giovedì 20 agosto 2020

23 Agosto 2020 – XXI Domenica del Tempo Ordinario

 

“La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?” (Mt 16, 13-20).

 Il vangelo di oggi si apre con una precisa domanda di Gesù ai suoi discepoli. A noi può sembrare strano che Gesù voglia conoscere l’opinione della gente sul suo conto. Ma non dobbiamo dimenticare che la società del suo tempo si fondava principalmente sui valori di onore e disonore: più di chi fosse in realtà, uno doveva preoccuparsi soprattutto di che cosa la gente pensasse di lui; il valore delle persone era infatti stimato in base a quello che diceva la gente: meno sull’essere, più sull’apparire. L'onore del clan, della famiglia, della tribù era l’unica cosa importante: veniva prima ancora del valore reale delle persone.

Un metro di giudizio, del resto, che non è molto lontano da quello imposto dalla mentalità di questa nostra società contemporanea super evoluta. Anche oggi, la paura di non essere considerati è profondamente radicata in noi: “Nessuno mi considera, nessuno mi apprezza, nessuno mi vuole”. È l’indicatore della nostra insicurezza: per questo siamo alla ricerca affannosa di stima, di amore, di amicizie, di riconoscimenti. Più questa paura ci domina e più la nostra vita diventa una corsa alla ricerca dell’apparire, una vita fittizia e irreale. Non conta più ciò che siamo, ciò che viviamo o ciò che sentiamo, ciò che Dio sussurra al nostro cuore, il nostro progetto di vita, la nostra vocazione, ma conta soltanto non sfigurare, essere accettati, apprezzati, ammirati.

Ma perché Gesù sembra adeguarsi a tale mentalità? Perché agli occhi dei suoi discepoli vuole essere un uomo come tutti gli altri, il più possibile aderente alla loro forma mentis; vuole essere in tutto come uno di loro.

Era quindi naturale che il Maestro si preoccupasse di conoscere cosa pensassero di lui, della sua missione, della sua predicazione, le folle che lo seguivano, che crescevano numericamente giorno dopo giorno: Egli ha voluto mettersi in gioco anche su questo. Ovviamente senza rimanerne turbato o succube delle loro risposte.

I discepoli, quindi, sollecitati in maniera così diretta, gli riportano le opinioni più diffuse: “Ti ritengono Giovanni Battista, Elia, Geremia, un profeta”. Tutto vero. Però sono anche un po' reticenti e bugiardi, perché di Gesù si dicevano tante altre cose; si diceva, per esempio, che era un poco di buono, uno che stava volentieri con le donne, uno che assumeva atteggiamenti scandalosi e ambigui, che stava apertamente in compagnia di gente scomunicata come i pubblicani, uno che amava mangiare e bere, insomma un "eretico". Tutto questo non glielo dicono, anche se erano voci altrettanto diffuse, che loro ovviamente ben conoscevano.

Gesù, del resto, fu molto amato ma anche molto odiato, perché non fu una persona insignificante, anonimo, senza carismi, uno che ti lasciava indifferente; tutt’altro: una volta che l'avevi incontrato, dovevi necessariamente scegliere: o ti piaceva o ti infastidiva; o lo consideravi amico oppure nemico. Non c’erano alternative.

Gesù, prima di esprimere quella richiesta, aveva già guarito centinaia di persone, aveva risuscitato morti, aveva moltiplicato il pane per migliaia di persone, aveva sedato tempeste. Eppure tutto questo non era servito a fargli avere dalla gente un riconoscimento corale, sincero, onesto. Che altro avrebbe dovuto fare ancora, perché tutti gli credessero? La fede non nasce da ciò che guardiamo, semplicemente, ma da “come” lo guardiamo. Guardare superficialmente, senza interesse, senza coinvolgimento mentale, non porta automaticamente alla fede: bisogna guardare con passione, con serietà, con onestà, bisogna farlo con altri “occhi”, non con quelli corporali, ma con quelli dello spirito; perché non c'è peggior cieco di chi non vuol vedere.

Ecco perché le dicerie della gente su Gesù sono così diverse: perché sono il risultato di una visione parziale, superficiale: ciò che dicono di lui è vero, ma non rispecchia la realtà: sono supposizioni, opinioni, ragionamenti, ipotesi, congetture, giudizi o pregiudizi. Sono titoli, anche lusinghieri, elevati, ma non colgono nel segno, non dicono interamente chi è Gesù.

Giovanni Battista, per esempio, era un grande asceta, uno che mirava alla perfezione più totale: l'ascesi, il perfezionarsi, il combattere i difetti, i vizi, erano per lui scelte obbligate, fondamentali: col pericolo però che se l'ascesi si trasforma in negazione della vita, se l'ascesi diventa rinuncia alla vita, allora si pone automaticamente contro la Vita. Anche oggi, infatti, molte persone “perfette”, alla ricerca della vera ascesi, sono umanamente cariche di aggressività: giudicano gli altri molto severamente, non usano nei confronti del prossimo né pietà né misericordia. La loro vita si riduce ad un “no” alla vita.

Ma Gesù non era sicuramente questo. Egli al contrario invitava e invita tutti a dire "sì" alla vita, in maniera totale, amando soprattutto Lui, che è la Vita per eccellenza.

Elia, poi, fu il più grande profeta dell'Antico Testamento: talmente rigoroso che in un giorno solo uccise quattrocentocinquanta sacerdoti di Baal. Ora, essere combattivi e lottare, ieri come oggi, è molto importante, ma non è tutto: se si fa della vita una lotta continua, si diventa degli intransigenti, perennemente arrabbiati. Chi fa dell'aggressività l’arma con cui attaccare tutto e tutti, non si accorge che la vera guerra, quella che credono di combattere fuori, è invece dentro di loro. Ma Gesù, paladino della pace e dell’amore, non era neppure questo.

Infine Geremia: nella sua vita impersonò la figura dell’uomo retto che soffre ingiustamente; anche oggi è considerato il simbolo del giusto oppresso e perseguitato. Ma Gesù, giusto giudice, trionfatore sul male, non era neppure questo. Egli ha sofferto, tantissimo, è vero, ma non ha fatto solo questo. Ha portato nel mondo anche la vera felicità, la gioia, l’entusiasmo.

Per molti la vita è solo dolore, solo sofferenza, solo una “valle di lacrime”: ciò perché in realtà si interessano solo della “loro” vita, non della Vita, non di Dio. Certo anche noi, nella nostra vita, incontriamo angosce e sofferenze, dalle quali purtroppo non possiamo esimerci; ma dobbiamo imparare a starci dentro, a viverle, a superarle. La vita non è tutta qui. Gesù è venuto in questo mondo non per soffrire, o perché soffriva, ma per insegnarci appunto a superare la sofferenza, il dolore, la paura; è venuto a portarci la “buona novella”, il “vangelo”, il lieto annuncio, il messaggio di felicità e di speranza.

Questo è quanto dicono in giro, questi i personaggi che la gente vede in Lui: ma Gesù, con le sue domande non si ferma qui. Quello che dicono di lui i lontani, non gli interessa; Egli vuol sapere cosa “loro”, i suoi discepoli, pensano di Lui. E quindi corregge il tiro: Ma “voi, chi dite che io sia?”. E Pietro si lancia in una risposta che gli sgorga dal cuore: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente!”. Pietro non è un teologo, non è un filosofo erudito che sentenzia. Pietro è istinto, intuizione, passione. L’idea di Gesù, figlio di Dio, non gli proviene dall’istruzione, non l’ha acquisita gradualmente con anni di studio: per lui la realtà divina del suo Maestro è l’intuizione di un istante, un fulmine, una saetta che gli ha infiammato il cuore. Non è arrivato a comprenderlo tramite sillogismi, calcoli mentali, ragionamenti: ma sotto l’impulso dello Spirito che ha fatto sussultare il suo cuore generoso e innamorato. E Gesù lo conferma chiaramente: “Beato te Simone, perché né la carne, né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli”.

Oltre ai discepoli però quella domanda Gesù la rivolge anche a tutti noi, direttamente, singolarmente.

E dunque: “Chi è Gesù per noi? Cosa pensiamo di Dio? Che rapporto abbiamo con Lui? Se la nostra risposta è che sì, Dio lo conosciamo, significa anche che lo sentiamo veramente come “nostro Padre”? che ascoltiamo la sua voce pacata che ci parla? Che abbiamo avuto modo di “sentirlo vicino” anche nelle prove tragiche della vita? No? E allora, come possiamo dire di “conoscere” uno che non abbiamo mai incontrato? Perché incontrarlo significa cambiare necessariamente qualcosa nella nostra vita, nel nostro carattere, nella nostra persona! Se siamo sempre gli stessi, allora con la nostra vita dimostriamo chiaramente di non averlo mai incontrato, né di averlo mai conosciuto. Anzi, peggio, forse non abbiamo mai voluto incontrarlo, conoscerlo, prenderlo in considerazione; per noi insomma, Lui non conta nulla, è un “qualcosa” di irrilevante.

