domenica 1 giugno 2014

8 Giugno 2014 – Solennità di Pentecoste

“Mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!»”.
I discepoli sono terrorizzati. Cosa sta succedendo? Gesù è morto, lo hanno ucciso. Poi è risorto, molti di loro lo hanno rivisto, qualcuno lo ha anche toccato con mano. Infine, dopo averli incontrati in Galilea, se ne è andato definitivamente: “Ora che sarà di noi?”, si dicono perplessi. È un momento difficile per loro, un momento di crisi profonda, radicale, decisiva. E li possiamo capire. Quante volte anche a noi, trovandoci in una situazione altrettanto difficile, apparentemente senza sbocchi, non viene naturale pensare: “Ora che faccio?”.
Ma ecco la Pentecoste: cosa succede esattamente in questo giorno? Essi fanno un salto qualitativo decisivo, la loro vita subisce un totale sconvolgimento: da una comprensione del loro ruolo limitata, bassa, esteriore, terra-terra, passano ad un livello di cognizione decisamente superiore, profondamente interiore: dall’esteriorità passano cioè all’interiorità. Se prima si lasciavano guidare dai sensi, ora è il loro cuore, è ciò che hanno dentro che li illumina sul da farsi.
Questo passaggio di livello lo possiamo cogliere soprattutto nella prima lettura di oggi, tratta dagli Atti (sono essi e non i Vangeli che descrivono nel dettaglio la discesa dello Spirito sugli apostoli); e lo percepiamo attraverso l’analisi di tre immagini:
1. Il vento (At 2,2): non si tratta tanto di un vento esteriore, materiale, atmosferico, ma di un vento interno, un “soffio” spirituale. È il vento della libertà, dell’apertura, dell’amore; un vento che tutti possono avere: solo se uno ce l’ha, ha il coraggio di uscire, di esporsi al giudizio della gente, di affrontare le sfide, di osare, di rischiare, di esprimersi per quello che è, ecc. Se non abbiamo questo “vento” dentro di noi, siamo ancora nella stessa condizione degli apostoli prima della Pentecoste: pieni di paura (20,19).
2. Il fuoco (At 2,3): le lingue di questo fuoco non sono fisiche; è un fuoco che brucia dentro, una passione che ci arde l’anima. È la forza, il tormento, la tenacia, l’ardore, il coraggio; è “l’essere presi”; è il giocarci fino alla fine per una causa o un motivo, è l’entusiasmo, è la vitalità che ci brucia e arde dentro. Anche qui, se non abbiamo questo fuoco, continuiamo ad essere come gli apostoli prima della Pentecoste: freddi senza motivazioni, senza impulsi, rinchiusi in noi stessi.
3. Parlare le lingue (At 2,8-11): non è che di punto in bianco parlino materialmente tutte le lingue del mondo. Tutti li capiscono, è vero, qualunque sia il paese d’origine: ma ciò è possibile perché la nuova lingua che parlano, è la lingua del cuore, la lingua dell’amore; quella lingua che tutti capiscono, che fa rivivere, che fa vibrare l’anima, che parla al cuore.
Gesù non c’è più: a livello storico, materiale, Gesù non lo vedono più come prima, non gli possono parlare più come prima. Ma lo sentono con loro, dentro di loro, ad un altro livello, più alto, più spirituale: lo sentono dentro di loro come libertà, come passione, come coraggio, come amore; e da questo punto di vista, Lui è sempre con loro, più di prima.
Ma ritorniamo a noi: anche a noi serve un salto di qualità: serve anche a noi lo Spirito. Se continuiamo a rimanere sul livello esteriore, materiale, non avremo mai certezze, non avremo sicurezze, non avremo coraggio; perché è nell’intimo, è nello Spirito che ci inabita, che troviamo il coraggio di osare, di capire, di salire sempre più in alto.
Prendiamo per esempio l’andare in chiesa: se noi non facciamo un vero salto di fede, continueremo ad essere dei semplici esecutori materiali, distaccati e superficiali, di regole esteriori. Quello che sentiamo a livello materiale sarà pertanto: “Sono a posto, sono in “regola”. Ma siamo sufficientemente bravi anche per Dio?”. Se ci confrontiamo sul livello spirituale, infatti, sentiamo che Dio non è qualcuno da tenersi buono, per paura di castighi, ma qualcuno di cui innamorarsi, di cui appassionarsi; di qualcuno che per amore ci fa cambiare modo di pensare,di credere, di vivere.
Oppure guardiamo la nostra insoddisfazione: a livello materiale noi cerchiamo di risolverla distraendoci, divertendoci, magari con un viaggio, con questo o quello, pensando che ciò ci renderà felici; o magari pensando che si tratta di una cosa passeggera, che prima o poi passerà; quindi aspettiamo. A livello spirituale, invece, il traccheggiare, il rimandare, il perdere tempo, non esiste; dobbiamo fare un salto decisivo: perché se non troviamo un senso profondo per cui vivere, un motivo che catalizzi le nostre energie, saremo sempre insoddisfatti.
Cos’è allora che ci salva? Solamente se facciamo un salto al nostro interno. Se riusciamo cioè a dare un nuovo senso alla nostra vita, un senso più vero, più profondo, più spirituale, insomma diverso.
Il nostro compito primario – come ci insegna la Parola di oggi - è infatti quello di trasformare il materiale in spirituale. Il grande simbolo che ci deve ispirare è il Crocifisso. La croce è formata da due bracci: uno orizzontale e uno verticale. Su quello orizzontale ci sono le braccia aperte di Gesù che prende, accoglie, raccoglie, accetta tutto ciò che c’è nel mondo: odio, cattiveria, ingiustizia, morte, tradimento, ecc. Su quello verticale c’è la persona di Gesù che porta, eleva, trasforma tutto questo in opera di salvezza. Per questo possiamo dire che se la Croce, da un punto di vista materiale, storico, è un obbrobrio di ingiustizia, di sadismo, dal punto di vista spirituale è la nostra salvezza, è lo strumento con cui Lui ci salva. Gesù cioè per mezzo della croce dà un senso alle ingiustizie del mondo e all’odio stupido e ingiusto che riceve dall’umanità. Ma ciò che gli è capitato, ha un senso? Storicamente no, è una brutalità, una bestialità. Ma con la Pentecoste Gesù ci fa capire, trasforma il non-senso terreno della croce, in senso spirituale di salvezza, il non senso in opera di redenzione.
Gesù è il Sommo Sacerdote (sacrum facere=rendere sacre le cose). Gesù sacralizza questa umanità che lo ha ucciso e continua a ucciderlo. È Pontefice (pontem facere=gettare un ponte): è colui cioè che fa da ponte, che mette in contatto il materiale con lo spirituale, l’uomo peccatore con Dio Amore e misericordia.
Tutti noi siamo pertanto chiamati ad essere sacerdoti (pontefici): tutti noi dobbiamo trasformare il materiale in spirituale. Perché solo così tutto ciò che ci succede viene elevato, trasformato, sacralizzato. La materia diventa spirituale; ciò che è basso diventa alto e ciò che è senza senso inizia ad averlo per noi. E quando il sacerdote trasforma un po’ di pane (materia) in Corpo di Cristo (Spirito) e un po’ di vino (materia) in sangue di Cristo (Spirito), ci siamo anche noi su quell’altare, sacerdoti della nostra vita, per trasformare, elevare, sacralizzare i nostri giorni e ciò che ci succede. Tutto è spirituale per chi ha lo Spirito nel cuore. Tutto è materiale per chi non si eleva e non diviene sacerdote della propria vita.
La festa di Pentecoste esprime appunto la grandiosa verità che Dio abita dentro di noi. Dio non è più presente fisicamente in mezzo a noi, Dio è presente in noi con il suo Spirito.
Se noi chiediamo alle persone cos’è lo Spirito, la maggior parte non sa cosa rispondere. E non sa rispondere perché non lo conosce, non ne ha esperienza, non lo ha mai vissuto.
Molti pensano che lo Spirito sia un qualcosa che si “aggiunge”, che si attacca a quello che già siamo; e poiché ci sta bene così come siamo, dello Spirito possiamo anche farne a meno. Ma lo Spirito non è un di più, un’aggiunta, un accessorio: è qualcosa di noi, del nostro essere, un qualcosa che ci fa essere. Lo Spirito di Dio non decide di scendere su di noi in un certo giorno della nostra vita; egli abita in noi da sempre, ci ha fatto nascere.
Altri pensano che lo Spirito sia in contrasto, sia incompatibile con la materia, con l’uomo: per loro spirituale, equivale a disincarnato, fuori dal mondo; quando pensano ad una persona spirituale si immaginano un santo monaco che vive fuori dal mondo, che prega in solitudine e che odia tutto ciò che esiste nel mondo. Nulla di più sbagliato. Queste persone dovrebbero infatti leggere un po’ di più il vangelo e prendere nota di quanto “materiale” sia stato Gesù: mangiava, beveva, faceva festa, si divertiva, toccava e abbracciava. E con tutto ciò non possiamo certo dire che non fosse spirituale!
Essere spirituali, quindi, non è pregare molto, fare tante cose religiose, frequentare la chiesa, fare penitenze, compiere pellegrinaggi o dire rosari. Essere spirituali vuol dire vivere in modo che tutte le nostre azioni, i nostri pensieri, la nostra vita, confermino all’esterno la presenza dello Spirito di Dio che è dentro di noi. È semplicemente un modo di vedere e di vivere le cose.
Materia è infatti il pane della domenica sull’altare. Ma Spirito è quando vediamo in quel pane, il Pane, il Cristo. Materia è quando vediamo in una persona solo uno che ci disturba, uno che scoccia, uno che ci dà fastidio. Spirito è quando iniziamo a vedere in essa un fratello che soffre, uno che ha un cuore e un’anima bisognosi d’amore.
Materia è quando vediamo al mattino soltanto un altro giorno di lavoro. Spirito è quando vediamo nel nuovo giorno un regalo divino, un’altra opportunità che ci viene regalata dall’alto per sperimentare la vita.
Materia è quando qualcosa ci fa innervosire. Spirito è quando iniziamo a chiederci il perché, il che cosa dobbiamo imparare o che cosa dobbiamo cambiare del nostro comportamento o del nostro modo di pensare. Materia è mangiare, spirito è gustare. Materia è respirare (avviene in automatico), spirito è essere consapevoli del nostro “soffio” (non a caso ruah, spirito, in ebraico vuol dire anche “soffio”). Materia è sentire il canto degli uccelli, spirito è ascoltare il canto degli uccelli.
Tutta la nostra vita può essere quindi terribilmente materiale o terribilmente spirituale; piena di buio o splendente di luce. Tutto può essere materia o tutto può essere spirito: dipende solo ed esclusivamente con quali occhi noi guardiamo: se con quelli del corpo o con quelli dell’anima, dello “Spirito”. Amen.
 

