giovedì 13 ottobre 2011

16 Ottobre 2011 – XXIX Domenica del Tempo Ordinario

«In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi».
Poche pennellate quelle usate da Matteo per fissare la scena del vangelo di oggi. Con poche ma incisive parole ci presenta tutti i particolari di un ambiente ostile a Gesù: una riunione tra incapaci esasperati, un accordo subdolo e scellerato, falsi discepoli smaccatamente untuosi e melliflui, una proposta trabocchetto.
I farisei, sempre loro, non sanno più cosa architettare per dare addosso a Gesù. Ma questa volta sembra proprio che la trovata sia vincente. E bisogna darne atto: la trappola che hanno escogitato è veramente geniale: se vuoi incastrare uno, interrogalo a freddo sulla politica; troverai sempre un motivo per dargli contro. E proprio sulla politica i farisei hanno scelto il terreno per lo scontro: «è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?»
La tassa in questione è il “tributum capitis”, la somma cioè che ogni cittadino ebreo, dai 6 ai 65 anni, doveva pagare a Roma come segno di sudditanza. Formidabile come trovata! Perché qualunque risposta Gesù avesse dato, si sarebbe condannato con le sue mani: se infatti avesse risposto "sì", avrebbe dimostrato di avallare l'occupazione degli invasori, e in tal caso si sarebbe inimicato il popolo che li odiava; rispondendo “no”, gli erodiani, che erano filo romani, avrebbero informato immediatamente le autorità per una pronta cattura e conseguente condanna come nemico dichiarato di Roma.
Farisei ed erodiani vanno dunque da Gesù per porgli il quesito: in realtà non cercano da Lui una risposta, ma solo un motivo, un parere compromettente, per accusarlo o condannarlo comunque. A loro non interessa altro. Tutto quello che fanno, lo fanno non certo per ascoltarlo con animo aperto, non per sentire una sua opinione o per imparare qualcosa di positivo da Lui, ma soltanto per trovare la scusa giusta per incastrarlo, e attuare così il loro proposito di eliminazione.
Tutto sembra perfetto, ma come al solito non hanno fatto i conti con il loro interlocutore.
«Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?»
Già alle prime battute, apertamente untuose e provocatorie, Gesù, che conosceva molto bene la falsità del loro cuore, li zittisce immediatamente, e con una esclamazione li identifica per quel che realmente sono: “ipocriti!”. E con ciò stesso smonta tutto il loro piano accusatorio, smaschera la loro recita; e a conferma, chiede semplicemente una moneta. Non una moneta qualsiasi, ma «la moneta del tributo», ossia quella speciale moneta romana, che serviva a pagare la tassa, e su cui apparivano impresse l’immagine dell’imperatore e la scritta: “Al divino Tiberio Cesare, figlio del divino Augusto”. Un oggetto che già da solo era infamante per gli ebrei osservanti, un oggetto di autentica idolatria, poiché anche il solo possederlo significava in qualche modo rinnegare il loro Dio, l’unico Dio, accettando l’idea che anche l’imperatore romano fosse “Dio”. Una moneta che scotta dunque: Gesù non ce l’ha e la chiede; i farisei altro motivo di doppiezza ─ ce l’hanno e gliela porgono. Ma Gesù non la guarda neppure: anzi alla loro domanda iniziale, risponde con un’altra domanda: «L’immagine e l’iscrizione di chi sono?». Poveracci questi farisei: erano andati da Gesù con la loro bella domanda, baldanzosi, certi di avere la meglio, di avere in mano finalmente il “via” alle loro macchinazioni; insomma si aspettavano una risposta seria, inequivocabile, certa, definitiva; ed Egli che fa? li snobba molto elegantemente, contrapponendo loro la sua domandina, facile facile e per nulla compromettente. «Di Cesare» è la loro ovvia ma prudente risposta.
A questo punto la sentenza di Gesù li coglie di sorpresa, impreparati, li spiazza del tutto: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare, e a Dio quello che è di Dio».
Elementare. Ineccepibile. Gesù è chiarissimo. E dunque, al di là di qualunque credo religioso, pagare il tributo allo Stato, al re, all’imperatore, non vuol dire assolutamente mancare di fedeltà a Dio. Non solo è lecito, ma è doveroso. Lo Stato, l’autorità politica, ha la sua ragion d’essere. I veri credenti sono quindi leali verso di esso, perché sono anche buoni e onesti cittadini; perché, così facendo, onorano Dio.
Un pensiero molto sentito dai cristiani, che sarà poi immediatamente ripreso anche da Pietro (cfr. 1Pt 2,13-14) e da Paolo (cfr. Rm 13,1ss).
Ma, ovviamente, nella risposta di Gesù l’accento, con tutta la sua forza, cade sulla seconda parte: «rendete a Dio quello che è di Dio». Gesù intende cioè rivendicare la posizione unica ed esclusiva che Dio occupa nella vita dell’uomo. In altre parole, Dio non si accontenta di una vile moneta, ma si aspetta molto di più: dovete dargli ciò che è suo, ossia dovete dargli voi stessi, interamente: la vostra esistenza, la vostra persona; proprio perché l’uomo, con tutto ciò che lo riguarda, è proprietà esclusiva di Dio.
Ma attenzione; il senso della risposta va anche oltre: se cioè Cesare, il potere politico, dovesse attentare ai diritti di Dio, pretendendo di imporre ciò che contrasta con la Sua volontà – e quindi col vero bene delle persone – ebbene: in tal caso, il credente dovrà ubbidire a Dio e non allo Stato. Quello che è di Dio ha diritto di precedenza sempre e comunque.
È molto importante cogliere nella risposta di Gesù tutta la sua logica di fondo, un principio paritetico: come la moneta, che porta impressa l’immagine dell’imperatore, va restituita a lui, così ogni uomo, che reca impressa nell’anima l’immagine di Dio, deve essere restituito a Lui, in quanto sua proprietà totale: tanto più che l'immagine, che portiamo in noi dalla nostra creazione, è diventata ancor più chiara e inconfondibile con il Battesimo, che ci ha resi conformi a Cristo, legandoci a Lui e al Padre in modo vitale e definitivo. Un’immagine di Dio, quella dell’uomo, che deve pertanto tornare a Lui assolutamente integra, non offuscata o distorta.
Quindi, se tutto ciò che siamo e che abbiamo dobbiamo renderlo a Dio, visto che tutto gli appartiene, noi come rispondiamo a tale obbligo? Per esempio: il tempo, che è di Dio, in che misura glielo doniamo? Quanti minuti al giorno gli offriamo per dialogare con Lui? Quanto del nostro tempo e delle nostre risorse, materiali e umane, dedichiamo al servizio della Chiesa e del nostro prossimo? Quanto tempo ancora impegniamo per mettere generosamente a frutto i doni che Lui ci ha dato a sostegno della nostra vocazione?
La realtà economica-sociale-politica, che noi credenti non dobbiamo certo trascurare, non deve interferire con la realtà divina, con quelle che sono le priorità di Dio; è comunque una realtà che deve essere armonizzata con quello che dobbiamo restituire a Dio. Egli ci comanda di amare tutti e di amare sempre, in ogni situazione: ecco allora che ogni forma di impegno sociale e politico, vissuta come servizio fraterno al prossimo, diventa anch’essa un modo concreto di vivere il primato di Dio nella nostra esistenza. L’attività sociale, economica e politica in quanto tale, finalizzata cioè a se stessa, non salva: come d’altro canto il credente non si salva se, a sua volta, non assume e non svolge, con carità e professionalità, il ruolo che gli compete nella vita pubblica.
Abbiamo detto che tutti gli uomini che popolano la terra, sono di Dio; tutti hanno impressa in sé l’immagine del loro Creatore e Padre che li chiama ad appartenergli nella fede e nell’amore: di qualunque razza, di qualunque nazione essi siano. Allora, come facciamo a non sentire la chiamata bruciante per aiutare i più derelitti a riconoscere il loro “marchio di fabbrica”, quell’impronta divina impressa nel loro essere più profondo? Come facciamo a non impegnarci con entusiasmo per risvegliare in loro la nostalgia della grande e divina Famiglia, da cui tutti veniamo e a cui tutti siamo destinati a tornare? C’è forse una causa che meriti, più di questa, un nostro maggior investimento di risorse, di energie, di dedizione? La Chiesa, fratelli, esiste per questo. La Chiesa è questo. E a questo sono finalizzate la nostra vita e la nostra vocazione di cristiani. Annunziare il Vangelo, essere parte attiva nella nuova evangelizzazione di questa nostra società ormai scristianizzata, è il nostro primo atto d’amore, il più grande dono e servizio che possiamo offrire ad ogni nostro fratello, e alla società intera, perché riconosca il primato assoluto di Dio.
Raccogliamo coscienziosamente, fratelli, la provocazione che Gesù, buon maestro, ci mette oggi davanti: preoccupiamoci di tutto ciò che Gli appartiene e che prima o poi a Lui deve ritornare: non solo di Liturgie, non solo di culto, non solo di preghiere, ma di amore. Di tanto amore e di tanta carità: verso di lui e verso il prossimo; verso tutti i fratelli e le sorelle che lui ci ha messo accanto nelle nostre scelte di vita.
Sulla moneta romana c’era l’effige di Cesare: ed è giusto restituirgliela. Ma su tutti i volti del nostro prossimo, sul nostro di volto, risplende l’immagine di Dio. Gesù, con la parabola di oggi, ci mette tutti sotto esame, e ci invita a distribuire le nostre preoccupazioni quotidiane in maniera proporzionale al valore del destinatario. E, come abbiamo visto, la moneta è importante, ma solo marginalmente.
Gesù stesso è stato messo alla prova da emeriti “sprovveduti”, proprio su una questione di soldi e di potere: come se il problema del Regno di Dio si risolvesse con le tasse e con il potere politico. Certo, lo ripetiamo, meritano la nostra attenzione perché sono socialmente importanti. Ma non devono essere causa di distrazione e di allontanamento da Dio. Noi stessi in questi giorni abbiamo occhi e testa puntati sulle Borse di New York, di Tokio e delle capitali economiche dell’Europa. Sembra quasi che dipenda proprio da lì la salvezza o la fine del mondo. Sembra che nel Down Jones, nel Nasdaq, nel Mibtel e nel Nikkei si trovino i parametri assoluti per capire il destino dell’uomo, se abbia o no futuro, se possa sopravvivere a livello mondiale, nazionale e personale, se possa o no contare su una salvezza finale.
Non è questo fratelli: e Gesù ci aiuta a ritrovare il giusto equilibrio in queste nostre preoccupazioni. Oggi purtroppo siamo tutti fin troppo concentrati su quello che riguarda Cesare, mentre quello che riguarda Dio ci preoccupa molto molto meno: anche noi, come ho detto, magari inconsapevolmente, ne siamo molto coinvolti, ci accorgiamo di tirare un profondo sospiro di sollievo quando sentiamo che l’indice delle borse sale, perché capiamo che l’economia mondiale forse migliora; oppure cadiamo nell’ansia quando vediamo gli indici in rosso, e parlano di un crollo peggiore di quello del 1929.
Ebbene, tutto questo, fratelli, è “di Cesare”, e credo che sia giusto preoccuparcene. Ma sarebbe più giusto preoccuparci, cosa che forse non avviene, della sorte dei cristiani copti in Egitto, della situazione delle donne in India, dell’odio verso Cristo e la Chiesa che quotidianamente esplode puntuale in gran parte del mondo. Forse la nostra attenzione è più concentrata sugli indici delle borse mondiali, piuttosto che sugli indici delle ingiustizie sociali che sconvolgono milioni di nostri fratelli. Abbiamo applaudito per le centinaia di miliardi di dollari, dati alle banche, pensando che salvino il mondo; e non ci indigniamo che poi nemmeno un millesimo sia destinato alla salvezza di intere nazioni povere e abbandonate. Non è una polemica, fratelli: è una semplice constatazione.
Forse la crisi economica mondiale ci farà finalmente accorgere che riceviamo molto di più da Dio che da Cesare. Possiamo avere meno soldi in mano: ma in contropartita, se ci pensiamo bene, abbiamo una grandissima ricchezza: abbiamo l’amore di Dio nei nostri confronti, e l’amore reciproco dei fratelli e sorelle nel mondo; una ricchezza enorme che nessuna crisi economica potrà mai portarci via.
Allora diamo solo un pezzetto di cuore a Cesare, fratelli; ma la gran parte riserviamola a Dio, e a tutto ciò che Egli ci pone accanto. Riconosciamo il valore di chi ci ama e di chi ci sorride; di chi si preoccupa di noi, di chi ci incoraggia, di chi crede in noi. E riconosciamo soprattutto che apparteniamo a Dio. Non attacchiamoci ai soldi, al successo, agli onori, alla carriera, al giudizio degli altri. Usiamo le cose, ma amiamo le persone; riconosciamo che entrambe, pur con diverso valore, provengono da Dio.
Noi viviamo nello Stato, ma non apparteniamo allo Stato, apparteniamo a Dio: non dimentichiamolo mai, fratelli; non dimentichiamo mai la nostra origine. La nostra anima è di Dio e dobbiamo restituirla a Lui. Veniamo da Lui e un giorno ritorneremo a Lui: viviamo quindi come suoi figli, viviamo liberi, viviamo veri; viviamo prendendoci cura della nostra coscienza e del nostro cuore. Coltiviamo soprattutto l’immagine di Dio impressa nella nostra anima, perché è sua: coltiviamola e soprattutto viviamo per restituirgliela, immacolata e splendente come l'abbiamo ricevuta. Con questo atteggiamento, fratelli, ci sentiremo integrati e protetti, non più soli, ma dentro una storia, accompagnati dalla Vita per eccellenza e sostenuti dall’Amore assoluto. Amen.


