giovedì 8 ottobre 2020

11 Ottobre 2020 – XXVIII Domenica del Tempo Ordinario

 

“Il regno dei cieli è simile ad un re, che fece una festa di nozze per suo figlio…” (Mt 22,1-14).

 La parabola di oggi paragona il Regno di Dio ad un banchetto nuziale: una immagine molto accattivante, molto conosciuta e comprensibile a tutti. Quale occasione infatti è più aggregante e gioiosa per parenti e amici di un matrimonio da favola, con un sontuoso pranzo di nozze?

Le nozze celebrano l’unione di due persone, sanciscono l’amore, la comunione di due cuori; sono l’apertura di una finestra sul mondo della speranza, della novità di vita, della intensità di sentimenti.

Non a caso i contemplativi parlano di nozze dell’anima con Dio, per indicare l’incontro intimo, il matrimonio celestiale, l’unione mistica dell’anima col suo Sposo divino.

Ai nostri giorni, essere invitati al matrimonio di una personalità molto importante, è una circostanza impegnativa, di grande rilievo, molto ambita e apprezzata, un segno di particolare stima, di amicizia, di considerazione.

E lo era anche ai tempi di Gesù: le nozze erano considerate un evento importantissimo, duravano una settimana, il banchetto era fornitissimo, straricco, e per chi riusciva a malapena a mangiare una volta al giorno, era un’occasione imperdibile; il non andarci era impensabile, perché rifiutare l’invito significava, sì perdere un lauto pranzo gratuito, ma soprattutto offendere gravemente gli sposi: era un affronto, cui spesso potevano seguire spiacevoli conseguenze. Tant’è che il re della parabola, indispettito per il rifiuto degli invitati, non capacitandosi di tanta stupidità, manda per ripicca i suoi servi nelle piazze, nei crocicchi, per le strade, per invitare a nozze chiunque incontrino.

Cosa vuol dirci Gesù con questa parabola? Il significato più semplice, quello evidente, è che uomini e donne, vecchi e bambini, saremo un giorno tutti invitati all’eterno banchetto celeste: tutti; anche quelli più umili, quelli più poveri (gli straccioni), quelli, in una parola, che sono considerati il rifiuto della società. Ad un’unica condizione però: che tutti ci presentiamo indossando la veste nuziale: ossia tutti dobbiamo indossare la veste della “grazia di Dio, nuova, immacolata, o quantomeno lavata e stirata dal Sacramento della Penitenza e dalle “opere buone”.

Ma non basta: questa parabola ci offre, per l’immediato, anche un’altra interessante spiegazione: quel banchetto nuziale, cui tutti siamo invitati a partecipare, si tiene nell’anima di ciascuno: Dio invita tutti ugualmente ad entrare in quella personalissima esperienza di amore, di felicità, di intimità con cui il Figlio celebra le sue nozze perenni col nostro cuore, con la nostra anima.

Entrarvi, significa entrare nell’intimità con Dio, rapportarsi con Lui nella nostra coscienza, e conseguentemente, dare un senso alla nostra vita.

Quando il cuore e l’anima dell’uomo entrano in simbiosi con Dio, l’unione mistica che si instaura tra di loro, altro non è che una pallida anticipazione dello stato di perenne beatitudine che proveremo nel banchetto paradisiaco.

Gesù ci invita caldamente quindi a “partecipare” a questo banchetto, a saziarci di Lui, a “vivere” la nostra anima, e questo fin da subito, immediatamente. Viviamola allora la nostra anima, viviamola intensamente, non abbandoniamola, non ignoriamola, non oltraggiamola.

Se oggi la gente è depressa, esaurita, non ha più voglia di vivere, è perché ha dimenticato di avere un’anima, ha dimenticato completamente di rifugiarsi in essa, di trovare in essa la soluzione di tanti nostri problemi, instaurando un colloquio intimo, umile, sincero, con lo Spirito di Gesù, che l’ha scelta a sua stabile dimora.

Un quarto degli italiani prende farmaci contro l’ansia e la depressione: c’è chi li prende per dormire, chi per alzarsi la mattina, chi per non deprimersi, chi per controllare l’aggressività, chi per sopportare le contrarietà della vita. In una parola per “sopportare” la vita. Ciò che dovrebbe essere fonte di felicità, è diventato un peso da sopportare: perché tutto appare vuoto, inutile, tutto è vertiginosamente proiettato all’esterno; l’introspezione, la meditazione, la moderazione, sono categorie sconosciute all’uomo d’oggi, sono “out”. Adesso tutto è proiezione “estrema” della persona: attività estreme, sport estremi, viaggi estremi, esperienze estreme, vacanze estreme, sesso estremo. Il vivere “ordinario” non offre più niente, non emoziona più, non ha più stimoli apprezzabili.

Purtroppo però non ci accorgiamo che dopo lo “sballo estremo”, segue il collasso psichico, la depressione, la disperazione: guardandoci alle spalle ci rendiamo conto di aver ignorato e calpestato i limiti di un sano equilibrio, di aver sperperato ogni possibilità di ascoltarci nel profondo, di seguire quei suggerimenti che Dio, pazientemente, continua ad inviare al nostro cuore, all’anima, alla mente. Abbiamo, in poche parole, soffocato stoltamente la nostra anima.

Ma cosa vuole esattamente da noi quest’anima? Semplice. Vuole la nostra salvezza, il nostro star bene, il nostro andare incontro a Dio, lo Sposo; l’anima vuole il meglio per noi, per la nostra vita spirituale, vuole suggerirci i motivi veri per cui valga la pena di vivere.

Ci siamo mai chiesto “perché” viviamo? Quale sia lo “scopo” ultimo della vita? Proviamo a chiederlo alle persone che ci stanno intorno, a quelle che incontriamo: “Perché vivi?”; vi assicuro che le risposte saranno tutte di una banalità spiazzante, perché nessuno conosce più la ragione unica, importante, vera, profonda, trascendente per vivere: c’è chi vive per il lavoro, chi per il denaro, chi per fare carriera, chi per i figli, chi perché “questa è la vita che fanno tutti”! Nessuno si sognerebbe più di rispondere: “Per amare e servire Dio fedelmente”.

Ma se ignoriamo questo motivo fondamentale, vuol dire che alla nostra vita manca autenticità, vuol dire che tiriamo a campare, trascinando i giorni, senza alcun mordente; vuol dire che siamo pronti a cogliere al volo qualunque occasione, anche quelle più astruse e inconcludenti, pur di dare una parvenza di senso alla nostra vita.

Non penso di esagerare: è sufficiente guardare le “moderne” trasmissioni televisione: un concentrato di nullità, che ogni giorno esibisce una miriade di deficienti (nel senso che hanno un deficit di anima) orgogliosi di fare sfoggio nei loro interventi di una preoccupante insipienza; gente che si cimenta in comparsate insulse, che paga un prezzo esoso in termini di dignità, pur di “esserci”, di essere ammirati, notati, imitati: “influencer” è l’etichetta ambita cui aspirano tutti i nullafacenti professionali di oggi!. Tutta gente che pur di provare un soffio di notorietà, ancorché insignificante, si abbassa a fare di tutto.

Ma cos’è che fondamentalmente manca a questa società? Manca la percezione della presenza di Dio, manca la percezione dell’anima. Non la sentono più, non sanno neppure cosa sia. Non a caso le discoteche, sempre zeppe di giovani, stordiscono con una musica che collassa, che copre e annienta tutto: con migliaia di watt sparati nelle orecchie, in uno stato confusionale e catatonico per alcool e droga, non c’è discorso, non c’è emozione, non c’è ispirazione dell’anima che tenga: ci si immerge tragicamente nel nulla.

Purtroppo i risultati di tali alienazioni sono quotidianamente trasmessi dai telegiornali.

È una difficile e drammatica situazione: ma l’invito di partecipare alle nozze regali vale anche per loro, per questi “storpi”, questi “zoppi”, questi “ciechi”.

