giovedì 11 aprile 2024

14 Aprile 2024 – III DOMENICA DI PASQUA


Lc 24,35-48 
In quel tempo, [i due discepoli che erano ritornati da Emmaus] narravano [agli Undici e a quelli che erano con loro] ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto [Gesù] nello spezzare il pane. Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro. Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni».

I due discepoli di Emmaus tornano dalla loro incredibile esperienza e raccontano di come abbiano incontrato Gesù sulla strada del ritorno a casa; anche Pietro racconta entusiasta il suo incontro con il Signore: ciò nonostante, quando Gesù si presenta a tutto il gruppo riunito insieme, essi rimangono dubbiosi, meravigliati, senza parole. Cosa significa? 
È chiaro: come abbiamo detto domenica scorsa, l’esperienza del Signore Risorto, cioè vederlo, sentirlo vivo, presente nella vita, è un’esperienza che ciascuno deve fare personalmente. Gesù infatti dice: “Toccatemi, guardate le mie mani, i miei piedi”. Per sincerarsi che davvero Gesù sia lì davanti a loro, che sia vivo, che si muova, parli, agisca, non basta infatti ai discepoli “guardarlo”: per averne la certezza, è necessario “toccarlo”, palparlo, uscire allo scoperto, lasciarsi coinvolgere, e questo lo possono fare solo individualmente, non in gruppo.
E ciò vale anche per noi: non ci basta il racconto degli altri; non ci basta andare in chiesa, non ci basta che altri credano e abbiano rivoluzionato la loro esistenza; non ci basta conoscere persone che, grazie alla loro fede, sono guarite dalle malattie; non ci basta scoprire la felicità negli occhi di quanti vivono una fede convinta, sincera, dopo averlo incontrato sulla loro strada. Nulla può indurci a credere veramente, se non ci decidiamo a “toccare” Dio con le nostre “mani”, a lasciarci sconvolgere intimamente dalle sue Parole; soltanto se gli permetteremo di rivoluzionare la nostra mente, di scuotere la nostra vita, le nostre certezze, riusciremo a capire che Lui è veramente il Dio “vivo”, solo allora arriveremo a “credergli” convintamente; perché la vera fede è incontro, prova, esperienza, dedizione, fiducia: se non riusciamo a conquistare questo dono, continueremo a dibatterci invano tra assurde ipotesi, inattuabili possibilità, inutili dubbi.
Sì, perché se nella nostra ricerca ci lasciamo irretire dai dubbi, dalla diffidenza, dall’orgoglio, se ci costringiamo a rifiutare per principio qualunque soluzione spirituale, qualunque coinvolgimento personale, la nostra vita continuerà a trascinarsi nell’angoscia, nell’incertezza, nella paura di scoprire quella che è la verità di Dio.
Anche gli apostoli, come ci documenta il vangelo di oggi, dimostrano apertamente la loro ritrosia nel credere alla risurrezione: non credono agli amici che hanno visto Gesù; non credono alla Maddalena, non credono a Gesù stesso, pur avendolo lì, davanti ai loro occhi; non gli credono neppure dopo aver visto le sue ferite e aver mangiato nuovamente con lui; fanno fatica a credergli anche quando Gesù, dati alla mano, spiega loro dettagliatamente che tutto quanto gli è accaduto pochi giorni prima, era puntualmente previsto negli Scritti dei loro Padri.
La fede autentica, totale, sincera, è per tutti un traguardo impegnativo, un cammino spirituale che procede per gradi, a piccoli passi, che richiede un’aperta disponibilità, una lenta e faticosa maturazione.
