giovedì 29 settembre 2022

02 Ottobre 2022 - XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Lc 17, 5-10
«In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore: “Accresci in noi la fede!”. Il Signore rispose: “Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: Sradicati e vai a piantarti nel mare, ed esso vi obbedirebbe. Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: Vieni subito e mettiti a tavola? Non gli dirà piuttosto: Prepara da mangiare, stringiti le vesti ai fianchi e servimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».

Gli apostoli chiedono a Gesù di aumentare la loro fede. Il fatto che gli chiedano una cosa del genere, sta ad indicare che nel loro animo sentono il bisogno di maturare, di capire, di crescere; dopo i discorsi fatti da Gesù in precedenza, essi si rendono conto di non aver afferrato il vero senso delle sue parole, di essere ancora terra terra, di avere ancora tantissima strada da fare. Indiscutibilmente una prova di umiltà, la loro. Se anche noi arrivassimo a provare sinceramente una simile necessità, beh, significherebbe che stiamo già ad un buon punto del nostro cammino. Sarebbe quanto meno una concreta presa di coscienza dei nostri limiti.
Gesù a tale richiesta, tuttavia, non risponde né sì né no; e non stabilisce neppure cosa dovrebbero, o non dovrebbero affrontare, per raggiungere un livello ottimale di efficienza; si limita semplicemente a dire che se avessero una quantità di fede, anche solo minima, sarebbero in grado di realizzare le imprese più ardue: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sradicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe».
Da notare le caratteristiche opposte dei due elementi: un granello di senape è veramente poca cosa, è minuscolo, insignificante, quasi invisibile; il gelso, invece, è un albero secolare che ha radici molto profonde, che si saldano tenacemente col terreno: è un albero molto difficile da sradicare, è simbolo di solidità, di staticità, di inamovibilità. Ora, che un gelso si sradichi dal suo posto e si trasferisca addirittura nel mare, ad un solo soffio di volontà, beh non solo è difficile, ma realisticamente impossibile!
Eppure – dice Gesù – basta un soffio di fede, una fede microscopica, purché autentica, sincera, trasparente, per rendere possibile anche l’impossibile. In altre parole, nessun ostacolo, di qualunque natura, può arrestare il cammino di chi ha un po’ di fede.
La fede infatti è fondamentale: nel vangelo troviamo molti riferimenti sulla sua importanza: “Tutto è possibile per chi crede”; “la tua fede ti ha salvato”; “chi ha fede sposta le montagne”; “credete e tutto ciò che chiederete vi sarà dato”, ecc.
Ma come facciamo a sapere se la nostra fede è veramente all’altezza, se abbiamo cioè una fede autentica, di completa fiducia in Dio e nella Vita? Semplice: dobbiamo osservare come reagiamo di fronte alle difficoltà che incontriamo.
Abbiamo un problema da affrontare e da risolvere nella nostra vita? Dobbiamo spostare il “gelso”, l’albero possente, inattaccabile, che ci sbarra la strada? Quel gelso fastidioso, che è paura dell’ignoto, di non essere all’altezza, di rimanere soli, di malattie improvvise, di dover morire? Sicuramente la nostra prima ovvia reazione è di esclamare: “Impossibile! Non ce la farò mai a sradicarlo quel gelso! È un’impresa troppo grande, impossibile per me”. Invece no! ci assicura Gesù: “se hai anche un briciolo di fede (il granello di senape!), tu ci riuscirai sicuramente, perché con essa puoi fare miracoli”. Niente infatti sarà impossibile con un po’ di fede, niente sarà più insuperabile, niente insopportabile.
Allora capiremo finalmente che aver fede non è una questione di “quantità”, (“Accresci in noi la fede, aumentala, dammene di più”), ma solo una questione di “qualità”: la fede in Dio, cioè, dev’essere necessariamente sincera, autentica, profonda.
Non cadiamo nell’errore di identificare “l’aver fede” con “l’andare in chiesa”: sono due cose diverse. “L’andare in chiesa a pregare” non implica automaticamente anche il “farlo con fede: “io vado in chiesa, prego, e questo significa che ho fede”; non è vero: tant’è che chi prega, non sempre lo fa con fede: ci sono tanti, infatti, che pregano solo per ottenere qualcosa, per soddisfare il proprio esibizionismo, il proprio egoismo, quasi per “sfidare” Dio, per costringerlo ad ascoltarli! In quante Eucaristie la fede sembra completamente assente negli stessi ministri: si comportano distrattamente, con la testa altrove; eseguono riti e movimenti meccanicamente, per abitudine, nonostante Cristo in persona, con la sua carne e il suo sangue, sia presente (“hic et nunc”) proprio tra le loro mani! Non parliamo poi di noi “fedeli”, in quella stessa occasione: un disastro! Ritardi, convenevoli, chiacchere, cellulari, noia, sguardi nel vuoto: tutto meno che fede! Noi, poi, siamo convinti che partecipare a raduni di preghiera esclusivi, magari con esibizioni e coreografie spettacolari, che visitare santuari di fama internazionale, con folle urlanti e distratte, siano occasioni irrinunciabili, uniche, per dimostrare agli altri la nostra “grande” fede; e non ci rendiamo conto invece che spiritualmente è molto più proficuo, più edificante per tutti, partecipare con devozione, nella propria sconosciuta parrocchia, all’Eucaristia domenicale, nella quale, in un contesto più riservato e umile, lontano da folle invadenti, chiassose, innamorate di protagonismo, possiamo incontrare Dio, possiamo ospitarlo realmente, concretamente dentro di noi, condividendo con Lui momenti intensi, personali, profondi, della nostra vita. 
