giovedì 28 gennaio 2021

31 Gennaio 2021 – IV Domenica del Tempo Ordinario

 

“In quel tempo, Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, [a Cafarnao,] insegnava. Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi» (Mc 1,21-28).

 È sabato, giorno sacro per gli Ebrei. Gesù, seguito dai quattro discepoli appena scelti, entra nella sinagoga di Cafarnao e si mette senza tanti preamboli ad insegnare ai presenti.

Per inciso: sappiamo dai vangeli che Gesù non è mai entrato nelle sinagoghe per partecipare a cerimonie, o per pregare: qui lo fa, ma come sottolinea Marco, direttamente per insegnare!

Un comportamento il suo, con cui forse voleva farci capire che certe preghiere, certe sfarzose liturgie, certe catechesi roboanti, oggi come allora, non sono per niente gradite a Dio.

Il che, tradotto in chiaro, ci porta a pensare: se le nostre preghiere, le celebrazioni, le liturgie delle nostre chiese non sono compiute esclusivamente a lode di Dio, se non si trasformano in vita cristiana vissuta, in amore, passione, coraggio, fiducia, in apertura e solidarietà verso i fratelli, rimangono tutte soltanto delle “sacre” rappresentazioni, spesso neppure belle ed edificanti, che lasciano Dio completamente indifferente; se le nostre liturgie si limitano ad un insieme di movimenti sciatti, disordinati, meccanici, consunti dall’uso, se la nostra partecipazione è soltanto sterile ripetizione di formule ormai inaridite dalla ripetitività, prive di convinzione, di presenzialità, di consapevolezza, di spiritualità, ebbene: sono celebrazioni che non servono assolutamente a nulla, che non riusciranno mai a creare quella particolare atmosfera soprannaturale attraverso cui poter incontrare, ringraziare, lodare, il Dio della Vita.

Ecco perché le liturgie devono emozionare, devono appassionare il nostro cuore, devono potenziare la nostra fede, tutte le nostre risorse; devono soprattutto soddisfare la nostra anima creando quell’incontro specialissimo con l'Infinito, con il Dio Amore, che ha scelto di “rimanere” con noi, in noi.

Gesù dunque entra nella sinagoga, legge e spiega: predica e la gente si “stupisce”; rimane sorpresa, ammirata, (in greco “exeplessonto”, “sbalordivano, rimanevano sconvolti”), da ciò che dice, da come parla, perché lo fa con “autorità”, con credibilità, convinzione e fascino: la sua esposizione è decisamente superiore a quella degli scribi; tutti i presenti si rendono conto che, a differenza loro, le sue parole provengono direttamente da Dio, le sentono scendere in profondità nei loro cuori, cariche di umanità, di vita, di liberazione.

“Non come gli scribi”: un giudizio forte, pungente, quasi impietoso, questo di Marco, ma assolutamente veritiero, concreto, reale: con Gesù non c’è “scriba” che possa competere!

Un parere conciso, di quattro parole, che ci invita a riflettere: noi, che ci riteniamo cristiani osservanti, noi che partecipiamo assiduamente alle liturgie della Chiesa, noi che pensiamo di conoscere bene la sua Parola, noi che talvolta siamo chiamati anche a proclamarla nell’Eucaristia domenicale, ebbene proprio noi dobbiamo stare molto attenti a non trasformarci in altrettanti “scribi”; dobbiamo cioè svolgere sempre i nostri piccoli “ruoli” con grande umiltà, consapevoli dei nostri limiti, per evitare che un minuscolo servizio a Dio, diventi occasione di vani personalismi, di puerili protagonismi.

“Vigilate”, ci suggerisce tra le righe il vangelo: perché lo “spirito impuro” dell’orgoglio, può introdursi con grande facilità nell’animo di tutti.

Ma chi erano esattamente questi “scribi”? Inizialmente erano i materiali “trascrittori” dei testi sacri (in greco “grammateus” = scrivano, amanuense), che gradualmente si sono imposti nella comunità con una autorità così esclusiva, da ritenersi superiori allo stesso sommo sacerdote, superiori persino alla stessa Torah, della quale si dichiaravano infallibili interpreti, gli unici autorizzati a commentarla in pubblico nelle sinagoghe: quando parlavano era come se parlasse Dio stesso in persona. Solo che i loro interventi, i loro insegnamenti, erano diventati stucchevoli, monotoni, sempre uguali: praticamente consistevano in aride sintesi di regole minuziose, di leggi, di vincoli cavillosi, il cui unico scopo era di lanciare accuse, critiche e rimproveri contro la condotta dei presenti per le loro inosservanze.

Il risultato? Una tortura, poiché tutti, chi più chi meno, si sentivano colpevolizzati e mortificati: nessuno infatti avrebbe potuto ritenersi del tutto innocente di fronte ai 613 precetti della legge mosaica, particolarmente rigida e intransigente.

Poi nella sinagoga arriva Gesù: con le sue parole, con la sua legge dell’amore, egli fa esplodere nell’animo dei presenti un turbinio di sentimenti completamente nuovi, rivoluzionari, che in un attimo stravolgono il clima rigido e terrificante che condizionava il loro rapporto con Dio.

In sostanza Gesù dice: “Dio vi ama tutti, proprio tutti, come figli suoi, di un amore senza limiti; è questa la “buona notizia” (eu-anghelion = il vangelo) che io vi sto annunciando. Non importa se pregate come previsto o no, se siete in regola con le purificazioni o no, se siete perfetti osservanti oppure no: Dio vi ama comunque, al di là di queste cose. Egli ama ciascuno di voi in maniera esclusiva, a prescindere da come siete, da come vi chiamate, da come vi presentate”.

Parole autorevoli, convincenti, completamente nuove e diverse da quelle degli scribi: parole che offrono nuove prospettive di salvezza; parole che infondono vigore nei cuori dei presenti, poiché hanno finalmente compreso il valore rivoluzionario, innovativo e risanante, di termini sconosciuti come “liberi, riscattati, apprezzati, amati da Dio”. E lo dimostrano apertamente, esternando a gran voce la loro profonda soddisfazione.

Nella sinagoga, tra i tanti, c’è anche un uomo “dallo spirito impuro”, che improvvisamente si mette a urlare; il suo spirito (ruah) non è quello di Dio, ma appartiene al male, è “impuro”, è contrario a Dio; egli inveisce con rabbia, con odio, contro la persona di Gesù, che ha appena parlato di salvezza, di amore: “Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci?”.

Anche qui il testo sollecita alcune riflessioni: prima di tutto, perché questo tizio parla al plurale? Che ruolo pensa di interpretare attribuendosi l’autorità di parlare a nome degli altri? È chiaro che anche qui, come sempre, il maligno intende rappresentare tutti gli uomini, ed è a nome della collettività che egli si esprime usando il plurale. Ma perché tanta avversione nei confronti di Gesù e del suo messaggio? In fin dei conti il Maestro entra nella sinagoga e predica tranquillamente; solo che, fatto singolare, questa volta la gente capisce perfettamente quello che l’oratore espone, lo apprezza e si immedesima immediatamente nella bontà delle sue parole: è questo il motivo cruciale dell’avversione di satana.

