mercoledì 29 luglio 2026

02 Agosto 2026 – XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Mt 14,13-21 

Avendo udito [della morte di Giovanni Battista], Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte. Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati. Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui». E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla. Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.

Gesù cerca un luogo appartato. Pressato dalla gente e dal bisogno di stare un po’ da solo per ritemprarsi, per ascoltarsi, per riposare, sale su una barca e si allontana. 
Quando ritorna, la folla si è moltiplicata: una moltitudine enorme di gente lo sta aspettando: gente accorsa dalle città, che per vederlo ha fatto tanta strada; e lo ha aspettato. 
Dove c'è la verità la gente aspetta, si mette in coda, affronta sacrifici, fatiche, distanze chilometriche, pur di ascoltarla. Perché la verità soddisfa tutti, finisce per appianare ogni difficoltà. 
Ma sta sopraggiungendo la notte, il luogo è deserto, e un problema assilla i discepoli: “Qui si fa sera, la gente ha fame. Che facciamo?”. Alla loro preoccupazione, Gesù risponde tranquillamente: “Date voi stessi da mangiare” (dòte autois umeis faghèin). “Ma Signore, abbiamo soltanto cinque pani e due pesci!”. “Portatemeli qui”. Ed ecco il miracolo, la moltiplicazione di quei pani e di quei pochi pesci! Tutti ne mangiarono a sazietà, erano circa cinquemila uomini oltre alle donne e ai bambini, e alla fine rimasero addirittura dodici ceste piene di avanzi. 
Una straordinaria moltiplicazione che dice: “condividi”, perché più si condivide, più le cose si moltiplicano e bastano per tutti”. L'unione fa la forza. Condividiamo allora quello che abbiamo, quello che siamo, quello che conosciamo, e tutto si moltiplicherà. Se ci mettiamo insieme, i miracoli avvengono. Se ognuno fa la sua parte, l'impossibile diventa possibile. In qualunque realtà sociale, lavorativa, religiosa, più ognuno mette a disposizione degli altri le proprie informazioni, le proprie capacità, le proprie risorse professionali, umane e spirituali, più quella realtà funzionerà e raggiungerà i suoi obiettivi. In una comunità, in una famiglia, più uno condivide ciò che vive, ciò che prova, gli alti e i bassi delle proprie giornate, più l'unione si moltiplica, più diventa forte, intima, inattaccabile, profonda. 
Mentre la società moderna tende a dividerci sempre più, a privatizzarci, a singolarizzarci, noi abbiamo bisogno di metterci insieme, di aiutarci, di condividere, di offrire ciascuno ciò che può offrire. 
C’è un ulteriore significato del miracolo: “quel che sembra impossibile spesso non lo è”. 
Essere credenti significa ritenere possibile l'impossibile. Sfamare cinquemila uomini, praticamente con nulla, è un’impresa impossibile. Ma non per Gesù. Non per chi crede veramente. Le cose molte volte non sono “impossibili”; siamo noi che preferiamo immaginarle tali, perché sono faticose: sono “impossibili” perché ci costringono a faticare, ci costringono a cambiare, a rivoluzionare la nostra vita. E questo ci spaventa, ci porta ad evitarlo. 
Altro pregio di questo vangelo, è di essere un meraviglioso inno all'umiltà: “fidati di quel poco che sei, di quel poco che hai”. Quei cinque pani e due pesci è quello che siamo noi: ben poca cosa! Se guardiamo la nostra persona, le nostre capacità, le nostre doti, ciò che in pratica facciamo o ciò che siamo in grado di fare, siamo proprio ben poca cosa! Quante persone, guardando alla loro pochezza, convinti di non riuscire in nulla nella vita, si deprimono. Ma è proprio questo il miracolo della vita e del vangelo: ciò che per l'uomo è invalidante, scarso, insufficiente, limitato, per l’economia divina è infinitamente grande, prezioso, senza limiti. L’importante è rendersene conto. E se anche noi ci fidassimo di quel piccolo tesoro che Dio ha affidato alla nostra operosità, sicuramente faremmo cose grandi. Certo, a tutti noi