martedì 19 maggio 2026

24 Maggio 2026 – DOMENICA DI PENTECOSTE


Gv 20,19-23 

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». 

Dopo la morte di Gesù, gli apostoli vengono presi da un profondo sconforto, dalla paura, dalla delusione. Si sono rinchiusi nel Cenacolo, stanno tutti insieme, hanno una paura folle. Il Cenacolo, in cui tutto ricorda ancora la presenza di Gesù, è per loro una specie di grembo materno, si sentono avvolti, protetti, nascosti, al sicuro. I cinquanta giorni, che sono trascorsi dalla Pasqua, hanno segnato per loro un’esperienza terribile, un periodo di profonda e sofferta crisi interiore.
Improvvisamente un terremoto, un uragano, uno scossone tremendo si abbatte su di loro. Lo Spirito di Dio è sceso su di loro, ha invaso i loro cuori, ha spazzato le loro menti: la loro esistenza viene completamente stravolta; i loro pensieri, le loro certezze, la loro vita, che prima seguivano certi ragionamenti, all’istante cambiano, trasformano radicalmente tutto il loro essere: da incerti, timorosi, dubbiosi, diventano forti, intrepidi, decisi: in una parola diventano “altri”, sono irriconoscibili.
È la Pentecoste, il giorno dello Spirito: il giorno che ha segnato la loro totale, decisiva rinascita. Da un livello di superficie, di esteriorità, di facciata, sono passati ad un livello di grande profondità, di decisiva interiorità; da un dipendere da altri, da una insicurezza infantile, sono passati alla piena maturità, alla completa autonomia, alla totale libertà di pensiero.
Parlano una lingua “altra”, che però tutti capiscono, perché dentro di loro hanno stabilito un contatto diretto con Dio. Fino ad allora Gesù era una presenza esterna: aveva vissuto con loro giornate intere, avevano mangiato e parlato insieme. Ora quel Gesù, risorto, non è più all’esterno ma dentro di loro, lo sentono forte e chiaro, potente e presente. Il loro terrore di perderlo si è trasformato ora nella certezza che nessuno avrebbe più potuto allontanarlo da loro.
Pentecoste è pertanto una “irruzione” dello Spirito che sconvolge, rovescia, rigenera; per questo è sempre accompagnata da una crisi. Il verbo greco “crino”, da cui “crisis”, vuol dire separare, distinguere, giudicare: la “crisi” generata dallo Spirito consiste quindi in un punto di rottura, di svolta, di separazione: è il momento cioè in cui dobbiamo stabilire ciò che in noi va tenuto e ciò che va lasciato, in cui riconoscere il nuovo, e avere il coraggio di lasciare il vecchio.
Noi, creature umane, siamo impastati di crisi; per noi è impossibile crescere, evolvere, rinascere, senza dover di volta in volta affrontare e superare le nostre tante crisi: quelle della vita, degli anni che passano inesorabilmente, dei fatidici sessant’anni; della morte di persone a noi care; delle disavventure e delle difficoltà economiche, della perdita del lavoro; come pure quelle spirituali e affettive: della fede che non ci sorregge più; della necessità di maggiori certezze; delle speranze che ci crollano addosso; del naufragio di un amore, di una famiglia, dell’allontanamento dei figli.
Tutte crisi che fanno da corredo alla nostra vita: ognuna di esse comporta una sofferenza, un travaglio, un conflitto, ma sono anche prove che ci maturano, ci rendono più forti, ci scuotono, perché ognuna di esse è sempre e comunque superabile: noi non siamo mai soli, abbandonati a noi stessi, ma costantemente protetti da quel particolare “intervento” dello Spirito che ci assiste, ci trasforma, ci rende la Vita più vera, più matura, più libera. È in quel momento specialissimo che percepiamo distintamente l’amore di Dio che opera in noi: è la nostra personale Pentecoste, è la consolante azione dello Spirito in noi.
Eppure, se noi chiediamo alla gente cos’è lo Spirito, la maggior parte non sa cosa rispondere. E non sa rispondere perché purtroppo non Lo conosce, non ne ha esperienza, non l'ha mai individuato, mai vissuto. Molti pensano che lo Spirito sia un “optional”, un accessorio che ciascuno a piacere può aggiungere alla propria personalità; e poiché per quanto li riguarda, stanno già ottimamente così come sono, dello Spirito di Dio ne fanno volentieri a meno.
