giovedì 15 settembre 2022

18 Settembre 2022 – XXV Domenica del Tempo Ordinario

Lc 16,1-13 
In quel tempo, Gesù diceva ai suoi discepoli: «Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”. L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”. Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”. Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce. Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne. Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra? Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza».

 Dopo le “parabole della misericordia” di domenica scorsa, siamo passati, col capitolo 16 di Luca, alla parabola del “fattore infedele”: una parabola che, all’inizio, potrebbe anche indurre in errore, visto che Gesù sembra elogiare un truffatore, un amministratore infedele, un ladro. 
Cerchiamo allora di leggere con maggior attenzione i singoli particolari, nella loro sequenza: prima di tutto l’accusa anonima di infedeltà (“fu accusato”): l’amministratore non si difende, non ammette alcuna colpa, non si pente e non chiede scusa: non si preoccupa neppure per le imminenti conseguenze, ma, al contrario, cerca in fretta di sistemare la situazione a suo favore: considerato che non ha più l’età per cercare un nuovo lavoro, e che si vergogna di andare per le strade a chiedere l’elemosina, si inventa una mossa molto astuta, da manuale: continua cioè a rubare al suo padrone, ma questa volta non dalla cassa, ma investendo per il futuro, a fini “pensionistici”, gli utili derivanti dal suo ultimo malaffare. È un ladro professionista: sa che il padrone, come si usava allora, paga lo stipendio sulla base di una percentuale calcolata sul totale dei proventi, ovviamente ad incasso avvenuto; egli allora che fa? Convoca tutti i debitori del padrone, s’informa sull’entità del loro debito, detrae immediatamente da esso l’importo che egli ritiene di sua competenza, e registra a debito, con loro grande soddisfazione, soltanto le somme decurtate. Insomma una truffa in piena regola, ma che per lui truffa non è; pensa infatti: “Queste somme mi spettano di diritto: non le potrò più incassare personalmente, ma le investo ora, per poterle riavere un giorno direttamente dai debitori del padrone; sono certo che essi, grati per quanto hanno risparmiato oggi, provvederanno in seguito a restituirmele direttamente”. 
È chiaro che l’amministratore non è un esempio di correttezza: anzi l’aver irregolarmente e astutamente “decurtato” i crediti del padrone, è un’azione da furfante, da ladro professionista.
Ma è proprio in questa sua scaltrezza mefistofelica che sta la sua “grandezza”: perso per perso, costretto a vivere senza lo stipendio, unica sua fonte di sostentamento, provvede a crearsi in fretta, finché è ancora in tempo, un investimento per il futuro che non gli assicurerà di certo una ricchezza smisurata, ma un ritorno sicuro, graduale, in termini di denaro, di aiuti, di amicizia e collaborazioni varie. 
Dice il vangelo: “Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza”; da notare però che Luca nel riferirsi al “padrone”, usa qui di proposito il termine kùriosche significa sì “padrone”, ma è anche l’appellativo usuale con cui egli indica la persona di Gesù: precisamente 103 volte nel Vangelo e 107 negli Atti. Un apprezzamento quindi che viene espresso dal “padrone”, dal vero “kùrios”, che è Gesù stesso: un elogio, un giudizio positivo nei confronti di un ladro, che ci lascia un po’ interdetti, ritenendolo in stridente contrasto con quanto da lui insegnato e praticato nella sua vita.
Dobbiamo però capire che qui Gesù non esalta, non si compiace della disonestà, della malafede, dell’ingiustizia, dei furti compiuti dall’amministratore. Ad essere elogiata, e quindi portata ad esempio, è l’intraprendenza, l’intuizione, la prontezza di spirito del servo: tutte doti in sé ampiamente positive: qui purtroppo vengono usate a scopo negativo, ma sono doti assolutamente condivisibili, tant’è che Gesù le consiglia vivamente, per la loro rarità, proprio a chi si adopera nel fare il bene, a chi lo vuol seguire. Egli infatti conclude la parabola, constatando un po’ amaramente:
“I figli di questo mondo, verso i loro pari, sono più scaltri dei figli della luce”. Un’osservazione appunto che ci fa pensare ad un Gesù scoraggiato, un po’ demoralizzato: dopo tanto lavoro, dopo tanto impegno profuso, suo malgrado, deve ammettere che i figli di questo mondo, i figli delle tenebre sono più scaltri, più furbi, più “svegli”, più reattivi nel fare il male, rispetto ai “suoi” figli, i figli della luce, nel fare il bene. Parole, le sue, che contengono chiaramente l’invito pressante ad adottare nel bene una pari scaltrezza, a comportarsi insomma da persone “sveglie”, dotate di altrettanta prontezza e inventiva. 
Questa pagina del vangelo, ci offre inoltre altri messaggi importanti, altre conferme del pensiero di Gesù sulla “ricchezza”, che meritano attenzione. 
Dobbiamo ricordare che Luca è l’unico evangelista che affronta ripetutamente il tema della “ricchezza”, dell’arricchirsi, esponendo puntualmente di volta in volta le varie regole comportamentali dettate da Gesù: lo ha fatto per esempio nel capitolo 12, parlando della insensatezza di quell’uomo molto ricco, che invece di godersi la vita con il suo ingente patrimonio, continua ad affannarsi nell’aumentarlo, senza rendersi conto che nessuno è padrone del tempo, e quanto prima potrebbe finire quello a sua disposizione, e perdere tutto; per lui la ricchezza è l’unica garanzia di felicità, ma nel suo costante delirio di onnipotenza, nella sua lacerante insoddisfazione, si ostina a vivere i suoi giorni come se fosse già “morto”; lo fa anche con la parabola di oggi, e lo farà ugualmente con la parabola dell’uomo ricco e del povero Lazzaro, di cui ci occuperemo domenica prossima. 
In tutte le occasioni, la ricchezza per Gesù è sempre disonesta, ingiusta: un'offesa, un danno, un pregiudizio (adikìa): essa infatti è sempre il prodotto di un’ingiustizia, perché chi vuole "accumulare", in qualche modo "sottrae" agli altri. Il termine “ricchezza”, tradotto da Luca con “mammona” (m-ame/on-a), nella radice ebraica significa più in particolare “accumulo di beni, sicurezza materiale, certezza per il domani”. Ma, nella vita, è veramente la “ricchezza”, il bene che ci tranquillizza, che ci dona fiducia, che ci rassicura, che ci offre l’autentica certezza per il nostro futuro? Certamente no, perché tutto ciò che riguarda questa nostra vita, tutto ciò che si riferisce al materiale, è passeggero, provvisorio, temporaneo! Pensare quindi che la ricchezza, il “mammona”, l’accumulare i beni ci faccia felici, è pura illusione! 
La ricchezza deve invece servirci solo per procurarci “degli amici” (filous): «Procuratevi amici con la disonesta ricchezza, perché, quand'essa verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore eterne», raccomanda Gesù. Ma chi sono questi “amici” così potenti che possono accoglierci nelle dimore eterne? Ovviamente nessun uomo, nessun amico terreno, “fisico”, materiale, può farlo: c’è un solo amico, veramente fedele, potente, su cui possiamo contare: un amico divino, “spirituale”, un amico che ci ama, cui sta a cuore esclusivamente la salvezza nostra e della nostra anima: insomma, l’unico vero amico che può accoglierci nelle “dimore eterne” è Dio, Dio soltanto! È Lui, infatti, la nostra vera ricchezza, è Lui l’amico fidato, sincero che manterrà ogni sua promessa, l’amico che ci salverà, che ci solleverà da ogni delusione. È Lui che dobbiamo cercare con fede, è in Lui che dobbiamo confidare, in Lui che dobbiamo abbandonarci: con Lui e in Lui, la morte, il crollo di ogni nostra sicurezza materiale, non sarà più un dramma, ma il mezzo per raggiungere il definitivo possesso della Ricchezza Vera, quella del suo amore, quella che non viene mai meno, che niente e nessuno potrà mai distruggere. 
«Chi è fedele nel poco, è fedele anche nel molto; e chi è disonesto nel poco, è disonesto anche nel molto». Non ci sono vie di mezzo: non esiste una fedeltà nel poco e una fedeltà speciale nel molto. La fedeltà è unica. Ma come possiamo definirla? “È una virtù, una dote, un modus operandi che si fonda sull’essere leali e coerenti, nel mantenere gli impegni presi, i legami, gli obblighi assunti; quindi un concentrato di verità, lealtà, perseveranza. 
Se non possediamo questa “fedeltà”, se non riponiamo esclusivamente in Dio ogni nostra certezza, siamo “infedeli”, siamo cioè “senza fede”, siamo “disonesti”, nel poco come nel molto, esattamente come l’amministratore del vangelo di oggi. Perché, conclude Gesù, “non potete servire Dio e mammona”
In effetti, nella nostra vita, siamo spesso carenti di “fedeltà”: continuiamo a dimenticarci di Dio, ci lasciamo sedurre dai beni terreni (soldi, prestigio, carriera, riconoscimenti, potere): siamo affascinati proprio da quei beni che non offrono certezza, che sono passeggeri, corruttibili; beni che possiamo perdere in qualunque momento; beni per ottenere i quali siamo spesso pronti a vendere anche l’anima. Viviamo una “non-vita” in continua tensione, con la paura di perderli; cerchiamo di tenerceli stretti con ogni mezzo, e non ci rendiamo conto che, prima o poi, li perderemo comunque. Siamo stolti! Non abbiamo ancora capito che il “mammona” non è mai un investimento: è solo un grande imbroglio, un bluff macroscopico, che riesce solo a soffocarci con l’ansia e la paura, rendendoci la vita, di per sé meravigliosa, un’esperienza sterile, vuota, arida, invivibile. 
Solo servendo Dio potremo vivere liberi dalla schiavitù di mammona, del denaro: solo vivendo con Dio, il nostro cuore diventerà “generosità”, “servizio”, “agape”, rimanendo sempre aperto, sensibile, attento alle necessità e alle sofferenze del prossimo; solo vivendo con Dio, un giorno verremo accolti nelle “dimore eterne” della Vita vera. Dio, infatti, nostra unica ricchezza, ha il grande vantaggio di non deteriorarsi mai, di non avere scadenze, di essere imperdibile, irrinunciabile: vivere con Lui vuol dire allora certezza, serenità, beatitudine, amore, gioia, Vita eterna! Amen.