Incontrarlo, conoscerlo, significa al contrario lasciarlo entrare nel nostro cuore: è come aprire le porte ad un uragano, lasciarsi investire da un vento impetuoso, irresistibile; è come innamorarsi irrazionalmente, perdutamente, di qualcuno, fare un’esperienza unica che ci sconvolge la vita. Proprio per questo molti, volutamente lo evitano, non vogliono misurarsi con Lui: perché in realtà hanno paura di lui! Preferiscono imbalsamarlo, rinchiuderlo in certi schemi, in certe celebrazioni, in certe formule, pensando di poterlo gestire: preferiscono incontrare i “pensieri su Dio” o le “preghiere a Dio”, piuttosto che incontrare Lui in persona, piuttosto che tuffarsi ad occhi chiusi nell’oceano del suo amore.

Dio ha il cuore spalancato per tutti, aspetta tutti, è disponibile per tutti: è un'esperienza, un incontro, che tutti possiamo fare; non è un privilegio riservato ai sapienti, ai santi, ai suoi ministri. Incontrarlo non è difficile, e appena succede ce ne accorgiamo subito: sentiamo improvvisamente, istintivamente, la presenza di qualcuno che dentro di noi ci consola, ci suggerisce nuove soluzioni e, prendendoci per mano, ci guida per sentieri che prima ci erano sconosciuti, in una vita completamente nuova, diversa; ci fa capire che fino ad allora abbiamo solo sopravvissuto, abbiamo perso tempo, abbiamo vegetato, dormito, camminato a vuoto; e ci assicura che, se ci fidiamo di Lui, tutto, anche qualunque dolore o tragedia, acquisterà un valore straordinariamente meritorio.

Ecco dunque perché dobbiamo “conoscere” Dio: e dobbiamo conoscerlo nel vero significato biblico: dobbiamo cioè rapportarci a Lui, entrare nella sua intimità, congiungerci al suo amore, dobbiamo “sperimentarlo”; perché Dio non è un pensiero, un progetto, ma è una realtà, una “persona” vera di cui appassionarsi, innamorarsi, inebriarsi.

Per cui se non lo “sentiamo” sempre presente, se non dormiamo la notte per la gioia di parlare in solitudine con Lui, se non viviamo il pianto consolatore del sentirci amati da Lui, non diciamo scioccamente di aver conosciuto Dio. Prima “incontriamolo”, e solo dopo potremo parlare di Lui.

Un ultimo flash: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa”. La Chiesa è di Cristo. La Chiesa è Cristo. Per questo deve essere il luogo dell'esperienza di Dio, dell'incontro con Lui. Altrimenti perde la sua ragion d’essere, la sua vitalità. Quando andiamo in chiesa e partecipiamo ad una liturgia, ad un incontro di preghiera, quello che conta non è ciò che diciamo o facciamo, ma se “tocchiamo” Dio, se lo incontriamo, se Lui ci tocca. Andare in chiesa, e non essere “toccati”, è inutile, è tempo perso. Se non c'è Dio, non c’è vita. L'uomo di oggi ha un enorme bisogno di esperienze spirituali vere, di incontri profondamente autentici. Si copre di mille cose, riempie le abitazioni di oggetti, lavora senza sosta, si rifugia nella confusione, riempie le giornate di mille interessi: perché ha paura di incontrarsi, di sperimentarsi, di vedere quello che è nel suo intimo. In una parola ha paura di scoprirsi sbagliato, fallito, inconcludente; ha paura di sentirsi giudicato dall'Alto oltre che dal basso (da sé e dagli altri). Ecco perché è indispensabile più che mai incontrare Dio, pregarlo, cantarlo, viverlo insieme all’intera assemblea: nella Sua Chiesa.

La Chiesa di Cristo, fondata su Pietro “roccia”, sia dunque anche per noi il luogo dove ci sentiamo figli di Dio, dove possiamo piangere, ridere, sentirci a casa (non giudicati), sentirci compresi e ascoltati, dove possiamo dare voce a quello che abbiamo dentro.

Amiamo la nostra Chiesa: difendiamola. Perché è Lei che ha la missione fondamentale di proteggere quel sacro fuoco, quello Spirito che Dio ha posto dentro ciascuno di noi; è la casa dell'anima, di tutto ciò che vive nell'anima. È Lei che ci lega a Cristo, che ci rende liberi da tutti i comportamenti devianti, aggressivi, da tutti quei demoni (rabbie, risentimenti, ossessività, ecc) che purtroppo si diffondono troppo spesso da noi.

Se rimaniamo legati a Cristo, siamo veramente liberi, sciolti da tutto il resto; se preferiamo rimanere legati al resto, perdiamo purtroppo la nostra forza, la libertà, la gioia di sentirci figli molto amati. Amen.

 

 

giovedì 13 agosto 2020

16 Agosto 2020 – XX Domenica del Tempo Ordinario


“Ed ecco una donna Cananea, che veniva da quella regione, si mise a gridare: Pietà di me, Signore, figlio di Davide!” (Mt 15, 21-28).

 Il vangelo racconta di una madre che è in ansia per la sorte della figlia. Gesù ha appena concluso una discussione con i farisei su cosa sia puro o impuro. I farisei ne facevano una questione formale, di regole, di leggi, e Gesù aveva tagliato corto: “Non sono le cose o i comportamenti che sono puri o impuri, è il cuore, è l'intenzione con cui fai le cose che le rende pure o impure”. In altre parole, riferito ai giorni nostri, frequentare la chiesa non è determinante per stabilire se siamo o non siamo buoni cristiani: tutto dipende dal perché ci andiamo, dalle nostre intenzioni, dal nostro cuore, da ciò che abbiamo dentro, da ciò che viviamo. Un principio che Gesù mette in evidenza anche nei confronti della donna del vangelo di oggi.  

Siamo in territorio pagano, nella zona di Tiro e di Sidone. Lungo la strada Gesù incontra una donna che gli chiede aiuto, ma Egli sembra non accorgersene, non si degna neppure di ascoltarla e continua per la sua strada. Strano comportamento, decisamente inconsueto per Gesù. Con gli stessi discepoli che gli chiedono di esaudire le richieste della donna, quantomeno per farla smettere di seguirli e di gridare, Gesù adotta un modo di esprimersi in stridente contrasto con le sue abitudini.

Noi ci saremmo senz’altro aspettati che Lui la ascoltasse secondo il suo solito, che accogliesse le sue richieste, che fosse misericordioso anche con lei. Ma Gesù vede le cose con altri occhi rispetto ai nostri: e ce lo fa capire subito, tornando al senso della discussione con i farisei di poco prima: non basta cioè desiderare di cambiare, di uscire da certe situazioni; non sono sufficienti le buone intenzioni. Bisogna essere convinti, consapevoli di ciò che si vuole o non si vuole, essere pronti ad accettare tutte le conseguenze e quindi agire risolutamente di conseguenza. Il desiderio, anche se forte, non basta, non è sufficiente.

Se Gesù avesse esaudito subito questa donna, nessuno avrebbe mai capito se era sincera o meno, se volesse a tutti i costi la guarigione della figlia; se fosse mossa da una fede autentica, in grado di affrontare qualunque contrarietà, qualunque umiliazione, pur di ottenere quello che chiedeva, oppure se si comportasse così, tanto per mettere Gesù alla prova.

Per questo Egli esaspera la situazione che gli si era presentata: adotta cioè lo stesso modo di ragionare del suo tempo, quella mentalità secondo cui i pagani (e questa donna era pagana) rispetto al popolo ebreo, agli “eletti”, erano considerati una razza inferiore, delle “pecore perdute” estranee quindi ad ogni progetto di salvezza messianica futura.

Partendo da qui, Gesù intende evidenziare la fondamentale novità del suo insegnamento: dopo essersi attenuto, come ebreo, alla mentalità corrente, con i fatti Egli ne dimostra l’assoluta incongruenza. Come se volesse dire: “Sono stato fin qui in linea con le Scritture e le vostre tradizioni: ora però voglio dimostrarvi la novità della mia missione: per me, pagano o ebreo che uno sia, non fa alcuna differenza; tutti meritano la mia stessa attenzione, ma ad una condizione: che le loro azioni e le loro parole siano coerenti con quello che pensano; tutti sono uguali ai miei occhi; ma l’importante, l’essenziale, è che lo spirito con cui essi si rivolgono a me sia sincero, senza secondi fini; perché è il loro retto comportamento, le loro oneste intenzioni, la sincerità dei loro cuori che li rendono graditi ai miei occhi e degni della mia attenzione!”.

Gesù è un uomo libero, assolutamente libero; libero di mettere in discussione la propria tradizione, sia religiosa che sociale: e ne dà immediatamente la prova.

Appena la donna ha superato l’esame sulla sua sincerità, e tutti i presenti hanno potuto constatare la “purezza” della sua fede, contenuta nella risposta sui “cagnolini” che si accontentano di ricevere anche solo le briciole che cadono dalla tavola degli “eletti”, Gesù cambia improvvisamente atteggiamento: sembra quasi sorpreso, colpito, meravigliato. Come se dicesse: “O donna, mi hai conquistato, non l’avrei mai pensato, non l'avrei mai detto. Mi sono sbagliato sul tuo conto; sia fatto come tu chiedi”. A questo punto la prova della donna è superata, Gesù l’ha capita, la figlia è guarita: ancora una volta la misericordia divina ha trionfato.