Ma lo Spirito non è un di più, un’aggiunta, un supplemento: è qualcosa di noi, è parte del nostro essere, è quel “qualcosa” che addirittura ci fa essere. Non è che Dio, in un certo giorno della nostra vita, si sveglia e decide di farci un regalo, scendendo in Spirito dentro di noi; Egli è da sempre in noi, è Lui che ci ha fatto essere, ci ha fatto crescere: perché è esattamente Lui quel “soffio di vita” che Dio nella creazione iniziale alitò sull’uomo, quel "soffio" che Egli continua puntualmente ad alitare su ogni essere umano all’istante del suo concepimento.
Allora, essere “spirituali” non vuol dire pregare molto, compiere buone azioni, fare cose pie e religiose, frequentare la chiesa, partecipare a pellegrinaggi ecc. Essere “spirituali” vuol dire essere dello Spirito, vivere "con" e "nello" Spirito, dimostrare a tutti Chi è Colui che abita in noi, far capire a Chi apparteniamo, Chi è la nostra guida spirituale: significa insomma condurre quel “particolare” stile di vita definito "spirituale".
Se guardiamo una persona, noi in genere ci fermiamo solo al suo apparire esteriore. Dobbiamo invece, come faceva Gesù, andare oltre la realtà materiale, dobbiamo guardare l’anima delle persone, dobbiamo individuare lo “Spirito” in quanti incontriamo: dobbiamo in una parola interessarci soprattutto a quella realtà soprannaturale che Lui chiamava “Regno di Dio”.
E lo diceva sempre: “Il Regno di Dio non è un luogo lontano, isolato, ma è qui, è dentro di voi, oggi, ora, adesso: vederlo, riconoscerlo, dipende solo da voi, dai vostri occhi!”. Gesù infatti anche quando guardava un fiore, un giglio del campo, vedeva Dio, perché vedeva la loro Luce, la loro Grazia, erano opera dello Spirito; guardava gli uccelli del cielo ed esclamava: “Che meraviglia; chi può vestirli, chi ha dato loro tanta libertà per librarsi così nel cielo?". Vedeva i fatti che accadevano e vi leggeva la mano di Dio che interveniva per insegnare a vivere; vedeva i sofferenti, i poveracci, i bisognosi e mentre tutti cercavano di evitarli, Egli li avvicinava, li abbracciava, li baciava, coglieva il loro bisogno d’amore, donava amore. Vedeva i peccatori e mentre tutti li consideravano nemici di Dio, Egli entrava dentro la loro anima, ne coglieva la luce nascosta, la loro forza, il desiderio intimo e profondo di rinascere. Vedeva dei pescatori qualunque e coglieva le loro potenzialità, li vedeva già suoi “apostoli”. In croce era accanto ad un assassino, un omicida e, mentre tutti vedevano in lui il malfattore, Egli lo rassicurava: “Oggi sarai con me in Paradiso”. Condannato a morte, mentre noi proviamo soltanto rabbia verso i suoi carnefici, Egli vide in loro quel piccolo barlume di luce, soffocato dalla tenebrosità del loro cuore, e disse: “Padre perdonali, perché non sanno quello che fanno”. Gesù insomma non si fermava all’esteriore, alla facciata, al materiale; Gesù vedeva in ogni essere umano lo Spirito del Padre, la Luce che illumina la loro anima di creature.
Questo faceva Gesù, e questo è l’insegnamento che Egli ci ha lasciato: ma noi siamo troppo distratti, siamo indifferenti, assenti: abbiamo sempre una quantità di cose da fare, siamo tesi, tormentati, assillati: non siamo mai pienamente sereni, felici, non riusciamo mai, insomma, ad entrare in sintonia con lo Spirito che vive in noi.
Questo è il nostro problema: non riuscire a percepire il divino, a vedere Dio. Siamo bloccati sul materiale delle cose, sollecitati, bersagliati in questo, dalla moderna società, miseramente incapace di elevarsi allo spirituale. È purtroppo la sua vera, autentica malattia: l'unico interesse che la regge è “avere”, possedere: “Quanto costa? Quanti soldi hai? Quanti soldi servono? Quanti soldi ti danno?”. Siamo tutti concentrati sul materiale, sull’egocentrismo più sfrenato: “Io, io, solo Io;  io di qua, io di là; parlo io; io lo so; io non ho bisogno di nessuno…”. Poi ci scandalizziamo per quanto succede nel mondo, per le notizie dei telegiornali, per la delinquenza dilagante, dimenticando che i veri colpevoli siamo tutti noi; siamo noi che ci comportiamo così, siamo noi gli intolleranti del sacro, i distruttori di ogni ordine morale: non stracciamoci ipocritamente le vesti, perché siamo noi soltanto che continuiamo a rendere squallida e decerebrata  l'attuale società! Se infatti il nostro unico pensiero è il conto in banca; se il divertimento viene prima di ogni cosa; se ragioniamo solo in base al “do ut des”; se non sappiamo più cosa significhi pregare, se non troviamo neppure un istante per pensare a Dio, per fare silenzio, per congiungere le mani e metterci in contatto con la nostra anima, ebbene, cosa pretendiamo di insegnare, che esempio, quali ideali pensiamo di trasmettere alle nuove generazioni? 
