giovedì 17 settembre 2026

20 Settembre 2026 – XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Mt 20,1-16 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”. Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”. Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

Può sembrare, in prima battuta, che Gesù con questa parabola, intenda condannare la logica umana della “ricompensa”, calcolata cioè in proporzione della “quantità” e della “durata” del lavoro, della fatica: in una parola, in base ai “diritti” acquisiti.
Ma Dio non condanna la logica umana, semplicemente la sua valutazione si svolge su un piano diverso: Egli non ha bisogno dei nostri calcoli, non ci premia per soddisfare un nostro “diritto”; Dio non usa alcun parametro sindacale: la sua giustizia e il suo amore non sono legati ad alcuna legge economica del tipo: “Hai lavorato tot, eccoti tot”. Quello che ci gratifica di fronte a Dio è solo ed esclusivamente la “qualità” del nostro lavoro, mai la sua “quantità”!
Purtroppo è proprio questa nostra mentalità meritocratica, radicata in noi, che ci porta molto spesso a vantarci davanti a Dio: “Io sono sempre andato in chiesa, gli sono stato vicino, ho fatto tanto del bene; quindi è impossibile che Dio mi ripaghi allo stesso modo dei “lontani”, di quelli che nella loro vita non hanno mai fatto nulla per Lui! Dio per questi miei meriti mi amerà sicuramente di più!”. No, Dio non ti ama “di più”. Dio ti ama, punto. E come te ama anche tutti gli altri uomini tuoi fratelli.
Anche perché “essere vicini” a Gesù, “stare” con Lui, “accompagnarsi a Lui”, non vuol dire necessariamente “praticare” i suoi insegnamenti, che è l’unico modo per essere anche suoi discepoli. Gli apostoli, per esempio, durante la vita pubblica di Gesù, lo accompagnavano, stavano sempre con lui, ma non lo “seguivano”, non si “compenetravano” con Lui: “seguire Gesù” infatti è capirlo, custodire nel proprio cuore i suoi insegnamenti, attivarsi concretamente per metterli in pratica: in una parola, “seguire” significa “amare e vivere il suo Vangelo.
Anche oggi, nella sua Chiesa, c’è troppa gente purtroppo che “accompagna” semplicemente Gesù”: va in chiesa, prega, gli rivolge salmi e orazioni, ma non lo “segue”: non è imbevuta cioè del suo vangelo, non segue con il cuore i suoi insegnamenti. Per cui a fine “giornata”, quando si presentano a Dio convinti di essere stati fedeli lavoratori, assidui operatori del sacro, e si aspettano per questo la ricompensa, rimarranno sicuramente delusi; perché in realtà è come se nella loro vita non avessero mai lavorato; in realtà durante la loro “giornata lavorativa” non hanno mai sopportato il “pondus diei et aestus”; in altre parole non hanno mai amato veramente, non hanno mai capito cosa comportasse veramente la loro “sequela”, non l’hanno mai vissuta nel loro cuore e nelle loro opere, e quindi in nessun caso possono immaginare una ricompensa: la loro aspettativa di un premio è improponibile. Se tuttavia “paga buona” ci sarà comunque, dipenderà unicamente dalla generosità del Padre, dalle sue infallibili e amorose valutazioni, non certo dalle loro pretese.
Ora, pretendere davanti a Dio di superare nei meriti tanti nostri fratelli, che riteniamo meno dotati di noi, ricorrendo addirittura ad astiosi confronti, significa essere schiavi dell’invidia, significa provare per gli altri soltanto rancore, condizionare il proprio cristianesimo, la propria fede, ad una stupida, inutile gara.
Ebbene: è proprio su questo particolare aspetto che Gesù, con il vangelo di oggi, vuol metterci in guardia: “Sei anche tu invidioso perché io sono buono con tutti?”.