In pratica, con la sua stravolgente novità dell’amore profondo e gratuito di Dio per l’umanità intera, Gesù distrugge quella che è la teologia ufficiale, l'insegnamento tradizionale degli scribi. Da qui la furia dello “spirito immondo”, l’avversione rabbiosa contro Gesù, e contro Dio che Egli vuol far conoscere a tutti.

L’uomo che lui ora possiede, in fin dei conti, è un poveraccio, imbottito di credenze antiche, di superstizioni popolari, di leggi opprimenti: le autorità religiose gli hanno sempre insegnato che Dio è vendicativo, terribile, crudele, che può distruggere, in caso di peccato, intere città: e lui, soggiogato dalla tradizione ebraica, ne è fermamente convinto.

È l’emblema di chi non pensa: è un “pensato” da altri. Non vive: sono gli altri che vivono per lui. Solo che non può giustificarsi, lui come nessun altro, dicendo: “Io faccio solo quello che mi ordinano; obbedisco e mi basta!”. Noi tutti infatti abbiamo una testa: pensiamo, ragioniamo e qualunque cosa facciamo, siamo “noi” che la facciamo, siamo noi gli unici responsabili delle nostre azioni, è nostra unica responsabilità accettare o rifiutare la voce di Dio.

Nei vangeli Dio non chiede mai l'obbedienza. Possiamo leggerli e rileggerli, e non troveremo mai, neppure una sola volta, la richiesta di Gesù di “obbedire” (upakòuein) a Dio. Mai!

Due sole volte in Marco, e cinque in tutti gli altri vangeli, è presente la parola “obbedire, obbedienza” (Cfr. Mt 8,27; Mc 1,27; Mc 4,41; Lc 8,25; Gv 3,36): ma non è mai riferita all’uomo; quelle che obbediscono sono sempre le forze della natura o quelle del male, ostili a Dio: una di queste volte è infatti presente nel vangelo di oggi: “gli spiriti impuri obbediscono (upakùousin) a Gesù!”. Gesù dunque non ci chiede mai di obbedire a Dio: ci chiede piuttosto, ripetutamente e caldamente, di assomigliare, di imitare Lui e il Padre (Cfr. per esempio Lc 6,36-38; Gv 13,14; 15,10.12); una cosa che, riuscendo ad attuarla, ci spalancherebbe nuovi orizzonti.

“Che vuoi da noi Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci?”. Domande folli, irrazionali, da dissennati, di chi non vuole arrendersi all’evidenza: eppure quante volte assomigliamo anche noi all’indemoniato della sinagoga! È proprio così: ce ne stiamo nascosti, indifferenti, ma quando Gesù ci smaschera, quando ci mette di fronte alle nostre responsabilità, ai nostri sotterfugi, reagiamo anche noi urlando: Che vuoi tu da noi?”; ma Gesù, con uno sguardo, manda in frantumi la nostra arroganza, le nostre solide impalcature, i nostri progetti, i nostri alibi: come un uragano, spazza via ogni nostra illusione, e tutto ciò che noi credevamo vero, reale, remunerativo, si dimostra falso, inesistente, fallimentare!

“Taci! Esci da lui!” sono le parole risolutorie e salvifiche di Gesù: sono le Parole con cui Egli ci salva, ci libera dai nostri demoni; sono le uniche Parole che possono estirpare dal nostro cuore, dalla nostra mente, tutti quegli “spiriti immondi” che ci posseggono, e guarirci.

Guarire per mano di Gesù, venire risanati, perdonati sacramentalmente, è un evento di misericordia, di amore, straordinario, meraviglioso: ci fa sentire nuovamente liberi, leggeri, ci restituisce la nostra identità, la nostra dignità, la nostra serenità, la nostra vita.

Ma guarire a volte “fa anche male”, è addirittura “straziante”, doloroso; perché significa strappare violentemente dal nostro cuore lo spirito impuro; dobbiamo cioè distaccarci radicalmente da tutto ciò che credevamo certezza, libertà, fantasia creativa, vita (spirito) e che, al contrario, si è rivelato nient’altro che insicurezza, schiavitù, distruzione, morte (impuro).

È un’esperienza dura, un’esperienza dolorosa che richiede coraggio: perché significa aprire, spalancare, quelle porte sbarrate, che ci rifiutiamo sempre di aprire, sapendo che nascondono realtà che ci fanno vergognare, scelte spiritualmente velenose ed esecrabili.

Inutile tentare la fuga, inutile opporci a tale percorso purificatore: per risorgere a nuova vita, dobbiamo necessariamente scendere nel nostro intimo e con la fiamma del dolore, del rimorso, cauterizzare le ferite inferte dal maligno.

Percorrere la vita sulle orme di Cristo, non è un gioco; richiede tutto il nostro impegno: perché è molto meglio prevenire la cancrena, che dover poi ricorrere a dolorose amputazioni.

In questo non basta essere prudenti, aver timore, ma è necessario misurarci, combattere con coraggio, fronteggiare quel nemico, che è sempre pronto a colpire, a lacerare, a straziare la nostra anima. Non permettiamogli scioccamente di anestetizzarci: è il suo mestiere, e lo sa fare molto bene.

Pietro, nella sua prima lettera, è da questo che ci mette in guardia; scrive infatti: il nemico, “tamquam leo rugiens, circuit quaerens quem devoret”; come un leone ruggente va cercando qualcuno da divorare; “cui resistite fortes in fide”, resistetegli, saldi nella fede; infatti, prosegue Pietro, “dopo che avremo sofferto, Dio ci ristabilirà, ci confermerà, ci rafforzerà… (1Pt 5,8). 

Adottiamo questa raccomandazione come nostro programma di vita: perché, dopo la sofferenza, avremo da Dio, serenità, conforto, amore infinito. Amen.

 

 

giovedì 21 gennaio 2021

24 Gennaio 2021 – III Domenica del Tempo Ordinario

“Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini. E subito lasciarono le reti e lo seguirono” (Mc 1,14-20).

 Il vangelo di oggi torna ancora sul tema della “chiamata”, della vocazione.

Gesù passa e guarda: vede Simone e Andrea, due pescatori che stanno gettando le reti, e li invita a seguirlo per essere suoi discepoli.

Non sappiamo cosa Gesù abbia notato di tanto interessante in loro: due poveretti che stanno semplicemente facendo il loro lavoro: un lavoro umile e ordinario, che non ha assolutamente alcuna attinenza con la missione per cui vengono scelti.

Ma Gesù vede più lontano di noi; capisce al volo chi sono in realtà. Lo capisce dalle piccole cose, dai piccoli gesti. Egli li osserva infatti nella loro quotidianità, per come affrontano gli inevitabili imprevisti del momento, deducendo da ciò la loro grandezza. Perché non sono mai le cose che facciamo a renderci importanti, ma è la cura, l’amore che ci mettiamo nel farle.

Gesù non ha bisogno di chiedere ai due pescatori i loro “curricula” o gli “attestati di frequenza” a qualche “università” rabbinica del tempo. Nulla. A Gesù basta guardarli in faccia per decidere di chiamarli ad essere “pescatori di uomini”.

È una proposta sconvolgente, quella che prospetta loro; un radicale cambiamento della loro vita: nonostante ciò, essi accettano immediatamente, piantano tutto, e lo seguono.