Spetta a noi il compito di aiutarli nella ricerca della veste nuziale appropriata da indossare: con il buon esempio, con l’umiltà, con la carità: anche se sappiamo, in cuor nostro, di non essere proprio dei santi. Perché anche noi talvolta ci “perdiamo” per strada, viviamo da “frastornati”, in sbandamenti spiritualmente preoccupanti; capita purtroppo anche a noi di buttarci allo sbaraglio, di “fuggire” dalla “prigione” della nostra anima. Come facciamo allora a sentire Dio, i suoi suggerimenti, la sua voce? Come possiamo entrare nel banchetto nuziale della nostra anima, se ci lasciamo risucchiare dal vortice dei “piaceri” esteriori?

Dobbiamo fermarci: tiriamo i freni, usciamo dall’autostrada invitante e comoda di questo mondo provvisorio, facciamo uno stop, imbocchiamo a piedi quel sentiero solitario e silenzioso che porta al nostro cuore e ascoltiamoci! Facciamolo, perché il vero coraggio, quello autentico, non sta nel combattere contro i mulini a vento, contro gli specchietti per le allodole, ma nell’ascoltare la propria anima, nell’obbedire alla propria coscienza, al proprio cuore.

Fermiamoci e ascoltiamoci: e se sentiamo dentro di noi qualcosa che ci tormenta, qualcosa che ci rende insoddisfatti, se sentiamo un senso di vuoto, un senso di tristezza, di depressione diffusa; se proviamo disagio a vivere la nostra chiamata, la nostra vocazione cristiana; se siamo insofferenti delle nostre scelte di vita: del matrimonio, della famiglia, della vita religiosa, del vivere impegnato; se ci sentiamo ingabbiati in qualcosa che non riusciamo a capire, allora vuol dire che stiamo vivendo male la nostra anima; vuol dire che stiamo vivendo “il male” che è dentro la nostra anima; in una parola stiamo provando tutto il disagio di un’anima che si è allontanata da Dio.

Un disagio che soffoca la nostra vita, che ci impedisce di accedere al nostro banchetto di nozze, di vivere la festa, la gioia, l’amore con Dio, lo Sposo.

Oggi purtroppo sono poche le persone che conoscono il piacere che viene dall’anima. Tutti cercano il piacere, nessuno cerca l’anima. Ci accontentiamo dei surrogati di felicità: ci copriamo di “giocattoli” costosi (auto, gioielli, telefonini, vestiti, ecc); cerchiamo esperienze inebrianti ai limiti dell’assurdo, ci tuffiamo nel virtuale (internet) isolandoci dal reale; cerchiamo ogni tipo di piacere: del sesso, della tavola, della gloria, della notorietà.

Ma in profondità percepiamo la mancanza di un qualcosa di “vitale”. Sentiamo l’assenza proprio di ciò che nessuno può comprare, che nessuno può regalare, se non Dio stesso: la nostra anima, il soffio di Dio, la carezza dello Spirito.

E allora: “A che serve all’uomo guadagnare il mondo intero se poi perde la propria anima?”. Già, a che serve?! Amen.



giovedì 1 ottobre 2020

4 Ottobre 2020 – XXVII Domenica del Tempo Ordinario

"Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano…" (Mt 21,33-43).

 Per la terza domenica consecutiva il Vangelo ci ripropone il tema della vigna del Signore. Prima abbiamo visto la parabola degli operai dell'ultima ora e del padrone buono, poi quella del comportamento contraddittorio dei due figli; oggi abbiamo quella dei vignaioli assassini che vogliono impossessarsi della vigna e finiscono per uccidere, oltre agli incaricati alla riscossione, anche il figlio del padrone.

Da notare che nelle tre parabole il comportamento dei vari “padroni” è sempre stato improntato alla bontà, alla pazienza, alla massima comprensione. Il padrone di oggi, poi, va addirittura oltre ogni aspettativa, rasenta addirittura l’assurdo; il suo è un amore puntiglioso e illogico: nonostante i suoi inviati vengano sistematicamente bastonati, lapidati, uccisi, lui continua sempre a provarci, cerca di dare ai vignaioli assassini nuove opportunità di ravvedimento. Alla fine, in un estremo tentativo di riscatto, arriva a mandare il proprio unico figlio. Ma anche questi subisce la stessa barbarie, e viene ucciso.

L’allusione è chiarissima: questo vangelo è la sintesi di secoli di storia del popolo ebreo. C’è stato un amore iniziale seguito poi dal rifiuto. I servitori sono i profeti che, lungo il corso della storia di Israele, Dio ha mandato nella sua “vigna” per richiamare il popolo, perché si accorgesse di essere sulla strada sbagliata; ma Israele non si è ravveduto, non ne ha voluto sapere. Alla fine Dio ha inviato anche suo Figlio, e di fronte alla sua crocifissione e morte, ha trasferito altrove il suo Regno, fondandone uno nuovo con altri popoli. È il primo grande esempio, ma la storia ci insegna che è sempre stato così: Dio si ferma dove viene accolto, altrimenti, in punta di piedi, se ne va.

La vigna è il segno dell’amore infinito di Dio, è la proposta di felicità completa, di vita piena. Se questa proposta non viene accettata, Egli si rivolge automaticamente ad altri popoli, ad altri contadini.

Storia del popolo ebreo dunque: un popolo che inizialmente accolse il Dio Vivo con grande entusiasmo; ma poi lo respinse, lo uccise. Il Regno fu allora destinato ai seguaci di suo Figlio, ai discepoli di Cristo, a quanti, col battesimo, abbracciarono la fede cristiana. Sorsero allora comunità cristiane fiorentissime: Filippi, Tessalonica, Corinto, Cartagine, Efeso. Servitori mandati da Dio, come Paolo, Cipriano, Agostino, vi dedicarono anni di duro lavoro conseguendo grandi affermazioni. Ma anche queste colonie pian piano sono capitolate.

Oggi, in quelle terre, non c’è più traccia del primitivo cristianesimo fervente; col tempo la fede si è spenta e Dio se ne è migrato altrove, in altre nazioni. Un fenomeno che puntualmente si ripete lungo i secoli: quando la fede di un popolo si sclerotizza, si fossilizza, non si rinnova, quella fede muore, e la Vigna di Dio, il Regno dei cristiani, degli innamorati di Cristo, si trasferisce altrove.

Questo dovrebbe preoccuparci seriamente, perché oggi anche i nostri paesi occidentali sono giunti al limite: non è detto che in Europa, come pure nella nostra cattolicissima Italia, in un domani ormai già in atto, non possa succedere altrettanto.

Anche da noi la fede sta purtroppo perdendo il suo smalto, la sua spiritualità, il suo entusiasmo, la sua vitalità; di questo passo, tra breve, non ci sarà più traccia di quel cristianesimo profondamente vissuto e amato dai nostri padri. Esattamente come prospettatoci dal vangelo di oggi.

Gesù, il figlio del Dio creatore e organizzatore della “vigna”, è stato mandato tra gli uomini, i contadini, nel nome dell’amore, della bontà, della guarigione, della non-violenza; è venuto per dare a tutti una vita piena e sensata. Ma poi, quei vignaioli perversi, lo hanno rifiutato.

E anche noi, attuali lavoratori, continuiamo come loro a rifiutare Gesù. Perché? Forse non è abbastanza buono? Non dimostra di amarci abbastanza? Ci sentiamo ingannati? No, al contrario! Egli ci guarisce, ci fa risorgere, ci sfama, ci perdona, ci illumina; ci fa sentire in tutti i modi che ci ama perdutamente. Allora lo rifiutiamo perché ci dice la verità? Perché non asseconda i nostri giochetti sporchi?

Conosciamo tutti la sua vita, i suoi insegnamenti, ma non adeguiamo la nostra di vita, non ci convertiamo. Ascoltiamo le sue parole, ma il nostro cuore non si lascia contagiare. Possiamo sperimentare quotidianamente le sue meraviglie, ma la nostra mente è ormai chiusa in discussioni teologiche, in distinguo improponibili, con lo scopo di crearci un alibi per continuare ad ucciderlo impunemente e vanificare la sua presenza sulla terra. Ci fa troppa paura.

Ma siamo dei poveri illusi: come al solito non capiamo nulla!

Cosa dovrebbe fare Gesù più di quanto ha fatto? Cosa dovrebbe promettere a noi vignaioli più di quanto ha già concretamente promesso? Cosa dovrebbe dimostrare ancora, per essere accettato, amato, accolto nel nostro cuore?

