venerdì 8 dicembre 2017

10 Dicembre 2017 – II Domenica di Avvento


«Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri», vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati» (Mc 1,1-8).

Dove troviamo Giovanni il Battista? Lo troviamo nel tempio? No. Eppure, in quanto “sacerdote”, figlio di un sacerdote, questo posto gli sarebbe spettato di diritto. Ma non lo troviamo nel tempio. Giovanni, ci dice Marco, è soprattutto “Voce” di uno che grida, è annunciatore, messaggero: quindi non il chiuso di un tempio, ma gli spazi aperti e selvaggi del deserto si addicono per la sua predicazione: “Convertitevi dai vostri peccati”.
Lontano dalle comodità, dagli agi dell’ambiente cittadino, nel deserto non esiste l’“ovvio”: se non si fa qualcosa per sopravvivere, si muore. Lì conta solo l'essenziale. Nel deserto non ci sono fronzoli o finezze: il deserto toglie tutte le sicurezze, le convinzioni, i riferimenti: nella solitudine uno si trova solo davanti a sé stesso, a quello che ha dentro. E arriva a vedere quella parte di sé che non vorrebbe mai conoscere.
Nel tempio tutto è bello, leggiadro: abbiamo le belle liturgie, il bel canto, la bella gente, la sicurezza: stiamo bene e rilassati. Anche se ci parlano di Dio, anche se ci chiedono di convertirci in nome di Dio, tutto è ovattato, tutto è soffuso, di maniera, come la nostra conversione.
Nel tempio non serve convertirsi sul serio; è sufficiente cambiare l’aspetto esteriore, ammantarci di un velo di contrizione, molto apprezzabile a vedersi: una conversione che non tocca il nostro cuore, che non convince l’anima: dentro rimaniamo tranquillamente sempre gli stessi; l’importante è riuscire a camuffare, a dare alle nostre iniquità, magari con “religiosi” distinguo, un aspetto moralmente positivo.
Questo nel deserto non è possibile: nel deserto non si può barare. Il deserto è categorico: “No, amico mio, così non va; devi convertirti, devi cambiare. Qui non puoi illuderti, non puoi nasconderti. Dove vai? Qui non puoi fuggire, non puoi evitare la verità: qui si vede subito se ami Dio, se il tuo cuore è veramente sincero”.
È quanto ci fa capire oggi il vangelo: per credere in Gesù Cristo, dobbiamo necessariamente abbandonare quella nostra patina di copertura che contrabbandiamo per religione. Non sono ammesse soluzioni di comodo.
È una verità dura, ma è così. La “religione”, quella che conosciamo noi, per definizione, ci dà regole, ci dice cosa dobbiamo fare e non fare, ci rassicura, ci dice che se faremo in un certo modo andremo in paradiso e se invece faremo il contrario andremo all'inferno; ci dice chi sono i buoni, quelli che per diritto saranno ammessi al premio finale, e chi i cattivi, gli esclusi. Ma di tutte queste belle “regole”, non c'è nulla negli insegnamenti di Gesù. Perché la religione di Gesù, quella vera, quella profonda, ha un solo obiettivo: l’amore. L’amore è la cartina di tornasole che ci dice quanto siamo sinceri nelle nostre dichiarazioni di fede. Perché per essere degni dell’amore del Padre, per poterlo pienamente godere nell’eternità, dobbiamo a nostra volta amare ogni creatura, aver cura dei nostri fratelli, dobbiamo usare loro rispetto, compassione, tenerezza, carità.
Se la regola della religione è: “Quanto preghi? Quanto sei puro? Quanto se incontaminato? Quanto sei fedele alle regole?”, la regola di Gesù è: “Quanto ami? Quanta fiducia dai alle persone? Quanto le fai crescere? Quanto le stimi? Quanto credi in loro? Quanto le rispetti?”. Ecco: adottare questo comportamento basato sull’amore, guidato dall’amore, vuol dire “convertirsi”; vuol dire “credere al vangelo”. Questo è quanto predica il Battista.
Un annuncio, il suo, estremamente severo ma concreto e onesto. Talmente autentico nella sua essenzialità, che la gente accorre in massa per farsi battezzare da lui. La sua fama, la sua popolarità, il suo successo crescono di giorno in giorno, tanto da allarmare seriamente le autorità religiose. Anche se nella sua predicazione non ha mai rivendicato per sé il titolo di Messia, anche se ha sempre dichiarato di non essere tale, che non è quello il suo ruolo, tuttavia per le autorità del tempio rimane sempre un autentico pericolo, una mina vagante.
Per questo corrono ai ripari: faranno cioè di tutto per isolarlo, screditarlo, diffamarlo, ostacolarlo, carcerarlo, ucciderlo: e alla fine ci riusciranno.
È il solito normalissimo percorso: quando non è possibile eliminare un avversario è sufficiente distruggere la sua reputazione, denigrarlo pubblicamente. Non importa se ha una condotta ineccepibile, se è una persona retta e onesta: l’importante è parlarne male, diffondere maldicenze e calunnie sulla sua moralità, sulla sua rettitudine professionale, per arrivare velocemente a distruggerlo del tutto.
Ma perché adottare questo metodo odioso con il Battista? Perché è un personaggio carismatico, monolitico, esigentissimo con sé stesso e con gli altri, uno che non guarda in faccia a nessuno, che non le manda a dire, insomma un duro e un puro, e questo non piace per niente alle autorità religiose che, al contrario, hanno molto, ma molto, da nascondere.
La conversione che egli predica, infatti, non è facile da accettare: il suo battesimo, pur essendo d’acqua, non implica una semplice trasformazione di facciata: impone piuttosto a tutti di tornare alla primitiva integrità, quella originale, quella di tornare ad essere immagine di Dio, “nuove creature”.
Oggi moltissima gente non esita a definirsi cristiana; certo, il battesimo ci ha reso tutti “cristiani”, figli di Dio: purtroppo però gran parte di questi cristiani si è fermata alla registrazione del nome sul libro dei battesimi di qualche parrocchia; e vivono beatamente, in tutta tranquillità, nel dolce far niente, nascondendosi dietro una facciata di comodo, una patina di perbenismo. Questo non è essere cristiani: il battesimo ricevuto alla nascita si ferma all’acqua; ma, si sa, l’acqua scivola via: un altro battesimo si impone: quello vero, reale, autentico, quello di “fuoco”, quello dello Spirito; quello che Cristo stesso ha affrontato: un battesimo che “marchia” la vita, che brucia dentro, che scava nel profondo, l’unico che ci autentica alla radice come cristiani, come “uomini nuovi”. È il battesimo che ci trasforma in “altri”, che ci supporta nella realizzazione di quel progetto iniziale per il quale Dio all’origine ci ha segnati con il soffio dello Spirito. Questo in pratica è il nostro vero traguardo, quello che possiamo e dobbiamo raggiungere attraverso il battesimo di fuoco: ridiventare meritatamente quelli che eravamo già, i figli di Dio, creati a immagine e somiglianza del Padre. È la nostra trasformazione. È un “partorirci” nuovamente tra fatiche, pianti, lotte e dolore; ma solo così potremo arrivare ad essere “cristiani” autentici, i “benedetti” e prediletti del Padre.
Quindi, tradotto in pillole: tocca a noi, soltanto a noi, dimostrare con la vita questa discendenza da Dio; tocca a noi, nella essenzialità del “deserto”, spogliarci dagli orpelli dell’apparenza, e rivestire i panni dell’autenticità cristiana, passando attraverso il fuoco della fedeltà, della convinzione, della coerenza, il fuoco della rinuncia, del sacrificio, della battaglia contro il male: perché è questa l’unica via che può riportarci all’essenziale, alla Verità di Dio, all’Amore Infinito.
Battesimo, in ebraico, vuol dire “immergersi”: ecco allora che non una volta, ma ogni giorno, è necessario che ci immergiamo dentro di noi, ogni giorno dobbiamo scendere nel buio della nostra fragilità interiore, “nella mortalità” di questa vita, in ciò che ci rende spiritualmente sfiniti, senza senso, disperati, per far emergere, dalla finzione invalidante dell’apparire, la Luce ardente dello Spirito, la forza e la decisione dell’“essere”, che dà colore e calore alla nostra vita.
Insomma, è solo dopo aver percorso il nostro cammino di purificazione, di liberazione, di amore, dopo aver vissuto il nostro Golgota, dopo aver superato la nostra autenticazione del fuoco, che torneremo finalmente a far risplendere la nostra originale figura di figli, creati dal Padre a sua immagine e somiglianza. Un percorso sicuramente impegnativo, ma non impossibile: un percorso, soprattutto, che non va semplicemente “pensato”: ma fatto e basta! Non abbiamo altre alternative! Amen.


mercoledì 29 novembre 2017

3 Dicembre 2017 – I Domenica di Avvento (Anno B)


«Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento…» (Mc 13,33-37).