Esteriormente, è vero, non è cambiato nulla: ma è il loro intimo, il loro animo, è la loro mentalità che è completamente cambiata, rivoluzionata.

Se prima la barca (il lavoro) e la casa (la famiglia) erano il loro “assoluto”, ora non più. Hanno capito che nella vita ci sono altri impegni, altri ideali, importanti e altrettanto fondamentali, che vanno affrontati con un entusiasmo diverso, con un “amore” diverso: un sentimento nuovo, travolgente, che vuole essere anteposto a tutto, che vuole guidare la loro vita, che vuole suggerire ogni loro pensiero.

E lo hanno capito guardando a loro volta Gesù: una persona che non è preoccupata per il lavoro, che non si affanna per impegni e scadenze, per cosa mangiare o per come vestirsi; una persona che è spinta da un’unica preoccupazione: di avvicinare continuamente nuove persone, di offrire loro amore, amicizia, carità, tenerezza, comprensione, sicurezza. Sicuramente Gesù non è ricco: ma l’uomo che essi vedono, è sereno, felice, e soprattutto tanto amato.

“Il tempo è compiuto. Il regno è vicino; convertitevi e credete al vangelo”.

I primi discepoli hanno dunque accolto l’invito di Gesù. Il tempo di scegliere, di lasciare le barche, di lasciare la loro casa è il passato: convertirsi, cambiare stile di vita, modo di vedere, è il loro “adesso”. Non possono più tergiversare, far finta di nulla: l’impulso interiore che avvertono è solo quello di seguire Gesù, e collaborare alla costruzione del Regno di Dio.

Quando sentono parlare del “Regno di Dio”, le persone rimangono piuttosto disorientate: “Cosa vuol dire? In che consiste?”. C’è chi pensa al paradiso, all’altra vita, chi pensa a chissà cosa. Niente di tutto questo: il regno di Dio è la Vita Vera, quella che dobbiamo vivere qui nell’oggi seguendo fedelmente gli insegnamenti di Gesù. Ogni scelta, ogni sforzo, ogni azione che ci riguarda deve essere finalizzata alla realizzazione della Vita (ego sum Via, Veritas et Vita), deve cioè concorrere alla realizzazione della presenza di Dio in noi e, nostro tramite, nel mondo.

Ecco perché è importante anche per noi scegliere adesso, perché non possiamo rimandare: perché questa è una scelta che impegna, che cambia radicalmente la nostra quotidianità. Una scelta che deve realizzare, concretizzare, trasformare in vita vissuta il messaggio evangelico in cui crediamo.

Il Regno di Dio non può più aspettare, esige un nostro immediato intervento: e dobbiamo iniziare subito col mettere ordine al nostro disordine spirituale.

Tutti i discepoli hanno ricevuto una proposta ardita, rischiosa, provocante, fuori dai loro schemi; era decisamente controcorrente. Ma le parole di Gesù rinfrancarono la loro debolezza, riempirono la loro anima. Sentirono i loro cuori incendiarsi di amore per Lui.

Sicuramente si saranno chiesto: “Ma perché proprio noi?”; “Cos’abbiamo noi di speciale?”. Nulla! Assolutamente nulla. E noi come loro.

Dio non sceglie uomini con doti particolari, speciali, super-intelligenti o super-dotati. Ha scelto e sceglie sempre persone umili, disponibili, persone pronte a farsi coinvolgere, a seguirlo.

Gesù, nella sua missione terrena, non ha mai cercato persone già sante e perfette per essere suoi discepoli, ma solo umili, disponibili, aperti: Pietro, per esempio, la “roccia” su cui doveva poggiare la Chiesa, dubitò e lo rinnegò più volte; Giacomo e Giovanni erano presuntuosi, ed erano chiamati “boanèrghes” (Mc 3,17), “figli del tuono”, proprio perché “peperini”, suscettibili, carrieristi, al punto da litigare tra loro per il posto da occupare nel futuro “regno”; Tommaso era sospettoso, dubbioso e diffidente: se non toccava, se non c’era e non vedeva, lui non credeva; Giuda era attaccato ai soldi e, addirittura, per trenta miseri denari lo tradì.

Ebbene, tutte queste miserie confermano che Dio lavora con il poco a sua disposizione: uomini comuni, limitati, pieni di difetti, spesso immaturi; uomini, però, che non hanno esitato a mettersi completamente al suo servizio.

Il vangelo dice infatti “lasciate le reti” (afèntes tà dìktua): lasciarono cioè le loro idee, i loro pregiudizi, le loro fissità e lo seguirono.

Gesù passa e ci chiama. Anche a noi chiede sempre e solo una cosa: di lasciare le “nostre case”, i nostri riferimenti, le nostre certezze, di fidarci di lui e seguirlo.

Ma non è sempre facile per noi: non siamo proprio convinti di lasciare ciò che siamo, ciò che sappiamo, ciò che viviamo, per incamminarci verso qualcosa di nuovo, di sconosciuto, di impegnativo: ci sentiamo inadatti a seguire Gesù, preferiamo rimanere con le nostre reti bucate.

Nella nostra vita siamo dei campioni nell’aggrapparci a quanto ci capita a tiro - lavoro, famiglia, parenti, amici, soldi, idee - pur di non schiodare dalle nostre posizioni. Cerchiamo ovunque garanzie, certezze, rassicurazioni, vorremmo che il mondo girasse sempre secondo i nostri piani: ma questo è semplicemente assurdo.

Se ci fissiamo su quanto potrebbe succederci l’indomani, nel futuro, su cosa ci accadrà o non ci accadrà, se avremo o no la forza di affrontare l’imprevisto, è la nostra fine, ci demoralizziamo, diventiamo schiavi di ogni possibilità.

Il segreto della vita che Gesù ci prospetta è invece quello di abbandonarci, di fidarci, di smettere di voler pianificare tutto a nostro esclusivo tornaconto.

Dobbiamo convincerci, che quel “venite dietro a me” non è un ordine, ma una proposta di felicità, di vita piena, di vita vera, un’offerta di enorme valore: non è un invito ad un giro turistico, ma l'invito ad una imitazione, ad una “sequela”, inizialmente difficile, ma sempre possibile per tutti: chiediamo allora a Dio il coraggio di “andare”, di seguirlo, di non rinunciare mai ad essere come lui ci vuole, di non resistergli, di lasciare “tutto”, per diventare anche noi “pescatori di uomini”.

Già, perché questo dobbiamo essere nella sua Chiesa: “pescatori di uomini”.

Oggi la Chiesa ha dimenticato questa missione: tutti indistintamente, pastori e fedeli, siamo diventati cerebrali, freddi; ci lasciamo blandire da questo mondo, dalla pubblicità, dall’apparire, dalle ovazioni mediatiche; ci preoccupiamo più dell’ovvio e delle futilità, piuttosto che di tutelare apertamente quei principi fondamentali della nostra fede cristiana e cattolica, intoccabili e mai negoziabili; non ci preoccupiamo più di evangelizzare nuovi popoli, di rettificare e consolidare la fede dei nostri fratelli più deboli, ormai assorbiti dal relativismo dominante; non siamo più l’espressione visibile di un Cristo invisibile, ma sempre presente tra noi; in una parola la Chiesa oggi non sa più “guarire” i suoi figli e i suoi fratelli, come sapeva fare Gesù.

