venerdì 5 maggio 2017

7 Maggio 2017 – IV Domenica di Pasqua

«In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore» (Gv 10,1-10).

Gesù quando insegna, usa parole facili, comprensibili da tutti, si serve di immagini molto semplici, tratte dalla vita di ogni giorno.
Le immagini del pastore, dell’ovile, del gregge, a noi oggi dicono molto poco, ma ai tempi di Gesù, in Palestina, tutti le capivano perfettamente, poiché la pastorizia era praticata dalla maggioranza della popolazione; per la lingua parlata degli orientali era pertanto normale ricorrere a tale occupazione per proporre similitudini e allusioni: così con il termine “pastori” si alludeva ai re di Israele; il loro “gregge” era il popolo; il “bastone” del pastore rappresentava invece lo scettro regale, e via dicendo.
Per questo motivo, per rendere immediatamente comprensibile il suo messaggio, Gesù nel vangelo odierno si serve di immagini agresti estremamente realistiche: i pastori ogni sera portavano le loro pecore nel “recinto”, un grande spazio protetto da un muro, alla cui custodia notturna era sufficiente un solo guardiano. Al mattino, i pastori entravano in questo ricovero notturno passando regolarmente per la porta (a differenza dei ladri che di notte scavalcavano di nascosto la protezione per impadronirsi degli animali), e ciascuno chiamava per nome “una ad una” le proprie pecore, le quali, riconoscendo “la sua voce” si radunavano intorno a lui: era una cerimonia consolidata, succedeva sempre così. Le pecore sentivano la voce del loro pastore, lo riconoscevano, perché tutto il giorno stavano con lui: avevano in lui la massima fiducia, perché lui le proteggeva, le difendeva, le curava, le portava al pascolo. Tra di loro si era creato un autentico rapporto di conoscenza e di relazione.
Ed ecco il messaggio: noi siamo le pecore, il nostro pastore è colui che ci conduce verso la vita, verso il pascolo, verso il nutrimento; il nostro pastore è colui che ci difende, che ci protegge dagli attacchi esterni, che ci aiuta nei momenti di difficoltà; egli è il nostro sicuro riferimento, che ci indica dove andare, quale strada percorrere.
Dobbiamo però stare molto attenti, perché sulla nostra strada ci sono anche tanti “briganti e ladri”: gente che ci avvicina in nome di Dio, in nome dell’amore, e mirano soltanto a derubarci l’anima. Dicono tutti di venire per il “nostro bene”, ma in realtà il bene cui mirano è solo il loro.
Purtroppo sono “pastori” che invece di difenderci dai lupi, sono lupi loro stessi e della razza peggiore. Perché di fronte ai lupi veri, noi sappiamo come difenderci; non altrettanto con quei falsi lupi travestiti da pastori, che vengono da noi “in nome di Dio”, comportandosi peggio di lupi voraci, insensibili alle sofferenze che causano, perché ad essi noi siamo portati a concedere massima fiducia, rischiando di perderci, travolti dalle loro ambizioni, dalla loro sete di potere.
Da ciò ne deriva una regola fondamentale per la nostra vita: “Chi ruba l’anima è un ladro. Chi ruba ciò che abbiamo nel nostro intimo è un brigante. Chi ci imprigiona con le chiacchiere è un impostore. Non facciamolo entrare! Opponiamoci: se poi non siamo in grado di difenderci, scappiamo, fuggiamo. Il pastore vero entra in noi per darci vita, per farci crescere, fiorire, evolverci, divenire. Il ladro (talvolta il prete, il genitore, il coniuge, l’amico più stretto) viene per rubare, per sottrarci la vita, per legarci a sé. Il pastore amorevole ci invita, non ci impone mai nulla, non usa la forza, è sempre presente e disponibile; il ladro vorace impone, usa violenza, colpevolizza, ci sottomette, ci ruba quanto di meglio custodiamo nel nostro cuore. Il pastore ci conduce a quella che è la “nostra” verità; il ladro ci incatena alla sua.
