mercoledì 13 maggio 2026

17 Maggio 2026 – ASCENSIONE DEL SIGNORE


Mt 28,16-20 

In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

Oggi la chiesa celebra la festa dell'Ascensione: Gesù lascia questa terra e sale al cielo per ricongiungersi col Padre. L’appuntamento concordato con i discepoli è di incontrarsi in Galilea, su un “monte” noto ad entrambi: solo che giunti lassù i discepoli, vedendo Gesù ancora solo, vengono assaliti da nuovi dubbi: la scena che essi immaginavano era quella dei preparativi per organizzare finalmente la rinascita di Israele. Nel loro cuore, pertanto, tutto viene rimesso in discussione. 
Gesù capisce subito la situazione, e li riporta alla realtà: li fa vivere un’esperienza che diventerà importante e decisiva non solo per loro, ma per noi e per tutti i discepoli che verranno: Gesù ci affida il difficile compito di continuare la sua missione nel mondo, assicurandoci la sua costante presenza. Non dice come: ma i discepoli di ogni tempo lo capiranno nel momento stesso in cui lo Spirito di Dio scenderà in ciascuno di loro, ed essi si trasformeranno, diventeranno “altri”.
I pochi versetti della pericope di oggi, concludono il vangelo di Matteo.
Costituiscono la sua sintesi dottrinale: ed è proprio dalla conclusione della vita terrena di Gesù, che dobbiamo partire per capire il compito della sua missione universale, la missione della Chiesa. È da qui che Egli inizia una nuova presenza sulla terra: Egli non c'è più, ma ci sono gli apostoli; Gesù non c'è più, ma c'è la Chiesa, sua presenza nel mondo: Lui “ascende” al cielo, se ne ritorna lassù da dove era venuto, e lascia qui in terra la sua Chiesa, noi, i “nuovi Gesù”. 
In questo passo Matteo, per la verità, non fa alcun cenno all'Ascensione, non spende una parola per questo evento importantissimo. Contrariamente a Luca, che nel suo Vangelo e negli Atti ne parla ampiamente, Matteo non la nomina neppure: si limita a scrivere che Gesù, una volta risorto, appare agli undici e impartisce loro alcune disposizioni prima di andarsene.
La sua è semplicemente una scena di congedo: Gesù che se ne va e lascia ai suoi collaboratori le ultime volontà, lascia il suo testamento spirituale, le sue parole più preziose, a guida e conforto di quanti rimangono.
Matteo apre questo resoconto, sottolineando subito nei discepoli il loro stato d’animo contraddittorio: dapprima “si prostrano” per adorarlo, e subito dopo in cuor loro dubitano di lui: sembra casuale, ma in effetti è una annotazione magistrale, perché dipinge esattamente i due volti della Chiesa, il duplice modo di rapportarsi a Dio dei discepoli, dei cristiani di allora, di oggi, di ogni tempo: ci sono infatti persone che aderiscono immediatamente a Lui, lo sentono vicino, vivo, presente, dentro la loro vita; altre invece sono dubbiose, scettiche, persone che non si lasciano coinvolgere con facilità. Due atteggiamenti tipici dell’animo umano: l’interesse e il disinteresse.
“A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra”. Gesù mette in chiaro le sue credenziali: chi è, che poteri ha, il suo campo d’azione: Egli è il Signore della storia, ha il potere assoluto su ogni cosa, su tutti gli eventi, su ogni uomo. Egli è la salvezza per tutti gli uomini, nessuno escluso: è di tutti, per tutti. È Padre misericordioso, ma anche giudice imparziale.
Parole solenni, importanti, che oggi sentiamo anche noi risuonare distintamente nella nostra coscienza; parole che, per inciso, ci richiamano alla memoria i maestosi mosaici del Cristo “Pantocrator” (dal greco “pan-kratéo” = onni-potente): un Dio serio, autorevole, Padrone della vita e del mondo che, seduto sul suo trono, si appresta a giudicare gli uomini.