Ma una Chiesa che non “guarisce”, che non “irrobustisce” più la fede in chi vacilla, che non la rende ricchezza insostituibile per chi la cerca, che non traccia più la strada sicura al gregge, che non cerca di ricondurre all’ovile le pecore smarrite; una Chiesa che non si preoccupa più di “salvare” gli uomini per questa vita, come può pensare di poterli salvare per l'altra?

Purtroppo il paventato fumo di satana ha ormai ammorbato i suoi settori vitali: adoratori del dio sesso e del dio denaro, continuano a deturpare impunemente il suo volto splendido, riducendola da immacolata Sposa di Cristo a squallida meretrice.

Ci consola e ci sostiene la promessa di Cristo: “Io sarò con voi fino alla fine del mondo, èos tès suntelèias tù aiònos” (Mt 28,20).

Ed è vero: perché ci sarà sempre nella Chiesa un insopprimibile manipolo di umili e santi profeti, che con la loro voce, le loro preghiere, la loro predicazione e la loro vita esemplare, riusciranno ad avere la meglio su tale sudiciume e, come già il profeta Giona per la biblica Ninive, scongiureranno la sua totale distruzione.

È quindi al seguito di questi degni e instancabili “pescatori”, che dobbiamo prontamente tornare anche noi al “metodo” di Gesù; per farlo non abbiamo più molto tempo, personalmente non abbiamo secoli a nostra disposizione, perché, come ci ricorda san Paolo, “il tempo si è fatto breve!” (1Cor 7,29).

Il “metodo” di Gesù da praticare? L’amore: Egli per tutti è stato padre, pastore, medico, taumaturgo: guardava le persone, le amava, le conquistava.

Il suo era un amore profondo, concreto; un amore che raggiungeva i malati guarendoli all’istante nel corpo e nell’anima; raggiungeva i morti ed essi subito riprendevano vita; era un amore misericordioso, fatto di accoglienza, di ascolto, di empatia, di conforto, di emozioni, di pianto, di gioia, di fiducia; ma era anche un amore severo, non dimentichiamolo mai, che quando necessario, rovesciava banchi e mercanzie, sferzando venditori e ladri che occupavano vergognosamente l’area del sacro Tempio.

L’uomo contemporaneo, galvanizzato dal materialismo ateo, ha un bisogno assoluto, vitale, di percepire, di sentire, di “toccare” con mano questo amore di Dio; ha necessità estrema di questo amore che, unico, risana l’anima, trasforma il cuore, illumina la mente.

Sì, noi per primi abbiamo bisogno di questo amore. La Chiesa tutta ne ha bisogno!

Perché quello di Dio è “agàpe”, è amore puro: è la sua stessa definizione, è la sua identità; dice infatti Giovanni “Deus caritas est”; meglio: “O Theòs agàpe estin”, “Dio è Amore, e chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane (mènei) in lui” (1Gv 4,16b): ricordate domenica scorsa? “Maestro, dove abiti?”, “pù mèneis?”: anche qui per tre volte lo stesso verbo “mèno”, rimanere!

L’amore di Dio, insomma, è la nostra “residenza”, è la garanzia illimitata, senza scadenza, dell'eterna sopravvivenza nostra e della Chiesa di Cristo. Amen.

 

  

giovedì 14 gennaio 2021

17 Gennaio 2021 – II Domenica del Tempo Ordinario

“In quel tempo, Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: Ecco l'agnello di Dio!” (Gv 1,35-42).

 Il Vangelo di oggi ci descrive la “vocazione” dei primi discepoli di Gesù. Del primo conosciamo il nome: è Andrea, fratello di Pietro; il secondo dovrebbe essere proprio colui che descrive i particolari dell’incontro, Giovanni l’evangelista. Essi sono entrambi discepoli del Battista: ed è sufficiente che quest’ultimo, vedendo passare Gesù, dica: “Ecco l’agnello di Dio”, che i due, senza dire una parola, quasi attratti magneticamente dalla sua personalità, abbandonino il loro maestro e si mettano silenziosamente al seguito di Gesù, felici in cuor loro di poterlo seguire.

Andrea corre poi dal fratello Simone e cerca di coinvolgerlo nel suo entusiasmo: “Abbiamo trovato il Messia!”, ma deve fare i conti con la diffidenza di quest’ultimo: Simone infatti segue il fratello senza dimostrare al momento alcuna eccitazione, alcun interesse o curiosità. Non per nulla Gesù, vistolo arrivare, gli cambia subito il nome in “Cefa”, ossia “Testa dura, testa di pietra”; uno insomma che nonostante sulle prime sia rimasto un po’ sospettoso, diffidente, superato il momento, si entusiasma come e più degli altri, raggiungendo col tempo vette di pensiero, di amore e di intuizione, inarrivabili da tutti gli altri.

Cosa ci fa capire tutto questo? Che per seguire Gesù bisogna appassionarsi, lasciarsi entusiasmare, lasciarsi andare. La sua chiamata riguarda il cuore non la mente. Rispondere alla sua chiamata, significa seguirlo senza fare calcoli, senza compromessi, spinti solo dalla forza del cuore, dai sentimenti, dalle emozioni.

È successo e succede così anche per noi? Siamo veramente gente appassionata? Gente entusiasta? Siamo felici di essere “Chiesa”? Viviamo con trasporto e partecipazione le liturgie di lode? Ci emozioniamo? Beh, dobbiamo riconoscere che a volte è piuttosto difficile scorgere nei nostri volti energia, interesse, emozione, vitalità, entusiasmo: è più facile vedere persone che ogni tanto sbirciano l’orologio…

Dobbiamo capire invece l’importanza del lasciarsi appassionare da Gesù: perché solo se siamo entusiasti, convinti, gioiosi, potremo a nostra volta coinvolgere altri a seguirlo, come hanno fatto i primi discepoli del vangelo: il Battista con Andrea e l'altro discepolo, Andrea con suo fratello Simon Pietro, Filippo con Natanaele, e così via.

Del resto è una cosa naturale: se incontriamo qualcuno o qualcosa che ci rende felici, che ci fa vivere bene, soddisfatti, ne parliamo subito volentieri con gli altri, desideriamo che anch’essi facciano la nostra stessa esperienza.

L’evangelizzazione, la missione, il proselitismo, avvengono soprattutto per contagio: “Sapessi chi ho incontrato, cosa ho visto! Dai, vieni anche tu!”. E noi li seguiamo non per chissà quale motivo, ma perché vediamo in loro grande entusiasmo, gioia, energia: sentiamo cioè che quella esperienza ha procurato loro un gran bene: rimaniamo quindi colpiti dalla loro “testimonianza”, e ci diciamo: “Perché non fidarci? Perché non proviamo anche noi?”.

A volte preferiamo rispondere: “No, grazie, non mi interessa, non fa per me!” e lasciamo cadere la cosa. Ma se non abbiamo neppure provato! Infatti non è vero che non fa per noi: è che siamo sospettosi, abbiamo paura, non vogliamo metterci in gioco. Ciò significa purtroppo che dentro di noi, nel nostro cuore, siamo già morti!

“Che cosa cercate?”, chiede Gesù ai due discepoli: una domanda che continua a ripetere anche a ciascuno di noi.