  

giovedì 8 settembre 2022

11 Settembre 2022 – XXIV Domenica del Tempo Ordinario

Lc 15,1-32 
In quel tempo, si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini, e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione. Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte». 
Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa. 
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato».

 

Gesù nel Vangelo di oggi racconta le tre parabole famose: della pecora perduta, della dramma perduta, del figlio perduto; in esse Egli chiarisce di essere venuto su questa terra proprio per cercare chi si è perduto. Tutti devono sapere, tutti devono capire, che sono amati da Lui. Tutti devono sapere, tutti devono capire, che Dio è un dono assolutamente gratuito di amore, di misericordia.
Mi soffermo in particolare sulla parabola del “figliol prodigo”. 
Ebbene: quel Padre che fa festa quando il figlio torna a casa, è Dio. Il fratello maggiore, invidioso, sottomesso al Padre, rappresenta gli scribi e i farisei, “servi” di Dio, ma non “figli” di Dio. Al padre essi diranno: “Ecco, da tanti anni io ti “servo” (in greco dulèuo, sono schiavo) e tu non mi hai mai dato un capretto...”. Solo che i capretti, per tutti quegli anni, erano già ampiamente a loro disposizione! 
La religione senza l’amore, crea solo persone giudicanti, invidiose di chi ha di più, di chi riesce meglio, di chi è felice. La religione senza l’amore non sa sorridere, non sa far festa, perché è corrosa dalla rabbia che cova dentro di sé. 
La parabola però è anche una stupenda fotografia di uno spaccato famigliare, di come cioè si svolgano in realtà le relazioni tra i componenti di una famiglia. 
Il racconto parla di “un padre con due figli”. E la madre? La madre talvolta non c’è, o se c’è, è come se non ci fosse. Sono le madri “aspirapolvere”, le madri “lavastoviglie”, le madri che fanno un sacco di cose, che si danno da fare tutto il giorno, che, dicono loro, “sacrificano la loro vita per i figli”, ma che in realtà non ci sono, non dimostrano il loro amore, sono come assenti. Fare tanto per i figli non vuol dire amare: vuol dire solo “fare tanto”. Amare è al contrario valorizzare, coccolare, giocare insieme, ridere, rendere autonomi i figli, aver fiducia in loro, non essere ansiosi; amare è avere qualcosa da dare al figlio; amare non è fare un figlio per ricevere qualcosa in cambio, perché qualcuno ci ami! 
Da un’indagine risulta che le mamme italiane sono le più ansiose d’Europa, soffrono di “figliolite” acuta: credono, cioè, che il figlio abbia sempre bisogno di loro. Sorge però il dubbio che siano loro ad aver bisogno del figlio. 
I due figli della parabola sono dunque diversi e hanno comportamenti apparentemente opposti. In realtà hanno lo stesso problema: hanno lo stesso padre e non si sentono riconosciuti da lui. Sono nati entrambi dallo stesso padre, che non è riuscito a trasmettere loro l’amore; un padre che entrambi considerano un “ostacolo”, un nemico. Entrambi sono schiavi, entrambi sono dipendenti, entrambi si comportano da mercenari. 
Il primo, il minore, dice al padre: “Dammi la parte del patrimonio che mi spetta”. Ma non gli spetta niente! Egli cerca solo di arraffare più che può: è chiaro, non conosce l’amore del padre. Anzi va contro di lui. L’eredità si otteneva solo dopo la morte del padre: dicendogli così, in pratica gli dice: “Tu sei già morto per me. Io non ho più nulla a che vedere con te. Tu per me non esisti più!”. 
Il maggiore invece gli dice: “Io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando”. Egli si percepisce come un servo del padre, come uno schiavo: non fa altro che ubbidire ai suoi ordini, ma dentro cova rabbia. 
La loro diversità è solo sulla scelta, sulla strategia che utilizzano per avere un rapporto con il padre. Il maggiore si sottomette: è il suo dovere. Rinuncia alla sua vita perché “deve” rispetto e obbedienza al proprio padre. Ma una persona che “fa tutto quello che deve”, una persona brava, che non si ribella, che non trasgredisce mai, è sicuramente molto amata da chi sta sopra (genitori, autorità), ma non conosce l’amore. Perché? Perché tenta di avere l’amore mediante una ubbidienza meticolosa, con una vita di precisione; cerca cioè di ottenere comunque, ciò che sente di non poter avere altrimenti (ma l’amore è gratuito!). La sua strategia è: “Rinuncio alla mia vita e faccio quello che vuoi tu, per ottenere in cambio il tuo amore”. I genitori: “Ti amo se vai bene a scuola”: e il bambino si sottomette per avere l’approvazione del genitore. “Ti amo se non disturbi”: e il bambino si sottomette e diventa adulto per avere l’approvazione. “Ti amo se fai così”: e il bambino si sottomette per avere l’amore del genitore. Ma uno che rinuncia alla propria vita per ricevere amore, come si sentirà dentro? Ovviamente come il maggiore: pieno di rabbia. 
Il minore, invece, non sentendosi accettato dal padre, si ribella e se ne va: “Mi rifiuti? Ti rifiuto anch’io!”. D’altronde cosa poteva fare il secondo, il minore? Suo fratello più grande aveva trovato il modo per accaparrarsi la stima del padre, facendo il figlio bravo e ubbidiente. A lui non rimaneva altro che differenziarsi dal fratello. Se in casa c’è già chi fa il bravo, all’altro non rimane che fare il contrario. Se in casa c’è chi rimane, all’altro non aspetta che andarsene. Se uno fa una cosa, l’altro dovrà per forza farne un’altra! D’altronde si sa: biologicamente il primogenito è il responsabile, il custode della tradizione e della famiglia, il serio, l’osservante. Il secondo invece è il comunicativo, l’uomo delle relazioni, abile nel sociale, efficiente fuori casa: è infatti ciò che fa il figlio minore: se ne va in giro per il mondo. 
A volte i genitori dicono: li abbiamo educati nella stessa maniera, e sono diversissimi tra loro. Ma guai se i figli fossero uguali! Ogni figlio esige una relazione unica, diversa: non si ama allo stesso modo i figli, perché essi hanno esigenze diverse. Ciò che conta è amarli, non trattarli tutti in maniera identica. 
I due fratelli della parabola infatti non si incontrano mai! Il maggiore non lo chiama mai “fratello”, ma si rivolgerà al padre dicendogli: “Questo tuo figlio che ha divorato gli averi con le prostitute” (15,30). Sentite la rabbia? “Tuo figlio”: sentite quanto lo odia? Si sente defraudato: “Io ho fatto sempre il bravo, io mi sono sempre comportato bene con te; perché tratti “tuo figlio” esattamente come me?”. 
“Con le prostitute”: un particolare che non risulta dal racconto. Che sia vero o no, è comunque un tentativo del maggiore di screditare il minore, di metterlo in cattiva luce, di denigrarlo. Non sappiamo infatti se egli sia andato con le prostitute. Forse non ci ha mai pensato, ma il maggiore sì. Il cervello non conosce altri che noi, e quindi quando parliamo degli altri, parliamo sempre di noi! 
Cosa c’è dunque in gioco? In superficie i soldi, ma in profondità l’amore del padre. Il minore si vendica sperperando tutto. Perde tutto perché dentro di sé sente di aver perso l’amore del padre: suo padre ha scelto l’altro. E quando tornerà, tornerà solo per interesse: solo per non morire di fame. 
Ma il padre dov’era? Come ha fatto a non vedere tutto ciò che accadeva in casa? Non si è mai accorto che il minore era insoddisfatto? E quando il minore gli dice: “Dammi la parte di patrimonio”, perché non dice neppure una parola? Perché non gli dice, com’era giusto: “Mi dispiace ma finché sono vivo non avrai nulla”? Inoltre: non si era mai accorto che il maggiore si comportava da semplice esecutore? Non si era mai accorto che voleva un “capretto”, un riconoscimento, un gesto d’approvazione, d’affetto, solo per sé? E quando il minore se ne va perché in padre non lo interpella, visto che anche lui era parte in causa? 
Quanti padri (e madri) sono così! Non si accorgono di niente. Succedono un sacco di cose nella vita dei figli, ma loro non vedono! Poi dicono: “Guarda cos’è successo!!”. Per forza, erano ciechi! 
È chiaro che il padre non sa rapportarsi con il figlio: non sa parlargli al cuore, non sa ascoltarlo, non sa cosa dirgli, non ha niente da dirgli. Perché se non conosce il suo di cuore, non può certo conoscere il cuore degli altri, di suo figlio! 
L’unica cosa che sa fare è “dare” comunque, a ciascuno, le “cose” che gli spettano: al minore come al maggiore. Ma quando un genitore dà al figlio solo “cose” materiali, vuol dire che non ha altro da dargli, vuol dire che non ha anima, spirito, emozioni, vitalità, niente di sé stesso da passargli. È il fallimento dell’educazione. 
Molti genitori riempiono i loro figli di “cose”: di giocattoli, di vestiti, di telefonini, di soldi, di divertimenti; ma tutto questo non può sostituire la cosa più importante che è l’amore. Un figlio ha bisogno del padre, del suo amore, di un rapporto concreto con lui, ha bisogno delle sue parole, di momenti esclusivi con lui, di abbracci. Ha bisogno della madre, del suo amore, di un rapporto con lei, fatto di parole, di carezze, di sentimenti. Ha bisogno di entrambi! L’uno non sostituisce l’altra. In nessun caso un padre può sostituire la madre, come nessuna madre può sostituire un padre. Inutile cercare oggi di dimostrare il contrario! È un’assurdità! Una stupidaggine. 
I genitori a volte dicono spazientiti: “Mio figlio ha tutto!”. È vero, perché gli danno tutto di materiale, ma non gli trasmettono nulla di spirituale, nulla dell’anima, nessun sentimento, nessuna emozione intima. Non c’è colloquio, non c’è scambio di emozioni. 
La parabola del figliol prodigo, sotto questo profilo, è un po’ la parabola del “non detto”, della non comunicazione; in essa, dopo la richiesta iniziale del figlio minore, nessuno parla: per metà racconto nessuno dice nulla, nessuno si rivolge a qualcun altro. Solo alla fine parlano tutti: il minore riconosce il suo errore, esprime il suo pentimento, rivela la sua fame d’amore; il padre parla e si commuove: esprime la sua gioia, il suo pianto, la paura che ha avuto di perdere suo figlio; anche il maggiore parla: della sua rabbia, del suo odio, della sua invidia, del mostro che ha dentro e della bestia che lo assale sapendo del ritorno del fratello. Ma forse è troppo tardi! 
È un po’ il quadro di tante nostre famiglie: “Tutto bene; nessun problema”, quando, invece, ci sono un sacco di cose che non vanno: parole che non vengono dette, che rimangono dentro; emozioni che non vengono espresse, che restano ignorate, accantonate. Di problemi in famiglia ce ne sono sempre in abbondanza, ma spesso non se ne parla, ognuno fa finta di niente. Per la tranquillità di tutti, “per il bene dei figli”, si dice, è sempre meglio non parlarne, è meglio fingere che tutto vada bene! Salvo poi, quando i problemi esplodono, cadere tutti dalle nuvole: “Com’è potuto succedere? Come mai? Era tanto bravo! Chi l’avrebbe mai pensato?”. 
I problemi vanno invece affrontati sempre: con carità, lealtà, onestà! Quand’è che la parabola ha una svolta? Quand’è che tutto cambia? Quand’è che in quella famiglia torna la normalità, la serenità, una nuova vita? Quando i personaggi iniziano a parlarsi e l’amore prende il sopravvento. 
Così vale per noi. Se stiamo male come il minore, parliamone del nostro male. Non facciamo finta di nulla. Se nutriamo odio e rabbia come il maggiore, tiriamoli fuori questi sentimenti, discutiamo di questo: perché dietro l’odio c’è sempre una persona profondamente ferita. Se siamo felici, emozionati, pieni di vitalità come il padre, esprimiamolo apertamente. Infatti il padre e il figlio minore, aprendosi, “guariscono”. Il maggiore non è ancora guarito, ma si capisce che anche lui sente il bisogno di un nuovo percorso di vita! Amen.

