venerdì 1 luglio 2011

3 Luglio 2011 – XIV Domenica del Tempo Ordinario

Tendenzialmente tutti soffriamo di vittimismo; le ingiustizie sofferte, vere o immaginarie, sono il nostro pane quotidiano; siamo normalmente portati a ricordare più le cose brutte che quelle belle, preferiamo soffermarci più sul negativo, che guardare al positivo, alla gioia, al bene, alla fortuna, all'amore che c'è vicino a noi. Questa è la natura umana: ma noi cristiani non possiamo ingigantire e amplificare continuamente le disavventure, le disgrazie, le avversità, che purtroppo ci sono, e non accorgerci mai di tutta la luce e l'amore in cui siamo immersi. Equivarrebbe a non voler vedere, a non voler ammettere l’evidenza: una assurdità.
È questo, in estrema sintesi, il senso della preghiera di Gesù che il vangelo di oggi ci propone: più che una preghiera il suo è un grido di giubilo, uno slancio del cuore, un inno di gioia.
Gesù si lascia andare, si lascia trasportare dalla gioia, dall’entusiasmo, dalla felicità, dallo stupore che ha dentro il suo animo, e lascia trasparire la sua vita piena di forza, di passione, di vitalità.
Non è una preghiera classica come la intendiamo noi. È una preghiera nel senso che Gesù sa distinguere l'agire di Dio, ben diverso dall'agire umano: Dio si beffa dei grandi e dei potenti, egli si cura dei piccoli, dei poveri, degli umili.
Gesù inizia dicendo: “Ti benedico”. Ma in greco benedire, rendere grazie (™xomologšw), vuol dire anche “riconoscere”. Allora qui potremmo tradurre: “Ti riconosco, Dio, quando tieni nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le riveli ai piccoli...”.
Ti riconosco, so che sei Tu. Ti riconosco, e so che non sei Tu, quando i sapientoni di questo mondo, con tutta la loro scienza e i loro sforzi pretendono di parlare di te senza possederti, senza averti dentro, senza sentirti vibrare nel loro cuore; io me ne accorgo, perché le loro sapienti parole sono vuote e inutili.
Ti riconosco, so che non sei Tu, quando dotti preti, frati, teologi, con tutto il loro parlare e disquisire di Dio, ti rendono confuso, difficile, complesso, riducendoti ad un potente da temere, ad un Dio di cui aver paura. Ti possiedono nelle loro parole ma non nel loro cuore.
Ti riconosco, so che sei Tu quando, dopo aver visto milioni di laureati, di specialisti, di esperti, guardo al più umile dei tuoi santi, di quei saggi che sanno poco o nulla di cultura umana. C'è chi nel cuore ha la scienza e chi ha l'amore.
Ti riconosco, so che non sei Tu, quando vedo le persone importanti, famose, quelle degli autografi, “i grandi” che nel loro intimo sono agitati, inquieti, vivono nell’ansia e non lo possono confidare a nessuno, perché loro sono grandi, hanno un’immagine da difendere.
Ti riconosco, e so che sei Tu, quando vedo che, di fronte alla morte, anche i tiranni, i re, i potenti, la gente senza cuore, quelli che feriscono e che uccidono, sono uguali alle loro vittime.
Si, o Dio, perché Tu ti riveli solo a chi ha il cuore umile, a chi è servo, a chi è discepolo, a chi cioè sa di non sapere e vuole imparare. Tutti gli altri, con tutta la loro gloria, non ti vedranno, non ti accoglieranno, non ti avranno.
Chi è attaccato ai soldi, fa fatica ad accettare Gesù. I ricchi, i politici, le potenze economiche, fanno fatica ad accettare Gesù. Chi lavora soltanto, perché deve produrre ricchezza e benessere senza guardare in faccia nessuno, fa fatica ad accettare Gesù. Chi non vuole cambiare, chi non vuole mettersi in gioco, fa fatica ad accettare Gesù. Per essi Gesù è ridotto a qualche preghiera, a qualche incontro, a un pellegrinaggio, a una bella liturgia, a qualche bel gesto di bontà. Un incontro “vuoto”, senza alcuna rilevanza né per se stessi, né per gli altri; fare qualche azione religiosa, ma non seguire Gesù, non è accettarlo; Gesù ti chiede tutta la vita, ma ti offre in cambio la vera vita, la vita profonda, di unione intima con Lui, la vita che non finisce. Chi vuole seguirlo, senza lasciarsi coinvolgere da Lui, vedrà solo vincoli e costrizioni.
L'invito odierno di Gesù è: “Lasciati stupire dalla vita, lasciati meravigliare, lasciati colpire serenamente dall’imprevisto”, perché la presenza di Dio si trova molto più nelle cose impreviste, spontanee,  che in quelle previste, programmate.
Noi abbiamo una mente logica: programma, organizza, pianifica, tende a “cum-prendere” tutto, a mettere tutto insieme, ad abbracciare tutto. Ma ha i suoi limiti. Per legge fisica sappiamo che un contenitore grande può con-tenere una cosa piccola, ma non l’inverso. Dio è più grande della nostra mente. Come possiamo pretendere di “contenerlo”? Eppure molti falsi sapienti vorrebbero controllare Dio, vorrebbe possederlo, averlo “logico” nella mente. Può mai un bicchiere contenere l'acqua dell’oceano? A volerlo fare saresti uno sciocco perditempo: nuota, invece, gustati l'acqua, ammira l’azzurro del cielo che si fonde all’orizzonte col verde del mare, immergiti e lasciati cullare dal dondolio delle onde, ma non pretendere l’assurdo. Così nella vita di ogni giorno: vivi, canta, assapora, stupisciti e loda Dio, sappi che Lui è più grande di qualunque cosa, è l’incontenibile, ma soprattutto Dio non è programmabile non é prevedibile, perché egli è l'imprevisto. Gli ebrei aspettavano un Messia con gli eserciti, ed è arrivato Gesù. Imprevisto! Maria aveva programmato la sua vita ma è rimasta incinta inaspettatamente. Imprevisto! Gli apostoli conducevano tranquillamente la loro vita, poi un giorno è passato uno e ha fatto loro una proposta scandalosa. Imprevisto! I discepoli di Emmaus se ne vanno tristi perché credono di aver perso Gesù; ma... imprevisto! Le persone incontrano un uomo di nome Gesù e le loro malattie scompaiono. Imprevisto!
Ecco perché, fratelli, dobbiamo cambiare la nostra testa razionale, di adulti; per incontrare Dio, dobbiamo essere aperti all'imprevisto. La chiamata di Dio non è mai frutto di logica, di calcolo, di ragionamento mentale. È frutto di amore, è lo slancio di fronte a qualcosa che ti “ha preso l'anima”.
Chi non vuole o non può sperimentare quest'innamoramento, questo stupore, ben presto non ha più energia per andare avanti nel cammino di fede, le sue vie respiratorie e vitali si occludono. Molti vivono trincerati in loro stessi e temono troppo di lasciarsi andare, chiudono ogni porta, ogni spiraglio, perché hanno paura anche solo di sentire qualcuno o qualcosa. Tutto deve essere sotto controllo. Non piangono mai né si commuovono perché è imbarazzante; non si meravigliano mai; e così facendo credono di essere grandi, di saper gestire le situazioni; non hanno mai slanci troppo grandi, sono sempre misurati e pacati nelle loro cose: e ciò lo chiamano equilibrio; non fanno trasparire nessuna emozione, temono di diventare vulnerabili; sono sempre ingessati, non si lasciano mai andare a “qualcosa di pazzo”, ad un abbraccio forte, ad una “risata galattica”, ad un urlo di felicità, liberatorio e rinfrancante, non si abbandonano alla gioia intensa del sentirsi amati; non si stupiscono di fronte alla natura, al sorriso dei bambini, al volto degli uomini. E poiché l'esperienza e la chiamata di Dio sono un qualcosa di incontrollabile, di imprevedibile, Dio non avrà mai spazio in loro.
Dio è un tornado; Dio è un fiume in piena: non ci sono argini che tengano. Dio è uno tsunami che travolge tutte le tue idee precedenti: quando lo incontri, tutti i tuoi discorsi su di lui fanno semplicemente ridere. Dio è un fulmine che si abbatte sulla tua esperienza e “ti brucia”. Dio è un terremoto che mette la tua esistenza sotto sopra, a soqquadro, distrugge la tua vita. Dio è emozione pura che ti travolge e ti sconvolge. Dio ti fa innamorare e ti porta dove vuole Lui. Per questo prima di voler incontrare Dio dobbiamo prepararci seriamente, dobbiamo chiederci se siamo pronti, se siamo disposti a fare questa esperienza unica; perché chi incontra Dio, fratelli miei, non sarà mai più lo stesso.
L'incontro con Dio è così forte, potente e destabilizzante da provocare talvolta paura e sgomento, può far piangere o star zitti per giorni; nulla ha più importanza, tutto sembra inutile; in una parola ci può destrutturare.
L'esperienza di Dio è così grande che l'unico sentimento adeguato è lo stupore. Non ci sono parole. “Mistica”, in greco, vuol dire proprio questo: “Non ci sono parole, è troppo grande”. Lo stupore è fare l'esperienza che c'è un di più che ci supera e lasciare che ci entri dentro. Non è il saperlo con la mente, ma è il lasciarsi coinvolgere con il cuore. Il bambino vive di questo. Il bambino non sa che la mamma lo ama, lo sente.
Se tu lasci che il volto e il cuore di una donna ti entrino dentro, allora è amore.
Se tu lasci che il cielo o le stelle ti entrino nel cuore, allora è pienezza di vita.
Se tu lasci che la passione per una causa giusta ti invada, allora è avere significato.
Se tu ti lasci toccare dalle parole del fratello, allora è comunione.
Se tu ti lasci toccare dal pianto, dalla sofferenza del fratello, allora è umanità.
Se tu ti lasci toccare da ciò che vedi, da ciò che senti, da ciò che succede, non capirai Dio, perché nessuno lo può capire, ma saprai che c'è.
Se tu vivi così, ricevendo, accogliendo, imparando, la tua vita sarà ricca, sarà piena, sarà colma, sarà leggera; e per te vivere sarà veramente bello!
Gesù si rivolge a tutti gli affaticati e gli oppressi.
Gli affaticati e gli oppressi erano all’epoca tutta la povera gente che non riusciva a sostenere il culto pesante della legge ebraica con tutte le sue prescrizioni e le sue decime (per i poveri era impossibile essere bravi religiosi).
“Oppressi”: da quelle regole che ci incatenano, che non ci lasciano amare, che dopo certi errori ci condannano inesorabilmente. Invece anche se tutte le regole del mondo ci dovessero condannare, Gesù ci ama, ci chiama, ci accoglie per andare da lui. Lui aspetta proprio noi.
“Oppressi”: per molti è il non riuscire a venir fuori da certi tunnel; “oppressione” è il pretendere da sé stessi l'impossibile: quando ci sentiamo così, andiamo da Gesù. Lui ci accoglie sempre e da Lui possiamo trovare quella che ci rinfranca l’anima. Andiamo da Gesù: a Lui possiamo urlargli tutto il nostro sdegno; andiamo da Lui e sfoghiamo tutta la nostra rabbia; urliamogli che il nostro peso è insopportabile, piangiamo il nostro dolore, gridiamogli tutte le ingiustizie che abbiamo subito. Lui ci ascolterà; ci darà forza per andare avanti, luce per trovare altre soluzioni.
Gesù si definisce mite e umile di cuore.
Il mite, fratelli, non è colui che non si arrabbia mai; colui che non si esprime mai e che se ne sta lì, buono buono. “Mite” non è il nostro “bonaccione”, quello a cui va bene tutto. “Mite” significa “tenero”, saggio; la vera mitezza non è un dono naturale, indica sempre un processo di acquisizione: miti non si nasce, lo si diventa. Un po' come il grano che diventa fine dopo la macinatura. Mite, infatti, deriva da mola, la pietra del mulino. Mite è colui che ha sperimentato la crisi e la disperazione, le gole buie della vita e le altezze piene di luce; colui che ha combattuto i suoi difetti e le sue debolezze, che ha vinto e che spesso ha perso; a volte ha vinto i propri difetti, a volte no. In ogni caso è colui che si è sempre rialzato e in questo suo cadere e rialzarsi, ha conosciuto la vita. La macina della vita lo ha reso soffice, tenero, molle, saggio, elastico, plasmabile, perché nella sua vita ha sperimentato cosa vuol dire vivere.
Per questo il mite ha uno sguardo più benevolo con gli altri, è più lungimirante nelle situazioni. Non si lascia prendere dai facili entusiasmi e non cade in depressione di fronte alle difficoltà: non perché non le provi o non le senta, ma perché nelle sue esperienze di vita, nel suo essere macinato dagli anni, ha trovato una fiducia più profonda. Proprio perché ha macinato la vita, ora la conosce bene: è diventato saggio, mite.
“Umile di cuore” è una espressione dal significato molto vicino a quello di mite. Umile (humilitas) viene dal latino humus, terra: da cui “uomo” (homo). L'umiltà non ha nulla a che vedere con il dire sempre di sì, con il piegare il capo; umili non sono quelli che si fanno zerbino di tutti. L'umiltà è il coraggio di accettare la propria umanità (humanitas), la propria terra, la propria origine, il proprio essere: “Tu sei terra, hai bisogni e istinti terreni, limiti e zone d'ombra”. L'umiltà è quindi il coraggio di potersi vedere per quello che realmente si è, e come si è, senza sfuggirsi, senza mentirsi.
Umiltà è sapere che gli stessi abissi nei quali è caduto il fratello, ci sono anche in noi. Umiltà è non dire mai: “Io sono un altro; tutto questo non mi riguarda; io non lo farò mai”.
Chi di noi, fratelli miei, può dire in tutta onestà di non avere mai pensato una cosa simile?
Solo chi non conosce la propria anima, solo chi è insensibile, può dirsi esente da questo pensiero. Capite l’importanza dell’umiltà?
E concludo: noi, fratelli miei, siamo semplici uomini: amiamo, lottiamo, ci appassioniamo, ci stupiamo, piangiamo e ridiamo. Crediamo, ci disperiamo, abbiamo paura. Sentiamo in noi l'abisso e l'Altissimo. Sbagliamo, cadiamo e ci rialziamo; urliamo e cantiamo. Nella nostra vita c'è spazio per tutto questo e molto altro ancora.
Allora, viviamola questa vita, fratelli, viviamola semplicemente, umilmente. Assaporiamone tutta la felicità, perché la nostra vita è un dono. Sentiamoci grati a Dio di questo spazio, di questo tempo, onorati e riconoscenti per questa possibilità che amorevolmente ci è concessa: perché questo è un tempo, uno spazio, una possibilità di vita che porta il nostro nome e cognome. Amen.