mercoledì 28 maggio 2014

1 Giugno 2014 – Ascensione del Signore

«Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,16-20).
Gesù è vivo; è risorto; e incontra i suoi discepoli.
Li incontra in Galilea: come mai in Galilea e non in Gerusalemme, dove già si trovavano? Perché la Galilea è il luogo della vita (Betlemme) mentre Gerusalemme è il luogo della morte. In certi luoghi, come in certe persone, non possiamo incontrare il Signore: sono “ambienti” di morte, vuoti, dove regna solo l’odio, l’invidia, la rabbia. Li incontra poi “sul” monte che aveva loro fissato (l’articolo determinativo indica che si tratta di quel preciso monte e non di uno a caso; proprio quello e nessun altro). Di che monte si tratta? Matteo fa capire di conoscerlo molto bene: è il monte delle beatitudini.
Su quel monte Gesù ha tracciato le linee chiave della nostra vita cristiana: avere cioè un cuore grande, in modo da poter contenere il mondo; essere vulnerabili, in modo da poter percepire Dio, sentire la gioia e il dolore proprio e di ogni uomo; avere un cuore vivo, che pulsa, che vibra, che sente, che piange, che lotta, che è capace di misericordia; operare scelte radicali (“avete inteso che fu detto, ma io vi dico”), lasciar andare ciò che non ha più senso; percepire e manifestare il nostro scopo di vita (essere sale e luce); avere una fiducia incondizionata e smisurata in Dio che ci protegge, lui, che nutre gli uccelli del cielo e veste i fiori del campo; non giudicare nessuno e non credersi superiori di qualcuno; non usare nessuna violenza, fisica, psicologica, morale, genitoriale, per sottomettere gli altri.
Bene: è qui, su questo “monte”, che anche noi dobbiamo incontrare Dio; è cioè in questo contesto, a queste condizioni, che possiamo “incontrare”, fin da ora, il Signore.
Ma in pratica cosa dobbiamo fare, come dobbiamo comportarci per vederlo?
Il monte delle beatitudini rappresenta il cammino che dobbiamo percorrere. Se vogliamo incontrare Dio, dobbiamo purificare la nostra anima, rendere trasparente il nostro cuore, portare la luce nel nostro buio profondo, cambiare i nostri schemi mentali, rigidi e fissi.
Il Risorto non è un’esperienza per pochi eletti: il Risorto è per tutti! Tutti possiamo vederlo. Non solo gli apostoli, ma ciascuno di noi può incontrarlo, può “vederlo”: purché si incammini verso la vetta di quel monte. Soltanto là sopra, ci sarà l’incontro.
Molti di noi dicono: “Vorrei incontrare il Signore, perché mi sento sempre così vuoto?”. Per forza, perché noi contiamo soltanto sulle cose di questo mondo, sulle ricchezze, sul benessere, sui soldi: quella è la nostra ricchezza; e di quella soltanto ci fidiamo. Ma solo chi si affida completamente a Dio, solo chi lascia le certezze e le sicurezze di questo mondo, può incontrarlo. Beati i poveri in spirito, dice Gesù; beati i poveri che sanno perdere le false sicurezze per trovare l’unica cosa che dà certezza nella vita: Dio. Chi invece ha l’anima già colma di altre cose, non ha più spazio per Dio.
Altri dicono: “Non lo sento il Signore, non mi riscalda, non mi dà niente, è solo un bel pensiero; a che mi serve andare in chiesa se non percepisco nulla?”. Non lo sentono, perché lo ignorano: ogni volta che “stanno male” non pensano a Lui, fanno finta di niente, non ascoltano la voce del cuore. Rifiutano di accettare le prove della vita, le sofferenze. Quando queste emergono fanno di tutto per annegarle, per dimenticarle, per accantonarle. E in questo modo si sono costruiti una corazza nel cuore: diventano impermeabili a tutto, praticamente morti nell’anima. Beati gli afflitti, dice invece Gesù. Beati quelli che sanno piangere, che sanno commuoversi, che percepiscono il proprio dolore e quello del mondo intero!
Ci sono inoltre persone che dicono: “Mi piacerebbe venire agli incontri sul vangelo, è che alla sera è tardi”. Altre: “Se avessi più tempo verrei di più in chiesa”. Ma a questi signori dobbiamo rispondere: l’uomo mangia volentieri solo se ha fame. Se non c’è il desiderio, la voglia, la brama, l’attrazione, la spinta, non se ne fa nulla, fosse pure Dio. Beati invece quelli che hanno fame e sete di cose vere, profonde; che hanno fame di verità, di autenticità: perché solo costoro troveranno ciò che cercano: troveranno Dio, che è la realtà più vera, profonda e autentica.
Molti infine sbuffano dicendo: “Questo mondo fa schifo! Non ti puoi fidare di nessuno! Tutti ti fregano! Tutti pensano a se stessi!”. Purtroppo siamo portati a giudicare sempre, in continuazione. Non abbiamo pazienza.
Quante volte tagliamo corto e così pensiamo di aver sistemato le cose! Quante volte usiamo la violenza del nostro potere: “Qui comando io!; io sono tuo padre; io sono l’autorità, ecc. ecc.”.
Beati quelli che, al contrario, sanno valorizzare i lati positivi del prossimo, che amano i loro fratelli. Solo così saranno costruttori di pace, di unione, di fraternità.
I discepoli, dunque, vedono Gesù e lo riconoscono. Alcuni però dubitano. Di che cosa dubitano? Non certo del Signore, ma di loro stessi! “Ce la faremo a stargli vicino, rischiando anche noi di morire, come lui?”; “cosa ci accadrà? Ne varrà la pena? Avremo la forza per andare avanti?”.
Il dubbio è malefico: è la piccolissima incrinatura nella diga: la farà crollare, è solo questione di tempo. Il dubbio compromette il nostro valore, le nostre sicurezze, la stima in noi stessi. Il dubbio è quella voce sottile ma terribile che ci dice: “Non ce la farai; è troppo per te; non hai le forze; ma chi ti credi di essere?”. Il dubbio crea insicurezza, paura, spezza il nostro coraggio, i nostri sogni, i nostri slanci; la fiducia al contrario crea forza, valore e sicurezza. Gesù infatti si fida dei suoi discepoli; crede in loro e li invia in missione: “Andate e ammaestrate tutte le nazioni”. Vi immaginate la faccia dei discepoli? Loro dubitano di sé e Lui li invia in tutto il mondo! Non credono in loro stessi: ma Gesù conosce ciò che hanno dentro, conosce il loro valore, per questo li manda.
Non possiamo credere realmente in Dio e non credere in noi stessi. Non perché siamo dei superman, degli eroi ma solamente perché Lui abita in noi. Se Dio è in noi allora noi disponiamo di una forza divina. Aver fede in noi stessi non è tanto aver fede in noi ma in chi abita dentro di noi.
Gesù ha detto: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Per questo non dobbiamo temere: se dubitiamo di noi, ricordiamoci di chi c’è con noi, ricordiamoci di chi c’è dentro di noi.
Questa verità dovremmo ricordarcela ogni mattina quando ci alziamo: “Anche oggi Io sono con te: vai tranquillo”.
E allora quando abbiamo paura: “Io sono con te”; quando ci sentiamo soli: “Io sono con te”; quando nessuno è con noi: “Io sono con te”; quando ci vergogniamo di noi: “Io sono con te”; quando sentiamo di non avere le forze, quando ci vien da gettare la spugna, di lasciarci andare: “Io sono in te”; quando non sappiamo dove trovare la forza, ricordiamoci: “Io sono qui dentro di te”; quando non sappiamo più dove aggrapparci, cosa fare o dove sbattere la testa, ricordiamoci: “Io sono in te”.
In ogni situazione ricordiamoci sempre: “Io sono con te tutti i giorni”. Non ci sarà mai un giorno della nostra esistenza in cui noi siamo soli o abbandonati. Lui è e sarà sempre con noi, in noi.
Ricordate il racconto “Orme sulla sabbia”? È molto bello, poetico e ci conferma questa verità. Ve lo riporto:
«Questa notte ho fatto un sogno; ho sognato che camminavo sulla sabbia, accompagnato dal Signore, e sullo schermo della notte erano proiettati tutti i giorni della mia vita.
Ho guardato indietro e ho visto che per ogni giorno della mia vita, apparivano orme sulla sabbia: una mia e una del Signore.
Così sono andato avanti, finché tutti i miei giorni si esaurirono.
Allora mi fermai guardando indietro, notando che in certi posti c’era solo un’orma...
Questi posti coincidevano con i giorni più difficili della mia vita; i giorni di maggior angustia, di maggiore paura e di maggior dolore...
Ho domandato allora: “Signore, Tu avevi detto che saresti stato con me in tutti i giorni della mia vita, ed io ho accettato di vivere con te, ma perché mi hai lasciato solo proprio nei momenti peggiori della mia vita?”
Ed il Signore rispose: “Figlio mio, Io ti amo e ti dissi che sarei stato con te durante tutta il tuo cammino e che non ti avrei lasciato solo neppure un attimo, e non ti ho lasciato...
i giorni in cui tu hai visto solo un’orma sulla sabbia, sono stati i giorni in cui Io ti ho portato in braccio”. Amen.