Cosa dovrebbero fare di più per convincerci le migliaia di suoi incaricati, tutti quei suoi ministri, umili e santi preti, che vivono coerentemente e convintamente la sua Parola? Cosa potrebbero dirci o dimostrarci di più quelle innumerevoli prediche, pubblicazioni, trasmissioni mediatiche, fatte in nome del Vangelo? Assolutamente nulla!

Abbiamo avuto e sentito tutto; tutta questa “grazia”, dovrebbe esserci più che sufficiente, come scriveva Paolo ai Corinzi (2Cor 12,9): solo che purtroppo, nella nostra “infermità”, rimaniamo impenetrabili, non assorbiamo nulla: siamo fossilizzati, chiusi, insensibili. Non riusciamo a vedere in positivo; non vediamo le migliaia di gesti d’amore che i nostri fratelli ci fanno; non vogliamo vedere la bontà che c’è attorno a noi, di chi ci aiuta, di chi ci sostiene. Siamo occupati continuamente a rimarcare i loro difetti, le loro lacune, le loro debolezze, senza mai riuscire ad apprezzare il bene, la cortesia, la gentilezza, la premura, con cui essi ci circondano.

A volte ce ne rendiamo conto soltanto quando qualcuno di essi viene a mancare. Soltanto quando perdiamo una persona vicina, finiamo per accorgerci di quanto fosse importante, di quanto ci amasse. Solo allora i nostri occhi, il nostro cuore, finalmente, si aprono: ma è ormai troppo tardi.

Allora, perché non farlo prima? Perché rimanere talmente incentrati nel nostro ego da lasciare che un piccolo gesto negativo, un soffio appena indisponente, basti a distruggere migliaia di gesti d’amore?

Siamo la copia esatta dei vignaioli: come loro dimostriamo solo egoismo: vogliamo possedere, possedere, possedere tutto anche l’impossibile: ma la “vigna” non è nostra. Noi dobbiamo solo renderla fertile e fruttuosa: dobbiamo lavorarla, amarla, custodirla, senza poterla possedere. Non ci appartiene! La vigna è la nostra vita. Non è nostra! Non ne siamo i padroni, non possiamo campare alcun diritto su di essa, prima o poi dovremo lasciarla, anche se in realtà ci comportiamo come se fossimo immortali. Illusi! Non ci rendiamo conto che possiamo al massimo decidere come vivere, mai di vivere “per sempre”!

Tutto è dono, tutto ci è gratuitamente affidato da Dio, nulla può essere preteso. Per questo dobbiamo fidarci di Lui, abbandonarci a Lui, alla Vita; perché noi tutti siamo nelle sue mani: esistiamo, siamo vivi, ma non siamo “nostri”!

Quanta pazienza ha Dio con noi! Anche quando, come i vignaioli, avanziamo pretese assurde, quando cerchiamo di sovvertire l’ordine, quando non portiamo più frutto, ebbene: anche allora Dio non ci abbandona; anzi ci manda continui “messaggi”, degli avvertimenti importanti: “Stai attento perché le cose così non vanno!”. Ma noi molto spesso non ce ne curiamo, andiamo avanti per la nostra strada, ridiamo e facciamo finta di nulla. Come possiamo allora pretendere che Dio ci parli, si faccia sentire, se siamo noi a non volerlo ascoltare?

Eppure, quando leggiamo questa parabola, non possiamo ignorare la correttezza del messaggio, e dire in cuor nostro: “Che mascalzoni quei contadini! Come hanno fatto a non capire? a comportarsi così? Pensavano forse di farla franca?”.

Già, loro sono stati stupidi, mascalzoni, assassini, ma noi? Noi li accettiamo i “messaggi” che Gesù ci manda?

Eppure sono tanti e frequenti: quando siamo insoddisfatti, quando siamo nervosi, irritabili, quando non proviamo più stupore, né gioia, quando non ci entusiasmiamo più per nulla; quando la vita religiosa è un peso, la Chiesa è un peso, la famiglia è un peso; ecco, sono tutti segnali della nostra anima che langue, che sta morendo. Sono messaggi importanti. Non illudiamoci attribuendoli al super lavoro, ad un periodo critico, pensando che prima o poi tutto si sistemerà. Non è così, purtroppo. I segnali che Dio ci manda vanno ascoltati. Non comportiamoci come i vignaioli omicidi.

Quella di oggi è una parabola tragica, che ci deve veramente far riflettere: è la storia di Dio e dell’umanità, la nostra storia, la storia di Dio e noi, delle nostre incomprensioni; è la storia di un dolore, il dolore di Dio, che noi alimentiamo con i nostri continui rifiuti.

È la storia di Dio, questo Dio sconsiderato, che insiste, si ripete, che continua a mettere a repentaglio la vita del Figlio, inviandocelo vivo ogni giorno nell’Eucaristia: pensando, così, di suscitare in noi quel rispetto, quell’adesione, dovuti al suo infinito Amore, al gesto estremo di un Padre, come sovrumana e impensabile prova d’amore, meritevole di essere finalmente da noi compresa e ricambiata! Amen.

 

 

venerdì 25 settembre 2020

27 Settembre 2020 – XXVI Domenica del Tempo Ordinario

 “Un uomo aveva due figli; rivoltosi al primo disse: Figlio, va’ oggi a lavorare nella vigna. Ed egli rispose: Sì, signore; ma non andò!” (Mt 21, 28-32).

 Non dobbiamo stupirci se Gesù oggi insiste nel proseguire la lezione di domenica scorsa, impartendoci un ulteriore insegnamento, altrettanto provocatorio, altrettanto indigeribile, ma altrettanto essenziale.

Il nostro Dio, cioè, non gradisce l’esteriorità, il manierismo, i giochetti politici; non ama il doppio gioco, il nostro far vedere una cosa e pensarne un’altra, esibire in chiesa una grande devozione, come espressione di una fede profonda, e poi, appena fuori, far finta di nulla e rivestirci disinvoltamente di tutte le nostre misere furbizie: sono cose che conosciamo già molto bene. Ma conoscerle non basta!

Perché se c’è una cosa, una soltanto in particolare, che manda su tutte le furie il nostro Padre misericordioso, una cosa che lo irrita profondamente, non è tanto il peccato, il mancargli di rispetto, ma l’ipocrisia sistematica: cioè quel continuo volergli presentare per buone, sincere e convinte le nostre intenzioni, le nostre azioni, la nostra vita, quando invece, noi per primi, sappiamo bene che non lo sono. Diversità

Potremmo dire che la parabola di oggi stabilisce la fondamentale differenza tra il “dire” e il “fare”: è in pratica il racconto di due figli che di fronte all’ordine del padre di andare a lavorare nella vigna, rispondono in maniera opposta: il primo dice “sì” ma “non ci va”, l’altro dice “no” ma poi, ripensandoci, obbedisce all’ordine del padre. Ebbene: è esattamente questa inaffidabilità, questo comportamento irrispettoso, inconcludente, menefreghista, che Gesù stigmatizza.

Entrambi i figli reagiscono negativamente: tuttavia Gesù dimostra di preferire tra i due il ribelle, il contestatore, quello che impulsivamente dice “no”, quello che ha il coraggio di esprimere con franchezza il proprio pensiero, senza temere di esporsi, di mettersi in discussione; quello che poi, ragionando con calma in cuor suo, decide di obbedire al padre e va a lavorare; per Gesù questi è decisamente più rispettabile dell’altro che, preoccupato di mantenere la sua immagine di figlio educato, rispettoso, perfetto, gli risponde “sì”, ma in realtà non muove un dito.  

In altre parole, Gesù fa qui capire di non gradire da parte dei suoi figli, della sua Chiesa, una risposta inconcludente, una religiosità di facciata, epidermica, senza senso, che si ferma superficialmente al rito, all’esibizione canora, all’omelia reboante, ad una fede ostentata, infruttuosa: espressioni indicative di una religiosità deformata, arida, asservita all’umano, assolutamente inefficace per poter vivere fedelmente in Lui, per approfondire, amare e diffondere nel mondo la sua Parola.