Un’immagine oggi accantonata del tutto, poiché ci evoca realisticamente quel momento tremendo in cui anche noi, messi alla sua presenza, dovremo sottoporci al suo giudizio finale: dovremo cioè rendere ragione di ogni cosa che ci riguarda, anche delle più segrete e nascoste: in quell’occasione il nostro animo, la nostra coscienza, il nostro cuore, la nostra vita, verranno esaminati: ogni nostra menzogna sarà svelata, ogni inganno rivelato, ogni lato buio, ogni ombra, messi in luce. Saremo privi di ogni maschera, tutti potranno vederci per quello che siamo realmente: ogni nostro bluff miseramente cadrà: scopriremo che dietro a tante azioni che noi pensavamo buone, si celava falsità, ottusità, cattiveria, mentre al contrario tante azioni giudicate cattive dal mondo, in realtà erano dettate dalla bontà, dall’altruismo, dalla preghiera, dall’ascolto della Parola di Dio. In quel giorno avremo veramente molte sorprese, e capiremo con quanta leggerezza abbiamo vissuto, con quanta presunzione abbiamo spesso agito, senza tener conto che un giorno Dio ci avrebbe giudicato con grande misericordia, è vero, ma anche con la dovuta giustizia.
Oggi dunque Gesù sale al cielo e lascia gli Apostoli sulla terra. Prima era Gesù il responsabile, l'incaricato dell’annuncio; ora lui non c'è più; ma c'è la Chiesa, ci siamo noi. Siamo noi i nuovi responsabili.
Da questo momento in poi, nulla può essere lasciato al caso; la nostra vita non può essere più la stessa di sempre: essere “spirituali” a tutto campo, infatti, vuol dire anche essere concretamente “materiali”: dobbiamo cioè prenderci cura di questo mondo. Non possiamo rifugiarci soltanto nello spirituale, nella meditazione, nel colloquio estatico con Dio, ma dobbiamo calarci anche in questo mondo, percorrerlo in lungo e largo annunciando il messaggio di Cristo. Lui ce l’ha ordinato!
Gesù è stato chiaro: la salvezza è destinata a tutti, nessuno escluso. Dio è di tutti, Dio è per tutti. Nessun movimento, nessuna chiesa, nessun gruppo può dichiararsi esclusivo amministratore della salvezza di Dio. Anche gli Ebrei pensavano questo, anche i farisei dicevano: “Noi abbiamo Dio per padre”; al punto che, convinti di essere nel giusto, hanno ucciso Dio. È Dio che salva chi ne ha titolo, qualunque sia la sua estrazione sociale, la sua origine, la sua razza, la sua cultura. Questa è la missione della Chiesa. Questa è la missione che Gesù ha conferito a noi, Chiesa, a me, a te, a tutti indistintamente, forte dell’indiscussa autorità concessagli dal Padre.
Una responsabilità non indifferente questa: una responsabilità che non deve mai essere disattesa né travisata. Ecco perché noi (la Chiesa) dovremmo continuamente chiederci: “Siamo fedeli a questo mandato di Cristo? Facciamo vedere veramente Cristo? Lo annunciamo veramente? Veramente la nostra vita, i nostri comportamenti, i nostri gesti parlano di Lui, lo testimoniano a tutto il mondo?”.
È importante, fondamentale essere consapevoli di ciò; dobbiamo avere le idee chiare: perché se vogliamo obbedire alla chiamata di Cristo, se vogliamo essere persone “spirituali”, persone cioè che annunciano e vivono lo Spirito del vangelo, non significa che dobbiamo vivere “fuori” dalla realtà, non vuol dire che dobbiamo rifugiarci in un misticismo asettico, privato, elitario: significa invece essere “operativi”, essere concreti; significa prendersi cura di questo mondo in prima persona, significa essere impegnati concretamente in questa missione, significa “sporcarsi” le mani, offrendole amorevolmente ai rifiuti della società.