martedì 21 giugno 2011

26 Giugno 2011 – Santissimo Corpo e Sangue di Cristo

«Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».
Quando sentiamo queste parole del vangelo, il nostro pensiero, come ci è stato insegnato, corre immediatamente all'Eucarestia, al Pane consacrato, alla Comunione. Ma non è stato sempre così: chi ascoltava Gesù non pensava affatto a questo. Nel primo millennio, per esempio, il Corpo del Signore non era l'Eucarestia, ma l'assemblea dei fedeli, gli uomini e le donne radunati in chiesa: retaggio di ciò è rimasta l’incensazione del popolo durante le messe solenni: si incensa cioè Dio, presente nell’altare, nel Vangelo, nel pane consacrato e nelle persone dell'assemblea liturgica. Erano esse il “verum corpus” di Cristo mentre l'eucarestia era detta il “Corpus mysticum”; poi, nei secoli, le cose si sono invertite: l’Eucaristia ha preso il suo significato attuale di “verum corpus” e l’assemblea, la Chiesa, quello di “corpus mysticum”. In particolare, la festa di oggi nasce nel 1264 dal miracolo di Bolsena, a cui dobbiamo il duomo di Orvieto: un sacerdote dubita della presenza reale di Cristo nel Pane e nel Vino consacrati; durante una messa, quando spezza il pane, dalla bianca ostia scorre del sangue che macchia il corporale steso sull’altare (è conservato in un reliquiario nel duomo di Orvieto).
Oggi è dunque la festa del Corpo e Sangue del Signore: del Pane e del Vino che, “consacrati” durante la messa, si “transustanziano” (da “trans-substantia”: il passare da una sostanza ad un’altra) in carne e sangue di Cristo. Perché ciò possa avvenire necessitano sempre tre elementi: la materia (pane e vino), il ministro, in questo caso il sacerdote che agisce in “persona Christi”, e infine la forma (ossia le parole pronunciate dal ministro).
Ma oggi è anche la festa, come dicevo, dell’assemblea cristiana, di tutte le persone, di tutta la Chiesa; è la festa di tutti, uomini e donne, è la nostra festa, del nostro corpo, della nostra entità oltre che identità: un’occasione per ricordarci che abbiamo precisi doveri di amore nei confronti di tutte le persone, di tutti questi nostri fratelli.
Ora, amare un pezzo di pane è abbastanza facile: credere che lì ci sia Dio, non ci cambia poi così tanto la vita, non ci comporta particolari e difficili conseguenze. È amare le persone, fratelli miei, che non è assolutamente facile; è amare il nostro prossimo, quello lontano, sconosciuto, magari sporco e maleodorante, vedere in lui e credere che in tutti quei volti c’è veramente Dio, ecco, questo è decisamente impegnativo: perché coinvolge e sconvolge noi e la nostra vita.
Madre Teresa amava dire: “Mi è difficile credere che la gente possa vedere il Corpo di Cristo in un pezzo di pane, e non lo possa vedere nelle persone, negli uomini e nei volti”. Beh, i santi erano profondamente convinti di ciò; essi vedevano Cristo in chiunque incontrassero! Per noi invece non è proprio la stessa cosa. Dire e credere fermamente che in quella persona c’è Dio, che tutte le persone incarnano Dio, un pò ci destabilizza, ci condiziona radicalmente nella nostra vita, nel nostro modo di comportarci.
È vero anche che in certi uomini si può vedere tutto, tranne Dio; in essi Dio non appare, non traspare; ciò non vuol dire però che Dio non ci sia comunque: è magari sepolto, nascosto, ingabbiato, mortificato, travisato, ma lui c’è! Sempre!
Che poi noi siamo fatti di materia (carne) e di spirito (anima) lo sappiamo dai banchi di scuola, è pacifico. Dimostrare però che noi viviamo dello Spirito di Dio, che nobilitiamo la materia carnale con lo Spirito, questo non è automatico, dipende da noi ma ci costa fatica.
Abbiamo detto che di fronte ad ogni “transustanziazione” sono necessari tre elementi: materia forma e ministro. In questo caso la materia è il nostro corpo da spiritualizzare, il ministro siamo noi, ciascuno di noi, la forma sono gli insegnamenti del Vangelo lasciatici da Gesù: ciascuno di noi deve “trasformare” la sostanza carnale del nostro corpo in sostanza “spirituale”.
Possiamo vivere la nostra esistenza, la nostra vita, soltanto materialmente, di lavoro, di cose da fare, di guadagni, di corpo, di divertimenti. In questo caso non c'è nessun passaggio da materiale a spirituale; non abbiamo alcun merito spirituale, Dio in noi è irriconoscibile, non c’è nessuna elevazione, non avviene nessuna “transustanziazione”. Se invece “trasformiamo” la nostra vita, la rendiamo “spirituale”, allora vivremo la dimensione dello spirito, sprigioneando dal nostro cuore tutta l’energia divina che vi abita dentro.
Si, fratelli miei, noi siamo come il sacerdote nella Messa, nell’Eucaristia: perché il pane e vino della Comunione si trasformino veramente nel nostro cuore in Corpo e Sangue di Cristo, dipende esclusivamente da noi: siamo noi i sacerdoti, siamo noi che dobbiamo compiere il miracolo: noi dobbiamo operare questa “transustanziazione”: non basta che riceviamo dentro di noi il Corpo di Cristo; se poi non lo trasformiamo, non lo facciamo diventare veramente tale dentro e fuori di noi, la nostra comunione non servirebbe a nulla, sarebbe incompleta, inefficace, ostacoleremmo la sua stessa grazia; sarebbe come se ci fossimo limitati a mangiare un pezzo di pane qualunque: se dentro di noi non accade niente, non avviene “trasformazione”, noi usciamo dalla Chiesa così come siamo entrati. Non è successo nulla! Capite la grande responsabilità? Dobbiamo “trasformare” quel pezzo di pane, in Cristo: il Divino per eccellenza, la forza dell'universo, l'energia per vivere e far vivere. Per questo in ogni istante dobbiamo essere “sacerdoti” della nostra vita; dobbiamo “trasformare” le nostre giornate, i nostri incontri, ciò che viviamo e facciamo; dobbiamo cogliere la luce dentro ogni cosa, lo spirito racchiuso in ogni evento, il divino nascosto in ogni essere. Dipende da noi!
Noi abbiamo un grande potere sulle persone che incontriamo: le possiamo lasciare “materia” oppure possiamo trasformarle in “spirito”. Dipende da noi. Le lasciamo “materia” se vediamo in loro soltanto un incontro e non una persona, se non ci lasciamo "toccare", se rimaniamo impassibili, insensibili, inaccessibili; le trasformiamo in “spirito” se le facciamo entrare in simbiosi con noi, se ci lasciamo coinvolgere, se ci lasciamo toccare il cuore. Nella nostra vita possiamo fermarci soltanto alle chiacchiere, ai pettegolezzi, soltanto alle parole, alle parole vuote, senza senso... e allora tutto rimane “materia”; dentro di noi non rimane nulla, rimaniamo vuoti; il nostro “spirito” rimane il grande assente. Ma se nel nostro relazionarci, incontriamo lo Spirito dell’altro e gli mettiamo a disposizione lo Spirito che abita in noi, allora non saranno più parole, ma saranno due anime che si incontrano in Dio. Dipende da noi.
Ancora: se nella vita matrimoniale il nostro amore rimane “materia”, solo sesso, la nostra unione non ci darà nulla, non ci arricchirà, perché non c'è incontro, non c'è Spirito, non c'è calore, non c’è umanità “divina”. Ma se trasformiamo il nostro amore in “Spirito”, nella unione di due anime, allora il matrimonio sarà preghiera a Dio, elevazione di una lode all'Altissimo, sarà il canto di due persone pronte a donare a loro volta il soffio della Vita. Dipende da noi.