 

  

 

giovedì 1 settembre 2022

04 Settembre 2022 – XXIII Domenica del Tempo Ordinario


Lc 14, 25-33 
Una folla numerosa andava con lui. Egli si voltò e disse loro: «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo. Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”. Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace. Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo.
 

Gesù prosegue il suo cammino verso Gerusalemme. C’è molta gente con lui: persone entusiaste di ciò che dice e di ciò che fa, e per questo vogliono continuare a seguirlo, solo che non sanno bene in che cosa consista “seguire” Gesù: essere entusiasti, suoi grandi ammiratori, e “seguirlo”, sono due cose molto, ma molto, diverse tra loro. Un conto è ammirarlo stando per conto proprio, un altro è “seguirlo”; “seguire” Gesù non significa “rilassarsi”, è una cosa molto seria, significa mettere completamente in gioco se stessi, significa arrivare a conclusioni difficili, dover fare delle scelte spesso dolorose, andare là dove magari non vorremmo proprio andare. 
Per sottolineare l’importanza di quello che Gesù sta per dire, Luca fa notare che “si voltò”, usando il verbo “strafeis”: ora, il verbo greco “strefo”, girarsi”, ha una connotazione di severità, un “voltarsi indietro” con piglio deciso, con risolutezza, con l’espressione di chi vuole mettere in chiaro le cose una volta per tutte. Non è un “girarsi” tranquillo, per parlare del più e del meno con i compagni di viaggio. Qui Gesù ha insegnamenti fondamentali da comunicare. 
Cerchiamo allora di immaginare la scena: c’è Gesù che cammina davanti a tutti, determinato, con lo sguardo fisso davanti a sé, concentrato su quanto lo aspetta a Gerusalemme, sulla sua morte in croce ormai imminente, la sua apoteosi d’amore. Vi sono poi quelli che lo seguono: molti dei quali però cominciano ad accusare la stanchezza, iniziano a mugugnare, a brontolare: un borbottio che progressivamente cresce, arrivando infine a distogliere Gesù dai suoi pensieri: a questo punto Egli si gira bruscamente, e fissando in volto quelli che lo stanno seguendo, esclama: “Volete seguirmi? Volete veramente vivere come me, volete vivere da vivi e non da morti? Allora abbandonate tutto: ricchezze, amori, famiglia; solo così sarete liberi!”. Non c’è altra possibilità. Parole schiette, che vogliono dire: “Se vi ponete un obiettivo da raggiungere, dovete continuare a camminare con tutte le vostre forze, con tenacia, serietà, costanza, finché non lo avrete raggiunto; niente vi deve fermare: se credete in qualcosa, se qualcosa vi ha fatto vibrare il cuore, vi ha ridato vita, vi fa vivere, non fatevi distogliere da nulla, neppure dagli affetti più cari; non fatevi scoraggiare da nulla, neppure dal dolore, dalla sofferenza, dalle più profonde incomprensioni”. 
Parole che colgono tutti di sorpresa, perché ciascuno si sente personalmente chiamato in causa: quante volte capita infatti anche a noi di intraprendere con entusiasmo un certo percorso, salvo poi abbandonare tutto alla prima difficoltà: “È troppo difficile!”. Sissignori, è vero: condividere completamente la propria vita con un’altra persona, è sicuramente difficile, ma non impossibile; se ci impegneremo seriamente, se metteremo in gioco volontà e amore, tutto diventerà più facile! Dobbiamo però avere ben chiaro che se rinunciamo, se ci fermiamo, se perdiamo la voglia di faticare, di lottare, di sfidare le frequenti contrarietà, perdiamo completamente la nostra affidabilità, la nostra serietà personale; quel poco che avevamo conquistato, si dissolve, ci troviamo senza più nulla, impossibilitati a raggiungere positivamente qualunque altro obiettivo. Diventiamo insomma come il sale che ha perduto il suo sapore: insipidi, anonimi, insignificanti, inutili. 
È in questo contesto che Gesù, in tono serio e solenne, pronuncia quelle parole così difficili da accettare e capire: «Se uno mi segue e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo»
Se questa frase non fosse scritta nel Vangelo, esattamente in questi termini, sarebbe impossibile attribuirla a Gesù. “Possibile che dica proprio che dobbiamo odiare, padre, madre, fratelli, moglie e figli? Sissignori, sono esattamente le sue parole. Ha usato veramente il verbo odiare? Sì, il verbo utilizzato, “miseo”, in greco significa proprio odiare, detestare, disprezzare”.
A questo punto viene naturale chiederci: “ma cosa intende veramente Gesù con queste parole?”. Chiariamo prima di tutto che Egli per principio non ha mai invitato nessuno all’odio: il suo invito, la sua raccomandazione, non è quindi di “odiare” qualcuno, di nutrire cioè sentimenti di disprezzo, di malanimo, di vendetta, nei confronti delle persone che addirittura ci amano più di ogni altro. Al contrario, come Egli stesso ci ordina, dobbiamo sempre ricambiare il loro amore con altrettanto amore, dobbiamo ringraziarle, essere loro riconoscenti per tutto quanto ci offrono, poiché nulla ci è dovuto, la nostra stessa vita!
Gesù in realtà vuole quindi stabilire non una “regola” generale, universale,
ma indicare una esigenza, una necessità per coloro che vogliono essere suoi discepoli, cioè suoi imitatori e collaboratori nel far conoscere al mondo il suo annuncio di salvezza; in altre parole, Egli fa chiaramente capire che quanti intendono “seguirlo”, mettendosi al suo servizio, devono adottare uno stile di vita completamente libero da qualunque altra distrazione, interesse o affetto: devono cioè affrancarsi da qualunque altra “priorità” che non sia l’amore per Lui. Solo in questo modo sarà possibile riconoscerGli quel primo posto in assoluto, così come Egli merita ed esige. Quindi, perché questo principio rimanesse chiaro nella memoria di tutti, Gesù ha usato parole molto dure, forti, difficili da accettare (come possiamo “odiare” le persone che ci sono più care?) ma, ripeto, l’ha fatto solo per sottolineare il giusto comportamento di ogni suo discepolo: il verbo “odiare”, un verbo sicuramente di forte “contrasto”, sta solo ad indicare che se accettiamo di “seguirlo”, non possiamo in alcun modo scendere ad alcun compromesso: qualunque distrazione, qualunque deconcentrazione infatti sarebbe di ostacolo, e va necessariamente evitata in modo radicale, deciso, risoluto.
Possiamo avere la conferma di ciò direttamente dalla lingua ebraica, che nella sua costruzione non ricorre mai a “paragoni”, ma preferisce esprimersi per mezzo di “opposizioni”: Gesù, quindi, invece di esprimersi, come leggiamo nel Vangelo di Matteo: «Chi ama il padre e la madre più di me, non è degno di me» (Mt 10,37) ha preferito ricorrere qui allo stile della lingua semitica contrapponendo i sentimenti amore-odio, dicendo: «Se uno non odia suo padre, sua madre… per amare e seguire me ecc.”; dove l’espressione “odiare”, acquista pertanto il significato di “posporre, mettere al secondo posto”. Ecco allora che quello che Gesù esige dai suoi discepoli, non è “odio”, ma un subordinare, uno spogliarsi, un distaccarsi, da quegli affetti particolari che potrebbero distoglierci dall’amarLo al di sopra di tutti e di tutto.
Proseguendo poi nella lettura del testo, troviamo un altro detto o “loghion” di Gesù, che si presta anch’esso ad essere male interpretato: «Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo».
Molti infatti sono convinti che “croce” sia qui sinonimo di sofferenza, tormento, pena. Sentiamo ripetere spesso, di fronte alle difficoltà, alle disgrazie: “Questa è la croce che Dio mi ha imposto!”. Con il termine “croce” si allude pertanto alle varie sofferenze, alle avversità della vita, convinti che sia Dio a mandarle, per purificarci, per convertirci, per verificare quanto sia autentica e forte la nostra fede.
Siamo dunque al “Vangelo del sacrificio”? Certo, il Vangelo è anche croce, è anche sacrificio: ma Gesù non obbliga a vivere nella sofferenza, non invita a soffrire, non ha benedetto il dolore. La croce, le sofferenze, non vengono da Dio, sono una eredità, un retaggio dell’umanità peccatrice. Dio al contrario ci chiama alla gioia, alla vita. La meta del cristiano è di seguire con gioia Cristo per condividere un giorno la sua gloria. 
Nel Nuovo Testamento, infatti, il termine greco “stàuros, croce”, appare 73 volte, ma in nessun contesto questa parola include il significato di “tribolazione, castigo”. Gli evangelisti infatti, per dire “prendere, portare la propria croce”, non usano mai verbi come “fèro” o “dèchomai”, che indicano un “portare” passivo, una costrizione, un dover accettare qualcosa imposto con la forza. I vangeli usano verbi come “lambàno” o “bastàzo” che significano “prendere volontariamente, accettare, sollevare spontaneamente”: è il gesto, descritto da Giovanni, con cui Gesù, condannato a morte, si carica spontaneamente sulle spalle la croce patibolare. Egli non ha cercato la croce, ma quando gli è stata imposta, non si è tirato indietro, non l’ha rifiutata, ma se l’è caricata sulle spalle, senza reagire: un gesto libero, di grande responsabilità, di fondamentale insegnamento per noi. 
Del resto “prendere la croce” non è obbligatorio per tutti, ma solo per chi lo vuole! È solo per chi ha scelto liberamente di seguire Gesù, di amarlo in maniera particolare, esclusiva: “Se uno viene a me...”. Questo significa testimoniare la nostra libera adesione a Cristo: non importa se per questo, il mondo senza Dio cercherà di distruggere la nostra fede, le nostre scelte, i nostri principi, la nostra stessa reputazione, la nostra onorabilità; non è una novità per noi Chiesa di Cristo, Lui ci aveva già preavvertiti: “Sarete odiati da tutti a causa mia!”. Ebbene: è proprio questa “causa” che ci procura fin da ora determinazione, gioia, soddisfazione, amore! 
Il cristiano è infatti un essere umano, ricco di gioia interiore, che anela alla gioia senza fine: egli sa che per giungervi vi è una sola strada, quella stessa strada percorsa da Cristo, contrassegnata da dolori e da croci. Lo sa e la percorre con gioia, in vista della sfolgorante Pasqua celeste. Amen.

 

 

giovedì 25 agosto 2022

28 Agosto 2022 – XXII Domenica del Tempo Ordinario


Lc 14,1.7-14

Avvenne che un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo. Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cedigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato». Disse poi a colui che l’aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».