mercoledì 5 ottobre 2011

9 Ottobre 2011 – XXVIII Domenica del Tempo Ordinario

«Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio…».
La parabola di oggi paragona il Regno di Dio ad un banchetto nuziale: una immagine molto accattivante, molto conosciuta e comprensibile a tutti. Quale occasione infatti è più aggregante e gioiosa per parenti e amici di un matrimonio da favola, con un sontuoso pranzo di nozze? Le nozze celebrano l’unione di due persone, sanciscono l’amore, la comunione di due cuori; sono l’apertura di una finestra sul mondo della speranza, della novità di vita, della intensità di sentimenti. Non a caso i contemplativi parlano di nozze dell’anima con Dio, per indicare l’incontro intimo, il matrimonio celestiale, l’unione mistica dell’anima col suo Sposo divino. Ai nostri giorni, essere invitati al matrimonio di una personalità molto importante, è una circostanza di notevole rilievo, molto ambita e apprezzata, un segno di particolare stima, di grande amicizia e considerazione. E lo era anche al tempo di Gesù: le nozze erano considerate un evento importantissimo, duravano una settimana, il banchetto era straricco, e per chi riusciva a malapena a mangiare una volta al giorno, era un sogno irrealizzabile; il non andarci, essendo invitati, era impensabile, sia perché si perdeva l’occasione di un lauto pranzo, ma anche perché un simile rifiuto comportava una grave offesa nei confronti degli sposi, magari con spiacevoli conseguenze. Tant’è che il re della parabola, indispettito per il rifiuto degli invitati, non capacitandosi di tanta stupidità, manda per ripicca i suoi servi nelle piazze, nei crocicchi, per le strade, per invitare a nozze tutti quelli che incontrassero.
Cosa vuol dirci Gesù con questa parabola? Il significato più semplice, quello evidente, è che tutti, uomini e donne, vecchi e bambini, sono invitati al banchetto celeste: tutti; anche quelli più umili, quelli più poveri (gli straccioni), quelli, in una parola, che sono considerati un po’ il rifiuto della società; ma attenzione: l’unica cosa richiesta è che tutti si presentino con la veste nuziale: ossia tradotto in termini spirituali contemporanei, perché a noi si riferisce questo riferimento della parabola tutti devono indossare la veste della grazia di Dio, nuova e immacolata, o quantomeno lavata e stirata dalla Penitenza e dalle opere buone.
Ma non basta: questa parabola offre, per l’immediato, anche un’altra interessante spiegazione: il banchetto nuziale cui tutti siamo invitati a partecipare, già da ora si tiene nell’anima di ciascuno: e Dio invita tutti gli uomini ad entrare in quella esperienza di amore, di felicità, di intimità con cui il Figlio celebra le sue nozze perenni col nostro cuore, con la nostra anima. Entrarvi, significa entrare nell’intimità con Dio, rapportarsi con Lui nella nostra coscienza, e conseguentemente dare un senso alla nostra vita. Quando il cuore e l’anima dell’uomo entrano in simbiosi con Dio, l’unione mistica che si instaura tra di loro altro non è che una pallida anticipazione di quello che sarà lo stato di perenne beatitudine in paradiso.
Gesù quindi ci invita concretamente a “entrare” in questo banchetto, a “vivere” la nostra anima, a saziarci di Lui, e questo fin da subito, immediatamente: e allora che aspettiamo, fratelli? viviamola la nostra anima, viviamola intensamente, non abbandoniamola, non ignoriamola, non oltraggiamola mai.
Se oggi la gente è depressa, esaurita, non ha più voglia di vivere, è perché ha dimenticato di avere un’anima, ha dimenticato completamente di rifugiarsi in essa, di instaurare un colloquio intimo e sincero, anima e cuore, con Gesù. Un quarto degli italiani prende farmaci contro l’ansia e la depressione: c’è chi li prende per dormire, chi per potersi alzare la mattina, chi per non deprimersi troppo, chi per controllare l’aggressività, chi per poter sopportare le contrarietà della vita. Si, fratelli, per “sopportare” la vita: ciò che dovrebbe essere fonte di felicità, è diventato un peso da sopportare: perché tutto appare vuoto, inutile, tutto è vertiginosamente proiettato all’esterno; l’introspezione, la meditazione, la moderazione, sono categorie sconosciute all’uomo d’oggi, sono “out”. Adesso tutto è proiezione, tutto è “estremo”: attività estreme, sport estremi, viaggi estremi, esperienze estreme, vacanze estreme, sesso estremo. Perché? Perché l’ordinario non offre più niente, non emoziona più, non ha più stimoli apprezzabili. Non ci accorgiamo però che dopo lo “sballo estremo”, segue inevitabilmente il collasso, la depressione, la disperazione: guardandoci alle spalle ci accorgiamo di aver ignorato qualunque equilibrio, di aver sperperato ogni possibilità di ascoltare e di seguire quei suggerimenti che Dio, pazientemente, inviava al nostro cuore, all’anima e alla mente. Abbiamo, insomma, soffocato la nostra anima.
Ma cosa vuole esattamente da noi quest’anima? Semplice. Vuole la nostra salvezza, il nostro star bene, il nostro incontrare lo Sposo; l’anima vuole il meglio per la nostra vita soprannaturale, vuole suggerirci i motivi veri per cui valga la pena di vivere. “Perché viviamo?”; ce lo siamo mai chiesto? proviamo a chiederlo alle persone che ci stanno intorno, a quelle che incontriamo: “Perché vivi?”; vi assicuro che le risposte saranno tutte di una banalità spiazzante, perché nessuno ha più la ragione unica, importante, vera, profonda, trascendentale per vivere: c’è chi vive per il lavoro, chi per il denaro, chi per fare carriera, chi per i figli, chi perché “questa è la vita che fanno tutti”! Nessuno si sognerebbe più di rispondere: “Per amare e servire Dio”.
Ma, fratelli miei, se non c’è questo motivo fondamentale per cui vivere, vuol dire che manca l’autenticità della vita, vuol dire che si tira a campare, trascinando i giorni, senza alcun mordente; vuol dire che siamo pronti a cogliere al volo anche le occasioni più astruse pur di dare una parvenza di senso alla nostra vita. Non penso di esagerare: è sufficiente guardare la televisione, fratelli: ogni giorno ci propina una miriade di deficienti (nel senso che hanno un deficit di anima) che si buttano nelle più insulse avventure: tipi che si lanciano giù dalle cascate legati a vecchi pneumatici, tipi che bevono 60 litri d’acqua in due ore, che fanno a gara a chi ingurgita più cibo in pochi minuti, autolesionisti che si procurano tagli e ferite, che collezionano e ostentano fieramente tatuaggi e piercing, spesso vomitevoli! Pur di essere ammirati, pur di provare una sferzata di adrenalina nel cervello, oggi l’uomo accetta di fare tutto.
Ma cos’è che manca a tutta questa gente? Manca in loro la presenza di Dio, manca la percezione dell’anima, fratelli. Non la sentono più, non sanno neppure che esista. Non a caso le discoteche, sempre zeppe di giovani, stordiscono con una musica che uccide, che copre e annienta tutto: con cinquemila watt sparati nelle orecchie, in uno stato confusionale e catatonico per alcool e droga, non c’è discorso, non c’è emozione, non c’è ispirazione dell’anima che tenga: ci si immerge tragicamente nel nulla.
Purtroppo i risultati di tali alienazioni sono quotidianamente trasmessi dai telegiornali. Una difficile e drammatica situazione, fratelli: ma l’invito di partecipare alle nozze regali vale anche per loro, per questi “storpi”, questi “zoppi”, questi “ciechi”. A noi il compito di aiutarli nella ricerca della veste appropriata da indossare. Spetta proprio a noi, fratelli, anche se talvolta succede anche a noi di attraversare momenti di sbandamento, di vivere da “frastornati”: il silenzio, anche per noi, è diventato un optional obsoleto; non lo apprezziamo, anzi lo temiamo: non sappiamo più cosa sia la meditazione, la contemplazione, la preghiera mentale; annaspiamo, non sappiamo come riempire le nostre impreviste voragini di “nulla”. Dovremmo capirlo dal poco: quante volte diciamo: “Non vado a quella messa perché è troppo lunga, la predica non finisce mai”. Oppure: “L’adorazione eucaristica è insopportabile, non so cosa dire o pensare in quell’ora, non è per me, ho altro da fare; è roba per suore!” È sintomatico fratelli: vuol dire che abbiamo perso la capacità di raccoglierci in noi stessi, di ascoltare la nostra anima; non possiamo più fare a meno anche noi del chiasso assordante, dei clacson inutili, delle accelerate rabbiose, delle radio e televisioni a tutto volume: non possiamo farne a meno, siamo anche noi baccano-dipendenti. Allora non è la messa o la predica che sono lunghe, siamo noi che cerchiamo di sfuggire a qualunque colloquio silenzioso con la nostra anima, con Dio. Ma come facciamo a sentire Dio, se non accettiamo di ascoltare la nostra anima, i suoi suggerimenti, la sua voce? Come possiamo sentire Dio, entrare nel banchetto nuziale della nostra anima, se non riusciamo neppure per un istante a fermare il vortice dei richiami dispersivi del mondo? Come si può fare? Si può, fratelli! Fermiamoci, tiriamo i freni, usciamo dall’autostrada di questo mondo, facciamo uno stop, imbocchiamo il solitario sentiero che porta al nostro cuore e ascoltiamoci! Facciamolo, fratelli, perché il vero coraggio, quello autentico, non sta nel combattere contro i mulini a vento, ma sta nell’ascoltare la propria anima, la propria coscienza, il proprio cuore.
Fermiamoci e ascoltiamoci: e se sentiamo dentro di noi un qualcosa che ci tormenta, un qualcosa che ci rende insoddisfatti, se sentiamo un senso di vuoto, una mancanza di significato della nostra esistenza, un vago senso di depressione, di tristezza diffusa; se ci sentiamo a disagio nel vivere la nostra chiamata, la nostra vocazione; se siamo scontenti del matrimonio, della famiglia, dei voti religiosi, dei rapporti interpersonali; se ci sentiamo ingabbiati in qualcosa che non riusciamo a capire; se vorremmo di più dalla nostra vita; se non riusciamo mai a gioire pienamente, allora, fratelli miei, vuol dire che stiamo vivendo male la nostra anima; vuol dire che stiamo vivendo il male che è dentro la nostra anima; in una parola stiamo provando tutto il disagio di un’anima che è lontana da Dio. Un disagio che soffoca la nostra vita, che ci impedisce di accedere al nostro banchetto di nozze, di vivere la festa, la gioia, l’amore con lo Sposo.
Oggi sono poche le persone che conoscono il piacere che viene dall’anima. Tutti cercano il piacere. Nessuno cerca l’anima. Cerchiamo e troviamo, per contro, tanti surrogati di felicità: ci copriamo di “giocattoli” costosi (auto, gioielli, telefonini, vestiti, ecc); cerchiamo esperienze inebrianti ai limiti dell’assurdo, ci tuffiamo nel virtuale (internet) isolandoci dal reale; cerchiamo ogni tipo di piacere: del sesso, della tavola, della gloria, della notorietà.
Eppure, nonostante ciò, tutti lamentiamo la mancanza di qualcosa. Ma cos’è che ci manca? Purtroppo, fratelli, ci manca proprio ciò che nessuno può comprare, che nessuno può regalarci: ci manca la nostra anima, il soffio di Dio, la carezza dello Spirito. Dice il vangelo: «A che serve all’uomo guadagnare il mondo intero se poi perde la propria anima?». Già, a che serve?!

«Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali…».
Ci sono dunque degli invitati che non vogliono andarci. C’è la festa, ma non vogliono esserne coinvolti. Non vogliono saperne: chi non sente il bisogno di Dio non può incontrare Dio; chi non sente il bisogno dell’anima non può trovare l’anima. Perché vivere, seguendo le indicazioni dell’anima, non è uno scherzo, richiede un faticoso coinvolgimento: vivere a partire dall’anima vuol dire uscire allo scoperto, esporsi, scendere in piazza, scendere nel centro della battaglia della vita. Vivere a partire dall’anima vuol dire essere protagonisti della propria vita e non delegare a nessuno il compito di viverla per noi.
A seguito del rifiuto dei “chiamati”, tutti indistintamente diventano invitati: Matteo parla di “buoni e cattivi”; Luca, nella stessa parabola, dice “poveri, storpi, ciechi, zoppi”. Entrano cioè nel regno coloro che sentono la propria miseria, che non nascondono il proprio essere bisognosi, il loro lato debole, i loro limiti.
Certo, tutti sono invitati, meglio tutti siamo invitati, ma ad una condizione: che indossiamo il vestito della festa.
È una condizione essenziale; non averlo, per i tempi di Gesù, era imperdonabile. In Israele c’era addirittura la consuetudine di mettere a disposizione degli invitati una apposita veste nuziale, che gli invitati, eventualmente, potevano indossare per presentarsi in ordine davanti agli sposi. Il vangelo ne sottolinea tutta l’importanza in poche righe, raccontando la triste sorte di quel malcapitato che si era intrufolato al banchetto senza indossarla: «Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre»
Morale? Siamo sì invitati alla festa, alla possibilità di vivere qualcosa di grande, di vitale, di meraviglioso, in un mondo (regno) di luce, di felicità, di vita vera e piena: e tutto questo gratuitamente; solo una cosa ci è richiesta: che, in cambio, dobbiamo vestirci come si deve. L’abito infatti “definisce” la persona che lo porta, completa la sua personalità. Non avere l’abito della festa in un banchetto di nozze, significa esserci “per caso”, di passaggio, senza convinzione, senza coinvolgimento, senza alcun riguardo per gli sposi. Ecco perché è indispensabile per noi indossare sempre l’abito “nuziale”, l’abito della “coerenza”: perché se il nostro fare non rispecchia ciò che diciamo a parole, commettiamo un falso: stiamo mentendo a noi stessi e agli altri, indossiamo un abito stazzonato e sporco. Stiamo tentando di introdurci alle nozze vestiti appunto da straccioni. Invece: “Crediamo? Bene. Viviamo di conseguenza!”. Viviamo onestamente la nostra anima! Eviteremo di sentirci dire: “Fuori di qui!”. Parole tremende. Parole che ci devono costringere alla conversione del cuore, alla santità, a indossare il vestito immacolato, privo di ogni ipocrisia. Non indossiamo mai, fratelli, un vestito che non ci appartiene: perché il pericolo di essere cacciati fuori è sempre presente! Non illudiamoci di essere dei privilegiati, non crediamoci dei già salvati, in quanto operai della prima ora, figli del padrone della vigna, invitati per primi, cristiani di lungo corso, catechisti, preti, frati, suore. Anzi, proprio a noi il Signore chiede di stare bene attenti, di non sederci sulla nostra fede, perché non abbiamo alcuna posizione di privilegio; anzi dobbiamo avere sempre un cuore da mendicanti, un’anima umile, aperta allo stupore delle cose di lassù. Solo così potremo incontrare Lui, lo Sposo, il Signore nostro Gesù Cristo; Lui che, solo, può darci la vera gioia, quella durevole; l’amore autentico, quello “che rimane nei secoli”. La nostra fede, fratelli, poggi sempre su tale certezza assoluta. Amen.