Così nella vita religiosa, nella vita professionale, nella vita comunitaria, nella società. Se ci fermiamo alla “materia” senza trasformarla in “Spirito”, manchiamo la nostra missione, non realizziamo la nostra vocazione. Siamo dei falliti. Non abbiamo capito nulla. Dipende da noi.
Troppe persone vivono soltanto di “materia”: nascono, lavorano, procreano, si divertono, mangiano, bevono, muoiono. Tutto qui. Non vanno oltre il "corpo", il materiale. Non abbassiamoci anche noi a tanto, fratelli miei. La vita non è questa; non è così, non va sprecata così: la vita è anche e soprattutto “Spirito”, vibrazione, luce, incontro con l'altro, è significato, scopo: la vita, vissuta nello “Spirito” è molto di più della vita stessa, è vivere una Vita ancor più grande, più entusiasmante, impareggiabile. In una parola, è vivere l’incontro con Dio. Dipende da noi.
Abbiamo anche molti pregiudizi da sfatare riguardo al nostro corpo. Ricordo che alla mia Prima Comunione una vecchia suora mi disse: “Non masticare la particola perché fai male a Gesù!”. Mi ha colpito profondamente questa raccomandazione, al punto che ancora oggi mi condiziona. Era peraltro il risultato di una mentalità che per secoli ha tenuto rigorosamente separati “materia” e “spirito”. E si diceva: “Tutto ciò che è materia, ciò che è corpo, che è umano, muore, è indegno, spregevole, negativo, è peccato. Soltanto ciò che è spirito è elevato, sublime. Per far emergere lo spirito dobbiamo umiliare il più possibile la materia”. La “materia”, il corpo, era considerato soltanto un rivestimento, il contenitore, la prigione dello “spirito”: chi desiderava rispondere ad una vocazione religiosa, chi ambiva seguire Cristo, doveva mortificare il suo aspetto materiale, doveva fustigare il proprio corpo, doveva purificarlo, in nome di Dio, da ogni piacere mondano. La via della santità passava attraverso la totale privazione di ogni piacere naturale: per il cibo e le bevande, per le gioie sessuali e l'affetto, per il divertimento e le sane risate. Qualunque debolezza in questo senso, era “peccato”, tutto era opera del demonio.
Poi finalmente si è capito che oltre allo spirito, abbiamo avuto in dono da Dio anche un corpo; inscindibili l’uno dall’altro: non esiste nessun corpo senza spirito, come nessun spirito senza corpo; ogni corpo è anche spirituale come ogni spirito è anche corporeo. Quando stiamo male nel corpo, per esempio, anche lo spirito sta male, soffre; e quando lo spirito sta bene anche il nostro corpo sta bene. Forse non ce ne rendiamo conto ma molte delle nostre malattie corporali sono malattie dell'anima. Possiamo prendere tutti i farmaci che vogliamo, tutti gli antidepressivi in circolazione, ma non ne usciremo mai, perché non è il corpo che è ammalato, ma il nostro spirito. In questo caso il corpo funge da termometro, è il display, la “radiografia” del nostro spirito.
Chi non ama il proprio corpo non ama neppure Dio perché il corpo è l’abitazione di Dio Spirito. Sempre da piccolo sentivo dire: “Il corpo è di Satana”. E invece no, fratelli, il corpo è di Dio. S. Paolo dice appunto che è “tempio dello Spirito Santo”: per questo dobbiamo riconciliarci con il nostro corpo, dobbiamo conoscere e rispettare i suoi ritmi, i suoi limiti e le sue possibilità; dobbiamo amarlo, volergli bene.
Ma c’è anche il rovescio della medaglia: dal disprezzo pressoché totale di una volta, oggi siamo passati alla più sfrenata esaltazione del corpo umano; la società del consumismo è arrivata ad idolatrare il corpo, e non solo quello femminile. Oggi il corpo viene ostentato, viene pubblicizzato in tutta la sua felina armoniosità; è diventato merce di scambio. Qualunque deformità viene bandita; è diventato oggetto di culto, ma dubito fermamente che tanta ostentazione equivalga ad amare il nostro corpo come ci insegna Gesù, ad amarlo come Lui lo ama. Quando infatti andiamo a fare la Comunione, il ministro ci mostra la particola e dice: “Corpo di Cristo” e noi rispondiamo “Amen; è vero, è così! Questo che sto per mangiare è veramente il Corpo di Cristo”. In quello stesso istante, dovremmo sentire anche il nostro cuore dire: “Signore, questo è il mio di corpo, te lo offro umilmente come abitazione, entra tranquillo” e Gesù rispondere: “Amen; Lo so, va bene, tranquillo, farò così!”. Perché l’Eucaristia, fratelli, è un piacere ed un onore reciproco. Un piacere nostro e di Dio. Dio non si vergogna di venire dentro il nostro corpo, anzi non solo si degna di entrare nella nostra casa, ma viene per amarla; viene perché è felice d'incontrarci; viene per diventare un tutt'uno con noi, Corpo nel corpo; ma, e questo è molto importante, viene anche perché in questo tempo egli ha bisogno del nostro corpo; il nostro corpo gli serve, ad ogni costo: per muoversi in questo mondo, per poter fare, operare, per poter parlare; perché, fratelli miei, noi siamo la sua voce, il suo viso, le sue braccia, le sue gambe, il suo cuore. E scusate se è poco! Almeno ci faccia capire meglio quanto sia importante il “santificare” il nostro corpo. Ci faccia essere più prudenti, più attenti a non esporre volutamente il nostro corpo al male e al peccato.
E un’ultima considerazione (scusate i miei troppi voli pindarici): chissà se capita anche a voi di chiedervi perché Gesù, invece del suo "corpo", non ci invita a mangiare e a nutrirci della sua santità e giustizia? perché non ci dice di bere la sua innocenza e mitezza? perché non ci dice di prendere forza dalla sua potenza divina? Invece ci dice soltanto: “Prendete e mangiate la mia carne!” Vi rendete conto, fratelli? Sembra incredibile! Gesù, il Dio onnipotente, ci lascia in eredità la debolezza, la fragilità del suo corpo umano! Avrebbe potuto scegliere mille altri modi per rimanere con noi: avrebbe potuto lasciarci un segno straordinario della sua potenza e della sua gloria, evidente e definitivo, quanto meno per rassicurare la nostra fede sempre traballante. Avrebbe potuto... E invece no! Gesù ha scelto di rimanere in mezzo a noi con il suo corpo, la sua storia, la sua vita appassionata d'amore, il suo Volto, trasparenza di quello del Padre.
Mangiare la carne e bere il sangue del Signore significa pertanto nutrirsi del cuore incandescente dell'Amore, significa assimilare la linfa di quella vita più forte della morte, significa scoprire che Dio ci è più intimo di quanto noi lo siamo con noi stessi.
Mangiare e bere di Lui è scoprire che solo Lui sfama e disseta le nostre inquietudini, che solo Lui può dare forza e orientamento alla nostra vita, che solo Lui sa riempire di bellezza la nostra quotidianità. Nutrirci di Lui significa infine dire il nostro “Sì” di totale adesione al suo progetto universale di vita e di Amore.
Preghiamo allora, fratelli miei, per la nostra conversione, perché ogni discepolo si apra allo stupore e all’amore dell’Eucaristia, perché ogni prete, ogni cristiano, che agisce nel Suo nome, diventi trasparenza di Dio. Preghiamo perché nessuno svilisca, “cosifichi”, invalidi, l'Eucarestia domenicale; ma che essa sia una forza dirompente all'interno della nostra settimana, un salubre pungolo per diventare discepoli sempre più autentici e veri, sempre più consapevoli dell'immensità di Dio. Non spegniamo mai, fratelli, lo Spirito che è in noi, lasciamo invece che la Sua grazia ci raggiunga e ci cambi radicalmente. Amen!