Non è la prima volta che Gesù va a pranzo da scribi e farisei. Sa perfettamente di essere oggetto di attenta osservazione e di andare incontro a inevitabili critiche e maldicenze: ma Egli è un uomo libero e non ha nulla da nascondere. Non si lascia condizionare dai pregiudizi e da quel clima chiaramente ostile, perché sa che la sua missione è di dover insegnare sempre a tutti qualcosa di nuovo: in particolare proprio a quelli che si considerano, come i suoi commensali, i più bravi, i più buoni, i più giusti, che credono di avere un posto garantito fin d’ora nel Regno dei cieli. Il suo andare a “pranzo” da questa gente, quindi, soddisfa sì la necessità materiale di nutrirsi, ma gli offre soprattutto l’occasione di servire a sua volta quel cibo spirituale della sua Parola, sano e incorruttibile, ben più necessario di quello materiale.  
Qui siamo di sabato; è quindi verosimile che Luca si riferisca ad un fatto realmente accaduto: in quel giorno, infatti, al termine della riunione di preghiera nella sinagoga, tutti i partecipanti si intrattenevano per un “pranzo”, al quale partecipava anche il rabbi o il predicatore di turno, insieme ai personaggi più importanti e degni del luogo. È naturale quindi che in quel sabato, Gesù abbia notato, all’apertura delle porte, la corsa disordinata della gente per accaparrarsi i primi posti, quelli cioè più vicini all’invitato d’onore: nulla di strano, è cosa che di solito succede anche ai nostri giorni. “Notando come sceglievano i primi posti”, commenta infatti Luca.
Un particolare comunque che gli offre lo spunto per offrire in proposito una sua catechesi.
Gesù dunque non si indigna tanto per il fatto materiale in sé; è invece il “perché” ciò avviene, che lo infastidisce, è il motivo irrazionale per cui le persone sistematicamente si comportano sempre in questo modo: in altre parole Egli stigmatizza quella voglia innata, irrefrenabile degli uomini, di auto-esibirsi, di apparire ad ogni costo, di stare in alto, sempre ai primi posti, pur non meritandolo, non avendone alcun titolo, ricorrendo se necessario anche ad espedienti poco signorili.
Ecco allora che Egli pone un principio fondamentale: non è importante ottenere quello che ti qualifica esteriormente davanti agli uomini - sappiamo che tutto è apparenza - ma quello che ti qualifica davanti a Dio, come tu ti poni davanti a Lui. Sembra infatti dire: “Non ti accorgi che questa tua ansia di apparire ti rende completamente cieco, ingiusto, illogico, finendo col non apprezzare nessuno, neppure le persone che ami? Perché fai passare per insignificante, per una nullità, chiunque altro sia più meritevole, più degno di te ad occupare il posto d’onore?”.
Pertanto: “Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non ti mettere a tavola al primo posto, perché può darsi che sia stato invitato da lui qualcuno più importante di te, e chi ha invitato te e lui, venga a dirti: Cedi il posto a questo. E tu debba con tua vergogna andare allora ad occupare l’ultimo posto”
È chiaro che qui Gesù vuol colpire soprattutto quel “modus operandi”, quel comportamento tipico della cultura farisaica, classista e individualistica, per il quale la priorità nel sociale, il primo posto occupato nelle sinagoghe, nei pranzi, nelle occasioni pubbliche, significava un tributo onorifico esclusivo e irrinunciabile.
Quello che Gesù rimproverava allora, e continua a rimproverare anche a noi oggi, sono quei comportamenti “maniacali”, ossessivi, con cui alimentiamo il nostro smisurato orgoglio; sono quelle rozze “sgomitate”, quegli accorgimenti insensati, grazie ai quali riusciamo puntualmente a presentarci tra i primi, a mischiarci tra i personaggi più importanti, tra quelli cioè che nella società contano molto; è quella eccessiva ricerca di onori, di riconoscimenti, di gratificazioni, con cui alimentiamo la nostra “fame” di protagonismo esibizionista. Gesù qui non condanna il dovuto e corretto riconoscimento dei meriti di una persona: tant’è che, subito dopo, proseguendo nella parabola, fa dire al padron di casa, che esorta l’invitato messosi umilmente all’ultimo posto: “Amico, vieni più avanti!”; e commenta: “Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali”.
Tuttavia il senso della parabola non si ferma qui: Gesù infatti intende condannare indirettamente anche un altro atteggiamento, altrettanto negativo, ma ancor più subdolo, più untuoso: si tratta cioè di quella falsa “modestia”, di quell’umiltà ipocrita con cui, purtroppo in tanti, si mettono di proposito all’ultimo posto, per sfoggiare in questo modo una carità, una sensibilità per gli umili, per i poveretti, che in realtà non hanno; il loro unico scopo, anche in questo caso, è quello di esaltare solo se stessi: è questa “farsa” a beneficio esclusivo della stampa e dei media che Gesù condanna vigorosamente. La differenza, per chi guarda dall’esterno, è minima, inesistente, ma all’interno, è stridente: perché pensare che la felicità risieda nell’essere considerati superiori agli altri, più importanti, più ricchi, più potenti, è solo una deformazione mentale, un inutile narcisismo, un turpe desiderio di auto-esibizione; significa in pratica accontentarsi di interpretare nella vita un inutile surrogato di sé stessi, anche se dentro di noi, nella solitudine, nel profondo dell’anima, sappiamo molto bene di essere delle autentiche nullità “Chiunque si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato”
.
Nessun travestimento, nessun protagonismo, nessuna nostra immagine esteriore, falsa e auto-costruita, per quanto grandiosa, per quanto perfetta, sarà mai in grado di renderci felici: non lo può per definizione! La felicità nasce solo da un vissuto reale, concreto, dalla sensazione meravigliosa di essere vivi, di essere utili; dal comunicare questa nostra vitalità agli altri, dal percepire nel nostro cuore tutti quei sentimenti, quelle emozioni che solo l’amore sa trasmettere. Al contrario, più l'immagine che inseguiamo è grande, falsa e ambiziosa, più ci allontaniamo intimamente dalla nostra vita spirituale, più i nostri sentimenti ci appariranno sfocati, scontornati, indistinti, distrutti. E allora capiremo che la nostra vita è destinata inesorabilmente ad un completo fallimento.
Le parole di Gesù ci propongono giustamente di reagire: in questa nostra vita dobbiamo imparare a capire, a distinguere, a seguire, la giusta via, quella corretta, fondamentale; quella “strada” interiore che Egli ci ha tracciato, e che ci consentirà di raggiungere la nostra ricompensa, l’autentico nostro reale “riconoscimento”, quando, “alla risurrezione dei giusti”, Egli ci inviterà ad entrare in quel “Regno dei cieli”, promesso ai “retti di cuore”.
Dobbiamo insomma, nel nostro breve “oggi”, creare relazioni, rapporti, amicizie, basati esclusivamente sull’amore, sulla carità, sulla bontà del cuore: dobbiamo cioè amare i fratelli umilmente e sinceramente, non per ostentazione, non per interesse, non per orgoglio, non per un malsano egoismo: soprattutto non sulla base di un vantaggio che ne potremmo ricavare, perché, come ci assicura Gesù, “sarai beato poiché non hanno nulla da ricambiarti”. Amen.

 

  

giovedì 18 agosto 2022

21 Agosto 2022 – XXI Domenica del Tempo Ordinario


Lc 13,22-30 
In quel tempo, Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme. Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?». Disse loro: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno. Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici!”. Ma egli vi risponderà: “Non so di dove siete”. Allora comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. Ma egli vi dichiarerà: “Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!”. Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori. Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi». (Lc 13,22-30).