La fede non è esibizionismo! È una disposizione intima dell’anima, del cuore, è prestare attenzione a Dio, alla sua volontà, al suo vangelo, è seguire e praticare i suoi insegnamenti; è sapersi protetti e amati pur non meritandolo, è vivere il presente amando Dio, nell’attesa di raggiungerlo un giorno nel suo Regno celeste, e unirci a Lui nella gloria eterna: perché la fede è profonda convinzione, piena fiducia, incrollabile certezza. Aver fede in Dio, pertanto, non vuol dire sapere tutto di Dio: la “fede” non è una scienza, una nozione, una materia scolastica, che si studia nel catechismo, nei libri di teologia, nei trattati di mistica, a completamento della nostra cultura; “l’aver fede”, al contrario, consiste nel “come viviamo il tempo che viviamo”, “quanto viviamo del suo Vangelo”, di tutto ciò che Egli silenziosamente continua a suggerire alla nostra anima: la “fede”, insomma, non è una “conoscenza” sterile asettica, ma sentimento, forza, energia, entusiasmo, amore, intima emozione, regola di vita. 
Certo, la fede non elimina i problemi, le contrarietà, le difficoltà della vita: ma l’uomo di fede è costantemente sorretto da una fiducia incrollabile: “Io sono protetto da Dio; Lui è con me. Se Lui è con me, di cosa ho paura? Perché mi devo preoccupare? Perché devo temere?”. È quindi con tale certezza, con tale serenità, che egli affronta e supera qualunque ostacolo si delinei sul suo cammino. 
Luca, nel vangelo di oggi, introduce infine una breve parabola, per la verità di non immediata comprensione, dalla quale però possiamo ricavare non tanto il comportamento di Dio nei confronti dell’uomo, quanto piuttosto il comportamento dell’uomo nei confronti di Dio: un comportamento cioè che deve essere di totale disponibilità, senza calcoli, senza pretese, senza ricorsi a fantomatici “accordi”. 
«Quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili»
In pratica, non si entra nello spirito del vangelo con la mentalità di un lavoratore salariato: “lavoro tot, guadagno tot, niente di più, niente di meno”. Non possiamo, dopo aver lavorato la nostra giornata, esclamare soddisfatti: “ho finito, ora me ne vado, sono libero di fare ciò che voglio”: la nostra giornata lavorativa non conosce pause, interruzioni; inoltre se abbiamo fatto degli “extra” fuori orario, non possiamo pretendere riconoscimenti straordinari; non dobbiamo mai vantarci di quanto abbiamo fatto o di come l’abbiamo fatto: mai fare confronti, mai criticare il lavoro degli altri, ma riconoscere sempre con umiltà che tutto quanto abbiamo fatto, lo abbiamo fatto solo perché Dio ci ha aiutato lavorando per noi: “è vero, Signore, senza di Te siamo proprio dei servi inutili”. 
È una constatazione, quella di Gesù, che ci colpisce in particolare quando avanziamo delle pretese nei suoi confronti: se organizziamo iniziative caritatevoli, se facciamo delle donazioni, delle offerte generose, se siamo sempre puntuali nei nostri doveri di cristiani, ci comportiamo con Dio come se fossimo in “credito” con Lui: siamo cioè convinti di meritare un trattamento particolare, ricco di grazie e di benedizioni, esente da malattie, da disgrazie, e via dicendo. Dobbiamo stare molto attenti in questo: mai mercanteggiare con Dio, mai imporgli la nostra volontà, soprattutto quando preghiamo: la nostra preghiera, deve servire sempre e solo per aprirgli il nostro cuore, per accettare docilmente la Sua volontà, per ringraziarlo di tutto, per esprimergli il nostro amore, la nostra riconoscenza. Nel pregare Dio, dobbiamo insomma saper ascoltare umilmente la sua voce, imitando il comportamento del giovane Samuele: “Parla Signore, che il tuo servo ti ascolta(1Sam 3,10)
Noi cristiani “impegnati”, allora, accantoniamo una buona volta le nostre arie di superiorità, sempre meschine e inopportune; evitiamo di armarci di quel sacro “zelo” da “invasati”, purtroppo così frequente, che ci spinge ad imbarcarci in “sante crociate”, a sentirci protagonisti in “visioni soprannaturali”, destinatari prescelti di “volontà divine”. 
Non pretendiamo riconoscimenti per il nostro impegno nella comunità in cui viviamo, non aspiriamo a incarichi “onorifici”, di “particolare evidenza”, per i quali siamo oltretutto inadeguati, incapaci, impreparati. Rimaniamo umilmente al nostro posto, accettando di buon grado le scelte dei nostri responsabili, ancorché non condivise. Quello che Gesù desidera da noi è che viviamo semplicemente, con grande fede, proseguendo sempre in avanti per la strada che Lui ci ha tracciato, con cuore umile, sincero e generoso, nei confronti dei nostri fratelli: sempre con gioia, riconoscenza, serenità. Nient’altro. Lasciamo che Dio faccia tranquillamente il suo mestiere! Noi, “servi inutili”, non abbiamo proprio nulla da insegnargli. Amen. 

  

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