giovedì 22 maggio 2014

25 Maggio 2014 – VI Domenica di Pasqua

«Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi» (Gv 14,15-21).
Il vangelo di oggi è il seguito di quello di domenica scorsa: là annunciava la sua partenza per un’altra vita, per un altro luogo dove c’è posto per tutti. Oggi Gesù annuncia ai discepoli che se Lui se ne va, se non vedranno mai più il suo volto, Egli tuttavia sarebbe rimasto con loro sotto un’altra forma, in un altro modo, in maniera diversa: nello Spirito Santo: “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità”.
Ebbene: entrambi i brani sono accomunati dalla tristezza dei discepoli, dal loro sentirsi soli, abbandonati, orfani, pieni di paura. E si chiedono preoccupati se da soli riusciranno mai a farcela.
Tutti noi abbiamo bisogno di padri, di maestri, di riferimenti, di leggi, di regole chiare e precise. Lo scopo di un maestro infatti è soprattutto quello di fare dei suoi discepoli altrettanti maestri. Chi ci ama vuol farci adulti, indipendenti, maturi, anche a costo che tutto ciò possa allontanarci da lui.
Ma non si può essere sempre discepoli: ciascuno deve diventare maestro, responsabile della propria vita.
Se Dio avesse voluto che non ragionassimo, che non fossimo responsabili di noi, non ci avrebbe dato il cervello. Invece se ci ha dato le gambe, vuol dire che dobbiamo camminare. Se ci ha dato gli occhi, dobbiamo osservare ciò che ci circonda. Se ci ha dato le orecchie, dobbiamo ascoltare. Così se ci ha dato un cervello, vuol dire che dobbiamo usarlo. Volare non significa soltanto muovere le ali, ma restare in aria senza alcun sostegno.
La gente crede che lo Spirito Santo sia un po’ come avere una radioricevente in testa. Basta accenderla e una voce ci fa sentire tutto quello che ci serve. Basta premere un pulsante e sapremo cosa esattamente dobbiamo fare. È senz’altro un’idea simpatica, ma non funziona così!
Il Cristianesimo non ci regala Dio: ci insegna invece a cercarlo, a meritare la sua amicizia, spesso anche con molta fatica, e questo delude molti. Così pure il Maestro, il Consolatore, lo Spirito, non è colui che ci guida meccanicamente, che ci offre la pappa sempre pronta, che mette continuamente Dio in noi; ma è colui che ci aiuta a scoprire prima di tutto noi stessi, a scoprire la realtà delle cose, e quindi ad “incontrare” Dio: sì, perché Dio c’è già dentro di noi; non serve che qualcuno ce lo metta un’altra volta: al massimo può aiutarci a scoprirlo, a riconoscerlo, ad amarlo.
La gente, nella vita, preferisce quelle guide che danno ordini, che stabiliscono loro tutto ciò che c’è da fare, come comportarsi, cosa è giusto o ingiusto, ecc. La gente ha bisogno di sentirsi sempre bambina, infantile, di trovare dei papà, dei miti, degli idoli da seguire, da imitare, da copiare; ha bisogno che qualcuno le indichi per filo e per segno la strada da seguire. Ma non va bene: per un po’ di tempo si può anche rimanere bambini, ma non per sempre. Dobbiamo assolutamente crescere ed essere autonomi!
Poi Gesù aggiunge ancora: “Fra un po’ non mi vedrete più”. Cioè: sto per morire, stanno venendo per prendermi e uccidermi. Ma – aggiunge – “voi continuerete a vedermi perché io vivo, vivo in voi, e voi vivrete”. Gesù sentiva che gli apostoli gli volevano bene. Anche se erano uomini pieni di paura, gretti, sclerotizzati, e a volte proprio duri a capire, tuttavia gli volevano bene, e questo bastava. Gesù sentiva che loro lo amavano, e sentiva che le sue parole facevano breccia nei loro cuori, sentiva che la sua vita li affascinava, che pur impauriti, erano innamorati del suo messaggio. Gesù sente che quello che i suoi dodici amici hanno visto, fatto, sentito, provato con lui, è entrato nel profondo del loro cuore, della loro anima; fa parte ormai di loro e non potranno più dimenticarselo. Non potranno più perderlo. Succede anche a noi: ci sono infatti esperienze che abbiamo vissuto nella nostra vita che conserviamo gelosamente. Ci sono persone, che ci hanno amato per davvero, che rimarranno per sempre con noi, vivranno in noi. Persone che ci hanno guarito dalle nostre miserie, che ci hanno aperto gli occhi, che ci hanno fatto vedere la verità, che ci hanno infiammato il cuore: sono persone che, come è successo agli apostoli con Gesù, rimarranno per sempre con noi. Nessuno potrà strapparcele via, neppure la morte.
Poi Gesù parla dello Spirito Consolatore. Consolatore, in greco, è Paraclito. Paraclito significa anche Avvocato, colui che è chiamato in causa per difenderci, che sta con noi quando siamo soli. Ma Consolatore vuol dire soprattutto uno che ci aiuta, che ci protegge, che ci sta vicino, che non ci lascia soli. Spesso anche noi ci ritroviamo soli, persi, in balia di un mondo che vive tutt’altre cose dalle nostre. Allora il Consolatore ci invita ad aver fiducia nel nostro cuore. Anche se ci sentiamo soli, anche se ci sentiamo non capiti, anche se ciò che viviamo è contrario a quello che fanno gli altri.
Il Paraclito metterà anche grandi consolazioni nella nostra strada: metterà cioè al nostro fianco qualcuno che ha la nostra stessa sensibilità, qualcuno che ci aiuterà, qualcuno che ci difenderà, qualcuno che ci proteggerà, qualcuno che entrerà nel nostro mondo con rispetto e che lo capirà. É sempre stato così. Dio ci consola mettendo nel nostro cammino i suoi angeli, persone che ci aiutano, che condividono la strada, la nostra passione, che ci aiutano. Lui non c’è più materialmente, ma ci sono i suoi angeli. Se ci fidiamo di questo, anche se in alcuni giorni ci sentiremo soli, non saremo mai soli. Allora: guardiamoci attorno! Dio non c’è, ma si nasconde sotto altri nomi. Si nasconde nelle persone che ci stanno accanto, nel nostro prossimo. Lo riconosciamo? Lo vediamo? Chi sono i nostri angeli? La lettera agli Ebrei ci ricorda che “alcuni hanno accolto gli angeli senza saperlo”. Ebbene, anche se non li conosciamo, accogliamoli questi nostri angeli "terrestri", perché Dio ci parla e ci si fa vicino proprio attraverso di loro. Amen.