Gesù continua il suo cammino verso Gerusalemme. Una annotazione, questa del camminare di Gesù, che ci viene sottolineata, non a caso, con una certa insistenza. Ciò che ci deve far meditare non è tanto il fatto materiale del muoversi, quanto il riferimento ad un continuo, necessario e irrinunciabile andare incontro al compimento della missione salvifica assegnatagli dal Padre. Una progressione continua e ascendente che dovrebbe animare anche il nostro percorso di perfezione spirituale, segnato invece da eccessive e interminabili soste inutili. Se spiritualmente non ci muoviamo, se non siamo in costante cammino continueremo a rimanere nella mediocrità, non andremo mai da nessuna parte, poiché nell’anima rimaniamo spiritualmente “morti”.
Ci siamo mai chiesto perché il Signore dice ai suoi: “Seguimi”? Perché “seguire” presuppone appunto un “avanzare” continuo e progressivo. Non si può seguire il Signore rimanendo fermi, rimanendo sempre gli stessi, fossilizzati sulle stesse idee, sugli stessi schemi mentali, sugli stessi punti di vista.
Chi si giustifica dicendo: “Ma tutti hanno sempre fatto così!”, vuol dire che nella sua vita non si è mai posto alcuna domanda, non ha mai cercato soluzioni alternative, più appropriate, più attinenti al suo personale stato di vita, più convenienti al suo particolare percorso di cristiano.
Un vuoto immobilismo: è questo il motivo per cui la gente è triste, insoddisfatta: perché è ripiegata su sé stessa, non ha idee; perché ripete continuamente senza alcun entusiasmo, passivamente, le stesse cose; non si rinnova, non aggiorna il suo percorso, si rifiuta di accelerare traendo il meglio da se stessa: il suo massimo impegno è quello di adeguarsi alla mediocrità altrui.
Vogliamo fare una piccola verifica su come noi ci comportiamo a questo riguardo? Vogliamo sapere se siamo veri discepoli del Signore, in continua “tensione”? È molto semplice: è sufficiente verificare se le nostre preghiere, la nostra fede, il nostro modo di credere, il nostro atteggiamento nei confronti di Dio e del prossimo, sono gli stessi, identici, di quando eravamo bambini: se è così, vuol dire che il nostro cammino cristiano è rimasto allo stadio infantile; non siamo cresciuti, siamo rimasti fermi ai primi passi; vuol dire che gran parte della nostra vita è passata inutilmente. Se a quarant'anni la nostra coscienza continua a rimproverarci su “bugie... parolacce... preghiere dimenticate... doveri non mantenuti”, vuol dire che siamo ancora ai nostri otto anni, alla prima comunione! Dal punto di vista spirituale siamo rimasti immobili, immaturi; non siamo cresciuti per nulla.
Seguire il Signore vuol dire invece immettersi in un processo di continua crescita, di continua trasformazione, di continua conversione; di rovinose cadute, è vero, ma anche di eroici risollevarci. L’anima è dinamica: la caratteristica essenziale della vita spirituale, come di quella biologica, è appunto crescere, cambiare, evolvere, andare avanti, portare frutti.
Mentre dunque Gesù percorre la sua strada, un uomo gli pone una domanda: «Sono pochi quelli che si salvano?». Una domanda chiaramente superficiale, da curioso, di uno che parla tanto per dire qualcosa, per far notare la sua presenza: Gesù giustamente non gli risponde, non gli interessa soddisfare questo tipo di curiosità. Non è questo il punto! A Lui preme sottolineare invece l’impegno che tutti devono mettere per raggiungere la propria di salvezza: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti non ci riusciranno; allora comincerete a bussare... Signore aprici! Ma egli vi risponderà: “Non so di dove siete!». Eccoci serviti; non serve a nulla conoscere in quanti si salvano: l’unica cosa che ci deve interessare è sapere se noi abbiamo i requisiti per rientrare tra quelli!
E allora non perdiamo tempo, pensiamo a noi stessi, concentriamoci sul nostro cammino.
Più parliamo a vuoto, più spettegoliamo sulla vita altrui, meno riusciremo a concentrarci su come vivere correttamente la nostra, perché, quello di salvarci, è un problema serio, impegnativo: il quadro che Gesù oggi ci presenta è a tinte molto cupe, dure, tragiche. Non sono ammessi sconti, non vengono fatte preferenze. Il Dio che ci viene presentato è un Dio completamente diverso dal buon samaritano, dal buon pastore, dal padre buono e misericordioso che ama alla follia i figli ribelli; il padre che attende fiducioso il loro ritorno, che perdona ogni cosa, che accoglie sempre tutti e comunque a braccia aperte. Qui è un Dio “intransigente”, un Dio da temere e da rispettare. Quando i ritardatari rimasti “fuori”, distratti e inconcludenti, gli chiedono di aprire la porta, Egli non ha dubbi o ripensamenti: “Non vi conosco, non so di dove siete…”.
Siamo di fronte ad una situazione veramente terribile: una situazione però che non dipende da Dio: non è Dio che ci rifiuta, che ci condanna, che non ci riconosce: Egli sa bene chi siamo; Egli stesso ci ha creati a sua immagine e somiglianza, un’immagine che doveva essere il nostro personale documento di identità. Ma se noi, strada facendo, abbiamo deturpato i nostri lineamenti originali, sovrapponendo tutta una serie di maschere inguardabili: quella dell’orgoglio, del potere, dell’arroganza; del superuomo che calpesta i deboli, i miseri, i poveri; se insomma abbiamo preferito deformare le nostre sembianze divine, luminose, splendide, rendendoci irriconoscibili perfino a Colui che ci aveva plasmato, è naturale che nel presentarci all’ingresso del suo Regno, Egli ci dica, lasciandoci confusi, completamente sbigottiti: “Non vi conosco. Allontanatevi da me voi tutti operatori di ingiustizia!”. “Ma come Signore? Io un “operatore di ingiustizia”? Impossibile! Tu sai bene che sono un “cristiano adulto”: io prego, vado in chiesa tutte le domeniche, non ho mai fatto male a nessuno, mi sono sempre comportato bene, non rubo a nessuno, faccio le mie elemosine, non sono mai stato un disonesto. Ho “mangiato e bevuto in tua presenza”, sono rimasto nelle tue chiese con te, ho ascoltato le prediche dei tuoi preti, ho mangiato il Pane Eucaristico insieme a tutti gli altri. Come fai a non riconoscermi?”. Il nostro sfogo difensivo però è insufficiente: inutile a quel punto vantare curricula immacolati! Anche perché, in fondo, il motivo di tale rifiuto lo conosciamo molto bene: solo che nella nostra ottusità di egocentrici, ci siamo guardati bene dal prenderlo in considerazione quando avevamo ancora tempo!