Purtroppo oggi, nella progressiva scristianizzazione della società, sono sempre più numerose le persone che irridono il Figlio di Dio, alla stregua dei pagani del Suo tempo, vivendo nel disinteresse e nell’ignoranza religiosa! Persone che si comportano in totale contraddizione con quel che professano di credere; cristiani che hanno adottato uno stile di vita accomodante, in contrasto con quel “Credo” che a voce alta professano ogni domenica davanti alla comunità; cristiani che esternamente rispondono sempre con un “sì”, che poi puntualmente nella realtà si rivela un “no”! Persone sorde alla chiamata di Dio, insensibili alle vibrazioni spirituali dell’anima, indifferenti alla passione e all’amore divino che infiamma i cuori.

Sono tante, tantissime, troppe.

Purtroppo siamo tutti assimilabili un po’ a quel pagliaccio di figlio che risponde “si” senza concludere nulla, deludente icona della nostra cristianità parolaia!

Succede però talvolta di immedesimarci anche con l’altro figlio: quando infatti Dio ci affida un compito, reagiamo con un rifiuto: “No, non lo faccio, non ci vado!”. E perché mai? Semplice: non capiamo, nella nostra ottusa umanità, quello che Dio vuole da noi; siamo diffidenti; siamo convinti che ciò che ci propone sia qualcosa di impossibile, richieda una costante volontà, una seria applicazione, tantissimo sacrificio. No, meglio evitare; ci riduciamo a starcene immobili dietro la nostra facciata, bloccati dalle paure, dagli scrupoli, dall’egoismo, dalla vergogna di apparire “troppo credenti” di fronte agli altri: insomma non vogliamo correre rischi.

Per fortuna poi, rientrati dentro di noi, riusciamo a capire l’enorme importanza di essere stati scelti da Dio, di essere delle creature speciali, personalmente “amate” da Lui; capiamo finalmente che dobbiamo andare, che dobbiamo reagire, scuoterci dal nostro inutile immobilismo, dirgli di “sì” con ritrovata sincerità, con il cuore aperto, anche se tutto ciò continua a sembrarci innaturale, pazzesco, folle.

Evitiamo allora di fare troppi calcoli, dobbiamo deciderci: dobbiamo semplicemente andare, dobbiamo fidarci, buttarci; non possiamo aspettare oltre, non possiamo perdere altro tempo. Appena intuiamo quello che Dio vuole da noi, non possiamo continuare a tergiversare, far finta di nulla, rifiutare di uscire dal nostro guscio, dalle nostre false sicurezze: le Sue preziose chiamate rimarrebbero tutte, unicamente per colpa nostra, delle occasioni mancate, incompiute, mai fiorite, mai sbocciate. Un vero peccato!

Forse qualche volta abbiamo anche detto subito di “sì”, trascinati dall’emozione di udire la Sua voce dentro di noi; ma passato il momento magico della chiamata - di qualunque genere essa sia: religiosa, sacerdotale, matrimoniale - il nostro “sì” si è bloccato, si è fermato, non l’abbiamo più curato, approfondito, non ha messo radici, non ha trovato consistenza e terreno fecondo nel nostro cuore. Nel tempo è diventato un “no”: la nostra entusiastica adesione iniziale si è totalmente spenta. Per la nostra aridità.

Ebbene, è tempo allora di riprendere in mano la nostra vita. Abbiamo bisogno di grande onestà, è vero: dobbiamo armarci di grande rispetto per la volontà di Dio; un profondo rispetto morale, umile, sincero, risolutivo. Lasciamo che siano le canne al vento a fare chiasso. Noi, lavoriamo sodo nel silenzio.

Guardiamo Gesù, guardiamo l’uomo che Lui è stato: vero, trasparente, coraggioso fino in fondo, senza le nostre piccole e grandi bugie, senza le nostre meschinità: seguiamo le sue orme, cerchiamo di essere anche noi uomini “del sì” come Lui.

Essere veri, sinceri, trasparenti, non ci garantisce certamente una vita tranquilla, lo sappiamo; ma ci farà sentire uomini e donne completi, realizzati, soddisfatti. Non ci farà guadagnare tanti soldi e forse neppure tante amicizie, ma ci riconoscerà una dignità che nessuno potrà mai offrirci: quella di sentirci cristiani, autentici di figli di Dio.

Ecco, questa in sintesi, è la correttezza che Gesù pretende dalle nostre risposte, l’onestà della nostra vita.

Evitiamo allora di indossare davanti a Dio il nostro vestito bello, del perfetto devoto, del perfetto cristiano evoluto; indossiamo invece quello modesto del sincero cercatore di Dio, del discepolo che con la propria esistenza cerca di rispondere positivamente alla sua chiamata. Senza questa integrità, senza questa consapevole adesione, finiremo col perdere la strada, col tradire la fiducia che Egli ha riposto in noi; finiremo col costruirci un altro Dio da adorare, uno che ci assomiglia troppo; una religione fine a sé stessa, che si esaurisce nella esteriorità della preghiera e del culto, nella menzogna e nel disinteresse! Non celebriamo il Dio della vita con azioni di morte! Siamo autentici con Lui. Non lo blandiamo: soprattutto non temiamo di presentarci a Lui nella imbarazzante nudità dell’essere come siamo: figli umili, fragili, peccatori ma, consapevoli del suo aiuto e del suo amore, armati di tanta buona volontà. Amen.

 

 

giovedì 17 settembre 2020

20 Settembre 2020 – XXV Domenica del Tempo Ordinario


“Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna.” (Mt 20, 1-16).


 La parabola di oggi potrebbe sembrare a molti un tentativo di difesa dell’autonomia del datore di lavoro nello stabilire la retribuzione ai suoi operai.

Un padrone, dunque, esce di primo mattino per cercare degli operai a giornata da mandare nella sua vigna: trovatili, si accorda con loro per “un denaro”, che era il giusto corrispettivo di quei tempi per un giorno lavorativo. Preoccupato però per l’urgenza della vendemmia, esce ancora, in ore diverse del mattino e del pomeriggio, e continua ad assumere chi trova, mandando tutti a lavorare nella sua vigna per la stessa paga. Alla fine della giornata, gli operai si presentano dal padrone per ricevere ciascuno la sua paga: per primi vengono chiamati quelli che hanno lavorato un’ora soltanto e ad essi il padrone consegna un denaro ciascuno. A questo punto gli altri, con più ore di lavoro, pensano di ricevere una paga maggiore, proporzionale alle ore di effettivo lavoro. E invece no: tutti, indistintamente, sia chi ha lavorato un’ora, sia chi tre ore, sia chi l’intera giornata, ricevono un denaro a testa. È normale quindi che qualcuno ritenesse ingiusto un simile trattamento. In genere la paga è proporzionale alle ore lavorate. Quindi, se chi aveva lavorato per un’ora sola aveva ricevuto un denaro, chi ne aveva lavorato molte di più o per l’intera giornata si aspettava giustamente di incassare una somma maggiore.

Ma Dio non ragiona come noi; Egli si comporta diversamente. Dio non dà secondo i nostri “diritti”, Dio non usa i parametri sindacali: la giustizia di Dio non è legata ad alcuna legge economica del tipo: “Hai lavorato tot, eccoti tot”. Egli non pensa come tanti ricchi della nostra società industrializzata: “Se non lavori e non guadagni tanto da poterti sfamare, è un problema tuo, non mio”. No, questa non è la giustizia di Dio: la sua è la giustizia dell’amore, del cuore. Dio vuole che tutti vivano, che tutti abbiano il necessario, che tutti possano avere le stesse possibilità per realizzarsi.

La chiave della parabola sta quindi altrove: ossia nel denunciare e nel condannare il comportamento molto comune di confrontarci con gli altri. Lo scontento, il malessere, la convinzione di subire ingiustizie, sentimenti che spesso ci affliggono, provengono quindi non dall’esterno, dagli altri, ma esclusivamente dal nostro interno, dalla gelosia che scaturisce dal nostro continuo confrontarci egoisticamente con quanto succede agli altri: una serpe velenosa, l’invidia, si insinua nei nostri cuori, obnubila la nostra mente, e ci destabilizza da ogni logico raziocinio: “lui sì, io no! Lui tanto, io poco!”.