Noi invece preferiremmo un intervento divino fulmineo, scenografico, come quello che ha disarcionato Paolo sulla via di Damasco; noi, cristiani del consumismo, siamo quelli del “tutto e subito”, del “detto e fatto”, del “cotto e mangiato”. Siamo abituati con la TV o il computer: basta un semplice pulsante, un telecomando, e tutto è risolto, tutto lo scibile viene prontamente esibito, ogni nostro dubbio ottiene risposta. Ma con Dio non funziona così! La strada che ci porta a Lui si concretizza lentamente, gradualmente, necessita di silenzio, di raccoglimento, di tempi e modalità particolari. Tutto avviene con pazienza, con dedizione, con perseveranza: è esattamente come scalare una parete rocciosa: qualunque nostro movimento verso l’alto richiede dei punti di appoggio validi: dobbiamo cioè essere sicuri che l’ancoraggio successivo a cui affidiamo la nostra vita, sia in grado di sorreggerci, deve darci fiducia, sicurezza, tranquillità.
Soltanto se giorno dopo giorno sapremo superare le difficoltà della nostra scalata spirituale, altrettanto complicata e impegnativa, riusciremo a raggiungere la vetta altissima di Dio, e abbracciare con il cuore e la mente la grandiosità divina del suo amore.
Luca dunque, oltre a descriverci le difficoltà incontrate dagli apostoli per raggiungere la fede nel risorto, ci lascia intuire anche quelle che sono le strategie da seguire, per facilitarci l’incontro con Gesù.
La prima è di ripetere quanto Gesù stesso ha fatto con i discepoli: presentarci cioè a Lui così come siamo, esibendo le prove della nostra di passione: le nostre ferite, le nostre piaghe interiori, i nostri insuccessi, le nostre cadute.
Presentarci a Gesù in questo modo, significa dimostrargli che nonostante le nostre tante debolezze, siamo riusciti a percorrere un piccolo tratto della sua strada, vuol dire documentargli la nostra vita, le nostre azioni, i nostri pensieri, le nostre disfatte, i nostri fallimenti. Molti cristiani, spossati, sfiniti, scoraggiati dai loro insuccessi, pensano che “non ci sia più niente da fare, che il traguardo sia ormai compromesso, inavvicinabile. Ma non è vero! Gesù ci ha insegnato che dobbiamo superare qualunque difficoltà, dobbiamo insistere, non dobbiamo mai, in nessun caso, “abbandonare l’aratro”, ma guardare sempre avanti, con la costanza e la fiducia di chi sa di non essere solo, perché Dio è sempre al nostro fianco, pronto a correre in nostro aiuto. Non immaginiamo neppure come le cose cambierebbero, se solo ci fidassimo di Dio, se solo mettessimo nelle sue le nostre mani ferite, quando ci sentiamo incapaci di realizzare, di costruire, di fare qualcosa: improvvisamente diventerebbero mani forti, gloriose, risorte, guarite, con le quali poter nuovamente produrre, creare, realizzare. Se mettessimo il nostro cuore ferito in quello trafitto del Risorto, guariremmo immediatamente, e potremmo condividere con gli altri una vita nuova, più intensa, più luminosa.
Il secondo modo per incontrare Gesù è di donare noi stessi agli altri, praticando la carità, l’amore, la comprensione. È nell’apertura verso i fratelli, che potremo sentire chiaramente la presenza di Cristo vivo, di percepirlo in maniera forte. Solo se ci apriremo al prossimo, se lo accoglieremo nella carità, ci sentiremo anche noi accolti e amati; sentiremo nuovamente la gioia della vita pulsare dentro di noi, ci sentiremo nuovamente forti, potenti, fiduciosi, in ciò che facciamo. “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome io sono in mezzo a loro”: ebbene, noi ogni settimana abbiamo la possibilità di fare questa “comunità” con i fratelli, celebrando l’Eucarestia, la nostra Pasqua domenicale. È lì, infatti, che le nostre anime possono riconoscersi, unirsi, incontrarsi, per “incontralo” nella partecipazione, nella lode, nella preghiera, nel ringraziamento. È lì che abbiamo la chiara percezione della presenza di Dio: perché Lui è proprio lì, in mezzo a noi, con noi. Ed è da lì, da questo incontro, che usciremo fortificati, come i discepoli, pronti per testimoniarlo al mondo intero.