Occhio allora: perché se una persona, ancorché la più cara, ci colpevolizza, ci irride, ci deprime, ci fa sentire “sbagliati”, quella persona è un brigante; se uno ci fa sentire falliti, cattivi, sporchi, è un brigante; se uno ci fa sentire idioti, cretini, stupidi, è un brigante; se uno ci usa per il suo piacere fisico, per i suoi interessi, è un brigante; se uno ci si appiccica addosso dicendo che non può vivere senza di noi, è sicuramente un brigante. Se lo stare con una certa persona ci toglie la gioia di vivere, distrugge la nostra personalità, ci ruba la vitalità, quella è un ladro. Se lo stare con una persona uccide la nostra creatività, la nostra fantasia, la nostra espansività, la bellezza della nostra anima, quella è un ladro. Se insomma lo stare con una persona ci spegne invece di accenderci, ci soffoca invece di farci respirare, vuol dire che quella persona è un autentico ladro.
La vita deve vivere. La vita deve espandersi. La vita deve dilatarsi. Noi siamo fatti per crescere sempre di più, per realizzarci sempre di più, per diventare quelli che dobbiamo essere, identici a come Lui ci ha pensati. La vita ci riempie, la morte ci svuota.
Il buon pastore vuole sempre e in ogni caso che noi fioriamo, viviamo, diveniamo: “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”. È questa la regola fondante della nostra vita.
Il vangelo dunque, in questa sua prima parte, ci pone di fronte ad una nostra precisa responsabilità: se cioè ci accorgiamo che i ladri ci hanno rubato la vita, l’entusiasmo, la fantasia, la creatività, la voglia di vivere, di combattere, di essere nuovi e diversi (quanta gente è rassegnata, smorta, spenta!) chiediamoci: perché non abbiamo reagito, perché non abbiamo fatto nulla? Perché non siamo stati pastori vigili di noi stessi? È innegabile che nel mondo ci siano dei ladri che si prefiggono di impadronirsi di noi, della nostra interiorità; ma è altrettanto innegabile che questi ladri entrano nella nostra anima solo se siamo noi a permetterglielo. È vero che c’è gente che ci attacca, ma perché noi non ci difendiamo? Perché ci comportiamo come se la cosa non ci riguardasse? Stiamo bene attenti: perché non difendersi significa non amarsi. Non proteggersi significa non riconoscere alla nostra vita il dovuto valore.
Difendiamoci allora, amiamoci, lottiamo per noi stessi, combattiamo per la nostra vita, per il riconoscimento della nostra dignità. Amarsi, allora, è farsi pastori di noi stessi, contro le incursioni di ladri e briganti. Amarsi, allora, significa difendersi da qualunque incursione del male. Amarsi significa avere il coraggio di gridare a qualcuno: “Fuori di qui, tu non puoi entrare!”. In certe situazioni dobbiamo essere pronti ad urlare: “Vattene! Stai lontano da me!”. Sono troppe invece le persone che permettono a chiunque di rubar loro l’anima, la vita che hanno dentro, la vitalità, la gioia, la simpatia!
Il vangelo di oggi ci offre inoltre un’altra immagine molto suggestiva, quella della “porta”: “Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà ed uscirà e troverà pascolo” (Gv 10,9).
Cosa significa? Che non è Gesù a schiavizzarci, non è lui che ci rinchiude nostro malgrado nelle situazioni della nostra esistenza: Lui ci garantisce sempre la nostra piena libertà. Noi possiamo entrare ed uscire, credere o non credere, accettarlo o rifiutarlo; in ogni caso Lui non s’arrabbia, non se la prende, semplicemente aspetta. Dio ci lascia liberi: Lui è la porta. Ogni volta che vogliamo entrare, Lui è sempre “aperto” ad accoglierci. Entrare nel nostro quotidiano passando attraverso di Lui è una garanzia, perché in Lui noi troveremo sempre il nostro pascolo, cioè l’amore, la libertà di figli, la forza soprannaturale che ci nutre e che ci alimenta.