La molla che fa scatenare il malcontento degli operai della prima ora, a ben vedere, non è tanto il comportamento del padrone nei loro confronti: essi sono infatti consapevoli di aver ricevuto esattamente quanto avevano concordato: chiuso; la causa del loro malumore sta invece nel constatare che anche chi aveva lavorato un’ora soltanto hanno percepito la stessa somma: e questa, in una parola, si chiama “invidia”. A nessuno di essi interessa più l’essere stato trattato con giustizia dal padrone; quello che ora li manda in bestia è che gli altri hanno avuto la stessa paga lavorando di meno.

È su questo che dobbiamo meditare: chi di noi, infatti, non ha mai ceduto all’invidia? Tutti, chi più chi meno, in certe situazioni pecchiamo di incoerenza, non siamo onesti, obiettivi. I nostri rapporti “fraterni” perdono di lucidità, di autenticità.

Per questo non dobbiamo mai dimenticare le parole che il padrone del vangelo, in simili circostanze, potrebbe dire anche a noi: “Io e te abbiamo concordato una giornata di lavoro per un denaro: tu eri contento così e lo hai accettato; perché ora sei tanto arrabbiato? Perché vuoi impedirmi di essere generoso, buono e grande d’animo con gli altri? Ti ho forse tolto qualcosa? Ti ho defraudato di qualcosa? E allora perché ti lamenti?”.

Se fossero stati presenti soltanto gli operai della prima ora, non ci sarebbe stato alcun problema. Sarebbero stati tutti felici: avevano lavorato, avevano guadagnato il pattuito, e tutti se ne sarebbero tornati a casa soddisfatti. Cos’è allora che ha rovinato la loro festa, la loro gioia? Il confronto. L’aver constatato che gli altri hanno ottenuto un trattamento migliore del loro: e non vanno più a casa felici per il loro giusto guadagno, ma tristi e infuriati per quello migliore avuto degli altri.

Purtroppo è il nostro peso quotidiano: l’invidia, il confronto malevolo, ci toglie ogni valore personale: non consideriamo più ciò che abbiamo, non lo gustiamo, non lo viviamo più, non guardiamo più a noi stessi; non valorizziamo più ciò che siamo, ciò che abbiamo, ma abbiamo lo sguardo fisso sugli altri. E il confronto ci distrugge, ci rovina la vita, ci porta ad odiarli.

Purtroppo, questo continuo, maniacale, confronto con gli altri, è una competizione che evidenzierà sempre la nostra inferiorità: perché nella vita ci sarà sempre qualcuno che è più di noi, che ha più di noi, che sa più di noi, che è più bravo, più apprezzato, più bello di noi. Per cui se questa ossessione non ci permette una vita felice e serena, la causa non dipende dagli altri, ma da noi stessi: il vero e unico nostro problema siamo noi!

Gesù, con questa parabola, condanna la nostra logica del merito, secondo cui Dio ci amerebbe e ci premierebbe solo in proporzione dei nostri meriti, del nostro valore, del nostro lavoro, del nostro impegno personale, della nostra buona condotta.

Così la pensavano i devoti del suo tempo. E così la pensa purtroppo anche molta gente di oggi. Ma Gesù rigetta qui questa logica umana, la distrugge: una logica che svilisce i rapporti di Dio con le sue creature condizionandoli al principio opportunistico del “do ut des”; subordinando cioè l’infinita e gratuita misericordia di Dio ad un'arida contabilità di “dare e avere”. Quello che al contrario Gesù vuol farci capire è che molto più importanti del merito, del guadagno, della “giusta” ricompensa, ci sono delle “gratuità” dal valore incalcolabile, come la grazia, il dono, l’amore.

Non dobbiamo allora cadere nell’errore degli operai della prima ora, che non hanno capito con quale padrone speciale avevano a che fare, e hanno ridotto la loro fede, il loro credo, a “lavoro, sudore, ricompensa”. Peggio: hanno guardato con sospetto gli altri lavoratori, quasi fossero dei disonesti pretendenti ai loro privilegi contrattuali, concordati in esclusiva col padrone.

Noi dobbiamo evitare questa lettura del Vangelo: dobbiamo rinunciare a questa assurda pretesa di essere i più meritevoli, i più degni, i più osservanti, i più impegnati nei servizi ecclesiali. Non sragioniamo; cerchiamo piuttosto, con dignità e umiltà, di essere semplicemente noi stessi! Accettiamo gli altri per quello che realmente sono: “fratelli”, figli dello stesso Padre, che lavorano nella medesima vigna paterna, obbedendo anch’essi alla Sua chiamata.

A che prò voler interferire con la volontà di Dio screditando il loro valore? Che senso ha? Siamo tutti sue creature, amate e stimate da Lui, tutti allo stesso modo.

Non perdiamo tempo, allora, in meschinità: ringraziamolo invece, e gioiamo per il dono che ci ha concesso di poter lavorare nella sua vigna, pur non disponendo di alcuna “specializzazione”, di alcun attestato di “merito”; e gioiamo parimenti per la possibilità offerta agli altri “operai” anche a quelli dell’ultima ora di poter accogliere la stessa grazia trasformante che per amore Lui sta elargendo a noi.

La bontà di Dio ci faccia così uscire dalle ristrettezze di una fede “sindacalizzata”, e trasformi questa nostra breve “giornata lavorativa”, in una anticipazione, ancorché pallida, di quella gioia, di quell’immenso fuoco d'amore e di bontà che Egli riverserà un giorno nei cuori dei suoi fedeli lavoratori. Amen.

  

giovedì 10 settembre 2020

13 Settembre 2020 – XXIV Domenica del Tempo Ordinario


“Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?” (Mt 18, 21-359).

 Il Vangelo di oggi continua a proporci insegnamenti per la nostra vita di “comunità”. Domenica scorsa ci ha dimostrato quanto sia importante ascoltare le ragioni del proprio fratello, rapportarsi con lui; quanto sia importante aprirgli il nostro cuore e accogliere il suo. Oggi ci offre un ulteriore approfondimento: “il perdono è uno dei modi più efficaci per esprimere l'amore”.

A Pietro, come al solito, la teoria non basta, egli vuol saperne di più, avere certezze, vuol vederci chiaro, nero su bianco. “Quante volte devo perdonare? Fino a sette volte?”. Era il limite imposto dalla legge antica. E Gesù: “Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette”.

Il che significa, caro Pietro, che non hai scampo: devi perdonare sempre! Perché? Semplicemente perché il “tuo” perdono non deve provenire dalla tua buona predisposizione caratteriale, ma deve essere la logica e consapevole conseguenza del fatto che Dio perdona te in ogni occasione, sempre, di continuo. Chi si guarda un po’ dentro, infatti, e vede quanto male gli è stato perdonato, non può esimersi dal perdonare a sua volta.

L’unica misura del perdono è quindi perdonare sempre: senza misura, senza calcoli; perché è quanto Dio fa con noi.

La nuova giustizia che Gesù introduce nel Regno, dunque, non è quella che si basa sulla regola del “chi sbaglia paga”; la sua è una giustizia superiore, è la giustizia propria di chi ama senza limiti; Egli sostituisce cioè la giustizia della legge “che uccide”, con la sua, la legge dello Spirito che “dona vita”.

Perdono incondizionato: questo deve essere il nostro riferimento. Ma in cosa consiste il perdono? Come viverlo? Come si giustifica? Sono le domande che ci nascono spontanee.

Ecco allora che Gesù, con la parabola del servo “graziato”, ci porta a fare le dovute considerazioni pratiche: questo servo doveva al suo re una somma esorbitante, “diecimila talenti”, una cifra enorme, incalcolabile, poiché per raggiungerla avrebbe richiesto l’intero salario giornaliero di duecentomila anni di lavoro. Un’assurdità. Consapevole di questo, il servo tenta il tutto per tutto: va dal suo creditore, si getta ai suoi piedi e lo supplica tra le lacrime. E il re prova compassione per lui; si immedesima talmente nella sua angoscia, nella sua disperazione, da condonargli, in uno slancio di misericordia, l’intero debito. Un condono tombale, senza alcuna penalità.