piacerebbe avere qualità e capacità eccezionali, come per esempio essere bravi musicisti, atleti impareggiabili, abili informatici, esperti nelle lingue, essere insomma simpatici, empatici, profondi e sensibili con le persone. Ma se avessimo tutto questo, magari ci sentiremmo “superiori” a tutti gli altri, ci isoleremmo nella nostra “reggia”, ignorando orgogliosamente i nostri fratelli meno “dotati”. Forse chissà, proprio per questo il buon Dio, conoscendo questo rischio, si è limitato ad affidarci i nostri “cinque pani e due pesci” di partenza, affidando la loro “moltiplicazione” alla nostra fede, alla nostra umile e costante disponibilità.
Aver fede significa infatti accettare con riconoscenza la nostra realtà, il nostro presente, perché tutto ciò che ci riguarda, la vita stessa, è dono, quel grande dono che viene dall'Alto, da Dio; è Lui che ci ha creati, che ci ha voluti così come siamo, con la nostra specifica fisionomia. Recriminare per questo, ribellarci, pretendere di essere diversi, significherebbe rimproverare Dio di essersi sbagliato con noi, di averci creati mediocri, come qualcosa di scadente, di inutile. Quando invece dovremmo avere l'umiltà di riconoscere che in quella minuscola e insignificante creatura che siamo, Egli ha impresso il segno indelebile della sua grandezza, della sua forza, del suo amore: una prospettiva esaltante che deve spronarci a crescere: diventare migliori, aspirare al Bene Assoluto, infatti, non è compito di Dio, ma solo nostro; è la missione “divina” che Lui ci ha assegnato in questa nostra vita.
Capita invece che noi difficilmente ci lasciamo coinvolgere in questo programma: siamo decisamente contrari a crescere, a mettere a frutto, a condividere con i “cinquemila e oltre” fratelli, i nostri “cinque pani e due pesci”; in particolare non accettiamo di venire sollecitati dall’esempio altrui, da quanto fanno i nostri vicini, i nostri amici, in una parola da tutte quelle persone che vivono con fede umile e convinta la loro chiamata. Una scappatoia piuttosto meschina, è un nasconderci dietro un dito; perché alla fine, il vero “superiore” non è colui che si ferma a guardare e criticare gli altri, ma colui che si impegna e mette a frutto seriamente i propri piccoli carismi, le proprie forze, le proprie potenzialità, in una fraterna condivisione: non a parole, vuote e inconsistenti, ma con i fatti! 
Un’ultima considerazione: “date voi stessi da mangiare”: se in questa risposta che Gesù ha dato ai discepoli trasformiamo il "soggetto" in "complemento oggetto", la frase acquista un senso decisamente più difficile e impegnativo: “date da mangiare voi stessi”, ossia “offrite la vostra persona in cibo” agli altri, condividete con i fratelli non solo tutto ciò che avete, ma anche tutto ciò che siete: il massimo della condivisione.
Non è un’assurdità: Gesù stesso ci ha lasciato in proposito un esempio sublime, reale e concreto.
Pensiamo infatti a quanto succede ogni volta nell’Eucaristia, durante la santa Messa: Egli ripete sempre a nostro beneficio lo stesso miracolo della moltiplicazione e condivisione; trasforma cioè la sostanza di un pane, che è ben poca cosa, nel suo Corpo divino, e lo divide fra tutti. Un niente che diventa “Tutto per tutti”. E non basta: perché oltre al pane, Gesù “trasforma anche noi”, uno per uno, individualmente: assumendolo, cioè, Egli ci tocca dentro, ci scuote, ci commuove, “diventa noi”. Dobbiamo aver fede e saperlo ascoltare nel silenzio del nostro cuore: e allora sarà impossibile non avvertire che il suo è un tocco d’Amore che ci sconvolge l’anima, ci cambia profondamente, ci impedisce di essere quelli di prima, ci rinforza, ci risana; insomma ci fa diventare “nuovi”, radicalmente diversi.
Se crediamo veramente in Lui, se gli siamo fedeli, è allora che avremo la conferma che quel niente, quel nulla che siamo, diventerà con Lui ogni volta davvero tantissimo, una quantità immensa di “pani e pesci” da poter distribuire con gioia al mondo intero! Amen.

