stabilità: ha perduto cioè la sua brillantezza, la sua autorità, la sua intoccabilità magisteriale; oggi purtroppo si presenta disunita, superficiale, incoerente: troppe le fragilità, troppe le libertà, le contraddizioni, troppe le omissioni, troppe le svalutazioni dottrinali. In essa folle intere di cristiani vivono ignorando il richiamo della fede, non sanno più cosa significhi “credere”, cosa la dottrina comporti realmente per la loro vita. Sono troppi quelli che non condividono le sue attuali iniziative, apertamente disallineate dall’originale percorso indicato da Cristo, che è quello di insegnare, promuovere, difendere con carità, ma con fermezza, tutti i valori fondanti del suo Vangelo.
Ebbene: è in questo particolare periodo di smarrimento, di opacità, di sofferenza, che la Chiesa ha quindi bisogno più che mai di nuovi operai, di nuovi “apostoli”, di nuove guide: ha urgente necessità di testimoni “credibili”, di pastori motivati, in grado di poter radunare, come i primi “dodici”, tutti i greggi dispersi nel mondo e ricondurli compatti all'ovile del Padre. È un dato incontrovertibile. Ma di fronte al farneticante vaniloquio dei moderni sapienti del mondo, noi cristiani della domenica siamo frastornati: cosa possiamo o dobbiamo fare? Una cosa di sicuro: dobbiamo ascoltare e seguire soltanto la Sua di voce, quella di Cristo, il nostro buon Maestro, e quella dei tanti suoi validi e convinti collaboratori: Egli solo riesce a vedere nei suoi “inviati” quelle potenzialità operative che nessuno può vedere e neppure immaginare: attività, peraltro, che Lui si aspetta che, in qualche modo, anche noi le mettiamo a frutto con determinazione: “Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date!”.
È evidente che tali “operazioni”, con i nostri limiti e la nostra inefficienza, non solo risultano impossibili, ma addirittura impensabili. Ci consola però la certezza che poi, nella realtà, è sempre e solo Lui che opera, servendosi dei suoi collaboratori, e anche di noi, per quel poco che riusciamo a concludere; è sempre Gesù, l’unico e vero Pastore, l’unico Guaritore, che sul nascere di ogni nuovo giorno, continuerà a guidare le sue pecore ai pascoli erbosi della salvezza: insomma, sarà sempre Lui, lo sposo, che condurrà la Chiesa, sua sposa, alla vittoria finale sul male: quella stessa Chiesa che noi a gran voce dobbiamo continuare a proclamare nel mondo, con fede, con orgoglio e senza timore, Una, Santa, Cattolica e Apostolica!
Dio non ha mai “obbligato” nessuno a coprire il ruolo di “pastore” nella sua Chiesa, neppure per i compiti più umili: Egli chiede, chiama, invita, e attende. Siamo noi che dobbiamo accettare la sua chiamata, e a diventare docili “strumenti” nelle Sue mani. Stare al suo servizio è un dono, un dono elettivo, non una nostra conquista! Non cerchiamo, allora, riconoscimenti, pubblicità, onori; non chiediamo contropartite! In particolare, se nella piccola comunità in cui viviamo, già prestiamo una nostra modesta collaborazione, evitiamo di trasformarci in moderatori di “gruppetti scelti”, in animatori di percorsi “esclusivi” di alta spiritualità: perché tali realtà, qualunque sia il loro settore di azione, grazie alla connaturale umana ricerca di autostima, finiscono puntualmente col diventare invalidanti per qualunque normale, umile e proficua attività in ambito ecclesiale.
Ascoltiamo in proposito, e soprattutto mettiamole in pratica, le sagge parole che Pietro, il primo Papa, rivolgeva ai suoi collaboratori nella giovane Chiesa nascente: “Chi parla, lo faccia con parole di Dio; chi esercita un ufficio, lo compia con l’energia ricevuta da Dio, perché in tutto sia glorificato Dio per mezzo di Gesù Cristo” (1Pt 4,11). Continuiamo allora il nostro cammino spirituale, sempre e in ogni caso, con grande responsabilità, perché il “servizio” a cui siamo stati chiamati mediante il battesimo, e per il quale ci siamo obbligati con Cristo e la Chiesa, costituisce già da solo un grande impegno nella nostra missione di cristiani; Dio non ci chiede nient’altro: viviamola con umile disponibilità, facendo il bene, con semplicità e fedeltà, come Lui ci ha insegnato; e continuiamo a pregarlo insistentemente, perché mandi nella sua Chiesa dei “veri” operai, gente innamorata di Lui, gente valida, esperta, e soprattutto gente santa. Amen

 

martedì 2 giugno 2026

07 Giugno 2026 – CORPO E SANGUE DI CRISTO


Gv 6,51-58 

In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».
 