Già, l’invidia: le sue parole non sono un paradosso, non si riferiscono a situazioni inverosimili, fantasiose; pensiamoci solo un attimo: non capita forse proprio a noi di “prendercela” a male, di offenderci, se in qualche prova, in qualche concorso, viene “scelto” e premiato un altro al posto nostro? Non capita di arrabbiarci perché altri sono più fortunati di noi? Di “legarcela al dito” perché uno, che pensavamo amico, ha invitato a qualche evento importante altri e non noi? Ecco: tutti, in qualche modo, siamo “invidiosi”: e lo siamo perché, nel nostro innato egocentrismo, nel profondo del cuore e della mente, pretendiamo di essere sempre i primi, i preferiti, gli unici in assoluto meritevoli di considerazione.
Purtroppo l’invidia è il nostro peso quotidiano: è un sentimento malevolo, che effettivamente ci destabilizza, ci toglie ogni imparzialità, ogni visione realistica: non ci accontentiamo mai di ciò che abbiamo, non lo gustiamo, non lo viviamo, vogliamo sempre di più, con il risultato che questo continuo confrontarci con gli altri ci distrugge, ci rovina la vita, fino a portarci ad odiare stupidamente, senza motivo, il nostro prossimo. E non ci rendiamo conto che questo continuo, maniacale confronto con gli altri, è una competizione che continuerà ad evidenziare la nostra persistente inferiorità: perché nella vita ci sarà sempre qualcuno che è più di noi, che ha più di noi, che sa più di noi, che è più bravo, più apprezzato, più bello di noi. E allora non trasformiamo la vita in un’ossessione, in una irrazionale gara che non ci vedrà mai vincitori.
È proprio questa esagitata ossessione che Gesù condanna! E lo fa invitandoci a guardare unicamente noi stessi: perché davanti a Dio siamo tutti “figli unici”, siamo ciascuno una realtà unica, persone irripetibili, siamo insomma “noi”, e nessun altro. Tant’è che ogni volta che vogliamo essere più degli altri, decretiamo il nostro fallimento: ci dimentichiamo che l’essere noi stessi è il nostro più grande valore.
Ripeto: Dio ama tutti indistintamente, sia coloro che lo “seguono” attivamente dal mattino della loro vita, sia quelli che rispondono alla sua chiamata a sera inoltrata. Ma tanti “cristiani”, pii e religiosi, continuano ancora a dissentire sull’insegnamento della parabola odierna; non sanno capacitarsi: in particolare “non è giusto – sostengono - che chi si converte sul letto di morte, all’ultimo momento, dopo una vita intera passata nei bagordi, negli ozi e nel peccato, fregandosene di tutto e di tutti, riceva lo stesso nostro trattamento; non è giusto cioè che anche lui possa andare in paradiso come noi, che abbiamo lavorato e “faticato” tutta una vita per questo!”. Niente di più falso! A tal riguardo infatti le parole di Gesù sono categoriche, non ammettono false sicurezze: “I pubblicani (i peccatori) e le prostitute, vi passano davanti nel regno di Dio” (Mt 21,31). Questa è la verità, facciamocene una ragione e accettiamola umilmente. Non perdiamo tempo nelle meschinità: ringraziamo invece Dio, ogni giorno, per averci chiamato a lavorare nella sua vigna, pur non disponendo di alcuna “specializzazione”, di alcun attestato di “merito”; ringraziamolo anche per la possibilità offerta a tutti gli altri “operai”, nostri fratelli (compresi quelli dell’ultima ora), di poter meritare, come noi, la sua stessa Grazia trasformante. La bontà di Dio ci faccia finalmente uscire dalle ristrettezze di una fede “sindacalizzata”, e trasformi questa nostra breve “giornata lavorativa”, in una anticipazione, ancorché pallida, di quella gioia, di quell’immenso fuoco d’amore e di bontà, che un giorno Egli sicuramente riverserà nel cuore di ogni suo fedele e umile lavoratore. Amen.

 

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