giovedì 1 ottobre 2020

4 Ottobre 2020 – XXVII Domenica del Tempo Ordinario

"Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano…" (Mt 21,33-43).

 Per la terza domenica consecutiva il Vangelo ci ripropone il tema della vigna del Signore. Prima abbiamo visto la parabola degli operai dell'ultima ora e del padrone buono, poi quella del comportamento contraddittorio dei due figli; oggi abbiamo quella dei vignaioli assassini che vogliono impossessarsi della vigna e finiscono per uccidere, oltre agli incaricati alla riscossione, anche il figlio del padrone.

Da notare che nelle tre parabole il comportamento dei vari “padroni” è sempre stato improntato alla bontà, alla pazienza, alla massima comprensione. Il padrone di oggi, poi, va addirittura oltre ogni aspettativa, rasenta addirittura l’assurdo; il suo è un amore puntiglioso e illogico: nonostante i suoi inviati vengano sistematicamente bastonati, lapidati, uccisi, lui continua sempre a provarci, cerca di dare ai vignaioli assassini nuove opportunità di ravvedimento. Alla fine, in un estremo tentativo di riscatto, arriva a mandare il proprio unico figlio. Ma anche questi subisce la stessa barbarie, e viene ucciso.

L’allusione è chiarissima: questo vangelo è la sintesi di secoli di storia del popolo ebreo. C’è stato un amore iniziale seguito poi dal rifiuto. I servitori sono i profeti che, lungo il corso della storia di Israele, Dio ha mandato nella sua “vigna” per richiamare il popolo, perché si accorgesse di essere sulla strada sbagliata; ma Israele non si è ravveduto, non ne ha voluto sapere. Alla fine Dio ha inviato anche suo Figlio, e di fronte alla sua crocifissione e morte, ha trasferito altrove il suo Regno, fondandone uno nuovo con altri popoli. È il primo grande esempio, ma la storia ci insegna che è sempre stato così: Dio si ferma dove viene accolto, altrimenti, in punta di piedi, se ne va.

La vigna è il segno dell’amore infinito di Dio, è la proposta di felicità completa, di vita piena. Se questa proposta non viene accettata, Egli si rivolge automaticamente ad altri popoli, ad altri contadini.

Storia del popolo ebreo dunque: un popolo che inizialmente accolse il Dio Vivo con grande entusiasmo; ma poi lo respinse, lo uccise. Il Regno fu allora destinato ai seguaci di suo Figlio, ai discepoli di Cristo, a quanti, col battesimo, abbracciarono la fede cristiana. Sorsero allora comunità cristiane fiorentissime: Filippi, Tessalonica, Corinto, Cartagine, Efeso. Servitori mandati da Dio, come Paolo, Cipriano, Agostino, vi dedicarono anni di duro lavoro conseguendo grandi affermazioni. Ma anche queste colonie pian piano sono capitolate.

Oggi, in quelle terre, non c’è più traccia del primitivo cristianesimo fervente; col tempo la fede si è spenta e Dio se ne è migrato altrove, in altre nazioni. Un fenomeno che puntualmente si ripete lungo i secoli: quando la fede di un popolo si sclerotizza, si fossilizza, non si rinnova, quella fede muore, e la Vigna di Dio, il Regno dei cristiani, degli innamorati di Cristo, si trasferisce altrove.

Questo dovrebbe preoccuparci seriamente, perché oggi anche i nostri paesi occidentali sono giunti al limite: non è detto che in Europa, come pure nella nostra cattolicissima Italia, in un domani ormai già in atto, non possa succedere altrettanto.

Anche da noi la fede sta purtroppo perdendo il suo smalto, la sua spiritualità, il suo entusiasmo, la sua vitalità; di questo passo, tra breve, non ci sarà più traccia di quel cristianesimo profondamente vissuto e amato dai nostri padri. Esattamente come prospettatoci dal vangelo di oggi.

Gesù, il figlio del Dio creatore e organizzatore della “vigna”, è stato mandato tra gli uomini, i contadini, nel nome dell’amore, della bontà, della guarigione, della non-violenza; è venuto per dare a tutti una vita piena e sensata. Ma poi, quei vignaioli perversi, lo hanno rifiutato.

E anche noi, attuali lavoratori, continuiamo come loro a rifiutare Gesù. Perché? Forse non è abbastanza buono? Non dimostra di amarci abbastanza? Ci sentiamo ingannati? No, al contrario! Egli ci guarisce, ci fa risorgere, ci sfama, ci perdona, ci illumina; ci fa sentire in tutti i modi che ci ama perdutamente. Allora lo rifiutiamo perché ci dice la verità? Perché non asseconda i nostri giochetti sporchi?

Conosciamo tutti la sua vita, i suoi insegnamenti, ma non adeguiamo la nostra di vita, non ci convertiamo. Ascoltiamo le sue parole, ma il nostro cuore non si lascia contagiare. Possiamo sperimentare quotidianamente le sue meraviglie, ma la nostra mente è ormai chiusa in discussioni teologiche, in distinguo improponibili, con lo scopo di crearci un alibi per continuare ad ucciderlo impunemente e vanificare la sua presenza sulla terra. Ci fa troppa paura.

Ma siamo dei poveri illusi: come al solito non capiamo nulla!