Dio vuole incontrarsi con l’uomo. È il motivo chiave di queste domeniche che precedono il Natale, e che fa da filo conduttore per tutto il periodo d’Avvento. “Avvento” deriva infatti dal latino “ad-venio” che letteralmente significa: “Ti vengo incontro”.
Il vangelo di questa prima domenica, ci vuol ricordare appunto la “venuta” di Gesù: non tanto quella storica, verificatasi oltre duemila anni fa in quel di Betlemme, e neppure quella finale, la “parusia”; ma quella privata, la venuta personale, quella che Egli farà per ciascuno di noi, quando deciderà di prelevarci da questo mondo. È la venuta che decreterà il nostro passaggio da questa vita a quella eterna, cui nessuno può sottrarsi, e che ci viene presentata oggi come il “ritorno del padrone”.
Un ritorno assolutamente certo, di cui però ignoriamo sia la data che l’ora. È questa incertezza che ci impone una costante preparazione: dobbiamo cioè essere sempre pronti ad accogliere il ritorno del Padrone, in qualunque momento della nostra vita. Non possiamo correre il rischio di farci sorprendere impreparati, di farci cogliere di sorpresa. Certo, per noi che viviamo sempre a pieno ritmo, che siamo immersi nella bellezza della vita, è decisamente sgradevole pensare a queste cose.
È innaturale immaginare la nostra fine: concludere di punto in bianco la nostra esistenza, troncare la nostra vita, abbandonare i nostri affetti, i nostri cari, rinunciare al compimento dei nostri progetti, prospettarci nella mente quell’ultimo istante in cui, volenti o nolenti, saremo costretti a passare definitivamente la mano. È impensabile. Nessuno guarda con simpatia a queste realtà, tutti preferiscono ignorarle, non pensarci, non approfondirne i particolari; molto meglio preoccuparci del presente, del concreto, dell’immediato.
Eppure sono realtà che richiedono grande considerazione. Come deve essere allora questa nostra “attesa”? Ce lo insegna il Vangelo: deve essere vigile, paziente, produttiva, costante. La gente invece si stanca subito: vuole risultati, successi, traguardi facili e immediati; pretende subito raccolti abbondanti. L’attesa invece è tenace: bisogna soprattutto essere convinti che il seme di Dio è il migliore, che per nascere e crescere, oltre ad un terreno fertile, ha bisogno della luce e del calore dell’amore. E di tanta perseveranza: una virtù che oggi purtroppo è molto trascurata, obsoleta, di altri tempi. Oggi le mode cambiano in fretta e noi con esse. Oggi tutto è in divenire, cangiante. Se Gesù con il suo Vangelo è ancora “fermo” a più di duemila anni fa, noi che possiamo farci? Si adatti anche Lui ai tempi moderni, la sua Parola si aggiorni, ci segua; si allinei con le nostre esigenze, si metta al passo coi tempi, e noi allora vedremo di seguirlo.
Illusi! Pensiamo di cambiare il mondo? È il mondo che cambia noi, questa è la verità.
Solo se continueremo a lavorare in silenzio, ad arare, a girare la terra, a concimare, a togliere pazientemente i sassi e le sterpaglie, un giorno potremo vedere la fioritura e cogliere i frutti.
Il vangelo di oggi ci insegna proprio questo: dobbiamo vegliare, dobbiamo aspettare il ritorno del padrone lavorando, ; dobbiamo rimanere sempre vigili, senza cedere mai al sonno. Perché questo è il grande pericolo della vita: addormentarsi, vegetare, sopravvivere.
“Vegliare” infatti non vuol dire smettere di lavorare, far finta di niente, tirare avanti aspettando che “qualcosa succeda”: se non facciamo niente, non succederà mai niente; “vegliare” vuol dire imparare a conoscere oggi la Voce, mettere in pratica nel presente gli insegnamenti di quel Dio che un giorno ci chiamerà. Quando Lui chiama non abbiamo scelta: dobbiamo rispondere, dobbiamo andare, costi quel che costi, anche se abbiamo paura, anche se siamo terrorizzati, anche se non capiamo il perché, anche se ci sembra impossibile che tocchi proprio a noi.
Ritagliamo allora dal nostro tempo, oggi che possiamo, spazi di meditazione, pause di riflessione su queste verità. Non lasciamoci frastornare dalle idee e dalle mode materialistiche del momento: sono cose in continua evoluzione, in costante travisamento, ci portano sempre al peggio, in realtà effimere, in altri pensieri, in altre ambizioni, in altre priorità. Soprattutto, lo ripeto, viviamo Cristo, la “Vita”. Condurre una vita da morti, non si può chiamare vita.
Non prendiamoci in giro dicendo: “Tanto, col tempo le cose cambieranno”. Succede che il tempo passa e le cose restano come sono! Il tempo da solo non cambia nulla, scorre soltanto. “Quando sarò più libero, quando avrò meno preoccupazioni, quando sarò anziano, “in pensione”, allora mi dedicherò a Dio”: sono parole idiote, senza senso; non c’è bisogno di essere liberi da tutto per amare Dio; serve solo conoscerlo, volerlo incontrare, volerlo vedere, saperlo riconoscere nei fratelli, assaporarlo; insomma dobbiamo viverlo, ora che possiamo, in famiglia, nel lavoro, nella nostra professione. Se non lo amiamo oggi, come pensiamo di poterlo amare domani? Non cambierà nulla. Sono solo fantasie, è uno stupido alibi che ci costruiamo per giustificare la nostra apatia. E poi, chi ci garantisce di avere tempo sufficiente per poterlo fare?
Soprattutto non illudiamoci di essere già delle brave persone: non diciamoci che sì, alla fin fine, non siamo proprio così tanto male; non convinciamoci di essere, tutto sommato, come gli altri, anzi migliori degli altri; di essere insomma dei buoni cristiani, dei “quasi perfetti”, bisognosi al massimo di qualche ritocchino ogni tanto! Non dimentichiamo mai che a Gesù, i “quasi perfetti”, procurarono i problemi più grossi. Fu ucciso proprio dalle persone che pensavano di essere le più buone, le più brave, le più osservanti, le più religiose. Non creiamoci false e inutili aspettative: già il solo pensare di essere migliori degli altri, ci mette in coda a tutti, all’ultimo posto, perché questa è subdola presunzione, fine superbia.
Aspettiamo invece molto umilmente l’incontro finale con Dio, pregando, ogni nuovo giorno, al nostro risveglio: “Gesù, fammi parlare oggi come se le mie parole fossero le ultime. Fammi agire come se quelle di oggi fossero le mie ultime azioni. Fammi accettare oggi la sofferenza, come se fosse l’ultimo dono che ho la possibilità di offrirti. Fammi pregare come se la mia preghiera di oggi fosse l’ultima possibilità che ho di parlare con te qui in terra”. Amen.


giovedì 23 novembre 2017

26 Novembre 2017 – XXXIV Domenica del Tempo Ordinario: Gesù Cristo Re dell’Universo

«Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra» (Mt 25,31-46).