Abbiamo fatto tante cose costruttive, buone, ammirevoli, è vero: ma “farle” soltanto non basta: abbiamo agito, rimanendo “fuori”, ci siamo accontentati della visibilità esteriore, dell’apparire, del consenso mondano; non siamo cioè “entrati dentro” di noi, nella nostra anima; abbiamo agito non seguendo la mentalità di Dio, ma quella del mondo, abbiamo preferito lavorare per il piacere immediato, per la soddisfazione momentanea, piuttosto che per amore di Dio, quell’amore che ci proietta nell’infinito: rimanendo “fuori”, infatti, non abbiamo potuto udire la voce di Colui che ci aspettava all’interno, nella nostra coscienza, non abbiamo percepito i suoi richiami, i suoi consigli, le sue direttive sicure, la sua voce paterna; abbiamo rifiutato l’offerta collaborativa della sua amicizia, gli abbiamo preferito le false prospettive del mondo, lasciandolo nella più completa solitudine.
Ecco allora che il vangelo di oggi, nonostante tutto, ci offre l’opportunità di rimediare, di riprogrammare la nostra vita, prima che sia troppo tardi, facendoci entrare finalmente nell’esatta prospettiva evangelica, lavorando, sudando, sforzandoci a superare le inevitabili difficoltà del nostro percorso.
La porta d’ingresso al Regno di Dio è stretta: se pensiamo di passare rimanendo nella nostra tracotante e mostruosa obesità, dovuta alle stratificazioni di infedeltà, di menefreghismo, di falsità, ci sbagliamo di grosso: in tali condizioni non potremo mai superare nulla, tanto meno la strettoia che introduce nel Regno.
Sforzarsi”, in greco “agonizomai”, significa letteralmente “lottare, combattere, gareggiare”.
“Agon” era il luogo della lotta, dei combattimenti, delle gare; “Agonia” è l’ultima estrema terribile lotta che ognuno deve affrontare uscendo da questa vita.
Nessuno ha mai detto che crescere spiritualmente sia semplice, che vivere seriamente da cristiani autentici sia un gioco da ragazzi; le difficoltà che incontreremo ci faranno talvolta paura; forse ci faranno anche piangere, ci creeranno tensioni, vere lacerazioni interiori. Ma se le ignoriamo, se le lasciamo lì, se le evitiamo facendo finta di nulla, quando verrà all’improvviso il momento della nostra inevitabile “agonia” non potremo fare più nulla, e sarà troppo tardi. Amen.

 

mercoledì 10 agosto 2022

14 Agosto 2022 – XX Domenica del Tempo Ordinario


Lc 12,49-53 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto! Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera».

 Il vangelo di Luca attribuisce oggi a Gesù delle espressioni particolarmente dure. Lo fa con un linguaggio drastico, estremo, denso di previsioni drammatiche: decisamente, concetti come “fuoco”, “divisione”, “tutti contro tutti!” non sembrano appartenere al suo stile. Cosa significa tutto questo? Gesù, come al solito, è chiaro: chi lo vuol seguire deve sottoporsi a scelte radicali, risolutive, contrastanti: scelte che comportano una vita completamente “nuova”, diversa da quella di prima; la sua sequela richiede la morte dell'uomo vecchio, quello incentrato su sé stessi, e la nascita dell’uomo nuovo, quello che finalmente ci fa vivere da figli di Dio. 
Un cambiamento che, prima per i discepoli, e poi a seguire per tutta la Chiesa, è stato sempre motivo di una profonda discriminazione da parte del mondo. I cristiani di ogni tempo sono sempre stati considerati all’opposizione, “dall’altra parte”, incompresi, osteggiati... Anche oggi, coloro che fanno scelte radicali per il Vangelo, continuano ad essere apertamente derisi; il mondo, con la sua logica edonistica, si diverte a dimostrare in tutti i modi l’insensatezza delle loro scelte, anche se talvolta sono eroiche: le svilisce, le disprezza, le ridicolizza. Un comportamento, questo del mondo, che non ci deve né meravigliare né abbattere: Gesù l’aveva previsto; e le parole del vangelo di oggi anticipano proprio questa situazione di ostracismo e di divisione. 
Scegliere di vivere coerentemente il vangelo non è mai stata, e non lo sarà mai, una decisione facile, capita e condivisa dai più; lo abbiamo già visto: quando infatti Gesù ha cominciato a parlare chiaro, quando ha cominciato a fare sul serio, tutti sono scappati; le folle, così numerose nello sfamarsi gratuitamente, improvvisamente si sono diradate. Non dobbiamo quindi meravigliarci se anche noi, quando facciamo sul serio, quando vogliamo seguire letteralmente i suoi insegnamenti, intorno a noi si crea terra bruciata: diventiamo automaticamente “pietra d’inciampo”, segno di “contraddizione”; in una società completamente a servizio dell'immagine e del consumismo come quella in cui viviamo, il Vangelo con i suoi precetti non può che essere ostico, difficile da seguire, in quanto frantuma sul nascere ogni logica di profitto, di successo personale, di carrierismo; è insomma decisamente “scandaloso”!

Le parole di Gesù sono esplicite, solari: “non sono venuto a portare la pace, ma la divisione”. Egli non è venuto a portare il quieto vivere, il sonno tranquillo delle coscienze; non è venuto a giustificare una storia umana che continua a rotolarsi nelle ingiustizie e nelle ignobili perversioni; Egli al contrario è venuto a portare “guerra”, “divisione”, un “distacco” obbligato dal male; ha praticamente introdotto un “conflitto” interiore; una chiara presa di coscienza di tutto ciò che non va bene, di ciò che ferisce l'uomo, la sua anima, il suo cuore; ha reso cioè obbligatoria una “scelta” tra ciò che dobbiamo mettere al primo posto (Dio) e ciò che, per quanto importante possa sembrare, deve in ogni caso rimanere secondario (tutti gli altri valori).
Le persecuzioni subite dai profeti (come Geremia), ci insegnano soprattutto questo; questo ci insegna la lettera agli Ebrei, quando dice: “Pensate attentamente a Cristo che ha sopportato da parte dei peccatori una così grande ostilità contro la sua persona, proprio perché voi non vi stanchiate perdendovi d'animo. Non avete ancora resistito fino al sangue nella vostra lotta contro il peccato…”. È chiaro? “Resistere fino al sangue”, fino al martirio: questo praticavano i primi cristiani, altro che stancarsi e buttarsi tutto alle spalle, come facciamo noi! 