  

martedì 21 luglio 2026

26 Luglio 2026 – XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Mt 13,44-52 
«Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra. Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».

Il vangelo di oggi parla del Regno dei cieli e per spiegarlo ci presenta tre similitudini: il regno dei cieli è simile ad un tesoro nascosto in un campo, ad un mercante alla ricerca di perle preziose e infine ad una rete gettata in mare per la pesca. La prima e la seconda sono molto simili, il tema è identico: trovare il Regno dei cieli significa scoprire qualcosa di molto prezioso.
Vediamole più da vicino: l’uomo della prima similitudine, un contadino, mentre sta dissodando un campo, trova sepolto nel terreno un tesoro molto prezioso, un’autentica fortuna: lo nasconde nuovamente, e per impossessarsene vende tutto quello che possiede e compra quel campo.
La seconda allegoria racconta invece di un commerciante alla ricerca di perle preziose. Trovatane una particolarmente splendida, vende tutto pur di comprarla. 
Ora, mentre il primo trova il tesoro per pura casualità, il secondo lo trova dopo una lunga e meticolosa ricerca. In ogni caso, entrambi trovano un oggetto di così grande valore, da rendere insignificante quanto già possiedono. Nessun prezzo infatti è adeguato al valore di quel tesoro e di quella perla.
Le due similitudini ci dicono in sostanza che Dio, il “Regno dei cieli”, è un qualcosa di meraviglioso, di incredibile, un qualcosa che non ammette confronti: il suo valore è talmente elevato che per ottenerlo è necessario rinunciare a tutto quanto si possiede. 
Ebbene, Dio è questo “tesoro nascosto”: è lo Spirito di Dio che ci inabita fin dal primo istante della nostra esistenza, dal momento in cui il Padre celeste ha “alitato” in noi la Vita.
Se lo scopriamo veramente, se lo sperimentiamo, diventerà poi impossibile abbandonarlo: perché è Lui che ci spinge a diventare noi stessi, ad osare, a realizzarci come persone, a cercare sempre nuove soluzioni per servirlo; Lui ci stima, ci ama e ci fa sentire amati; con Lui ritroviamo la nostra autonomia di vita e di pensiero, diventiamo liberi, vinciamo le paure; è grazie a Lui che sentiamo sprigionarsi dentro di noi il fuoco della vita e dell’amore. 
È impossibile fare a meno di Lui, siamo stati creati a sua “immagine”, portiamo impresso dentro di noi il suo indelebile marchio di fabbrica. Quando alla domenica le omelie della messa spiegano cosa deve fare il cristiano per custodire questo “tesoro unico”, sentiamo insistere soprattutto sulla necessità di pregare, di andare in chiesa, di frequentare piamente riti e liturgie; ma Dio non è una preghiera, non è una cerimonia (ancorché sublime), non è una professione di fede; non è un “Credo” o un “Padre nostro” recitati insieme ai presenti, magari pure distrattamente: Dio non è un qualcosa di statico, di immobile, di lontano da noi, in attesa di venire raggiunto dalle nostre svogliate e frettolose “incensazioni” spirituali.
Dio per chi crede è coinvolgimento, è dinamismo, è azione. A Dio non basta un’ora di preghiera al giorno; Dio non vuole che gli dedichiamo “una parte”, ancorché importante, della nostra vita: lui la vuole tutta! Lui vuol fare “alleanza” con noi, vuole “sposarsi” con noi, vuole rapirci, prenderci, assorbirci completamente. Perché ciò che Lui ci offre è amore allo stato puro, è passione che travolge, è necessità di un’altra vita per amarlo come merita. Basta solo un suo sguardo penetrante, amoroso, indulgente, per rapirci, per santificarci.
È infatti esattamente questo che Gesù faceva quando incontrava le persone: non guardava l’esteriore, non la bella presenza, ma l’anima, lo Spirito che le inabitava. È stato così con Maria Maddalena: mentre tutti vedevano in lei una donnaccia, una corrotta, una di malaffare, Lui vedeva il suo valore, la sua potenzialità, la sua dote spirituale, la sua sincerità interiore. E con questo la salvò. Lo stesso fece con Pietro, Matteo e tutti gli altri, gente comune, persone che si sentivano insicure e inadeguate. Ma Gesù le valorizzò, le amò, credette in loro, le trasformò, divenne in loro quel “tesoro nascosto”, quello Spirito che animò e trasformò radicalmente la loro vita.
Lo stesso è successo e succede anche per tutti noi: Dio è sceso in noi con il suo Spirito di vita, è la gemma che ci impreziosisce, è la nostra guida inseparabile, insostituibile; purtroppo, però, quanti si preoccupano oggi veramente di Lui? C’è ancora qualcuno, nella nostra società evoluta, che si renda conto della Sua intima e preziosa presenza? Certo, se siamo continuamente occupati a cercare soldi, sicurezza economica, piaceri, benessere, tranquillità, non potremo mai accorgerci di Lui: basterebbe anche poco per scoprirlo, ma preferiamo lasciarlo solo, nell’indifferenza, nell’abbandono più totale.