venerdì 16 maggio 2014

18 Maggio 2014 – V Domenica di Pasqua

«Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: Vado a prepararvi un posto? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via» (Gv 14,1-12).
Siamo durante l’ultima cena. Il brano del vangelo di oggi è uno stralcio del lungo discorso di Gesù, pronunciato in tale occasione e riportatoci da Giovanni. Finita la cena, durante la quale lava i piedi ai presenti, quasi in segno di addio, Giuda esce frettolosamente per consegnare il Maestro ai suoi nemici. Tutti sono preoccupati, presagiscono che sta per accadere qualcosa di molto grave; sono sconvolti dalle parole di Gesù (il verbo greco tarasso indica una profonda agitazione, una tempesta interiore); si sentono perduti. A questo punto mille domande sorgono impetuose dal loro cuore: “Che ne sarà di noi? Cosa ci succederà? Dove andremo a finire? Finirà tutto? Ci siamo sbagliati a credere in Gesù?”. E lo assediano di domande, di chiarimenti; vogliono avere certezze.
Gesù risponde con dolcezza: “Non abbiate paura. Abbiate fiducia in me e in Dio. Vado a prepararvi un posto”. Cosa vuol dire esattamente? È un semplice invito a sperare, una frase di cortesia, o si fonda su qualcosa di concreto? Gesù quindi li rassicura: “Abbiate fede in me, ci rivedremo, state tranquilli. Vi ho mai lasciato?”. Le sue parole sono rassicuranti, danno fiducia, perché si fondano su tutto quello che Lui ha fatto in precedenza. Non sono chiacchiere, promesse a vuoto: il suo è amore, che richiede da parte nostra soltanto una fiducia solida in Lui: percepiamo dalle sue parole un qualcosa di certo, di forte, di solido; e le esperienze che abbiamo vissuto ci dicono che possiamo fidarci e lasciarci andare, anche se non capiamo il perché.
Purtroppo nella nostra vita non è facile avere la “sicurezza”, contare su basi “solide”, provare un amore “indistruttibile”: hesed (amore fedele), in ebraico, significa letteralmente “roccia”, un amore quindi incrollabile sul quale possiamo piantare la nostra esistenza, sapendo che terrà, che non cederà mai.
Esiste per caso un qualcosa di sicuro su questa terra? Assolutamente no. Per esempio quando ci sposiamo, e ci diciamo: “Per sempre”, non esprimiamo una certezza, un dato di fatto: è un nostro impegno, è un desiderio, un programma che intendiamo realizzare. Così pure per le amicizie, per i rapporti, per i legami, per il lavoro, per le convinzioni religiose, per le scelte fatte: il nostro “per sempre”, non esprime una realtà, un dato già acquisito, già consolidato, solo perché ci siamo detti “per sempre”; è un progetto tutto da costruire. Su questa terra non esiste nessuna certezza eterna, perché tutto è passeggero, tutto è transitorio. Anche se per noi è difficile accettarla, la verità è questa: “panta rei”, tutto passa, tutto diviene, nulla rimane, nulla è certo.
Ma è proprio vero che “tutto” passa? È proprio vero che nulla rimane “per sempre”? Nossignori: una cosa c’è che rimane: è “l’a-more” (dove l’a privativa e mors, morte, indicano appunto la non-morte): è l’amore, in assoluto l'unica forza in grado di oltrepassare ogni “limite”, di superare ogni “separazione”, anche il distacco della morte. Un giorno tutto sparirà (ma proprio tutto): solo ciò che è amore rimarrà, perché l’amore è eterno: dura oggi, domani, dopodomani, “per sempre”. Ecco allora che dove non c'è amore, non c'è neppure il “per sempre”, e non c’è neppure la fedeltà: poiché è l'amore che fonda la fedeltà, non la fedeltà che fonda l'amore.
Questo è in sintesi il senso del “Discorso di Addio” pronunciato da Gesù nell’ultima cena e riportatoci da Giovanni (14,13-17): “Io vi amo. Voi fidatevi del mio amore”. La forza dei discepoli e della Chiesa si basa infatti su questi due elementi: l’amore da una parte, la fiducia dall’altra.
Perché i discepoli possono fidarsi di Gesù? Perché hanno visto, sentito, sperimentato il suo amore. Le rassicurazioni umane non servono a nulla: “Ti amerò per sempre; non ti lascerò mai; io per te ci sarò sempre; puoi contare sempre su di me”; certo, sono parole confortanti, ma l'unica cosa che ci permette veramente di fidarci è il “sentire” intimamente che l'altro c'è, che ci ama, che non ci abbandonerà mai: una certezza maturata nell’esperienza di ogni giorno.
Lo stesso è successo con i discepoli: come mai ad un certo punto non hanno avuto più paura? Che molla è scattata in loro, per cui dal terrore, dalla fuga, sono passati a seguirlo, a difenderlo apertamente?
Perché dopo la passione e la risurrezione di Gesù, in loro è pian piano maturata una nuova “visione” di Gesù e delle sue parole: ora lo “rivedono” nelle sue apparizioni con altri occhi; lo sentono vivo in cuor loro, lo sentono come fuoco, passione, vita, coraggio, presenza in loro.
Tommaso e gli apostoli, la Maddalena, Paolo, subiscono ciascuno un “trauma” dall’incontro personale con Gesù. Non credono in Lui perché qualcuno glielo ha detto o comandato: credono in Lui, hanno piena fiducia in Lui, perché hanno visto, sperimentato, toccato.
Ciò che ha cambiato e stravolto la loro vita non è stato l'incontro con Gesù il Maestro per le strade della Palestina (già questo li aveva sconvolti abbastanza!) ma l'incontro con il Gesù Risorto. Improvvisamente si sono accorti di averlo dentro di loro: il Maestro, la passione, la forza, la vita, che prima trovavano in Gesù fuori, ora ce l’hanno dentro. Gesù Risorto è in loro. Per questo vanno dovunque gridando: “Lui vive! Lui è risorto!”. E ne sono convinti, perché lo hanno incontrato, visto, identificato da risorto. Nei vangeli infatti la resurrezione non è mai un discorso ma sempre un incontro tra il Risorto e la persona. Tutti i discepoli che lungo la storia hanno seguito il Signore, lo hanno fatto perché ad un certo momento lo hanno incontrato. È stata un'esperienza personale (nei vangeli è un'apparizione) che ha cambiato la loro vita, l'ha sconvolta; un’esperienza che ha dato, che ha creato nei loro cuori quella scintilla che li ha spinti a seguirlo dovunque la sua Voce chiamasse.
Ecco: il nostro incontro con il Risorto deve essere anche per noi una “bomba nucleare” che ci cambia la vita, ci sconvolge, ci rende diversi. Quando si parla di “fede” la gente pensa a un qualcosa di posticcio, uno smussare, un addolcire, un aggiustare il nostro carattere, un diventare un po' più gentili, più buoni con gli altri, più amabili: insomma una specie di restyling personale. Ma l'incontro con il Risorto è un uragano che spazza via tutto e ci fa completamente diversi. Perché quando lo sentiamo presente e Vivo dentro di noi, è impossibile rimanere come prima. E se non siamo cambiati, se siamo sempre uguali, vuol dire che non lo abbiamo ancora incontrato. È così. Fede è cambiare vita, è fare un incontro decisivo con Uno, dopo il quale non possiamo mai più essere gli stessi.
Per questo non dobbiamo avere timore, o provare imbarazzo, nel proporre ai nostri fratelli, ai nostri amici, incontri alti, forti, profondi, duri, intensi con Gesù: non dobbiamo vergognarci di dire alle persone che la fede è questo, altrimenti pensano che la fede sia una preghiera, una buona azione, un gesto d'amore. La fede al contrario è un incontro che ci cambia la vita; è un incontro con l’Amore che ci fa vivere la vera Vita.
Ci sono tante vie per arrivare a Dio, siamo tutti diversi, e ciascuno deve fare il “suo” incontro; c'è chi arriva a Dio attraverso la parrocchia, chi arriva attraverso le sofferenze della vita, attraverso le malattie, le disgrazie; c'è chi arriva aiutando le persone e facendo della propria vita un servizio per gli altri; c'è chi arriva con una vita contemplativa e monastica, c'è chi arriva passando per una vita mondana; c'è chi arriva consacrandosi solo a Dio, c'è chi arriva dedicandosi alla famiglia.
Ma c'è anche chi non arriva mai ad incontrare Dio: non ha interesse, è sordo, sta bene così; pensa che siano solo “panzane” destinate a persone psicolabili, poco furbe: è convinto di essere felice così com’è; ma si accorgerà che è solo una temporanea illusione. E poi, tranquilli: non vuole incontrare Dio? Sarà Dio che incontrerà lui: perché Dio prima o poi, con il suo amore arriva a tutti. È solo questione di forma e di tempo. Amen.