La parabola di oggi, conosciuta come “Il giudizio finale” viene vista sempre negativamente, in modo tragico: un Dio giudice esigente e fiscale che controlla tutto, che annota tutte le nostre azioni in un grande libro dei conti e che, alla fine della nostra vita, tira le somme: se le azioni cattive superano quelle buone, castigo eterno. Se, invece, risulta il contrario, premio eterno.
Un tempo la Chiesa metteva in risalto questa idea di Dio, giudice intransigente: “iudex ergo cum sedebit, quidquid latet apparebit”: quando il Giudice prenderà posto nel giorno dell’ira (“dies irae”), tutto ciò che abbiamo tenuto nascosto verrà reso pubblico…”. Non abbiamo scampo: era un’idea molto diffusa, che portava a dipingere nelle Chiese un grande occhio di Dio all’interno di un triangolo, che era la Trinità: “l’occhio di Dio ti controlla, vede e sa tutto, stai attento!”.
Ma un Dio così non è esattamente il Dio evangelico, il Dio che Gesù ci ha insegnato ad amare e a pregare. Non dobbiamo fermarci a certe interpretazioni, talvolta sono fuorvianti.
La parabola inizia dicendo: “Quando il Figlio dell’Uomo verrà”: Gesù, quando parla di sé, usa sempre questo termine: “Il Figlio dell’Uomo”. Un titolo che pochissimi autori sacri attribuiscono a Gesù: ed è strano, singolare, visto che Lui si identifica sempre in questo modo!
Cosa vuol dire “Figlio dell’Uomo”? Il Figlio dell’Uomo è l’uomo che ha realizzato in sé il progetto di Dio, è la persona che accoglie lo Spirito di Dio e lo vive nella propria vita: esattamente come ha fatto Gesù. Chiunque può essere Figlio dell’Uomo: anzi, tutti dobbiamo esserlo. Tutti dobbiamo accogliere il piano, il progetto di Dio su di noi, che è esattamente il motivo per cui siamo nati ed esistiamo.
Che Dio abbia un progetto su ciascuno di noi sta a significare che la nostra esistenza di creature insignificanti, è invece importantissima, ha un senso profondo: vuol dire che non siamo qui per caso, ma siamo qui per uno scopo, un motivo ben preciso. Ed è questo motivo che noi dobbiamo recuperare, il senso della nostra vocazione. C’è un destino, una chiamata, una missione che ci chiama. È questo motivo che ci nobilita e ci rende irresistibili. Le persone che sono tristi, depresse, senza vitalità o voglia di vivere, lo sono perché non hanno motivi validi, forti, ragionevoli per vivere. Non ci rendiamo conto che la nostra vita è una piccola tessera di un mosaico meraviglioso, grandioso, imponente: l’essere a somiglianza di Dio.
Dunque: il Figlio dell’uomo “verrà nella sua gloria” con tutti gli angeli, e siederà sul suo trono, davanti a tutti i popoli radunati.
Quando noi pensiamo agli angeli, pensiamo subito ad una creatura con le ali. Ma l’angelo (in greco “ànghelos”, annunciatore) non ha niente a che vedere con questo. Angelo è solamente tutto ciò (persone, incontri, fatti, eventi, situazioni, sogni, incidenti, sorprese, ecc.) che Dio ci manda per starci vicino, per consigliarci, per consentirci di andare avanti e seguire correttamente la Sua chiamata.
Abbiamo mai incontrato un angelo? Sicuramente no, se pensiamo all’essere angelico con le ali; sì, tantissime volte, se sappiamo riconoscerlo, se sappiamo chi e dove guardare: perché “angelo” sono tutti quelli che vogliono aiutarci a diventare migliori. Noi viviamo nella paura, nel terrore di scegliere, di osare, di metterci in gioco, di guardarci dentro, non sfruttiamo le nostre potenzialità, la nostra riserva di amore, di bontà, di doti, di generosità, di simpatia, di vitalità che abbiamo dentro. Viviamo sempre sulla difensiva, non sfruttiamo il patrimonio che Dio ci ha dato. Allora arriva un angelo che ci mostra che possiamo essere migliori: possiamo osare, scegliere, smettere di vivere così e volare in alto.
Chi ci ama non vede ciò che siamo ma ci mostra ciò che possiamo essere. L’angelo è questo. Quindi gli angeli con i quali il Figlio dell’uomo verrà, sono semplicemente tutti quelli che vivono realizzando con la vita il progetto che Dio ha su di loro.
“Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: venite benedetti dal Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fino dalla creazione del mondo”.
Noi, dicevo, ci siamo fatti l’idea strampalata di un Dio “guardone” che sta continuamente a spiarci, per annotare tutto ciò che ci riguarda nel suo Librone. Ma Gesù non ha bisogno di libri per separare gli uni dagli altri, i buoni dai cattivi. Gesù lo vede immediatamente! E da cosa lo vede? Dai fatti concreti: se cioè siamo riusciti a vivere la Vita, oppure no. Se cioè ci siamo immessi, ci siamo realizzati in quel progetto originale che Lui aveva su ciascuno: diventare cioè della sua stessa condizione divina, riappropriarci della sua stessa immagine, assomigliare fedelmente a lui.
In particolare cos’hanno fatto questi “benedetti” per raggiungere questo traguardo e ottenere “il regno”? Nulla di eccezionale: sono stati costanti e fedeli nel compiere alcune semplici azioni: hanno dato da mangiare agli affamati e da bere agli assetati; hanno accolto i forestieri, gli “altri”; hanno vestito gli “ignudi”: hanno preso, cioè, le difese dei peccatori, degli indifesi, dei vulnerabili, di quanti erano esposti alla pubblica discriminazione, alla vergogna, alla derisione; hanno curato i malati, non solo quelli corporali, ma soprattutto quelli spirituali; hanno infine visitato i carcerati, portando loro conforto. In una parola “benedette” sono tutte quelle persone che in vita si sono prodigate verso i più deboli, sono state attente ai bisogni degli altri, dei propri fratelli, riconoscendo in essi la persona di Gesù.
È Gesù stesso che lo conferma: “Ogni volta che avete fatto questo ad uno dei miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. Attenzione: qui Gesù non dice: “Quando ami uno, lo fai per me” ma “quando ami uno, ami me”. Punto. Molte persone invece sono ancora convinte che devono amare gli altri, il prossimo, perché lo ha comandato Gesù”. Ma se amiamo gli altri per “dovere”, senza alcuna convinzione, senza sentimento, senza trasporto, ma solo per costrizione, perché Dio ce l’ordina, questo non è “amare”. L’amore non si comanda: si sente. Non si fanno le cose “per carità cristiana”; si fanno perché nascono dal cuore. Amare uno, perché così ci è stato comandato, è svilente: “Non ti amo, ma lo faccio perché me l’hanno ordinato!”. Per Gesù è impensabile una cosa del genere. Le cose non si fanno per Dio, ma con Dio e soprattutto come Dio.
I Santi hanno fatto così: un giornalista dovendo intervistare Madre Teresa la trovò tutta intenta a curare un lebbroso. Vedendo come ripuliva le sue ferite purulente, esclamò: “Madre, io non lo farei neppure per un milione di dollari”. E lei: “Neppure io!”. E lui continuò: “Ma io non lo farei neppure se me lo comandasse Dio in persona!”. E lei: “Neppure io! E il giornalista capì: certe cose si fanno solo per “amore”... e basta.
“Via, lontano da me maledetti”: è la condanna del Figlio dell’uomo per gli “altri”, per chi non ha dispensato amore. Prima aveva detto: “Venite, benedetti dal Padre mio”. Qui, invece, non ripete: “Maledetti dal padre mio”, ma solo: “Maledetti”. Infatti, non è Dio che li maledice, ma sono loro stessi che si maledicono! Se uno non coltiva, non fa crescere l’amore che c’è in lui, se non diventa maturo e adulto, lui stesso si condanna a morire. E chi è morto non può dare vita. Non è una sentenza del re che li condanna, ma sono essi stessi che si sono autocondannati.
Un’altra cosa, altrettante importante, dobbiamo imparare da questo vangelo: che cioè dobbiamo avere un cuore attento per “vedere” per osservare, per riconoscere. Dobbiamo cioè essere sempre all’erta, vigili:
“Quando mai ti abbiamo visto nudo, affamato, malato...?”.
È così: non ce ne rendiamo conto, ma guardiamo gli altri senza vederli, siamo concentrati su di noi, sulle nostre comodità, siamo troppo distratti: soprattutto quando lo siamo di proposito, quando vogliamo esserlo “scientificamente”.
Quante volte diciamo convinti: “Io no, non faccio così; io non faccio male a nessuno!”. Sarà anche così, ma non basta! Dire una cosa del genere denota una grande superficialità, perché fa... capire che non ci rendiamo conto di quante persone ci siano accanto a noi bisognose di essere ascoltate, di essere capite e rincuorate; persone che hanno bisogno soltanto di un po' d'amore, di comprensione, di condivisione. Allora può darsi anche che “non facciamo del male”, ma sicuramente “non facciamo del bene”. Perché quando uno è troppo preso da sé stesso, dall’egoismo, dall’assillo continuo per il proprio benessere materiale, per l'affermazione della propria persona, è ovvio che non ha più né tempo né voglia di accorgersi delle necessità altrui: è triste ma è così! Solo se abbiamo un cuore libero, aperto, generoso, possiamo accorgerci dei bisognosi, possiamo interessarci dei sofferenti, degli abbandonati. Altrimenti rischiamo di fare come i “condannati” del vangelo: “Dici che non ti abbiamo visto? Ma quando mai! Impossibile! Non eri tu!”. Eppure questo è successo proprio a noi: eccome è successo! E se non cambiamo, continuerà purtroppo a succedere ancora.
Amen.


giovedì 16 novembre 2017

19 Novembre 2017 – XXXIII Domenica del Tempo Ordinario

«Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì» (Mt 25,14-30). 

La parabola di oggi è molto semplice: c’è un padrone che deve compiere un lungo viaggio, e secondo l’usanza del tempo, affida il suo patrimonio ai servi più fidati. Cosa succede allora?
Ciascuno riceve in consegna un patrimonio che non gli appartiene, che non è suo e sa di doverlo un giorno riconsegnare a chi glielo ha affidato. C’è però in questo affidare, una diversità di trattamento: non tutti ricevono la stessa quantità. Ciascuno, dice il vangelo, riceve secondo le proprie capacità: tutti cioè hanno in consegna talenti diversi perché ognuno è diverso, ma tutti hanno comunque il massimo delle loro possibilità. Ciascuno nella vita ha il suo talento. Il talento sono le possibilità che uno ha, il patrimonio che uno può "incarnare" nella sua vita, che uno ha dentro di sé, il patrimonio che Dio ha riposto nel suo cuore. È un patrimonio enorme fatto di doti, doni, sensibilità, talenti, capacità, emozioni, ideali, amore, fiducia, libertà, voglia di vivere.
La grande domanda che ogni uomo deve pertanto porsi è: “Chi sono io?”, nel senso: “Qual è il mio patrimonio? Quali sono le mie possibilità”. La gente passa tutta la vita a voler essere questo o quello, quell’uomo o quella donna. Vorrebbe avere i soldi di quello, la bellezza di quell’altro, la conoscenza e la brillantezza di quell’altro ancora. Così invece di guardare al “chi sono”, insegue cose che non sono “Lui”, che non gli sono proprie, non sono alla sua portata, e che pertanto sono per lui irraggiungibili.
Una volta stabilita l'entità del nostro talento, del nostro “patrimonio”, della nostra essenza, della nostra peculiarità, è di quello che dobbiamo essere fieri, è con quello e su quello che dobbiamo lavorare.
Spesso invece chi ha un talento, anche prezioso, lo nasconde, lo camuffa, lo gonfia. Perché? Semplice: perché lo confronta con i talenti degli altri. Brutta cosa vivere di confronti! Se ci confrontiamo continuamente con gli altri, è chiaro che non saremo mai contenti di ciò che siamo, di come siamo, di quello che abbiamo. E troveremo sempre che gli altri hanno di più, che sono più fortunati, che sono più privilegiati di noi, che se noi fossimo al loro posto, saremmo sicuramente migliori di loro. E viviamo male. Ma è così solo perché, invece di guardare noi stessi, la nostra realtà, invece di apprezzare quel che abbiamo, invece di ringraziare Dio per quel che ci ha concesso, continuiamo a roderci dentro invidiando quello che hanno gli altri.
Cosa dà il padrone ai tre servi? Dà dei talenti. Il talento non era una moneta corrente ma una unità di misura, e denotava una cifra enorme. Sarebbe come dire una “tonnellata” di euro: non si può girare con una tonnellata di euro, semplicemente perché nessuno potrebbe portarla. Un talento, infatti, corrispondeva più o meno a 60 “mine”, a 6000 “dracme”, a 6000 “denari” (la dracma era parificata infatti ad un denaro, che era la paga giornaliera più alta di un lavoratore). Quindi con un talento, una famiglia, poteva vivere all’incirca 30 anni.
Allora: anche colui che ha ricevuto un talento, ha ricevuto tantissimo, molto più del necessario. Certo, se guardiamo a chi ne ha ricevuti due o cinque, se facciamo il confronto, se ci misuriamo con loro, troveremo sempre che ci manca qualcosa. Ma se invece guardiamo onestamente a noi stessi, alle nostre possibilità, al nostro tenore di vita, troveremo che siamo ricchi, che nuotiamo nell'abbondanza.
La gente non è povera di doti, di “talenti” o vitalità: è che vuole sempre di più, guarda sempre quello che non ha; e quindi invidia i risultati raggiunti dagli altri, quello cioè che gli altri hanno saputo sviluppare con intelligenza, applicazione e sacrificio. La gente vorrebbe avere a basso costo, senza fatica, senza impegno e subito, quello che gli altri hanno invece conquistato nel tempo, con grande applicazione, con grande coraggio, osando e mettendosi completamente in gioco.
Allora: soltanto fissando lo sguardo su noi stessi, su quello che abbiamo, potremo essere soddisfatti e felici. Anche perché nessuno di quei servi è proprietario di ciò che ha. Anche a lui tutto è stato dato in “consegna”: quindi avere più talenti comporta anche maggiori responsabilità, maggior impegno, maggiori preoccupazioni; e neppure un maggiore arricchimento personale, visto che poi dovrà riconsegnare tutto al padrone.
Ma torniamo al vangelo: cosa succede a questo punto? I primi due, quelli dei cinque e dei due talenti, investono il loro patrimonio e lo fanno crescere, lo fanno moltiplicare. Il terzo, invece, fa una buca e vi nasconde dentro il suo unico talento.
La differenza è tutta qui: i primi due vivono, osano, si buttano, rischiano. Il terzo, invece, ha paura e la paura lo blocca.
In pratica questo vangelo ci dice: “Vivete e realizzatevi, moltiplicate i doni che avete ricevuto, ciò che siete, perché i talenti avuti in consegna sono la vostra vita”. Allora, perché non metterla a frutto? Perché non viverla? Perché aspettiamo tanto a scendere in campo, a buttarci nella mischia? Alcune persone passano i loro giorni da “panchinari”: sono presenti, ma non hanno mai il coraggio di entrare in gioco, di fare quelle scelte che diano uno scopo, un sapore alla loro vita, che la trasformino, che le facciano prendere “colore”, intensità, tono. Scelgono di non scegliere mai: un partner per la vita? il primo che capita; gli amici? quelli che incontrano; gli hobby? gli stessi che praticano tutti; le idee? quelle di tutti. Non si chiedono mai: “Ma io cosa voglio? Cosa mi sta bene? Cosa mi aspetto dalla vita?”. E così sciupano la loro esistenza, guardano indifferenti i giorni scorrere veloci, inutilmente. Hanno la possibilità di viverla, questa loro vita, e invece si lasciano vivere: il carro del tempo passa, ci salgono su, e si lasciano trasportare. Non hanno il coraggio di scendere e di fare a piedi, da soli, la loro strada, di andare avanti con le loro gambe. Si dicono: “Ma noi non siamo fermi, progrediamo, andiamo avanti!” e non capiscono che si illudono da soli, perché non sono loro, ma è il tempo che va avanti, che cammina, che passa: loro si lasciano trasportare, vanno semplicemente dove va lui.
Alcune persone, come fa l’uomo del vangelo, nascondono la loro esistenza sottoterra, pensano di essere invisibili, di passare inosservati alla loro vita, e muoiono senza vivere.
Solo la persona che rischia è veramente libera. La vita è il dono più prezioso che Dio ci fa: è una tela grezza, bianca; solo se noi la dipingiamo, solo se la copriremo di colore e di calore, la nostra vita si trasformerà in un dono, in un regalo “nostro” che, grati, potremo restituire, a Dio.
La vita restituisce sempre quello che diamo. Il padrone ritorna, e regola i conti: il risultato dipende da come uno si è comportato con la propria vita. Il primo e il secondo hanno vissuto “giocandosi” e ricevono un premio proporzionale a quanto ricavato; e non sono ricompensati perché hanno effettivamente guadagnato, ma perché hanno provato, si son dati da fare, hanno avuto fiducia in loro stessi, hanno osato, si sono lanciati. Il terzo, al contrario, ha avuto paura. La paura lo ha immobilizzato, gli ha impedito di mettersi in gioco. Non voleva essere criticato, non voleva fare errori, non voleva sbagliare, non voleva essere giudicato. Voleva avere tutto sotto controllo, voleva essere sicuro, ma facendo così ha perso ogni possibilità.
Certo, se avesse rischiato, se avesse “vissuto”, avrebbe anche potuto sbagliare e perdere il suo talento, avrebbe potuto esser giudicato o criticato per ciò che faceva o diceva; nessuno gli avrebbe potuto garantire un risultato soddisfacente. Ma se non si rischia si muore: perché è la paura che ci fa morire, non gli imprevisti della vita.
La vita è così: un patrimonio da mettere a frutto, da investire, da far fruttare. La vita, in modi diversi, in momenti diversi, offre a tutti la possibilità di cambiare, di migliorare. Tutti noi abbiamo avuto occasioni che ci hanno portato in tutt’altre direzioni. Tutti noi abbiamo incontrato persone che ci hanno consigliato, che ci hanno prospettato soluzioni valide. Tutti noi abbiamo incrociato qualcuno che ci diceva: “Vieni di qua; provaci, ce la puoi fare!”. A tutti noi sarà capitato di vivere una situazione difficile (morte di un figlio, di un amico, di un parente; un momento preoccupante; una sofferenza interiore; una malattia, ecc.) che ci ha messi di fronte ad un bivio: cambiare stile di vita, invertire la rotta, vivere diversamente. E noi come abbiamo reagito? Nulla, abbiamo rinviato: ma a forza di rinunciare, di posticipare, di rimandare, di tralasciare, di abbandonare, di evitare, arriverà un bel giorno in cui non potremo più appellarci al “domani”. Sarà troppo tardi. E ognuno raccoglierà ciò che ha seminato. “Hai preferito vivere così? Ti sei cullato sui tuoi sogni? Questo è quanto hai guadagnato!”. Allora sarà inutile protestare, sarà inutile arrabbiarci: perché avremo esattamente ciò che abbiamo voluto. Amen.



giovedì 9 novembre 2017

12 Novembre 2017 – XXXII Domenica del Tempo Ordinario


«Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge…» (Mt 25,1-13).

La parabola di oggi è molto significativa, di facile interpretazione. Anche se, ad una lettura superficiale, il comportamento dei vari protagonisti potrebbe apparirci non del tutto ineccepibile; in pratica farebbero tutti indistintamente una brutta figura: la fa lo sposo perché, giunto alle nozze con un ritardo enorme, respinge quelle vergini che, poverette, a causa della lunga attesa hanno esaurito l’olio della loro lampada, e indispettito le liquida immediatamente: “Non vi conosco!”. Ma perché ricorrere ad una bugia, dal momento che lui stesso le aveva invitate, e quindi le conosceva perfettamente? Tuttavia ciò non le esime dal fare anch’esse una brutta figura, dimostrando di essere delle sprovvedute, delle stupidotte, poco intelligenti, per nulla previdenti. Ma anche le vergini sagge, quelle prudenti, quelle accorte, non sono da meno, non eccellono certo in signorilità, rifiutando sdegnosamente di condividere con le amiche un po’ del loro olio: visto che lo sposo era finalmente arrivato, perché non donarne loro qualche goccia, togliendole dall’imbarazzo? Lo fanno perché sono invidiose, cattive d’animo, oppure perché l’olio che hanno è speciale, strettamente personale, incedibile, per cui anche volendo non possono cederlo? In tal caso si tratterebbe di un olio “particolarissimo”, unico, strettamente personale, al punto che o ce l’hai di tuo, o devi rimanere senza perché nessuno può cedertene del suo. “Andate dai venditori e compratevelo”, è la loro risposta. Ma che risposta è? Perché sono così scostanti? Come possono quelle meschine trovare un venditore d’olio nel cuore della notte? Ma non è una  burla: effettivamente si comportano così perché non hanno altre possibilità, non possono cedere alle altre un “olio” che “non si può” dare, che è incedibile.
Insomma, questa è una parabola in cui nessuno sembra comportarsi in maniera corretta, un racconto che, nella sua chiarezza, suscita anche molti interrogativi.
Ovviamente, per capirla nella sua pienezza, dobbiamo prima di tutto riferirci al significato di questi simbolismi, così lontani da noi, dalla nostra cultura, essendo essi strettamente legati agli usi matrimoniali del mondo ebraico.
Attualizzando comunque il testo, appare chiaro che lo sposo è Gesù e le vergini, sia le prudenti che le stolte, siamo noi. A questo punto viene spontaneo chiederci: perché Gesù risponde in maniera così aspra e tremenda: “Non vi conosco”? Cos’è quest’olio unico, personale, così importante da condizionare l’ingresso alle nozze celesti?
Matteo, parlando delle vergini che si sono dimenticate di prendere l’olio a scorta, le chiama “morai”: un termine che letteralmente significa “matte, pazze, stolte”; oppure, in senso più blando, “sbadate, stupide, sciocche, smemorate”.
E lo fa a ragion veduta: perché giusto uno stupido, un superficiale, avrebbe dimenticato di portare con sé una quantità di olio sufficiente ad alimentare la sua “lampada” per l’intera notte, assicurandosi la luce per l’intera attesa.
Queste vergini “stolte”, queste distratte, imprevidenti, rappresentano pertanto quelle persone che accettano di incontrare lo “Sposo”, ascoltano la parola di Dio, accolgono il suo messaggio, ma poi non sono sufficientemente interessate a metterlo in pratica: lasciano cioè che l’iniziale entusiasmo si spenga nel tempo, diventi lettera morta, preferendo procedere alla cieca nell’oscurità della vita. Sono quelle persone che vivono alla giornata senza angustiarsi di nulla, senza troppi pensieri, senza porsi alcun problema. Non si preoccupano minimamente di ciò che invece è essenziale per dare una risposta illuminata cosciente e mirata alla chiamata di Dio: come per esempio saper ascoltare interiormente la sua voce, coltivare e meditare nel silenzio la sua Parola, garantire salute e pace alla propria anima, esprimere un “grazie” sincero per l’aiuto costante dello Spirito, essere sensibile alle necessità dei fratelli. Vanno avanti come se niente fosse. Salvo poi chiedersi: “Come mai mi è capitato questo? Perché proprio a me? Com’è possibile?”. Pensavano forse di non dover mai rispondere del loro ottuso comportamento? Pensavano forse che non servisse una scorta sufficiente di “olio”, una scorta cioè di opere buone?
Già, ma in cosa consistono concretamente queste “opere buone”? Il Vangelo parla chiaro: ricordate la parabola del buon samaritano? Non sono le preghiere di routine del sacerdote, non i gesti “sacri” del levita, persone che, passando accanto all’uomo ferito, tirano via entrambe ignorando le sue sofferenze e le sue necessità; opere buone sono invece i gesti d’amore del buon samaritano, di colui che oltretutto era considerato un nemico (Lc 10,29-37). Perché solo questo conta davanti a Dio: l’amore, la misericordia, la nostra dedizione per il prossimo. Perché “ogni volta che avete fatto queste cose ad uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,31-46).
Praticare la carità, amare il prossimo, essere ricettivi, dinamici, attivi, aperti alla condivisione: questo significa, in pratica, approvvigionarsi di olio a scorta: in altre parole il nostro spirito di carità, il nostro amore, il nostro voler bene, deve essere concreto, reale, quotidiano, fatto di gesti, di pensieri, di azioni, di sentimenti. Perché è questo l’unico metro di valutazione usato da Dio. Preghiere, riti, meriti, studi, fama, soldi, conoscenze, non servono a nulla se non sono messe a servizio dell’Amore. Gesù lo ha dichiarato apertamente: “Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli…” (Mt 7,21). Che tradotto in pratica significa: non basta fare belle prediche, disporre di grandi chiese, di grandi cattedrali per andare a messa la domenica; non basta tirare continuamente in ballo il nome di “Dio”, promettergli a parole grandi cose, per essere riconosciuti da Lui. Dio, che è Amore, riconosce solo l’amore che ognuno ha e vive. Il resto non gli interessa. “Non vi conosco”, dice alle vergini sprovviste di olio, di opere buone. Soltanto chi possiede e pratica un amore autentico può disporre della luce sufficiente per “aspettare” lo Sposo, ed entrare con Lui alle nozze, nel Paradiso, nell’Aldilà.
“Non vi conosco”. Ma non è Dio che deve riconoscerci, promuoverci, premiarci. Lui non condanna mai: siamo noi a condannarci, siamo noi gli unici responsabili della nostra eternità, perché quel che otterremo sarà l’ovvia conseguenza del nostro vivere attuale; siamo noi che non ci “riconosciamo” come “invitati”, se abbiamo vissuto sempre nella superficialità, dando la priorità ai piaceri, all’egoismo, alle futili banalità: perché non sappiamo più chi siamo né cosa vogliamo o che sentimento proviamo; non abbiamo più alcun colloquio con noi stessi e con il prossimo e, conseguentemente, saremo noi ad autoescluderci dalla Vita, dalle nozze eterne.
Non è affatto difficile finire in situazioni simili; è molto più facile di quanto non si possa pensare. Anzi è un classico, succede quasi sempre così: crogiolandoci nell’indifferenza, nella superficialità, arriveremo gradualmente ad indurire talmente il nostro cuore, a renderlo così gelido e insensibile, da non essere più in grado di amare, di esprimere alcun sentimento profondo; ci sentiremo, soli, isolati, frastornati: così, quando un pianto salutare vorrebbe liberarci l’anima, sarà costretto a dirci “non ti conosco”; similmente quando la gioia vorrebbe consolarci, anch’essa dovrà dirci “non ti conosco”, perché non saremo più noi, non sapremo più gioire, abbracciare, lasciarci andare; anche l’amore, di fronte all’impossibilità di emozionarci, di innamorarci, dovrà ripeterci “non ti conosco”; e così, via via, la tenerezza, la compassione, la dolcezza: insomma tutti i sentimenti più esaltanti della vita.
Vivere così è un non vivere, perché la distanza che ci divide dall’Amore è troppo grande. Ci siamo quasi spinti oltre il punto di non ritorno: il punto in cui tutto sarà “troppo tardi”; il punto in cui non avremo più tempo a nostra disposizione, non avremo più possibilità di porvi rimedio.
Il messaggio dunque che questa parabola intende oggi trasmetterci è estremamente serio e pressante: “Non lasciare che la tua lampada languisca. Prenditi cura del tuo olio, della tua vita, delle tue opere buone; perché saranno esse la scorta che in quel momento determinerà la luce o le tenebre, la salvezza o la condanna, la beatitudine o la disperazione”.
Facciamo molta attenzione, non sottovalutiamo questo invito, perché la possibilità di cadere improvvisamente nel buio più totale è veramente concreta e reale. Perché dipende da noi. Amen.

giovedì 2 novembre 2017

5 Novembre 2017 – XXXI Domenica del Tempo Ordinario


«Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito...»

Oggi Matteo ci riporta un ennesimo scontro di Gesù con gli scribi e i farisei, nel quale Egli denuncia apertamente il loro comportamento incoerente e ipocrita. Ormai conosciamo molto bene il comportamento di questi personaggi: conoscevano perfettamente la legge della Bibbia, la insegnavano, ma erano anche molto esperti nel trovare scappatoie ed eccezioni che li esentassero dal mettere in pratica ciò che insegnavano. Quando invece la osservavano, lo facevano solo esteriormente, mettendosi bene in mostra, esibendosi come persone religiose, fedeli, osservanti, e disprezzando apertamente quanti non erano “giusti” come loro; non tolleravano cioè le debolezze altrui, e invece di aiutarli, li condannavano pubblicamente deridendoli. Ebbene: Gesù, gente come quella, non la sopporta. La disprezza senza mezzi termini, offrendo alla gente un giusto atteggiamento nei loro confronti: “Siate rispettosi di quello che insegnano, perché la Legge la conoscono e la sanno predicare molto bene, ma non seguite il loro esempio; non fate come loro, non meritano la vostra attenzione, perché sono incoerenti, fasulli, gente che predica bene ma razzola male”.
Parole forti: parole che Gesù non pronuncia ad esclusivo beneficio dei suoi discepoli e di quanti lo seguivano: ma parla anche noi, a noi persone evolute e razionali del nostro secolo: parla soprattutto ai catechisti impegnati, ai cattolici praticanti, religiosi e istruiti; parla a quanti sono chiamati a testimoniare il vangelo, a noi che, col battesimo, abbiamo il compito importante di portare il lieto annuncio di liberazione e di vita, ai poveri, ai peccatori, ai deboli del nostro tempo.
Gesù parla alludendo alla vita concreta di allora: ma è come se vedesse la nostra di vita, quella tanto civile dei nostri giorni.
Si, perché noi, figli di quest’epoca tanto emancipata e colta, siamo proprio ben strani! Ci dichiariamo in tutti i modi contrari, a volte anche con la violenza, a qualsiasi imposizione, a qualsiasi forma di autoritarismo, di coercizione; ci indispettiamo se qualcuno si permette di far pesare la sua carica, il suo ruolo su di noi; pretendiamo tutti, e giustamente, la massima autonomia e libertà: eppure, da autentici idioti, non sappiamo fare a meno dei “guru” di turno, dei “profeti”, dei “mistici” che, da buoni ciarlatani, pretendono di darci il rimedio infallibile per i nostri problemi, la dritta sicura su come evitare efficacemente le fragilità della nostra esistenza.
Il nostro è un tempo stracolmo di opinionisti, di sedicenti maestri, di tuttologi; più aumenta il relativismo, l’insicurezza, il dubbio, più aumentano coloro che hanno sempre qualcosa da dire, che si propongono come unici esclusivisti della giusta soluzione. E purtroppo anche noi, pur nel nostro tanto decantato scetticismo, ci lasciamo stupidamente fagocitare da una moltitudine di questi “maestri” fasulli, che si esibiscono in televisione, sui giornali, nei mezzi di comunicazione, negli ambienti di lavoro, nella scuola, in politica, in campo sociale! Maestri che straparlano, che sbraitano, che urlano, che vogliono imporsi ad ogni costo: non importa su chi e su che cosa, se in positivo o in negativo, l’importante è urlare, apparire, esserci.
Gesù invece, nella sua compostezza, è pratico, chiaro come sempre: egli ci spiega come dobbiamo vivere nelle nostre comunità, nelle nostre famiglie, come dobbiamo edificarci vicendevolmente nell'amore e nella pace, come dobbiamo educare i nostri figli.

È importante quindi che ci esaminiamo continuamente sulla nostra coerenza e sincerità, per non incorrere nella facile contraddizione, nell'ipocrisia. È una cosa che in qualche modo ci tocca tutti da vicino: sia quelli che hanno un ruolo educativo, come preti, frati, suore, insegnanti, come pure tutti noi genitori; tutti dovremmo chiederci con sincerità: “sono realmente convinto di quello che insegno? Vivo coerentemente, col cuore, con amore, quello che insegno, quello che predico? Io che raccomando agli altri la preghiera, amo la preghiera? Dedico del tempo alla preghiera personale? Io, genitore, che mando i miei figli in parrocchia per il catechismo, per la messa domenicale, sono assiduo nei miei doveri di cristiano? Un semplice esame di coscienza riferito ai doveri e agli impegni della nostra vita sociale, della famiglia, della scuola, del lavoro.
Ovviamente, chi vive compiti istituzionali, sociali, politici, informativi o altro, chi in altre parole gode di maggior prestigio e visibilità, è ancor più responsabile della sua coerenza; non serve a niente fare bellissimi discorsi se poi non si vive per primi l'onestà, la correttezza, lo spirito dei valori umani e cristiani.
Oggi purtroppo pullula una grande quantità di cosiddetti “maestri”, di pseudo incantatori, che operano indisturbati all’aperto o nell’occulto; come l'opinione della gente, il “si dice”, le nostre voglie inconfessabili, il prepotente di turno, la grande star del momento, il politico di spicco, il prete mediatico e onnipresente. Quello che importa è che dobbiamo imporci di evitare questi falsi “dottori”, questi venditori di angoscia; noi cristiani abbiamo già il nostro Maestro a cui ricorrere, a cui appoggiarci, su cui contare con tutta la nostra fiducia; è quello autentico, l’unico: il Cristo.
Non ci servono surrogati, sedicenti profeti, santoni, futurologi, imbroglioni e parolai da strapazzo: abbiamo già a nostra disposizione il Migliore in assoluto. È Lui soltanto che dobbiamo seguire, è Lui soltanto che dobbiamo porre al centro della nostra vita; sono Sue le Parole e gli esempi che dobbiamo seguire; e dobbiamo farlo con riflessione adulta, con passione ferma e critica, con la verità del cuore, senza deleghe fuorvianti. Siamo tutti chiamati alla scoperta di un Dio adulto che ci tratti da adulti. In che modo? Vivendo come Lui ha fatto, facendosi servo di tutti fino alla morte: “Il più grande tra voi sia servo”: è questa per Lui la portata della vera “autorità”: una parola che in Lui acquista un senso particolare, assolutamente inusuale: non è dominio, non è potere, non è comando, ma puro servizio, umile ministero.
«Voi siete tutti fratelli…». È la conseguenza del nostro metterci a servizio come Lui: perché in questo modo dimostriamo di essere tutti fratelli in quanto tutti salvati, tutti perdonati.
Ognuno di noi ha un ruolo, un compito, un ministero appunto, tutti uniti nella comune e primissima appartenenza alla fede attraverso il Battesimo; nessun Maestro, ma solo fratelli chiamati a ruoli specifici: e più aumenta la responsabilità, più deve crescere l'amore al Regno e ai fratelli che si servono. Perché, in buona sostanza, essere fratelli significa che tutti ci prendiamo cura del buon andamento della comunità, passando da una appartenenza alla Chiesa in maniera asfittica e senza vita, ad una meravigliosa scoperta di essere tutti figli di Dio, nella fatica della sopportazione reciproca e della visione evangelica delle scelte obbligatorie. Essere fratelli significa evitare in tutti i modi che nelle comunità prevalga l'aspetto umano, le simpatie, le antipatie, introducendo il rischio descritto da Gesù, di diventare cioè professionisti del sacro, primi della classe, ma con l’anima vuota.
Una cosa è assolutamente trasversale, valida per tutti: chi vuole essere “grande”, deve “abbassarsi”. Non c’è alternativa. Perché è nell'abbassamento che sta il segreto della vita cristiana. Chi vive l'umiltà, sa dare valore a quelle cose che sembrano piccole, ma che sono grandi, importanti, essenziali. Per chi vive lo stile di Gesù non esistono posizioni trascurabili, tutto acquista nuovo valore, nuovo significato: perché ognuno vive i carismi avuti da Dio. È Lui che ci unisce; è Lui l'unico Maestro sicuro e infallibile. Amen.

 

giovedì 19 ottobre 2017

29 Ottobre 2017 – XXX Domenica del Tempo Ordinario


«Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?» (Mt 22,34-40).

Dopo aver fatto ripetute brutte figure con Gesù, i farisei per metterlo alla prova scelgono questa volta una persona competente, il meglio del meglio, nientemeno che un dottore della legge. E questi lo affronta subito impostando il discorso sulla “sua” materia. Da notare che il verbo “metterlo alla prova” usato qui da Matteo, è quello stesso peirazo usato per descrivere le “tentazioni” di satana: in pratica l’evangelista paragona il comportamento dei sacerdoti del tempio, degli scribi, dei farisei, sempre pronti a tentare, a mettere alla prova Gesù, come opera di satana: un particolare che dovrebbe farci riflettere!
Ma cosa gli chiede dunque questo dottore, questo esperto legale? “Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?”.
Da come si pone, lascia subito intendere il suo reale proposito: già l’appellativo di “maestro” con cui si rivolge a Gesù, è pronunciato in maniera chiaramente provocatoria: non solo non ha alcuna intenzione di approfondire le sue conoscenze (lui non ha nulla da imparare, sa già tutto!) ma cerca piuttosto un pretesto per metterlo in difficoltà davanti al suo pubblico; vuole cioè cogliere in fallo Gesù per offrire alle autorità l’opportunità di condannarlo: e quale argomento è più indicato se non quello di indagare su cosa Gesù pensi dei comandamenti e della legge?
La verità non gli interessa; e non è neppure curioso di conoscere realmente il pensiero di Gesù; vuole semplicemente sfruttare l’occasione per avere la conferma di cosa egli pensasse in merito ad una questione fondamentale e delicata: il valore cioè dei comandamenti della Legge, visto che nella sua predicazione non solo ne prende le distanze ma arriva pure a trasgredirli. Egli in pratica definisce “vecchi, sorpassati, incompleti” proprio quei comandamenti che tutti ritenevano validi, e che tutti si sentivano obbligati ad osservare. Una “interpretazione”, quella di Gesù, che inquietava seriamente le autorità religiose; per cui la sua risposta serviva soltanto come riprova della sua ortodossia, oppure come motivo di denuncia ufficiale.
Ma Gesù sa perfettamente cosa vorrebbero sentirsi dire le autorità tramite il suo interlocutore: “Il più grande comandamento? Ma è ovvio, è il sabato!”. Sì, perché l’osservanza del “sabato” era il comandamento più grande, più considerato dagli ebrei; Dio stesso lo aveva rispettato, consacrandolo col riposo dopo le fatiche della creazione. La sua osservanza equivaleva all’adempimento di tutta la legge, e la sua disobbedienza era punita con la morte (Es 31,14).
Sappiamo però che per Gesù questo comandamento non è per nulla importante, non è affatto prioritario, tant’è che non ne tiene conto, non gli interessa: se deve fare qualcosa di importante, come per esempio guarire un ammalato, lui lo fa tranquillamente anche di sabato, perché per lui l’amore è molto più importante della legge.
Una domanda ben congegnata, perché se Gesù avesse dato la risposta che tutti si aspettavano, (“il sabato”), il dottore della legge gli avrebbe immediatamente contestato il suo comportamento: “È giusto, maestro: ma perché tu non lo rispetti?”. Se invece avesse risposto diversamente, avrebbe fatto la figura dell’ignorante, di uno che non conosce la legge, e questo sarebbe stato altrettanto deleterio per Gesù.
Il dottore dimostra in questo modo di essere un esperto, un vero conoscitore delle dispute legali: ma Gesù dimostra di non essere da meno, e gli risponde a tono citando anche lui la Scrittura, dimostrando di conoscerla altrettanto bene: gli fa capire cioè che il testo non va interpretato sulla base di una singola citazione letterale, ma attraverso una visione d’insieme, una lettura completa dei testi: e gli cita infatti un altro comandamento – altrettanto “grande” ma sicuramente il “primo”, il più importante – riferito cioè a quella “preghiera” che gli ebrei recitano due volte al giorno, al loro “Credo” ufficiale (Dt 6,4-9): “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutto il tuo essere e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti”. E fin qui tutto bene: il dottore non può che essere d’accordo. “Amare Dio”, in fin dei conti, non è difficile, è un fatto interiore che non si può misurare dall’esterno, e che quindi nessuno può conoscere né giudicare: questa volta le autorità sono salve, Gesù non le condanna! Ma il problema nasce subito dopo, con quel che segue: “E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso (Lv 19,18)”. Anche questo è scritto nella Bibbia, ma è evidente a tutti che le autorità non lo tengono per nulla in conto.
A rigor di logica, Gesù non dice nulla di nuovo. Ma in realtà, per come andavano allora le cose, introduce una grande novità: condiziona cioè l’amore per Dio all’amore per il prossimo: crea un legame indissolubilmente tra i due amori. Come dire: “Amare Dio senza amare veramente le persone, non serve a nulla, non è un vero amore per Dio. Pertanto, quello che voi ripetete ogni giorno (visto che lo dite), mettetelo anche voi in pratica, come faccio io!”.
Che dire? È chiaro che a questo punto il dottore si trova spiazzato: non ha parole, non immaginava che il discorso prendesse una simile piega, è sorpreso, ammutolisce: “Nessuno era in grado di rispondergli nulla; e nessuno da quel giorno in poi, osò interrogarlo” (Mt 22,46).
Una bella lezione: del resto Gesù non cita chissà quale teoria, ma risponde attenendosi scrupolosamente a quanto già prescritto dalla legge ebraica. E poiché si rivolge ad un ebreo, oltretutto ottimo conoscitore delle Scritture, il succo è questo: “La legge ce l’avete e la conoscete: mettetela in pratica!”.
Ma non è tutto qui: il “novum” introdotto da Cristo nella legge antica dell’amore è a dir poco rivoluzionario. Per tre motivi: prima di tutto per il nuovo concetto di “prossimo”: per un ebreo il prossimo era un altro ebreo o al massimo uno che abitava in Palestina; per Gesù, invece, “prossimo” è l’intera umanità; inoltre, altra novità, dobbiamo amare questo prossimo “come noi stessi”: ma attenzione, perché se ci fermassimo a queste sole parole, il nostro amore non sarebbe comunque perfetto: per logica infatti se io mi amassi poco o nulla, amerei poco o nulla anche il mio prossimo. Gesù annulla questo aspetto riduttivo, e riconosce alla legge dell’amore una valenza divina, universale: in altre parole, ama il prossimo tuo “non” come tu ami te stesso, ma come Dio ama te, “come Io vi ho amati”. Una nuova e straordinaria prospettiva si apre quindi davanti a noi: il termine di riferimento dell’amore al prossimo non sarà più quello riduttivo, il “nostro”, ma quello di Dio, universale, straordinario, senza limiti.
Per Gesù amare l’uomo equivale amare Dio, e amare Dio equivale amare l’uomo. Risultato: l’amore per Dio non lo si misura da quanto uno è pio o religioso, da quante preghiere dice: ma da quanto amore nutre per i suoi fratelli. Il vero credente non è colui che esegue alla lettera le prescrizioni religiose, ma colui che vive realmente l’amore, colui che compie ogni sua azione elargendo amore.
Un’attenta lettura di questo vangelo ci offre poi altre considerazioni su cui meditare.
Prima di tutto, ci siamo mai chiesto cosa significhi la parola “amore”? Etimologicamente deriva dal latino “a-mors” (“a” privativo e “mors”, morte) che letteralmente vuol dire “togliere la morte a qualcuno”, “dare la vita”; per cui “amare” significa “rendere vivo”, vitale, colui che amiamo. Gesù vedeva intorno a sé soprattutto persone che soffrivano: persone colpite da gravi malattie, come ciechi, sordi, paralitici, lebbrosi, o addirittura persone morte. Egli le “amava”: il suo amore le guariva, le toglieva dalla morte, reale o simbolica, rimettendole in contatto con la vita. Egli dispensava amore a piene mani, e lo faceva (altro insegnamento fondamentale per noi) non per avere un “ritorno”, una ricompensa, un riconoscimento: neppure in termini di fama, perché chiedeva sempre a tutti di non divulgare la cosa, di non parlarne con nessuno; non lo faceva neppure per proselitismo: non diceva: “Ti guarisco ma tu devi credere in Dio; tu devi venire in chiesa; tu devi obbedirmi; tu mi devi...”. Lui vedeva semplicemente uno che soffriva, e con il suo “amore” lo liberava dalla sofferenza, dal disagio.
Questo è l’amore di Gesù, e questo deve essere anche il nostro amore: chi ama rende vivo l’altro; chi ama vuole il meglio per l’altro, anche se ciò ci costa fatica e sacrificio; perché ciò che è meglio per l’altro, non sempre coincide con quello che è meglio per noi.
Altra considerazione: in passato per l’ascetica cristiana amare il prossimo “come noi stessi” comportava un far passare in second’ordine l’amore per se stessi, per la propria persona; significava riconoscere all’amore per l’altro la priorità assoluta: in questo modo amare se stessi, “amarsi”, era ritenuto una “debolezza umana”, un peccato; equivaleva ad essere egoisti, narcisisti. La via maestra per la santificazione personale passava quindi attraverso il sacrificarsi, l’immolarsi completamente per gli altri; tant’è che a quanti volevano intraprendere un cammino cristiano più impegnativo, venivano continuamente ricordate le parole: “Se uno non rinnega se stesso e non prende la sua croce...”: era un cammino di vita che “doveva” essere impostato solo sul sacrificio, sulla penitenza, sulla spersonalizzazione, sulla tolleranza, sulla totale dedizione per gli altri. Oggi questa lettura del vangelo è stata profondamente rivista: nessuno si permette più di affermare che Dio accetta al suo servizio soltanto gli infelici, i frustrati, i pieni di sventure: perché in effetti non è vero!
Ma allora come dobbiamo amare noi stessi? Esattamente come amiamo gli altri. “Amarci” infatti significa volere il nostro bene, renderci vivi, vivere da vivi; significa lottare per ciò che è bene per noi, fare in modo che la nostra persona sia retta, rispettabile e rispettata. Gli altri ci evitano, ci ignorano, ci escludono? Invece di continuare ad arrabbiarci, amiamoci! “Amarci” vuol dire migliorare il nostro carattere, la nostra personalità; significa trasformarci, diventare amabili, accettabili, ricercati; significa essere più aperti con gli altri, più elastici, meno saccenti, meno giudicanti, meno pretenziosi; in una parola “amarci” significa diventare migliori.
Pretendere dagli altri ciò che noi non sappiamo o non vogliamo fare per noi stessi, è autentico parassitismo.
Infine un’ultima considerazione: il nostro amore deve essere “pieno”: dobbiamo cioè “amare in pienezza”. Il vangelo parla di amare “con tutto il cuore, l’anima e la mente”. Altrove aggiunge “con tutte le forze (Lc 10,27), cioè con la concretezza, con le azioni. L’amore, per essere vero amore, deve interessare tutte le nostre facoltà, tutte le nostre possibilità, l’intera nostra persona, a tutti i livelli: altrimenti non è amore. Infatti: amare solo con mente e forze senza cuore, è volontarismo, è azione, è amore freddo, senza passione, manca il sentimento. Amare con mente e cuore senza le forze, le opere, è sentimentalismo, non c’è azione. Amare con cuore e forze senza mente, è istintivo, irrazionale, non c’è il pensiero, non c’è consapevolezza, non c’è lucidità. Soltanto quando l’amore è mosso dall’intera nostra persona, da tutto di noi: mente, cuore e forze, solo allora è pieno, completo, perfetto. Solo in questo modo “ameremo” veramente il prossimo; lo ameremo come Gesù ci ha insegnato, esattamente come Lui stesso ci ha amati e continua ad amarci: senza condizioni, senza tornaconti, senza pretese. Amen.