Attenzione alle parole: Gesù non chiede “chi” cercate, ma “cosa” cercate. Sembra irrilevante, ma la differenza è fondamentale: perché sono le “cose” che cerchiamo, che desideriamo, quelle che stabiliscono se, alla fine, siamo degni del “chi” vogliamo incontrare.

Il desiderio, infatti, se da un lato è la nostra spinta, la nostra carica iniziale, dall’altro costituisce anche il nostro limite massimo raggiungibile.

Se infatti il nostro desiderio è la ricchezza, una volta raggiunta, il nostro cercare si ferma, non va oltre; se il nostro desiderio è di mangiare e bere, una volta sazi, ci fermeremo lì.

Certo, i desideri dell’uomo in genere non vanno oltre le “cose” concrete: l'auto nuova, oggetti di tendenza, un buon lavoro, vacanze e divertimenti, un cospicuo conto in banca, una casa signorile.

Ma sappiamo che queste cose non placano il desiderio dell’uomo: sembra, ma non lo fanno! Una volta raggiunto l’obiettivo, infatti, egli verrà nuovamente assalito dall’insaziabile voglia di “altro”, continuerà a trascinarsi nella insoddisfazione, alla ricerca angosciante di “cose” sempre nuove.

C’è però un “desiderio” innato, vero, originale, inscritto nell’anima, che è di origine soprannaturale, celestiale (desiderio, da “de-sidera”; letteralmente: “che riguarda le stelle, di natura celeste, divina”); un desiderio veramente speciale, senza limiti, che ci appassiona, che crea una tensione continua verso il divino, verso Dio, al quale il nostro cuore anela inquieto fin dalla nascita, come ci spiega sant’Agostino: “inquietum est cor nostrum donec requiescat in te”, “il nostro cuore non trova pace finché non riposa in te (Confessioni, 1,1,1)

Questo ci spiega dunque la domanda di Gesù: “Cosa cercate?”, una richiesta che, detta con altre parole, significa: “Se cercate, se desiderate la vera vita, la sua pienezza immortale, la libertà assoluta, la completa felicità, allora seguitemi, perché questo è quanto Io vi offro. Se invece cercate o desiderate altro, se volete solo “cose” di questo mondo, caduche, instabili, transitorie, cercatele altrove!”.

A questa domanda esplicita, invece di una risposta, i due discepoli pongono a Gesù un’altra domanda: “Maestro, dove dimori?”. Una domanda peraltro che, vangelo alla mano, per noi lettori contemporanei, contiene già una chiara risposta: è il testo greco, più pertinente, che ce la suggerisce: “Pù mèneis? dove rimani?”, non “dove dimori o dove abiti” della traduzione italiana.

Il significato profondo del verbo mèno (rimanere) - usato quasi con ostinazione da Giovanni per ben 10 volte in soli 7 versetti del capitolo 15 del suo vangelo - ci rivela apertamente dove Gesù “rimane”. Egli dice: “Rimanete in me” (mèinate en emòi) “Chi rimane in me ed io in lui” (o ménon en emòi kai egò en autò)” ... “Rimanete nel mio amore” (menèite en tè agàpe mou) e via dicendo (Gv 15,4-10).

Gesù in pratica ci invita a “rimanere” in Lui; è questo il luogo in cui dobbiamo raggiungerlo, perché è lì, nel suo amore, nel suo e nostro cuore che egli “rimane” (abita, dimora): non un luogo fisico, raggiungibile materialmente, ma uno stile di vita ad imitazione della sua. Dobbiamo cioè vivere, agire in un certo modo, per seguirlo “dentro” di lui, “dentro” di noi, nel suo amore, perché è lì che Gesù “rimane”.

Ecco, questo è il grande, unico percorso che i discepoli devono fare nella loro vita: “rimanere” nel cuore, nell’amore di Dio, smettere di cercare “fuori”, Colui che va cercato “dentro”.

Perché la felicità non sta nell’avere, nell’ottenere cose, ma nell’essere, nel rimanere con l’Amore. E ciò non dipende da Dio, ma solo ed esclusivamente da noi!

Per questo Gesù risponde: “Venite e vedrete” “Erchésthe kai ocsèsthe” (Gv 1,39). Non dà alcuna indicazione precisa ma: “Vuoi sapere dove abito? Vieni e vedi! Vuoi conoscermi meglio? Vieni e vedi. Sei tu che ti devi muovere: Vieni e seguimi! Lo devi scoprire tu da solo: Vieni e seguimi!”.

“Venire”, “seguire” sono verbi di movimento, sono dinamici: Gesù non invita nessuno a starsene seduto a pensare, aspettando che passi il tempo: il suo è un invito perentorio a muoverci, ad uscire dalle nostre posizioni, dalle nostre idee, dalle nostre convinzioni!

Purtroppo però, la nostra sequela è spesso un “vorrei, ma non ce la faccio”: una risposta nebulosa, di comodo, ad un invito che al contrario è chiaro e tassativo: “Vieni e vedi!”.

Egli vuole da noi un preciso cambiamento di vita: dobbiamo cioè evolvere, spostarci, progredire; ci vuole lontani dalle nostre posizioni di partenza.

Il motivo per cui Dio ci fa paura è sicuramente perché ci vuole protagonisti. La sua chiamata non si può ignorare, è un fuoco che ci brucia dentro: non sono ammesse mezze misure, compromessi, non sono tollerati i “distinguo” o le astuzie mentali: con Lui deve essere sempre “tutto”, non è ammesso il poco o niente. Con lui dobbiamo tendere sempre al massimo, perché chi si accontenta del poco, rischia di non avere neppure quello.

Dobbiamo tutti “andare e vedere”; dobbiamo fare piena esperienza di Lui, dobbiamo calcare esattamente le sue orme, dobbiamo renderci conto di persona di come ci vuole: non è ammesso fermarsi ai “mi pare” ai “si dice”; ciascuno deve “andare e verificare”, deve guardare con i propri occhi. Ricordate l’esclamazione di Giobbe? “Io ti conoscevo per sentito dire, o Dio; ma ora i miei occhi ti vedono!” (Gb 42,5).

Sapere tutto sull'amore è sicuramente una cosa buona; ma provare l’Amore, vivere l'Amore è tutt'altra cosa. Conoscere interi trattati di teologia non ci autorizza a dire di conoscere Dio. Ma solo quando abbiamo superato cristianamente le prove e i dolori della vita, solo quando abbiamo provato la cruda sofferenza per la perdita di un figlio, di un genitore o di una persona cara, possiamo dire cosa significhi rifugiarsi nell’amore di Dio, cosa voglia dire fare esperienza del suo amore.

Quante volte invece ci permettiamo di parlare, di giudicare cose o persone che non conosciamo, che non abbiamo “sperimentato”. Se non sappiamo, tacciamo; se vogliamo sapere, informiamoci, andiamo a vedere, controlliamo personalmente.

Per vivere il vangelo ci vuole coraggio, determinazione. Il vangelo non è rassicurante da questo punto di vista; non ci dirà mai: “Andrà tutto bene, tutto filerà liscio come l'olio”. Non è così.