giovedì 8 maggio 2014

11 Maggio 2014 – IV Domenica di Pasqua

«Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro. Allora Gesù disse loro di nuovo: “In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo” (Gv 10,1-10).
Gesù, per spiegare le grandi verità di Dio, e farsi capire, usa semplici immagini proprie del suo tempo. Il “recinto” era una specie di muretto che circondava uno spazio utilizzato da più pastori. Alla sera i pastori vi conducevano le pecore e di notte bastava un solo guardiano. Al mattino, quando il pastore ritornava, chiamava le sue pecore per nome e queste lo riconoscevano dalla voce. Ecco perché le chiama “una ad una” e perché le pecore “conoscono la sua voce”: era una cosa che tutti conoscevano e che succedeva continuamente. Le pecore conoscevano la voce del loro pastore perché tutto il giorno stavano con lui: lui le proteggeva, lui le difendeva, lui le portava al pascolo. Si creava tra di loro un rapporto di conoscenza, di relazione.
Oggi l'immagine del pastore a noi dice ben poco; la civiltà pastorizia è quasi completamente scomparsa, ma a quel tempo essa era praticata da gran parte della popolazione.
Il testo tuttavia, offre anche a noi numerosi spunti di riflessione.
Il pastore è colui che ci ama, colui che ci conduce verso la vita, verso il pascolo, verso il nutrimento; il pastore è colui che ci difende, che ci protegge dagli attacchi nemici, che ci aiuta nei momenti difficili; il pastore è il nostro sicuro riferimento per sapere dove andare, quale strada percorrere. “State attenti” – ci mette in guardia Gesù – “perché molti vengono da voi in nome di Dio e in nome dell'amore. Molti vengono dicendo di volere il vostro bene. Voi però state attenti perché molto spesso si tratta di briganti e ladri!”. Ma allora come individuarli? Semplice: il pastore (genitore, coniuge, amico, prete o guida spirituale che sia) entra per la “nostra porta” solo per darci vita, per farci crescere, fiorire, evolvere, per farci diventare migliori. Il ladro invece viene per rubare, per sottrarci quello che abbiamo di più bello, per distruggere i nostri sogni, per legarci alla sua volontà. Il pastore ci invita, ci consiglia, ci persuade senza nulla imporci, non usa la forza, è sempre attento, presente, disponibile. Il ladro è violento, prepotente, ci colpevolizza, vuole sottometterci, rubando la vita che abbiamo dentro. Il pastore ci conduce alla verità, il ladro ci trascina nell’inganno: ci fa giudicare vero quello che è falso e falso quello che è vero.
Se una persona ci umilia continuamente, ci disprezza, ci fa sentire in colpa su tutto e sminuisce ogni nostra iniziativa, è un brigante; se una persona ci fa sentire solo cattivi, sporchi, sbagliati, è un brigante; se una persona ci fa sentire comunque degli idioti, dei cretini, degli stupidi, è un brigante. Se una persona ci usa per soddisfare il suo piacere fisico o i suoi interessi, è un brigante; se una persona pretende di starci troppo addosso, ripetendoci insistentemente che senza di noi non può vivere, è un brigante. Se stare con una persona ci priva della gioia di vivere, della nostra personalità, della nostra vitalità, quella persona è un ladro. Se stare con una persona annienta la nostra creatività, la nostra fantasia, la bellezza che abbiamo dentro di noi, la nostra espansività, quella persona è un ladro. Se stare con una persona ci intristisce, ci spegne, ci soffoca, invece di accenderci, di farci respirare, quella persona è un ladro.
La vita è vivere. La vita è espandersi. La vita è dilatarsi. Noi siamo fatti per crescere sempre di più, per realizzarci sempre più, per diventare quelli che nel disegno di Dio dobbiamo essere, quelli cioè che nella loro vita realizzano tutto ciò che Dio ha pensato per loro.
Allora dobbiamo chiederci: se nella vita ci sono tanti ladri in azione, se i ladri ci hanno portato via la vita, l'entusiasmo, la fantasia, la creatività, la voglia di vivere, di combattere, di essere nuovi e diversi (quanta gente è rassegnata, smorta, spenta!) perché non abbiamo fatto nulla per opporci? Perché non siamo stati pastori di noi stessi? Perché abbiamo permesso loro di entrare nella nostra anima?
Ogni volta che non ci difendiamo, che non ci proteggiamo, che non lottiamo per noi stessi, che non combattiamo per la nostra vita (cosa c'è di più importante della nostra vita?), che permettiamo agli altri di fare di noi quello che vogliono, noi ci trattiamo come se non avessimo alcun valore, come se fossimo delle nullità che tutti possono utilizzare a loro piacimento. Se ci amiamo, combattiamo per noi!
Se noi non proteggiamo (pastore) ciò che abbiamo di più caro e prezioso, perché lo dovrebbero fare gli altri? Se non difendiamo la nostra parte migliore, i nostri tesori, chi lo farà? Se non custodiamo i nostri tesori, ci verranno rubati. Se non sappiamo custodire ciò che possediamo, tutti verranno e faranno di noi quello che vorranno. Ma poi non dobbiamo lamentarci se ci derubano, perché siamo noi che dobbiamo custodire ciò che ci è stato affidato, siamo noi che dobbiamo custodirlo con ogni cura: noi e nessun altro!
Quante persone invece permettono al partner di rubargli l'anima, la vita che hanno dentro, la vitalità, la gioia, l’estroversione, la simpatia! E da persone vive, diventano dei morti ambulanti, degli “zombies”.
Ma l’immagine centrale del vangelo di oggi è sicuramente la “porta”: “Io sono la porta!” dice Gesù. Ora, la porta è simbolo del passaggio da una sfera, da un luogo, da una situazione ad un'altra.
Gesù è quindi la porta di entrata verso noi stessi: Egli ci conduce nel nostro intimo, nella nostra anima, nel nostro cuore per fare un bilancio della nostra vita. Ma Gesù ci porta anche fuori di noi, all’esterno, fuori dal nostro io, verso gli altri, verso i fratelli.
Ci sono porte della nostra vita che sono perennemente chiuse a chiave, serrate con tutti i lucchetti possibili, che mai vorremmo aprire. Ma prima o poi arriva il momento in cui è necessario aprire quelle porte, anche se aprirle ci fa paura, anche se siamo terrorizzati da ciò che troveremo, anche se faremmo di tutto per non aprirle. Ci sono dei passaggi che dobbiamo fare ad ogni costo: ne va della nostra vita. La vita ci mette di fronte a certe porte: se vogliamo andare avanti dobbiamo passare di lì. Noi vorremmo evitarla, entrare da un'altra parte, trovare una soluzione alternativa, ma non si può. Se vogliamo progredire dobbiamo passare di lì. Altrimenti ci fermiamo., ci blocchiamo.
Ci piacerebbe passare per altre vie per evitarci sofferenza e fatica: ma sono i briganti che fanno così. Ma non abbiamo alternative: la porta ci sta davanti; dobbiamo oltrepassarla e basta! Perché la porta – anche se la temiamo - ci conduce comunque verso qualcosa di nuovo, di diverso: è un passaggio obbligato. Dio è un passaggio obbligato. Magari ora non lo capiamo, ma un giorno i nostro occhi si apriranno e capiremo!
Allora, non fermiamoci, usciamo, cambiamo, progrediamo! Apriamo la porta al nuovo, abbiamo il coraggio di ricominciare, di andare oltre, di cambiare.
Noi siamo portati ad essere sempre gli stessi: ma la vita non è così. La vita è sempre nuova, diversa, altra, in continua evoluzione. Dio è porta: se incontriamo Dio, Dio ci fa diversi, ci trasforma, ci cambia, ci apre porte sconosciute; apre tutte le stanze della nostra anima, e poi ci manda fuori,ci manda là dove neppure immaginiamo. Più un uomo è ottuso, chiuso, pieno di pregiudizi, sempre sulla difensiva, meno conosce Dio. Gesù è la porta: usciamo, andiamo, apriamoci, incontriamo gli altri, impariamo, non fermiamoci, non temiamo.
Vangelo vuol dire “buona nuova”. È buona, proprio perché è sempre nuova, non è mai la stessa. Gesù fu ucciso non perché portò un messaggio buono, ma perché portò un messaggio nuovo. Il nuovo ci terrorizza, ci fa paura. Il nuovo ci toglie le sicurezze che avevamo prima. Ma se uno non diventa nuovo, non si rinnova, è già vecchio, ha già smesso di vivere. “Tutto invecchia”, dice Il Qohelet: per cui o ti rinnovi o muori. La gioventù non è un'età, ma una “dimensione” della vita.
Anche una parrocchia, anche una chiesa, possono essere vecchie. E se una chiesa è vecchia, diventa inutile, superflua, nessuno sa cosa farsene di lei. Per questo bisogna saper cogliere il nuovo, le nuove esigenze e le nuove situazioni.
Bisogna soprattutto mettersi in gioco, perché rinnovarsi (cioè entrare per la porta del tempo presente) non vuol dire solo prendere qualcosa di nuovo ma anche avere il coraggio di lasciare qualcosa di vecchio, qualcosa di inutile, qualche zavorra alla quale siamo affezionati, ma che inevitabilmente ci rallenta la corsa. E potremmo perdere il treno del nostro rinnovamento, potremmo perdere la corsa verso una vita nuova, più splendida, più entusiasmante, più aperta, più ricca, più traboccante e ricca: una vita che possiamo raggiungere attraversando la porta di Cristo risorto, perché Lui solo è “vita vera e abbondante”. Amen.