mercoledì 15 giugno 2011

19 Giugno 2011 – SS. Trinità

«Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui». Oggi la chiesa celebra la festa della Trinità: un Dio che è Padre, Figlio e Spirito. Un mistero, quello trinitario, che è costantemente al centro della vita cristiana; noi lo ricordiamo infatti ogni volta che facciamo il segno della croce: «Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo». Un gesto però che ormai ripetiamo automaticamente, senza pensare a quello che facciamo o diciamo, soprattutto a come lo facciamo. C’è anche da dire che la questione della profonda identità di Dio uno e trino, pur rimanendo un dogma fondamentale della nostra fede, oggi non interessa più nessuno; anzi, insistere a spiegare la divinità di un Figlio uguale al Padre, pur nella diversità della sua azione storico salvifica, e a discutere sulla realtà personale dello Spirito Santo, viene interpretato da molti come un tentativo di sviare l’attenzione da problematiche ben più importanti e urgenti: che Dio sia uno o trino, del resto, è l’ultima preoccupazione di una società laica come la nostra, in cui l’idea stessa di Dio viene sempre più estromessa dalla vita personale e reale non solo degli uomini in genere, ma anche degli stessi cristiani.
La festa di oggi ci pone pertanto davanti a questo problema: perché il Dio della teologia non si lega, non si rapporta pienamente con il Dio della vita pratica? Problemi di comprensione? Di impenetrabilità di concetti? Suvvia: la Trinità divina almeno a livello di “intuizione” non ha bisogno di uno “sforzo speculativo”, di equilibrismo intellettuale, per essere afferrata dalla nostra mente. La Trinità, lasciatemelo dire, è un concetto abbastanza comprensibile, semplice; è in pratica l'esperienza di Dio, quella stessa esperienza vissuta e capita direttamente dai primi discepoli, che non erano certo degli intellettuali: Gesù, loro amico, loro compagno e loro maestro, affermava di essere figlio di Dio: e nella realtà si comportava proprio così, da figlio di Dio. In quell'uomo c'era veramente Dio! E in quell'uomo, essi sperimentarono un infinito mondo d'amore, di comunione, una vita così grande e intensa, un qualcosa di così profondo e intimo da risultare incommensurabile. E collegarono questa loro esperienza all’immagine che meglio poteva esprimerla: l’idea di famiglia, composta da un padre, un figlio e dal loro amore reciproco, lo Spirito; in altre parole un Dio “trino”, un “unico” che si esplica in tre funzioni: un Dio che sta “sopra” di noi, che è la nostra origine, il nostro “utero”, il Dio che noi chiamiamo “Padre e Madre”; poi un Dio che sta “con” noi, che si fa compagno del nostro cammino, il Dio che con la sua morte e risurrezione ci ha riscattati, e che si chiama Figlio; e c'è infine un Dio che abita “dentro” di noi come entusiasmo (entusiasmo letteralmente vuol dire proprio avere un “Dio dentro”), come creatività, forza, passione, energia: il Dio che ci ha fatti “chiesa” e che si chiama Spirito Santo.
Tutto il creato risente di questa impronta trinitaria. In particolare, come abbiamo detto, la famiglia stessa, prima cellula sociale, è eminentemente trinitaria: l’uomo e la donna pur essendo nella loro identità due persone distinte, nel loro relazionarsi mediante l’amore reciproco, elemento “altro” di fusione unitaria, generano un’altra persona, un figlio identico in tutto a loro, ma ben distinto da loro. La reale funzionalità di questo “amore” come terzo elemento connaturale, uguale e distinto, appare così evidente. Come evidente è la percezione quotidiana di un nostro ruolo “trinitario”. Nel mondo tutto è diverso ma tutto è intimamente e solidamente unito. Ricordate? Quando eravamo bambini abbiamo fatto esperienza di un “unum” indissolubile: eravamo un tutt’uno con nostra madre, eravamo completamente fusi con lei, eravamo nel grembo della vita. Ci sembrava che fuori di noi non ci fosse nulla; ci sembrava di essere noi il tutto. Poi col tempo ci siamo accorti che non c'eravamo solo noi, ma che c'erano anche tante altre persone. Ci siamo accorti che tutti eravamo diversi gli uni dagli altri: eravamo unici, ma eravamo anche in tanti… e abbiamo scoperto che qualcosa ci univa: un qualcosa ci legava, un qualcosa che si intesseva con le nostre vite: un qualcosa che, maturando, abbiamo riconosciuto come sentimento, amicizia, rispetto, amore.
Ci sono molti però che non sono riusciti a maturare, che sono rimasti allo stadio infantile, della non relazione: sono le persone narcisiste. Pensano di essere le uniche al mondo, che il mondo debba ruotare attorno a loro. Sono onnipotenti, si credono ancora Dio; non sono ancora nate. Non hanno ancora fatto l'esperienza trinitaria, l’esperienza dell’alterità, dell’altro. Con queste persone non si può proprio parlare: sanno tutto loro! “Io ho fatto così... io so... io capisco...”, e ti raccontano tutte le loro imprese e tutte le loro smisurate conoscenze. Esistono solo loro. Gli esempi abbondano: molti superiori, molti genitori, molti capi, gestiscono i loro confratelli, le loro consorelle, i loro figli, i loro dipendenti, come se fossero delle marionette: muovono, spostano, non chiedono niente, comandano, decidono loro, perché tanto chi sta sotto deve accettare tutto, non ha un cuore suo, non ha alcun diritto di esprimersi. Credono che tutto il mondo e tutte le persone siano in funzione loro.
Venire al mondo, nascere, è la cosa più bella, è il senso della vita, ma è anche una cosa che fa paura perché in quello stesso momento si diventa “altri”, perché ognuno poi se la dovrà vedere da solo, senza che qualcuno gli “copra le spalle”, dovrà necessariamente “altrificarsi”.
Così per molte persone essere diverse (di-versus vuol dire che ognuno ha la sua strada, il suo verso, il suo carattere, la sua corsia, la sua “chiamata”) è assai faticoso, perché le costringe ad esporsi, a mettersi in gioco, quando invece preferirebbero rimanere nell’anonimato, nel “così fan tutti”, immergersi nel conformismo, nell'indifferenza, nelle mode.
Dal lato opposto, vi sono tante altre persone che vivono la diversità non come elemento di fusione, ma come una competizione, come un continuo confronto: “Io sono meglio di te; io so più di te; tu sei più bello di me; tu sei più riuscito di me”. “Competere” significa per loro rifiutare la diversità; vuol dire dimostrare che esse valgono più degli altri. Vuol dire affrontarsi e farsi guerra; sentire l'altro come un nemico, un pericolo. Il mondo familiare, il mondo del lavoro e a volte anche le nostre comunità cristiane sono piene di persone che (di nascosto, soprattutto nelle comunità religiose!) si combattono. Sentiamo l'altro come un nemico e tentiamo di ucciderlo, di zittirlo, di eliminarlo: siccome non lo possiamo fare fisicamente lo facciamo con le parole, con i giudizi taglienti. Lo stesso vale quando ci arrabbiamo o ci indispettiamo perché gli altri non la pensano come noi, non fanno come noi o come noi vorremmo. Giudicare (kr°nw in greco vuol dire “dividere”, “separare”) è tentare di stabilire una superiorità tra me e te (naturalmente io sono superiore!). Chi giudica non ama e non si ama. Chi giudica non accetta gli altri perché non accetta in realtà neppure se stesso. Sminuisce gli altri solo per farsi più grande (devo tirare giù l'altro in modo che diventi più piccolo di me; che fare? Sparlo, emetto giudizi velenosi, creo maldicenza intorno a lui; gli creo intorno una fossa entro cui non potrà evitare di cadere: la sua caduta mi renderà automaticamente superiore a lui). Chi giudica, pretende di essere superiore. Quanto dobbiamo ancora crescere, fratelli!
Dobbiamo soprattutto vivere l'esperienza trinitaria. Io sono io e tu sei tu, ma c'è l’amore che ci unisce. Se io sviluppo e vivo trinitariamente la mia “alterità”, sono felice, mi sento realizzato, sono contento di me per come sono, e degli altri per come sono. Allora posso accettare anche altre strade e non ho motivo di essere invidioso di chi opera in maniera diversa. Io percorro la mia via e sono felice. Tu fai la tua e sei felice; e sono felice anche per te, perché capisco che questa è la tua via. Le cose a questo mondo si possono fare in tante maniere. Noi spesso definiamo “sbagliato” ciò che è soltanto diverso. Ci sono tanti modi di pregare; ci sono tanti modi di vivere la famiglia; ci sono tanti modi di amarsi; ci sono tanti modi di pensare; ci sono tante possibilità: il tanto riflette l'immensa grandezza di Dio, la sua varietà, la sua creatività. Pretendere l’unicità, significa essere malati: in realtà noi non amiamo gli altri, ma solo noi stessi: amiamo l’altro soltanto perché è la nostra identica immagine speculare: attraverso lui, ammiriamo e amiamo noi! E non appena la nostra diversità diventerà palese, lo rinnegheremo: “Non sei più come una volta. Sei cambiato. Non mi vai più bene”. Non capiamo che se Dio ci ha creati diversi, unici, amare in questo modo vuol dire rifiutare Dio. Il nostro incontro con l’altro è falso, perché io voglio incontrare soltanto me stesso. Qui non c'è crescita, non c'è novità, non c’è vita. Diversità è incontrare qualcosa che non sono io.
L'amore maturo, l’amore vero, l’amore offerta, oblazione, servizio, è invece quello di chi realizza l'unione non perché si è uguali, ma proprio perché si è diversi. “Ti amo perché tu sei tu, perché non sei me. Amo te perché sei altro da me”. È questa l'unione vera; è questo l'amore vero; è questo il legame che deve unirci; è questo lo Spirito che incontriamo al di là di ciò che facciamo o di ciò che pensiamo; insomma è l'unione, l'incontro delle anime. Amare non è pensare le stesse cose o avere le stesse idee. Amare non è neppure fare le stesse cose. Amare è incontrarsi nello Spirito, nel profondo, nell'anima. È nella “alterità” che si costruisce la propria identità, è nella “diversità” dell’unione, che Dio si manifesta e si rende visibile. Perché Dio è amore, e la Trinità è l’essenza di questo amore.
Ecco, tutto questo, fratelli, mi suggerisce oggi la festa della Trinità, e tutto questo, anche se confusamente, ho cercato di trasmettervi.
E concludo con un’ultima considerazione: noi cristiani di oggi più che chiederci se “crediamo o non crediamo”, dovremmo chiederci invece “in quale Dio crediamo”! C’è infatti una bella differenza tra credere in un Dio giusto sì, ma severo e inflessibile giudice, la cui ira e la sua irritazione si possono placare soltanto mediante preghiere, suppliche, digiuni e penitenza, e credere al contrario in un Dio Padre amoroso e misericordioso, talmente innamorato del mondo e di ciascuno di noi in particolare, “da dare suo Figlio unigenito”! Lo so: questo è un argomento ricorrente nelle mie riflessioni, ma penso che educare la nostra fede sia una delle priorità assolute nel tempo in cui viviamo. E la festa della Trinità, la festa dell’amore trinitario, ci offre appunto l’occasione per cancellare definitivamente queste false immagini di un Dio arcigno e vendicativo, ancora conservate in qualche angolo della nostra mente.
Inondati dal dono dello Spirito, lasciamoci dunque convertire al Dio Trinitario, al Dio che Gesù ci ha rivelato. Al Dio Trinità che, lo ripeto, è amore, festa, incontro, relazione, amicizia, comunione, famiglia... Ricordiamoci che questo Dio ci ha creati espressamente a sua immagine e somiglianza: ha impresso cioè dentro di noi un DNA trinitario, per cui anche noi come Lui siamo fatti per la relazione, per l'amore, per la comunione, per la fraternità.
Festeggiare la Trinità significa pertanto riscoprire le scelte e le priorità che rendono veramente bella e sana la vita. Proviamo a chiedercelo, fratelli miei: chiediamoci, con un po' di onestà, quali sono le nostre priorità fondamentali, quelle su cui stiamo costruendo la nostra vita; chiediamoci se nelle nostre scelte familiari, professionali, vocazionali è chiaramente visibile il nostro DNA trinitario; chiediamoci con quale stile gestiamo le relazioni che quotidianamente siamo chiamati a vivere; quanto tempo regaliamo alle persone che ci vogliono bene e quanto ne investiamo a nostra volta per costruire relazioni sane e positive. Lo so, sono domande piuttosto antipatiche. Ma prima di rispondere facciamo un bel respiro e invochiamo lo Spirito perché ci aiuti a scavare nel profondo del nostro cuore e a dirci la verità. Amen!