Bene: quel servo, ottenuta la grazia per il suo mostruoso debito, uscito dalla residenza reale, incontra un suo pari che gli doveva poche monete; da notare la precisazione di Matteo: “appena uscito”, non una settimana dopo, non il giorno dopo, non un'ora dopo, ma “appena uscito!”: e, nonostante fosse ancora nel pieno dell’emozione e della gioia per la cancellazione del suo debito, in preda ad una collera improvvisa, assale quel poveretto e lo strangola gridando “rendimi ciò che mi devi!”: una inezia rispetto ai miliardi che gli erano stati appena graziati! E senza pietà alcuna, sordo alla richiesta di pazientare del meschino, lo fa gettare in prigione.

Certo, di fronte alla legge egli avrà agito anche correttamente, ma ha comunque dimostrato di essere un uomo spregevole, senza pietà, senza il minimo senso di giustizia. Non ha saputo riconoscere al compagno, che gli doveva una somma irrisoria, quella stessa misericordia che poco prima il re gli aveva accordato condonandogli un debito smisurato, incalcolabile.

Capita molto spesso anche a noi, malauguratamente, di reagire d’impulso contro insignificanti inadempienze ricevute e, come quel servo, rivendichiamo con cattiveria i nostri diritti, esigendo l’immediato risarcimento dei danni, ancorché irrilevanti.

Ma questa è una scelta che non paga mai, che non risolve in alcun modo i nostri problemi, poiché introduce un meccanismo perverso con cui il male richiama altro male, la violenza genera altra violenza, chiamando in causa famiglie intere, moltiplicando all’infinito odio e avversione: la sete di vendetta infatti corrode l’anima, fa vivere nel tormento, porta l'inferno nel cuore.

Nondimeno, non è raro imbattersi quotidianamente in situazioni del genere: vicini di casa che litigano per un nonnulla e lasciano passare anni, decenni, senza riprendere un dialogo, una parola, un saluto; genitori e figli che interrompono drasticamente qualunque rapporto per motivi puerili, banali, distruggendo in tal modo l’armonia familiare; persone di chiesa, cristiani convinti, che dilaniandosi l’anima per immaginarie ingiustizie o critiche subite da altri fedeli o dai preti di turno, abbandonano sdegnosamente la loro comunità ecclesiale; religiosi laici e consacrati che, in intimo contrasto tra loro, pur assistendo quotidianamente all’Eucaristia, incuranti dell’invito di Gesù di praticare amore e misericordia, insistono nel vivere schiavi del loro rancore. Sono tutte persone che preferiscono rimanere orgogliosamente arroccate sulle loro posizioni, pur sapendo che il perdono è l'unica strada che consente di vivere un’esistenza feconda, autentica, serena e felice.

Certo, si tratta di una strada difficile da percorrere, questo sì. Ma Gesù ci dimostra continuamente che tutto quello che gli uomini non riescono a fare da soli, lo possono sempre fare con il Suo aiuto.

L’impegno inderogabile per noi cristiani, ci dice dunque Gesù, è quello di perdonare, sempre e comunque, proprio perché sappiamo che Dio lo fa continuamente con noi. Dobbiamo cioè perdonare perché siamo dei “perdonati privilegiati”: siamo noi per primi che, continuamente e gratuitamente, senza merito alcuno, sperimentiamo il perdono divino.

Può succedere anche che talvolta il nostro perdonare come Gesù ci ha insegnato, rischi di essere ridicolizzato dalla gente, ci venga rinfacciato come segno di debolezza, di meschinità. Poco importa: chi ha incontrato sulla propria strada il grande perdono di Dio, non può più astenersi dal trattare comunque tutti come fratelli, con sincerità, con amore, con la massima indulgenza.

Allora possiamo dire che una comunità è “osservante”, “santa”, non perché i suoi membri sono perfetti, immacolati, non sbagliano mai e non si permettono di offendere gli altri; ma perché si sentono dei “perdonati” e in quanto tali amano e perdonano i fratelli. Il male reciproco che, nella loro debolezza, inevitabilmente fanno, non costituisce quindi un elemento dirompente, ma nel reciproco perdono diventa il collante che li unisce saldamente tutti in Cristo, santificandoli.

Davanti a Dio siamo tutti peccatori, debitori insolvibili, perché mai, in tutta la nostra vita, potremmo restituirgli l’amore che Egli, con la sua infinita misericordia, ci dona continuamente: quell’amore che, dal canto nostro, disinvoltamente, calpestiamo continuamente con le nostre intemperanze. Sì, perché anche noi, come il servo del vangelo, spesso e con facilità siamo “giusti” ma spietati, “corretti” ma cattivi; siamo persone magari rispettose del diritto e della giustizia umana, ma molto meno inclini alla carità, alla pietà e alla misericordia. 

Dobbiamo quindi capire, una volta per tutte, che il perdono guarisce, ripaga, matura e fortifica chi lo esercita, non chi lo riceve; e che quindi, perdonando, facciamo prima di tutto i nostri interessi! Amen.

 

 

giovedì 3 settembre 2020

6 Settembre 2020 – XXIII Domenica del Tempo Ordinario


“Se tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello…” (Mt 18,15-20).

 Il Vangelo di oggi ci rivela un Matteo preoccupato di veicolare gli insegnamenti di Gesù alla comunità del suo tempo. Il suo è un tentativo di “tradurre” lo spirito di Gesù in comportamenti e regole, destinati ai suoi contemporanei, a uomini che hanno vissuto più di duemila anni fa, in un ambiente e in una cultura molto diversa dalla nostra.

Le sue sono regole destinate a mutare nel tempo, in quanto legate ad una particolare cultura. Quello che deve interessare a noi, e che rimane immutato nei secoli, è invece il messaggio di Gesù, quello che scaturisce dal suo insegnamento e dalla sua vita.

Ecco allora che il senso profondo del Vangelo di oggi ci deve impegnare tutti, perché nella sua semplicità, comporta uno sforzo costante, per nulla scontato: dobbiamo usare cioè, nei nostri rapporti interpersonali, umiltà, sollecitudine, discrezione e amore.

Se siamo convinti discepoli di Gesù, se Dio abita realmente nel nostro cuore, lo dimostriamo non attraverso la quantità di preghiere o mediante la frequenza nell’invocare il suo nome, ma da “come” ci comportiamo con le persone che ci stanno vicino, dalla “qualità” dei nostri rapporti, da come insomma “ci poniamo” con gli altri.

“Nella tua vita, qualunque cosa fai, falla sempre con amore”: è questa la massima basilare che dobbiamo seguire sempre con fedeltà. Anche quando litighiamo, quando lottiamo, quando entriamo in conflitto, non dobbiamo mai dimenticare che l’altro è nostro fratello e che dobbiamo amarlo.

Può sembrare una battuta ma non lo è; perché nella vita può succedere che anche quando non litighiamo mai con nessuno, quando siamo sempre ossequiosi con tutti, il nostro cuore è indifferente, non prova particolari sentimenti, tanto meno amore; al contrario possiamo anche litigare continuamente con i fratelli, ma nello stesso tempo amarli sinceramente, di vero cuore. Possibile? Certo: a condizione che il “litigio” nasca per buoni e corretti motivi, che il “robusto” scambio di opinioni (chiamiamolo così!) poggi su una reale onestà mentale, fondata nella carità, nell’amore fraterno: in questo modo ogni “scontro” lascerà ricchezza di vita, verità da imparare, apertura verso gli altri, e non una totale chiusura nelle proprie posizioni, in un astio irrazionale, come spesso avviene. Ci sono persone infatti che per anni litigano testardamente sempre per lo stesso identico motivo: è evidente che non vogliono capire, non vogliono imparare; non capiscono che litigare non serve assolutamente a nulla, che è inutile e fa solo male: perché se per principio non si vuole imparare, nella vita non si crescerà mai, non si maturerà mai.

L’insegnamento di oggi va anche oltre: ci suggerisce cioè quali atteggiamenti dobbiamo tenere in una eventuale controversia: e sono due in particolare. Il primo è di evitare il coinvolgimento di altre persone, allo scopo di ottenere consenso e ammirazione per come gestiamo la cosa; il secondo è che sempre e comunque dobbiamo riservare alla controparte la nostra comprensione, la nostra carità, cercando di ascoltare e capire con amore fraterno le rispettive motivazioni personali. “Se c’è una questione irrisolta fra te e tuo fratello, va di persona, da solo”; un comportamento che si pone peraltro in aperto contrasto con quanto imponeva la legge antica: “Rimprovera apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai di un peccato per lui” (Lv 19,17). A quel tempo era infatti normale denunciare apertamente l’operato di una persona: “se sai una cosa dilla a tutti”. Gesù, invece, propone una condotta del tutto nuova, rivoluzionaria, decisamente contro la legge e l’usanza del tempo.