Possiamo cogliere qui, per inciso, un altro insegnamento: Se c'è da cambiare idea (e qui Gesù ha fatto vedere di averla cambiata!), se c’è da ricredersi rendendosi conto di aver sbagliato, ebbene, bisogna farlo! Non dobbiamo essere come quelli che rimangono sempre caparbiamente sulle loro posizioni, che non accettano mai, per principio, la possibilità che le cose possano essere diverse, che i tempi mutino, che le persone e le opinioni cambino. Chi non cambia mai, non va mai a fondo nelle cose, vive in superficie. Le sue corte radici non lo alimentano, non riesce a cambiare, a crescere, e la sua mente muore.

“Morte” infatti vuol dire rigidità, staticità, sepoltura, significa imbalsamare tutto, cose e persone. La vita al contrario è divenire, scorrere, mutazione. Tutto è proiettato nel futuro, niente rimane sempre uguale. Oggi non è ieri. Crescere è lasciarsi mettere in discussione. Chi cambia si rinnova, è sempre giovane, non si annoierà mai. Chi rimane immobile, sempre lo stesso, è già vecchio in partenza, la sua esistenza sarà atona, scontata, insignificante.

Ma torniamo al personaggio centrale del vangelo, alla donna Cananea, il cui comportamento merita altre considerazioni.

Lei dunque, straziata dalla sofferenza, decide di andare da Gesù perché sua figlia è in preda al demonio. Si sente in ansia, è giustamente preoccupata. Questa donna ama sua figlia, non c'è dubbio, ma l'amore non basta. Deve fare qualcosa di più, deve dimostrare con le parole e con i fatti tutto il suo amore.

Ma perché, raggiuntolo, lo implora a gran voce iniziando a chiedergli, prima di tutto, misericordia per sé stessa? “Pietà di me!”. Se è la figlia ad essere invalida, preda del demonio, meritevole di compassione, per quale motivo chiede pietà per sé e non direttamente per la figlia? Forse si sente in colpa per non riuscire più a sopportare le sue frequenti esplosioni di violenza? Oppure chiede perdono a Dio perché si sente lei colpevole della situazione a causa di sue colpe commesse nel passato? Non sappiamo: probabilmente la sua richiesta di perdono si spiega proprio con la mentalità di allora, secondo cui le disgrazie, le calamità che colpivano i figli erano la conseguenza delle colpe, dei “peccati”, commessi dai genitori. Forse la donna, in cuor suo, pensava: “Se e quando Dio perdonerà le mie colpe, mia figlia guarirà, perché è giusto che essendo io la causa della sua infermità, sia sempre io a procurarle la guarigione”.

La donna cananea è forte, decisa, ostinata: e quando Gesù, ignorando la sua richiesta, continua a camminare senza nemmeno voltarsi, invece di desistere come avremmo fatto noi, lei continua a seguirlo, insiste nel gridare, nell’invocare il suo aiuto.

I discepoli la guardano infastiditi, con un certo nervosismo. Ma lei non si arrende: riesce finalmente ad avvicinarsi a Gesù, si butta a terra e lo implora: “Signore, aiutami!”, ma Lui, di rimando, le risponde seccamente di no. “Che vuoi tu da me?”.

A questo punto delusione, rabbia, disperazione, avrebbero devastato il cuore di chiunque: chi non si sarebbe sentito umiliato, offeso, da tanta indifferenza?

Ma la cananea insiste: non ha pregiudizi e non teme giudizi, non teme impopolarità, non teme derisioni, e risponde con logica prontezza alla spiegazione di Gesù. È una donna gigantesca, battagliera, che non si arrende, perché la sua fede è profonda, convinta, inattaccabile; ed è grazie a questa sua insistenza, a questa sua energia interiore, che alla fine otterrà ciò che chiede: la guarigione della figlia.

Nel Padre Nostro, Gesù ci raccomanda di pregare: “Padre, sia fatta la tua volontà!”. Ma di fronte alla grande fede della donna, alla sua singolare perseveranza, Gesù fa un’eccezione: “Donna, sia fatta la tua volontà. Avvenga per te come desideri”.

Un significativo esempio di come, per ottenere, sia richiesta una fede convinta e dinamica: “credere”, infatti, è “volere ardentemente”, provarci con tutte le forze, agire, muoversi, crederci fino in fondo, fino all’impossibile, costi quel che costi. Perché l’importante, l’essenziale per Gesù, non è tanto “se” crediamo, ma “quanto” e “come” crediamo! Amen.

 

giovedì 6 agosto 2020

9 Agosto 2020 – XIX Domenica del Tempo Ordinario

“Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: Signore, salvami! E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: Uomo di poca fede, perché hai dubitato?” (Mt 14, 22-33).

Il testo del vangelo di oggi segue immediatamente quello della moltiplicazione dei pani di domenica scorsa. Saziata la folla Gesù, con fare deciso, costringe i discepoli a salire su una barca, per fuggire proprio da quella folla che, dopo il portentoso miracolo di cui aveva beneficiato, lo considerava sempre di più un “uomo-mito”. 

Gesù sapeva perfettamente quanto fosse pericoloso il consenso generale e il successo, conseguiti oltretutto in un contesto di così grande emozione. Certo, essere importante, essere famosi, ci fa piacere, ci fa sentire qualcuno, ci fa sentire amati, voluti, desiderati.

Ma insegna Gesù bisogna fare attenzione, perché il successo può dare veramente alla testa: si rischia di stravolgere la propria vita, di non vivere più come siamo, o come dovremmo essere, per finire di vivere unicamente condizionati dall’idea fissa di mantenere e accrescere il successo ottenuto, la fama, la gloria.

Per questo, senza frapporre indugi, Gesù ordina ai discepoli di abbandonare la scena: e lui stesso si ritira in un luogo appartato, per pregare in solitudine.

Un particolare che ci suggerisce immediatamente il primo insegnamento: “ritagliatevi del tempo per voi e vivetelo in solitudine; non abbiate paura di restare da soli, di fronte a voi stessi”.

Nella vita assistiamo a due forme di solitudine: una, che è frutto di isolamento, di incapacità di relazionarsi, di dirsi e di aprirsi; una solitudine che è frutto di un carattere difficile, egocentrico, narcisista, di quanti vedono unicamente se stessi al centro dell'universo: una solitudine che si chiama “chiusura”.

Ma c'è anche una solitudine buona, anzi necessaria. È quando l'uomo si mette di fronte a sé stesso, davanti a quello che lui è realmente, a quello che è il mondo, al vero senso della vita, alle sue paure, al suo desiderio di infinito; e questa solitudine è “preghiera”.

L'uomo matura soltanto in questa solitudine: guardandosi in faccia, negli occhi, scrutandosi nel cuore, sinceramente, senza nascondersi nulla: può essere una decisione dura, dolorosa, ma è il momento della verità, del silenzio, del deserto, dello smarrimento; è quando finalmente uno smette di raccontarsi bugie illudendo sé stesso.

Noi in genere amiamo purtroppo la confusione: quella illusoria della televisione o il frastuono assordante di una discoteca, delle piazze o degli stadi; amiamo il caos, le strade affollate, il rumore, la moltitudine di gente.

Di contro, Gesù sceglie la solitudine della montagna, i luoghi solitari, separati, isolati. Una solitudine che Egli ci propone, poiché ci offre solidità, ci permette di non girare a vuoto spiritualmente, ci fa sentire bene con noi stessi. Noi infatti abbiamo paura di fermarci e di guardarci in faccia. Siamo ancora dei bambini, siamo infantili e immaturi; non riusciamo a vivere senza avere qualcuno al nostro fianco, abbiamo un bisogno costante di presenze, di appoggi, di conferme, di lodi e di riconoscimenti. Stiamo insieme ad altri non per amore, ma perché egoisticamente non riusciamo a stare da soli.

La vita è la nostra fragile barca, tutti devono salirci, tutti devono prenderne il timone e governarla tra le acque agitate dei nostri problemi, delle nostre paure, di tutti quegli eventi che non siamo in grado di dominare e di controllare.

Anche noi, come i discepoli, di fronte a situazioni ingovernabili, ci sentiamo smarriti come e più di loro: ci sentiamo nella bufera, e per quanto ci impegniamo di remare, di “governare” la barca, ci rendiamo conto che non basta. Sentiamo ad un certo punto di non farcela; sentiamo di non essere più in grado di gestire, di controllare gli eventi.

Noi vorremmo tenere sempre ogni cosa sotto controllo, gestire tutto, avere la vita nelle nostre mani; ma non è così. A volte purtroppo ci troviamo ad annaspare nel vuoto, le onde ci sovrastano, tutto ci sfugge, e ci sembra di affogare, di annegare, di colare a picco. Come Pietro, abbiamo paura di non farcela, ma spinti dalla necessità, proviamo anche di uscire dalla nostra barca, di aver fiducia in Dio, di avventurarci; facciamo pure qualche passo, ma poi ci assale il dubbio, la paura, il terrore della fine… e affondiamo!

Con Pietro gridiamo a Gesù: “Signore, se sei tu, comandami di venire da te…”.