Allora, scendendo nel concreto, dovremmo chiederci: “Chi o cosa cerco io nella mia vita?”.
In particolare: “Dove cerco?”. Se pensiamo infatti che la felicità assoluta risieda in qualcuno o in qualcosa “fuori” da noi, il nostro cercare sarà inutile, continueremo cioè a cercare per tutta la vita e non troveremo mai nulla, perché il “tesoro” che dobbiamo cercare non è fuori di noi, ma dentro di noi. Trovarlo, significa appunto riscoprire quell’immagine, quella somiglianza divina che Dio ha impresso in noi fin dalla nostra nascita, significa “ricopiarla”, significa “dimostrarla” all’esterno con la nostra vita: sì, perché il “nostro” tesoro, la perla più preziosa, l’essenza del nostro vivere, è la nostra anima che si specchia costantemente in Dio.
Per questo dobbiamo cambiare metodo di ricerca, per questo la nostra vita deve necessariamente cambiare. Anche se gli altri ci deridono, anche se ci prendono per dei fuori di testa, noi in cuor nostro sappiamo perfettamente chi e cosa cercare.
Anche i due uomini della parabola si comportano da folli, da pazzi, perché, pur di entrare in possesso del “tesoro”, si disfano di ogni loro avere: lasciano il certo per l’incerto, vendono tutto quello che hanno, si spogliano di tutto, pur di ottenere un tesoro di cui ancora non conoscono il valore reale. Cose veramente da pazzi. Ma Dio è per i pazzi, per i folli, perché non ci chiede qualcosa, ma pretende tutto, ci chiede noi stessi. Dio non si accontenta di un nostro coinvolgimento parziale, lo vuole tutto, lo vuole completo.
Il vangelo di oggi ci fa capire appunto che Lui è la “cosa” più bella in assoluto, che viene al primo posto nella scala dei valori, che è il più importante in assoluto perché va oltre i nostri limiti temporali: per Lui non esiste un “termine”, dopo il quale scomparirà lasciandoci soli. Una volta che l’avremo trovato, Egli rimarrà per sempre, per l’eternità, il nostro unico “tesoro prezioso”, la nostra unica “perla di inestimabile valore”. 
Il Regno dei cieli è ancora, infine, come quella “rete” gettata in mare per la pesca. Tutti noi, un giorno, saremo chiamati a tirarla fuori per dimostrare ciò che abbiamo “raccolto” nel corso dell’intera nostra vita: a quel punto non servirà più appellarsi a scuse di mare “troppo calmo” o “troppo tempestoso”: quello che abbiamo fatto, è fatto. Quello che conta allora è soltanto l’effettiva qualità del nostro “pescato”: le iniziative positive, le buone azioni, gli atti d’amore che hanno valorizzato la nostra vita. Se nella nostra rete non abbiamo di queste risorse, se cioè in vita non ci siamo preoccupati di mettere dei paletti, non abbiamo saputo controllare il nostro egoismo, il nostro orgoglio, non abbiamo saputo accettare e superare le prove dolorose, esprimere i nostri sentimenti di carità, se non abbiamo creato punti di forza, di ancoraggio, a salvaguardia della nostra fede, non avremo bisogno di condanne, perché capiremo immediatamente da soli il nostro fallimento, e saremo noi stessi che ci consegneremo agli angeli, incaricati di allontanarci dall’Amore eterno. Inutile qualunque recriminazione: dovevamo pensarci prima! Dovevamo “costruire” prima la nostra salvezza, perché il tempo dell’azione è la vita, è l’oggi, è ora: Il nostro benessere futuro, la nostra salvezza, il nostro entrare a far parte del Regno di Dio, dipende solo dall’impegno, dalla costanza, dal sacrificio, dall’amore, che mettiamo nella nostra “pesca” attuale; il suo risultato “miracoloso” dipende quindi da noi, dalle nostre scelte di vita: “a chi ha, sarà dato e sarà nell'abbondanza; e a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha”. Non c’è alternativa: se ci presenteremo con “pesce avariato”, se nulla di buono uscirà dalla nostra “rete”, finiremo gettati “nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti”. 
Non servono corsi di teologia per capire il significato profondo di queste parole. Non le dico io, è Gesù che le dice: e per evitare che qualcuno le equivochi o le traduca in maniera più “buonista”, come tanto volentieri si fa oggi, Gesù chiede di proposito ai suoi discepoli: “Avete compreso tutte queste cose?». Ed essi, umili e convinti, gli rispondono: “Sì”; essi hanno capito e per loro tutto è chiaro: ma noi, cristiani di oggi, abbiamo veramente capito bene? Amen.