Dio è rassicurante, perché ci dice: “Non aver paura, io sono con te!”; lo sarebbe meno se ci dicesse: “Vivi tranquillo, non avrai mai problemi!”.

Quando infatti Gesù vide i discepoli sbigottiti di fronte alle difficoltà da superare per raggiungere la perfezione, li rincuorò dicendo: “Se ciò non è possibile presso gli uomini, con Dio tutto è possibile” (Mt 19,26). E a San Paolo, indebolito dalle prove di Satana dirà: “Sufficit tibi gratia mea, Ti basta la mia grazia; poiché la mia presenza, la mia potenza, si manifesta soprattutto nella debolezza” (2Cor 12,9). Amen.

 

  

giovedì 7 gennaio 2021

10 Gennaio 2021 – BATTESIMO DEL SIGNORE

“In quei giorni, Gesù venne da Nazareth di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni” (Mc 1,7-11).

 Marco inizia il suo vangelo presentandoci Giovanni Battista che, in prossimità del Giordano, parla ai presenti sulla necessità di sottoporsi al battesimo.

Quello che lui propone è un battesimo di “conversione”, un battesimo cioè fondato sulla metànoia, ossia su di un radicale cambiamento di mentalità e di valori. Il battesimo, quindi, è il simbolo, la prova, dell’avvenuta conversione: l’immersione nelle acque del Giordano simboleggiano il “lavaggio”, la “pulitura” di tutti i peccati commessi.

Ovviamente, chi vuole questo battesimo, deve prima convertirsi, decidere cioè di cambiare stile di vita; altrimenti quella cerimonia non avrebbe alcun significato.

In pratica, il Battista dice: “Io, con il battesimo, vi tolgo i peccati di un passato sbagliato, ma siete voi che dovete cambiare vita, cambiare mentalità, modo di pensare, altrimenti che voi veniate da me per un semplice lavaggio esteriore che senso ha? non serve assolutamente a nulla”.

Il battesimo di “conversione”, infatti, poggia tutto sull’individuo, sulla sua ferma volontà di non peccare oltre, di astenersi in futuro da ogni altra colpa. E non è cosa di poco conto, perché il convertirsi sul serio, il cambiare i propri modi di vivere e di pensare, è molto impegnativo, molto difficile.

Il Battista conosce perfettamente i limiti umani, e rilancia il suo messaggio in una prospettiva nuova: con le spalle rivolte al passato, ma con il dito puntato in avanti, indica l’arrivo imminente della nuova economia, quella dell’amore, della grazia, non del provvisorio lavaggio delle colpe, ma del loro totale e definitivo perdono.

Viene dopo di me colui che è più forte di me”: egli ne è consapevole. Gli altri devono capirlo. L’annuncio di Giovanni presuppone la fede, il suo è un appello che suscita ed esige la fede.

Inutile continuare a vedere Dio assiso solitario nell’alto dei cieli, al di fuori della nostra vita e della nostra storia. Il Cristo, Figlio di Dio, è uomo tra gli uomini, si trova ormai nella storia, nelle singole situazioni concrete, in tutti gli uomini. Ed è qui che si vede la infinita superiorità e potenza che differenzia Gesù il Messia, da Giovanni il precursore. E qui si nota anche la diversità dei due riti battesimali: mentre Giovanni usa solo l'acqua, Cristo manderà il suo Spirito che assieme all'acqua toglierà radicalmente il peccato dal cuore dell'uomo.

Ma procediamo per gradi: il Battista dunque sta portando avanti la sua missione predicando la conversione del cuore e della mente, quando, improvvisamente, succede qualcosa che ha dell’imprevedibile: gli compare davanti Gesù, e anche lui, come tutti gli altri, si mette in fila per farsi battezzare, per farsi “lavare” i peccati.

Marco è lapidario: “Accade in quei giorni che Gesù venne da Nazareth e fu battezzato”.

In quel verbo “accade” egli fonda la spiegazione dei fatti: intende dire cioè che nella persona di Gesù si concentra il compimento, la realizzazione, di tutte le promesse fatte da Dio nell'antica alleanza: non a caso Gesù ha lo stesso nome di Giosuè: di colui cioè che, come leggiamo nella Bibbia, ha condotto il popolo dalla schiavitù alla terra promessa; e qui Gesù, come Giosuè, conduce tutti i popoli dalla schiavitù del peccato, alla terra promessa del perdono, dell’amore e della libertà.

Gesù dunque prima di iniziare il suo ministero, raggiunge il Battista sul Giordano e si fa battezzare; e lo fa, solidale con gli uomini, mettendosi in fila come tutti gli altri peccatori.

Ma egli, a differenza degli altri, non ha alcun peccato da farsi perdonare: si battezza soltanto per trasformare definitivamente il battesimo di Giovanni, simbolo di morte, in un battesimo completamente nuovo, simbolo di vita.

Se Giovanni fa immergere nel Giordano le persone perché “muoiano” al peccato, perché inizino una nuova vita, passando dalla morte del peccato alla vita di una conversione che toglie, cancella, elimina completamente quanto c’era stato prima, Gesù non vive questo battesimo di morte; il suo è un battesimo di resurrezione.

Marco sottolinea questa lettura, ricorrendo ad un verbo particolare: “anabàinon”, che significa “salendo” dall’acqua; ci saremmo aspettati un più corretto “uscendo” dall'acqua, visto che ne era entrato dentro. Marco invece usa lo stesso verbo “salire” utilizzato quando, dopo la resurrezione, dopo aver vinto la morte, Gesù “sale” finalmente in cielo. Stesso verbo, stesso significato. Lo scopo del Battesimo di Gesù, infatti, non sta tanto nell’eliminazione del peccato originale, nella purificazione dai peccati (che lui non aveva), quanto piuttosto, come ci dicono tutti i vangeli, nel far discendere su di Lui, e con Lui su ogni uomo, il dono santificatore dello Spirito del Padre.

Marco infatti continua: “E subito salendo dall'acqua, vide aprirsi i cieli”; letteralmente, vide i cieli squarciati (“skizomènus”), lacerati, aperti, rotti in modo irrecuperabile: l’allusione alla convinzione biblica sulla “chiusura” ermetica dei cieli, è chiara: fino ai tempi di Gesù si credeva infatti che Dio, indignato per i peccati del popolo, si fosse ritirato nella sua dimora celeste, sigillandone ogni varco. Dio non si concedeva più, non comunicava più col suo popolo. Non c'era più colloquio fra Dio e gli uomini. I cieli, luogo della dimora di Dio, erano stati sbarrati per sempre. Per questo il profeta Isaia diceva: “Se tu squarciassi i cieli e discendessi!”. Era la speranza, il desiderio, che Dio tornasse finalmente a comunicare con l'uomo, a rapportarsi ancora con lui, in un colloquio interminabile, eterno, senza altre possibili chiusure.

Ebbene, questa speranza si concretizza con il battesimo di Gesù: è qui, infatti, nel momento stesso in cui lui “sale” dalle acque, che i cieli si squarciano: Dio, attraverso Gesù, polverizza ogni diaframma e torna a comunicare con l'uomo, torna a donarsi all'uomo, e lo fa in maniera totale, radicale, definitiva.