In pratica dunque: “C’è qualcosa che non va, hai subito un torto da parte di qualcuno? Va da lui e chiarisciti privatamente con lui. Solo così conoscerai personalmente il suo punto di vista: perché forse le cose non stanno come tu pensi, e così potrai ricrederti”.

In ogni caso, mai basare il nostro giudizio sulle chiacchiere, sul sentito dire, su quello che dice la gente. Succede spesso, invece, che in casi del genere, piuttosto che chiarire con il fratello, noi corriamo dai nostri “confidenti” per sparlare, per malignare su di lui, per denigrarlo; “confidenti”, che poi a loro volta si sentono immediatamente in dovere di commentare il fatto con i loro “confidenti”, innescando così una reazione a catena di maldicenze inopportune, senza alcun fondamento, il più delle volte crudeli, ipocrite, ingiuste. È il classico comportamento da immaturi! Ma siamo adulti, ragioniamo allora da adulti!

La prima comunità cristiana non era certamente perfetta: anche in essa c’erano senz’altro delle discussioni, dei conflitti, delle liti: da qui l’incalzante ripetizione di Matteo (per ben 4 volte!) del verbo “ascoltare”, nel senso di capire, sentire tutte le ragioni, immedesimarsi in esse, perdonare: e ciò da entrambe le parti. Perché è questo che ci impone la carità cristiana: “In tutte le situazioni, ci sia fra di voi l’amore”. Punto.

Ciò succedeva ai tempi di Matteo: ma, fin dalle origini, non esiste convivenza umana in cui tensioni, lotte interne, scontri reciproci siano assenti: e le nostre comunità moderne non sono certo da meno. È una situazione inevitabile, dovuta alla naturale conflittualità umana, alla diversa mentalità di ogni singolo individuo. Tuttavia, ci dice oggi il vangelo, anche in queste circostanze non va in alcun modo esclusa la convenienza dell’amore; litigare è facile, è inevitabile, ma ciò non comporta l’esclusione, per partito preso, del colloquio, del chiarimento, della carità, dell’amore fraterno.

Un problema serio si propone invece quando, contrariamente alla normalità, due persone non litigano mai, si dimostrano sempre perfettamente concordi e in tutto: perché nel migliore dei casi vuol dire che una delle due ha rinunciato a servirsi del proprio raziocinio, è intellettualmente “piatta”, “amorfa”, preferendo “conformarsi” in tutto agli altri: un atteggiamento “innaturale”, anomalo, che esclude a priori conquiste e meriti personali: un atteggiamento che non ha nulla a vedere con l’amore fraterno, non è parte in causa; perché la carità, l’amore vero, si esplicano, in particolare, proprio nella risoluzione delle abituali conflittualità, nel chiarimento di problematiche controverse.

Ecco perché è determinante il modo con cui affrontiamo gli altri, perché è dalla qualità del nostro approccio che dipendono armonie o separazioni, unioni o rotture, involuzioni o crescite.

Non c’è cosa peggiore del pensare che tutto vada sempre bene, del voler vedere sempre e tutto in rosa, anche quando il nero è evidente! La politica del nascondere la testa sotto la sabbia, come fa lo struzzo, non è mai positiva e soddisfacente. Purtroppo, per imparare bene tutto questo, non c’è un manuale “ad hoc”, non c’è una scuola specifica che ci insegni a “con-vivere”, a vivere bene insieme. Solo la vita può farlo, ma deve essere una vita rispettosa degli insegnamenti di Gesù, assistita dal Suo Amore e alimentata dall’ascolto della Sua Parola. Amen.

 

 

giovedì 27 agosto 2020

30 Agosto 2020 – XXII Domenica del Tempo Ordinario


“Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso…” (Mt 16, 21-27).

Ad un certo punto della sua vita Gesù affronta decisamente il suo destino. La sua condotta di vita, troppo aperta, troppo chiara e manifesta, per qualcuno era già diventata pericolosa. Quello che diceva e faceva era troppo provocante, troppo critico nei confronti della gente altolocata, dei ricchi del suo tempo, dei potenti, che di sicuro prima o poi gliel’avrebbero fatta pagare.

Gesù era “troppo” per tutti, in tutti i sensi: non era l’uomo del compromesso, delle mezze misure, degli accomodamenti, delle vie di mezzo. Il suo parlare era chiaro: “sì sì, no no!”.

Era inevitabile quindi che decidesse di completare la sua missione, affrontando quella che sarebbe stata la tappa conclusiva della sua vita terrena, la sua grande sfida col mondo: andare a Gerusalemme per sacrificarsi sulla croce.

Finché Egli viveva e predicava in Galilea tutto sommato non interferiva più di tanto con i grossi poteri. Ma andando a Gerusalemme si sarebbe scontrato inevitabilmente con gli interessi dei potenti, con le più alte autorità religiose. Prima di tutto con gli anziani: per loro Gesù era troppo infantile, troppo immaturo, troppo sognatore, un romantico idealista. Per il loro cuore di ghiaccio, razionale, rigido, un uomo così era pericoloso; un uomo che si estasiava di fronte al volo degli uccelli in cielo o alla fioritura dei gigli dei campi, un uomo che abbracciava i bambini portandoli come esempio, o che accoglieva e ascoltava le donne dando loro conforto e comprensione, cosa avrebbe potuto fare di buono? “Che sono queste smancerie? Che sono queste effusioni amorose? Romanticismo, cose da poeti, da visionari, da sognatori”. E, infatti, lo condanneranno a morte.

Poi si sarebbe scontrato con i sommi sacerdoti: per i loro cuori pieni zeppi di leggi, di tabù, di regole, di prescrizioni, di cose da osservare, Gesù era troppo libero, era un uomo che si credeva in contatto con Dio, uno che gli parlava apertamente. Il Dio che annunciava era poi un Dio troppo presente, un Dio che non incuteva terrore, che si chinava amorevolmente sull’uomo; un Dio troppo progressista, interessato alla liberazione dell’uomo; un Dio amico, vicino, che si preoccupava dei lebbrosi, dei pagani, degli esclusi; un Dio che metteva tutti sullo stesso piano: “ma che Dio è questo? Come si permette quest’uomo di insegnarci chi è Dio? Di Dio bisogna avere paura, bisogna temerlo, obbedirgli, non certo come fa quest’uomo che lo chiama addirittura papà!”. Gesù era per loro una rivoluzione. E, infatti, lo condanneranno a morte.

Infine con gli scribi: avrebbe avuto grossi problemi anche con loro, per i loro cuori arroganti, per il loro orgoglio (loro erano gli unici interpreti della Scrittura, loro sapevano tutto, cos’altro poteva essere annunciato di nuovo?). Gesù era una deflagrazione che sconvolgeva il loro mondo, la loro vita, tutto il loro sistema, il loro credo, le loro interpretazioni bibliche. Gesù era troppo pericoloso: “quest’uomo che parla della Bibbia in un modo totalmente distorto, chi si crede di essere? Non ascolta i padri, non segue la tradizione: come può pretendere di saperne più di noi, noi, gli unici custodi e interpreti della Parola e della tradizione?”. E, infatti, lo condanneranno a morte.

Gesù percepisce l’ostilità che sta montando intorno alla sua persona. Il suo modo di vivere tocca e mette in discussione troppe persone, troppi interessi e troppi cuori. Tutto quello che fa, viene osservato, sezionato; ogni pretesto è buono per metterlo in cattiva luce, per avere da ridire su di lui, per trovare malignità contro di lui, per accusarlo.

È la sorte dei grandi uomini: siccome non li si può attaccare nella verità, li si attacca con le menzogne. Gesù lo sente, sa tutto questo, lo intuisce; percepisce che si sta organizzando il pretesto per imbavagliarlo, per contenerlo, per metterlo a tacere, per tendergli inganni: Egli sa di essere un uomo scomodo e poiché non sarebbero mai riusciti a imbavagliarlo, a farlo stare zitto, prima o poi avrebbero trovato l’occasione per zittirlo definitivamente, uccidendolo. Come puntualmente avvenne.