La terza strada per incontrare il Risorto è lo studio, la meditazione del Vangelo. È lì che Gesù ci spiega la sua vicenda, cos’è successo, cos’è accaduto. Noi dobbiamo capire la nostra storia, da dove veniamo, dove siamo diretti; abbiamo bisogno di individuare quel filo rosso che lega noi, le nostre giornate, la nostra vita, con Dio, con la Vita, perché solo così possiamo dare alla nostra esistenza, un significato, un senso, un legame col soprannaturale, col divino: solo così possiamo fare realmente esperienza del Signore Risorto, scoprendo che nulla avviene per caso, che tutto ciò che ci riguarda ha un senso ben preciso, che ogni nuova situazione che affrontiamo ha sempre qualcosa da dirci: e capiremo che, avendo Dio come obiettivo finale, qualunque sacrificio, qualunque difficoltà, qualunque imprevisto, è affrontabile e superabile.
Per questo, noi cristiani abbiamo un bisogno radicale, assoluto, di conoscere, capire, vivere, il Vangelo e la Bibbia, perché come diceva S. Girolamo: “L’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo”. Purtroppo la società moderna globalizzata è totalmente indifferente a ciò: una situazione quantomai deleteria, perché la gente ha bisogno di conoscere Dio, di credere in Gesù, nel suo vangelo, piuttosto che nella magia, negli amuleti, nelle superstizioni, negli esibizionismi religiosi, giustificandosi con un insignificante “così fan tutti”: l’umanità intera deve credere convinta, deve aderire a Cristo, con l’anima e il cuore; noi cristiani, dobbiamo insomma essere tutti orgogliosi della nostra fede cattolica, di appartenere alla Chiesa di Cristo.
Anche se in questi ultimi anni, proprio al suo interno, si sono distinti pastori che, consacrati per trasmettere al mondo l’autentico messaggio divino e per confermare nella fede i fratelli, hanno invece provveduto a manipolarlo, travisarlo, umiliarlo, assecondando le ideologie di una società corrotta. Purtroppo capita spesso di ricevere, per questo, espressioni di scherno e di commiserazione da parte dei non credenti: “ma tu credi ancora al Dio dei preti? Non ti accorgi che le loro prediche sulla misericordia, sulla carità, sul perdono, vengono apertamente contraddette dai loro comportamenti autoreferenziali, astiosi, vendicativi?”.
Ebbene, non lasciamoci irretire in tali provocazioni: rivolgiamo invece le nostre preghiere a Dio per quanti sono venuti meno ai loro doveri di pastori.
Non solo: ma dobbiamo pregare Dio soprattutto per noi, perché ci aiuti ad essere noi, con la nostra vita, una sincera “lettura vivente” del suo Vangelo, convinti che dalla falsità, dall’ambiguità, dalla disonestà, dall’ignoranza, non potrà mai uscire nulla di caritatevole, di gradito a Dio. Solo la sua Verità assoluta ci rende liberi, anche se talvolta per ottenerla, dobbiamo affrontare difficoltà, dispiaceri, delusioni. Una realtà però ci consola, ci aiuta, ci sorregge nel nostro cammino: ogni volta che ci avviciniamo personalmente a Gesù, ogni volta che ascoltiamo le sue Parole, ogni volta che leggiamo e meditiamo il suo Vangelo, Lui riesce sempre ad infiammarci l’anima, ad appassionarci profondamente, a riscaldarci il cuore: perché il suo Vangelo, non è semplicemente un testo da leggere, ma una persona viva e palpitante che ci parla: è un Maestro indulgente, benevolo ma esigente; un Padre paziente che desidera abbracciare i suoi figli, un Dio tutto misericordia e amore, che si aspetta da essi di essere riamato con gioia. Amen.

  

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