  

domenica 5 giugno 2011

12 Giugno 2011 – Pentecoste

«Pace a voi! Come il Padre ha mandato me anch’io mando voi».
Pentecoste: sono passati cinquanta giorni dalla Pasqua. Per gli antichi il numero cinquanta era il simbolo del completamento di un certo periodo, un tempo che si concludeva: a cinquanta anni a Roma, per esempio, si era dispensati dal servizio militare; per gli ebrei il cinquantesimo anno era l'anno del giubileo, della riflessione, dove uno si fermava per riflettere su quanto c'era stato di corretto e di scorretto nella propria vita. Che la Pentecoste venga cinquanta giorni dopo la Pasqua, indica dunque che un tempo è finito, che un ciclo si è concluso: è il tempo del Gesù terreno e delle sue immediate apparizioni dopo la Pasqua.
Da oggi si apre un nuovo tempo, il tempo dell'uomo, della Chiesa, il tempo dello Spirito. Ma vediamo come sono andate le cose. Cosa è successo in particolare?
Gli apostoli, dopo la morte di Gesù, stanno attraversando un periodo di grave stato emotivo: sono presi dallo sconforto, dalla paura e dalla delusione, e si sono rifugiati tutti insieme nel cenacolo, il rifugio che ricordava loro ancora la presenza di Gesù: si sono rinchiusi all'interno, perché hanno una paura folle.
Gesù lo sa. E allora, prima di ogni altra cosa, deve tranquillizzarli, deve sgomberare il campo dalla paura.
«Venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: Pace a voi». Cioè: non abbiate paura, state tranquilli! Sono io, sono ancora qui, come prima, più di prima.
Hanno bisogno di stare insieme, gli Apostoli; sono ancora terrorizzati. Immagini strazianti sono ancora impresse nella loro mente: hanno visto cosa è accaduto a Gesù e soprattutto come è accaduto, come è stato ucciso. In una società come la loro, in cui l'individuo ha valore soltanto se appartiene ad un gruppo, ad un popolo, ad un'etnia, la paura di ritrovarsi isolati, soli, fuori dal gruppo, rifiutati, esclusi, è quanto di peggio possa loro capitare (è la morte civile). Ma come se non bastasse, hanno il terrore della sofferenza fisica; hanno paura di fare la stessa fine di Gesù; ed essi hanno ben visto che fine gli è toccata: torturato, flagellato senza pietà, crocifisso, morto lentamente sulla croce. Sono immagini che tolgono la tranquillità a persne semplici come loro. E qui, beh, obiettivamente, la gran paura ci sta proprio tutta!
Non dimentichiamo infatti che la paura è una caratteristica umana, una nostra prerogativa; per tutti c'è il momento della paura; anzi ci sono casi in cui la paura di perdere la vita, la paura di morire, arriva addirittura ad annullare nell'uomo il piacere stesso di vivere, può portare a perdere la gioia della vita, a farlo rinchiudere in se stesso; ecco perché, per vivere serenamente, dobbiamo accettare l’idea che la vita prima o poi finirà, inesorabilmente: con o senza tutte le nostre cautele, con o senza tutte le nostre precauzioni. Anzi, dobbiamo imparare a fraternizzare con “sorella nostra morte”, dobbiamo imparare a conviverci, fratelli miei; altrimenti questa nostra vita non sarà mai una vera vita. Sarebbe come morire già da subito. 
Tutto può accadere nella nostra vita: ma il futuro è nelle mani di Dio; e questo mi sembra di poter cogliere dalle parole di Gesù, quando dice: «Pace a voi». State calmi, siate sereni, non temete, non piangete inutilmente! Dovete essere più forti, dovete essere i vincitori della paura; affrontate il mondo: sono io che vi mando: sono io che vi dico «Andate»; «come il Padre ha mandato me, così io mando voi». Anche se avete tanta paura; non ce n’è motivo, andate; andate; non rimanete rinchiusi qui dentro. Uscite fuori, combattete e vincete il mondo!
Ecco, questo ha detto Gesù ai discepoli di allora; e questo Gesù ripete oggi a tutti i suoi discepoli, a tutti coloro che egli continua a mandare per le strade del mondo. Anche a noi, fratelli, Gesù ripete queste parole; perciò ascoltiamolo, diamogli credito; andiamo anche noi, senza esitazioni, nel nostro mondo contemporaneo per vivere e annunciare il suo Vangelo: certo, anche noi abbiamo paura, anche noi siamo trattenuti da mille condizionamenti; ma nulla ci può e ci deve bloccare: non la paura del rifiuto, non la previsione di sconfitte, non il rispetto umano, non il giudizio degli altri; nulla ci deve bloccare, nulla deve congelare il nostro entusiasmo di vivere la vita di Cristo, davanti e a dispetto del mondo.
Del resto, Gesù ci ha dato l’esempio, e questo ci deve confortare e sorreggere; anch’Egli nella sua vita terrena ebbe paura: in certi momenti scappò, in altri si sottrasse alle persone o si muoveva di nascosto o di notte per non farsi vedere. Negli ultimi giorni provò una paura e un'angoscia tali, da “piangere sangue”. Ma andò avanti per la sua strada, nonostante tutto. Non permise alla paura di ciò che gli sarebbe accaduto, al futuro, di bloccarlo. Continuò imperterrito (a “muso duro” dice il vangelo) nel suo viaggio, e arrivò fino in fondo.
Come già gli apostoli nel cenacolo, anche noi abbiamo un luogo in cui sentirci al sicuro; sono le nostre chiese; esse rappresentano per noi un grembo materno che ci protegge: lì ci sentiamo nel nostro ambiente, al sicuro, lì rimaniamo nascosti; ma attenzione, fino a quando rimarremo chiusi lì dentro, non potremo “vedere la luce”, non potremo mai “nascere”, la nostra vita non potrà svilupparsi, non saremo mai adulti, non potremo mai vivere autonomamente il messaggio di Gesù.
«Andate». Animo dunque. Non dobbiamo farci bloccare dalla paura, fratelli. Pentecoste è fidarsi di Gesù, è ascoltare la sua voce che ci dice: “Voi ora uscite perché avete la forza per farlo. Io sono con voi, il mio Spirito è con Voi, è dentro di voi; e con la sua forza ora voi andate fuori nel mondo e fate ciò che dovete fare”.
Ecco, fratelli, è matematico: ogni volta che confidiamo in Dio, che ci fidiamo di Lui, che accettiamo il fatto che Lui è presente nella nostra vita, che è dentro il nostro cuore, noi troveremo sempre la forza di uscire allo scoperto e di vincere tutte le paure, tutte le nostre battaglie.
«Detto questo soffiò e disse loro: Ricevete lo Spirito Santo». Gesù, alitò su di loro. Alitare su qualcuno significa trasmettergli la vita, donargli ciò che abbiamo di più intimo. Il verbo “alitare” (in greco ™mfus£w) è lo stesso usato nella Genesi per indicare l'atto creativo di Dio. Dio ci dona la sua forza, la forza con la quale egli ha agito ed ha amato: la sua forza creatrice. Un gesto meraviglioso, che si presta a due considerazioni.
La prima è che noi abbiamo la stessa forza di Gesù. Quindi prendiamo coscienza di questa forza che ci abita dentro, rendiamoci conto della nostra energia, rendiamoci conto della potenza (lo Spirito) che si è sviluppata in noi e che ci appartiene. Smettiamola di dire: “Siamo peccatori”, “siamo incapaci, sbagliamo...”, e trovare così la scusa  per non far niente. Nossignori, noi siamo potenti perché siamo un tutt’uno con lo Spirito di Dio.  Dire che non possiamo, equivale a negare la potenza di Dio; dire che siamo deboli, fragili, incapaci, significa rifiutare l’azione di Dio, preferendo quella di satana.
Certo, ammettere che abbiamo a disposizione la potenza divina, ci crea un sacco di responsabilità. Forse per questo a volte preferiamo ignorarlo; è meglio far finta di non saperlo. Perché sapere di poter cambiare la propria vita, di poter dire “no” o poter dire “sì” quando serve, di poter agire e influire sull'ambiente che ci circonda, vivere in una parola da altrettanti profeti, beh, è decisamente responsabilizzante.
La seconda considerazione è che tutto ciò che abbiamo dentro di noi in forma germinale, come seme, si risveglia e si produce, come già nella creazione, grazie allo Spirito che lo feconda. C'è infatti tutta una ricchezza, un mondo, una creazione intera che si deve sviluppare in noi. Tutto è in noi come un seme: accettare l'azione dello Spirito, vuol dire essere pronti a prenderci cura dei suoi doni, ossia delle nostre doti, delle nostre qualità, delle nostre risorse, dei nostri carismi. Gli uomini sono pieni di ricchezze ma non le sviluppano. Noi dobbiamo avere nei confronti dei doni dello Spirito le stesse attenzioni che abbiamo nei confronti dei figli: vanno curati, sviluppati, amati, ascoltati; bisogna dar loro spazio, bisogna investire tempo prezioso. Se noi facciamo così, non solo saremo felici ma ci sentiremo ricchi perché noi siamo le nostre ricchezze. Se le amiamo, amiamo noi stessi. Noi dobbiamo essere, come nella Bibbia, la “Genesi” (Gn 1-2), ossia la "creazione" di un mondo che si deve formare, sviluppare; non rimaniamo caos, non declassiamoci a un ammasso indefinito e informe. Noi conteniamo la vita.
Perché l’uomo di oggi è infelice? Perché si preoccupa di milioni di cose, ma non di se stesso. Non gli interessa; è completamente impegnato a produrre ricchezza, a sviluppare l'immagine di sé, il suo apparire, ad accrescere il suo conto in banca. Crea, ma non si crea. Sviluppa, ma non si sviluppa. Fuori è ricco, ma dentro è nella miseria più nera.
E arriviamo al versetto finale: Gesù a questo punto rende consapevoli i discepoli dell'enorme potere che hanno: «A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Qui Giovanni usa due verbi: il primo è f°jmi, perdonare, mandare via, scacciare, rimettere. Il secondo, krto, è trattenere, tenere in pugno, impossessarsi, dominare, avere dominio, spadroneggiare. In altre parole: Voi avete due possibilità: o mandate via o trattenete; o lasciate andare o tenete in pugno. Decidete voi cosa fare.
Conseguenza: il perdono deve entrare nel nostro stile di vita, fratelli; dobbiamo praticarlo sempre, anche nelle piccole situazioni di ogni giorno; e di ferite ne soffriamo a migliaia: uno sgarbo, una battuta irriguardosa, un giudizio negativo, spietato...
Dobbiamo perdonare: sempre; semmai, se lo riteniamo opportuno, possiamo esprimere con calma il nostro disappunto, possiamo far notare educatamente che abbiamo ricevuto un torto senza motivo, ma poi dobbiamo perdonare. Lasciamo che l'amarezza passi, continuiamo a vivere, buttiamoci tutto alle spalle, guardiamo avanti.
Se non perdoniamo, continuiamo a vivere immersi nel passato. Continuiamo a macerarci la mente e il cuore su ciò che doveva essere, ma che non è stato. Accettiamo la realtà, perdoniamo e continuiamo a vivere. Abbiamo questo grande potere, fratelli: non siamo in grado di prevedere ed evitare le ferite della vita, ma possiamo sempre perdonare chi ce le ha causate, perché in quel momento siamo noi che decidiamo cosa fare: se tenere o lasciare andare, se rimanere offesi o perdonare. Possiamo decidere di essere feriti una sola volta, dagli altri, se perdoniamo; ma possiamo decidere di ferirci continuamente da noi stessi, se non perdoniamo. Perdoniamo non per essere bravi ma per essere liberi. Non c'è niente di bravo in chi perdona, perché perdonare è accettare di essere feriti. Ogni ferita è un sasso che ci colpisce. Un sasso ci ha colpito e ci ha fatto male; abbiamo tra le mani questo sasso: che vogliamo farne? Vogliamo vendicarci scagliandolo al mittente? Questo non cambierà la nostra situazione, non ci toglierà la ferita ma ne provocherà una nuova nel nostro fratello.
Vogliamo utilizzare quel sasso per trasformare ogni nostro contatto, ogni nostra carezza, in una sassata per tutti? O vogliamo perdonare? Deponiamo il sasso, fratelli: lasciamolo cadere, lasciamolo rotolare per la sua strada. Se non facciamo così, ci troveremo ogni mattina ad alzarci e a guardare quel sasso. E senza che noi ce ne accorgiamo quel sasso ci penetrerà, entrerà dentro di noi, ci trasformerà, il nostro cuore diventerà come quel sasso; invece di lanciare gesti d'amore, continueremo a lanciare sassate, poiché quel sasso ha dilaniato il nostro cuore, lo ha pietrificato.
La violenza genera violenza. Solo il perdono spezza la catena. Solo il perdono spezza questo automatismo. Il domenicano Henri Lacordaire diceva: “Vuoi essere felice per un instante? Vendicati. Vuoi essere felice per sempre? Perdona”.
Allora, buona Pentecoste, fratelli: lo Spirito riempia il nostro cuore. Quando siamo tentati di non perdonare, invochiamo lo Spirito. Quando sentiamo di non essere abbastanza presi dalla Parola, invochiamo lo Spirito. Quando in parrocchia, nelle nostre famiglie, nelle nostre comunità, non riusciamo a legare con nessuno, anzi finiamo col litigare con tutti per delle immense sciocchezze, invochiamo lo Spirito. Quando gli eventi della vita ci fanno letteralmente perdere la luce e tutto sembra piombare nelle tenebre più fitte, invochiamo lo Spirito. Quando siamo stanchi delle solite nostre scuse, dei soliti luoghi comuni; quando ci accorgiamo che la nostra fede e la nostra carità languono e si defilano; quando l'incendio del Vangelo si è ridotto nel nostro cuore alla brace della consuetudine, invochiamo lo Spirito. Spalanchiamo i nostri cuori e le nostre menti: che lo Spirito entri in noi, fratelli miei, che ci faccia violenza, che scardini tutte le nostre porte ancora chiuse a doppia mandata. Che mandi in frantumi le nostre finte difese, il nostro stupido schermirci; e soprattutto che risvegli nuovamente in noi l'ardore e il desiderio di amare! Amen.