giovedì 1 maggio 2014

4 Maggio 2014 – III Domenica di Pasqua

«Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo». (Lc 24, 13-35).
Il vangelo di oggi racconta la delusione dei due discepoli che, abbandonata Gerusalemme, si dirigono verso Emmaus. Camminano e parlano fra loro. È naturale che i loro discorsi siano incentrati sulle ultime ore di vita del loro maestro, la cui tragica fine è ancora impressa dolorosamente nella loro mente. Avevano creduto in Gesù, avevano posto il lui grandi speranze; veramente quest'uomo li aveva "presi", entusiasmati, contagiati. Ma adesso tutto è finito e la loro delusione è grande, enorme, insopportabile, senza fine.
Sembra vederli quei poveretti, quando al tramonto camminano assorti nei loro sconfortanti ricordi: eppure quante volte ci ritroviamo anche noi nello stesso identico stato d’animo: “Questo proprio non mi doveva succedere! Non me l'aspettavo! Non ci voleva! Ed ora cosa faccio?”. E siamo delusi, abbattuti: “Pensavo che le cose andassero diversamente, e invece...”. E siamo infuriati: “perché la vita ce l’ha tanto con me? Che ho mai fatto a Dio di tanto male?”. Quante volte siamo delusi anche noi da come va la nostra vita! Nutrivamo tante speranze, avevamo delle attese, delle aspettative sui nostri rapporti, sul nostro matrimonio, sulle amicizie, sul nostro futuro… e invece, poi, contro ogni logica, tutto è andato storto!
Sì, siamo giustamente e profondamente delusi: e non ci accorgiamo che, sempre nella nostra vita, quando siamo in difficoltà, Gesù si mette al nostro fianco, cammina con noi, percorre la nostra stessa strada. Come succede ai due discepoli di Emmaus, non ci rendiamo conto della sua presenza, non lo riconosciamo. Eppure quella di vederlo è un’esperienza meravigliosa che tutti possiamo vivere, nessuno escluso: è sufficiente avere fede.
Purtroppo però noi ci siamo fatti di Dio un’idea tutta nostra: quando cioè deve intervenire, egli lo fa in maniera forte, straordinaria, si presenta in modo eccezionale, con una presenza sovrumana, con metodi strabilianti: solo così noi lo potremmo riconoscere; solo così potremmo accettare i suoi discorsi, i suoi consigli. Se vuole avvicinarsi a noi, lo deve fare in certi modi, a certe condizioni: siamo noi a dettare le condizioni, a stabilire come, dove, quando. Nella vita abbiamo cose ben più importanti per la testa, che immaginare un Dio che improvvisamente decide di calarsi nella nostra vita, nelle nostre giornate, camminare al nostro fianco, rimanendo in incognito. Non siamo inclini agli indovinelli!
Eppure dovremmo sapere che proprio quando non lo vediamo, proprio quando la nostra vita è uno schifo, arida, quando abbiamo veramente bisogno di Lui, quando lo chiamiamo a gran voce ma lui non si fa vivo, non è Lui che non viene da noi, ma siamo noi che, schiavi dei nostri schemi mentali, non riusciamo a vederlo. E nonostante ciò, Egli ripasserà ancora, correrà da noi ogniqualvolta ci troviamo in difficoltà:ma se noi continuiamo a guardare sempre con il paraocchi, continueremo sempre a non vederlo: questa purtroppo è la nostra grande sventura.
Sì, perché Dio nella sua pazienza, nel suo immenso amore, continua a starci sempre accanto, anche quando noi non lo vediamo, lo ignoriamo. Dio ci parla, ci guida, ci indirizza anche se non ci accorgiamo che è veramente Lui.
Continuiamo testardamente ad andare per la nostra strada, in senso contrario a quello in cui dovremmo andare. Siamo al buio, senza Luce, senza Dio: continuiamo a fare ciò che non dovremmo fare, proseguiamo a casaccio per la nostra cattiva strada, rincorsi dalla paura, dall’angoscia, dal risentimento.
Gli apostoli avevano abbandonato tutto per Gesù: casa, lavoro, famiglia, moglie, figli; in una parola tutte le loro certezze: possiamo quindi capire bene la delusione immensa che hanno provato alla sua morte.
Per loro è stata veramente la “fine del mondo”. Ma, incredibilmente, è proprio in questo “fallimento”, è all'interno di questa amara delusione, che incontrano Gesù.
Quando ci succede qualcosa di grave e il mondo sembra crollare intorno a noi, in realtà è la fine di un nostro mondo, non “del” mondo. Quando ci sentiamo dei falliti, abbiamo mancato solo un nostro obiettivo, un nostro modo di vederci, un modo di pensare, di vivere, ma non siamo “noi” i falliti. È nel bel mezzo delle nostre delusioni, dei nostri fallimenti, che possiamo scorgere Dio al nostro fianco; è proprio allora che possiamo incontrarlo a tu per tu, ascoltarlo, parlargli apertamente. È qui, una volta abbattuti i muri del nostro orgoglio, della nostra caparbietà, delle nostre apparenti sicurezze, che lui può entrare in noi e noi in Lui. È questa l’occasione in cui possiamo fare una esperienza vera e profonda di Dio: è proprio nel nostro fallimento più totale, quando cioè nessuno più ci stima, quando il lavoro, la vita, la famiglia, non ci danno più alcuna soddisfazione, quando ci accorgiamo di aver perduto la nostra facciata, il nostro buon nome, la nostra onorabilità, quando ci scopriamo colpiti da una malattia che non perdona: è esattamente allora che possiamo sentire in pieno la forza e il conforto del suo amore. È allora che Dio si avvicina a noi: e non perché abbiamo qualcosa di “bello” da offrirgli, ma semplicemente perché lui cerca noi, in tutta la nostra nudità, in tutte le nostre debolezze e miserie. Allora abbiamo la certezza che Lui ci ama semplicemente perché siamo noi, così come siamo; ci chiama con il nostro nome: noi e nessun altro. Allora lo “sentiamo” per davvero; allora conosciamo veramente chi è Dio.