giovedì 29 settembre 2011

2 Ottobre 2011 – XXVII Domenica del Tempo Ordinario

«Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano…».
Per la terza domenica consecutiva il Vangelo ci ripropone il tema della vigna del Signore. Prima abbiamo visto la parabola degli operai dell'ultima ora e del padrone buono, poi quella del comportamento contraddittorio dei due figli; oggi abbiamo quella dei vignaioli assassini che vogliono impossessarsi della vigna e finiscono per uccidere, oltre agli incaricati alla riscossione, anche il figlio del padrone.
Da notare che nelle tre parabole il comportamento dei vari “padroni” è sempre stato improntato alla bontà, alla pazienza, alla massima comprensione. Ma il padrone di oggi va ben oltre ogni aspettativa, rasenta addirittura l’assurdo; il suo è un amore puntiglioso e illogico: nonostante i suoi inviati vengano sistematicamente bastonati, lapidati, uccisi, lui continua sempre a provarci, cerca di dare ai vignaioli assassini nuove opportunità di ravvedimento. Alla fine, in un estremo tentativo di riscatto, arriva a mandare il proprio unico figlio. Ma anche questi subisce la stessa barbarie, e viene ucciso.
L’allusione è chiarissima: questo vangelo è la sintesi di secoli di storia del popolo ebreo. C’è stato un amore iniziale seguito poi dal rifiuto. I servi sono i profeti che, lungo il corso della storia di Israele, Dio ha mandato per richiamare il suo popolo, perché si accorgesse di essere sulla strada sbagliata; ma Israele non si è ravveduto, non ne ha voluto sapere. E allora Dio, di fronte all’uccisione di suo Figlio, ha fondato altrove il suo Regno, con altri popoli. È il primo grande esempio, fratelli, ma la storia ci insegna che è sempre stato così: Dio risiede dove viene accolto, altrimenti, in punta di piedi, se ne va. La vigna è il segno dell’amore infinito di Dio, è una proposta di felicità, di vita piena. Se questa proposta non viene accettata, Egli passa automaticamente ad altri popoli e ad altri vignaioli.
Storia del popolo ebreo dunque: un popolo che inizialmente accolse il Dio Vivo con grande entusiasmo; ma poi lo respinse, lo uccise. Il Regno fu allora destinato ai seguaci di suo Figlio, ai discepoli di Cristo, a quanti, col battesimo, abbracciarono la fede cristiana. Sorsero così comunità cristiane fiorentissime: Filippi, Tessalonica, Corinto, Cartagine, Efeso. Inviati come Paolo, Cipriano, Agostino, vi dedicarono anni di duro lavoro e di grandi affermazioni. Ma anche queste colonie pian piano sono capitolate. Oggi, in quelle terre, non c’è più traccia di quel cristianesimo fervente; col tempo la fede si è spenta e Dio se ne è andato altrove, in altre nazioni. Un fenomeno che puntualmente continua a ripetersi: quando la fede di un popolo si sclerotizza, si fossilizza, non si rinnova, quella fede muore, e la Vigna di Dio, il Regno dei cristiani, degli innamorati di Cristo, si trasferisce altrove.
Questo fatto dovrebbe preoccuparci seriamente, fratelli, perché anche nei nostri paesi occidentali siamo arrivati al limite; e non è detto che in Europa, e anche nella nostra cattolicissima Italia, in un futuro abbastanza prossimo, non possa succedere altrettanto. Anche da noi la fede sta gradualmente perdendo il suo smalto, la sua spiritualità, il suo entusiasmo, la sua vitalità; rischiamo tra breve di non essere più un popolo di cristiani convinti: al più saremo un popolo di battezzati, perché è questo che richiede la nostra tradizione secolare, ma niente di più.
Ma torniamo alla lettura del vangelo: la parabola inizia dunque mettendo in evidenza il grande amore con cui il padrone dà vita al suo progetto. Egli compie ogni cosa nel migliore dei modi, prepara la sua vigna con grande dedizione: pianta, circonda, scava, costruisce e affida. È il riguardo e l’amore di Dio per chi dovrà poi averne cura. Ma proprio questi lavoratori lo rifiutano. Perché? Gesù è venuto nel nome dell’amore, della bontà, della guarigione, della non-violenza; è venuto per darci una vita piena e sensata. Ma noi, i vignaioli, lo abbiamo rifiutato. Ripeto: perché? Perché continuiamo a rifiutare Gesù? Non è abbastanza buono? Non ci ha amato abbastanza? Ci ha per caso ingannati? Al contrario! Egli ci ha guariti, fatti resuscitare, sfamati, perdonati, illuminati; ci ha fatto sentire in tutti i modi che ci ama perdutamente. Allora lo rifiutiamo perché ci dice la verità? Perché non asseconda i nostri giochetti sporchi?
Abbiamo visto tutti i suoi miracoli, ma i nostri occhi non l’hanno saputo individuare. Abbiamo conosciuto la sua vita, ma non abbiamo cambiato la nostra di vita, non ci siamo convertiti. Abbiamo ascoltato le sue parole, ma il nostro cuore non si è lasciato contagiare. Abbiamo sperimentato le sue guarigioni, ma la nostra mente si è chiusa in discussioni teologiche, in distinguo improponibili, tanto per crearci un alibi per ucciderlo impunemente e vanificare così la sua presenza sulla terra. Ci faceva troppa paura. Poveri illusi: come al solito non abbiamo capito nulla.
Che cosa avrebbe potuto fare di più? Che cosa dovrebbe ancora dirci Gesù per riuscire a conquistare la nostra fiducia? Cosa ancora dovrebbe dimostrarci, per essere accolto, accettato, fatto entrare nel nostro cuore? Lo stesso dicasi per i suoi inviati, i suoi santi pastori, il suo rappresentante sulla terra, il Papa: cosa devono fare di più per convincerci che vengono da noi nel Suo nome, in nome dell’Amore? Che cosa devono dirci o dimostrarci ancora? Nulla, fratelli: abbiamo avuto e sentito tutto; ora dovrebbe “bastarci la Sua grazia” (sufficit tibi gratia mea, 2Cor 12,9), ma purtroppo siamo impenetrabili, emozioni-repellenti, non assorbiamo nulla: in altre parole siamo noi il grande problema. Il problema è il nostro cuore! Siamo fossilizzati, chiusi, insensibili. Non riusciamo a vedere in positivo; non vediamo le migliaia di gesti d’amore che i nostri fratelli ci fanno; non vogliamo vedere la bontà che c’è attorno a noi, di chi ci aiuta, di chi ci sostiene. Siamo occupati continuamente a rimarcare i difetti degli altri, le loro dimenticanze, le loro lacune e, di contro, non riusciamo mai ad apprezzare il bene, la cortesia, la gentilezza, la premura, con cui essi ci circondano. A volte ce ne rendiamo conto soltanto quando qualcuno muore. Soltanto quando perdiamo una persona vicina, finiamo per accorgerci di quanto fosse importante, quanto ci volesse bene. Solo allora i nostri occhi, il nostro cuore, finalmente si aprono: ma è ormai troppo tardi. Allora, perché non farlo prima? Perché, fratelli, siamo talmente incentrati nel nostro ego che purtroppo un piccolo gesto negativo, un soffio appena indisponente, è sufficiente per distruggere migliaia di gesti d’amore. Dimostriamo ancora una volta di avere l’animo atrofizzato, stretto dalla morsa dell’egoismo e della superbia: tutto deve girare attorno a noi. Tutti devono rispettarci, amarci, metterci al centro dell’attenzione e soprattutto lo devono fare sempre. Vogliamo cioè avere tutto, sempre e subito. Anche l’impossibile. Come i vignaioli. Cosa fanno i vignaioli? Vogliono possedere, possedere, anche ciò che non si può: la vigna non è loro. Loro devono semmai curarla la vigna; devono farla fruttificare, la devono lavorare, ma non possono averla, non è loro. Come la vita. La vita non è nostra! Non ne siamo i padroni, e prima o poi dovremo lasciarla. Questo è il problema, fratelli. È la morte il nostro grande problema. Nella nostra vita di vignaioli, cerchiamo di arraffare tutto, non ci fermiamo di fronte a nulla: vorremmo l’immortalità, l’onnipotenza del Padrone: ma è tutto inutile; non possiamo averle, non ne abbiamo il potere! Non abbiamo niente a cui poter dire: “Tu sei mio”. Non possediamo proprio nulla. La vigna-vita non è nostra, non possiamo campare alcun diritto su di essa. Anzi, non abbiamo proprio diritti. Punto. La vita, la nostra vigna, è un dono; può solo essere vissuta, realizzata, gustata, ma non possiamo possederla.
Eppure talvolta ci comportiamo come se dovessimo vivere per sempre. Illusi! Possiamo al massimo decidere come vivere, ma non quanto vivere!.
Tutto è dono, tutto ci è gratuitamente affidato da Dio, nulla può essere preteso. Per questo, fratelli, dobbiamo imparare ad abbandonarci a Lui, alla Vita; dobbiamo fidarci di Lui, perché noi siamo nelle sue mani. Siamo noi, ma non siamo nostri!
Tutto è dono; anche i fratelli che ci vivono accanto: rallegrano la nostra vita, le conferiscono profondità e significato, ci danno forza, complicità, unione e tanto ancora, ma anch’essi non sono “nostri”, non li possiamo possedere. Possiamo solo dire “Grazie”; “Grazie per ciò che abbiamo condiviso”. E quando se ne vanno, dobbiamo pregare Dio non perché li faccia tornare da noi, ma per ringraziarlo e benedirlo della fortuna che ci ha concesso nell’incontrarli.
Quanta pazienza ha Dio con noi! Se, come i vignaioli, avanziamo pretese assurde, se cerchiamo di sovvertire l’ordine, se non portiamo più frutto, ebbene: anche allora Dio non ci abbandona; anzi ci manda “messaggi”, degli avvertimenti: “Stai attento perché le cose non vanno; stai andando incontro alla tua rovina”. Ma noi, purtroppo, spesso ce ne infischiamo anche di questi messaggi, andiamo avanti per la nostra strada, ridiamo e facciamo finta di niente. La Vita non ci è più maestra; non l’accettiamo, e quindi non può più insegnarci nulla. Come possiamo pretendere che Dio ci parli, si faccia sentire, se di proposito non lo vogliamo ascoltare?
Eppure, quando leggiamo questa parabola, ne riconosciamo l’importanza; diciamo: “Che mascalzoni quei vignaioli! Come hanno fatto a non capire? a comportarsi così? Pensavano forse di farla franca?”. Già, loro sono stati stupidi, mascalzoni, assassini, ma noi? Noi li accettiamo i “messaggi” che Gesù ci manda? Eppure sono tanti e frequenti: siamo insoddisfatti, non ci va più bene niente, siamo sempre nervosi, irritabili, non proviamo più stupore, né gioia, non ci entusiasmiamo più per niente; la vita religiosa è un peso, la comunità è un peso, la famiglia è un peso; ecco, questo, fratelli, è un segnale chiaro, forte: e ci dice che la nostra anima langue, sta morendo. È un messaggio importante. Ma noi continuiamo a illuderci: “È il super lavoro; è un periodaccio; succede a tutti; passerà anche questo!”. No, fratelli miei, non passerà affatto.
I segnali che Dio ci manda vanno ascoltati; Dio cerca di aiutarci, ci ama, ci è amico! Non comportiamoci come abbiamo visto fare i vignaioli: il “messaggio” arriva, e noi “lo bastoniamo”, ce la ridiamo; il Padrone ce ne manda uno di più forte, e noi “lo lapidiamo”, lo rifiutiamo, neppure accettiamo di sentirlo; allora ce ne manda un altro ancora più forte, (“il figlio”): ma noi non solo non lo ascoltiamo, ma “lo uccidiamo”. Ebbene, fratelli, se non provvediamo a rimetterci in linea, la nostra situazione diventerà irrecuperabile. Dobbiamo stare molto attenti, dobbiamo prestare la massima attenzione ai “messaggi” di Dio; dobbiamo adeguarci immediatamente: altrimenti arriveremo anche noi a sentire quelle parole tremende: «vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti».
E concludo: una parabola tragica, quella di oggi, fratelli. Una parabola che ci deve veramente far riflettere: abbiamo detto che è la storia di Dio e dell’umanità, è la nostra storia, la storia di Dio e noi; la storia delle nostre incomprensioni che ancora fatichiamo a risolvere e superare; è la storia di un dolore, il dolore di Dio; un dolore che purtroppo non ci tocca, che ci lascia indifferenti: quando invece dovrebbe spiazzarci, dovrebbe annientarci, o almeno farci interrogare seriamente. Un dolore, questo di Dio, che noi gli causiamo con i nostri continui rifiuti. È la storia di Dio, questo Dio sconsiderato, che insiste, si ripete, che continua a mettere a repentaglio la vita del Figlio, donandocelo ogni giorno nell’Eucaristia. Pensando, così, di suscitare in noi quel rispetto che gli è dovuto, quella adesione al suo infinito Amore, quella risposta che noi, stupidi vignaioli, nell’ottusità del nostro cuore, non vogliamo dare: sì, fratelli miei, anche questo gesto estremo, questa sovrumana e impensabile prova d’amore, è da noi stravolta, incompresa.
A questo punto dobbiamo dire “basta!”. Questo deve essere il nostro grido di ribellione, questo il grido che deve sgorgare prepotentemente dal nostro cuore: non permettiamo oltre che la missione del Figlio fallisca: siamo noi, ciascuno di noi, che dobbiamo opporci al delirante comportamento degli altri vignaioli, di quelli che nella loro lucida follia pretendono di uccidere sistematicamente Dio, per prenderne il posto. Forse gli altri non lo sanno, fratelli, ma noi lo dobbiamo sapere bene: con la venuta del Figlio, noi non siamo più semplici fittavoli della Vigna; essa è diventata anche nostra, il Figlio ci ha nominati suoi “coeredi”: ecco perché spetta soprattutto a noi il compito di convincere i lontani, i distratti, gli svogliati, a coltivare insieme a noi con gioia questa “comune” Vigna di Dio. Come? Sopportando con pazienza evangelica la violenza e la cecità del mondo; contrastando la sua incoerenza con la nostra vita vissuta coerentemente: ossia con un comportamento che sia in sintonia con le nostre convinzioni, col nostro pensiero; un pensiero che deve essere alimentato, come dice Paolo (Fil 4,8), da «tutto ciò che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato; da ciò che è virtù e da ciò che merita lode…». Amen.


