Gv 6,51-58
“Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno”.
La solennità liturgica di oggi ci ricorda che quando
nella celebrazione Eucaristica ci accostiamo all’altare per “assumere” l’ostia
consacrata, in realtà noi “mangiamo” il Corpo e il Sangue di Cristo. Ci
immedesimiamo in Lui. Ci apriamo a Lui, mettiamo il nostro corpo a sua disposizione,
perché diventi la sua dimora. Diventiamo, come dice Paolo “tempio dello Spirito
Santo”. E poiché il nostro corpo è di Dio, chi non lo “ama”, chi non lo
rispetta, non ama e non rispetta neppure Dio.
Una volta si diceva: “Tutto ciò che è materia, che è
corpo, che è umano, è negativo, indegno, spregevole, è peccato. Soltanto ciò
che è spirito è elevato, sublime. Per far emergere lo spirito dobbiamo
mortificare il più possibile la materia”. Chi ambiva seguire Cristo, doveva
reprimere il suo lato materiale, fustigare il proprio corpo; in nome di Dio doveva
purificarlo da ogni godimento mondano.
Poi finalmente si è capito che oltre allo spirito,
abbiamo avuto in dono da Dio anche un corpo, inscindibili l’uno dall’altro: non
esiste infatti nessun corpo umano senza un’anima, senza uno spirito, come non
esiste nessun’anima, nessuno spirito, senza un proprio corpo; ogni uomo è
costituito da questi due elementi inseparabili: quando stiamo male nel corpo,
anche lo spirito soffre, sta male; al contrario quando lo spirito sta bene
anche il nostro corpo sta bene. Ogni diversa emozione spirituale ci fa vivere esperienze corporee diverse!
Ecco perché dobbiamo riconciliarci con il nostro
corpo, dobbiamo conoscere e rispettare i suoi limiti, i suoi ritmi, le sue
possibilità; dobbiamo amarlo, dobbiamo volergli bene.
Ovviamente senza oltrepassare i limiti del buon senso
e della morale naturale: perché oggi, dal disprezzo pressoché totale di una
volta, siamo passati alla più sfrenata esaltazione del corpo umano; la società
del consumismo è arrivata ad idolatrare il corpo, e non solo quello femminile.
Oggi il corpo viene ostentato, viene pubblicizzato in tutta la sua felina
armoniosità; è diventato merce di scambio, oggetto di latria, di culto.
Qualunque sua imperfezione determina la discriminazione della persona. L’amore
che gli viene tributato è purtroppo ben lontano dal rispetto, dalla cura, che
ci ha insegnato Gesù: l’amore con cui egli ama il nostro corpo è completamente
diverso, è pura “agape”, amore disinteressato, immenso, smisurato.
Quando andiamo a fare la Comunione, il ministro ci
mostra la particola e dice: “Corpo di Cristo”; e noi rispondiamo “Amen!”, cioè gli
confermiamo che “è vero, è così, sto veramente per mangiare il Corpo di Gesù”.
È l’istante del nostro incontro materiale con Dio: il
Divino si umanizza in noi col suo corpo. In quell’istante il nostro cuore, in
un impeto di gratitudine, gli offre in umile preghiera il nostro misero
benvenuto: “Ecco, Signore, questo è il mio di corpo: te l’offro come tua
abitazione: entra tranquillo, farò di tutto per rendere confortevole la tua
presenza!”; e la voce Gesù di rimando: “Amen; lo so, va bene, tranquillo, mi
piaci così come sei: non ti preoccupare, insieme faremo grandi cose!”.
Se solo sapessimo ascoltarci con fede! Sicuramente sentiremmo
queste o simili parole: perché incontrarsi attraverso l’Eucaristia è senz’altro
motivo di conforto, un dono incommensurabile, un’immensa prova d’amore, una
gioia profonda, reciproca, quella di Dio e quella nostra!
Lui, il Dio onnipotente, non si vergogna di venire
dentro il nostro corpo, piagato da mille contraddizioni; anzi entra nella
nostra umanità proprio per amarla, valorizzarla, ristrutturarla, difenderla;
viene perché è felice di stare “a tu per tu” con noi; viene per identificarsi
con noi: Corpo nel corpo.
E, diciamolo, lo fa anche per necessità, perché egli
ha bisogno di noi, del nostro corpo; dopo la sua ascesa in cielo, infatti, il
nostro corpo gli è indispensabile: per muoversi, per operare, per continuare a
parlare, per catechizzare questo mondo ostile; egli ha bisogno di suoi alter
ego, e durante la nostra vita, siamo noi i suoi sostituti: siamo noi la sua
voce, il suo viso, le sue braccia, le sue gambe, il suo cuore.
Un compito altamente impegnativo, che ci
responsabilizza, una missione per la quale dobbiamo prepararci seriamente: nel
senso che dobbiamo “santificare” questo nostro corpo, dobbiamo averne cura, non
esporlo mai al pericolo del male, non asservirlo irresponsabilmente al peccato.
Ci siamo mai chiesto perché Gesù, invece del suo
"corpo", non ci invita a mangiare e a nutrirci della sua santità,
della sua giustizia? Perché, invece del suo sangue, non ci dice di bere la sua
innocenza, la sua mitezza? perché non ci dice di prendere dalla potenza divina
tutto il suo vigore? Invece si limita a dire: “Prendete e mangiate la mia
carne!”. Non vi sembra incredibile? Gesù, il Dio onnipotente, ci lascia in
eredità la debolezza, la fragilità del suo corpo umano!