Ma è proprio quel “se sei Tu” che rivela il nostro dubbio, che lascia trasparire le nostre ansie, le nostre paure, le nostre deficienze: ce la faremo a resistere per l’intera vita? Riusciremo a diventare ciò che “dobbiamo” diventare? Saremo felici? Perderemo la fede? Ci salveremo? Pietro e noi affondiamo perché dubitiamo. Affondiamo perché cerchiamo la sicurezza, la certezza; vorremmo garantirci un ritorno sicuro prima ancora di iniziare il viaggio, vorremmo non aver paura, non incontrare pericoli. Ma non è possibile.

A questo punto abbiamo due alternative: cedere al dubbio o aprirci alla fiducia.

Se guardiamo solo a noi, sicuramente affondiamo. Se decidiamo di cambiare strada, non dobbiamo chiederci se abbiamo la forza di farlo, se ne abbiamo la capacità, se si addice alla nostra personalità: dobbiamo semplicemente iniziare a camminare; dobbiamo buttare tutto alle nostre spalle e proseguire, andare avanti tenendo sempre lo sguardo fisso su di Lui, su Dio. Dobbiamo fidarci di Dio, di Lui che è la Vita, e sicuramente con Lui cammineremo sulle acque, passeremo attraverso il fuoco, affronteremo l’impossibile.

Nella nostra barca il più delle volte stiamo bene, ci sentiamo protetti, pensiamo di essere al sicuro. Ad un certo punto però, per motivi imprevedibili, la vita ci impone di uscire, ci chiede di fare delle scelte obbligate: impossibile tergiversare; che fare allora?

Dobbiamo raccogliere le nostre forze, abbandonare le sicurezze, le certezze, e avviarci coraggiosamente dove il Signore ci chiama. Sono momenti in cui non siamo più sulla barca, i nostri piedi poggiano sulle acque, siamo soli. Non possiamo più contare sui nostri aiuti consueti, sugli abituali riferimenti, solidi e collaudati, come la famiglia, i genitori, i parenti, gli amici, ai quali ricorrere per un confronto. Dobbiamo arrangiarci, dobbiamo farcela da soli, dobbiamo ad ogni costo stare a galla e camminare, altrimenti affondiamo.

Se col tempo poi accusiamo la pesantezza di questa situazione, la precarietà del nostro andare avanti, se non crediamo più in noi stessi, se tutto ci appare impossibile, se i dubbi ci assalgono, se sfiduciati ci blocchiamo e, presi dalla nostalgia, pensiamo di abbandonare tutto e tornare indietro, ebbene: in quel preciso momento iniziamo ad affondare!

Che fare allora? Esattamente come fece Pietro: gridare, chiamare a gran voce Gesù, rivolgerci a Lui, fissare lo sguardo in Lui, tendergli le mani e, fidandoci ciecamente, abbandonarci completamente alla sua volontà: e subito constateremo che Egli non intende abbandonarci tra i marosi della vita, ma è pronto a salvarci, a darci forza e protezione stringendoci sollecito tra le sue braccia: sarà un incontro con Dio, intimo e personalissimo, nel quale potremo sperimentare realmente la potenza del suo amore di Padre.

La vita è movimento continuo, è un costante “navigare” che richiede una meta ben precisa, un approdo sicuro da raggiungere: una rotta da seguire tra infinite variabili, tra sempre nuovi imprevisti, superabili solo con l’aiuto di Dio, che è la nostra “bussola” indispensabile, la nostra guida sicura.

Certo, noi preferiamo la bonaccia; amiamo il nostro immobilismo, il tergiversare in porto, il perdere tempo nel mare piatto della nostra religiosità di superficie, ostentando un perbenismo che è semplicemente inerzia, indifferenza, abitudine, carenza di fede e di amore.

Avere fede e amore, significa infatti levare le ancore, salpare immediatamente, ad ogni costo; significa osare, navigare a tutta forza, affrontare possibili naufragi; e se da lontano riusciamo finalmente a intravedere Dio, “chiamiamolo” a gran voce, preghiamolo di ascoltarci, di invitarci a raggiungerlo. Questo significa avere fede e amore: gettarci prontamente tra i marosi, correre fiduciosi sopra di essi, sapendo che Lui è lì, pronto a sorreggerci, pronto a salvarci.

Il vangelo di oggi ci lascia dunque questo importante insegnamento: se guardiamo solo alle nostre forze, non possiamo che vacillare e finire sommersi dalle onde; se invece guardiamo a Dio, se confidiamo in Lui, allora tutto è fattibile, tutto diventa facile e superabile. Noi da soli non possiamo nulla, ma con Lui possiamo tutto. È sufficiente allungare verso di Lui la nostra mano, e Lui prontamente la stringerà forte con le sue. E avverrà il miracolo: aggrappati a Lui, potremo camminare speditamente sulle acque di qualunque mare in tempesta. Amen.


giovedì 30 luglio 2020

2 Agosto 2020 – XVIII Domenica del Tempo Ordinario

“Dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla” (Mt 14,13-21).