Ogni volta che cadiamo, ogni volta che falliamo, dobbiamo chiederci: “Cosa mi sta dicendo ora Dio? Cosa devo imparare?” E dobbiamo ascoltarlo, perché lui solo ci guida alla salvezza, solo a lui noi interessiamo così come siamo, anche se siamo caduti così in basso. E lui, quando si avvicina, ci fa parlare, ci fa esprimere tutta la nostra amarezza, le nostre delusioni, la nostra tristezza, il nostro malessere, tutti i disagi che abbiamo dentro.
Noi abbiamo bisogno di "tirare fuori" il nostro male, il nostro dolore, tutto ciò che ci opprime. Il dolore è come un veleno: se non lo sputiamo fuori ci uccide. Abbiamo bisogno di "tirare fuori" le nostre gioie, le nostre speranze, la nostra vita, perché prenda forma, perché circoli, perché viva, perché si espanda. Abbiamo bisogno di raccontare le nostre esperienze, il nostro profondo perché raccontandolo lo facciamo esistere.
Chi ha vissuto queste esperienze lo sa: quando i nostri cuori si sono aperti nella preghiera, quando si sono rivelati umilmente in tutta la loro debolezza, quando abbiamo abbassato tutte le nostre maschere, è allora che abbiamo sentito davvero Dio. Chi non vuole aprirsi quando lui si avvicina, decide di non incontrare il Dio della vita. E non capisce che senza la luce di Dio nulla ha un senso: perché è lui che ci indica il filo conduttore che lega tutto ciò che ci succede: è così che possiamo guardare la nostra vita con gli occhi di Gesù, con gli occhi della fede. E la nostra vita acquista allora un senso profondo. Anche le cose apparentemente più negative, come la malattia, le disgrazie più sconvolgenti, acquistano un significato. Non è mai un caso se succedono e viviamo certe cose: e quando ci accorgiamo che tutto accade per un senso, per un motivo, è allora che diventiamo responsabili della nostra vita e di quella degli altri; è allora che non possiamo più vivere con gli occhi chiusi; è allora che sentiamo la nostra vita veramente nelle nostre mani e soprattutto nelle nostre scelte.
Gesù si affianca ai discepoli e li ascolta. Non fa altro. Loro però non lo riconoscono perché sono troppo presi dai loro problemi, dal loro dolore, dalla loro delusione e dalla loro sofferenza. Avviene esattamente anche a noi quando siamo troppo dentro ad una cosa: non vediamo altro che questa. Solamente dopo aver "buttato fuori" tutta la nostra sofferenza potremo "vedere" le cose diversamente. Solo allora potremo vedere Gesù.
E allora quando ci rivolgiamo a Lui, preghiamolo non perché sia Lui a risolvere i nostri problemi, ma perché aiuti noi a vederli e a risolverli. E dobbiamo essere pronti ad accettare la sua risposta. Qualunque risposta.
Il vangelo di oggi, poi, ci dice che tutto questo (Gesù che ci accompagna, Gesù che vuole che ci confidiamo con lui, Gesù che ci spiega che tutto ha un senso positivo nella vita, compresi i fallimenti e le sconfitte) lo possiamo trovare realmente nell’Eucaristia: allo “spezzare del pane” sull’altare, anche i nostri occhi si apriranno, e sentiremo il nostro cuore aprirsi e “ardere” di gioia.
Anche i discepoli lo riconoscono in questo momento; e anche noi, in questo momento, capiremo che Lui è sempre, continuamente, al nostro fianco; capiremo che Lui c’è sempre, quando lo vediamo e anche quando non lo vediamo, quando lo sentiamo e anche quando non lo sentiamo. È una certezza intima, quella che sentiremo, che ci consolerà, ci ricaricherà, ci darà la forza di superare ogni asperità del nostro cammino. In quel momento di grande intimità con Lui, sentiremo il nostro cuore ardere di un fuoco che illumina, che riscalda, che brucia, che spiana ogni difficoltà: e ci sentiremo pronti, nel nostro andare, ad essere anche noi fuoco di luce e di calore per quanti incontriamo. Sì, perché quando abbiamo Dio dentro di noi, non abbiamo più bisogno di trovarlo fuori; quando Dio è dentro di noi, ovunque andiamo, lo porteremo sempre con noi e potremo condividerlo nell’amore e nella carità con quanti incontriamo. Amen.

 

giovedì 24 aprile 2014

27 Aprile 2014 – II Domenica di Pasqua

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!» (Gv 20,19-31) .
Il vangelo di oggi ci parla di due apparizioni di Gesù, avvenute con modalità identiche ma in tempi diversi e soprattutto con finalità diverse: la prima era destinata a consolare e rinfrancare i discepoli di allora, la seconda a sollevare e incoraggiare noi, i discepoli futuri: i primi, radunati insieme nel giorno del Signore, hanno avuto la fortuna di incontrarlo visivamente, tangibilmente, ricavando da tale incontro quella gioia profonda, quell’entusiasmo che li hanno spinti poi a seguire coraggiosamente il suo invito, divulgando nel mondo la sua Parola e fondando la Chiesa; noi, radunati nell’Eucaristia domenicale - pur non vedendolo materialmente, ma incontrandolo e ammirandolo con gli occhi della fede - possiamo sperimentare la stessa gioia, lo stesso coraggio, la stessa forza per proseguire nella Chiesa la loro stessa opera evangelizzatrice: “Beati quelli che pur non avendo visto, crederanno”.
In altre parole il racconto del vangelo ci offre l’immagine perfetta di quello che succede a noi ogni domenica, quando ci riuniamo in chiesa per celebrare l’Eucaristia: noi riviviamo, come i discepoli di allora, la stessa “esperienza” del Risorto: egli è presente in mezzo a noi; non lo “vediamo” materialmente, è vero, ma lo possiamo toccare, lo “sentiamo”, lo possiamo assumere in noi, percepiamo nitidamente e concretamente il calore consolatore del suo amore, sentiamo in noi quella stessa forza rinnovatrice di allora, forza di cui abbiamo tanto bisogno. Se non fossimo tanto distratti, sentiremmo esplodere la sua voce dentro di noi: “Pace a voi!”. Sono le stesse parole rivolte ai discepoli radunati nel cenacolo, parole con cui tutti i presbiteri, di ogni tempo e di ogni luogo, salutano i fedeli riuniti in chiesa nella celebrazione eucaristica.