E avverte anticipatamente i discepoli: “Guardate, mi potrebbero uccidere. Potrebbe capitare: preparatevi. Andare a Gerusalemme sarà molto pericoloso. Ho paura, ma devo andarvi lo stesso; non posso tirarmi indietro, non posso abbandonare la mia missione. Non posso tradire il mio cuore, il mio mandato, il mio Dio, tutto quello che sento e provo. Io devo andare”.

Questo è il messaggio che Gesù si preoccupa di trasmettere ai suoi; ma gli apostoli sono scettici, fanno fatica a credere, ad accettare la cosa. Non può essere. Come si può perseguitare un uomo come Gesù? Come si fa ad odiare un uomo così? Come si può anche solo pensare di togliere la vita ad uno che è in grado di ridare la vita ai morti?

E Pietro, impulsivo come al solito, sbotta improvvisamente: “Signore, questo non ti accadrà mai!”.

Pietro qui fa da maestro a Gesù; i ruoli si capovolgono, gli si “mette davanti”.

Il vangelo dice che “trasse in disparte” un Gesù, deciso più che mai di seguire la sua strada, di compiere fino in fondo la sua missione. Pietro vorrebbe distoglierlo da questi propositi, cerca di “trarlo” fuori, lontano dalla sua determinazione.

Ma Gesù, che poco prima gli aveva detto “Tu sei la pietra su cui fonderò la mia chiesa”, lo redarguisce, gli risponde severamente: “Lungi da me, satana”; letteralmente: “Dietro di me, satana”. Che, in altre parole, significa: “Io vado dove devo andare: non distrarmi; non cercare di intralciarmi il passo, togliti da mezzo, mettiti dietro a me!”.

E qui c’è un primo importante messaggio per noi. “Non fermiamoci, non arrendiamoci, soprattutto non lasciamoci fuorviare! Dopo ogni sconfitta, dopo ogni fallimento, dopo ogni caduta, quando non sappiamo dove andare, quando la voglia di rinunciare ci assale, rialziamoci prontamente e continuiamo ad andare avanti per la retta strada; non permettiamo mai che il satana di turno ci ostacoli nel compiere il bene!”.

Satana infatti, che cerca sempre di pararsi davanti a noi, deve stare dietro, non ci deve infastidire, non deve pretendere di guidarci, di portarci dove vuole lui: siamo noi che decidiamo dove andare e come andare.

Ma chi è quel Satana, sempre pronto a mettersi di traverso sul nostro cammino? Qui, come abbiamo visto, è Pietro, l’amico di Gesù. Sicuramente Pietro non voleva far del male a Gesù, pretendeva solo di fargli cambiare idea, di ricredersi su quanto aveva loro prospettato, e lo faceva proprio perché lo amava.

Satana, quindi, non si presenta sempre come il nemico che ci odia, il demonio terrificante con le corna e il tridente, per difenderci dal quale dobbiamo correre dall’esorcista.

Succede spesso invece che Satana indossi i panni proprio di chi ci vuol bene: sono i nostri “cari”, le persone amiche, chi ci è vicino. Satana è colui che si insinua nei nostri momenti di difficoltà pretendendo di consigliarci la strada “giusta” da seguire: strada che coincide sempre con il suo modo di vedere le cose.

Satana possiamo esserlo anche noi, contro noi stessi, quando per pigrizia, per non faticare, per non accettare la responsabilità di agire in autonomia, da adulti razionali, ci mettiamo comodamente a traino di qualche “santone”, di qualche “guru” invasato: lo seguiamo passo dopo passo, adeguandoci passivamente e stupidamente alle idiozie che egli ci propina.

Satana è colui che ci prospetta sempre le soluzioni facili, le risposte di comodo, le scorciatoie, sempre però in contrasto con i suggerimenti della nostra coscienza.

Satana sono tutte quelle persone che con la loro posizione, con la loro autorità, con la loro influenza, tentano di gestirci, di manovrarci, di manipolarci.

Satana infine è questa nostra società, dominata dai poteri finanziari mondiali che, grazie a delle nullità che si fregiano del titolo di “influencer”, decidono come dobbiamo vestirci, cosa dobbiamo comprare, cosa mangiare, dove andare in vacanza, quali programmi guardare in tv, cosa fa tendenza (cioè cosa scegliere per essere alla moda), arrivando a rincretinire completamente la gente, condizionandola nell’intelligenza, nella discrezionalità, nell’autonomia razionale, nei gusti e nelle scelte personali.

Ebbene: “Davanti a te nessuno”, ci dice perentoriamente Gesù. Perché accettare che qualcuno si sostituisca a noi, si metta “davanti a noi”, equivale ad acconsentire di stargli dietro, vuol dire cioè che approviamo le sue decisioni, assumendoci la responsabilità di abbandonare la strada “giusta”, quella che Gesù ha pensato per noi.

Gesù nella sua vita terrena non fu certo succube di qualcuno, vittima di una qualche cieca fatalità, ma affrontò ad occhi aperti e con grande volontà la sua missione di amore e di risurrezione attraverso il dolore e una morte straziante. Egli era perfettamente consapevole di quello a cui andava incontro: sapeva perfettamente che non era venuto per caso tra gli uomini, che la sua sofferenza aveva uno scopo vitale ben preciso. Non voleva la sofferenza, ma per tutti gioia, amore, felicità, amicizia, libertà; non predicava la morte, ma la vita.

“Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua”. Gesù è sempre chiaro: le sue parole ci devono portare alla logica conseguenza del “pensare secondo Dio” e non secondo gli uomini.

“Rinnegare”, in greco, significa “dire di no”. Non nel senso che dobbiamo sistematicamente rifiutare tutto, ma nel senso che dobbiamo imporre dei “no” a certe illusioni di vita, traducendoli in altrettanti “sì” alla Vita. Dobbiamo rinnegare noi stessi, cioè dire di no alle nostre fantasie, a quelle maschere dietro le quali volentieri ci nascondiamo, per aderire generosamente a quelle situazioni in cui la Vita ci chiama.

Dobbiamo, dice il vangelo, “dire di no” a tutto ciò che non siamo, dobbiamo prendere la vita nelle nostre mani e viverla con maturità e sincerità. Perché la vita che abbiamo è unica, ed è un dono impareggiabile: dobbiamo prenderla e amarla così com’è. C’è un proverbio russo che dice: “Con le bugie giri tutto il mondo, ma non arrivi mai a casa”. In altre parole, chi mente a sé stesso, chi si mostra all’esterno diverso da quello che è nel suo intimo, si allontanerà sempre di più da sé stesso, dal suo bene.

“Chi vuol salvare la propria vita la perderà”: cioè, chi non vuole osare, chi non vuole rischiare di vivere in prima persona la sua vita, con tutto ciò che comporta, gioie, dolori, affanni, la perde.

Solo chi è disposto a perdere le proprie convinzioni, le proprie idee, i propri egoismi, a mettersi in gioco, la trova. Perché per vivere autenticamente, dobbiamo in qualche modo “morire”. Chi vuol rimanere così com’è, perirà. Chi vuol fermare il tempo per non progredire, morirà; perché il tempo non si può fermare.

A che serve all’uomo vivere e fare un sacco di cose se poi perde la sua anima, la sua strada, sé stesso? A che ci serve indossare una maschera e vivere una vita non nostra? A che ci serve ciò che vogliamo, se poi non viviamo? Se poi non siamo felici? Se poi perdiamo Dio, la Speranza? Se poi perdiamo il dialogo con le persone che amiamo? Se poi non riusciamo a esprimerci? Non è forse da sciocchi, da insensati? Lo sappiamo tutti che non funziona: nessuna maschera, nessuna vita non nostra, ci farà mai felici! Cosa vogliamo in cambio della nostra anima, della nostra vita? Quando abbiamo perso ciò che abbiamo dentro, abbiamo perso tutto. Ci siamo mai chiesti perché molte persone sono vuote, tristi, prive di vita? perché hanno perso l’unica cosa che non dovevano perdere, l’unica cosa che avevano: la loro anima, se stesse, la loro unicità. Se dentro siamo vuoti, tutto ciò che ci circonda sarà sempre vuoto. Amen.