 

martedì 14 luglio 2026

19 Luglio 2026 – XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Mt 13,24-43 
Espose loro un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”. Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. E i servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. “No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio”». Espose loro un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami». Disse loro un’altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata». Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se non con parabole, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta: Aprirò la mia bocca con parabole, proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo. Poi congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo». Ed egli rispose: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno e il nemico che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, ascolti!»

È la celebre parabola della zizzania. Gesù è costretto a spiegarla bene, non perché i discepoli non siano in grado di capirla, ma perché non vogliono capirla così com’è; non sono cioè d’accordo con quanto Egli intende qui insegnare. Si tratta, infatti, di una parabola scomoda, per certi aspetti irritante, perché prospetta una realtà difficilmente accettabile, una situazione in contrasto con la loro idea di “discepolato”. 
Cerchiamo di capirne il motivo: c’è un uomo che, con fatica e sudore, ha seminato nel suo campo del buon seme. Durante la notte però il nemico, sempre pronto a colpire, vi semina sopra la “zizzania”, una graminacea altamente tossica, molto simile al frumento, e quindi non riconoscibile fino alla maturazione di entrambi i semi. 
Il riferimento alla coesistenza del bene e del male nel mondo è evidente. È naturale quindi che gli apostoli non prendano molto bene la prospettiva di vedere puntualmente ostacolata, o addirittura vanificata dagli interventi velenosi del maligno, la loro missione evangelica: perché accettare passivamente tale possibilità? Perché aspettare che il male metta radici e si sviluppi? Non sarebbe meglio metterlo subito in condizione di non nuocere? Certo: ma - prosegue la parabola - a voler togliere il male (la zizzania) sul nascere, si corre il rischio di estirpare anche il bene (il grano) poiché le radici di entrambi risultano strettamente intrecciate fin dal loro nascere.
Il messaggio è chiaro: “Dobbiamo tenere l’uno e l’altro”; dobbiamo cioè convivere con questa realtà; anche perché “Non sta a te decidere cosa è bene e cosa è male”, cosa va estirpato e cosa no; in altre parole, non sta a noi giudicare in partenza chi è buono e chi è cattivo.
Nel libro della Genesi, nel raccontare la creazione del mondo, la Bibbia non dice che “prima” non c’era nulla, ma sottolinea l’esistenza del “caos”, dell’informe, dell’indefinito. Cioè: c’era “un qualcosa”, ma non spiega chiaramente cosa fosse. La prima cosa che Dio creatore ha fatto è stata, pertanto, quella di “distinguere” (termine più appropriato del nostro “separare”) le cose: di conferire cioè ad ogni elemento, con il nome, anche le rispettive caratteristiche: così la luce e il buio; le acque e la terra; le acque del mare e le acque del cielo e via dicendo.
Ebbene: questo è esattamente ciò che siamo chiamati a compiere anche noi nella nostra vita: distinguere, discernere, individuare ciò che è bene e ciò che non lo è, per seguire l’uno e combattere l’altro, per poter tornare ad essere quelle creature che Dio ha espressamente voluto a sua immagine.