mercoledì 21 settembre 2011

25 Settembre 2011 – XXVI Domenica del Tempo Ordinario

«Un uomo aveva due figli; rivoltosi al primo disse: Figlio, và oggi a lavorare nella vigna. Ed egli rispose: Sì, signore; ma non andò...».
Per quel poco che facciamo, noi ci consideriamo a buon diritto gli operai della prima ora, quelli che da una vita si impegnano attivamente nella vigna del Signore; quelli che (almeno a sentir noi!) sopportano eroicamente il caldo e le fatiche di un lavoro nascosto, sconosciuto ai più, ingrato e sottovalutato; quelli che hanno sempre il broncio, perché convinti di essere sottostimati, presi di mira; quelli che soffrono di vittimismo: che dovrebbero gioire vedendo che anche altri fratelli sono chiamati a lavorare nella stessa vigna al loro fianco; quelli che dovrebbero entusiasmarsi perché altri come loro possono giustamente sperimentare la dolcezza e la bellezza di appartenere a Dio, di servirlo più da vicino; invece no, fratelli: noi siamo gelosi. Ci sentiamo defraudati di un nostro diritto “esclusivo”. Siamo sempre all’erta, sul chi va là, diffidenti, perché, non si sa mai, qualcuno dei nuovi arrivati potrebbe farci lo sgambetto.
Eppure, nonostante ciò, giriamo tutto il giorno con un sorriso posticcio, affettato e falso, immancabilmente stampato sul viso; cerchiamo sempre di apparire solleciti, amabili, ma senza convinzione, senza alcun vero coinvolgimento, giusto quel tanto che basti a salvare le apparenze. Eccoci dunque: questi siamo noi, fratelli; siamo tutti un po’ così, operai della prima ora, sì, ma “calcolatori”, “sindacalizzati”, quelli appunto che Gesù ha strapazzato per benino domenica scorsa; e noi, guarda caso, ci siamo anche rimasti male. Non abbiamo ancora capito, e continuiamo a non capire, che se il Signore ci tratta così, se pretende di più da noi, se sembra essere più esigente con noi, è perché ci ama di più. Ci ha scelti e chiamati per una missione speciale, e noi inizialmente abbiamo anche risposto subito con entusiasmo, ma poi un po’ alla volta ci siamo adagiati, ci siamo persi nelle derive della quotidianità, dell’abitudinario. Abbiamo cominciato a fare calcoli, a cercare il nostro tornaconto e a piantare i nostri “distinguo” anche con Lui, con il Padre. Egli cerca in ogni modo di scuoterci, di farci capire che così non va, che l’unica via da percorrere è quella dell’amore, del disinteresse, della generosità, ma noi siamo duri, immobili nelle nostre posizioni di ottusi zucconi. E di grandi permalosi.
Ecco perché anche oggi Gesù riprende il discorso sui suoi operai; ci fa capire che il Padre non gradisce dei discepoli mezze tacche, dei bamboccioni viziati, ma vuole gente leale, generosa, tutta d’un pezzo.
Il nostro Dio non gradisce l’esteriorità, il manierismo, i giochetti politici; non ama il doppio gioco, il far vedere una cosa e pensarne un’altra, l’esibire come fede una grande devozione in chiesa, e poi far finta di niente: sono cose che ormai dovremmo sapere molto bene. Ma saperle non basta!
Non ci dobbiamo quindi stupire se, in linea con il tema dei lavoratori della vigna, oggi Gesù continua la sua lezione, se ci impartisce un ulteriore insegnamento, altrettanto provocatorio, altrettanto indigeribile, ma altrettanto essenziale.
Se c’è infatti una cosa, una soltanto, che manda su tutte le furie il Padre misericordioso, una cosa che lo irrita profondamente, non è il peccato, il mancargli di rispetto, ma l’ipocrisia: il nostro tentativo cioè di presentargli per buona, sincera e convinta una cosa, quando invece, noi per primi, sappiamo bene che non lo è.
Per questo potremmo definire la parabola di oggi, quella “del dire e del fare”: Gesù, in pratica, racconta di due figli che di fronte alla richiesta del padre, a voce si esprimono in un modo, ma poi nei fatti si comportano esattamente al contrario; improvvisamente cambiano idea: uno dice "sì" ma non fa, l'altro dice "no" ma ci ripensa e fa.
Ecco: è questa inaffidabilità, questo agire da banderuole, da insensati, che il Padre non ama; e c’è di più: Gesù ci fa addirittura capire che preferisce il figlio anarchico e svogliato, quello che d’impulso dice “no”, quello che comunque esprime con franchezza il suo pensiero mettendosi in discussione, a quell'altro che, salvando l'apparenza del bravo ragazzo, educato e ossequiente, gli risponde “sì”, ma in realtà non muove un dito.
In altre parole, Gesù non ama quella forma di religiosità epidermica, di facciata, che si ferma superficialmente al rito, alla devozione sterile, e che è assolutamente inefficace per un significativo cambiamento della nostra vita.
Quante persone si comportano così, fratelli miei! Persone che vivono in assoluta contraddizione con quel che credono; persone che hanno adottato un modus vivendi di comodo, in aperto contrasto con quel “credo” che a voce alta professano ogni domenica davanti alla comunità. Sono persone che dicono esternamente un “sì”, che poi nella realtà è un “no”! Non fanno ciò che dovrebbero fare, ciò a cui sono chiamate; non arrivano a sentire il sussurro dell’anima, non hanno il coraggio di seguire le vibrazioni del cuore, la passione che brucia dentro.
Quante ce ne sono, fratelli: tante, tantissime, troppe. Ci consoli almeno sapere che ce ne sono altrettante che, pur dichiarandosi atee e non credenti, affrontano la loro esistenza con grande onestà e correttezza, fedeli alla propria coscienza, consapevoli della propria umana fragilità.
Ma noi, noi in particolare, come ci comportiamo? Anche noi, spesso, quando Dio ci affida un compito, quando dobbiamo soddisfare una sua richiesta, in prima battuta abbiamo una reazione di rifiuto: “No, non ci vado”; “No, non lo faccio”. E perché mai? Semplice: non capiamo quello che Dio vuole da noi; siamo diffidenti; siamo convinti che quello che ci propone è un qualcosa più grande di noi, delle nostre possibilità, che richiede volontà, applicazione, e tanto sacrificio; pensiamo di non farcela, sentiamo che le nostre forze non sono sufficienti; le nostre paure, i nostri scrupoli, la nostra pochezza, il nostro egoismo, la vergogna di apparire "diversi" rispetto agli altri, ci bloccano, ci immobilizzano: insomma non vogliamo metterci in discussione. Per fortuna poi, dentro di noi, riusciamo a capire tutta la serietà e l’importanza di questo nostro essere scelti; finalmente capiamo che bisogna andare, reagire, muoversi, dirgli di “sì” con tutto il cuore, anche se questo ci sembra pazzesco, folle. Non dobbiamo fare troppi calcoli, dobbiamo deciderci, fratelli: dobbiamo semplicemente andare, dobbiamo fidarci, dobbiamo buttarci; non possiamo aspettare oltre, non possiamo perdere altro tempo. Capita l’importanza della traversata, preparata la barca e noi stessi, dobbiamo levare l’ancora e partire, navigare, navigare. Non possiamo rimanere per sempre immobili nel porto. Una volta che abbiamo intuito la volontà di Dio, non possiamo continuare a tergiversare, far finta di nulla, continuare a stare inerti, non uscire dal porto, dal nostro guscio, dalle nostre sicurezze: sarebbero occasioni di fare qualcosa di grande, mancate, incompiute, mai fiorite, mai sbocciate, e questo solo per colpa nostra. Un vero peccato, fratelli! Forse qualche volta abbiamo anche detto subito di “sì”, magari trascinati dall’emozione di udire la Sua voce dentro di noi; ma passato il momento magico della professione religiosa, del presbiterato, del matrimonio, il nostro “sì” si è bloccato, si è fermato, non l’abbiamo più approfondito, non ha messo radici, non ha trovato consistenza e terreno fecondo nel nostro cuore. E nel tempo è diventato un “no”: la nostra entusiastica adesione iniziale alla chiamata, si è spenta. Per la nostra aridità. Ebbene, fratelli, non è questo che Dio vuole da noi: dobbiamo invece continuare senza sosta a lavorare alacremente nella sua vigna: Dio ci ha chiamati, già col battesimo, proprio per questo; è questo che dobbiamo fare per la società in cui viviamo, per i nostri fratelli, per la Chiesa, per il mondo; è ciò che tutti, indistintamente, si aspettano tacitamente da noi! Del resto è il compito che Dio ci ha affidato; per cui ci ha concesso doti particolari, per cui ci assiste continuamente con la sua grazia. Sono doni che non possiamo lasciare incolti; non possiamo esimerci, non possiamo fare altrimenti. Riattizziamo quel fuoco della sua Parola che ci bruciava dentro e muoviamoci in fretta, agiamo! Agire vuol dire riconoscere per valida la sua chiamata, vuol dire capirne l’importanza, vuol dire rispondere “si”, con i fatti, a Dio e a noi stessi.
Abbiamo bisogno di tanta onestà: dobbiamo armarci di grande rispetto per Dio, per noi e per gli altri; un rispetto soprattutto morale, di tanta sincerità e umiltà. Lasciamo che siano le canne al vento a fare chiasso. Noi, lavoriamo nel silenzio.
Guardiamo a Gesù: che uomo è stato! Un uomo vero, trasparente, coraggioso fino in fondo, senza le nostre piccole e grandi bugie, senza le nostre meschinità: seguiamo le sue orme, cerchiamo di essere anche noi uomini “del sì” come Lui; anzi, ci siamo mai chiesto che uomini siamo noi? Come ci comportiamo? Per esempio, quando dobbiamo difendere la nostra fede, i nostri ideali, le nostre convinzioni, testimoniandoli in pubblico, vincendo il “rispetto umano”, e non lo facciamo, nascondendoci per paura o per vergogna, ci siamo mai chiesto che uomini siamo? Quando non abbiamo il coraggio di guardare dentro il nostro cuore per paura di soffrire o di scoprire le nostre miserie inconfessabili, tutte le nostre magagne, che uomini siamo? Quando pretendiamo onore e rispetto, ma noi trattiamo gli altri con alterigia, disprezzo e rancore, che uomini siamo? Quando nella nostra vita sociale ci professiamo pacifisti convinti, rispettosi dei diritti del prossimo, salvo poi aderire a manifestazioni e cortei per la pace, spaccando tutto quello che troviamo, che uomini siamo? Quando in società ci teniamo ad ogni costo a passare per cittadini modello, salvo poi evadere il fisco e non pagare le tasse, che uomini siamo? Certo, essere veri, dire sempre la verità, essere trasparenti in tutto, non ci garantisce assolutamente una vita tranquilla; ma sicuramente ci fa sentire uomini e donne veri. Non ci darà molti soldi e forse neppure molte amicizie, ma ci darà una cosa che niente e nessuno può darci: la nostra dignità.
Ecco, fratelli: questa è in sintesi l’onestà che Gesù ci chiede nel vangelo di oggi: e la richiede sopratutto quando ci rapportiamo con i nostri fratelli e con Lui.
Evitiamo pertanto di indossare davanti a Dio il nostro vestito bello, quello della festa, quello del perfetto devoto, del perfetto cristiano; indossiamo invece sempre quello dell’onestà, quello, a volte lacero e sporco, del sincero cercatore di Dio, del discepolo che mendica dignitosamente da Lui, senso e luce per la propria esistenza. Senza questa verità e onestà, fratelli, finiremo col perdere la strada, col tradire la fiducia che Dio ha riposto in noi; finiremo col costruirci un altro Dio da adorare, uno che assomiglia troppo a noi stessi… Una religione che si esaurisce nella esteriorità della preghiera e del culto, nella menzogna e nel timore!
Gesù ci chiede di imitarlo sia nelle parole che nelle opere, senza perdere tempo nella ricerca di coerenze pagane di questo mondo, ma nella serena consapevolezza che l’aver incontrato Lui e il suo Vangelo ci obbliga automaticamente a cambiare vita.
Non comportiamoci come quei cristiani che vivono nella loro coscienza in compartimenti stagni: quelli che si ricordano di Dio forse cinque minuti al giorno, un’ora a settimana, e finita la benedizione della Messa, amen! E lasciano volentieri Dio da solo nei tabernacoli! Non celebriamo il Dio della vita con azioni di morte, fratelli! Siamo autentici con Dio. Non lo blandiamo. Non pretendiamo di indossare davanti a Lui un abito che non è il nostro e che ci sfigura. Presentiamoci invece a Lui, nella nudità imbarazzata dell’essere come siamo, umilmente autentici. Amen.