Santa Eucaristia! Importanza e bellezza dell’Eucaristia! Noi settimanalmente possiamo ripetere la stessa esperienza vissuta dagli apostoli! È il nostro appuntamento settimanale con Gesù, nel “suo” giorno, il “primo della settimana”, il “dies Domini”, il giorno del Signore.
È l’occasione sublime in cui possiamo parlargli francamente a tu per tu, confidargli le nostre paure, svelargli i nostri segreti, aprirgli le nostre “chiusure” ermetiche, appianare tutti i nostri contorti “distinguo”. Sì, perché l’Eucaristia è forza e perdono.
Prima di tutto è “forza”: perché noi tutti quando andiamo in chiesa, soffocati dalle nostre paure, dalle nostre chiusure, incontriamo il Risorto, incontriamo la Forza, la Vita, la Luce, l’Energia, l’Amore misericordioso. E che ci succede? I battiti irresistibili del suo cuore, sovrastano l’aridità del nostro, cancellano, annientano le nostre insicurezze, le nostre tiepidezze, le nostre ansie, le nostre paure, le nostre infedeltà. Solo lì, in quel preciso momento, possiamo ritrovare la voglia di vivere e di ripartire; la voglia di aprirci, di cambiare; la voglia di essere migliori.
Nell'Eucarestia, davanti a Lui, noi ritroviamo l'energia per affrontare e superare tutto quello che ci sembra impossibile. È lì, alla presenza del Risorto dentro di noi che, al pari degli apostoli, sentiamo che nulla può farci più paura, nulla può più fermarci.
L’Eucaristia è poi “perdono”: Gesù nella sua vita terrena ha sempre perdonato tutti; ha avuto per tutti parole di consolazione e di incoraggiamento: peccatori, prostitute, gentaglia di ogni genere, gente di malaffare. Ebbene: noi tutti, quando ci presentiamo alla sua Cena, rappresentiamo un po’ tutti questi personaggi, sia all’esterno, nei nostri comportamenti, che all’interno, nei nostri pensieri. Ci presentiamo a Lui, confidando nella sua misericordia. Prima di sperare però il suo perdono, dobbiamo imparare anche noi a perdonare i nostri fratelli, e soprattutto imparare a perdonarci. Sì perché noi spesso non riusciamo a perdonare gli altri proprio perché non sappiamo perdonare noi stessi; siamo irrigiditi, paralizzati, bloccati dal male che abbiamo commesso: invece di tirarlo fuori, di guardarlo bene in faccia, di esternarlo chiedendo perdono, preferiamo tenerlo chiuso, sepolto nella nostra anima, lo ignoriamo, fingiamo che non esista: ma lui esiste, è lì, nel nostro cuore; ci corrode l’anima, ci incattivisce; anche se non lo vogliamo, nei momenti più impensati , egli riemerge in tutta la sua forza. Solo quando sapremo perdonarci, solo quando riusciremo a liberarci della nostra zavorra, solo quando sapremo distaccarci da esso, il nostro dolore, la nostra vergogna, il nostro pentimento ci faranno ritrovare l’Amore e, riversando in Lui le nostre miserie, potremo a nostra volta rivolgere ai nostri fratelli il sentimento del vero perdono.
Ogni volta che noi andiamo a messa, dobbiamo permettere alla nostra anima di percorrere questa conversione interiore: perché, anche se è difficile ammetterlo, la prostituta siamo noi; i peccatori siamo noi; i “pubblicani” siamo noi; i farisei siamo noi. E andiamo lì, davanti a Gesù, per ricevere il suo perdono: e l'Eucarestia ci fa vivere, ci fa felici, ci fa liberi, spingendoci a portare amore (perdono) dove non c'è.
Possiamo quindi dire che l'Eucarestia è l'incontro con le nostre ferite. E solo dopo averle “toccate”, come fece Tommaso con le ferite di Gesù (mani, piedi e costato), potremo anche noi esclamare: “Mio Signore e mio Dio!”; potremo cioè esprimere a Gesù la nostra più intima e sincera proclamazione d’amore. Con queste parole noi affermiamo la nostra personale esperienza di Gesù Risorto, il nostro incontro diretto con Lui: con gli occhi della fede, lo abbiamo visto, toccato, sperimentato personalmente. E a questo punto non abbiamo più bisogno che gli altri ci vengano a dire le loro di esperienze; noi abbiamo vissuto la nostra.
In realtà a nessuno può bastare le esperienze altrui. Dio è un'esperienza diretta, personale: ognuno lo deve “toccare”, vedere, incontrare. Altrimenti ci costruiamo delle teorie, ci facciamo delle idee, seguiamo delle intuizioni altrui, dei pensieri “fantastici”, ma non abbiamo nessuna esperienza diretta con Lui. Saremmo come coloro che dicono di sapere tutto sul vino, ma non hanno mai sperimentato quanto sia inebriante degustarne un buon bicchiere; o come chi afferma di conoscere tutto sull’amore, per averlo letto o studiato sui libri: ma ignorano cosa vuol dire sentirsi amati, innamorati: è tutt’altra cosa. Con le parole “calore”, “vino, nessuno si è mai riscaldato o ubriacato! È l'esperienza delle cose che produce la vera conoscenza, quella del cuore. Esperienza (da “ex-perior”) vuol dire infatti provare, sentire, toccare, sperimentare.
Ecco perché le nostre liturgie eucaristiche non ci devono “parlare” di Dio; ce lo devono far sentire, toccare, sperimentare. E noi dobbiamo aver il coraggio di lasciarci coinvolgere, di lasciarci “toccare”, perché se ciò non avviene, le nostre belle liturgie non servono a niente: i canti, la partecipazione dell’assemblea, i gesti, le letture, tutto è liturgia “efficace”, soltanto se ci mettono in contatto con Dio. Ripeto: se le nostre celebrazioni eucaristiche, rigorosamente conformi alle norme liturgiche, non ci fanno sentire Dio, non ce lo fanno toccare, non ce lo portano nel nostro cuore e nella nostra vita, non servono a niente, sono assolutamente inutili: sono insomma piacevoli evasioni dal quotidiano, sono momenti di ammirazione per il bello in se stesso; ma non sono l’incontro personale con il Dio della Vita; non ci procurano quelle emozioni intime con cui Lui ci “parla dentro”, con cui Lui entra in vibrazione con la nostra anima e la nostra sete di Infinito; emozioni che ci fanno fare i conti con le nostre realtà, le nostre risorse, le nostre potenzialità.
E concludo: nell’Eucaristia le nostre ferite, le nostre miserie, ci portano a Dio; e Dio, a sua volta ci porta alle nostre “ferite”, ci fa mettere il dito sulle nostre di piaghe. Perché solo “toccandole”, avendone la cognizione esatta, potremo curarle, potremo liberarcene.
Del resto, chi non ha ferite? Come si può pensare di vivere senza essere feriti? Allora chi non ha bisogno dell’Eucaristia? Chi, sapendo di essere ferito, non sente il bisogno di andare da Colui che può guarirci? La Comunione della domenica fatta in grazia di Dio, è il suo balsamo, la sua crema, il suo unguento, l’unico medicamento valido per le nostre ferite. È in questo modo che Lui ci assicura accoglienza, protezione, accettazione, fiducia, amore.
Allora, andare a messa non è più un dovere, un atto abitudinario da fare, ma un bisogno di ricongiungerci con noi stessi, con gli altri, con la Vita, con l’Amore. Se comprendiamo questo, andare a messa la domenica sarà fonte di grande gioia per l’incontro con Dio che andremo a fare, sarà un bisogno impellente, improrogabile, del nostro cuore e della nostra anima. Amen.