Ovviamente il mondo, i nemici di Dio, i faccendieri, i falsi umanitari, chi trae profitto dalla carità, fanno di tutto perché noi, Chiesa, rimaniamo chiusi nei nostri santuari, cantiamo le nostre lodi, celebriamo le nostre liturgie; per loro l’unica cosa importante è che nessuno mai si permetta di entrare a gamba tesa nelle loro vicende “temporali”, nelle loro vicende “mondane”, nelle loro ideologie, nei loro equilibrismi; vogliono che la Chiesa in particolare non si impicci di politiche sociali, di famiglia, di matrimoni omosessuali, di trasformazioni genetiche, di sfruttamento minorile, di lavoro nero, in una parola sul metodo suicida con cui intendono risolvere l’attuale squilibrio sociale, prescindendo da Dio e dal suo Vangelo.
Ma Gesù non vuole che stiamo zitti: la sua Chiesa non può rimanere zitta o indifferente! Lui stesso si è sempre espresso apertamente contro ogni sopruso, contro ogni ideologia: e Lui deve essere l'unico nostro criterio di giudizio, a Lui e al suo Vangelo dobbiamo conformarci, perché, lo ripeto, noi oggi rappresentiamo il Gesù di allora: questo non dobbiamo dimenticarlo mai!
Lui non c'è più, è vero, ma ci siamo noi per Lui, e pertanto non possiamo rinnegare, adattare o distorcere la sua Parola.
Questa è la realtà cristiana: se non ci sta bene, se non la affrontiamo convintamente, smettiamo di definirci pomposamente dei buoni cristiani, “discepoli del Maestro”: smettiamo di ingannare noi e gli altri, poiché lontani da Lui, disallineati dal suo Spirito, ogni nostra iniziativa crollerà e noi stessi continueremo ad essere delle misere nullità.
Il mandato che Egli ci ha espressamente affidato è sì impegnativo ma anche straordinario, entusiasmante: “Andate! Fate discepoli! Apritevi!”.
Una fede chiusa, circoscritta, è una fede morta; al contrario, la vera fede è aperta, dinamica, in costante crescita, in continua progressione. La Chiesa non può vivere appartata, inerte, silenziosa spettatrice delle rivoluzioni pseudo culturali e morali in atto nel mondo: oltre che “cristiana”, legata cioè indissolubilmente a Cristo e alla sua Dottrina, deve essere anche “cattolica”, universale, deve cioè diffondersi a tutti gli uomini, far conoscere al mondo intero la sua autentica identità, la sua lucentezza, la sua originalità; soprattutto, e questo è fondamentale, la sua assoluta fedeltà ai quei valori inalienabili che il suo Fondatore le ha esplicitamente affidato.
Purtroppo, anche nella nostra cattolicissima Italia, troppo spesso assistiamo ad un silenzio assordante: l’autentica fede cristiana è abbandonata allo sbando: debilitata, ferita, imbastardita, fagocitata dalle novità del momento, arroccata su visioni e programmi destinati puntualmente al disinteresse generale, si sta definitivamente spegnendo; ci troviamo di fronte ad un cattolicesimo declassato, fuori moda, diventato religione “per vecchi”, per chi non ha nient’altro da fare: trascurata, accantonata, svilita dall’ignoranza delle nuove generazioni, ha gradualmente smarrito il suo entusiasmo vincente, quella vitalità che la rendeva raggiante, appassionante, coinvolgente.
Sarebbe ingeneroso scaricare come al solito l’intera responsabilità di questa tragica situazione unicamente sui preti, sul clero, sul magistero: purtroppo però un consistente numero di tali esponenti, importanti protagonisti della gerarchia, per una falsa “misericordiosa” apertura, si sta gradualmente adeguando sempre più alle esigenze del mondo e del nuovo pensiero fluido dominante; tuttavia, dobbiamo giustamente riconoscere che, questa volta, gran parte della responsabilità è “nostra”, di noi cristiani tiepidi, demotivati, indifferenti, senza orgoglio, smidollati: cristiani spinti più dall’apparire che dall’essere, preoccupati più di piacere al mondo che a Dio. Amen.

 

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