La festa liturgica del Corpus Domini risale al 1264 quando il Papa Urbano IV la istituì in ricordo del miracolo successo al sacerdote boemo Pietro di Praga, che dubitava della presenza reale del Corpo e Sangue di Cristo sotto le sembianze del pane e del vino consacrati: per vincere questi suoi dubbi, si recò a Roma per pregare sulla tomba dell’apostolo Pietro e durante il viaggio di ritorno in patria, fece sosta a Bolsena per la celebrazione eucaristica: qui, alla frazione del pane, l’ostia si trasformò miracolosamente in carne, da cui fuoriuscì una grande quantità di sangue, macchiando vistosamente il corporale steso sull’altare. Una preziosa reliquia che possiamo ancora oggi ammirare e venerare nel famoso duomo di Orvieto.
Oggi, dunque, la Liturgia ci ricorda che quando nella celebrazione Eucaristica “assumiamo” l’ostia consacrata, in realtà noi “mangiamo” il Corpo e il Sangue di Cristo. Ci immedesimiamo in Lui. È la nostra festa, di tutti noi discepoli, la festa della condivisione, la festa che ci ricorda l’importanza e i doveri dell’essere Chiesa.
Quando andiamo a fare la Comunione, il ministro ci porge la particola e dice: “Il Corpo di Cristo”; e noi rispondiamo “Amen!”, cioè “è vero, è così, sto per mangiare veramente il Corpo di Gesù”.
È l’istante del nostro incontro materiale con Dio. Il Divino si riumanizza in noi, e dovremmo allora sentire il nostro cuore esplodere in umile preghiera: “Ecco, Signore: questo è il mio di corpo, te l’offro come tua abitazione: entra tranquillo, farò di tutto per rendere confortevole la tua presenza!”; e Gesù di rimando: “Amen; lo so, va bene, tranquillo, mi piaci così come sei: insieme faremo grandi cose!”.
Se sapessimo ascoltare il divino, sentiremmo sicuramente queste o simili espressioni: perché incontrarsi nell’Eucaristia è senz’altro motivo di conforto, una gioia reciproca, quella di Dio e quella nostra!
Lui, il Dio onnipotente, non si vergogna di venire dentro il nostro corpo: entra nella nostra umanità per amarla, valorizzarla, ristrutturarla, difenderla; viene perché è felice di stare a tu per tu con noi; viene per identificarsi con noi, Corpo nel corpo. E lo fa anche per necessità, perché anche Lui ha bisogno di noi, ha bisogno del nostro corpo; dopo la sua ascesa in cielo, infatti, il nostro corpo gli è indispensabile per continuare a muoversi, per operare, per parlare, per catechizzare questo mondo ostile; durante questa nostra vita siamo noi il suo “alter ego”: siamo noi la sua voce, il suo viso, le sue braccia, le sue gambe, il suo cuore. Un compito decisamente impegnativo, di grande responsabilità, per il quale dobbiamo renderci degni, dobbiamo cioè “santificare” questo nostro corpo, averne cura, non esporlo mai al pericolo del male, non svenderlo al mondo, non asservirlo irresponsabilmente al peccato.
Il vangelo parla più volte di “mangiare la carne” e “bere il sangue”. Ovviamente, quando la gente sentiva queste parole, inorridiva. E possiamo ben comprenderne i motivi: non a caso i primi cristiani, fra le varie accuse, furono tacciati anche di cannibalismo, di antropofagia, di infanticidio. Del resto, il verbo “trògo”, mangiare, usato da Gesù, non lascia dubbi: vuol dire proprio “masticare”.