Gesù cerca un luogo appartato. Pressato dalla gente e dal bisogno di stare un po’ da solo per ritemprarsi, per ascoltarsi, per riposare, sale su una barca e si allontana. Quando ritorna, la folla si è moltiplicata: una moltitudine enorme di gente lo sta aspettando: gente accorsa dalle città, che per vederlo ha fatto tanta strada; e lo ha aspettato.
Dove c'è la verità la gente aspetta, si mette in coda, affronta sacrifici, fatiche, distanze chilometriche, pur di ascoltarla. Perché la verità soddisfa tutti, finisce per appianare ogni difficoltà.
Ma sta sopraggiungendo la notte, il luogo è deserto, e un problema assilla i discepoli: “Qui si fa sera, la gente ha fame. Che facciamo?”. Alla loro preoccupazione, Gesù risponde tranquillamente: “Date voi stessi da mangiare” (dòte autois umeis faghèin). “Ma Signore, non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!”. “Portatemeli qui”. 
Ed ecco il miracolo: la moltiplicazione di quei pani e di quei pochi pesci! E tutti ne mangiarono a sazietà, circa cinquemila uomini oltre donne e bambini e alla fine rimasero addirittura dodici ceste piene di avanzi.
Una straordinaria moltiplicazione che ci dice: “condividi”: più si condivide, più le cose si moltiplicano e bastano per tutti”. L'unione fa la forza. Condividiamo quello che abbiamo, quello che siamo, quello che conosciamo e tutto si moltiplicherà. Se ci mettiamo insieme, i miracoli avvengono. Se ognuno fa la sua parte, l'impossibile diventa possibile. In qualunque realtà sociale, lavorativa, religiosa, più ognuno mette a disposizione degli altri le proprie informazioni, le proprie capacità, le proprie risorse professionali, umane e spirituali, più quella realtà funzionerà, raggiungerà i suoi obiettivi. In una comunità, in una famiglia, più uno condivide ciò che vive, ciò che prova, gli alti e i bassi delle proprie giornate, più l'unione si moltiplica, più diventa forte, intima, inattaccabile, profonda.
Una gioia condivisa si moltiplica; un dolore condiviso si dimezza.
Mentre la società moderna tende a dividerci sempre più, a privatizzarci, a singolarizzarci, noi abbiamo bisogno di metterci insieme, di aiutarci, di condividere, di offrire ciascuno ciò che può offrire.
Il miracolo di Gesù ci offre un ulteriore significato: “quel che sembra impossibile spesso non lo è”. Essere credenti significa considerare l'impossibile come possibile. Sfamare cinquemila uomini, un’impresa impossibile! Ma non per Gesù. Non per chi crede veramente.
Le cose molte volte non sono impossibili; le immaginiamo tali, ma sono solo faticose: sono “impossibili” perché ci costringono a faticare, ci costringono a cambiare e a rivoluzionare la nostra vita. E questo ci spaventa, ci porta ad evitarlo.
Questo vangelo inoltre è anche un meraviglioso inno all'umiltà: “fidati di quel poco che sei, di quel poco che hai”. Cinque pani e due pesci è quello che noi siamo. Ben poca cosa!
Se consideriamo le nostre aspirazioni, le nostre capacità, le nostre doti, ciò che possiamo fare o che siamo capaci di fare, siamo effettivamente ben poca cosa.
Ma qui sta il miracolo della vita e del vangelo: ciò che per l'uomo è scarso, piccolo, limitato, per Dio è grande, prezioso, senza limiti. E se ci fidiamo di quel poco che Dio ci ha dato, faremo sicuramente cose grandi.
A tutti noi piacerebbe avere doti straordinarie, essere bravi musicisti, atleti, simpatici ed empatici, avere doti fuori dal comune, essere abili nell'informatica, nelle lingue, profondi e sensibili con le persone. Ma se avessimo tutto questo ci crederemmo sicuramente persone “superiori”, dotate di poteri divini, quasi altrettanti dei; per questo Dio, conoscendo bene questo pericolo, non ci ha concesso troppe capacità, si è fermato a “cinque pani e due pesci”.
Ma è proprio da qui che deve emergere la nostra fede: perché se ci fidiamo di quel poco che Dio ha messo nel nostro cuore, compiremo sicuramente cose grandi e meravigliose.
Dalla lettura del testo possiamo cogliere due atteggiamenti molto indicativi: quello dei discepoli, che non valorizzano quel poco che hanno, e quello di Gesù che, al contrario, prende la loro “miseria”, guarda il cielo (cioè ringrazia Dio per quel che c'è) e la benedice.
Sono gli stessi nostri atteggiamenti nei confronti della vita: possiamo cioè disprezzarla o benedirla. Possiamo cioè rinfacciare a Dio di non averci concesso quello che secondo noi meritavamo, e in tal caso viviamo praticamente in uno stato cronico di auto commiserazione; oppure possiamo ringraziarlo e benedirlo per ciò che siamo, e vivere in una laboriosa serenità.
Conosciamo molto bene l’antica esortazione: “Accettati per quello che sei”.
Ma in realtà difficilmente ci accettiamo, ci vorremmo diversi, più belli, più intelligenti, più simpatici, più atletici, più benestanti, e via dicendo: quando invece dovremmo imparare ad accontentarci, ad accettarci per come siamo; dovremmo in una parola imparare ad amarci, ad essere felici e soddisfatti anche se disponiamo di soli “cinque pani e due pesci”.
Aver fede significa appunto accettare con riconoscenza la nostra realtà, perché tutto, la vita stessa, è un grande dono che viene dall'Alto, viene da Dio; è Lui che ci ha creati, che ci ha voluti con la nostra specifica fisionomia. Recriminare, voler essere diversi, significa rimproverare a Dio di essersi sbagliato, di aver creato con noi qualcosa di scadente, di fatto male.
Mentre, al contrario, dovremmo avere l'umiltà di riconoscere che in quella minuscola e insignificante creatura che siamo, Egli ha lasciato il segno indelebile della sua grandezza, della sua forza, del suo amore: di conseguenza cambiare, diventare migliori, aspirare al Bene Assoluto, non è compito Suo, ma è un progetto a totale nostro carico, è la missione che Lui ci ha assegnato in questa nostra vita.
Capita invece che noi difficilmente ci lasciamo coinvolgere in questo: siamo decisamente contrari a crescere, a condividere, ad investire a favore dei “cinquemila e oltre” fratelli, i nostri “cinque pani e due pesci”. Soprattutto non accettiamo di venire sollecitati dall’esempio altrui, da quanto fanno i nostri vicini, i nostri amici, tutte quelle persone che vivono con fede la loro chiamata.
La nostra è comunque una meschina scappatoia, è un nasconderci dietro un dito; perché alla fine, il vero vincente non è colui che si ferma a guardare e criticare gli altri, ma colui che impegna seriamente i propri carismi, le proprie forze, le proprie potenzialità in una fraterna condivisione: senza grandi proclami, senza tante parole, ma con i fatti concreti.
Se poi nella risposta che Gesù ha dato ai discepoli (“date voi stessi da mangiare”) trasformiamo il soggetto in complemento oggetto, le parole acquistano un senso ancor più impegnativo: “date da mangiare voi stessi”, ossia “offrite la vostra persona in cibo per gli altri, condividete con i fratelli tutto ciò che siete, tutto ciò che avete”: il massimo della condivisione.
Non è un’assurdità: Gesù stesso ci ha lasciato a questo proposito un esempio sublime, reale e concreto.
Pensiamo infatti a quanto succede ogni volta nella santa Messa, nell’Eucaristia: Egli ripete a nostro beneficio lo stesso miracolo della moltiplicazione e condivisione; trasforma cioè la sostanza di un pane, che è ben poca cosa, nel suo Corpo, e lo divide fra tutti.
Un “niente” che diventa “Tutto per tutti”. E non basta: perché oltre al pane, Gesù trasforma anche noi, uno per uno, individualmente: assumendolo, cioè, Egli ci tocca dentro, ci scuote, ci commuove. Dobbiamo aver fede e saperlo ascoltare nel silenzio del nostro intimo: perché il suo è un tocco d’Amore che ci riscalda il cuore, ci travolge l’anima; ci impedisce di essere quelli di prima, ci rinforza, ci risana; insomma ci fa diventare “nuovi”, radicalmente diversi.
Se crediamo veramente in Lui e gli siamo fedeli, avremo la conferma che quel niente, quel nulla che siamo, diventerà con Lui ogni volta davvero tantissimo, una immensità! E il compimento della nostra missione diventerà sempre più lieve, più vicino, più attuabile. Amen.



venerdì 24 luglio 2020

26 Luglio 2020 – XVII Domenica del Tempo Ordinario


“Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra” 
(Mt 13,44-52).