Gesù ci ricorda a questo proposito che nel mondo non ci siamo solo noi, non siamo noi gli unici “lavoratori” impegnati su questa terra; per questo dobbiamo essere molto guardinghi, perché siamo circondati da una quantità infinita di operatori del male. Nella nostra vita, nel nostro piccolo “terreno” privato, per esempio, non siamo gli unici ad occuparci di “semina”, a renderci cioè autonomi nelle nostre scelte esistenziali: prima di noi infatti hanno seminato i nostri genitori, le persone che abbiamo incontrato, lo sviluppo stesso della nostra infanzia, pieno di ideologie nascenti, di esperienze, di paure, di ansie. La nostra attuale esistenza quindi non è “un nostro prodotto esclusivo”, ma il risultato di numerose concause, dell’intervento di molteplici “seminatori”. Saremmo quindi degli illusi se oggi ci presentassimo unicamente come “quel grano pregiato”, frutto della semina iniziale del Padrone, perché in realtà siamo il prodotto di un amalgama informe, costituito da condizionamenti, interferenze, intrusioni nefaste (le mode, la televisione, i media, il sociale), con cui necessariamente dobbiamo convivere.
Cosa ci fa capire allora questa parabola? Che chi vive in questo mondo è libero di spargere, su qualunque terreno, ogni seme a suo piacimento: salvo poi ovviamente dover rendere ragione a Dio delle proprie iniziative, se sane e fruttifere, oppure velenose, letali, mortifere.
L’importante però è che, di fronte a tali cattiverie, a queste forme sempre nuove di “zizzania”, noi ci comportiamo sempre come Gesù ci ha insegnato: con pazienza, con rassegnazione, con grande “carità”; dobbiamo cioè accettare comunque queste “disgrazie”, considerandole addirittura come “dono” di Dio; e non solo: perché sappiamo che di fronte all’odio, alle malignità, alle prepotenze altrui, il nostro dovere è di reagire col bene, intensificando le nostre “semine” della Parola di Dio, rendendole ancor più abbondanti e incisive nella loro positività, nella fratellanza, nell’amore. 
Ma anche in ciò, non dobbiamo pretendere di essere talmente bravi, da ottenere, subito e soltanto, del grano di prima scelta: dobbiamo invece fare sempre i conti con quel mix di sementi negative che sono cresciute con noi, e che sono ormai diventate la “nostra zizzania”, talvolta anche della peggiore specie. È purtroppo con questa dicotomia di bene e male, fenomeno naturale e inscindibile dell’animo umano, che le nostre scelte di vita, le nostre semine, e la nostra mietitura finale, devono continuamente fare i conti.
Sei grano e zizzania”, ci conferma Gesù: “Fai attenzione, perché se nella pretesa di essere un esclusivo produttore di grano superiore, decidi insensatamente di separarlo appena sbocciato dalla zizzania, rischi di non avere più nulla in mano, niente di niente. Accettati invece umilmente così come sei: con le tue potenzialità, con i doni che ti ho dato, con le tue risorse, ma anche con i tuoi limiti, i tuoi errori, le tue debolezze”. 
Ascoltiamolo allora questo suggerimento di Gesù! Non ostiniamoci a voler strafare; non pretendiamo ad ogni costo una perfezione “assoluta”, al di sopra delle nostre possibilità. Cerchiamo invece di capire bene che il grado di perfezione, al quale Gesù ci ha chiamati, consiste nel concretizzare, nel dare vita, in semplicità e umiltà, a quel progetto che il Padre stesso ha tracciato per noi fin dalla nascita. Un programma adeguato alle nostre possibilità, che tiene conto dei nostri difetti, delle nostre miserie, dei nostri limiti. Il Signore, infatti, ha ottenuto i migliori risultati proprio con persone nient’affatto perfette: con peccatori, pubblicani, prostitute, ecc. Egli infatti non teme i nostri errori; Egli “teme” piuttosto la nostra stupidità, la nostra megalomania, il nostro voler indossare abiti non nostri, decisamente fuori misura, stravolgendo in questo modo quel ruolo di suoi umili servitori, che rappresenta lo scopo reale della nostra vita.
E concludo: l’uomo “perfettissimo” non esiste; tutti, chi più chi meno, siamo esposti alle prove della vita: in alcune ne usciamo anche vittoriosi, ma in altre dimostriamo tutta la nostra debolezza, la nostra meschinità. Consapevoli di ciò, affrontiamo comunque con decisione e umiltà l’impegnativa scalata alla nostra perfezione, cercando di trasformare le nostre vittorie e sconfitte in atti d’amore a Dio, a beneficio dei nostri fratelli. Amen.