Ricordo in proposito che una vecchia suora ripeteva severamente a noi ragazzini, durante la preparazione alla Prima Comunione: “Non masticate la particola, perché fate male a Gesù!”. Parole che mi hanno colpito così profondamente, che ancora oggi talvolta mi condizionano.
Ma all’epoca vigeva ancora la mentalità che discriminava rigorosamente la “materia” rispetto allo “spirito”. Si diceva: “Tutto ciò che è materia, che è corpo, che è umano, che muore, è negativo, indegno, spregevole, è peccato. Soltanto ciò che è spirito è elevato, sublime. Per far emergere lo spirito dobbiamo mortificare il più possibile la materia”. La “materia”, il corpo, era considerato solo un vile rivestimento, un contenitore, la prigione dello “spirito”: chi desiderava rispondere ad una vocazione religiosa, chi ambiva seguire Cristo, doveva reprimere il suo lato materiale, fustigare il proprio corpo, doveva purificarlo, in nome di Dio, da ogni godimento mondano. La via della santità passava attraverso la totale privazione di ogni piacere naturale: per il cibo e le bevande, per le gioie sessuali e l'affetto, per il divertimento e le sane risate. Qualunque debolezza in questo senso, era “peccato”, tutto era opera del demonio. Lo slogan era: “Il corpo è di Satana: bisogna combatterlo”.
Poi finalmente si è capito che oltre allo spirito, abbiamo avuto in dono da Dio anche un corpo; inscindibili l’uno dall’altro: non esiste nessun corpo umano senza spirito, come nessun spirito, nessun’anima, senza il proprio corpo; ogni uomo è costituito da questi due elementi inseparabili: quando stiamo male nel corpo, infatti, anche lo spirito soffre, sta male; al contrario quando lo spirito sta bene anche il nostro corpo sta bene. Noi non ce ne rendiamo conto ma molte delle nostre malattie corporali dipendono da malattie dell'anima: in tal caso possiamo prendere tutti i farmaci che vogliamo, tutti gli antidepressivi in circolazione, ma non ne usciremo mai, perché non è il corpo che è ammalato, ma il nostro spirito: il corpo funge semplicemente da termometro, è il display, la “radiografia” del nostro spirito.
Chi non ama il proprio corpo non ama neppure Dio perché il corpo è l’abitazione dello Spirito di Dio. Il corpo è di Dio. S. Paolo lo definisce “tempio dello Spirito Santo”. Ecco perché dobbiamo riconciliarci con il nostro corpo, dobbiamo conoscere e rispettare i suoi ritmi, i suoi limiti, le sue possibilità; dobbiamo amarlo, dobbiamo volergli bene.
Senza ovviamente oltrepassare i limiti del buon senso e della morale naturale: perché oggi, dal disprezzo pressoché totale di una volta, siamo passati alla più sfrenata esaltazione del corpo umano; la società del consumismo è arrivata ad idolatrare il corpo, e non solo quello femminile. Oggi il corpo viene ostentato, viene pubblicizzato in tutta la sua felina armoniosità; è diventato merce di scambio, oggetto di latria, di culto. Qualunque sua imperfezione determina la discriminazione della persona; l’amore che gli viene tributato è per questo ben lontano dal rispetto che ci ha insegnato Gesù, dall’amore con cui Lui ama il nostro corpo.