Marco non dice semplicemente “i cieli si aprirono”: perché, come si sono aperti, potrebbero anche rinchiudersi poi nuovamente. Egli usa un termine (si squarciarono) che richiama l’immagine di una potente deflagrazione: lo squarcio, infatti, rispetto all’apertura, crea un passaggio definitivo, immutabile; qualunque tentativo di chiuderlo risulterà per sempre impossibile: il passaggio dello Spirito, tra cielo e terra, è pertanto assicurato per sempre.

È lo stesso verbo “squarciare” che Marco usa per descrivere i fenomeni avvenuti al momento della morte di Gesù: “il velo del tempio si squarciò in due, dall'alto in basso”.

Nel tempio un velo enorme e pesante, lungo circa 25 metri, impediva l’accesso al “sancta sanctorum”, la parte più interna del tempio riservata alla presenza di Dio, in cui si custodiva l’arca dell’alleanza: solo il sommo sacerdote, una volta all'anno, poteva entrarvi e invocarlo con il suo Nome impronunciabile. Ebbene, che succede? Appena Gesù muore, questo velo si squarcia, rendendo impossibile una sua riparazione. Il Dio che era nascosto dal velo del tempio, il Dio velato, il Dio occultato, si è definitivamente rivelato in Gesù crocifisso.

È lui l'immagine visibile di Dio. È il Crocifisso, il segno ormai visibile dell'amore di Dio; un segno che non potrà più nascondersi alla nostra vista, neppure se lo rifiutiamo, neppure se non lo vogliamo più, neppure se lo umiliamo, se lo disprezziamo, se lo crocifiggiamo di nuovo.

Dio, dopo Gesù, non potrà mai più “nascondersi”, mai più rifiutare il suo amore all’umanità. Perché? La spiegazione ci viene dall’azione dello “Spirito”, l’amore che lega indissolubilmente il Padre a suo Figlio. Possiamo intuirlo da Marco, che nel suo vangelo, con un parallelismo meticoloso, ce ne offre un valido chiarimento.

Lo Spirito che discende su Gesù dopo il suo battesimo, non è uno spirito qualunque, è “Lo Spirito” to pneuma: l'articolo determinativo “to” indica infatti Dio stesso, nella totalità del suo amore, della sua vita, della sua potenza, che discende “come colomba” su Gesù e lo qualifica: “ci fu una voce (phoné) dal cielo. Tu sei il Figlio mio, l'amato”.

Quello stesso “pneuma” disceso dal cielo, Gesù, morente sulla croce, con gran voce (phoné), lo restituisce al Padre celeste. Una volta poi asceso in cielo e ricongiunto col Padre, farà ridiscendere to pneuma sulla terra, come permanente Consolatore e Consulente prima degli apostoli, e poi, tramite loro, di tutti gli uomini che diventeranno credenti col il battesimo.

È così che lo Spirito di Dio, l’Amore di Dio, ha preso la sua stabile dimora tra gli uomini: tutti da allora possiamo beneficiare della sua azione santificatrice; tutti possiamo godere di quello scambio amoroso tra cielo e terra, tra Padre e Figlio, di quella presenza che ci fa sentire al sicuro, protetti, amati, sorretti.

Nella nostra vita abbiamo necessità vitale di un amore che ci ami al di là di tutto, che sia sempre presente, che non si tiri mai indietro, che sia libero, incondizionato, spontaneo.

L'amore umano però, anche il più grande, il più bello, prima o poi pone sempre delle condizioni: sappiamo per esperienza che per essere amati, dobbiamo dare sempre qualcosa in cambio, scendere a qualche compromesso.

Ma con Dio non è così. Dio non ci ama perché siamo bravi, belli, sensibili, onesti. Dio ci ama così come siamo, ci ama perché siamo proprio “noi”. Anche se siamo impresentabili, sporchi, laceri, Lui ci ama comunque, ci ama sempre, continua a parlare al nostro cuore, nonostante tutto: perché Lui è l’Amore vero, l’amore gratuito, l’amore che sgorga dal suo cuore trafitto, l’amore che salva e che si chiama “Grazia.

Qualcuno però potrebbe dire: “Ma io non lo sento questo Dio che mi parla! Non ho mai sperimentato questo suo amore tanto speciale!”. Certo: ma se non lo sentiamo, non è perché Lui non ci parla, ma perché noi siamo sordi: non lo sentiamo, perché siamo distratti da mille altre voci, da altri frastuoni, dagli assordanti schiamazzi del mondo; non sperimentiamo il suo amore, perché evidentemente siamo inebetiti e sazi di rifiuti, di qualunque altro surrogato.

Eppoi, scusate, la voce di Dio noi dobbiamo “volerla sentire”! Dobbiamo desiderare con forza il suo amore risanante! Non è un desiderio che nasce in noi automaticamente: spesso infatti siamo bloccati, abbiamo paura di ascoltare quello che Dio vuol dirci; preferiamo non sentirlo, facciamo gli indifferenti. E invece no! Dobbiamo al contrario creare intorno a noi il “silenzio dell’ascolto”! Dobbiamo cioè mettere a tacere tutte le altre voci, le altre esperienze inutili e fuorvianti. 

Vi ricordate Elia? “Dio non era nel vento impetuoso, non era nel terremoto, non era nel fuoco, ma era in una brezza leggera” (1Re 19,11-12): Dio non ama il baccano da discoteca, le gozzoviglie orgiastiche delle osterie e dei night: Dio, al contrario, ama il silenzio, il raccoglimento, l’umile predisposizione interiore, il “chiostro” del nostro cuore. Mettiamoglielo ogni tanto a sua disposizione, e la nostra vita cambierà! Amen.

 

 

venerdì 1 gennaio 2021

3 Gennaio 2021 – II DOMENICA DOPO NATALE

“In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio... e il Verbo si fece carne.” (Gv 1,1-18).

Il vangelo che la Liturgia ci propone questa domenica, è un brano profondo e difficile: San Giovanni Crisostomo e Sant’Agostino l’hanno definito come il vangelo che va al di là dell’umana comprensione.

A differenza di Luca e Matteo, Giovanni non è un narratore, che racconta con scrupolosi particolari la nascita e l’infanzia di Gesù. Il prologo del suo Vangelo è plasmato in un modo teologicamente molto esigente: Gesù è la Parola di Dio: non può essere una Parola qualunque, senza senso. Dio-Parola aveva rivelato il suo eterno potere per mezzo della creazione, aveva mandato i profeti, suoi messaggeri, perché parlassero di lui; nonostante ciò, Egli era rimasto nel mistero, imperscrutabile, invisibile, celato dietro i principati e le potenze celesti.

Ad un certo punto si è rivelato personalmente: incarnatosi in Gesù Cristo, ha voluto parlare finalmente agli uomini, e lo ha fatto in maniera diretta, chiara, distinta.

In principio c’era il Verbo: prima ancora della creazione del mondo, esisteva dunque il Verbo, la Parola divina, che doveva guidare e realizzare l’intera creazione: è la Sapienza di Dio, che esisteva “prima ancora che esistesse il tempo, prima di creare la terra”, come ci conferma il libro dei Proverbi (8, 22-24). In pratica esisteva da sempre!