Il vangelo di oggi ci presenta tre similitudini: il regno dei cieli è simile ad un tesoro nascosto nel campo, ad un mercante alla ricerca di perle preziose e infine ad una rete da pesca gettata in mare. La prima e la seconda sono molto affini. Anche se Gesù le deve aver dette in occasioni diverse, il tema è identico: trovare il Regno dei cieli significa scoprire qualcosa di molto prezioso.
Vediamole più da vicino: l’uomo della prima similitudine, un contadino, mentre un giorno sta dissodando un campo, trova sepolto un tesoro molto prezioso, una autentica fortuna: lo sotterra nuovamente, vende tutto quello che possiede e compra quel campo.
La seconda parabola-similitudine racconta invece di un commerciante alla ricerca di perle preziose. Trovatane una particolarmente splendida, vende tutto pur di comprarla.
Ora, mentre il primo trova il tesoro per pura casualità, il secondo lo trova dopo una lunga e meticolosa ricerca. In ogni caso, entrambi trovano un oggetto di così grande valore, da rendere insignificante quanto già possedevano. Nessun prezzo è adeguato per l’acquisto di quel tesoro e di quella perla.
Entrambe le parabole ci dicono in sostanza che Dio, il regno dei cieli, è un qualcosa di meraviglioso, di incredibile, un qualcosa che non ammette confronti: il suo valore è talmente elevato che per ottenerlo è necessario rinunciare a tutto quanto si possiede.
Ebbene, Dio è questo “tesoro nascosto”: è lo Spirito di Dio che ci inabita fin dal primo istante della nostra esistenza, dal momento in cui il Padre celeste ha “alitato” in noi la Vita.
Se lo incontriamo veramente, se lo sperimentiamo, sarà impossibile abbandonarlo: perché è Lui che ci spinge ad osare, a diventare noi stessi, a realizzarci umanamente, a cercare nuove soluzioni per servirlo; Lui ci stima, ci ama, ci fa sentire vivi, vibranti; con Lui ritroviamo la nostra autonomia di vita e di pensiero, diventiamo liberi, vinciamo le paure; è grazie a Lui che sentiamo sprigionarsi dentro di noi il fuoco della vita e dell’amore.
È impossibile fare a meno di Lui, perché Dio ha impresso un marchio indelebile dentro di noi. Quando nelle prediche ci parlano di Lui, di come comportarci per trovarlo e custodirlo nella nostra vita, sentiamo insistere continuamente sulla necessità di pregare, di frequentare riti e liturgie; ma Dio non è una preghiera, una cerimonia (ancorché sublime) o una professione di fede; non è un “Credo” o un “Padre nostro” recitati stancamente insieme ad altri: Dio non è un qualcosa di lontano, statico, immobile, in attesa di venire raggiunto dalle nostre svogliate e frettolose incensazioni spirituali.
Dio è coinvolgimento, dinamismo, azione: è un “incontro”, a volte casuale come il tesoro nel campo, a volte cercato e voluto caparbiamente come la perla preziosa. Dio non vuole un’ora di preghiera al giorno; Dio non vuole una parte (magari anche grande) della nostra vita: lui la vuole tutta. Lui vuole “sposarsi” con noi, vuol fare “alleanza” con noi, vuole rapirci, prenderci, assorbirci completamente. Perché Lui è amore allo stato puro, è passione che travolge, è necessità di una nuova vita.
È per questo che gli apostoli lo hanno seguito abbandonando ogni cosa. Quando Gesù guardava Maria Maddalena, mentre tutti vedevano in lei una donnaccia o una pazza, lui vedeva il suo valore, le sue potenzialità. Gesù la faceva sentire importante, preziosa; Gesù con i suoi occhi, con le sue parole e con i suoi gesti le diceva: “Tu sei un tesoro nascosto. Ma io ti ho vista”. E con questo la salvò. Pietro, Matteo e tutti gli altri erano gente comune, persone che si sentivano insicure e inadeguate. Ma lui li valorizzò, Lui li amò, Lui credette in loro. E loro si sentirono dei “tesori” importanti, e come tali si comportarono.
Dio è dunque il nostro tesoro nascosto: ma noi lo cerchiamo veramente? Nella società di oggi qualcuno si preoccupa ancora di cercarlo, di trovarlo? Certo, se siamo continuamente occupati a cercare soldi, sicurezza economica, piaceri, benessere, tranquillità, non ci accorgeremo mai di Lui: abbiamo un tesoro preziosissimo accanto a noi, basterebbe poco per scoprirlo, ma preferiamo lasciarlo nell’indifferenza e nell’abbandono più totale.
Allora, scendendo nel concreto, dovremmo chiederci: “Chi o cosa cerco io nella mia vita?”.
In particolare: “Dove cerco?”. Se infatti pensiamo che la felicità assoluta risieda in qualcuno o in qualcosa “fuori” da noi, il nostro cercare sarà inutile, continueremo cioè a cercare per tutta la vita e non troveremo mai nulla, perché il “tesoro” che dobbiamo cercare non è fuori di noi, ma dentro di noi. Il tesoro è nascosto in noi; trovarlo, significa riconquistare quell’immagine, quella somiglianza divina che Dio ha impresso in noi fin dalla nascita, significa “ricopiarla”, con la nostra vita, direttamente dall’Originale che abita in noi. Possiamo quindi dire che il tesoro, la perla preziosa, sono la nostra anima che si specchia costantemente in Dio.
Per questo dobbiamo cambiare metodo di ricerca, per questo la nostra vita deve necessariamente cambiare. Anche se gli altri ci deridono, anche se ci prendono per dei fuori di testa, noi sappiamo in cuor nostro chi e cosa cercare.
Anche i due uomini della parabola si comportano da folli, da pazzi, perché, pur di entrare in possesso del “tesoro”, si disfano di ogni loro avere: lasciano il certo per l’incerto, vendono tutto quello che hanno, si liberano di tutto, pur di arrivare ad un tesoro di cui ancora non ne conoscono il valore reale. Cose veramente da pazzi. Ma Dio è per i pazzi, per i folli, perché non ci chiede qualcosa, ma pretende tutto, ci chiede noi stessi. Dio non si accontenta di un nostro coinvolgimento parziale, lo vuole tutto, lo vuole completo.
È vero: anche le cose che riusciamo a conquistare nel corso della vita hanno sicuramente un loro valore, ma è un valore legato alla provvisorietà: ci coinvolgono sul momento, per poi dimostrarsi effimere, e cadere nell’indifferenza, nella dimenticanza, nella caducità; perdono insomma la loro attrattiva, il loro interesse, il loro richiamo.
Ci sono anche eventi molto importanti che ci condizionano l’intera vita, è vero; fatti che ci cambiano intimamente, in profondità, che ci maturano: come l’amore sincero del partner, un matrimonio felice, la nascita dei figli; ma anche queste realtà così vitali sono destinate, prima o poi, a finire, a concludersi: i figli stessi, pur coinvolgendo profondamente la nostra esistenza, non sono “per sempre”: un giorno anch’essi se ne andranno.
Ebbene, Dio è molto più di tutte queste cose “transitorie”: più coinvolgente di un figlio, più importante di un partner, più impegnativo di un matrimonio. Egli non esclude dalla nostra vita niente di tutto questo; Egli ci lascia godere di tante cose belle, essenziali per la nostra vita: ma ciò che il vangelo di oggi vuol farci capire, è che Lui è la “cosa” più bella in assoluto, che Lui viene al primo posto nella scala dei valori, è più importante, è al di sopra di tutto e di tutti, perché Lui va oltre i nostri limiti umani: per Lui non esiste un “termine”, dopo il quale verrà meno, sparirà, lasciandoci soli. Una volta che l’avremo trovato, rinunciando all’effimero, Egli rimarrà per sempre nostro, nostro in assoluto, continuerà ad essere sempre il “tesoro prezioso” per ciascuno di noi, anche al di là del tempo, al di là dei nostri giorni terreni.
C'è infine la terza similitudine: quella della “rete” gettata in mare per la pesca. In pratica ci dice che ognuno di noi, ad un certo punto, deve ritirare la propria “rete” e fare la cernita, il bilancio della propria vita. La “rete” simboleggia infatti il nostro bilancio finale, il mettere sotto osservazione la nostra vita; i pesci sono le nostre scelte, tutto quello che abbiamo fatto: i pesci buoni, li mettiamo da parte, perché servono, ci rendono più forti, ci maturano; quelli cattivi, invece, li rigettiamo in mare perché non ci servono, non riescono a migliorare la nostra vita, non la perfezionano. E quando nel momento cruciale del nostro percorso, alla fine dei nostri giorni, ognuno dovrà ritirare la rete contenente i frutti della nostra pesca, di quanto ha costruito, investito, osato, allora non servirà più lamentarci per le situazioni di bonaccia o di tempesta! Quello che è fatto, è fatto. Allora potremo contare soltanto sull’effettivo “pescato”, sulle nostre risorse positive, su quei pochi pesci che abbiamo messo da parte, quelle buone azioni che, durante la nostra vita, abbiamo realizzato. Se nella nostra rete non abbiamo di queste risorse, se in vita non abbiamo messo paletti, non abbiamo saputo controllare la nostra rabbia, non abbiamo saputo vivere e superare il dolore, esprimere i nostri sentimenti di carità, se non abbiamo punti di forza, allora, come da un’onda “anomala” verremo spazzati via dal ponte della nostra barca. Dovevamo pensarci prima! Dovevamo costruire prima! Il futuro della nostra vita è solo nostro, è nelle nostre mani. Tutto quello che facciamo, quello che diciamo, l’intero nostro vivere, è esclusivamente nelle nostre mani, nelle scelte che facciamo: non deleghiamo, non scarichiamo le nostre responsabilità sugli altri e, soprattutto, non atteggiamoci a vittime illustri e incomprese.
Queste piccole parabole ci devono far riflettere pertanto su noi stessi: devono farci guardare al nostro prossimo come degli autentici “tesori” da scoprire. Perché, in Lui, siamo tutti delle creature preziose! Tutti siamo un tesoro unico, poiché tutti abbiamo in noi un tesoro nascosto! Se cerchiamo correttamente lo troviamo, ci troviamo. Ma se non crediamo, se non siamo interessati a queste realtà, non ci troveremo mai, nonostante il nostro cercare non troveremo mai alcun tesoro! Amen.



giovedì 16 luglio 2020

19 Luglio 2020 – XVI Domenica del Tempo Ordinario


“Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò” (Mt 13,24-43).