  

mercoledì 1 giugno 2011

5 Giugno 2011 – Ascensione di nostro Signore

«Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».
Oggi la chiesa celebra la festa dell'Ascensione. Gesù lascia questa terra e sale al Padre; si ricongiunge con Lui. Un addio? Neppure per idea: «Io sono con voi, tutti i giorni, fino alla fine del mondo», ci rassicura; per cui oggi possiamo celebrare, oltre l’Ascensione in cielo, proprio la festa di questa “Promessa di Gesù”.
I pochi versetti della pericope di oggi, concludono il vangelo di Matteo. Costituiscono la sua sintesi dottrinale: per capire bene Gesù dobbiamo partire proprio da qui, dalla conclusione della sua vita terrena. Gesù, a causa della sua crocifissione e morte, sembrava un uomo finito, uno che aveva fallito in pieno la sua missione. E invece è proprio da qui che incomincia il suo nuovo modo di esistere su questa terra. Gesù non c'è più ma ci sono gli apostoli. Gesù non c'è più, ma c'è la Chiesa. La Chiesa infatti è la presenza di Gesù nel mondo: Lui “ascende” al cielo, se ne ritorna lassù da dove era venuto, e lascia noi qui in terra, noi, i “nuovi Gesù”.
In questo passo Matteo, in verità, non fa alcun cenno all'Ascensione. Non la nomina neppure. A differenza di Luca, che nel suo Vangelo e negli Atti ne parla ampiamente, non spende una parola per questo evento importantissimo. Si limita a scrivere che Gesù (risorto ovviamente) appare agli undici e dice loro alcune cose prima di andarsene. È una scena di congedo: Gesù se ne va e lascia le sue ultime raccomandazioni, le più importanti, un po' come quando uno muore e lascia il suo testamento spirituale, le sue parole più preziose, che sintetizzano i comportamenti e gli insegnamenti di una vita intera.
Matteo apre dunque il racconto dell’incontro dei discepoli con Gesù in Galilea, sottolineando un loro doppio stato d’animo, un comportamento quanto meno contrastante: dapprima “si prostrano” per adorarlo, ma subito dopo “dubitano” di lui: sembra casuale, ma in effetti è una annotazione magistrale, perché rappresenta esattamente i due volti della Chiesa, il duplice modo di rapportarsi dei cristiani della Chiesa di allora, di oggi, di ogni tempo, nei confronti di Dio: ci sono persone che lo sentono vicino, vivo, presente e dentro la loro vita; ci sono invece altre che dubitano, che sono scettiche, che non si lasciano coinvolgere; interesse e disinteresse: sono due stati d’animo comuni all’uomo. Per questo la chiesa, fatta di uomini, non potrà mai essere l'unione di persone che credono in Dio, tutte allo stesso modo e allo stesso grado. Anni e anni di storia ce l’hanno dimostrato. Noi stessi abbiamo degli alti e bassi: in certi giorni siamo all’apice della fede, crediamo in maniera forte e convinta, in certi altri l'esperienza di Dio si affievolisce, diventa tiepida e vacillante. In certi giorni diciamo: “Dio c'è, lo sento, lo vedo, è vero!” E in altri dubitiamo: “Ma, dove sei? Perché mi fai questo? Che ti ho fatto di male? Perché non rispondi? Perché mi abbandoni?”. La chiesa non sarà mai pertanto una organizzazione perfetta: è un gruppo in cammino, composto da persone deboli, instabili, che provano seriamente, anche se con risultati alterni, di vivere già in questa vita il regno di Dio.
«A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra». Gesù mette poi in chiaro le sue credenziali: chi è e che poteri ha. Egli è il Signore della storia, ed ha un potere assoluto su ogni cosa, su tutti gli eventi e su ogni uomo. Egli è la salvezza per tutti gli uomini, nessuno escluso. Dio è di tutti, Dio è per tutti. Nessun movimento, nessuna chiesa, nessun gruppo può avere in esclusiva la salvezza di Dio. Gli Ebrei stessi ne erano convinti; come pure i farisei che riconoscevano apertamente “noi abbiamo Dio per padre”; salvo poi a macchiarsi di parricidio, di deicidio, uccidendo Dio senza troppi scrupoli.
Ma qui, secondo me, Gesù voleva dire anche un'altra cosa: nelle grandi absidi delle chiese bizantine c'è sempre una grande icona chiamata “Pantocrator”; è Gesù, il Signore di tutte le cose, che governa, che regge, che ordina, giudica, salva il mondo; Egli è seduto in trono, con la mano destra benedicente, e con la sinistra sorregge la Bibbia: il Libro della sua Parola che interroga il mondo e la storia; che interroga ciascuno di noi e che noi stessi possiamo interrogare a nostra volta, per esaminarci e vedere se siamo degni della misericordia divina. “Pantocrator”: un Dio misericordia, ma anche un Dio giusto giudice che castiga. Verrà un giorno in cui saremo messi di fronte a Lui, davanti al suo trono, e ogni cosa che ci riguarda, anche la più segreta e nascosta, verrà resa pubblica: in quel giorno il nostro animo, la nostra coscienza, il nostro cuore, la nostra vita, verranno completamente denudate, svelate, manifestate a tutti. Allora noi ci vedremo, e saremo visti da tutti, per quello che realmente siamo. Ogni nostro bluff miseramente cadrà. Ogni nostra ombra, ogni ingiustizia, ogni menzogna sarà svelata ai quattro venti, ogni bugia scoperta, ogni inganno rivelato, ogni buio sarà messo in luce. Non solo sarà evidente ciò che abbiamo fatto, ma saranno svelati anche i motivi  segreti per cui lo abbiamo fatto. Tutto avrà un nome, tutto una sua fisionomia. Scopriremo allora che dietro a molte “cose buone” c'era solo falsità, ottusità, malevolenza; viceversa, dietro a molte “cose cattive”, scopriremo invece che si celava bontà, altruismo, preghiera, l’ascolto della Parola di Dio. Avremo tante sorprese, fratelli, in quel giorno. Garantito! Ecco perché è tanto importante, già da subito servire Dio, come merita: irrobustendo la nostra fede, vivendo la carità,  ascoltando la voce dello Spirito, accogliendo la presenza di Gesù in noi; Egli c’è: l’ha detto ed è di parola; ci sta sempre accanto, sta sempre nel nostro cuore: dobbiamo semplicemente ascoltare la sua voce. Non illudiamoci, non perdiamo tempo, fratelli, perché di tanta Grazia un giorno dovremo rendergli conto.
Gesù dunque sale al cielo e lascia gli Apostoli sulla terra. Prima era Gesù il responsabile, l'incaricato dell’ annuncio; ora lui non c'è più; ma c'è la Chiesa, fratelli, ci siamo noi, ci sei tu, ci sono io. Siamo noi i nuovi responsabili. Per questo dobbiamo esserne sempre all’altezza, dobbiamo chiederci continuamente: “Ma io… faccio vedere il Cristo? Lo annuncio? I miei comportamenti, i miei gesti parlano di Lui?”.  Capite l’importanza di questo passaggio di ruoli?
Da questo momento in poi, nulla si puà più lasciare al caso; la nostra vita non può essere più la stessa di sempre: essere “spirituali” a tutto campo, infatti, vuol dire anche essere concretamente “materiali”: cioè non possiamo rifugiarci soltanto nello spirituale, nella meditazione, nel colloquio estatico con Dio, ma dobbiamo prenderci cura di questo mondo, calarci in questo mondo, percorrerlo in lungo e largo annunciando il suo messaggio. Lui ce l’ha ordinato!
Sicuramente il mondo sarebbe molto più contento se noi ce ne stessimo per conto nostro, rinchiusi nelle nostre Chiese, impegnati nelle nostre preghiere, nelle nostre liturgie. Per lui l’importante è che noi ce ne stiamo lì, buoni. L’importante è che non usciamo dalle chiese, che non pretendiamo di immischiarci nei “suoi” problemi, di avere voce sul suo squilibrio, vorrebbe che stessimo muti di fronte alle sue conquiste genetiche, che non ci impicciassimo di politiche sociali, di famiglia, di unioni omosessuali e quant’altro; che stessimo zitti di fronte a lavoro nero e sfruttamento minorile. Solo in questo modo potremo essere accettati dai potenti della terra e solo in questo modo, come contropartita, forse interverranno alle nostre feste e parteciperanno alle nostre liturgie.
Ma questo non è il comportamento di Gesù: noi infatti dobbiamo continuamente chiederci: “Cosa farebbe Gesù qui ed ora?” E questo, siamone certi, è l'unico criterio di guida valido in ogni nostra iniziativa, in ogni situazione, di fronte ad ogni persona. Perché noi, fratelli,  siamo il Gesù di questo tempo: non dobbiamo dimenticarlo mai! Lui non c'è più, è vero, ma ci siamo noi per Lui, in Lui e con Lui. E se questa realtà non ci sta bene, beh, allora smettiamola di definirci “discepoli del Maestro”: smettiamola di ingannare noi e gli altri, perché in tal caso non siamo proprio nessuno.