giovedì 15 settembre 2011

18 Settembre 2011 – XXV Domenica del Tempo Ordinario

«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna…».
La parabola di oggi potrebbe sembrare a prima vista una difesa dell’autonomia discrezionale del datore di lavoro nello stabilire la retribuzione ai suoi operai. Un padrone, dunque, esce di primo mattino per cercare degli operai a giornata da mandare nella sua vigna: trovatili, si accorda con loro per “un denaro”, il corrispettivo di quei tempi per un giorno lavorativo. Preoccupato però per l’urgenza della vendemmia, esce ancora, in ore diverse del mattino e del pomeriggio, e continua ad assumere chi trova, mandando tutti a lavorare nella sua vigna. Alla fine della giornata, gli operai si presentano dal padrone per ricevere ciascuno la sua paga: per primi vengono chiamati quelli che hanno lavorato un’ora soltanto e ad essi il padrone consegna un denaro ciascuno. A questo punto gli altri, fatto un rapido calcolo, pensano di ricevere una paga proporzionale alle ore di lavoro rispettivamente effettuate. E invece niente: sia chi ha lavorato un’ora, sia chi tre ore, sia chi l’intera giornata, tutti ricevono la stessa identica paga di un denaro a testa. Beh, di fronte ad un simile trattamento penso che anche noi ci saremmo sicuramente “alterati”: quanto meno avremmo denunciato tale sperequazione al competente “sindacato”, magari ricorrendo pure ad uno sciopero esemplare. Secondo i nostri contratti collettivi di lavoro, un trattamento simile è infatti assolutamente inammissibile. Le nostre leggi economiche decretano: “La paga va liquidata al dipendente sulla base delle ore lavorative prestate”. Quindi, se chi aveva lavorato un’ora aveva avuto un denaro, chi ne aveva lavorato nove doveva incassare nove denari: punto. Non c’è scampo.
Ma Dio, fratelli miei, non ragiona come noi; Egli si comporta diversamente. Dio non dà secondo i nostri “diritti”, Dio non usa i parametri sindacali: Dio agisce così perché ama! Egli ha dato il minimo giornaliero di sopravvivenza a tutti, indipendentemente dalla quantità di “lavoro” svolto da ciascuno, proprio perché ama tutte le sue creature allo stesso modo e vuole che tutti, indistintamente, abbiamo le stesse possibilità di vita.
La giustizia di Dio non è legata ad alcuna legge economica del tipo: “Hai lavorato tot, eccoti tot”. Egli non pensa come tanti ricchi della nostra società industrializzata: “Se non lavori e non guadagni tanto da poterti sfamare, è un problema tuo, non mio”. No, fratelli, questa non è la giustizia di Dio: la sua è la giustizia dell’amore, del cuore. Dio vuole che ciascuno viva, che ciascuno abbia il necessario, che ciascuno possa avere le stesse possibilità per realizzarsi.
La chiave della parabola sta invece altrove, fratelli: ossia nel mettere allo scoperto e nel condannare un nostro comportamento molto comune, quello cioè di confrontarci sempre con gli altri. Lo scontento, il malessere, la convinzione di subire ingiustizie, sentimenti che spesso ci affliggono, provengono quindi non dall’esterno, dagli altri, ma esclusivamente dal nostro interno, dalla gelosia che scaturisce dal nostro continuo confrontarci egoisticamente con quanto succede agli altri: una serpe velenosa, l’invidia, si insinua nei nostri cuori, obnubila la nostra mente, e ci destabilizza da ogni logico raziocinio: “lui sì, io no! Lui tanto, io poco!”
La molla che fa scatenare il malcontento degli operai della prima ora,a ben vedere, non è quindi il comportamento del padrone nei loro confronti: essi infatti hanno ricevuto esattamente quello che avevano concordato: chiuso; è invece la constatazione della somma percepita dagli altri la responsabile del loro malumore: e questa, fratelli, in una parola, si chiama “invidia”. A nessuno di essi interessa più l’essere stato trattato con giustizia dal padrone; quello che ora li manda in bestia è che gli altri hanno guadagnato di più lavorando di meno.
Ecco, è su questo atteggiamento, fratelli miei, che dobbiamo meditare: a chi di noi non è mai capitato di comportarsi così? Chi di noi, in qualche modo, non ha mai ceduto all’invidia? Se lo negassimo saremmo disonesti con noi stessi. Tutti noi, chi più chi meno, in certe situazioni pecchiamo di incoerenza, non siamo onesti, obiettivi. I nostri rapporti “fraterni” perdono di lucidità, di autenticità.
Certo, un normale confronto con gli altri è assolutamente normale: non viviamo soli in questo mondo. Quello che è innaturale, decisamente negativo, è impostare la nostra esistenza su quella degli altri, condizionare i nostri stati d’animo a quello che di meglio e di più succede agli altri.
È come se il padrone del vangelo in pratica ci dicesse: “Io e te abbiamo concordato una giornata di lavoro per un denaro: tu eri contento così e lo hai accettato; perché ora sei tanto arrabbiato? Perché vuoi impedirmi di essere generoso, buono e grande d’animo con gli altri? Ti ho forse tolto qualcosa? Ti ho defraudato di qualcosa? E allora perché ti lamenti?”. E mette il dito nella piaga, facendo capire quanto sia dannoso un confronto invidioso con l’altro. Se fossero stati presenti soltanto gli operai della prima ora, non ci sarebbe stato alcun problema. Sarebbero stati tutti felici: avevano lavorato, avevano guadagnato il pattuito, e tutti se ne sarebbero tornati a casa soddisfatti. Cos’è che ha rovinato la loro festa e la loro gioia? Il confronto, fratelli. L’aver visto per gli altri un trattamento migliore del loro: e non vanno più a casa felici per quello che hanno guadagnato, ma tristi e infuriati perché gli altri hanno guadagnato di più. Eppure sono stati trattati con giustizia, hanno portato a casa il pattuito, che motivo c’era per lamentarsi?
Purtroppo è così: il confronto malevolo, l’invidia, toglie ogni valore a tutto quello che abbiamo: non lo consideriamo più, non lo gustiamo, non lo viviamo più; non guardiamo più a noi stessi, a ciò che siamo, a ciò che abbiamo, ma abbiamo lo sguardo fisso sugli altri. E il confronto con loro ci distrugge, ci rovina la vita, ci porta ad odiarli.
Lasciamo perdere, fratelli: credetemi, questo confrontarci maniacale con gli altri è una gara persa in partenza; nella vita ci sarà sempre qualcuno che è più di noi, che ha più di noi, che sa più di noi, che è più bravo di noi, più apprezzato, più bello. Se non siamo felici, la causa non sono gli altri, ma siamo noi; il vero problema siamo noi, fratelli, soltanto noi! Non ci accettiamo per quello che siamo; non siamo sicuri di noi stessi, pensiamo di non valere e ci mettiamo continuamente alla prova: “Ho di più io o gli altri? Sono più intelligente io o gli altri? Sono più bravo… onesto… rispettabile… cristiano… simpatico… bello… io o gli altri?”. Se la risposta è “io”, allora tutto è ok: ci sentiamo a posto, soddisfatti di essere superiori agli altri: è l’orgoglio che ci sostiene. Ma se la risposta è “gli altri”, allora crolliamo, cadiamo in depressione; oppure scatta in noi una insana rincorsa per essere e per avere sempre di più, più di ogni altro; oppure, ancora, attacchiamo, giudichiamo ingiustamente e con livore gli altri perché secondo noi non meritano di essere o di avere più di noi: “Non è giusto!”.
E questo succede perché nella vita siamo noi, purtroppo, i più accaniti sostenitori dei nostri meriti, siamo noi in assoluto gli unici a poter vantare dei meriti.
Ebbene: Gesù con questa parabola, se la prende proprio con la logica del merito, secondo cui Dio ci ama e ci premia in funzione dei nostri meriti; lo fa perché lo meritiamo, perché ci comportiamo bene. Così la pensavano i devoti del suo tempo. E così la pensiamo anche noi. Ma Gesù dà una spallata a questa logica umana: una logica che pone la giustizia come unico modo di relazionarsi fra le persone e con Dio. Per carità, la giustizia è certamente importante, ma rischia di trasformarsi in un'arida contabilità dei meriti. Invece, molto più importante del merito, c'è la grazia, c’è il dono: è questo che praticamente ci dice oggi Gesù.
Allora, non cadiamo, fratelli, nell’errore degli operai della prima ora: essi non hanno capito con quale padrone hanno a che fare. Hanno ridotto la loro fede semplicemente a fatica e sudore. Peggio: guardano con sospetto gli altri, quasi fossero concorrenti dei loro privilegi. Ma non è così che deve essere, soprattutto per noi che abbiamo colto la luce del Vangelo.
Rinunciamo a questa gara di chi è più meritevole, a questo confrontarci ossessivamente con gli altri: cerchiamo di essere noi stessi, non sragioniamo! Accettiamo gli altri per quello che sono: nostri fratelli. Perché ridurci a confrontare una pera con una mela? Vale di più la pera o la mela? Che senso ha? Sono due frutti diversi, entrambi ottimi, punto e basta! Che senso ha guardarsi in cagnesco, paragonarsi con cattiveria, confrontarsi invidiosamente e farsi vicendevolmente i conti in tasca? Lo ripeto: non perdiamo tempo, imitiamo invece Gesù, mite e umile di cuore.
Ringraziamolo e gioiamo per la grazia che ci ha concesso di poter lavorare nella sua vigna, pur non disponendo di alcuna specializzazione; gioiamo per la possibilità offerta anche agli altri nostri fratelli anche a quelli dell’ultimo momento di accogliere quella stessa grazia che ha donato a noi e che ci ha trasformati. La bontà di Dio contagi ogni istante della nostra vita, renda questa nostra “giornata lavorativa”, sin d'ora, specchio di quella gioia che il Signore un giorno riverserà nei nostri cuori. Il nostro Dio, amore infinito, ci faccia uscire dalle ristrettezze di una fede "sindacale", per percepire, almeno un poco, il calore di quell’immenso fuoco d'amore e di bontà che è il suo cuore. Auguriamocelo umilmente. Amen.
 