Ci siamo mai chiesto perché Gesù, invece del suo "corpo", non ci invita a mangiare e a nutrirci della sua santità, della sua giustizia? Perché, invece del suo sangue, non ci dice di bere la sua innocenza, la sua mitezza? perché non ci dice di prendere dalla potenza divina tutto il suo vigore? Invece si limita a dire: “Prendete e mangiate la mia carne!”. Non vi sembra incredibile? Gesù, il Dio onnipotente, ci lascia in eredità la debolezza, la fragilità del suo corpo umano!
Avrebbe potuto scegliere mille altri modi per rimanere con noi: avrebbe potuto lasciarci un segno straordinario della sua potenza, della sua gloria, un segno evidente e definitivo per rassicurare la nostra fede sempre traballante. Avrebbe potuto... E invece no! Gesù ha scelto di rimanere in mezzo a noi con il suo corpo, la sua storia, la sua vita appassionata d'amore, il suo Volto, sublime trasparenza di quello del Padre.
Mangiare la carne e bere il sangue del Signore significa pertanto nutrirsi del cuore incandescente dell'Amore, significa assimilare la linfa di quella Vita più forte della morte, significa scoprire che Dio è più intimo con noi, di quanto lo siamo noi stessi. 
Ciascuno di noi è chiamato quindi ad abbandonare il suo agire da “uomo vecchio” per diventare altri “Cristo”. Dobbiamo abbandonare l’io, per diventare Lui. Dobbiamo abbandonare la nostra identità per diventare Corpo di Cristo, per assumere la sua identità, l’identità del “Dio in noi”.
Non si tratta ovviamente di un processo facile, come può essere il “mangiare”, il prendere un cibo qualunque: non per nulla Giovanni qui introduce la necessità di masticare: non una semplice “ingestione”, ma una "ruminatio", un’assimilazione lenta, studiata, progressiva.
In altre parole si tratta di una profonda “conversione”, un diventare “l’Altro”.
Nei vangeli, tutti quelli che hanno “incontrato” Cristo, non sono più stati gli stessi di prima.
La loro è stata un’esperienza radicale, sconvolgente, risolutiva. E la nostra “esperienza”? Che cambiamento è avvenuto in noi? Dove, come, quanto, Dio ci ha “sconvolto” la vita? Che fuoco ha acceso dentro di noi?”.
Se non si è verificata in noi alcuna “conversione”, vuol dire che la nostra fede non è ancora vera, autentica. Se continuiamo ad essere “noi stessi”, se continuiamo a rimanere ancorati alle nostre idee, ai nostri atteggiamenti, vuol dire che ancora non siamo riusciti ad immedesimarci con “Lui”. Allora il nostro “incontro” con Gesù Eucaristia, dovrà purificarsi, dovrà essere un incontro di vera “comunione”: in questo modo Egli, offrendosi a noi, compenserà il nostro nulla, trasformandoci da “esseri carnali”, in “esseri spirituali”: con la sua azione di grazia, cioè, noi arriveremo gradualmente a vivere della sua stessa Vita.
Preghiamo allora, oggi in particolare, Gesù Eucaristia, perché si attui questa nostra conversione, perché ogni discepolo su questa terra si apra allo stupore e all’amore di Dio, perché ogni prete, ogni cristiano, che agisce nel Suo nome, cresca in santità, e diventi vera trasparenza dell’amore di Dio. Preghiamo perché nessuno svilisca, “cosifichi”, invalidi l'Eucarestia domenicale: ma al contrario essa si trasformi, all'interno della nostra settimana, in una forza dirompente, divinizzante, un salutare pungolo alla nostra mediocrità, e diventare discepoli sempre più convinti e consapevoli dell'immensità di Dio. Non spegniamo mai lo Spirito Divino che è in noi: lasciamo invece che la Sua grazia ci raggiunga e ci trasformi radicalmente. Amen!