C'è poi il grande invito: “Andate”. “Apritevi”. Una fede chiusa, circoscritta, è una fede morta. La vera fede invece è aperta, dinamica, va sempre avanti. La fede non può sopravvivere guardando solo al passato, fagocitata dalla storia, dal vissuto: il vangelo, la tradizione e il magistero ne costituiscono la base, i presupposti, è vero; ma devono essere anche la molla che la spinge in avanti, verso il domani, verso il futuro, per aprirsi verso il prossimo, espandersi verso gli altri. Solo così la fede produce i suoi frutti.
Pensate ad un padre o ad una madre. Un buon padre, una buona madre, amano sempre il proprio figlio ma in maniera diversa, a seconda dell'età e delle esigenze dei suoi anni. Ad un anno lo coccolano, lo baciano, sono tutti lì per lui. Ma a quindici anni lo devono amare in maniera diversa: concedendogli un po' di libertà, discutendo con lui, entrando magari in conflitto con lui, ma passandogli gradualmente libertà e autonomia. Guai se il padre e la madre amassero sempre nello stesso modo i loro figli, a quindici anni come a cinque. Padre e madre sono sempre padre e madre, ma non possono rimanere nei confronti dei figli sempre gli stessi, con la stessa mentalità, con gli stessi metodi. Sarebbe assurdo, antieducativo, non vi pare? Così marito e moglie sono sempre gli stessi, ma guai se si amassero sempre alla stessa maniera. Quando sono fidanzati si amano in un modo; quando sono sposati in un altro. L'amore è sempre lo stesso amore, ma sono le sue dimostrazioni che cambiano. Anche noi siamo sempre gli stessi, eppure cambiamo con gli anni. Hai voglia!
Tutto ciò che vive cambia, si evolve, va, diviene. Nulla resta immobile nella vita. Meglio: tutto può sembrare sempre uguale, ma nulla mai resta uguale. Anche nei nostri rapporti con Dio avviene così: Dio, è sempre Dio: ma la nostra risposta alla sua chiamata d’amore cambia in funzione dell’età, della sensibilità, della disponibilità. La nostra risposta è proporzionale alla nostra fede: per questo dobbiamo accrescerla, espanderla, approfondirla. Se la nostra fede non cresce, non si matura, non trova nuovi impulsi vitali, muore. Se la chiesa non si evolve, non cresce, non cambia rispetto ai tempi che mutano, muore. Ogni tempo ha le sue sfide. La chiesa statica, che non cambia, che non si accorge dei cambiamenti, delle pressanti necessità dei fedeli di ogni epoca, diventa insensibile, insignificante.
Guardate per esempio l'Europa: la nostra è una fede invecchiata, una fede che si è lasciata accantonare senza reagire, una fede che si trascina stancamente, sulle grucce: ha perso il suo smalto di entusiasmo che la rendeva raggiante, entusiasmante, non ha saputo rinnovarsi nei giovani, ha perso la grande occasione. Qui da noi, inutile ignorarlo, il cristianesimo sta passando, sta morendo, si sta annacquando, perché la fede non si è rinnovata, non è andata, non ha camminato. Per colpa di chi? Anche nostra, fratelli, anche nostra: perché anche noi non abbiamo saputo trasmetterla a sufficienza.
Ma torniamo al testo del vangelo. Cerchiamo di rivedere la scena: Gesù ha davanti i suoi: sono dodici, anzi undici perché uno lo ha tradito; uomini semplici, impreparati, timidi, gente che dubitava. Eppure Egli si è fidato pienamente di questo gruppo di poveri uomini. Un fatto peraltro che ha già avuto diversi precedenti nella storia del popolo di Dio. Un fatto che ci deve far sussultare di gioia, fratelli: sì, perché Dio oggi si fida anche di noi, si fida di discepoli poveracci come noi, si fida di me, di te. Forse prima non ci avevamo mai pensato bene: noi forse non ci conosciamo completamente, ma Lui che ci conosce a fondo, si fida di noi, così come siamo. Del resto è Lui che ci ha creati, e Lui sa perfettamente cosa ha creato. Per questo ci invita a non farci da parte, a non tirarci indietro, vuole che, fidandoci di ciò che Lui ha creato, riconosciamo la nostra dignità di cristiani battezzati. Se noi dicessimo: “Non valgo niente... che vuole da me questo Dio?... non ce la farò mai...”, noi nel nostro cuore bestemmieremmo. È come se dicessimo: “Se sono fatto così, è stato per errore. Dio quella volta era distratto, ha creato una nullità, un incapace”. Non vi sembra che manchiamo di rispetto a Dio? Possiamo noi dare a Dio dell’ingenuo? Se Egli ci ha creati così come siamo, come possiamo pensare che si sia sbagliato? Fratelli, c’è un termine di paragone che è sempre valido: “se crediamo di più in noi stessi, crediamo di più in Dio”. Se ci fidiamo di noi, ci fidiamo di Dio. I discepoli si sono fidati di Dio quando Lui li ha mandati: hanno fatto il salto nella fede, e sono diventati grandi.
«Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». È l’assicurazione sulla vita. È la promessa che conclude il vangelo di Matteo. In altre parole Gesù ci dice: “Nutritevi di me!” Pensiamo per un attimo al creato: tutti i giorni per crescere ha bisogno di alimentarsi, ha bisogno di aria, di sole, di cibo, di acqua. Anche l'amore ha bisogno tutti i giorni di cibarsi, di nutrirsi. L'amore di ieri, oggi non serve più. Oggi è un altro giorno. Il cibo di ieri è servito per ieri. Oggi serve quello per oggi. La fede vive in noi e si rigenera se tutti i giorni noi alimentiamo e nutriamo questo rapporto. Quante volte sentiamo la gente fare domande del tipo: “Ma perché andare in chiesa tutte le domeniche? Perché trovare tempo e spazio per pregare? Perché fare silenzio?”. È come chiedersi: “Perché parlarsi tra marito e moglie, tra genitori e i figli? Perché intrattenere rapporti di carità fraterna e di educazione con il prossimo, con i propri confratelli o consorelle, con chi incontriamo? Perché mangiare ogni giorno?” Ma perché questa è la quotidianità, fratelli miei! Quotidianità significa alimentarsi ogni giorno. Se non ci nutriamo, moriamo. Se non parliamo con chi ci sta vicino, diventiamo degli estranei. Se non ci rapportiamo con i nostri figli, cresceranno senza il nostro amore. Se non concediamo al nostro cuore tempi, spazi e incontri, muore; è inutile lamentarsi, poi. Se non lo nutriamo, il nostro cuore muore. Così, non è Dio che si arrabbia se noi non lo preghiamo, se non ci cibiamo spesso del suo corpo; è il nostro cuore, la nostra anima, la nostra fede che, facendo così, pian piano deperisce e dopo un po' muore. Tutto qui.  
Se noi guardiamo la Bibbia Abramo, Mosè, Giacobbe, Geremia, Isaia, erano uomini che avevano fatto una profonda esperienza di Dio. Avevano un rapporto con Lui profondo, quotidiano, un filo diretto. Gli antichi asceti, amavano ripetere ai loro discepoli che il peccato più grosso dell'uomo è quello di dimenticarsi di Dio: è la superficialità.
La gente fa un sacco di sacrifici per vestirsi, per le vacanze, per l'auto, la casa, il giardino; ma troppo spesso non fa niente per il cuore e l'anima. È come costruire una casa sulla sabbia: non serve a nulla, ricordate? Prima o poi cade. Prima o poi tutti nodi arrivano al pettine. A che serve allora essersi dimenticati di Dio?
Cerchiamo, fratelli miei, di avere ogni giorno un rapporto vitale, forte, con il Signore e vedrete che anche tutto il resto arriverà. Preoccupiamoci del nostro cuore, del nostro amore per gli altri, e il resto verrà da sé.
Dio è con noi ogni giorno, fratelli: nutriamoci. Lui è alla nostra porta, accogliamolo; Lui è nella nostra casa, stiamogli vicino; Lui è nel nostro cammino, incontriamolo; Lui è la nostra guida, il nostro riferimento, seguiamolo; Lui è fuori di noi, perché lo possiamo vedere, è dentro di noi perché lo possiamo sentire; Lui è con noi nel buio, per essere la nostra Luce; è con noi quando siamo soli nel dolore, per essere la nostra Consolazione; Lui è con noi nella gioia, per essere nostro compagno e amico; Lui è con noi negli entusiasmi, nelle passioni e nelle avventure, per essere nostro complice, nostro eroe. Lui era con noi ieri, lo è oggi, lo sarà domani.
Amiamo dunque Gesù: amiamo il nostro Tutto: amiamolo quando lo sentiamo presente, e anche quando non lo sentiamo, perché Lui è sempre vicino, presente dentro di noi; anche quando ci sembra lontano migliaia di chilometri, anche quando lui non si fa vedere né sentire! Amiamolo, preghiamolo, interpelliamolo sempre: perché ─ come ci ha assicurato ─ Lui è sempre con noi, “tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Amen.