Era il Logos: un termine che in greco, ha due significati: Progetto e Parola. Per cui potremmo anche dire: “All’inizio c’era un Progetto”. Un’affermazione meravigliosa con cui Giovanni dichiara che Dio, prima di creare ogni cosa, aveva già nella sua mente un progetto, il cui contenuto era donare la vita, dono divino per eccellenza.

Un’idea che ci riguarda da molto vicino, perché vuol dire che non siamo qui per caso: siamo qui perché Dio aveva ed ha un progetto su di noi. Pensate: noi, creature insignificanti, facciamo parte del Progetto creativo di Dio: siamo qui per un motivo ben preciso: accogliere in noi, e promuovere nel mondo, il messaggio di quel Dio-Verbo, che si è fatto carne per rivelarsi a noi, redimerci dal nostro primordiale peccato d’orgoglio, darci la possibilità di ridiventare figli del Padre, creatore di Vita.

Per questo Dio ci ha creati: perché ha bisogno di noi. Magari i nostri genitori neppure ci vogliono, magari la gente ci rifiuta, magari noi stessi non ci approviamo, non ci piacciamo; ma Dio ci ha voluto e continua a volerci: ci ha scelti uno per uno, perché gli serviamo per realizzare il suo Progetto: ha bisogno delle nostre braccia, delle nostre gambe, della nostra testa, per difendere i principi, affidatici dal Verbo incarnato, contro l’azione di quel mondo che si ostina a rifiutarli.

La vita è un dono che Dio ci ha fatto; il dono che noi facciamo a Dio, è di viverla secondo la sua Parola. È questo che Lui vuole da noi. “Io sono venuto, perché abbiate la vita e l’abbiate in abbondanza”.

Che vuol dire “in abbondanza”: che praticamente dobbiamo vivere “in pieno”, investendo tutta la nostra persona: corpo, anima, mente; dobbiamo buttarci, rischiare, metterci in gioco, combattere. Chi non rischia nulla, vive per nulla, il suo futuro non sarà che nulla. Chi rischia è quindi un uomo libero: perché solo chi vive rischiando, vive la propria vita come dono da restituire a Dio; vivere col freno tirato, senza rischi, significa sprecare la vita: il più grande peccato che l’uomo possa commettere. In questo senso, allora, non diamo anni alla vita, ma diamo vita ai nostri anni, perché solo così saremo la luce che risplende nelle tenebre.

Ma le tenebre non l’hanno accolta”. Naturalmente le tenebre odiano la luce, non la vogliono: qui Giovanni allude in particolare alle autorità religiose, che hanno avversato Gesù in ogni modo, in ogni occasione: uomini del Tempio, freddi, inflessibili, autoritari: dei “morti viventi”, dei senza cuore.

“Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo”. Gesù, il verbo incarnato, è la vera luce che illumina; ma attenzione, evitiamo di prendere degli abbagli, non confondiamo la luce con le tenebre, perché il potere, l’orgoglio, la superiorità, la mancanza d’amore, la rigidità mentale, ecc., non sono “luce”, non vengono da Dio, non possono riconoscere Dio.

Non lasciamoci incantare da luci, ancorché luminosissime, ma “diverse” dalla Luce vera; noi siamo creature di Dio, siamo “divini”, cioè ripieni, impregnati di Dio; non dimentichiamo mai chi siamo veramente, da dove veniamo, e dove dobbiamo tornare.

Se dimentichiamo che nel cuore abbiamo l’impronta di Dio, e viviamo come se non lo conoscessimo, siamo come dei re detronizzati, degli emarginati che sopravvivono in schiavitù. Una vera disgrazia!

“A quanti però l’hanno accolto, ha dato la possibilità di diventare figli di Dio”.

Ecco, questo è il progetto originario, il motivo pilota, l’idea primordiale di Dio per ognuno di noi: farci diventare suoi figli.

Per anni ci hanno insegnato che l’uomo è stato creato per “servire” Dio, che Dio è il padrone del mondo, inavvicinabile, che preordina ogni cosa, che in quanto suo servitore l’uomo deve ubbidirgli sempre, prontamente e fedelmente, perché Dio, se non stiamo attenti, ci punisce prima in vita con dei castighi, e dopo, alla morte, con l’inferno, con la dannazione eterna.

Ma non è così: in realtà noi non siamo “servi” di Dio, siamo piuttosto degli amici, dei figli che sono serviti continuamente e di tutto punto da Dio. Abbiamo presente la lavanda dei piedi? (Gv 13,1-20). Ecco, è Dio che serve l’uomo, non l’uomo che serve Dio. Dio non ci chiede particolari preghiere, servizi, sacrifici per lui: è Lui, al contrario, che è venuto a portare i suoi servizi, il suo amore a noi. La fede, allora, non va più alimentata da quanto noi facciamo per Lui, ma da tutto quello che Lui fa per noi.

Altra cosa importante: noi non siamo figli di Dio per nascita, per diritti acquisiti; lo dobbiamo diventare. Come? Amando gli altri. “L’amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore” (1Gv 4,7-8).

Questa di Giovanni è la teologia dell’amore: “trasgressiva” rispetto a quella “vendicativa” di una volta: Dio non è più rinchiuso nelle chiese, nei suoi tabernacoli, ma “in mezzo” al suo popolo, alla sua “Chiesa”; non è più immobile, statico, com’era nel Tempio, ma è dinamico, in costante cammino verso l’eskaton finale insieme alla sua gente. Dio non è più un luogo (tempio), ma è un tempo (“kairòs”): perché nell’istante stesso in cui nasce amore, lì c’è Dio.

Il Vangelo dice ancora che: “il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”.

Prospettiva meravigliosa: perché vuol dire che questa nostra carne, il nostro corpo, è immagine, è somiglianza di Dio. Vuol dire che il Verbo di Dio è realtà, concretezza, carne umana come noi.

Se Dio non si fosse incarnato in Gesù, non avremmo mai potuto ammirare il suo volto: “chi vede me, vede il Padre!”. Dio ha avuto bisogno del volto, delle mani, degli occhi, della bocca, esattamente come gli uomini, per esprimere la sua Parola, per farsi vedere, per agire, per fondare e diffondere il suo Regno su questo mondo.

Diceva Tertulliano: “Caro salutis cardo, la carne è il cardine della salvezza”. Senza l’incarnazione di Dio non vi è salvezza. “Incarnazione” infatti vuol dire che Dio è sceso sulla terra, è presente qui, da noi e con noi, per salvarci.

“Dio non si conosce”, continua a insistere la mente; “Dio si riconosce eccome!” le ribatte il cuore. Noi possiamo vedere Dio dovunque, oppure da nessuna parte: dipende solo dai nostri occhi.

In Gesù, “unigenito del Padre”, c’è tutto quello che si può vedere di Dio. Quindi non è Gesù ad essere come Dio, ma è Dio che è come Gesù. Pertanto, se vogliamo sapere chi è Dio, cerchiamo, guardiamo, conosciamo, studiamo Gesù.

Infatti, se ciò che vediamo, che ammiriamo con gli occhi e con l’anima, non è pura bellezza inebriante, non è amore infinito, non potrà mai essere il Dio di Gesù.

Sulla sommità di una vetta dolomitica, ricordo un cartello che diceva: “Non cercate Dio: ci siete immersi”. Infatti Lui era lì, lo si sentiva... e per vederlo, bastava guardarsi intorno! Amen.