martedì 6 settembre 2011

11 Settembre 2011 – XXIV Domenica del Tempo Ordinario

«Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?».
Il Vangelo di oggi continua a proporci insegnamenti per la nostra vita “comunitaria”. Domenica scorsa ci ha dimostrato quanto sia importante in una comunità ascoltare le ragioni del proprio fratello, rapportarsi con lui; quanto sia importante aprirgli il nostro cuore e accogliere il suo. Oggi ci offre un ulteriore approfondimento del tema: uno dei modi più efficaci per esprimere l'amore, è il perdono.
A Pietro, come al solito, la teoria non basta, egli vuol saperne di più, avere certezze, vuol vederci chiaro, nero su bianco. «Quante volte devo perdonare?». Egli ha capito perfettamente che bisogna perdonare: ma quali sono i limiti di questo perdono? Egli pensa di mettersi in linea con la predicazione di Gesù, andando oltre le tre, quattro volte, previste dall’antica legge come per es. in Amos (2,4) e Giobbe (33,29) e, per tenersi sul sicuro, propone “sette volte”. Ma la risposta di Gesù va ben oltre: rovesciando il canto di Lamech che prevedeva un crescendo di violenza scatenata dal gesto di Caino: «Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamech settantasette…» (Gn 4,24), Gesù fa capire quali impensabili risorse di misericordia siano legate all’avvento del suo Regno: «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette». In altre parole, caro Pietro, non hai scampo: devi perdonare sempre! Perché? Semplice: il perdono non è frutto di un gesto eroico che nasce dal grado di bontà del discepolo, ma è la logica conseguenza di chi si rende conto di quanto perdono, lui per primo, abbia ricevuto dal Signore... Chi si guarda un po’ dentro, e vede quanto male è stato perdonato a lui, non può esimersi dal perdonare a sua volta. Quindi l'unica misura del perdono è perdonare sempre, senza misura e senza calcoli, perché così fa Dio con noi. La nuova giustizia che Gesù introduce nel Regno, infatti, non è quella che ristabilisce la parità, in base alla regola “chi sbaglia paga”; la sua è una giustizia superiore, è la giustizia propria di chi ama senza limiti. Egli sostituisce la giustizia della legge che uccide, con la sua, quella dello Spirito che dona vita.
Perdono incondizionato, dunque. Ma cos'è il perdono? È possibile il perdono? Come si giustifica? Come viverlo? Cercherò di dare una risposta condivisibile a tali quesiti.
Per ciascuno di noi è una cosa naturale, istintiva, reagire alle offese degli altri, offenderci, rimanerci male e in qualche modo vendicarci, anche se si tratta di piccole cose. Se poi subiamo contrasti più gravi, torti o azioni cattive, lesioni alla nostra dignità, alla salute o alla vita nostra e dei nostri cari, sentiamo non solo il bisogno e il diritto di far valere le nostre ragioni (e fin qui può andare bene), ma di affrontare con altrettanta durezza e cattiveria il responsabile, per fargli pagare ad ogni costo quel “male” che abbiamo ricevuto. Ma è una soluzione che non paga. Perché ci fa cadere inevitabilmente in quel meccanismo in cui il male richiama altro male, la violenza (di qualunque tipo) richiama e moltiplica violenza; in questo modo non plachiamo certamente l’odio, ma lo alimentiamo facendolo crescere sempre più; inoltre l’idea della vendetta ci illude, ci corrode l’anima, inducendoci a pensare che è lei, la ritorsione, a rimettere le cose al loro posto; ma il risultato è ingannevole perché ci fa vivere nel tormento, con l'inferno nel cuore. Possiamo cogliere tanti piccoli esempi intorno a noi: vicini di casa che hanno litigato per un nonnulla e lasciano passare anni e decenni senza riprendere un dialogo, una parola, un saluto; genitori e figli che interrompono ogni rapporto per cause spesso futili e banali; fedeli che collaborano nella parrocchia, impegnati nella chiesa, che si dilaniano l’anima per immaginari soprusi o per sgarbi di “lesa maestà” subiti da altri collaboratori; confratelli e consorelle in grave disaccordo che, pur assistendo quotidianamente all’Eucaristia, al momento della pace si riducono alla finzione, lasciando intatto nell’intimo del loro cuore il sentimento corrosivo del rancore, chiudendosi in maniera totale all’invito di Gesù di usare amore e misericordia. Ciascuno rimane orgogliosamente arroccato sulle proprie posizioni, su versanti diametralmente opposti. Eppure il perdono è l'unica strada, umana e cristiana, che consente, cristianamente e umanamente, di condurre una vita vera, autentica, serena e felice. Abbiamo anche tanti esempi di situazioni umanamente molto più dolorose e strazianti: quando per esempio qualcuno ti porta via il marito o la moglie e rovina la tua di vita e quella della tua famiglia, dei tuoi figli; quando qualcuno con grande superficialità, anche se involontariamente, causa la morte di una persona cara. Cosa fare allora? Come gestire queste situazioni gravissime? Come continuare a vivere, dopo aver subito azioni così distruttive? Ebbene, fratelli, non ci sono appelli, non ci sono eccezioni: anche in questi casi dobbiamo perdonare. Dobbiamo farlo noi per primi e indurre anche gli altri, che ci sono vicini, a farlo. Sembra impossibile, non è vero? Certo, umanamente parlando, visto dall’esterno, il perdono può sembrare un gesto eroico, irrazionale. Ma a ben vedere, non è altro che un gesto di equità, un concedere all’altro lo stesso beneficio che noi abbiamo già ricevuto in larghissima misura. Difficile da praticare, questo si. Ma Gesù ci dimostra continuamente che tutto quello che gli uomini non riescono a fare da soli, lo possono sempre fare con il Suo aiuto. Per questo dobbiamo chiedergli tutta la forza di cui abbiamo bisogno. Dobbiamo aprirci, anche se è difficile, alla rassegnazione, aprirci alla pace del cuore. Dobbiamo insomma aprirci a nuove dimensioni che rasentano il “divino”, diventando capaci di lottare contro l'odio, di santificare il dolore, di ritrovare la pace, di vivere, in una parola, il perdono. Gesù lo lascia intendere con estrema chiarezza: “perdonare” deve essere un distintivo per quanti vogliono seguirlo sul Suo cammino.
Come ho detto, molti pensano che il perdono sia un sentimento che nasce dal cuore, un gesto spontaneo di chi è già avanti nel difficile cammino della perfezione. No, fratelli. Il perdono è un atto di volontà che tutti possono e devono fare: un impegno forte, che deve regolamentare la nostra vita, il nostro modo di pensare, il nostro relazionarci, il nostro vivere da cristiani. Non è una cosa naturale, spontanea, semplice; ma è un gesto contro natura, irrazionale, incomprensibile: irrazionale e incomprensibile, del resto, come lo è tutto il messaggio evangelico di Gesù. Egli, perdonando e scusando contro ogni logica umana i suoi torturatori, i suoi carnefici, ci ha lasciato il più sublime esempio di perdono: le sue non sono quindi raccomandazioni astratte, ma sono vita vissuta, scuola pratica da seguire e basta.
Il cristiano è pertanto chiamato a perdonare, sempre e in ogni caso, proprio perché Dio lo ha sempre fatto con lui e continua a farlo. La sproporzione del debito dei due servi, magistralmente sottolineata nella parabola di oggi (migliaia e migliaia di talenti contro pochi denari) sta ad indicare l’enorme divario che esiste fra il perdono di Dio e il nostro. Ecco, fratelli: noi siamo chiamati a perdonare perché siamo dei “perdonati”, perché noi per primi abbiamo fatto e facciamo esperienza continua del gratuito perdono divino e non certo perché siamo più buoni degli altri. Cosa che difficilmente riusciamo a capire, perché spesso siamo convinti che se perdoniamo, lo facciamo perché in fondo in fondo siamo migliori degli altri, migliori sicuramente di quei “disgraziati” che ci hanno offeso. Non dobbiamo perdonare per dimostrare qualcosa a qualcuno, fratelli; ma solo perché noi per primi abbiamo bisogno assoluto di perdono, e perché portare rancore, fa più male a noi che agli altri... Siamo poi chiamati a farlo gratuitamente, senza pensare ad un qualche tornaconto, magari sperando che il nostro gesto cambi l'atteggiamento di chi ci ha offeso. Sicuramente il nostro perdonare, come quello di Gesù, rischierà di essere ridicolizzato dalla gente, forse ci verrà rinfacciato come un segno di debolezza, di meschinità. Poco importa: chi ha incontrato sulla sua strada il grande perdono di Dio, non può più fare a meno di guardare all'altro, al suo fratello, senza comprensione, senza amore e verità.
Con questo, fratelli, non voglio dire che il perdono debba cancellare, oltre ai torti e alle ingiustizie subiti, anche il loro ricordo; sarebbe umanamente impossibile. Ma il ricordo deve rinvigorire e riconfermare il nostro impegno, deve essere motivo di gratitudine verso quel Dio, che per la sua infinita bontà ci rinnova quotidianamente il suo di perdono. Molti dicono: “Vorrei perdonare, ma non ci riesco. Non riesco a dimenticare; appena vedo quella persona, il sangue mi torna a ribollire. Non posso farlo!”. Beh, provare simili sentimenti, come ho detto, è naturale, è umano; ma a queste persone dobbiamo dire: “Perdona, perdona sempre e comunque: l'importante non è ciò che senti, ma ciò che tu vuoi nel tuo cuore. Perché se tu vuoi perdonare, se lo desideri, hai già perdonato”.
E allora: come figli di Dio, dobbiamo avere verso i nostri fratelli gli stessi sentimenti di misericordia che Dio ha usato con noi: in altre parole, grazie al nostro perdono i torti e le ingiustizie che sopportiamo ci fanno diventare, paradossalmente, come Dio; il male che noi facciamo agli altri, diventa perdono di Dio a noi; il male che gli altri fanno a noi, diventa perdono nostro, che ci rende simili a Dio!
È in questo senso che dobbiamo leggere il famoso detto di Paolo: «dove abbonda il peccato, sovrabbonda la grazia!» (Rm 5,20). Il perdono che riceviamo e che accordiamo, da peccatori perdonati, è esattamente il “respiro di Dio”, quello Spirito divino che diventa nostra vita. Del resto possiamo definire una comunità “osservante”, “santa”, non perché i suoi membri sono perfetti, perché non sbagliano mai o non offendono gli altri; ma perché tutti si sentono dei “perdonati” e perdonano di cuore amando gli altri. Il male reciproco che inevitabilmente si fanno, non costituisce quindi un elemento dirompente, ma nel reciproco perdono diventa il collante che li unisce saldamente in Cristo.
Davanti a Dio, fratelli miei, noi tutti siamo debitori, eccome! Tutti siamo peccatori, assolutamente insolvibili; mai, in tutta la nostra vita, potremo rendergli l’amore che gli è dovuto, quell’amore che invece noi, con tanta disinvoltura, gli sottraiamo continuamente con i nostri peccati. Eppure egli è sempre pronto a condonarci tutto, a perdonarci senza limiti, indicandoci la strada del perdono che dobbiamo percorrere nei confronti dei nostri fratelli.
E nella parabola di oggi, Gesù ci offre proprio una dimostrazione pratica dei suoi insegnamenti, attraverso le vicissitudini dei due servi: riconsideriamola brevemente.
Il primo servo doveva al suo re una cifra enorme, “diecimila talenti”, una somma che non avrebbe mai potuto pagare al suo padrone: giusto per avere un’idea, un talento era pari alla paga di seimila giornate lavorative; diecimila talenti corrispondevano quindi a sessanta milioni di paghe quotidiane: una somma che per restituirla, quel servo avrebbe dovuto lavorare duecentomila anni senza mangiare. Un’assurdità. Consapevole di questo, egli tenta il tutto per tutto: si getta a terra e supplica tra le lacrime il suo creditore. E il re prova compassione per lui; si immedesima talmente nella sua angoscia, nella sua disperazione, al punto da considerarle più importanti della somma ingente che quel derelitto gli doveva. E in uno slancio di misericordia gli apre il suo cuore e gli condona tutto il debito. Un condono tombale, senza penalità alcuna. 
Bene: quello stesso servo, cui era stato condonato il suo mostruoso debito, “appena uscito”, trova un suo pari che gli doveva pochi denari... “Appena uscito”, fratelli; non una settimana dopo, non il giorno dopo, non un'ora dopo. “Appena uscito”, quindi ancora emozionatissimo per quanto gli era capitato, ancora frastornato dalla gioia irrefrenabile per aver scampato un grave pericolo, per essere stato liberato da un incubo insopportabile: lui, che aveva appena fatta esperienza della grandissima misericordia regale, senza alcuna esitazione, sopraffatto dall’ira, prende il suo compagno per il collo e lo strangola gridando: “rendimi ciò che mi devi”; una inezia, poche monete rispetto ai miliardi che gli erano stati appena condonati! E senza pietà alcuna, lo fa gettare in prigione.
Che dire di questo servo, che così tanto ci assomiglia? Senza dubbio non è l'esempio che dobbiamo seguire! Certo, agli occhi del mondo egli si comporta nel rispetto del diritto e della giustizia. Fa cioè valere i suoi diritti, e quindi è nel giusto. Si, fratelli, è nel giusto, ma è un uomo senza pietà. Sarà anche onesto di fronte alla legge, ma è un uomo decisamente cattivo. Non ha saputo riconoscere al compagno, in una situazione decisamente meno impegnativa per lui, la stessa amicizia, la stessa misericordia che lui invece aveva appena sperimentato in misura clamorosa.
Purtroppo, fratelli, anche a noi può capitare spesso, e con facilità, di essere giusti ma spietati, onesti ma cattivi!
Non basta la giustizia umana per essere uomini superiori; e meno ancora per essere figli di Dio. Dobbiamo capire che il perdono guarisce, matura e fortifica chi lo esercita, cioè noi, non coloro che lo ricevono; e che quindi perdonando facciamo soprattutto i nostri interessi!
E concludo: Gesù suggella il suo insegnamento, proponendoci una pietà, una misericordia, un perdono razionalmente incomprensibili quanto si vuole, ma di una coerenza estremamente semplice: «Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?»
Due sono dunque i motivi per cui dobbiamo avere pietà e perdonare: per conquistare il cuore di Dio e per introdurre nell’apparente equilibrio di questo nostro mondo garantista, il “disordine divino”, scompaginante, del suo messaggio d’amore. E dobbiamo farlo col cuore. È difficilissimo perdonare veramente di cuore: comporta un profondo atto di fede, un dare fiducia all'altro senza guardare al passato, mirando solo al futuro; esattamente come fa Dio con noi: Si, fratelli: Dio ci perdona per un atto di fede, perché crede in noi, si fida di noi! Egli è sicuro che perdonandoci, investe su di noi, sul nostro cammino di perfezione. Non vi sembra meraviglioso tutto questo? Se solo sapessimo, se capissimo di quanto amore il Signore è capace di colmarci! Se prendessimo più seriamente l’insegnamento di questa pagina del Vangelo! Allora forse riusciremmo a costruire veramente delle comunità, una Chiesa, di perdonati!
Ecco, preghiamo proprio per questo: che le nostre comunità cristiane diventino luogo di comunione, di accoglienza, di perdono dato e ricevuto; perché tutti diventino testimoni credibili dell'amore infinito e gratuito di Dio. Amen.