 

mercoledì 27 maggio 2026

31 Maggio 2026 – SS. TRINITÀ


Gv 3,16-18 

«Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio».

Oggi la chiesa celebra la festa della Trinità: un Dio che è Padre, Figlio e Spirito. Un mistero, quello trinitario, che è costantemente al centro della vita cristiana; noi lo ricordiamo infatti ogni volta che facciamo il segno della croce: «Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo». Un gesto purtroppo che ormai ripetiamo meccanicamente, senza pensare a quello che facciamo o diciamo, soprattutto a come lo facciamo. Dobbiamo infatti riconoscere che la questione della profonda identità di Dio uno e trino, pur essendo un dogma fondamentale della nostra fede, oggi non interessa più nessuno; anzi, voler spiegare la divinità di un Figlio uguale al Padre, pur nella diversità della sua azione storico salvifica, e a disquisire sulla realtà personale dello Spirito Santo, viene considerato un inutile esercizio teologico, lontano dai problemi esistenziali ben più importanti e urgenti: che Dio sia uno o trino, infatti, è l’ultima preoccupazione di una società laica come la nostra, in cui l’idea di Dio (uno o trino che sia) viene sempre più estromessa dalla vita personale e reale degli stessi cristiani.
La festa di oggi ci pone pertanto davanti ad un problema: perché il Dio della teologia, dell’intuizione speculativa, non corrisponde più con il Dio della nostra vita pratica? Problemi di comprensione? Di impenetrabilità dei concetti? Eppure la Trinità divina ─ almeno a livello di “intuizione” ─ non ha bisogno di uno “sforzo speculativo”, di equilibrismi intellettuali, per essere afferrata dalla nostra mente: è un concetto abbastanza comprensibile, semplice; è in pratica fare esperienza di Dio, quella stessa esperienza vissuta e capita direttamente dai primi discepoli, che non erano certo degli intellettuali: Gesù, loro amico, loro compagno e loro maestro, affermava di essere figlio di Dio: e nella realtà si comportava esattamente così, da figlio di Dio. In quell'uomo c'era veramente Dio! E in quell'uomo, essi sperimentarono un infinito mondo d'amore, di comunione, una vita così grande e intensa, un qualcosa di così profondo e intimo da risultare incommensurabile: e collegarono questa loro esperienza all’immagine che meglio poteva esprimerla, l’idea di famiglia, composta da un padre-madre, da un figlio e dal loro amore reciproco, lo Spirito; in altre parole un Dio “trino”, un “unico” che si esplica in tre funzioni: un Dio che sta “sopra” di noi, che è il nostro creatore, la nostra origine, che noi chiamiamo “Padre”; un Dio uomo come noi, che chiamiamo Figlio, che si fa compagno del nostro cammino, che con la sua morte e risurrezione ci ha riscattati; e c'è infine un Dio che abita “dentro” di noi come creatività, forza, passione, energia, che è “entusiasmo” (dal greco “enthousiasmós” che deriva da “én-theos” = “il dio dentro”): il Dio, in una parola, che ci ha fatto “chiesa”, e che si chiama Spirito Santo.
Tutto il creato risente di questa impronta trinitaria. In particolare la famiglia umana, prima cellula sociale, è eminentemente trinitaria: l’uomo e la donna pur essendo nella loro identità due persone distinte, si fondono in unità (Padre-madre) nel loro relazionarsi mediante l’amore reciproco (Spirito), generando un’altra persona (Figlio), un figlio identico in tutto a loro, ma ben distinto da loro.
La reale funzionalità di questo “amore” come terzo elemento connaturale, uguale e distinto, appare evidente. Come pure evidente è la percezione del nostro ruolo “trinitario”: quando eravamo bambini infatti abbiamo sperimentato un “unum” indissolubile: eravamo un tutt’uno con nostra madre, eravamo completamente fusi con lei fin dal grembo della vita; ci sembrava che fuori di noi due non ci fosse nulla, ci sembrava di essere il tutto. Poi col tempo ci siamo accorti che non c'eravamo solo noi, ma che c'erano anche tante altre persone; ci siamo accorti che tutti eravamo diversi gli uni dagli altri; eravamo unici, ma eravamo anche in tanti, e abbiamo scoperto che qualcosa ci univa: un qualcosa ci legava, un qualcosa che si intesseva con le nostre vite: un qualcosa che, maturando, abbiamo riconosciuto come sentimento, amicizia, rispetto, amore. Venire al mondo, nascere, è la cosa più bella, è il senso della vita, ma è anche la cosa che ci fa paura perché in quello stesso momento diventiamo “altri”: ognuno, da solo che era, dovrà confrontarsi con gli altri, dovrà cioè “altrificarsi”.