Anche oggi, come domenica scorsa, Matteo ci presenta una serie di “similitudini”, una serie di brevi parabole sul Regno di Dio: la zizzania, il granello si senape, il lievito.
Tutte hanno un filo conduttore, il “crescere”: lasciar crescere ciò che è piccolo, non impedire alle cose e alle persone di crescere, aspettare la maturazione.
La prima parabola è quella celebre della zizzania. Gesù è costretto a spiegarla bene, non perché i discepoli non siano in grado di capirla, ma perché non vogliono capirla così com’è, non sono cioè d’accordo con quanto Gesù vuole qui insegnare con le sue parole. 
Si tratta, infatti, di una parabola scomoda, per certi aspetti irritante, perché prospetta un dispetto diabolico, una realtà difficilmente accettabile, una situazione che contrasta con la loro idea di “discepolato”.
Cerchiamo di capirne il motivo: c’è un uomo che, con fatica e sudore, ha seminato nel suo campo del buon seme. Ma il nemico, sempre pronto a colpire, durante la notte, vi semina sopra la “zizzania”, una graminacea molto simile al frumento, e quindi impossibile da distinguere finché non arriva anch’essa a maturazione.
Il riferimento alla coesistenza del bene e del male nel mondo è evidente. È naturale quindi che la prospettiva di vedere ostacolata, o addirittura vanificata, la loro missione evangelica dagli interventi velenosi del maligno, non venga presa molto bene dagli apostoli: perché accettare passivamente tale evenienza? Perché aspettare che il male metta radici e si sviluppi? Non sarebbe preferibile metterlo subito fuori causa? Certo: ma - prosegue la parabola - a voler togliere il male (la zizzania) sul nascere, si corre il grosso rischio di estirpare anche il bene, il grano, poiché le radici di entrambi sono già sul nascere strettamente intrecciate.
Il messaggio è chiaro: “Dobbiamo tenere l’uno e l’altro”; dobbiamo cioè convivere con questa realtà; anche perché “Non sta a te decidere cosa è bene e cosa è male”, cosa va estirpato e cosa no; in altre parole non spetta a noi stabilire in partenza chi è buono e chi no.
 Nel libro della Genesi, nel raccontare la creazione del mondo, la Bibbia non dice che “prima” non c'era nulla, ma che c'era il “caos”, l'informe, l'indefinito. Cioè: c'era un qualcosa ma non era chiaro cosa. L'opera di Dio creatore è stata pertanto quella di “distinguere” (termine più appropriato del nostro “separare”): la luce dal buio; le acque dalla terra; le acque del mare dalle acque del cielo e via dicendo. Ebbene: questo è esattamente ciò che siamo chiamati a fare anche noi nella nostra vita: distinguere, discernere, dividere, per ridiventare quelle creature che Dio ha voluto a sua immagine. 
Accettiamo allora il nostro vuoto, perché è un pieno in confusione: è in essa che dobbiamo “agire”, portare luce, discernere, capire cosa dev'essere tenuto e cosa no.
In pratica Gesù ci ricorda che non ci siamo solo noi al mondo e che non tutto dipende da noi. Nel nostro campo personale non seminiamo solo noi. Hanno seminato i nostri genitori, la nostra infanzia, le persone che abbiamo incontrato, le esperienze della vita, le idee che circolavano nel nostro ambiente, le paure, i complessi, le ansie e le scelte di altri. Noi non siamo solo quello che vogliamo noi, ma siamo anche soggetti a condizionamenti, influssi e intrusioni. È da illusi pensare che siamo gli unici artefici della nostra vita. La tv e i media ci condizionano; l'ambiente, la moda, le persone vicine ci condizionano. Noi condizioniamo con il nostro vivere il mondo esterno, ma il mondo esterno a sua volta ci condiziona. A volte ci ritroviamo che la nostra vita è come quel campo. C'è il seme buono, ma c'è anche tanta zizzania. E a volte non dipende da noi. Altri hanno seminato cose che non volevamo.  
Dobbiamo pertanto accettare il fatto che la nostra vita non è solo nostra, ma che noi viviamo in un mondo. Dobbiamo accettare il fatto che anche altri abbiano seminato la loro semente: quella che avevano, quella che potevano o volevano seminare! E certe semine sono purtroppo mortifere. Ma è così. Qualcuno ha seminato zizzania: è una realtà. Ma qualunque cosa sia stata seminata, questo è e rimane il nostro campo: amiamolo, accettiamolo, accogliamolo, consapevoli che questo campo così come produce zizzania, negatività, insoddisfazione, può produrre anche vita, positività, luce. Accettiamo pure ciò che altri vi hanno seminato, ma iniziamo a seminare noi cose diverse e buone per noi. Non esiste infatti in assoluto il bene senza il male, la zizzania senza il grano, il positivo senza il negativo.
È molto infantile dividere il mondo in buoni e cattivi, in santi e delinquenti. È un principio troppo semplicistico. È un non voler accettare la complessità della vita e delle relazioni.
Noi tutti sogniamo l'uomo perfetto, un amore perfetto, un lavoro perfetto, una relazione perfetta, una vita perfetta. Questa illusione però rischia di distruggerci la vita, ci fa rincorrere un'utopia, una illusione che ci impedisce di goderla così com’è, tanto imperfetta, ma anche tanto bella.
In questo senso Gesù intende mettere in guardia tutti gli uomini dalla tentazione, molto diffusa anche oggi nelle maggiori religioni, di considerarsi gli autentici rappresentanti della volontà di Dio, i soli interpreti della sua Parola; di essere cioè a pieno titolo gli unici giusti e quindi gli unici eletti.
Egli però, in tutta la sua vita terrena, si è sempre espresso contro la “presunzione” dei migliori, degli arroganti, di quanti cioè si ritenevano impeccabili, giusti, osservanti, e che consideravano tutti gli altri dei peccatori, gente persa da condannare, gente sbagliata da convertire. Esempi di questo tipo sovrabbondano nel Vangelo: Farisei, Scribi, Maestri della Legge, erano davvero maestri nel disprezzare il prossimo.
Evidentemente egli doveva aver notato che la stessa tentazione si stava insinuando anche tra i suoi discepoli, tra coloro cioè che, seguendolo da vicino e ritenendosi i suoi confidenti, pensavano erroneamente di essere superiori agli altri.
Un errore, una ideologia, che nei secoli ha avuto una grande diffusione anche nella sua Chiesa, con risultati a volte drammatici: quanti fanatici, infatti, quanti “difensori” della fede e di Dio, hanno condannato innocenti, hanno ucciso, fatto guerre per estirpare gli “eretici”, per debellare il male dal mondo? La fanatica volontà di fare il bene ad ogni costo eliminando dal mondo ogni parvenza di male, ha fomentato guerre sante, rivoluzioni, inquisizioni, epurazioni, stermini razziali, arrivando a legittimare anche le più ripugnanti crudeltà.
Una religione che si ritenga strumentalmente superiore alle altre è una religione aggressiva e pericolosa; perché ogni superiorità imposta crea necessariamente inferiorità, crea pregiudizi, condanne e divisioni: di qua i buoni e di là i cattivi, da un lato gente salvata per diritto divino e dall’altro gente condannata senza appello. Ma il Dio di Cristo, ripeto, non è questo. Gesù non ci ha predicato un Dio come questo. Anzi Lui è il Padre di tutti, e ha mandato suo Figlio per tutti, per salvare tutti, ma proprio tutti.
Applicata alla nostra vita concreta, dunque, questa parabola ci dice che il campo su cui avviene la semina, è la nostra anima, siamo noi; e che in questo campo, nella nostra vita, crescono insieme grano e zizzania.
Non possiamo quindi vivere pensando, o sperando, di essere talmente bravi da produrre esclusivamente grano di prima qualità. Dobbiamo purtroppo fare i conti anche con la nostra zizzania, che a volte è delle peggiori. È un dato di fatto e dobbiamo accettarlo; dobbiamo cioè accettarci e amarci anche per i nostri lati oscuri, di non-luce, di non-bontà, di non-positività. È su questa dicotomia connaturale e inscindibile, che dobbiamo predisporre la nostra mietitura finale.
“Sei grano e zizzania”, ci dice Gesù. “Fai attenzione, perché se vuoi raccogliere solo grano scelto, estirpando la zizzania presente nel tuo campo, non ti rimarrà in mano nulla di nulla. Accettati umilmente così come sei: con le tue potenzialità, con i doni che ti ho dato, con le tue risorse; ma anche con i tuoi limiti, i tuoi errori, le tue vulnerabilità”.
Questo è importante: non cerchiamo di strafare ad ogni costo; non cerchiamo la perfezione “in assoluto”, al di sopra delle nostre possibilità. Cerchiamo invece di capire bene a quale grado di perfezione il Signore ci ha chiamati.
Perché un conto è voler essere perfetti, seguendo umilmente la nostra vocazione; un altro è mirare ad una perfezione assoluta, eroica, da “perfezionista”, che non ci appartiene: perché in questo caso otterremmo soltanto la soddisfazione del nostro “ego”, attraverso una continua e affannosa ricerca del riconoscimento e dell’ammirazione altrui.
Un perfezionista di questo genere è, oltretutto, un intransigente: per lui il mondo si divide unicamente in buoni e cattivi: non esistono altre possibilità. La sua vita è di conseguenza continuamente sotto stress, in totale ansia; spinto dalle sue vertiginose ed esclusive aspirazioni al bene, egli sarà sempre insoddisfatto di qualunque progresso, poiché la sua è una ricerca volta esclusivamente alla temporanea bontà del finito, e non a quella eterna dell’infinito, di Dio.
Egli vive fuori di sé, proiettato tutto all’esterno: è uno che non ha dubbi, uno che non ascolta mai i suggerimenti della sua coscienza, che non dà alcuna importanza a quanto gli suggerisce il cuore e, soprattutto, a quanto gli ordina di fare il Dio che abita in lui.
La nostra perfezione cristiana consiste dunque nell’attuare, nel dare vita, in semplicità e umiltà, a quel progetto che Dio ha tracciato per ciascuno di noi fin dalla nascita. Un programma semplice, adeguato alle nostre possibilità, che tiene conto dei nostri difetti, delle nostre miserie, delle nostre debolezze.
Del resto Gesù ha ottenuto le cose migliori proprio da persone nient’affatto perfette: da peccatori, pubblicani, prostitute, ecc. Egli non teme i nostri errori; Egli “teme” piuttosto la nostra insofferenza, la nostra megalomania, il nostro voler indossare abiti non nostri, decisamente fuori misura, stravolgendo in questo modo il vero senso della nostra vita.
L’uomo totalmente “perfetto” in questo mondo non esiste, perché tutti, chi meno chi più, siamo esposti alle prove della vita: in alcune ne usciamo vittoriosi, in altre dimostriamo tutta la nostra debolezza. Ebbene, in questo sta la nostra perfezione: trasformare vittorie e sconfitte in atti d’amore a Dio e ai fratelli.
Dopo la morte, un uomo si presentò davanti al Signore. Con molta fierezza gli mostrò le mani: “Guarda Signore come sono pulite e pure le mie mani!”. Il Signore gli sorrise, e con un velo di tristezza gli disse: “È vero, figlio mio; ma le tue mani sono anche vuote”.
Non perdiamo tempo allora, non intestardiamoci a voler scalare a tutti i costi le alte vette di una immaginaria “perfezione”. Stiamo con i piedi per terra, accettiamo umilmente dal Signore i nostri limiti, le nostre debolezze. Concentriamoci sul nostro più agibile “campetto”, coltiviamolo, seminiamo e facciamo crescere il nostro “grano” migliore, anche se frammisto all’inevitabile zizzania. È esattamente questo che il vangelo di oggi vuol dirci di molto importante. Amen.




giovedì 9 luglio 2020

12 Luglio 2020 – XV Domenica del Tempo Ordinario


“Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia. Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: Ecco, il seminatore uscì a seminare...” 
(Mt 13,1-23).