 

martedì 7 luglio 2026

12 Luglio 2026 – XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Mt 13,1-23 
Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.
Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».

Per ascoltare il vangelo, per meditare sulle sue parabole, per capirlo nel profondo dell’anima, dovremmo comportarci esattamente come faceva Gesù: fermarci, sederci, cercare di isolarci dal frastuono che ci circonda, ma soprattutto distaccarci da quell’enorme vortice di pensieri, di preoccupazioni, di ambizioni, di distrazioni, che come un frullatore agitano continuamente la nostra mente: dobbiamo staccare la spina con decisione, e concentrarci sulle parole che abbiamo davanti, fissarci solo su di esse e ascoltare cosa ci dicono. E se noi ci mettiamo il cuore, se siamo decisi a seguirle per riordinare la nostra vita, esse ci diranno molto più di quanto immaginiamo.
Ebbene: la parabola del vangelo di oggi è particolarmente chiara, comprensibile: c’è un contadino occupato nella semina, e nel gettare la sua semente, succede che una parte di essa cade sulla strada, un’altra tra i sassi, un’altra ancora tra i rovi; infine una parte cade nel terreno buono e fertile, e sarà questa che porterà molto frutto.
Tutto ciò ha ovviamente un suo significato: il seminatore è Dio che “semina” la sua Parola agli uomini. Una parte cade sulla strada: che significa? La “strada” indica una impenetrabilità assoluta; è una zona arida, battuta dai venti, calpestata da tutti, in cui nulla può germogliare, attecchire, crescere; “strada”, sono pertanto coloro che si rifiutano per principio di prendere in considerazione gli insegnamenti del Vangelo. 
Un’altra parte cade tra le fitte pietre a bordo campo: i sassi, che ostacolano qualunque sviluppo, qualunque crescita di quel seme caduto tra le fessure, sono i primi entusiasmi di chi si avvicina al vangelo per caso, per curiosità, di chi conduce una vita superficiale, insensata, volubile: all’inizio la novità del “seme” li cattura, prende la loro anima, ma alla prima insignificante difficoltà, si dimenticano di tutto e continuano il loro cammino nel nulla. 
Un’altra parte ancora cade tra i rovi fitti e spinosi: il “seme” cerca di crescere, ma viene soffocato immediatamente dal più rapido infittirsi del roveto: sono le persone deboli, coloro che non hanno una personalità, una volontà forte, decisa; sono quelli che si lasciano condizionare dal tenore soffocante della vita; che, sottoposti a continue pressioni psicologiche, abbandonano sul nascere qualunque possibilità di affrancarsi, di crescere. 
Un’ultima parte di semi cade infine nella zona fertile, nel terreno coltivato, nel terreno buono, preparato per riceverlo: ed è qui, solo qui, che esso stabilirà il suo “habitat”, svilupperà tutta la sua potenzialità, porterà in abbondanza quei frutti che il “seminatore” si aspetta. 
Il Vangelo di oggi, dunque, proprio perché intuitivo, ci offre anche la possibilità di meditarlo partendo da prospettive diverse, immedesimandoci cioè nei vari elementi del racconto. 
Immaginiamo, per esempio, di essere noi il “seminatore”: il vangelo non accenna ad alcuna sua reazione per il parziale fallimento del lavoro svolto: ma quale potrebbe essere il nostro stato d’animo in una situazione analoga? Quante volte ci troviamo anche noi a dover constatare un nulla di fatto! Abbiamo seminato, abbiamo dato, abbiamo amato, ma non abbiamo ottenuto assolutamente nulla: tempo e fatica sprecati. Certo, capita! E noi ce ne rammarichiamo profondamente, magari anche con qualche imprecazione! Ma così facendo, dimentichiamo un principio fondamentale: che chi fa le cose veramente per amore, chi offre con gioia tempo ed energie senza pretendere nulla in cambio, chi “semina” nell’assoluta carità, come ci ha insegnato Gesù, non deve mai abbandonarsi al pessimismo, alla delusione; perché c’è sempre una scintilla di bene che nasce e cresce dalle sue fatiche, che porta frutto, esattamente come in questo caso. 