La Parola di oggi, insomma, ci pone di fronte ad una prospettiva decisamente lontana dal nostro stile di vita: noi, con tutta la nostra cultura, non siamo ancora in grado di stabilire ciò che in assoluto è bene o male; ciò che è giusto o ingiusto: oppure lo sappiamo anche ma, per quieto vivere, ci comportiamo come se non lo sapessimo, non ci esprimiamo. Preferiamo stare dietro le quinte. Abbiamo timore di quello che potrebbe pensare la gente! Lasciamo volentieri che siano altri, ma non noi, a far capire alle persone cosa sia la “salvezza ultima”, la “testimonianza religiosa”, la “fede in Dio e nella Chiesa”, in cosa consistano nella vita i “principi morali inalienabili”. Ci nascondiamo: un po’ come vediamo fare certi preti, certi frati, certi religiosi che si “mimetizzano” tra la folla, vergognandosi addirittura di indossare quella veste, quella sacra “divisa”, che li distingue da tutti gli altri, li identifica, costringendoli a mantenere di fronte al mondo intero, un comportamento “superiore”, “convinto”, da “consacrati”, luminosamente “coerente” con la fede che predicano: anche per loro, meglio l’anonimato, più comodo e meno impegnativo.

Ma non è questo che Gesù vuole da noi: perché noi, come tutti gli uomini, siamo “chiamati” ad essere suoi testimoni. Ciascuno di noi, singolarmente, deve impegnarsi in prima persona; ciascuno deve trasformarsi in “scandalo” di fronte alla gente, per difendere la Verità: proprio quella “Verità” che non piace al mondo, che viene considerata inopportuna, imbarazzante, indigesta.
Ci sono verità, lo sappiamo bene, che la nostra società contemporanea definisce, con acredine e arroganza, “retrograde”, senza senso, incivili. Ebbene, non lasciamoci imbavagliare! Dimostriamo di conoscere queste verità: professiamole apertamente, convintamente, con quella semplicità, con quella fedeltà, che Cristo, Verità assoluta, ci ha insegnato. Proclamiamole tutti insieme, difendiamole, annunciamole coraggiosamente in pubblico e in privato, ognuno nel suo ambito: vescovi, sacerdoti, educatori, catechisti, teologi, padri di famiglia. Lavoriamo in profondità, “scandalizziamo” questa nostra società così distratta e superficiale, vivendo per primi le verità fondamentali della fede e della morale cattolica! Perché solo in questo modo, la Verità “ci farà liberi”.
L'uomo, infatti, facendo tutto “ciò che vuole”, non è libero; è libero solo operando in forza di quella Verità, essenza unica del suo esistere come persona. La libertà non è un principio assoluto: esiste solo in riferimento alla Verità, che di per sé stessa attrae e affascina l’uomo. Dove c'è Verità c'è libertà, e dove non c'è Verità, inevitabilmente sussiste qualche forma di schiavitù. Pertanto, solo se cerchiamo la Verità, se la viviamo, se l’amiamo, potremo sentirci completamente liberi: anche se rinchiusi tra quattro mura, o considerati dalla società come inutile “spazzatura”.
In un mondo come il nostro, dominato da un relativismo globale, imperante e ossessivo, le verità universali del Vangelo fanno paura, sono di intralcio, rappresentano un grave ostacolo all’attuale pensiero fluido: nostro compito di cristiani è fare in modo che questo relativismo, questa schiavitù irrazionale, cessi di valere come principio assoluto: aver paura della Verità, significa infatti aver paura di essere sé stessi, di essere coerenti, di essere auto pensanti; significa lasciarsi dominare dalla legge del più forte, dalle ideologie di massa, significa perdere la propria dignità intellettuale, la propria esistenza spirituale.

Il Vangelo è nato, cresciuto, si è diffuso, fin dall’inizio, tra uomini dominati dalla contraddizione: è stato il dramma dell'alleanza fra Dio e il suo popolo, dramma che continua a riproporsi anche nella nostra storia contemporanea: Dio si racconta, si svela, si avvicina all'uomo, si offre di aiutarlo: ma l'uomo sistematicamente gli risponde “no, grazie”. I testimoni della “Buona notizia”, sono discepoli di un Dio che crea divisione, che non ammette uomini tranquilli, adagiati nell’indifferenza, nelle loro pseudo certezze, trincerati dietro tiepide e comode religioni passeggere. Sono discepoli di un Dio che scuote, che infiamma, che brucia dentro, che li spinge nel mondo, tra la gente, perché tutti gli uomini lo riconoscano come Padre.

Rispondiamo allora anche noi a questa chiamata di Dio, accettiamo con slancio questa sfida divina: viviamo, annunciamo, comunichiamo, spieghiamo al mondo intero le Verità di questo Dio che brucia il nostro cuore, la nostra anima. Difendiamole coraggiosamente contro quanti le negano, le irridono! Non accontentiamoci di vivere da cristiani remissivi, concilianti, segregati in un limbo virtuale, tagliati fuori, avulsi dalla realtà contemporanea: non permettiamo che la nostra testimonianza sia insignificante, banale: così priva di mordente, da renderci invisibili, inutili, di nessun interesse. Non viviamo insomma da “tiepidi”: perché, come scrive l’Apocalisse, per il nostro essere “né caldi né freddi”, rischiamo di venire “vomitati” da Dio.
Noi dobbiamo essere autentici discepoli di Cristo: non dimentichiamolo mai! E come tali, siamo chiamati ad essere dei rivoluzionari, dei battaglieri, degli incendiari: gente che combatte, che crea soqquadro in quell’immobilismo, in quella inefficienza piatta di una società spiritualmente amorfa, indifferente, asfittica; dobbiamo essere gente che predica e professa apertamente l’Amore che Dio nutre indistintamente per tutti gli uomini; gente che opera con coraggio e continuità, perché la Sua pace trionfi nel mondo; gente insomma che vuole realizzare in esso gli ideali di Dio nostro Padre, battendosi per quell’unica Verità, che Egli ha immesso nel cuore e nella mente di ogni sua creatura! Amen.

  

domenica 31 luglio 2022

07 Agosto 2022 – XIX Domenica del Tempo Ordinario

Lc 12,32-48 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno. Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma. Perché, dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore. Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro! Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo». Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?». Il Signore rispose: «Chi è dunque l’amministratore fidato e prudente, che il padrone metterà a capo della sua servitù per dare la razione di cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così. Davvero io vi dico che lo metterà a capo di tutti i suoi averi. Ma se quel servo dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda a venire” e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli infedeli. Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche. A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più».

 

Continuiamo la lettura del capitolo 12 del Vangelo di Luca. Un capitolo estremamente importante, perché traccia la via che ogni discepolo deve percorrere per fondare il Regno di Dio nella propria vita.
Oggi Luca insiste particolarmente sulla “tensione” necessaria per raggiungere la Vita, quella “molla” che nella nostra vita di cristiani non deve mai allentarsi. Per questo motivo dobbiamo liberarci di tutta quella zavorra che ci impedisce di camminare speditamente: “Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma”: è Gesù che ce lo raccomanda.
Certo, non si riferisce qui a quelle esperienze di vita intime, che ciascuno di noi conserva gelosamente nel proprio cuore, come la serenità di una giornata spesa bene, la gioia per un ideale raggiunto dopo tante fatiche e sofferenze; la commozione per la nascita di un figlio; la risposta d’amore che scorgiamo negli occhi delle persone amate; i colori della natura, il profumo dell'erba appena tagliata, il suono del vento, il canto degli uccelli; la felicità del cuore; insomma a tutte quelle sensazioni che proviamo nel sentirci vivi, amati e sorretti dalla Vita.
Questo “tesoro” nessuno potrà mai portarcelo via. Tutto questo rimarrà sempre in noi. Ma ci sono, è vero, anche tante cose inutili, tanta zavorra che ci rallenta nel cammino. Cose superflue, nocive, deleterie, cose che abbiamo stoltamente raccolto lungo il cammino della vita. Ebbene, liberiamocene, buttiamole via: riempiamo le nostre “borse” esclusivamente di cose vere, procuriamoci beni che non passano, che durano, che non invecchiano mai, ai quali la ruggine, i ladri e le tarme non possono arrivare. Forse sono beni come i soldi? No, perché ci possono facilmente essere rubati. Le ricchezze? No, perché possiamo perderle in un momento. L’auto, la casa, i cosiddetti “beni durevoli”, gli oggetti più belli e preziosi? No, perché per un motivo o per l’altro il tempo li deteriora e finiscono col distruggersi. Insomma, tutto ciò che è di questo mondo, è provvisorio, destinato a passare. È zavorra inutile, pesante, che non merita la nostra attenzione.
Tutte le raccomandazioni di Gesù riportate qui da Luca, hanno motivazioni diverse, ma sono legate tra loro da un’unica radice, un unico tema: “State svegli, non dormite, siate sempre vigili e coscienti, non addormentatevi, perché il “sonno” della ragione, del raziocinio, genera mostri, e il “sonno” dell’anima, genera morte!”.
Nella vita, l’uomo è combattuto sempre da due possibilità: fermarsi o continuare; dall’accontentarsi di quanto raggiunto, e quindi di rinunciare a nuove esperienze, e da quella contraria di andare sempre avanti, di progredire, di continuare a crescere. È un fenomeno molto comune. Quante volte sarà capitato anche a noi di dire o di pensare: “Va bene così: sono cristiano, vado a messa; so amare gli altri; sono impegnato quanto basta, mi sento di essere nel giusto; non mi serve diventare migliore, posso fermarmi qui, posso finalmente rallentare, riposarmi!”. Ma ci sbagliamo di brutto: ce lo dimostra la natura stessa: noi capiamo se un albero è vivo e vegeto se continua a crescere, a svilupparsi, a produrre foglie e frutti; se al contrario smette di crescere, di migliorare, di rinnovarsi continuamente, significa che è morto, senza vita e ben presto si secca.
Tutte le nostre crisi esistenziali derivano quindi dallo scontro di queste due possibili decisioni: quella di fermarci, di accontentarci del risultato raggiunto; l’altra, al contrario che ci sprona ad affrontare nuove prove, nuovi stimoli, a progredire. È il nostro dilemma: perché nella vita o si va avanti e si progredisce oppure ci si ferma e si regredisce: non è ammessa un’altra possibilità concreta. Eppure quanti cristiani dormono credendo di essere svegli; sono convinti di andare avanti e non si accorgono che sono immobili, immersi nelle loro fantasie, nei loro sonni.