mercoledì 31 agosto 2011

4 Settembre 2011 – XXIII Domenica del Tempo Ordinario

Il Vangelo di oggi ci rivela un Matteo preoccupato di veicolare gli insegnamenti di Gesù alla comunità del suo tempo. Il suo è un tentativo di “tradurre” lo spirito di Gesù in comportamenti e regole, destinati ai suoi contemporanei, a uomini che hanno vissuto più di duemila anni fa, in un ambiente e in una cultura molto diversa dalla nostra. Le sue sono regole destinate a mutare nel tempo, in quanto legate ad una particolare cultura. Quello che deve interessare a noi, e che rimane immutato nei secoli, è invece il messaggio di Gesù, quello che scaturisce dal suo insegnamento e dalla sua vita. Ecco allora che il senso profondo della Parola di oggi ci deve impegnare tutti, perché nella sua semplicità, comporta uno sforzo costante e per nulla scontato: nei nostri rapporti con gli altri, dobbiamo usare umiltà, sollecitudine, discrezione e amore.
Se noi siamo convinti discepoli di Gesù, se Dio abita realmente nel nostro cuore, lo dimostriamo non dalla quantità delle nostre preghiere o dalla frequenza con cui invochiamo il suo nome, ma da come ci comportiamo nelle nostre relazioni interpersonali, dai nostri rapporti con le persone che ci stanno vicino, da come stiamo con gli altri.
“Nella tua vita, qualunque cosa fai, falla sempre con amore”: è questa la massima che dobbiamo seguire sempre fedelmente. Anche quando litighiamo, quando lottiamo, quando entriamo in conflitto, anche in quei momenti, non dobbiamo mai dimenticare di amare. Sì, fratelli. Può sembrare una battuta ma non lo è; perché nella nostra vita possiamo anche non litigare mai, essere sempre ossequiosi con tutti, ma nonostante ciò, non amare nessuno; al contrario possiamo anche litigare spesso con i nostri fratelli, ma nello stesso tempo amarli sinceramente, di vero cuore. Come è possibile? Il “litigio”, il nostro scambio “robusto” di opinioni, deve poggiare su una reale onestà mentale, sulla carità, sull’amore verso l’altro: ogni “scontro” ci deve lasciare ricchezza di vita, verità da imparare, apertura verso l’altro, e non totale chiusura nelle nostre posizioni, nel nostro astio. Ci sono persone che per anni litigano sempre per la medesima e identica cosa: vuol dire che non hanno mai saputo imparare, capire. Che serve allora litigare? Non serve, è inutile, fa solo male: se per principio non si vuole imparare, non si crescerà mai. Non riduciamoci a un dialogo tra sordi.
Ma l’insegnamento di oggi va oltre: in una controversia, due sono le cose importanti: la prima è di evitare di pubblicizzarla, di mettere in piazza la lite, di dare in pasto all’opinione pubblica i dissapori; la seconda è un maggiore esercizio dell’amore. Se un nostro fratello sbaglia, se c’è un problema tra noi, dobbiamo sapere che in quel preciso momento egli ha ancor più bisogno del nostro amore: dobbiamo quindi agire nei suoi confronti con maggior delicatezza, con maggior gentilezza, con maggior attenzione. In una parola con grande carità e discrezione. Ce lo sottolinea in apertura il vangelo di oggi: «Se c’è una questione irrisolta fra te e tuo fratello, va di persona, da solo»; e lo fa in aperto contrasto con quanto la legge antica imponeva: «Rimprovera apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai di un peccato per lui” (Lv 19,17). A quel tempo era normale denunciare apertamente l’operato di una persona: se sai una cosa dilla a tutti. Gesù, invece, propone una cosa del tutto nuova, rivoluzionaria, decisamente contro la legge e l’usanza del tempo. C’è qualcosa che non va fra te e qualcuno? Va da lui e diglielo. Se ci vai, conoscerai personalmente il suo punto di vista: forse ti ricrederai, forse non era come tu pensavi. Va dunque e senti di persona: soprattutto non basarti su quello che dice la gente.
Se ci aprissimo lealmente, fratelli, potremmo sicuramente capirci, potremmo aiutarci, venirci incontro e smettere di giudicarci: perché quando le persone fanno qualcosa, molto spesso lo fanno per dei buoni motivi che noi non conosciamo. Spesso infatti le persone agiscono per paura, per fragilità, per ignoranza, non per cattiveria.
Noi, invece, cosa facciamo? Se abbiamo un problema, un contrasto, un’opinione contraria con qualcuno, piuttosto che chiarire con lui, corriamo subito a sparlare e a malignare su di lui con i nostri “confidenti”. I quali si sentono immediatamente in dovere di mettere a loro volta al corrente della cosa i loro di “confidenti”, innescando così una reazione a catena di chiacchiere senza costrutto, il più delle volte crudeli, false e ingiuste.
Smettiamola fratelli, di creare incomprensioni di questo genere: comportiamoci da adulti! Ascoltiamo soprattutto! Per quattro volte il vangelo ci ripete il verbo “ascoltare”. «Se ti ascolterà avrai guadagnato… se non ascolterà prendi ancora… se poi non ascolterà costoro…, se non ascolterà neanche la comunità…». Una insistenza con la quale vuole quasi imporci la condizione per un nostro corretto comportamento con gli altri: ascoltare, ascoltare, ascoltare, ascoltare.
Come lo viviamo noi, fratelli miei, questo “ascoltare”? Ascoltiamo veramente? Ascoltiamo le parole false e volubili o la voce profonda e veritiera del nostro cuore? Cosa intendiamo esattamente per ascoltare? Se abbiamo già deciso a priori che il nostro fratello ha sbagliato, come facciamo ad ascoltarlo? Se rimaniamo caparbiamente attaccati al nostro parere preconcetto, lo ascoltiamo? Se non accettiamo vedute diverse dalle nostre, possibilità e modi diversi dai nostri, lo ascoltiamo? Se alcune cose le vogliamo sentire e altre no, lo ascoltiamo? Se quello che ci dice ci ferisce, “ci manda in bestia” e ci chiudiamo nel nostro silenzio oppure tiriamo su un muro tra noi, oppure “non vogliamo sentire ragioni”, come facciamo ad ascoltarlo? Se mentre lui parla noi pensiamo soltanto a cosa ribattergli, lo ascoltiamo? Se abbiamo sempre già pronte le risposte ad ogni domanda, illudendoci di essere un po’ altrettanti Dio, lo ascoltiamo? Se il nostro problema è cosa diranno gli altri e quindi ci preoccupiamo più di noi che di lui, lo ascoltiamo? E se non lo sappiamo ascoltare, come possiamo dire di amarlo?
La comunità di Matteo, come qualunque altra comunità, non era certamente perfetta: c’erano senz’altro dei conflitti. Ecco perché egli sente la necessità di dire: «In tutte le situazioni, ci sia fra di voi l’amore». Anche oggi non esiste comunità, famiglia, in cui non ci siano tensioni, conflitti, scontri. Ora - lo ripeto - litigare, entrare in conflitto, non significa non amarsi: vuol dire solo che si è diversi. Litigare è inevitabile! Non fa problema; un problema serio è invece quando due persone non litigano mai, quando due persone si scoprono sempre all’unisono: vuol dire che una delle due ha rinunciato ad essere se stessa, si è “conformata”, almeno esteriormente, all’altra. Ma non è questa la vera prova d’amore; l’amore si dimostra soprattutto dal modo con cui vengono affrontati e risolti i problemi conflittuali. È così che dimostriamo la nostra maturità. È così che la nostra comunità (famiglia, parrocchia, luogo di lavoro, casa religiosa), dimostra di essere una comunità matura: perché, fratelli, la maturità non si conquista semplicemente con lo stare insieme, ma soltanto imparando a come stare insieme. Maturità è saper trasformare l’inevitabile conflittualità di un “con-fronto”, in un chiarimento di idee, in un ampliare le vedute, in un arricchimento reciproco.
Senza la conflittualità, senza le difficoltà, una comunità non cresce. Per questo è decisivo il modo con cui affrontiamo queste tensioni, questi conflitti, perché possono essere contemporaneamente causa di divisione o di comunione, di unione o di rottura, di separazione o di crescita.
Le situazioni, le difficoltà, non vanno mai ignorate, ma affrontate sempre nel modo giusto. Non c’è cosa peggiore che pretendere che tutto vada sempre bene, voler vedere solo tutto rosa, anche quando il nero è d’obbligo! La politica del nascondere la testa sotto la sabbia, come fa lo struzzo, non paga mai.
Ancora: litigare, non significa essere ribelli, malvagi, come molti pensano: non è facendo valere le nostre ragioni che siamo cattivi, che offendiamo l’altro o gli manchiamo di rispetto: ma è il modo con cui lo facciamo. Non esprimere mai il proprio punto di vista, per finta modestia o mellifluità, significa adeguarsi passivamente, e talvolta irrazionalmente, alla volontà del proprio partner o del proprio leader; non significa essere buoni, quanto piuttosto spersonalizzarsi oltre ogni limite; non volersi mai misurare con l’opinione altrui, è indice di due situazioni: o si è una vittima che subisce passivamente, oppure un tiranno che comanda in maniera dispotica.
Ecco l’importanza del parlarne, fratelli: esponiamo all’altro le nostre difficoltà, ascoltiamo le sue, lasciandoci mettere in discussione dalle sue parole. Non è importante chi vince. Abbandoniamo l’istinto di dominare l’altro, di dimostrare ad ogni costo che noi abbiamo ragione. Un pensiero ci deve accompagnare sempre in questi casi: dove c’è uno che vince, c’è sempre un altro che perde, e chi perde si sente umiliato.
Ascoltiamoci dunque: ascoltiamoci nel modo giusto, perché “ascoltare” vuol dire “cerco di mettermi nei tuoi panni (em-patia). Mi spoglio delle mie idee, per sentire quello che senti tu e mettermi nel tuo stesso punto di vista. Se rimango nel mio, non ti ascolto”. Ascoltare vuol dire andare ben oltre le parole, per cogliere quello che l’altro vive.
Molti dicono con orgoglio: “Noi amiamo la gente, l’umanità intera; noi amiamo tutti gli uomini”, ma poi, in realtà, non amano nessuna persona in particolare. L’umanità, la “gente”, non esiste: esistono solo le singole persone, gli uomini concreti. Non basta dire che noi amiamo, così in astratto; dobbiamo dimostrarlo con i fatti, concretamente, nei confronti di persone concrete, perché è il modo con cui ci relazioniamo con gli altri, nell’ambito della comunità in cui viviamo, che rivela chi siamo realmente.
Dobbiamo quindi imparare a collaborare senza voler essere superiori agli altri, ad esprimere quello che abbiamo dentro, senza doverci sentire inferiori a nessuno; dobbiamo imparare l’empatia per ascoltare l’anima delle parole di chi abbiamo davanti, dobbiamo avere l’ascolto che non giudica, che non cambia, che non stravolge, che non vuole fagocitare l’altro. Dobbiamo imparare a non manipolare gli altri per i nostri scopi; dobbiamo imparare a gestire, a dominare, l’invidia, la gelosia, la competizione, i sentimenti inevitabili di odio, di rabbia o d’altro; tutti sentimenti molto comuni in una convivenza. Purtroppo, fratelli, per imparare bene tutto questo, non c’è una scuola specifica: per tutto c’è una scuola, ma non per imparare a “con-vivere”, a vivere bene insieme. Solo la vita può farlo, una vita guidata dall’amore e dall’ascolto.
Quanti di noi, fratelli, contano migliaia di conoscenze, senza essere poi amici di nessuno. Lasciatemelo ripetere: è perché sono immaturi, non vivono un rapporto armonico con loro stessi, non hanno imparato ancora a conoscere se stessi, non sanno superare quello stadio primordiale dell’aggressività, in cui si tende a proiettare sugli altri i propri limiti, i propri conflitti, le proprie manie, le proprie tendenze aggressive.
Quanto consolanti e promettenti sono invece le parole conclusive della Parola di oggi: «Se due si accorderanno per domandare una cosa, il Padre ve la concederà».
“Ac-cor-dare” vuol dire letteralmente “avere il cuore che batte alla stessa frequenza dell’altro”; in greco è “sin-fonia”. L’accordo è formato da note diverse: ogni nota è diversa, ma insieme formano l’ac-cordo, la bellezza, la sublimità di un concerto. «Se due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro». Essere uniti è come cantare all’unisono, con lo stesso ritmo, con la stessa tonalità, trovarsi in perfetta sintonia; è quando due cuori, nelle rispettive profondità, nelle rispettive aspirazioni, si fondono in un unico slancio d’amore.
Ecco, fratelli: quando si realizza questa “simbiosi”, quando avviene questo “contatto”, sperimentiamo la forza irresistibile e traumatica della immediata presenza di Dio tra noi, nella nostra comunità; è questo, e questo soltanto, che ne suggella l’unione.
Dire un sacco di cose, essere iperattivi, apparire sempre e comunque spumeggianti, esibire la nostra modernità, non significa essere “in sintonia”, non vuol dire vivere una vera unione con gli altri: in questo modo non arriveremo mai a sperimentare la forza dell’amore, i nostri cuori non riusciranno mai a vibrare in profondità. Parlare di tutto quello che facciamo, del tempo, dei vicini, dei confratelli, del lavoro, è solo un diversivo, non basta a guarire i nostri rapporti di convivenza, non risana il nostro cuore, non ci fa incontrare nel vivo con l’altro.
Ciò che ci rende uniti, ciò che ci salva, non consiste nel “regalare” agli altri parole, ma regalando noi stessi, con semplicità, così come siamo, con la nostra vulnerabilità, con le nostre paure, con le nostre imperfezioni. L’unione vera nasce proprio da questo “metterci a nudo”, dal farci vedere e accettare per quello che siamo. Buttiamo alle nostre spalle pregiudizi, incomprensioni, orgoglio; armiamoci di coraggio e facciamolo, con serenità, con umiltà, senza temere di essere traditi, fidandoci dell'altro: e in questo caso avremo la sensazione inconfondibile che tra noi, nella nostra comunità, c'è anche Lui. E questo ci deve bastare per vivere sereni. Amen.