Se poi ci mettiamo dalla parte del “seme”, dobbiamo porci immediatamente alcune domande: “Io, che tipo di seme sono? Mi rendo conto di avere un compito ben preciso da assolvere, proprio per la mia stessa conformità divina? Sono disponibile a “seminarmi”, a “morire” nei fratelli per estendere, per “allargare” il più possibile i frutti del suo amore? In una parola, investo fedelmente a beneficio del prossimo i carismi di cristiano credente che Dio mi ha donato?” Noi, “piccolo seme” della Parola di Dio, nelle sue mani siamo pura potenzialità: nostra missione è pertanto quella di realizzare, di “espandere” nel cuore dei fratelli questo bene divino, in modo che nel mondo cresca e si produca un desiderio sempre più crescente di seguire e amare Dio. È fondamentale, nella nostra vita, essere consapevoli di avere delle responsabilità ben precise verso gli altri; per cui, coscienti di essere autentici “semi di Dio”, non possiamo in alcun modo confonderci tra le migliaia di “semi selvatici” oggi in circolazione; non possiamo semplicemente massificarci conformandoci agli altri, perché questo ci ridurrebbe semplici fotocopie, farlocchi doppioni del nulla, privi di originalità, di personalità, di qualunque valore. 
Se infine ci identifichiamo col “terreno”, anche qui è fondamentale sapere come classificarci: “Che tipo di terreno sono io?” Perché Gesù è molto chiaro: gli insegnamenti del vangelo (i vari semi) vengono ricevuti da “terreni” multiformi, diversi uno dall’altro: ogni uomo, infatti, accoglie il vangelo in modo diverso, ognuno con il suo grado di fede, con la sua personale disponibilità all’ascolto; la qualità del risultato, pertanto, si differenzia da individuo a individuo, in relazione anche ai diversi momenti, positivi o negativi, delle singole vite di ciascuno. 
In tutte queste nostre ipotesi, però, al di là di qualunque considerazione, ciò che ci offre una profonda consolazione, è la certezza di poter ricorrere sempre alla grande bontà, alla pazienza, all’incommensurabile amore di Dio nostro Padre, il quale, da generoso seminatore, ci assiste soprattutto in quelle particolari “stagioni” della nostra vita, in cui produciamo solo foglie, in cui ci comportiamo da “terreni” decisamente aridi e selvatici. Egli sa molto bene infatti che per raggiungere una “mietitura ottimale” (=la nostra perfezione cristiana) dobbiamo sottoporci ad una lunga e faticosa preparazione, spesso ostacolata dall’instabilità, dalla superficialità, dalla precarietà dei nostri propositi: le perturbazioni, le crisi, le cadute, sono purtroppo sempre dietro l’angolo. L’importante è non perdere mai di vista gli impegni assunti, rialzandoci sempre con grande umiltà dalle delusioni per il mancato risultato. Anche perché Dio stesso, rassicurando il profeta Isaia, ha fatto capire che alla fine, grazie a Lui, il nostro “piccolo raccolto” sarà comunque positivo: “La Parola uscita dalla mia bocca, non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero, e senza aver compiuto ciò per cui l'ho mandata” (Is. 55, 10-11). Ecco, questa è la speranza consolatrice che deve sorreggerci in ogni momento della nostra vita. Amen.