Questo è il pericolo che dobbiamo evitare, come ci segnala Gesù: dobbiamo tenerci sempre pronti, reattivi. Aspettare in azione il ritorno del Signore in questa nostra “veglia” che si chiama vita, significa pertanto “convertirsi”, mettere a frutto i nostri talenti, quei doni che Egli ci ha consegnato al nostro ingresso nel mondo. Dobbiamo essere convinti, dobbiamo farlo; dobbiamo cambiarla radicalmente questa nostra vita, perché forse, fino ad oggi, più che “vita”, è stato in realtà un sopravvivere nell’indifferenza, nel perdere tempo creandoci solo false illusioni.

Ricordo una storiella molto carina che dice: «Un padre bussa alla porta della camera in cui suo figlio sta dormendo: “Carlo, svegliati”. E Carlo risponde: “Non voglio alzarmi papà”. Il padre urla: “Alzati devi andare a scuola”. Ma Carlo: “Non voglio andare a scuola”. “E perché no?”, gli chiede il padre alzando la voce. “Per tre motivi, risponde Carlo. “Prima di tutto, è una noia; secondo, i ragazzi mi prendono in giro; terzo, odio la scuola”. E il padre, ormai spazientito: “Bene, ora ti dico io tre motivi per cui devi andare a scuola; primo, perché è tuo dovere; secondo, perché hai quarantacinque anni, e terzo perché sei il preside».
Una storiella che farebbe anche sorridere, se in fondo non fosse così realistica. Nella vita siamo tutti campioni nel campare scuse, nel giustificare le nostre scelte, pur sapendo che non sono quelle giuste; ci ostiniamo a sprecare tempo prezioso, trastullandoci con i nostri giocattoli preferiti (denaro, automobili, vacanze, vestiti, fama, potere).
I nostri propositi di conversione, talvolta anche seri e impegnativi, sono comunque proiettati costantemente nel “domani”: perché nell’oggi dobbiamo sempre occuparci di mille cose “più urgenti”; che in pratica significa: viviamo molto bene così come siamo, nel nostro “piccolo mondo”, convinti di poter raggiungere traguardi invidiabili, anche se poi, puntualmente, si rivelano inefficaci. Non amiamo “cure” spirituali drastiche; quelle che noi definiamo con enfasi “nostre conquiste”, sono in realtà esperienze provvisorie, superficiali, passeggere, temporanee: perché a noi, in fondo, non interessa “crescere”, non vogliamo impegnarci oltre, non vogliamo “strafare”; stiamo bene così. Continuiamo cioè ad illuderci, pensando di salvarci assumendo eccezionali “compresse curative”: miracolosi “placebo”, infallibili “salvavita”, proposti e osannati dai “dotti” cerusici del momento, ma assolutamente inefficaci e inconcludenti.

Purtroppo, “svegliarsi” all’improvviso da questo nostro irresponsabile dormiveglia, sarà decisamente imbarazzante e doloroso: perché il momento della verità, il momento in cui tutte le nostre decantate certezze cadranno a pezzi, arriverà puntualmente. E allora scopriremo in un istante tutta l’inconsistenza e l’inutilità della nostra vita Ci accorgeremo di non avere nulla in mano: di ritrovarci davanti a Dio e a noi stessi, alla fine di un allucinante passaggio nel tempo, completamente nudi e indegni.
Solo allora capiremo il valore della vita: “Come ho fatto a vivere così? Come ho fatto a non accorgermi? Incredibile!”.
Nel sonno avevamo confuso l’irreale col reale. L’importante allora è svegliarci, vedere le cose che ci circondano nella loro giusta luce; vedere le persone per come realmente sono, e non per come noi vorremmo che fossero; vedere le cose nella loro realtà, perché soltanto ciò che esiste è reale. Stare svegli significa dire a noi stessi: “Tu ci sei”; significa poter chiamare ogni cosa col suo nome, anche se quello che scopriamo non è per nulla edificante. Stare svegli significa infatti dire: “Tu sei violenza: questo è il tuo nome; tu sei orgoglio: questo è il tuo nome; tu sei paura, terrore, viltà: questo è il tuo nome; tu sei fallimento, abbandono, tradimento: questo è il tuo nome; tu invece sei energia, forza, possibilità: questo è il tuo nome”. Chiamare ogni cosa per nome è fondamentale, perché riconosce in noi quella forza, quel vigore, che può ridarci vita. Chiamare le nostre debolezze per nome significa farle esistere, renderle reali, dir loro: “Purtroppo, mi piaccia o no, tu esisti, ma ancora per poco! Perché ora ti affronto, ti modifico, ti annullo: perché sento di poterlo fare!”.
A questo dovrebbero portare espressioni come “vegliare”, “consapevolezza”, “lucerna accesa”; termini che indicano appunto il vedere tutto ciò che c’è da vedere, il rendersi conto di ogni cosa, il non nasconderci nulla, il chiamare tutto per nome; l’avere insomma un quadro reale su cui concentrare il nostro lavoro di restauro.

“Se il padrone di casa sapesse a che ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti, perché il Figlio dell’uomo verrà nell’ora che non pensate”.
Quando viene Dio? Non lo sappiamo. Arriva nel momento in cui meno ce l’aspettiamo. Ecco perché non dobbiamo perdere tempo, Ecco perché dobbiamo essere sempre pronti! Non sappiamo quando, ma egli verrà! Dio è come il ladro: viene nei momenti più imprevedibili, al di fuori di ogni logica umana, viene seguendo la sua logica divina.
Molte volte vorremmo che il nostro cammino di fede fosse chiaro, ben programmato: vorremmo sapere quali passi fare, quali insidie e quali pericoli evitare; vorremmo che la nostra salita al “santo monte di Dio” fosse graduale, comoda, in modo da poter predisporre il necessario, valutare il percorso, individuare gli ostacoli, localizzare perfettamente la meta finale.
Ma non è così! Questo appartiene al nostro innato bisogno di conoscere il “dopo”, cosa ci riserva il domani, al nostro pretendere che ogni cosa avvenga secondo i nostri programmi: dove andare, chi e cosa incontrare, data e ora della fine del viaggio. È il nostro bisogno congenito di dominare, di gestire, di avere tutto sotto controllo! Ma Dio è ingestibile: nessuno mai è stato e sarà in grado di programmarlo, controllarlo, manipolarlo.

“Allora Pietro disse: Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?”. Il Signore rispose: “Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà al suo lavoro”.
Tranquillo caro Pietro: le parole di Gesù valgono non solo per te e per gli altri discepoli, ma per tutti. Nessuno è proprietario della propria esistenza: la vita è un bene che non ci appartiene, noi ne siamo solo gli amministratori, e un giorno dovremo restituirla. Anche il tempo non è nostro: noi dobbiamo solo gestire quella manciata di giorni che ci sono stati concessi, mettendoli a frutto. A questo mondo nulla ci appartiene, niente e nessuno è di nostra proprietà.
Noi abbiamo soltanto il dovere di trattare ogni cosa, ogni essere umano, ogni creatura vivente, con tutto il rispetto, l’amore, la cura, di cui siamo capaci. Soprattutto dobbiamo iniziare ad amministrare al meglio noi stessi, il nostro mondo interiore, la nostra anima, evitando di “addormentarci”, di vivere nelle distrazioni, “fregandocene” di tutto e di tutti: perché il Padrone, come ci conferma oggi Gesù, si presenterà all’improvviso e, che gli crediamo o no, egli pretenderà da noi, pur nella sua infinita misericordia, un dettagliato resoconto di come abbiamo amministrato il suo impareggiabile dono. Amen.