Avrebbe potuto scegliere mille altri modi per rimanere
con noi: avrebbe potuto lasciarci un segno straordinario della sua potenza,
della sua gloria, un segno evidente e definitivo per rassicurare la nostra fede
sempre traballante. Avrebbe potuto... E invece no! Gesù ha scelto di rimanere
in mezzo a noi con il suo corpo, con la sua persona, la sua storia, la sua vita
appassionata d'amore, il suo Volto, sublime trasparenza di quello del Padre.
Mangiare la carne e bere il sangue del Signore
significa nutrirsi dell'Amore ardente di Cristo, significa assimilare la linfa
della sua Vita immortale, significa scoprire che Dio desidera stare in intimità
con noi più di quanto riusciamo ad immaginarlo.
La festa dell’Eucaristia è pertanto un chiaro invito
ad abbandonare definitivamente il nostro comportamento da “uomo vecchio”, a
scuotere con vigore quel desiderio, ormai per lo più spento, di unirci
intimamente a Cristo. Risvegliamolo allora questo desiderio, recuperiamo la
nostra dignità di figli di Dio, abbandoniamo il nostro “io”,
uniformiamoci a “Lui”, spogliamoci della nostra misera identità, innestiamoci
nel Corpo di Cristo assumendo la sua identità divina.
Questo dev’essere il nostro traguardo, questo il
nostro grande ideale di cristiani.
Certo, “mangiare” la carne di Cristo, non è così
semplice e naturale come con qualsiasi altro cibo: tant’è che Giovanni, nel
riportare il termine mangiare pronunciato da Gesù, usa il verbo “trògo”
che richiama vagamente il ruminare degli animali, un “masticare” lento, ripetuto,
prolungato, meticoloso: un verbo che introduce l’idea di voler ottenere i massimi
benefici dal cibo; quindi, nel nostro caso, “assumere l’Eucaristia” non deve consistere
in una semplice e veloce “ingestione”, fatta distrattamente, pensando ad
altro; ma deve essere una vera e propria “communio”, un reale, sensibile,
personale incontro con Cristo, evento che richiede appunto una predisposizione,
una “ruminatio” intima, lunga, paziente, consapevole.
In pratica, cosa vuol sottolineare Giovanni con
questo? che “colui che mangia” (ò trògon) la carne di Gesù (tèn sàrka
mou), se vuole il completo, totale assorbimento con Lui e in Lui nella vita
eterna (zoèn aiònion), deve necessariamente affrontare un lungo lavorio
interiore, una lunga “masticazione”, una potente “triturazione” degli
esempi di vita di Gesù, del suo Vangelo, dei suoi insegnamenti: deve cioè
decidersi a modificare concretamente le proprie abitudini negative, ad essere più
sensibile alla voce della coscienza, a riprogrammare l’esistenza con autentici
valori “cristiani”.
Se scorriamo le pagine dei Vangeli, infatti, possiamo
notare che tutti coloro che hanno “incontrato” Cristo, che lo hanno
spiritualmente “trasferito” in loro, non sono stati più gli stessi di
prima. La loro esperienza personale è stata unica, radicale, sconvolgente,
risolutiva.
Se invece ci fermiamo ad esaminare noi stessi, i
nostri incontri con Dio, cosa possiamo dire a questo proposito?
Ben poco o nulla: non siamo migliorati, non ci siamo
realmente convertiti, la nostra fede è rimasta debole, continuiamo a seguire stupide
ideologie, non percepiamo la reale presenza di Dio in noi, anzi che ci sia o
non ci sia, per noi è irrilevante, ci lascia indifferenti: talvolta può succedere
anche di ascoltarlo, ma ogni sua Parola, ci scivola subito via.
Ecco perché, se veramente siamo interessati alla “vita
eterna”, non possiamo assolutamente ridurre il nostro “incontro” con Gesù Eucaristia,
ad un semplice sgranchirci le gambe, ad una “passeggiata” per la chiesa, ad un
distratto e superficiale adeguarci al “così fan tutti!”; ma al contrario
deve essere un evento straordinario, carico di devozione e umiltà; un voler entrare
in sintonia, in “comunione” con Cristo; un ricreare con Lui la nostra
vita interiore, la reale e totale “purificazione” dell’anima: convinti
che con la sua potenza risanatrice, Egli riempirà il nostro nulla, e ci
trasformerà da “esseri carnali”, in “esseri spirituali”; diventeremo
cioè “nuove creature”, in grado di poter un giorno vivere e godere eternamente
del suo infinito amore e della sua Vita immortale.
Preghiamo allora il Signore, in questa particolare occasione,
perché si attui veramente tale conversione in noi e nel mondo, affinché ogni
cristiano, ogni discepolo, ogni uomo, chiamato ad agire nel Suo nome, diventi sempre
più “immagine autentica” di Dio. Non spegniamo mai l’azione dello
Spirito di Dio che abita in noi! Lasciamo che la Sua grazia e il Suo amore
operino liberamente e silenziosamente nel mondo e nella società, dentro e fuori
di noi, e trasformino radicalmente la nostra anima, il nostro cuore, l’umanità
intera. Amen!
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