Siamo nel capitolo 13 di Matteo, il capitolo cosiddetto “delle parabole”. Gesù cioè parlava alla folla riferendosi a situazioni comuni, tratte dalla vita reale, dalla vita di ogni giorno, perché in questo modo gli riusciva più facile trasmettere i suoi insegnamenti, spesso profondi, anche alla gente più umile e culturalmente sprovveduta: la parabola infatti se da un lato può essere considerata infantile, un po’ sciocca, da chi si ritiene “superiore”, da chi la liquida a priori non volendo abbassarsi e lasciarsi coinvolgere, dall’altro è invece profondissima e salutare per chi vi entra dentro con il cuore. Se non la capiamo, significa che il nostro cuore è chiuso, è ottuso; non la capiamo perché siamo frastornati da mille preoccupazioni inutili, dal chiasso persistente del mondo.
Per ascoltare il vangelo, per meditare sulle sue parabole, per capirlo nel profondo dell’anima, dobbiamo inoltre comportarci esattamente come faceva Gesù: fermarci, sederci, cercare di isolarci dal frastuono che ci circonda, ma soprattutto isolarci da quella enorme quantità di pensieri, di preoccupazioni, di distrazioni, in cui la nostra mente come un frullatore ci agita di continuo: dobbiamo staccare la spina con decisione, e concentrarci sulle parole che abbiamo davanti, fissarci solo su di esse e ascoltare cosa ci dicono. E se noi ci mettiamo il cuore, se siamo decisi a regolare con esse la nostra vita... ci diranno molto più di quanto immaginiamo.
La parabola di oggi è particolarmente semplice: c’è un seminatore che sparge la sua semente, e questa cade su quattro tipi di terreno.
Il primo è la strada: la strada è l’impenetrabilità assoluta; è un terreno arido, battuto dai venti e calpestato da tutti, in cui niente può nascere e attecchire.
Il secondo è quello pieno di pietre, una pietraia: i sassi possono sembrare inizialmente una protezione per quella parte di seme che cade tra le fessure; in realtà sono i nostri facili entusiasmi, la nostra superficialità, la nostra faciloneria; rappresentano le persone volubili: all’inizio la cosa, la novità, le prende, ma basta una difficoltà perché tutto finisca.
Poi c’è il terzo terreno, quello ricoperto da rovi fitti e spinosi: in questo caso le spine indicano le condizioni di una vita soffocante, quando cioè non avendo ancora una personalità sufficientemente forte, la nostra crescita, il nostro sviluppo viene sottoposto a grosse pressioni psicologiche. Il seme prova a crescere ma, ancora debole, viene soffocato da tutta una serie di elementi esteriori.
Infine c’è il quarto terreno, questa volta quello buono: ed è qui, solo qui, che il seme porterà frutto in tutta la sua potenzialità.
Possiamo leggere questa parabola da diverse prospettive: e da ciascuna di esse il testo ci offre sempre un insegnamento chiaro e profondo.
Se per esempio immaginiamo di essere il seminatore, sarà il nostro comportamento a finire sotto esame: “come reagisco quando mi rendo conto che, nonostante tutte le mie fatiche per la semina, non ho ottenuto alcun risultato?”.
È una situazione piuttosto frequente: abbiamo seminato, abbiamo dato, abbiamo amato, ma non abbiamo raccolto assolutamente nulla; tempo e fatica sprecati. Capita. E ce ne rammarichiamo, magari anche imprecando. Ma chi fa le cose per amore, offrendo gratuitamente tempo ed energia, non deve abbandonarsi al pessimismo. Se è vero che gran parte di quanto seminato è andato perduto, è altrettanto vero che c’è sempre la possibilità che una parte, ancorché infinitesimale, nasca, cresca, e col tempo maturi. Quindi di fronte ad un naturale pessimismo, dobbiamo sempre contrapporre l’ottimismo che proviene dall’aver fatto le cose con amore. Dobbiamo cioè avere la certezza che il nostro seminare nella carità, pur in alternanze contrarie, darà sempre un risultato consolante.
Possiamo poi metterci dalla parte del seme: in tal caso dobbiamo chiederci: “Dove sono caduto? In che terreno sono caduto? L’ambiente in cui vivo o lavoro, che tipo di terreno è? È un terreno su cui la mia vita potrà germogliare e crescere rigogliosamente, oppure sarà destinata a rinsecchire?” Perché se viviamo nella strada o nei sassi, o tra i rovi, sarà molto difficile avere una vita sempre fertile e positiva. Ancora: “che tipo di seme sono? Qual è la mia unicità? In cosa devo crescere, cosa devo sviluppare in me? Qual è quella caratteristica, quella peculiarità che è solo mia? In cosa mi distinguo da tutti gli altri? In una parola: qual è il mio carisma?”.
È fondamentale conoscere le proprie reali possibilità, perché un uomo standardizzato, identico a tutti in tutto, un uomo che non si distingue dagli altri, è soltanto una fotocopia, un doppione, un uno qualunque sommerso dalla massa, privo di ogni originalità.
Un seme è potenzialità pura: in esso c’è già praticamente tutto, ma non sarà mai nulla se non viene piantato, irrigato, se non germoglia e si sviluppa.
Allora: “Cosa deve accadere perché io nasca? Cosa devo fare? Qual è il terreno che mi può far crescere?” Il vangelo dice chiaramente che non ovunque il seme può svilupparsi: ha bisogno di un humus particolare. Inoltre: “Cosa vuol dire per me germogliare?” Per poterlo fare un seme deve radicarsi, deve cioè mettere radici: “cosa comporta ciò nella mia vita?” Tutte domande che aspettano una risposta, che solo entrando in noi stessi possiamo dare!
C’è infine una terza possibilità: quella cioè di metterci dalla parte del terreno. Allora le domande da porci sono: “Che terreno sono io concretamente? Che tipo di terreno penso di essere?” Perché il vangelo parla chiaro: di fronte ai suoi insegnamenti (che sono il seme), ciascuno di noi (il terreno) reagisce in maniera diversa.
Ciò vale anche per chi si appresta a leggere queste mie considerazioni: è impossibile infatti che esse producano in tutti lo stesso identico effetto.
Alcuni sbirceranno qua e là qualche parola, senza molta convinzione, e cambieranno immediatamente pagina: rappresentano “la strada”, terreno arido: non ricorderanno nulla, neppure il vangelo di oggi.
Altri si sentiranno sul momento un po’ ricaricati, rigenerati, alleggeriti un po’ dai loro problemi; ma subito dopo torneranno ad essere come prima: indifferenti, annoiati, alle prese sempre con gli stessi problemi: è l’accusa che viene rivolta più spesso a certe persone che vanno a messa ogni domenica: “Vai in chiesa da una vita, e sei sempre uguale!”. Questi impersonano il terreno “sassoso”.
Altri ancora si sentiranno toccati nel loro cuore da Gesù e vorrebbero tanto poter adattare il senso di queste parole alla loro vita; ma la pressione, il giudizio degli altri, il rispetto umano, sono troppo forti e invadenti: “Ma credi ancora alle panzane che leggi? È sempre la stessa musica, è uno che parla, parla, e non si accorge che la vita reale è un’altra cosa; è un povero illuso!”: in questo modo il mini germoglio appena nato, verrà soffocato. Siamo nel terreno “con le spine”.
Eccezionalmente, però, può succedere che qualcuno, toccato nel cuore e nella mente dallo Spirito di Dio, esca da questa pagina più “motivato”, si senta meglio di come era entrato. Come mai? Perché ha scoperto, meditando queste parole apparentemente banali, un messaggio illuminante che il Divino Maestro riservava proprio a lui. Siamo nel “terreno buono”.
Lo stesso testo del vangelo, lo stesso “commento”, hanno dunque ottenuto risultati diversi: perché sono le persone ad essere diverse, sono i vari terreni su cui cade il seme della Parola. Il testo proposto è identico per tutti, è vero, ma non altrettanto lo è la fede, non le aperture o le chiusure mentali, non i pregiudizi, non le reazioni personali.
Allora non è tanto il seme l’elemento determinante, ma siamo noi, il terreno che lo riceve. Il seme che Dio sparge, uguale per tutti, trova una diversa efficacia in funzione del diverso terreno che lo accoglie: la strada arida, la pietraia, il roveto, quello fertile.
E se noi rappresentassimo un po’ tutti e quattro i terreni in questione? La parabola ci aiuterebbe comunque ad accettare, oltre che le conquiste (pochine), anche i nostri fallimenti (molti).
Gesù infatti ci accoglie e ci ama comunque anche se non riusciamo a realizzare positivamente ogni nostro proposito, anche se talvolta siamo decisamente dei terreni aridi: purché riusciamo almeno a dimostrargli di riconoscere umilmente la nostra situazione, e la volontà di riprovare con costanza a trasformarci in terreni fertili: non dobbiamo pretendere da noi stessi risultati eroici immediati, di raggiungere cioè in un solo giorno il massimo della perfezione: la scala della santità è lunga, irta di difficoltà, tutta in salita: fare un piccolo passo quotidiano in avanti, creare almeno una piccola zona di terreno fertile nella nostra anima, è quanto ci deve bastare per infonderci coraggio, per farci guardare al traguardo finale con fiducia e serenità: perché nel seguire Gesù l’importante è non deprimerci, non rinunciare a combattere, non desistere mai dal salire in alto, qualunque cosa accada, di qualunque genere siano i nostri fallimenti quotidiani, i nostri insuccessi, le nostre aridità. Amen.