Cosa dovrebbe fare Gesù più di quanto ha fatto? Cosa dovrebbe promettere a noi vignaioli più di quanto ha già concretamente promesso? Cosa dovrebbe dimostrare ancora, per essere accettato, amato, accolto nel nostro cuore?

Cosa dovrebbero fare di più per convincerci le migliaia di suoi incaricati, tutti quei suoi ministri, umili e santi preti, che vivono coerentemente e convintamente la sua Parola? Cosa potrebbero dirci o dimostrarci di più quelle innumerevoli prediche, pubblicazioni, trasmissioni mediatiche, fatte in nome del Vangelo? Assolutamente nulla!

Abbiamo avuto e sentito tutto; tutta questa “grazia”, dovrebbe esserci più che sufficiente, come scriveva Paolo ai Corinzi (2Cor 12,9): solo che purtroppo, nella nostra “infermità”, rimaniamo impenetrabili, non assorbiamo nulla: siamo fossilizzati, chiusi, insensibili. Non riusciamo a vedere in positivo; non vediamo le migliaia di gesti d’amore che i nostri fratelli ci fanno; non vogliamo vedere la bontà che c’è attorno a noi, di chi ci aiuta, di chi ci sostiene. Siamo occupati continuamente a rimarcare i loro difetti, le loro lacune, le loro debolezze, senza mai riuscire ad apprezzare il bene, la cortesia, la gentilezza, la premura, con cui essi ci circondano.

A volte ce ne rendiamo conto soltanto quando qualcuno di essi viene a mancare. Soltanto quando perdiamo una persona vicina, finiamo per accorgerci di quanto fosse importante, di quanto ci amasse. Solo allora i nostri occhi, il nostro cuore, finalmente, si aprono: ma è ormai troppo tardi.

Allora, perché non farlo prima? Perché rimanere talmente incentrati nel nostro ego da lasciare che un piccolo gesto negativo, un soffio appena indisponente, basti a distruggere migliaia di gesti d’amore?

Siamo la copia esatta dei vignaioli: come loro dimostriamo solo egoismo: vogliamo possedere, possedere, possedere tutto anche l’impossibile: ma la “vigna” non è nostra. Noi dobbiamo solo renderla fertile e fruttuosa: dobbiamo lavorarla, amarla, custodirla, senza poterla possedere. Non ci appartiene! La vigna è la nostra vita. Non è nostra! Non ne siamo i padroni, non possiamo campare alcun diritto su di essa, prima o poi dovremo lasciarla, anche se in realtà ci comportiamo come se fossimo immortali. Illusi! Non ci rendiamo conto che possiamo al massimo decidere come vivere, mai di vivere “per sempre”!

Tutto è dono, tutto ci è gratuitamente affidato da Dio, nulla può essere preteso. Per questo dobbiamo fidarci di Lui, abbandonarci a Lui, alla Vita; perché noi tutti siamo nelle sue mani: esistiamo, siamo vivi, ma non siamo “nostri”!

Quanta pazienza ha Dio con noi! Anche quando, come i vignaioli, avanziamo pretese assurde, quando cerchiamo di sovvertire l’ordine, quando non portiamo più frutto, ebbene: anche allora Dio non ci abbandona; anzi ci manda continui “messaggi”, degli avvertimenti importanti: “Stai attento perché le cose così non vanno!”. Ma noi molto spesso non ce ne curiamo, andiamo avanti per la nostra strada, ridiamo e facciamo finta di nulla. Come possiamo allora pretendere che Dio ci parli, si faccia sentire, se siamo noi a non volerlo ascoltare?

Eppure, quando leggiamo questa parabola, non possiamo ignorare la correttezza del messaggio, e dire in cuor nostro: “Che mascalzoni quei contadini! Come hanno fatto a non capire? a comportarsi così? Pensavano forse di farla franca?”.

Già, loro sono stati stupidi, mascalzoni, assassini, ma noi? Noi li accettiamo i “messaggi” che Gesù ci manda?

Eppure sono tanti e frequenti: quando siamo insoddisfatti, quando siamo nervosi, irritabili, quando non proviamo più stupore, né gioia, quando non ci entusiasmiamo più per nulla; quando la vita religiosa è un peso, la Chiesa è un peso, la famiglia è un peso; ecco, sono tutti segnali della nostra anima che langue, che sta morendo. Sono messaggi importanti. Non illudiamoci attribuendoli al super lavoro, ad un periodo critico, pensando che prima o poi tutto si sistemerà. Non è così, purtroppo. I segnali che Dio ci manda vanno ascoltati. Non comportiamoci come i vignaioli omicidi.

Quella di oggi è una parabola tragica, che ci deve veramente far riflettere: è la storia di Dio e dell’umanità, la nostra storia, la storia di Dio e noi, delle nostre incomprensioni; è la storia di un dolore, il dolore di Dio, che noi alimentiamo con i nostri continui rifiuti.

È la storia di Dio, questo Dio sconsiderato, che insiste, si ripete, che continua a mettere a repentaglio la vita del Figlio, inviandocelo vivo ogni giorno nell’Eucaristia: pensando, così, di suscitare in noi quel rispetto, quell’adesione, dovuti al suo infinito Amore, al gesto estremo di un Padre, come sovrumana e impensabile prova d’amore, meritevole di essere finalmente da noi compresa e ricambiata! Amen.

 

 

Nessun commento: