giovedì 18 agosto 2011

21 Agosto 2011 – XXI Domenica del Tempo Ordinario

«La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Il vangelo di oggi si apre con una precisa domanda di Gesù ai suoi discepoli. A noi può sembrare strano che Gesù voglia conoscere l’opinione della gente sul suo conto. Ma non dobbiamo dimenticare che la società del suo tempo si fondava principalmente sui valori di onore e disonore: più di chi fosse in realtà, uno doveva preoccuparsi soprattutto di che cosa la gente pensasse di lui; il valore delle persone era infatti stimato in base a quello che diceva la gente: meno sull’essere, più sull’apparire. L'onore del clan, della famiglia, della tribù era l’unica cosa importante: veniva prima ancora del valore reale delle persone. Un metro di giudizio, fratelli miei, che non è molto lontano da quello imposto dalla mentalità di questa nostra società contemporanea superevoluta. Anche oggi, la paura di non essere considerati è profondamente radicata in noi: “Nessuno mi considera, nessuno mi apprezza, nessuno mi vuole”. Indice della nostra insicurezza: e per questo siamo alla ricerca disperata di stima, di amore, di amicizie, di riconoscimenti. Più questa paura ci domina e più la nostra vita diventa una corsa alla ricerca dell’apparire, una vita fittizia e irreale. Non conta più ciò che siamo, ciò che viviamo o ciò che sentiamo, ciò che Dio sussurra al nostro cuore, il nostro progetto, la nostra vocazione, ma conta soltanto non sfigurare, essere accettati, apprezzati, ammirati.
Ma perché Gesù sembra adeguarsi a tale mentalità? Perché agli occhi dei suoi discepoli vuole essere un uomo come tutti gli altri, il più possibile aderente alla loro forma mentis; vuole essere in tutto come uno di loro. Era quindi naturale che il Maestro si preoccupasse di conoscere cosa pensassero di lui, della sua missione e della sua predicazione, le folle che lo seguivano, che crescevano numericamente giorno dopo giorno: e Gesù ha voluto mettersi in gioco anche su questo. Ovviamente senza rimanerne turbato o succube delle loro risposte.
I discepoli, quindi, sollecitati in maniera così diretta, gli riportano le opinioni più diffuse: “Ti ritengono Giovanni Battista, Elia, Geremia, un profeta”. Tutto vero. Però sono anche un po' reticenti e bugiardi, perché di Gesù si dicevano tante altre cose; si diceva, per esempio, che era un poco di buono, uno che stava volentieri con le donne, che in alcuni casi dimostrava verso di loro qualcosa in più di una semplice amicizia; uno che assumeva atteggiamenti scandalosi e ambigui, che stava apertamente in compagnia di gente scomunicata come i pubblicani, uno che amava mangiare e bere, insomma un "eretico". Tutto questo non glielo dicono, anche se erano voci altrettanto diffuse, che loro come anche Gesù stesso ben conoscevano. Egli, del resto, fu molto amato ma anche molto odiato, perché non fu una persona insignificante, anonimo, senza carismi, uno che ti lasciava indifferente; tutt’altro: una volta che l'avevi incontrato, dovevi necessariamente scegliere: o ti piaceva o ti infastidiva; o lo consideravi amico oppure nemico. Non c’erano alternative. Gesù inoltre, prima di fare quella domanda, aveva già guarito centinaia di persone, aveva risuscitato morti, aveva moltiplicato pane per migliaia di persone, aveva sedato tempeste. Eppure tutto questo non era servito a fargli avere un generale riconoscimento, sincero e onesto. Cosa avrebbe dovuto fare ancora, perché tutti gli credessero? La fede non nasce da ciò che si vede soltanto, ma da “come” si vede. Vedere così, semplicemente, senza coinvolgimento mentale, non porta automaticamente alla fede: bisogna guardare con interesse, con serietà, con apertura, con onestà, bisogna farlo con altri “occhi”, con quelli della fede; perché non c'è peggior cieco di chi non vuol vedere. Ecco perché le dicerie della gente su Gesù sono così diverse: è il risultato di una visione parziale e superficiale: ciò che dicono di lui è vero, ma non rispecchiano per intero la realtà. Sono supposizioni, opinioni, ragionamenti, ipotesi, congetture, giudizi o pregiudizi. Sono titoli, anche lusinghieri, elevati, ma non colgono nel segno, non dicono interamente chi è Gesù: “Giovanni Battista” era un grande asceta, uno che mirava alla perfezione. L'ascesi, il perfezionarsi, il combattere i difetti, i vizi, era importantissimo ma se l'ascesi diventava negazione della vita, se l'ascesi diventava rinuncia alla vita, allora si poneva contro la Vita. E Gesù non era questo. Anche oggi molte persone “perfette” sono cariche di aggressività: giudicano tutti e non usano nei confronti del prossimo né pietà né misericordia. La loro vita è un “no” alla vita. Dio invece chiama a dire "sì" alla vita, ad amare Lui, che è Vita perfetta. “Elia” fu il più grande profeta dell'Antico Testamento. Era così rigoroso che in un giorno solo uccise quattrocentocinquanta sacerdoti di Baal. Essere combattivi e lottare, ieri come oggi, è molto importante, ma non è tutto: se si fa della vita una lotta continua, si diventa degli intransigenti perennemente arrabbiati. E Gesù non era questo. Chi fa dell'aggressività la loro arma per attaccare tutto e tutti, non si accorge che la vera guerra, quella che credono di combattere fuori, è invece dentro di loro. Infine “Geremia”: nella Bibbia è il simbolo del giusto che soffre. Gesù ha sofferto, tantissimo, ma non ha fatto solo questo. Ha portato anche la vera felicità, la gioia, l’entusiasmo. Per molti invece la vita è solo dolore, solo sofferenza, solo una “valle di lacrime”: perché in realtà si interessano solo della loro vita, non della Vita, non di Dio. Certo anche noi, nella nostra vita, incontriamo angosce e sofferenze, ma dobbiamo imparare a starci dentro, a viverle, non a fuggirle. La vita non è tutta qui. Gesù è venuto in questo mondo non per soffrire, o perché soffriva, ma per insegnarci a superare la sofferenza, il dolore, la paura; Gesù è venuto a portarci la buona novella, il “vangelo”, il lieto annuncio, messaggio di felicità e di speranza.
Questo dunque dice la gente: ma Gesù non si ferma qui. Quello che dicono di lui i lontani, non gli interessa molto; Egli vuol sapere cosa “loro”, i suoi discepoli, pensano di Lui. E corregge il tiro: Ma “voi, chi dite che io sia?”. E Pietro si lancia con la sua risposta, che gli sgorga dal cuore...
Ma noi, noi, chi diciamo che sia Dio? È una domanda che ci tocca direttamente e singolarmente. Conoscere ciò che gli altri pensano di Dio, non ci serve, non ci deve interessare; nella vita prima o poi arriva inesorabile il momento in cui noi, e solo noi, dobbiamo affrontare certe questioni vitali, e darci delle risposte; e allora, ciò che conta non è ciò che fanno o credono gli altri, ma ciò che facciamo, viviamo, crediamo noi; ciò che conta è la nostra decisione personale.
E dunque: conosciamo Dio? Lo sentiamo vicino? Lo sentiamo “nostro”? Ascoltiamo la sua voce che ci parla? Lo percepiamo? L’abbiamo mai “incontrato”? No? E allora, come possiamo dire di “conoscere” uno che non abbiamo mai incontrato? E se lo abbiamo incontrato, cos'ha cambiato Cristo nella nostra vita? Cos'ha modificato nel nostro carattere, nella nostra persona? Nulla? Allora ci siamo illusi: non lo abbiamo mai incontrato e non lo conosciamo! Anzi non ci siamo mai preoccupati di incontrarlo e di conoscerlo; e questo vuol dire che per noi, Lui non conta niente, è irrilevante. Incontrarlo, invece, significa smettere di essere quelli di prima; lasciarlo entrare nel nostro cuore è come aprire le porte ad un uragano, lasciarsi travolgere da un vento impetuoso e irresistibile; è come innamorarsi perdutamente di qualcuno: una esperienza che ci cambia radicalmente la vita.
Ed è proprio per questo, fratelli, che molti lo evitano, che hanno paura di lui: perché Dio è un'esperienza forte, coinvolgente, radicale. Molti preferiscono imbalsamarlo, rinchiuderlo in certi schemi, in certi riti, in certe formule, pensando di poterlo gestire. Preferiscono incontrare i pensieri “su Dio” o le preghiere “a Dio”, piuttosto che incontrare Dio in persona. “Conoscere” Dio, come ho detto, vuol dire invece esserne stravolti, innamorati persi; non si tratta di una conoscenza razionale, di chi è sapiente, ma di una conoscenza d'amore, di chi ama, la conoscenza di chi è attratto da Lui, di chi vuol tuffarsi nell’oceano del suo amore. Dio è un'esperienza, un incontro, che tutti possiamo fare, non è riservata ai dotti e ai santi. E se lo incontriamo, ce ne accorgiamo subito: lo sentiamo istintivamente che c'è, perché ci cambia la vita, concretamente, visibilmente, ci fa vivere una nuova vita, ci fa capire che fino ad allora abbiamo solo sopravvissuto, abbiamo vegetato, dormito, abbiamo camminato col paraocchi. Un po’ come è successo a Pietro. Il Pietro del vangelo di oggi, non è un teologo, un filosofo che sentenzia. Pietro è l'istinto, l'intuizione, la passione. Dio non si coglie con la mente; Egli è un istante perennemente presente, un fulmine, una saetta. Come in amore: se siamo innamorati lo sentiamo, lo avvertiamo in maniera inequivocabile, ci fa battere il cuore e tremare le gambe. L'amore non è un sillogismo, un calcolo, un ragionamento. È un impulso del cuore, non un prodotto del pensiero. E Gesù lo conferma chiaramente quando, alla risposta di Pietro, gli dice: «Beato te, Pietro, perché né la carne, né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli».
Carne e sangue equivale qui a ciò che è umano, terreno, frutto del raziocinio. Cioè: “Non lo hai imparato a scuola, non te l'ha insegnato qualcuno, non l'hai imparato sui libri, ma è la tua anima, il tuo cuore, che l'hanno percepito, che l’hanno colto”.
Per gli ebrei “conoscere” vuol dire “sperimentare”, rapportarsi. Quando nella Bibbia un uomo “conosce” una donna vuol dire che è entrato nella sua intimità, ha avuto con lei rapporti sessuali; la “conoscenza” è “esperienza”: ora, un conto è sapere una cosa, un altro è percepirla, viverla, adattarla al proprio io; una cosa è essere andati a tanti incontri spirituali, a tante messe, un'altra è “sentire” la presenza di Dio; una cosa è sapere dell'amore, un'altra è amare; una cosa è chiacchierare sul progetto della nostra vita, della nostra vocazione, e una cosa molto diversa è attuarlo, viverlo. Nessuno si è mai ubriacato con la parola “vino” e nessuno si è mai riscaldato con la parola “sole”. Ripeto: Dio, fratelli miei, non è un pensiero, un progetto, ma una realtà, una “persona” concreta di cui inebriarsi, appassionarsi, innamorarsi.
Se dunque Dio non ci sconvolge l'esistenza, non ci fa più dormire la notte, non ci fa cantare di gioia infinita, non ci fa danzare esultanti anche col vento e la pioggia, se non viviamo il pianto consolatore del sentirci amati da Lui, non diciamo di aver conosciuto Dio. Assolutamente. Prima incontriamolo, e solo dopo potremo parlare di Lui. Succede anche che qualcuno si sposi senza amare l'altro, ma non definiamolo matrimonio; possiamo anche essere molto religiosi, essere dei consacrati a Dio, senza peraltro averlo mai incontrato né averlo mai sinceramente cercato; ma siamo onesti, fratelli: non chiamiamo queste pseudo esperienze “una vita per e con Dio”.
Un ultimo flash: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa». La Chiesa è di Cristo. La Chiesa è Cristo. Ecco perché, fratelli, la chiesa deve essere il luogo dell'esperienza di Dio, dell'incontro con Lui. Altrimenti perde il suo centro, la sua ragion d’essere, la sua vitalità. Quando andiamo in chiesa e partecipiamo ad una liturgia o ad un incontro di preghiera, quello che conta non è ciò che diciamo o facciamo, ma se “tocchiamo” Dio, se lo incontriamo, se Lui ci tocca. Andare in chiesa, e non essere “toccati”, è inutile, è tempo perso. Se non c'è Dio, non c’è vita. L'uomo di oggi ha un enorme bisogno di esperienze spirituali vere, di incontri profondamente autentici. Si copre di mille cose, riempie le case di oggetti, lavora senza sosta, si rifugia nella confusione, riempie le giornate di mille interessi: perché ha paura di incontrarsi, di sperimentarsi, di vedere quello che è nel suo intimo. Ha paura di scoprirsi sbagliato, fallito, inconcludente; ha paura di sentirsi giudicato anche dall'Alto oltre che dal basso (da sé e dagli altri). Per questo gli è indispensabile più che mai incontrare Dio, sperimentarlo in se stesso e negli altri, cantarlo, viverlo, sentirlo vibrare, fremere, nell’intera assemblea: nella sua Chiesa. La Chiesa di Cristo, fondata su Pietro “roccia”, sia dunque anche per noi il luogo dove si è toccati da Dio, dove possiamo piangere, ridere, sentirci a casa (non giudicati), sentirci compresi e ascoltati, dove possiamo dare voce a quello che abbiamo dentro, anche perché se non lo facciamo lì, rischiamo di non farlo da nessun'altra parte.
Amiamo allora la nostra Chiesa, fratelli: difendiamola. Perché è Lei che ha la missione fondamentale di proteggere il fuoco sacro che c'è dentro ognuno di noi; è la casa dell'anima e di tutto ciò che vive nell'anima. È Lei che ci lega a Cristo, che ci rende liberi da tutti quei modelli che ci fanno ammalare, dai comportamenti devianti, aggressivi, da tutti quei demoni (rabbie, risentimenti, ossessività, ecc) che purtroppo abitano dentro di noi, da tutte le paure che ci impediscono di esprimerci e di essere veramente noi stessi; in una parola è Lei che ci affranca da tutti i condizionamenti che ci soffocano il cuore e l’anima. Non dimentichiamolo, fratelli: se siamo legati a Cristo, siamo sciolti da tutto il resto; se siamo legati al resto, purtroppo siamo sciolti da Lui. Soltanto chi è legato a Cristo e alla sua Chiesa, è veramente libero. Sempre. Ecco: se la Chiesa non sarà tutto questo per noi, fratelli, la nostra vita sarà inutile, insignificante, totalmente vuota e superflua. Amen.

martedì 9 agosto 2011

14 Agosto 2011 – XX Domenica del Tempo Ordinario

Il vangelo racconta di una madre che è in ansia per la sorte della figlia. Gesù ha appena concluso una discussione con i farisei su che cosa sia puro o impuro. I farisei ne facevano una questione formale, di regole, di leggi, e Gesù aveva tagliato corto: “Non sono le cose o i comportamenti che sono puri o impuri, è il cuore, è l'intenzione con cui fai le cose che le rende pure o impure”. In altre parole, riferito ai nostri giorni, frequentare la chiesa non è determinante per stabilire se siamo o non siamo buoni cristiani: tutto dipende dalle nostre intenzioni, dal nostro cuore, da ciò che abbiamo dentro, da ciò che viviamo. Un principio che Gesù verifica subito anche nei confronti della donna del vangelo di oggi.
Siamo in territorio pagano, nella zona di Tiro e di Sidone. Lungo la strada Gesù incontra dunque questa donna che gli chiede aiuto, ma Egli sembra non accorgersene, non si degna neppure di ascoltarla e continua per la sua strada. Strano comportamento, non vi pare? Decisamente inconsueto per Gesù. Con gli stessi discepoli che gli chiedono di esaudire velocemente le richieste della donna, quantomeno per farla smettere di seguirli e di gridare, Gesù adotta un modo di esprimersi in stridente contrasto con le sue abitudini.
Beh, noi ci saremmo senz’altro aspettati che Lui la ascoltasse secondo il suo solito, che accogliesse le sue richieste, che fosse più buono con lei. E invece no! Gesù vede le cose con altri occhi rispetto ai nostri: e ce lo fa capire subito, tornando al senso della discussione con i farisei di poco prima: non basta cioè desiderare di cambiare, di uscire da certe situazioni, avere ottime intenzioni. Bisogna essere convinti, consapevoli di ciò che si vuole o non si vuole, essere pronti ad accettare tutte le conseguenze e quindi agire coerentemente. Il desiderio, anche se forte, non basta, non è sufficiente.
Se Gesù avesse esaudito subito questa donna, nessuno avrebbe capito se era sincera o meno, se voleva a tutti i costi la guarigione della figlia, oppure se si comportava così, tanto per mettere Gesù alla prova; se aveva fede a sufficienza, se era pronta ad affrontare qualunque contrarietà, qualunque umiliazione, pur di ottenere quello che chiedeva. Per questo Gesù esaspera qui la situazione: adotta cioè lo stesso modo di ragionare del suo tempo, secondo cui i pagani (e questa donna era pagana) rispetto agli ebrei, “popolo eletto”, erano né più né meno dei “cani”, una razza inferiore, passibili quindi di ogni disprezzo. Ecco l’insegnamento: come ebreo, Gesù ha voluto premettere alla sua successiva azione salvifica, un richiamo esplicito a tale mentalità preconcetta ribadendo appunto che la sua opera messianica era riservata esclusivamente “alle pecore perdute della casa d’Israele” per dimostrane poi con i fatti l’assoluta incongruenza. Come se volesse dire: “È chiaro fin qui? Sono in linea con le Scritture e la tradizione? Bene: da qui in poi vi dimostro il nuovo della mia missione: per me, pagano o ebreo che sia, non fa alcuna differenza; tutti meritano la mia attenzione, ma ad una condizione: che le loro parole siano coerenti con quello che pensano; tutti sono uguali ai miei occhi; ma l’importante, l’essenziale, è che lo spirito con cui essi si rivolgono a me nell’affrontare i casi della vita, sia sincero, senza secondi fini; perché è il loro retto comportamento, le loro oneste intenzioni, la sincerità dei loro cuori che li rendono graditi ai miei occhi”. Ecco la spiegazione. Gesù è un uomo libero, assolutamente libero: libero di mettere in discussione la propria tradizione, sia religiosa che sociale. E ne dà immediatamente la prova: appena la donna ha superato l’esame sulla sua sincerità, e tutti i presenti hanno potuto constatarne la “purezza”, la grande fede, udendo la sua risposta sui “cagnolini” che si accontentano di ricevere anche solo le briciole che cadono dalla tavola degli “eletti”, Gesù cambia improvvisamente atteggiamento: sembra quasi sorpreso, colpito, meravigliato. Come se dicesse: “O donna, mi hai conquistato, non l’avrei mai pensato, non l'avrei mai detto. Forse mi sono sbagliato sul tuo conto; sia fatto come tu chiedi”. La prova della donna è superata. La misericordia di Dio ha trionfato ancora una volta.
Possiamo cogliere qui, per inciso, un altro insegnamento di Gesù: Fratelli miei, se c'è da cambiare idea (e qui Gesù ha fatto vedere di averla cambiata!), se c’è da ricredersi rendendosi conto di aver sbagliato, ebbene, bisogna farlo! Non dobbiamo essere come quelli che rimangono sempre caparbiamente sulle loro posizioni, che non accettano mai, per principio, la possibilità che le cose possano essere diverse, che i tempi cambino, che le stesse persone e le loro opinioni cambino. Chi non cambia mai, non va mai a fondo nelle cose, vive in superficie. Le sue corte radici non lo alimentano, non vuole fare la fatica di cambiare. E così la sua mente muore. Morte infatti vuol dire rigidità, staticità, sepoltura, significa imbalsamare tutto, cose e persone. La vita invece è mutazione, è scorrere, é divenire. Niente è mai tutto uguale. Oggi non è ieri. Quest'estate non è quella dell'anno scorso. Nessun albero è uguale ad un altro. Chi ci sta vicino, genitori, figli, conoscenti, amici, confratelli o consorelle, a guardarli attentamente, non sono più quelli di sei mesi fa. Tutto diviene. Crescere è lasciarsi mettere in discussione. Chi cambia è sempre giovane. Chi cambia non si annoierà mai. Chi rimane sempre lo stesso è già vecchio. Chi rimane sempre lo stesso troverà scontata e insignificante la sua esistenza.
Ma torniamo al personaggio centrale del vangelo, alla donna Cananea, una donna straziata dalla sofferenza, che ci offre la chiave per altre considerazioni. La donna va da Gesù perché sua figlia è ammalata. Si sente in ansia per sua figlia. Questa donna ama sua figlia, non c'è dubbio, ma l'amore non basta. Bisogna fare qualcosa, bisogna far vedere praticamente come si ama. La figlia è ammalata e la madre dice a Gesù: “Pietà di me!”. La madre chiede perdono di sé o per sé? O questa madre è semplicemente stanca della vita d’inferno che la malattia della figlia gli ha creato? Oppure chiede perdono perché si rende conto che se sua figlia è così, lei in qualche modo ne è colpevole, lei c'entra? Queste parole ci fanno pensare proprio questo, che l'origine o la causa della malattia risieda nella madre. Del resto, quante madri si colpevolizzano per i fallimenti dei figli! E pensano: Se e quando la madre guarisce, quando la madre sarà perdonata per le sue deficienze e potrà guarire, anche i figli guariranno, perché è giusto che la persona che ne ha causato la malattia, sia la stessa che li porta anche a guarigione.
La donna cananea è decisa, forte, cocciuta, determinata. Va da Gesù e gli grida dietro. Ma lui si gira dall’altra parte e se ne va per la sua strada. Forse a noi sarebbe bastato questo rifiuto per desistere. Ma a lei no, lei continua a seguirlo e a gridare. I discepoli la giudicano con sufficienza e fastidio. Chi non si sarebbe sentito umiliato e svergognato, offeso e indignato? Ma lei non si arrende. Raggiunge Gesù, si butta a terra e implora. E lui le dice ancora di no. “Ma cosa vuoi da me?”. A questo punto delusione, rabbia, umiliazione, disperazione, avrebbero invaso il cuore di chiunque. Ma lei continua. Questa donna non teme il giudizio, non teme l'impopolarità, non teme la derisione. Questa donna è un gigante, un'eroina, una donna selvaggia che non si arrende e che per questa sua energia otterrà ciò che vorrà. È perché vuole con tutta se stessa la guarigione della figlia che alla fine l'avrà. È perché è disposta a tutto, anche di cambiare radicalmente, che sua figlia guarirà. Capito il messaggio?
Nel Padre Nostro, fratelli, Gesù ci raccomanda di pregare: “Sia fatta la tua volontà”. Ma di fronte a tanta fede, a tanta perseveranza, Gesù capovolge tutto: “Donna, sia fatta la tua volontà. Ti sia fatto come desideri”. Perché, come ho detto, desiderare è volere, è provarci con tutte le forze, è agire, muoversi, è fare tutto ciò che è possibile fare; è, come per questa donna, non vergognarsi di perdere la faccia; è cambiare idea su di sé, è trovare soluzioni creative, è vincere la paura di essere rifiutati (da Gesù), è piegare il destino, è credere fino in fondo, costi quel che costi. L’importante non è tanto “se” ci crediamo, ma “quanto” ci crediamo! Facciamo tesoro, fratelli, di questo importante e vitale insegnamento. Perché Gesù ci accorderà sempre quello che chiediamo, in base però a “quanto” e a "come" noi lo desideriamo e lo chiediamo. Amen.

mercoledì 3 agosto 2011

7 Agosto 2011 – XIX Domenica del Tempo Ordinario

Il testo del vangelo di oggi segue immediatamente quello della moltiplicazione dei pani di domenica scorsa. Saziata la folla Gesù, con fare deciso, costringe i discepoli a salire sulla barca per fuggire proprio da quella folla che, dopo il portentoso miracolo cui aveva assistito, lo considerava sempre di più un “uomo-mito”. Gesù sapeva perfettamente quanto fosse pericoloso il consenso generale e il successo, conseguiti oltretutto in un contesto di così grande emozione. Certo, essere importante, essere famosi, ci fa piacere, ci fa sentire qualcuno, ci fa sentire amati, voluti, desiderati. Ma insegna Gesù bisogna fare attenzione, perché il successo può dare veramente alla testa: si rischia di stravolgere la propria vita, di non vivere più come siamo, o come dovremmo essere, per finire di vivere unicamente condizionati dall’idea fissa di mantenere e accrescere il successo ottenuto, la fama, la gloria. Per questo Gesù, senza frapporre indugi, ordina ai discepoli di abbandonare la scena: e lui stesso si ritira in un luogo appartato, per pregare in solitudine.
E qui appare immediatamente una contrapposizione: Gesù se ne sta da solo mentre i discepoli sono insieme; Lui è sulla terra ferma, sul solido, sul sicuro, mentre loro sono nell'acqua, nell'instabilità, nella insicurezza. Lui è calmo, tranquillo, sereno nella sua immobilità, mentre loro si agitano, si affannano e lottano senza combinare nulla.
Una contrapposizione che si risolve in un evidente invito: in altre parole il vangelo ci dice: “ritagliatevi del tempo per voi e vivetelo in solitudine; non abbiate paura di restare da soli, di fronte a voi stessi.
Nella vita assistiamo a due forme di solitudine: una, che è frutto di isolamento, di incapacità di relazionarsi, di dirsi e di aprirsi; una solitudine che è frutto di caratteri difficili, egocentrici, narcisisti, di coloro che vedono solo loro stessi al centro dell'universo, e per questo vengono abbandonati, lasciati da soli, isolati, da quanti li circondano; una solitudine che si chiama “chiusura”. Ma c'è anche una solitudine buona, anzi necessaria. È quando l'uomo si mette di fronte a se stesso, davanti a quello che lui realmente è, a quello che è il mondo, al vero senso della vita, alle sue paure, al suo desiderio di infinito; e questa solitudine è “preghiera”.
L'uomo matura soltanto nella solitudine, solo mettendosi di fronte a se stesso e guardandosi in faccia, guardandosi negli occhi, scrutandosi nel profondo del suo cuore, sinceramente, senza nascondersi la verità. Può essere un momento molto duro e doloroso ma è il momento della verità. È il silenzio, il deserto, lo smarrimento, quando finalmente smette di raccontarsi bugie, di illudere se stesso.
Noi amiamo la confusione: quella illusoria della televisione o il frastuono assordante di una discoteca, delle piazze o degli stadi; noi amiamo il caos, le strade affollate, il rumore, la moltitudine di gente. Gesù invece se ne va da solo in montagna, in luoghi solitari, separati e isolati. Ed è questa la solitudine che ci dà solidità, che ci permette di non girare a vuoto spiritualmente, che ci fa sentire bene con noi stessi. Noi abbiamo molta paura di fermarci e di guardarci in faccia. Siamo ancora dei bambini, siamo infantili e immaturi; non riusciamo a vivere senza che ci sia qualcuno al nostro fianco, abbiamo costantemente bisogno di presenze, di appoggi, di conferme, di assensi, di lodi e di riconoscimenti. Stiamo insieme ad altri non per amore, ma perché non riusciamo a stare da soli, per egoismo. E questo, fratelli miei, è indice di malessere, perché chi non si inserisce nella comunità, chi non sta bene col suo prossimo, chi è “chiuso”, è un uomo che non sta bene neppure con sé stesso.
Per gli ebrei, popolo legato alla terra, le acque erano il simbolo del caos, del pericolo, dell'ignoto, di tutto ciò che fa paura, del disordine, della confusione, del buio all'inizio della creazione. Il potere di Dio, invece, è quello di dominare le acque. Giobbe descrive Dio come “colui che ha camminato (calpestato) la schiena del mare”(Gb 9, 8). Il grande evento del popolo ebreo è il passaggio del Mar Rosso: Dio domina le acque e le divide. Il Siracide descrive Dio che cammina sulle acque del mare (Sir 24, 5-60).
Anche noi siamo come i discepoli sulla fragile barca, al largo della nostra vita: le acque agitate sono i nostri problemi, le nostre paure; rappresentano cioè tutto quello che non siamo in grado di dominare e di controllare. Anche noi, di fronte a tali situazioni incontrollabili, ci sentiamo smarriti come e più di loro: ci sentiamo nella bufera, e per quanto ci impegniamo di remare, di “governare” la barca, ci rendiamo conto che non basta. Sentiamo improvvisamente di non farcela; sentiamo di non essere più in grado di gestire o di controllare le cose. A noi piace gestire sempre tutto, tenere tutto sotto controllo, avere la vita nelle nostre mani: ma non è così. In certe situazioni ci sembra di affogare, di annegare, di colare a picco. Che fare allora? Ci dobbiamo fidare. Come Pietro, abbiamo paura di non farcela. Spinti dalla necessità, magari proviamo anche di uscire dalla nostra barca, di avventurarci, facciamo pure qualche passo, ma poi ci assale il dubbio, la paura, il terrore… e affondiamo!
Con Pietro diciamo a Gesù: “Signore, se sei tu, comandami di venire da te…”.Ma è proprio quel “se sei Tu” che rivela il nostro dubbio, che lascia trasparire le nostre ansie, le nostre paure, le nostre deficienze: ce la faremo a resistere una vita? Diventeremo ciò che “dobbiamo” diventare? Riusciremo a cambiare? Saremo felici? Arriveremo fino in fondo? Perderemo la fede? Ci accontenteremo? Ci adatteremo? Pietro e noi affondiamo perché dubitiamo. Affondiamo perché cerchiamo la sicurezza, la certezza; vorremmo controllare tutto, vorremmo garantirci prima di iniziare il viaggio, vorremmo non aver paura. Ma non è possibile. Allora ci sono due alternative: cedere al dubbio o aprirsi alla fiducia. Se guardiamo solo a noi, affondiamo. Non dobbiamo guardare alle nostre forze personali, a quello che siamo capaci di fare, a ciò che siamo: dobbiamo invece soprattutto cominciare: dobbiamo buttare tutto alle nostre spalle, continuare a camminare, andare avanti, tenendo lo sguardo fisso su di Lui, su Dio. Fidiamoci di Dio, di Lui che è Vita e… vedrete: cammineremo sulle acque, passeremo attraverso il fuoco, affronteremo l’impossibile.
Nella barca il più delle volte stiamo bene, ci sentiamo protetti, crediamo di essere al sicuro. Ma ad un certo punto però, la vita ci impone di uscire, ci chiede di fare delle scelte insondabili, non possiamo più tergiversare: allora prendiamo tutte le nostre forze, usciamo dalla sicurezza, dalle certezze, e andiamo dove il Signore ci chiama. In quel momento, fratelli, non siamo più sulla barca, camminiamo sulle acque, siamo soli. Non ci sono più i nostri appigli, le nostre solide prese, i genitori, gli amici, i confratelli, a cui ricorrere. Dobbiamo arrangiarci, dobbiamo farcela ad ogni costo, dobbiamo galleggiare altrimenti affondiamo. E se alla sera ci assale la nostalgia, sentiamo la precarietà del nostro camminare, siamo tentati di tornare indietro; quando sentiamo l’atrocità del dubbio invadere i nostri cuori, quando non crediamo più in noi stessi, quando tutto ci apparirà impossibile, e ci volgiamo a guardare indietro, ecco: questo è il momento in cui affondiamo, è il momento in cui sprofondiamo. Che fare allora? Come ha fatto Pietro: perché è questo, fratelli, il momento di guardare a Gesù, è questo il momento di tendergli le mani: fidiamoci di Lui, ascoltiamo la sua voce che ci sussurra: “Coraggio, non aver paura, ci sono io; esci pure dalla barca delle tue sicurezze e vieni tranquillamente verso di me”. Bene, fratelli: buttiamoci tranquillamente allora; e vi assicuro che ce la faremo. Perché solo così impareremo cosa vuol dire la fiducia e la fede; capiremo allora di aver avuto sempre solo paura (che noi chiamavamo religiosità) che ci tratteneva e ci bastava; constateremo che Lui non ci abbandona mai; lo incontreremo e gli daremo la mano, facendo finalmente esperienza diretta di Dio perché fino ad allora, forse, dentro la nostra barca, Lui non c'era. E impareremo che fede è rischiare, osare, uscire dalle certezze, fidarsi, affondare ed essere salvati.
E concludo: stendiamo la nostra mano verso Gesù: se guardiamo alle nostre forze non possiamo che dubitare di noi e ne saremo sommersi. Se guardiamo alle nostre forze non possiamo che dire: “ Non ce la faremo mai, non ne siamo capaci”. Se guardiamo al mare, ai problemi, ci spaventiamo, ne saremo terrorizzati e angosciati. Se guardiamo al vento, agli ostacoli, alla gente e agli eventi sfavorevoli, ci demoralizziamo e affondiamo. Guardiamo invece Gesù. Confidiamo in Lui. Chiediamo aiuto a Lui. Noi non possiamo, ma Lui può. Stendiamo la nostra mano, Lui stenderà la sua. Se di fronte ad un problema noi abbiamo dei dubbi, pensiamo forse che Dio non possa farcela? Allora: confidiamo in Dio, non guardiamo né il mare, né il vento: guardiamo solo a Lui e camminiamo. Teniamo il nostro sguardo su di Lui, teniamo la nostra mano nella Sua, e avverrà il miracolo: anche noi cammineremo sulle tue acque. Amen.


mercoledì 27 luglio 2011

31 Luglio 2011 – XVIII Domenica del Tempo Ordinario

Il miracolo raccontato dal vangelo di oggi, la moltiplicazione dei pani, è l'unico miracolo riportato da tutti e quattro gli evangelisti. Gli esegeti però concordano nel dire che più di un fatto storico, realmente accaduto, gli autori avrebbero voluto qui sottolineare la straordinaria distribuzione di pochissimo cibo ad una moltitudine eccezionale di persone; un po’ sulla falsariga di quanto già narrato per Eliseo: con la differenza che egli con venti pani aveva sfamato solo quattrocento persone (2Re 4,42-44), mentre Gesù, con un numero minore di pani e due soli pesci, sfama una folla nettamente superiore. Potenza del Messia! Inoltre chi ha raccontato questo brano dimostra di conoscere quanto è accaduto nell’ultima cena di Gesù, come lo rivelano le stesse parole usate (“prese i pani, pronunziò la benedizione, li spezzò e li diede ai discepoli). Pertanto il messaggio veicolato è: “Ogni volta che noi celebriamo l'eucarestia avviene questo miracolo: Dio si da a tutti e sfama tutti”.
Ma seguiamo il testo: Gesù cerca un luogo appartato. Pressato dalla gente e dal bisogno di stare un po’ da solo per ritemprarsi, per ascoltarsi, per riposare, sale su una barca e si allontana. Quando ritorna, la folla si era moltiplicata: una moltitudine enorme di gente lo stava aspettando: gente accorsa dalle città, che per vederlo aveva fatto tanta strada; e lo aveva aspettato. Dove c'è la verità la gente aspetta, si mette in coda e fa molta strada, cioè sacrifici, sforzi, chilometri, per ascoltarla. Perché la verità guarisce, e sazia.
Ma sta sopraggiungendo la notte, il luogo è deserto, e un problema assilla i discepoli: “Qui si fa sera, la gente ha fame. Come facciamo?”. Ed ecco il miracolo. Una straordinaria moltiplicazione di cibo che ci dice anche: “più si condivide e più le cose si moltiplicano, bastano per tutti”. L'unione fa la forza. Condividiamo quello che abbiamo, quello che siamo, quello che conosciamo e tutto si moltiplicherà. Se ci mettiamo insieme, i miracoli avvengono. Se ognuno fa la sua parte, l'impossibile diventa possibile. In qualunque realtà sociale, lavorativa, religiosa, più ognuno mette a disposizione degli altri le proprie informazioni, le proprie capacità e risorse professionali, umane e spirituali, più quella realtà funzionerà, raggiungerà i suoi obiettivi. In una comunità, in una parrocchia, in una famiglia, più si condivide ciò che si vive, ciò che si prova, gli alti e i bassi delle proprie giornate, più l'unione si moltiplica, diventa forte, intima e profonda. Una gioia condivisa si moltiplica; un dolore condiviso si dimezza. In un pranzo, se ognuno porta qualcosa e poi si condivide, tutti mangiano a sazietà, e ne rimane ancora sempre tanto.
Mentre la società moderna tende a dividerci sempre più, a privatizzarci, a singolarizzarci, noi abbiamo bisogno di metterci insieme, di aiutarci, di condividere, di offrire ciascuno ciò che può offrire.
E questo è l’ulteriore significato del miracolo: “quel che sembra impossibile spesso non lo è”. “Essere credenti scriveva in proposito padre Balducci significa assumere l'impossibile come possibile”. Cinquemila uomini, un’impresa impossibile. Ma non per Gesù. Non per chi crede veramente. Le cose molte volte non sono impossibili; le immaginiamo tali, ma sono solo faticose: sono “impossibili” perché ci costringono a faticare, ci costringono a cambiare e a rivoluzionare la nostra vita. E questo ci spaventa, ci porta ad evitarlo.
Questo vangelo è un meraviglioso inno all'umiltà: “fidati di quel poco che sei, di quel poco che hai”. Cinque pani e due pesci è quello che siamo noi. Cosa siamo? Beh siamo proprio ben poca cosa; se guardiamo a quello che siamo dentro, alle nostre capacità, alle nostre doti, a ciò che possiamo fare o che siamo capaci di fare, beh siamo proprio ben poca cosa. E quante persone dicono: “Non sono capace di far niente! Come potrei realizzarmi nella vita con così scarse capacità?”
Ma è proprio questo il miracolo della vita e del vangelo, fratelli miei: ciò che per l'uomo è scarso, piccolo, limitato, per Dio è infinitamente grande, prezioso, senza limiti. E se ci fidiamo di quel poco che siamo, che Dio stesso ha creato, faremo sicuramente cose grandi.
A tutti noi piacerebbe avere doti straordinarie, essere bravi musicisti, atleti, simpatici ed empatici, avere doti fuori dal comune, essere abili nell'informatica, nelle lingue, profondi e sensibili con le persone. Ma se avessimo tutto questo ci crederemmo probabilmente “superiori”, dotati di poteri divini, altrettanti dei; e Dio, conoscendo bene questo pericolo, non ci ha dotati di troppe capacità, ci ha dato cinque pani e due pesci.
Se guardiamo a quello che abbiamo, a quello che siamo, allora ci deprimiamo, allora pensiamo che non andremo da nessuna parte nella vita, allora ci sentiremo dei falliti. Se guardiamo a quello che non c'è, a quello che dovremmo essere, a quello che non siamo, non faremo mai nulla. Ma è qui, fratelli miei, che deve emergere la nostra fede: guardiamo pure a quel poco che abbiamo, ma se avremo fede e ci fideremo di ciò che Dio ha messo nel nostro cuore, compiremo cose grandi e meravigliose.
Il vangelo, in particolare, di fronte al poco che c'è, ci presenta due atteggiamenti: quello dei discepoli, che disprezzano quel poco che hanno: “Non abbiamo che cinque pani e due pesci”, come a dire, “ma cosa vuoi pretendere con questa miseria che c'è”; e quello di Gesù che, invece, prende quella miseria, guarda il cielo (cioè ringrazia Dio per quel che c'è) e la benedice.
Sono i due atteggiamenti che noi possiamo avere nei confronti della nostra vita: la possiamo disprezzare o benedire. Possiamo dire: “Non sono niente; ah, se avessi...; beati quelli...; perché Dio mi ha creato così povero”; oppure posso ringraziare e benedire per ciò che sono: “Dio mi ha dato questo e tocca a me sviluppare quello che sono. Quello che ho, quello che sono mi è stato dato perché io faccia miracoli”.
Ovviamente la maggior parte di noi crede che il fare miracoli sia riservato soltanto ad alcuni eletti, agli altri “piu” di noi, mai a noi stessi. La maggior parte di noi vive di un complesso di inferiorità cronico: “Sono meno degli altri; se avessi quello che hanno gli altri...”. E così facendo continuiamo a rincorrere, a volere, a desiderare ciò che non abbiamo, ciò che non siamo, piuttosto che far crescere e sviluppare quello che siamo. La maggior parte di noi vive di un complesso cronico di non accettazione: “Quello che sono non va bene; non sono niente”. Abbiamo il timore di essere brutti, inadeguati, inferiori. E siccome lo crediamo, piano piano, inesorabilmente, lo diventiamo.
Sentiamo ripetere ovunque la classica frase: “Accettati per quello che sei”. Ma la realtà è che quasi tutti noi non ci accettiamo, ci vorremmo diversi, più belli o più intelligenti, più simpatici o più atletici e quant'altro. Bene: questo vangelo ci dice che dobbiamo imparare ad accettarci per quello che siamo, dobbiamo prendere quei cinque pani e due pesci, che siamo noi. Amarsi vuol dire accettare ed essere felici per quello che siamo, così come lo siamo oggi.
Aver fede è prendere sul serio che quello che siamo viene dall'Alto, viene da Dio. Se veniamo da Dio, se è Lui che ci ha creati, allora in noi c'è la Sua forza. Voler essere diversi da ciò che siamo è dire a Dio che si è sbagliato con noi, che ha creato qualcosa di scarso e di fatto male. Aver fede è avere l'umiltà di credere che in questa piccola creatura che siamo, c’è veramente la sua grandezza e la sua forza.
Infine, questo vangelo in questi giorni di affanno economico ci dice: “anche se non sembra, ce n'è per tutti!”. Bisogna solo avere il coraggio di attuarlo. Non è un vangelo neutrale; ci costringe tutti a prendere una posizione: prendiamo la posizione che vogliamo, ma non possiamo lavarcene le mani, perché, il farlo, è già una posizione, una scelta. Non possiamo non scegliere: o ci mettiamo nella logica di condividere quello che c'è, tra tutti, e ce ne sarà per tutti; oppure ci mettiamo nella logica del profitto, dell’egoismo, dell'accumulo personale di ricchezze, e non ce ne sarà per tutti. La logica della vita, quanto mai attuale oggi, è: un po' meno per me, ma per tutti. Contrariamente alla logica della morte che dice: io mangio, produco, consumo, e degli altri “non me ne frega niente”. Ma un giorno dovremo rendere conto di tutti questi morti anonimi per fame: per il fatto che non li uccidiamo fisicamente o che non vediamo con i nostri occhi i corpi morti, non vuol dire che non ne siamo colpevoli o responsabili. E saranno proprio loro a giudicarci. Si, perché quel “distribuire a tutti il pane” vuol dire anche che siamo un'unica famiglia. È questo il vero concetto di globalizzazione. Siamo un'unica grande famiglia. Il bene, o è di tutta la famiglia, o tutta la famiglia ne soffrirà. Invece: “Tieni tutto per te... Tieni tutto per te... “ è quanto suggerisce l’egoismo. Riempiamo i nostri frigo di verdura, di frutta, carne e formaggi. Non diamoli a nessuno e non condividiamo con nessuno; non rischiamo che poi magari rimaniamo senza! Sapete cosa poi succederà? Che ne butteremo via un sacco. “Tieni il tuo tempo tutto per te...” non diamolo a nessuno, non facciamo niente per gli altri, e sapete che cos'accadrà? Accadrà che ci sentiremo completamente soli e inutili. “Tieni le tue cose tutte per te...” non prestiamole a nessuno perché ce le potrebbero perdere o rovinare. Sapete cosa accadrà? Accadrà che nessuno ci vorrà e che il nostro animo diventerà duro e sospettoso. Una statistica rivela che più si sale nella scala sociale (per ricchezza e status sociale) e più la gente è infelice e si suicida. “Tieni tutti i tuoi soldi per te... “e accumuliamo, accumuliamo, accumuliamo: sapete cosa accadrà? Un giorno verrà l'angelo della morte, porterà via tutto, lasciandoci senza niente, senza alcuna opera buona da presentare a Dio! Fratelli miei, che non ci succeda mai! Amen.

martedì 19 luglio 2011

24 Luglio 2011 – XVII Domenica del Tempo Ordinario

«Il regno dei cieli è simile...» Matteo nel vangelo di oggi ci spiega ancora, mediante tre parabole molto concise, a cosa sia paragonabile il Regno dei cieli: questa volta ad un tesoro, ad una perla e infine ad una rete. Solo lui ha queste parabole e forse non è un caso: lui era un ex pubblicano, un uomo d'affari, per anni aveva inseguito il sogno di diventare ricco, una vita di tesori, e improvvisamente aveva trovato, incontrando Gesù, l’unico tesoro della vita. Ciò che accade nelle prime due parabole è quantomeno un po’ strano: chi è che trova un tesoro per caso? È rarissimo, ma forse per quei tempi la cosa poteva essere più realistica: non c'erano né banche né casse di risparmio, allora; per custodire denaro e preziosi, l’unico modo sicuro era quello di nasconderli in un posto segreto. Comunque sia qui ci troviamo di fronte a due uomini particolarmente fortunati: il primo è il classico baciato dalla fortuna, che per puro caso si imbatte in un tesoro; il secondo invece è un ricercatore di fortune, di tesori, un professionista, uno che lo fa per mestiere. Entrambi comunque, di fronte all’improvvisa ricchezza, colgono l'occasione e si mettono in gioco a modo loro. E fanno bene: perché certe situazioni, certe opportunità, si verificano una volta sola nella vita, non si ripetono più, e bisogna saperle cogliere al volo. La vita infatti, di tanto in tanto, ci chiama a fare delle scelte radicali: scelte che mettono in discussione tutte le nostre abitudini, scelte che ci cambiano completamente le carte in tavola, che ci spiazzano; e a questo punto è necessario rischiare e puntare tutto lì. Bisogna essere determinati, avere le idee chiare.
I due uomini del vangelo invece, per chi li vede da fuori, non sembrano molto furbi: infatti, come si fa a giustificare uno che vende tutti i suoi averi per comprare un pezzo di terreno incoltivabile, arido e sassoso come quelli della Palestina, basandosi solo sulla speranza di trovare altri tesori? E quell’altro che vende tutto il suo patrimonio per comprare una pietra preziosa? Per quanto possa essere preziosa, che se ne fa? con che cosa campa? E spostiamo il discorso pure sugli uomini che seguono Gesù: lasciano tutto, lavoro, famiglia, averi, mettendosi al seguito di uno, senza arte né parte, che se ne va in giro senza meta, a predicare tutto il giorno. Sono tutti dei folli, degli sprovveduti? No, fratelli, solo apparentemente: perché sono essi che ci danno il vero significato delle parabole. Parabole che sono di grande attualità: perché anche noi siamo nella stessa loro situazione: tutti noi abbiamo il nostro tesoro, il nostro ideale, il nostro “Dio”; per raggiungerlo anche noi siamo disposti a fare di tutto, a sacrificare tutto, perfino l’impossibile. E se non riusciamo a farlo nostro, oppure se trovatolo lo perdiamo, ci disperiamo, cadiamo in depressione. Questa è la realtà, fratelli miei.
Gesù diceva: “Dov'è il tuo tesoro lì c'è il tuo cuore”; e diceva una grande verità. È una legge della natura. La cosa a cui più pensi, che più ti ritorna in mente, che più desidereresti nel tuo intimo, quella che sogni continuamente, beh, proprio quella è il tuo “tesoro”, è il tuo Dio. Non quello che sei incerto se volere o meno, non quello che dici di desiderare, ma quello che ti è diventato un’idea fissa, un’ossessione, quello di cui parli in continuazione: ecco quello e solo quello è il tuo “tesoro”. Per alcuni questo tesoro può essere l’onore, o un determinato altro valore; per altri una persona; per altri ancora il benessere, la bella vita, una bella casa. Infine, per i più fortunati, il tesoro più prezioso è Dio, la sua amicizia, il suo amore.
Ma questa parabola non si ferma qui: oltre che identificare Dio nel “tesoro” più prezioso, dice anche che tutti noi siamo un “tesoro”: un tesoro nascosto. Siamo dei tesori, ma nessuno se ne accorge: e quando poi finalmente qualcuno ci nota, ci scopre, ci tira fuori dal nostro nascondiglio, dal nostro camuffamento, ci offre la nostra grande opportunità, ci dà una seconda vita. Sì, perché noi, fratelli, abbiamo proprio bisogno che qualcuno ci scopra, che qualcuno metta in luce la nostra positività, che ci faccia sentire importanti, che ci faccia sentire unici; abbiamo bisogno che qualcuno creda in noi: se nella nostra vita ciò non dovesse mai succedere, possiamo pure coprirci di ori, di soldi, di gioielli, di titoli, di perle e di preziosi, ma non servirebbe assolutamente a nulla, perché non saremmo felici, ci sentiremmo comunque dei falliti, dei perdenti. Noi abbiamo bisogno che qualcuno ci dica: «Sei il mio “tesoro”; sei la cosa più cara che ho». Abbiamo bisogno di sentire che per qualcuno siamo davvero importanti, speciali, unici e insostituibili. Abbiamo bisogno di qualcuno che, fra i tanti, scelga proprio noi e nessun altro. Ecco: noi non ce ne rendiamo conto, ma nella nostra vita questo qualcuno c’è già: è Dio. Noi siamo il suo “tesoro”, siamo noi il “tesoro” di Dio, fratelli. Egli ci riempie di attenzioni, non ci lascia mai soli, previene ogni nostra necessità; in una parola ci riempie di un amore costante, incomprensibile e quasi irrazionale. Noi siamo importanti per Lui; per questo dobbiamo sentirci impegnati nei suoi confronti: dobbiamo capire che non possiamo buttar via la nostra vita, perché è troppo preziosa per Lui, visto che è Lui stesso che ce l’ha data. Se capiamo questo, non avremo più bisogno di nulla, non ci servirà più l’ammirazione degli altri, non avremo più bisogno che gli altri ci ripetano quanto siamo bravi, belli e buoni. Siamo il “tesoro” di Dio e questo ci basterà. I riconoscimenti del mondo saranno inutili, un nulla.
Ci siamo mai chiesti perché la gente si lascia andare, perché si abbandona, perché invece di vivere, sopravvive? Perché cade in depressione? Perché “tira avanti”? Perché molti si tolgono la vita? Perché molti giovani finiscono ai margini della società, nella delinquenza, nell’alcool, nella droga? È perché si sentono nessuno, inutili, una nullità; perché nessuno li apprezza, nessuno li ha mai fatti sentire unici, speciali, dei veri “tesori”. E poiché si sentono una schifezza, si buttano via: cosa che invece non si pone neppure, per chi si sente prezioso agli occhi di Dio!
È naturale. Ci siamo mai chiesti perché, quando rimoderniamo casa, o la mettiamo in ordine, buttiamo via le vecchie cianfrusaglie e non i monili d'oro altrettanto vecchi? Perché l’oro ha un suo valore, un valore duraturo. E perché la gente si butta via? Perché non capisce di avere un valore altrettanto duraturo, e nessuno glielo dice, nessuno glielo spiega. Allora andiamo dalle persone che amiamo, e facciamo capire loro cosa vuol dire: “Tu sei il mio “tesoro”. Tu non sai quanto sei prezioso per me”. Andiamo dai nostri figli, dai nostri cari, dalle persone care, dagli amici veri, e non vergogniamoci di riconoscere apertamente quanto teniamo a loro, quanto sono importanti per noi. Alcuni non si rendono conto di quanto, il loro esistere, il fatto che loro siano lì, sia importante per altri fratelli. Non sanno di essere considerati degli angeli, dei riferimenti, dei rifugi per la vita di queste persone. Non sanno di avere un grandissimo valore per gli altri. Lo saprebbero soltanto se qualcuno, se noi, una buona volta glielo dicessimo!
Per questo i racconti delle parabole sono dei programmi di vita per tutti noi, sono delle vere e proprie “chiamate”. Tutti siamo invitati a cercare il tesoro, il bene, il positivo che c'è in noi e nelle persone che ci sono vicine. Quando Michelangelo fece la Pietà e gli fui chiesto come avesse fatto a scolpire un capolavoro simile, lui rispose di aver soltanto tirato fuori l'immagine che era imprigionata dentro il marmo. L'aveva vista, l'aveva scoperta e l'aveva tirata fuori. In ognuno di noi c'è un tesoro, c'è qualcosa di bello, di meraviglioso. Sta a noi cercarlo e tirarlo fuori.
Ognuno trova ciò che cerca: se ci mettiamo a cercare il male che c'è nel mondo, beh ne scopriamo tantissimo, e tanto altro ci aspetta per essere scoperto; se ci mettiamo a scoprire quanta bontà c'è nel mondo, beh ce n'è altrettanta e sicuramente ancora di più aspetta di essere scoperta; se cerchiamo le imperfezioni del nostro corpo ne troveremo a migliaia; se cerchiamo i nostri peccati ne troveremo tanti, proprio tanti; e se domani cerchiamo ancora, ne troveremo sempre di nuovi. Se quando ci guardiamo allo specchio cerchiamo brufoli o rughe, stiamone certi che li troveremo. Così pure se cerchiamo nel nostro prossimo degli occhi, occhi sinceri, limpidi, occhi in grado di amare o di appassionarsi, li troveremo sicuramente. Perché noi troveremo sempre quello che cerchiamo veramente. Tutto dipende da cosa e come cerchiamo. Spesso molti si chiedono: “Come mai c'è così tanto male nel mondo?”. Raramente si chiedono: “Come mai c'è così tanto bene?”. Se cerchiamo il male e il negativo lo troviamo. Se cerchiamo il bene e il positivo, lo troviamo. Perché quando guardiamo dentro le anime, noi troviamo sempre quello che vogliamo trovare.
Quando Gesù guardava Maria Maddalena, mentre tutti vedevano in lei una donnaccia o una pazza, lui vedeva il suo valore, le sue potenzialità. Gesù la faceva sentire importante, preziosa; Gesù con i suoi occhi, con le sue parole e con i suoi gesti le diceva: “Tu sei un tesoro nascosto. Ma io ti ho vista”. E con questo la salvò. Pietro, Matteo e tutti gli altri erano gente comune, persone che si sentivano insicure e inadeguate. Ma lui li valorizzò, Lui li amò, Lui credette in loro. E loro si sentirono dei “tesori” importanti, e si comportarono di conseguenza.
La gente è portata a sopravvalutare tutto quello che fa, perché dentro si sente vuota, e così racconta delle “panzane” pur di sentirsi qualcuno; attacca gli altri perché si sente trascurata o ferita, perché si sente inferiore a loro, senza valore; fa uso di antidepressivi, o peggio di droghe, perché non riesce ad esprimere i suoi veri sentimenti. Insomma: non crede, non sa, non è convinta di essere una persona meravigliosa, una persona dalle mille risorse.
Queste due parabole ci dicono, concludendo, di iniziare a considerare noi stessi e il nostro prossimo come degli autentici “tesori” da scoprire. Siamo tutti delle belle persone. Cerchiamo, troviamo e scopriamo (portiamo cioè alla luce) la bellezza e il tesoro che ciascuno custodisce. Noi abbiamo un tesoro, meglio, siamo un tesoro. Se cerchiamo, lo troviamo, anzi ci troviamo. Ma se non ci crediamo, se non siamo convinti, questo tesoro non lo troveremo e non ci troveremo mai. Amare significa far uscire ciò che c'è di buono in noi; amare il prossimo, i fratelli, significa far uscire, mettere in luce, tutto ciò che di buono c'è in loro.
Il Libro della Sapienza dice: “Se Dio non avesse voluta una cosa non l'avrebbe neppure creata”. Quindi: se Dio non ci avesse voluti, non ci avrebbe mai creati. Traiamone allora le dovute considerazioni.
Infine c'è la parabola della rete; in pratica ci dice: ognuno, ad un certo punto, deve fare il bilancio della propria vita. La rete è il nostro esame, il mettere sotto osservazione la nostra vita; i pesci sono le nostre scelte, tutto quello che abbiamo fatto. I pesci buoni, li mettiamo da parte, perché servono, ci fanno più forti, ci maturano. Quelli cattivi, invece, li rigettiamo in mare perché non ci servono, non riescono a migliorare la nostra vita, non la maturano. E quando nel momento cruciale della vita, alla fine dei nostri giorni, ognuno dovrà tirare le conseguenze di ciò che ha pescato, costruito, investito, osato, allora, fratelli miei, non servirà più lamentarci per la bonaccia o per la tempesta! Quello che è fatto, è fatto. Allora potremo contare soltanto sulle riserve, sulle nostre risorse positive, su quei pochi pesci che abbiamo messo da parte, quelle buone azioni che, durante la nostra vita, abbiamo “pescato” e messo nel “congelatore”. Se nella nostra rete non abbiamo di queste risorse, se in vita non abbiamo messo paletti, se non abbiamo saputo controllare la nostra rabbia o vivere il dolore, se non abbiamo saputo esprimere i nostri sentimenti di carità, se non abbiamo punti di forza, allora, come da un’onda “anomala” verremo spazzati via dal ponte della nostra nave. Dovevamo pensarci prima! Dovevamo costruire prima! Fratelli miei, il futuro della nostra vita è solo nostro, è nelle nostre mani. Tutto quello che facciamo, quello che diciamo, l’intero nostro vivere, è esclusivamente nelle nostre mani, nelle scelte che facciamo: per favore non deleghiamo, non scarichiamo le nostre responsabilità sugli altri e, soprattutto, non atteggiamoci a vittime illustri e imcomprese. Amen.

martedì 12 luglio 2011

17 Luglio 2011 – XVI Domenica del Tempo Ordinario

Anche oggi, come domenica scorsa, Matteo ci presenta una serie di “similitudini”, una serie di brevi parabole sul Regno di Dio: la zizzania, il granello si senape, il lievito. Tutte hanno un filo conduttore: il “crescere”: lasciar crescere ciò che è piccolo, non impedire alle cose e alle persone di crescere, aspettare la maturazione. La prima parabola che condensa un po’ il messaggio delle altre, inizia anche qui presentando un'idea e un atteggiamento comune del tempo. Racconta un imprevisto: e la prima, spontanea reazione che ne consegue. C’è della zizzania che un nemico ha seminato: togliamola, eliminiamola. La zizzania è un'erba che assomiglia in tutto al grano. La si riconosce solo al momento della spigatura. Il grano ha la semente, il frutto, la zizzania no. Quando i servi si accorgo, com'è logico dicono al padrone: “Togliamo la zizzania”. Ma Lui risponde: “No, perché non accada che magari per sbaglio togliamo anche del grano. Al tempo della mietitura divideremo la zizzania dal grano”, cioè solo quando sarà chiaro.
Questa parabola è un invito molto forte: di fronte alle varie situazioni della vita, non dobbiamo prendere decisioni precipitose, senza conoscere bene i termini, i contorni del problema, senza conoscere tutte le parti in gioco. C'è un problema, c'è della zizzania, del negativo, qualcosa che non va nel campo della nostra vita; siamo indecisi su di una cosa o non ci è chiara e non sappiamo bene cosa scegliere? Che si fa? Non facciamo niente: nel dubbio, nell’incertezza, aspettiamo. Noi invece, quando c'è confusione, mancanza di chiarezza, incertezza, cerchiamo immediatamente certezze, risposte, soluzioni. Ma Gesù ha una logica diversa: “Aspetta. Vivi la situazione serenamente. Quando c'è confusione non fare scelte”. Viviamo con fiducia la confusione, perché la confusione è il momento in cui cerchiamo la luce che possa illuminare il nostro buio. Quando finalmente avremo trovato la luce allora ci sarà chiaro cosa fare. Allora ci verrà normale sapere cosa fare, cosa scegliere o cosa dire. Noi vorremmo invece toglierci ogni problema, ogni dubbio, immediatamente. Quanti errori facciamo perché siamo precipitosi! Non siamo in grado di sostenere il dubbio, l'incertezza; abbiamo il bisogno di risolvere subito tutto, di sistemare le cose, di liberarci di un problema. Lasciamo aperte invece l'una e l'altra soluzione e, se cerchiamo, la soluzione ci verrà data chiara e inequivocabile a suo tempo. Molte persone non accettano la confusione: vogliono chiarezza, regole, soluzioni. Ma la confusione è il luogo del discernimento. La notte buia è lo spazio tra due giorni. Il buio è lo spazio tra due luci. La confusione è lo spazio tra due chiarezze. Allora il nostro compito è quello di discernere. Discernere vuol dire distinguere: capire cosa è questo e cosa è quello.
All'inizio della Bibbia c'è il racconto della creazione. La Bibbia non dice che non c'era nulla, ma che c'era il caos, l'informe, l'indefinito. Cioè: c'era qualcosa ma non era chiaro cosa. L'opera di Dio è stata quella di distinguere (questa è la traduzione più esatta di quella parola “separare”): la luce dal buio; le acque dalla terra; le acque del mare dalle acque del cielo e via dicendo. Questo è quello che l'uomo è chiamato a fare nella sua vita: distinguere, discernere, dividere per diventare ciò che deve diventare. Quindi non eliminare ma distinguere.
La confusione iniziale non è il nulla: è l'informe. E' come avere davanti una confusione di mattoni, calce, cemento, ferri, travi: se butti via tutto non puoi costruire la tua casa. Allora accetta la tua confusione perché non è un vuoto ma un pieno. E nella tua confusione c'è il tuo agire: portare luce, discernere, capire cosa dev'essere tenuto e cosa no. E finché tutto non sarà chiaro, se puoi, non fare scelte. Non sta a te decidere quando. Biblicamente la parola bene-luce non è il contrario di male-tenebra perché il male-tenebra è la “non-ancora-luce”. Cioè: non si può dividere il male dal bene e il buio dalla luce. Il buio è la non-ancor-luce e il male è il non-ancora-bene. Compito dell'uomo è di illuminare il buio perché tutto appaia; di entrare nella confusione e di discernere, di portare chiarezza. Il grande peccato dell'uomo è di non compiere quest'opera: di non voler entrare nel buio per portarvi luce; di non entrare in sé per accettare l'umanità che si è; di non scendere negli inferi per portarvi la resurrezione.
Questo vangelo poi ci ricorda che non ci siamo solo noi al mondo e che non tutto dipende da noi. Nel nostro campo non seminiamo solo noi. Hanno seminato i nostri genitori, la nostra infanzia, le persone che abbiamo incontrato, le esperienze della vita, le idee che circolavano nel nostro ambiente, le paure, i complessi, le ansie e le scelte di altri. Noi non siamo solo quello che vogliamo noi, ma siamo anche soggetti a condizionamenti, influssi e intrusioni. È da illusi pensare che siamo gli unici artefici della nostra vita. La tv e i media ci condizionano; l'ambiente, la moda, le persone vicine ci condizionano. Noi condizioniamo con il nostro vivere il mondo esterno, ma anche il mondo esterno ci condiziona. A volte ci ritroviamo che la nostra vita è come quel campo. C'è il seme buono, ma c'è anche tanta zizzania. E a volte non dipende da noi. Altri hanno seminato cose che non volevamo.
Noi dobbiamo accettare il fatto che la nostra vita non è solo nostra, ma che noi viviamo in un mondo. Dobbiamo accettare che altri hanno seminato la loro semente: quello che avevano, quello che potevano, o quello che volevano dare! Certe semine sono davvero della zizzania. Ma è così. Qualcuno ha seminato zizzania: è una realtà. Ma qualunque cosa ci sia stata seminata, questo è e rimane il nostro campo: amiamolo, accettiamolo e accogliamolo. E sappiamo che questo campo così come produce zizzania, negatività, insoddisfazione, può produrre anche vita, positività e luce. Accettiamo pure ciò che altri vi hanno seminato, ma iniziamo a seminare noi cose diverse e buone per noi.
Poi questa parabola dice: non c'è il bene senza il male, la zizzania senza il grano, il positivo senza il negativo. È molto infantile dividere il mondo in buoni e cattivi, santi e delinquenti. È un principio troppo semplicistico. È un non voler accettare la complessità della vita e delle relazioni.
Noi tutti sogniamo l'uomo perfetto, un amore perfetto, un lavoro perfetto, una relazione perfetta, una vita perfetta. Questa illusione distrugge la vita e ci fa rincorrere un'utopia. Una illusione che ci impedisce di godere di questa vita così imperfetta ma così bella. Visto che moriremo, niente è perfetto. Per noi perfetto equivale a non faticare, a non lottare, a non soffrire, ad avere sempre tranquillità e mai nessun scossone, a trovare un equilibrio per sempre, a non cercare. Questo non è perfetto, è semplicemente non-vita.
La perfezione uccide. Uccide il cuore e uccide il fisico. La perfezione dice: “Togli tutto il male dal mondo!”. C'è una categoria di persone che è fanatica nel fare il bene a tutti i costi. Lo slogan che li spinge è: “Elimina tutto ciò che disturba; reprimi, togli, diserba, scaccia”.
Togliamo invece gli eccessi dalla nostra vita. Non lasciamoci andare troppo Se siamo contenti controlliamoci! Se c'è un peccato, combattiamolo fino a sradicarlo. Se c'è un errore, non perdoniamoci finché c'è. Se c'è una debolezza, eliminiamola. Se ci sentiamo giù, tiriamoci subito su. Ricordiamoci sempre che possiamo fare di più. Non accontentiamoci, non siamo mai soddisfatti di quello che abbiamo fatto. Appena abbiamo finito, ricominciamo. Se qualcuno ci fa del male, facciamogli un sorriso. Se qualcuno ci offende, sopportiamo. Non riposiamo mai sugli allori. Guardiamo sempre non a quello che abbiamo fatto, ma a quello che c'è ancora da fare. Stiamo attenti e all'erta perché il demonio è lì, sempre pronto, “tamquam leo rugiens”; e quando meno ce l'aspettiamo ci attaccherà. Facciamo di noi, in tutta umiltà, dei santi, dei puri, dei perfetti. Non combattiamo la zizzania, sviluppiamo invece il grano! Non eliminiamo donchisciottescamente il negativo, ma allarghiamo e sviluppiamo il positivo. Non eliminiamo i nemici ma facciamoci tanti altri amici.
Se mettiamo tutte le nostre forze per combattere il male, che forze ci rimarranno per fare il bene? Pensiamoci, fratelli, pensiamo seriamente su tutto questo. Amen.

mercoledì 6 luglio 2011

10 Luglio 2011 – XV Domenica del Tempo Ordinario

Nel capitolo 13, Matteo racconta tutta una serie di parabole. C'è quella del seminatore di oggi (13,1-23), quella della zizzania (13, 24-30), quelle del granello di senapa e del lievito (13,31-33), quelle del tesoro, della perla e della rete (13,44-50). Sono quasi tutte parabole che parlano di crescita, affermano l'esistenza di un qualcosa che, se ce ne prendiamo cura, può crescere e piano piano, giorno dopo giorno, diventare ciò che deve diventare.
Nella vita tutto avviene con gradualità, senza che noi ce ne accorgiamo, giorno dopo giorno.
La “cura”, la “crescita” sono gli elementi decisivi della vita. La cura è il tempo, l'attenzione, la presenza che noi dedichiamo a ciò che è importante, è il nostro esserci fisicamente e con il cuore. Dove c'è cura le cose crescono. Dove non c'è cura le cose crescono pure, ma disordinatamente, sganciate dal nostro controllo, senza una direzione, come la celebre vigna di Renzo di manzoniana memoria.
È per questo che si prega ogni giorno: perché la nostra anima non muoia. È per questo che si mangia ogni giorno: perché il nostro fisico non muoia. È per questo che fa bene leggere un libro o partecipare ad un incontro, perché la nostra mente non si sclerotizzi. Dove c'è cura tutto cresce e fiorisce e diventa fecondo. Dove non c'è cura tutto cresce, ma si inselvatichisce.
«Quel giorno Gesù uscì di casa e si sedette in riva al mare». Il vangelo dà una serie di piccole annotazioni prima della parabola. In riva al mare di solito c'è un po' di vento e si sta bene. Il mare è evocativo, ti fa pensare, ti fa riflettere. Il mare è come quel terreno di cui Gesù parlerà subito dopo: sembra che non ci sia niente dentro e invece è pieno di vita.
Gesù esce da solo, ma subito attorno a lui si raccoglie una grande folla. Chi ha qualcosa di vero, di autentico, di grande, da comunicare, chi vive qualcosa di serio e importante, raccoglie spontaneamente tanta gente attorno a sé, è rincorso dalle persone, dovunque vada. È invece chi non ha nulla di interessante da esprimere che deve rincorrere le persone, deve affannarsi per farsi ascoltare. E questo, fratelli miei, dovrebbe già portarci ad una prima considerazione: ci siamo mai chiesti come mai alle nostre messe vengono così in pochi? Come mai nessuno ci chiama e solo qualcuno ci cerca? Forse perché oggi non ci sono più buoni cristiani? Forse perché la gente non ci stima? Forse perché non ci conosce? O non dipende piuttosto dal fatto che siamo noi poco convincenti, che siamo noi a non esprimiamo niente di “vissuto”, di convintamente sentito, di spiritualmente efficace?
Di fronte alla gran folla Gesù si distacca e si mette a sedere. Le cose importanti hanno bisogno di tempo materiale, di distacco, di silenzio intorno a noi. Non si può pregare in profondità,con il cuore, mentre siamo di corsa, impegnati in altre cose; non possiamo parlare con Dio di ciò che abbiamo dentro, di ciò che viviamo nell'anima, dei nostri problemi vitali, guardando la tv, ascoltando la radio, lavorando o facendo qualcos'altro. Per esprimerci consapevolmente dobbiamo fermarci, sederci, guardarci negli occhi del cuore. Non si possono risolvere problemi complessi, difficoltà grandi, con un discorso superficiale, fatto al volo, pensando ad altro. Ci vuole serenità, una mente libera dal frastuono, guardare la questione da tutti i punti di vista, dedicargli tempo e spazio. È vero che l’importante è il “come” si fanno le cose; è vero che non è tanto la “quantità” quanto la “qualità” del tempo che è decisiva nel nostro dedicarci alle persone e alle cose. Ma è altrettanto vero che se a priori non “abbiamo tempo”, se non ci fermiamo, se non abbiamo materialmente neppure qualche minuto da dedicare, allora non c'è neppure nessun “come”. A monte ci deve essere la nostra disponibilità temporale; così se non non ci siamo mai con i figli per ascoltarli, con la famiglia per aprirci, con la comunità, con i confratelli e le consorelle per fare condivisione, con la nostra anima per darle forza e vigore, voi capite che è inutile che ci preoccupiamo del “come” fare tutte queste cose, perché senza un “quando”, il “come” purtroppo non ci sarà mai. Da qui l’importanza del nostro tempo.
Alle folle radunate davanti a lui, Gesù parla in parabole. Ora, la parabola ha un doppio valore: è una favoletta stupida, se la prendiamo superficialmente, se non vogliamo capirla, se non vogliamo lasciarci coinvolgere; ma è profondissima se ci entriamo dentro con il cuore. È fondamentale questo, perché la parabola ci parla e ci convince, in funzione della nostra apertura di cuore. Se non la capiamo è perché il nostro cuore è chiuso, è ottuso. La parabola serve per chi vuole capire, per capire meglio: “Chi ha orecchi intenda”, dice Gesù; per chi vuole vedere c’è tanta luce, ma per chi non vuol vedere, il buio ottenebra il suo cuore-
Per ascoltare il vangelo, il messaggio della Parola, dobbiamo dunque fare proprio come faceva Gesù: sedersi, dedicare tempo, avere calma e pace nel cuore e nell'anima. Dobbiamo distaccarci dalla ridda di pensieri, di preoccupazioni, che normalmente ci accompagna, dal quel “frullatore” che è la nostra mente e concentrarci sulle parole che abbiamo davanti, ascoltare cosa esse ci dicono dentro. In quelle Parole dobbiamo entrarci con il cuore, con la vita, se vogliamo coglierne il valore pratico, essenziale per la vita dello spirito.
La parabola di oggi è molto semplice. C'è un seminatore che fa il suo lavoro, ma il seme che egli sparge, finisce col cadere su quattro diversi tipi di terreno. L’allusione è chiara: Gesù qui ci indica i nostri diversi modi di reagire di fronte al Suo messaggio. Di fronte ad una stessa situazione, ad una stessa persona, ad un medesimo evento, noi tutti reagiamo in modo diverso: non è tanto l’evento, ciò che accade, che rende tristi, depressi e vuoti (anche se ha la sua importanza), ma è il modo in cui noi interpretiamo questo evento, il senso che noi gli diamo. Siamo noi che facciamo, di ciò che ci accade, una tragedia o una commedia, una occasione per ridere o per piangere e disperarsi.
Dunque: il primo terreno su cui cade il seme, è la strada: un terreno duro, impenetrabile. Nella strada non nasce niente (negli altri terreni almeno all'inizio qualcosa nasce!). Alcuni uomini spiega Gesù nella “esegesi” che lui stesso fa di questa parabola hanno la coscienza così indurita che nulla li mette in discussione. Sono duri come la pietra, hanno “il pelo sul cuore”. Il loro atteggiamento di chiusura totale fa sì che non nasca nulla. Nessuna creatività, nessun sentimento, nessuna ricettività. Tutto è bloccato dentro. Non può nascere nulla. Con persone così è meglio aspettare tempi migliori. È inutile discutere, è inutile confrontarsi. Purtroppo è meglio lasciar perdere, è meglio rivolgersi altrove.
Il secondo terreno è una pietraia, un luogo sassoso, dove non c’è molta terra: il seme cade, germoglia, anche se la terra è poca, ma non appena il sole è alto, i germogli si bruciano, si seccano, poiché non hanno radici profonde. Un terreno di “facili entusiasmi”, il classico fuoco di paglia. Il seme cade e nasce. Ma non c'è una sufficiente consistenza, non ci sono risorse, non c'è profondità e convinzione nelle scelte e tutto finisce. Non può che essere così. Sono le persone volubili, incostanti, quelle che si entusiasmano in un attimo, ma poi, sempre in un attimo, scompaiono. Il sole rappresenta le difficoltà, le prime crisi e i primi ostacoli che si presentano. Non essendoci consistenza dentro queste persone, tutto si dissolve. È il calore della prova che scioglie tutto. Quanti matrimoni, quante vocazioni, quanti propositi iniziano con le migliori intenzioni! In essi c’è sincerità, c’è generosità, ma non c'è profondità. E così nel tempo, dopo qualche anno, tutto si spegne, tutto si appiattisce e,quando va bene, si “tira avanti”. Basti pensare alle tante persone che passano per le nostre parrocchie: animatori entusiasti, pieni di energia, di simpatia e di risorse: ma basta una difficoltà, basta una delusione, un primo scontro, e lasciano. Non riescono a tenere, non hanno risorse per affrontare l'afa, la calura, la pesantezza del momento e si sciolgono come neve al sole. Quante persone, fratelli miei, hanno iniziato cammini veri e profondi con grande entusiasmo: “Andrò fino in fondo; non lo mollerò mai; è la svolta della mia vita”. Ma poi non hanno resistito. La forza di un uomo è la costanza: più che nel fare certe scelte, il merito è nel sostenerle! È nel non arrendersi, nel non piegarsi, nel non mollare quando arriva la difficoltà; il valore di un comportamento è nell’adattarsi, nel combattere, nel credere fermamente.
Il terzo terreno è quello pieno di rovi: il seme cade sulle spine, cresce, ma le spine più numerose e fitte lo soffocano: sono le condizioni esterne troppo soffocanti. Vivere in certi contesti culturali, in certi paesi, diventa per l'anima motivo di soffocamento. Quando si vive in contesti dove “tutto è male, tutto è proibito; questo no perché è peccato, quello no perché non sta bene; stai attento a cosa dirà la gente; non ti esprimere troppo...” allora ci si sente soffocare, non si riesce più ad esprimersi. Quando si vive in un ambiente come la nostra società attuale dove non c'è rispetto né per le persone né per l'ambiente, dove si fa tranquillamente ciò che è illecito, dove il consumo e l'apparire sono i valori principali, è ovvio che l'anima soffoca. Per l'anima, non è la stessa cosa vivere nell’onestà, nella verità del proprio lavoro oppure vivere arraffando a più non posso, passando sopra tutto e tutti! Per l'anima non è la stessa cosa vivere il piacere sessuale con il proprio partner o con tanti altri occasionali! Per l'anima non è la stessa cosa abortire o no, far nascere o far morire una vita! Spettegolare e malignare in continuazione, fare solo discorsi stupidi e banali, invece che impegnarsi nella vicendevole conoscenza, in cose profonde, serie, valide.
Il quarto terreno, finalmente, è quello buono: qui il seme cade sulla terra buona e dà il suo frutto: dove il cento per cento, dove il sessanta, dove il trenta.
Tre terreni negativi, dunque, (strada, sassi, spine) e uno positivo con tre tipologie di resa: il cento, il sessanta, il trenta. Quindi con una differenza, che non è solo quantitativa ma anche qualitativa; cioè: ognuno porta frutto a modo suo, come può; e questo è senz’altro positivo. Il frutto dipende dall'albero, è vero, ma la fecondità dell’albero dipende esclusivamente da ogni singolo terreno, da come è stato lavorato: “Dai frutti li riconoscerete”, diceva Gesù. La responsabilità è individuale, è nostra; non possiamo scaricare sempre la colpa sugli altri e sulla società. Siamo noi che nella società, nella famiglia, nel nostro ambiente dobbiamo preparare adeguatamente il terreno: in un frutteto, è difficile che ci siano alberi selvatici. L’ambiente è favorevole allo sviluppo, e in questo caso, “un albero buono fa frutti buoni”. Guardiamo alla nostra famiglia, guardiamo ai nostri figli, guardiamo le persone delle nostre comunità: sono tutti “alberi da frutto” potenzialmente buoni; se il terreno in cui si sviluppano è “lavorato”, fertile, i frutto arriveranno di conseguenza. Il terreno è come noi viviamo, è la coerenza con cui viviamo, le nostre parole, le nostre scelte, i nostri comportamenti; da ciò dipendono i frutti degli altri alberi. Lo specchio della nostra vita irradierà luce e calore per la vita degli altri.
Soltanto se ci lasciamo trasformare, se permettiamo al seme di fecondarci, di cambiarci, di farci diversi, di farci nuovi, di farci crescere, saremo a nostra volta l’humus vitale per altri uomini e donne dai grandi frutti. Ecco perché, per accogliere nuovo seme, dobbiamo essere disponibili, accoglienti, soffici, profondi. Vedete, la creatività, la fecondità, la felicità non si possono produrre autonomamente, né si possono pretendere. Solo se siamo aperti alla vita, se siamo ricettivi, se ci lasciamo trasformare, allora, e solo allora, lei, la Vita, ci raggiunge: e scopriremo di poter essere ancora molto di più, per noi stessi e per gli altri.
Penso, fratelli, che tutti ci ritroviamo in questa parabola: la sentiamo di grande conforto dentro di noi, anche per altri motivi. Alludo alle varie percentuali di produttività, quando cioè ci accorgiamo di non aver prodotto il cento per cento. A tutti infatti può capitare di fare un bilancio della propria vita e di trovarla un vero disastro, un fallimento, una delusione; ebbene, questa parabola ci dice che la nostra vita ha comunque un senso, pur avendo mancato il top della produzione, pur avendo prodotto poco frutto. L’importante è che sia buono! Questa parabola in altre parole ci insegna che possiamo essere un buon terreno anche se poi non siamo arrivati a produrre il cento per cento.
Gesù ci accoglie e ci ama sempre e comunque, anche se la nostra vita non ha avuto una produzione ottimale. Gesù ci ama anche se siamo stati inadeguati, anche se in alcuni periodi siamo stati alquanto aridi. L'importante è guardare avanti, cercare comunque di migliorare, di essere sempre più accoglienti; senza poi angosciarci se i risultati non sono sempre eccellenti, nonostante la nostra buona volontà. Il Signore ci ama per quello che siamo: l’importante è che siamo determinati, umili, che agiamo con rettitudine e sincerità.
Anche solo col trenta, possiamo guardarci dentro senza arrossire e non buttarci via. Dobbiamo capire che la nostra vita ha comunque un senso, ha un significato, ha uno scopo al di là dei nostri fallimenti, dei nostri insuccessi e delle nostre aridità. Perché anche una piccola fecondità, dice questo vangelo, vale una enorme fecondità. Purché coerente con le reali possibilità del terreno. Amen.