Così per molte persone sentirsi “altre”, sentirsi diverse (di-versus vuol dire che ognuno ha il suo verso, il suo carattere, la sua strada, la sua corsia, la sua “chiamata”) diventa un problema, perché le obbliga ad esporsi, a mettersi in gioco, quando invece preferirebbero rimanere nell’anonimato, nel “così fan tutti”, immergersi nel conformismo, nell'indifferenza, nelle mode.
Di contro, vi sono persone che vivono la loro “alterità” come un continuo confronto, una competizione: dove “competere” significa voler puntualizzare a tutti i costi la nostra diversità, voler stabilire la nostra superiorità, dimostrare che non temiamo confronti. Vuol dire affrontarsi e farsi guerra; sentire l'altro come un nemico, un pericolo.
Il mondo familiare, il mondo del lavoro e a volte anche le nostre comunità cristiane, sono piene di persone che di nascosto, subdolamente, si combattono tra loro. Sentono l'altro come un nemico e tentano di zittirlo, di eliminarlo, di ucciderlo, non fisicamente, ma con le parole, con le insinuazioni, con i giudizi taglienti. Giudicare, in greco “krino”, vuol dire letteralmente “dividere”, “separare”; chi giudica con acrimonia, non ama e non si ama; non accetta gli altri perché in realtà non accetta neppure sé stesso. Sminuisce gli altri per farsi più grande; e quindi sparla, trancia giudizi velenosi, crea maldicenza intorno a sé. Chi emette giudizi a vanvera è un illuso, un mitomane, perché pensa di essere solo lui perfetto, inattaccabile, superiore a tutti.
Certo, c’è ancora molta strada da fare, nei rapporti interpersonali, per vivere l'esperienza trinitaria, in cui io sono io e tu sei tu, ma l’amore ci unisce entrambi.
Se sviluppiamo e viviamo la nostra “alterità” in funzione dell’amore, saremo sicuramente felici, ci sentiremo realizzati, saremo soddisfatti, di noi stessi per come siamo, e degli altri per come sono. Allora gli altri possono scegliere anche soluzioni diverse dalle nostre, senza che per questo proviamo invidia o rancore per le loro scelte; noi proseguiremo per la nostra strada e saremo felici: gli altri andranno per la loro di strada, e noi saremo felici per loro, perché capiamo che quella è la strada giusta per loro. Le cose a questo mondo si possono fare in tante maniere: solo che noi molto spesso definiamo “sbagliato” ciò che è soltanto differente: ci sono tanti modi di pregare, tanti modi di vivere la famiglia, tanti modi di pensare; ci sono innumerevoli possibilità, che riflettono tutte insieme l'immensa grandezza di Dio, la sua varietà di progetti, la sua creatività, la sua generosità. Pretendere che tutti agiscano allo stesso modo, standardizzare qualunque iniziativa, significa essere malati di autovalutazione, non amare le iniziative e la libera espressione degli altri: amiamo cioè l’altro, solo perché rappresenta specularmente la nostra stessa immagine: attraverso lui, ammiriamo e amiamo in ogni caso noi stessi.
Il nostro relazionarci con l’altro in questo modo è però falsato sul nascere, perché non c'è crescita, non c'è novità, non c’è vita, non c’è amore: non ci sarebbe soprattutto il libero intervento creativo di Dio che ci ha voluti diversi, creature uniche, inconfondibili.
L'amore vero, autentico, l’amore creativo, l’amore offerta, l’amore oblazione, si realizza infatti unicamente attraverso l'unione di due creature “distinte”, diverse. “Ti amo perché tu sei tu, non sei me. Amo te perché sei altro da me”. È questa l'unione vera; è questo l'amore vero; è questo il legame che deve unirci; è questo lo Spirito che incontriamo al di là di ciò che facciamo o di ciò che pensiamo; insomma è questa la vera unione spirituale, l'incontro in profondità delle anime. Amare non consiste nel pensare le stesse cose, nell’avere le stesse idee, nel compiere le stesse azioni, nel sognare gli stessi ideali. Amare è incontrarsi nello Spirito, nel profondo dell'anima, e costruire, nella reciproca “alterità”, l’identità di una unione che si ispira a Dio, rendendolo concretamente visibile. Perché Dio è amore, e la Trinità è l’essenza concreta di questo amore.
Inondati dal dono dello Spirito della recente Pentecoste, lasciamoci allora convertire al Dio Trinità che celebriamo oggi, a quel Dio che Gesù ci ha rivelato, che è amore, festa, incontro, relazione, amicizia, comunione, famiglia.
Non dimentichiamo mai che questo Dio ci ha creati “a sua immagine e somiglianza”: ha impresso cioè dentro di noi un DNA trinitario, grazie al quale siamo stati pensati fin dall’inizio per vivere anche noi una vita d'amore, di comunione, di fraternità, di condivisione. Festeggiare la Trinità significa allora riscoprire questo nostro DNA; significa verificare se lo viviamo fedelmente nelle nostre scelte familiari, professionali, vocazionali, in tutte quelle nostre priorità su cui stiamo costruendo la nostra vita, la nostra umanità. Amen.