Una via da percorrere ci viene suggerita ancora dal Vangelo. Dopo aver donato il suo Spirito agli apostoli, Gesù si preoccupa di renderli consapevoli su come dovranno comportarsi nei confronti dei fratelli: “A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”. Ecco, questo sicuramente rappresenta un autentico problema. Perché stabilire chi perdonare e chi no, implica sempre una grande responsabilità, una profonda maturità: sappiamo però che Gesù è venuto in nostro aiuto, stabilendo un principio universale, che ci toglie da ogni imbarazzo: dobbiamo perdonare tutti, anche chi ci fa del male; dobbiamo usare sempre nei confronti degli altri, carità, amore, comprensione. Non solo per sette volte, come pensava Pietro, ma per settanta volte sette: vale a dire sempre e comunque.
Se non perdoniamo, succede infatti che la rabbia, il risentimento, il dolore per le offese ricevute, continueranno a vivere in noi: ogni mattina le rivivremo, ogni santo giorno verremo dilaniati dalla stessa collera: invece di lanciare gesti d’amore, lanceremo solo sassate: perché la vendetta genera vendetta. Solo il perdono spezza la catena. Solo il perdono spezza questo automatismo diabolico.
Il famoso domenicano Henri-Dominique Lacordaire, era solito dire ai suoi frati: “Vuoi essere felice per un instante? Vendicati. Vuoi essere felice per sempre? Perdona!”.
Oggi dunque è Pentecoste: preghiamo allora Dio che faccia scendere nei cuori di tutti i fedeli il suo Spirito, il Consolatore, l’Avvocato. Perché oggi più che mai, ne abbiamo un assoluto bisogno: oggi più che mai abbiamo bisogno nella Chiesa e nel mondo di una nuova Pentecoste! I potenti della terra sono sempre più assetati di potere, e pensano solo ad aumentarlo, prevaricando su tutto e tutti; i ricchi mirano soltanto ad accrescere a dismisura i loro beni, non curandosi in alcun modo degli emarginati, dei miserabili che non hanno di che sfamarsi; i genitori non capiscono più i loro figli e ai figli non interessa più quel che dicono i genitori; nella famiglia e nella coppia non c’è più dialogo, perché ciascuno usa un proprio linguaggio, diverso e intraducibile. Nella Chiesa le parole e i gesti dei pastori non scaldano più il cuore, sono meccanici, consunti dall’uso, e non invogliano più nessuno alla conversione. A chi è ancora lontano dalla fede, non arrivano più le parole appassionanti di amore e di vita del Vangelo, perché affidate a troppi testimoni sempre più frettolosi, freddi, distaccati, invischiati nel “mestiere”, e diventati irriconoscibili a Cristo stesso...
Abbiamo veramente bisogno, Signore, che il tuo Spirito Santo scenda dal cielo, e come fuoco bruci tutte le sterpaglie che soffocano il mondo, e soprattutto ripeta ancora una volta il miracolo delle lingue! Sì, perché in questa nostra società, nonostante i potentissimi mezzi di comunicazione, non c’è più colloquio, non c’è più condivisione di gioia, di bellezza, non ci sono più parole di bontà e di perdono. Siamo bersagliati continuamente da sopraffazioni e violenze, da cattiverie e da odio, inondati dal fango di putride insinuazioni. Ecco perché, o Signore, serve in fretta che Tu ripeta dal cielo il Tuo miracolo d'Amore, in particolare su quanti hai chiamato a rappresentarti: come avvenne in quel lontano giorno di Pentecoste, in cui i pochi tuoi Apostoli uscirono rinnovati dal cenacolo e fecero capire al mondo intero la bellezza della Tua Parola, vivendola e testimoniandola, fortificati dai tuoi santi doni. Amen.

  

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