Nella vita però esistono anche delle porte chiuse a chiave, ermeticamente, serrate con tutti i lucchetti possibili: porte che noi non vorremmo aprire mai. Ma prima o poi arriva il momento in cui non possiamo esimerci, in cui è necessario aprire e varcare quelle porte, anche se il pensiero di ciò che incontreremo, ci paralizza, ci terrorizza, e noi faremmo di tutto pur di non aprirle. Ci sono purtroppo dei passaggi nella vita che dobbiamo necessariamente superare, costi quel che costi; sono “porte” che appartengono alla vita: se vogliamo vivere dobbiamo oltrepassarle. Noi vorremmo evitarle, entrare da un’altra parte, trovare una soluzione alternativa, ma non è possibile. Se vogliamo progredire dobbiamo passare di lì. Altrimenti ci fermiamo. Certe porte, certi passaggi, sono come le “forche caudine”: non c’è alternativa, vanno affrontate. Sono chiusure, impedimenti, momenti tragici della vita, estremamente impegnativi, a volte laceranti: dai quali non possiamo sottrarci; faremmo qualunque cosa pur di evitare le sofferenze, le fatiche, le delusioni, inevitabili se decidiamo di superarli; ci piacerebbe passare per altre vie, prendere scorciatoie, saltare questi ostacoli, aggirare queste difese: ma sono i briganti che fanno così. È inutile in certe occasioni razionalizzare, giustificare, dimenticare o sminuire la sofferenza; va solo affrontata, passando per la Porta, chiudendo gli occhi e affidandoci a Lui.
Anche se ci terrorizzano, certe “strettoie” della vita vanno superate: non abbiamo alternative; se vogliamo esorcizzare le nostre paure, dobbiamo affrontarle! Anche se è difficile, anche se ci fa piangere, anche se ci angoscia, anche se ci ferisce, anche se ci sconvolge, ciò che va fatto va fatto. Perché ne va della nostra vita. La porta che si erge davanti, dobbiamo aprirla, oltrepassarla.
Ci consola il fatto che la porta conduce sempre verso qualcosa di nuovo, di diverso: è un passaggio.
Allora: andiamo oltre, non fermiamoci, usciamo dal nostro impasse, cambiamo, progrediamo. Apriamo la porta verso il nuovo; troviamolo una buona volta il coraggio di passare oltre, di cambiare, di fare nuove esperienze. La ripetitività, l’immobilismo, a volte ci annoiano, è vero, ma sono rassicuranti, sono una garanzia: conosciamo già ogni cosa, nulla ci mette in difficoltà, nulla ci imbarazza. Ma questa non è la vita: questo non è vivere, perché la vita è sempre nuova, diversa, altra, in evoluzione. Per questo Dio è Porta. Nel senso che se incontriamo Dio, Egli ci accoglie nel suo amore, ma per portarlo “fuori”; ci fa cioè diversi, ci trasforma, ci cambia, e ci manda là dove neppure immaginavamo; apre le nostre porte sconosciute, spalanca tutte le stanze della nostra anima, ci apre orizzonti mai immaginati prima, ci rinforza, ci forgia nel nuovo. Si fa presto a vedere se uno ha incontrato veramente Dio. Se rimane sempre lo stesso, sicuramente non l’ha incontrato. Più un uomo è ottuso, chiuso, pieno di pregiudizi, sulla difensiva, meno conosce Dio. Gesù è la Porta che ci introduce nel nuovo: entriamo, apriamoci, impariamo, indossiamo il suo amore, usciamo, camminiamo nella vita, non fermiamoci, non temiamo, combattiamo, portiamolo ai fratelli, andiamo avanti, sempre! Vangelo vuol dire “buona nuova”. È “buona” proprio perché è sempre “nuova”; non è mai la stessa. Gesù fu ucciso non perché portò un messaggio “buono”, ma perché portò un messaggio “nuovo”. È così: anche se il nuovo ci terrorizza, anche se ci fa paura, anche se ci toglie ogni certezza, noi dobbiamo diventare “nuovi”; se non ci rinnoviamo passando attraverso Gesù/Porta, siamo già vecchi in partenza, abbiamo già smesso di vivere. Dice il Qohelet: “Il tempo consuma le cose, tutto invecchia”. Quindi, o ci rinnoviamo o moriamo. La gioventù non è una stagione della vita, ma una prerogativa dell’animo. Non si invecchia per aver vissuto un certo numero di anni, ma solo quando abbandoniamo i nostri ideali, quando pretendiamo da ladri di scavalcare Dio, di far meno di Lui. Ci sono giovani che sono già vecchi decrepiti, e ci sono vecchi che sono al contrario giovani, aitanti. Domandiamocene il perché, e capiremo l’importanza di passare per la Porta! Amen.



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