  

giovedì 26 maggio 2011

29 Maggio 2011 – VI Domenica di Pasqua

«Pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore».
Il messaggio che possiamo ricavare immediatamente, leggendo il Vangelo di oggi, è che dobbiamo “entrare nello Spirito”: dobbiamo cioè incontrare Gesù, entrare in Lui, vivere di Lui. Parole semplici, facili da capire, ma non altrettanto semplici e facili da mettere in pratica; anche se le occasioni per poter incontrare Gesù in qualsiasi momento della nostra vita, delle nostre giornate, sono numerosissime: basta aprire bene gli occhi. E indossare gli occhiali. Cioè? Dobbiamo indossare gli occhiali della nostra fede, della nostra interiorità, dobbiamo calarci in quella dimensione del nostro io che è lo Spirito: una dimensione che corriamo il rischio di mortificare in continuazione, riducendo il vissuto del nostro cristianesimo a una delirante religione di facciata. Dobbiamo ritrovarlo, lo Spirito, e tenercelo stretto: è infatti troppo facile perdere per strada il suo linguaggio e la sua immagine. Bene: è per questo che Gesù ci promette oggi “un altro protettore”, un altro avvocato, un altro “chiarificatore”. Uno con cui potremo fare fino in fondo la nostra esperienza di discepoli, quella cioè di fare “esperienza di Dio”. Ma andiamo con ordine.
Siamo ancora nel cenacolo. Gesù continua il discorso di addio iniziato domenica scorsa. I punti da precisare sono ancora molti e importanti e devono essere capiti bene dai discepoli.
Domenica scorsa, Gesù annunciava la sua partenza per un'altra vita, per un altro luogo, dove non c'è più da temere e dove c'è posto per tutti. Anzi, lì ognuno ha il suo posto, che è suo, unico e insostituibile. Oggi Gesù ci conferma che Lui se ne va e che qui non vedremo mai più il suo volto: Egli però rimane con noi sotto un'altra forma, in un altro modo, in maniera diversa: mediante lo Spirito, lo Spirito Santo. È sempre il tema del distacco che caratterizza nel Vangelo di oggi, come già in quello di domenica scorsa, il senso di tristezza dei discepoli, del loro sentirsi soli, orfani, pieni di paura (“Non sia turbato il vostro cuore”, Gv 14,1): si sentono improvvisamente smarriti, senza guida e senza riferimento. Il leader, il capofamiglia, il carismatico, se ne va e loro si chiedono se da soli ce la faranno.
Come non capirli? Tutti noi abbiamo bisogno di padri, di maestri, di riferimenti, di leggi, di regole chiare e precise. Ma ─ e Gesù lo sa bene ─ lo scopo di un buon maestro è quello di fare dei suoi discepoli altrettanti maestri. Li vuole crescere, vuol farli adulti, indipendenti, maturi, anche se questo potrebbe comportare il rischio di perderli. Il desiderio di un padre è vedere che i propri figli diventano adulti; è questo che lui vuole ardentemente: perché se li mantenesse sempre bambini, se li costringesse ad avere sempre bisogno di lui, a dover pendere sempre dalle sue labbra, dimostrerebbe di non amare i propri figli, sarebbe come se li usasse, li manipolasse.
Non è possibile rimanere sempre studenti; ciascuno ad un certo punto deve diventare maestro della propria vita. Nessuno può continuare a dire: “Mi hanno insegnato così! Ho fatto quello che mi hanno detto, ho eseguito gli ordini!”. Ma se Dio avesse voluto che non ragionassimo, che non fossimo responsabili, non ci avrebbe dotati di cervello. Gesù anzi ci dice: hai le gambe: cammina; hai gli occhi: osserva; hai le orecchie: ascolta; hai il cervello: usalo.
Di fronte a Lui dobbiamo essere completi e autonomi, non mezze calzette, dei piagnucoloni. La Chiesa deve formare uomini liberi, veri, dalla grande personalità, uomini forti, integerrimi (non come quegli esseri spregevoli, anche tra i preti, di questi ultimi tempi); uomini che sappiano vedere, interpretare la storia, prevederla; uomini alternativi, come lo è stato Cristo Gesù; devono volare alto. E “volare” non significa solo muovere le ali, significa restare in aria autonomamente, senza alcun sostegno. Dobbiamo guardare la luna, fratelli, non il dito che la indica. Siamo noi gli “illuminati”; non abbiamo bisogno di seguire acriticamente quelli che si autodefiniscono tali! Siamo noi che dobbiamo diventare i veri maestri, i veri pastori: Gesù diceva sempre: “Non guardate me, guardate chi sta dietro a me”. E noi, che lo seguiamo, dobbiamo guardare avanti. E vedrete che se non chiudiamo gli occhi, ci vedremo, eccome; se non ci tureremo le orecchie, ci sentiremo molto bene, ascolteremo attenti; se non sclerotizzeremo la nostra mente, capiremo sicuramente la Verità. E se non isoleremo il nostro cuore, vivremo entusiasti l'Amore.
Molti pensano che essere guidati dallo Spirito sia come avere una stazione radio in testa. Basta accenderla e immediatamente ci fa sentire quello che ci serve. Basta premere un pulsante e sapremo subito cosa fare; tutto viene di conseguenza: siccome nel matrimonio c’è la presenza dello Spirito, allora automaticamente tutti gli sposati sanno cos'è l'Amore; siccome nell’ordinazione di un prete c’è lo Spirito, allora tutti i preti conoscono perfettamente Dio; siccome quando preghiamo, lo Spirito è al nostro fianco, allora tutti sappiamo sempre cosa fare. No fratelli, non funziona così!
La stessa Chiesa sbaglia se pensa di dare ai fedeli un Dio già pronto, un Dio già bello e confezionato, un Dio soltanto da credere, pregare, temere, amare; non è così, la Chiesa deve solo insegnarci a scoprirlo Dio, a cercarlo, a trovarlo, ad amarlo; perché solo chi cerca Dio, il vero Dio, quando lo trova non lo lascia più.
Il Cristianesimo infatti non ci offre un Dio in confezione regalo, ma ci insegna a cercarlo tra mille difficoltà: per questo delude molti. Il Cristianesimo non ci dà regole di vita, da tenere incorniciate sotto vetro, ma ci invita a viverle! Non ci dà la vita tout court, ma ci dice di vivere la Vita, scoprendo noi stessi, scoprendo la realtà che ci circonda, e ad incontrare Dio.
Oggi la gente è innamorata delle “guide”: maghi, indovini, santoni, guru; è innamorata di chi ci dice sempre in anticipo cosa fare, come comportarci, quello che è giusto o non è giusto per noi. La gente ha rinunciato all’autonomia intellettuale: preferisce essere condotta per mano come un bimbo, avere degli idoli già pronti, dei miti da seguire, da imitare, da copiare (basti pensare a quei poveri cretini che si esibiscono quotidianamente sui media con desolanti parodie del sacro!); ha bisogno di qualcuno cui affittare il proprio cervello e la propria vita. È così che prolificano i falsi profeti, i buffoni e i clown che pretendono di essere altrettanti Dio, di essere dei santi carismatici, con poteri soprannaturali di decisione sulla fede, sulla testa e sulla vita degli altri; controfigure che dicono con voce suadente: “Fai così. Fai come ti dico io, perché io so”.
Ecco dunque perché Gesù ci ha assicurato lo Spirito Santo: proprio perché diventassimo noi dei maestri, noi i responsabili della nostra vita. Dio è già dentro di noi con lo Spirito, Egli è il nostro Maestro; è Lui la nostra guida. Nessun altro! Che dobbiamo fare allora? Impariamo, ascoltiamo, assimiliamo, stimiamo e apprezziamo le persone, curiamo la nostra formazione; ma poi cresciamo, diventiamo responsabili della nostra vita. Dobbiamo saper rispondere e “dare ragione” a tutti, di ciò che diciamo, di ciò che facciamo, di ciò che crediamo: come ci raccomanda Pietro nella seconda lettura. Non basta infatti vivere la propria fede e chiarirla a noi stessi; occorre essere in grado di chiarirla anche agli altri, agli increduli, ai diversi, a chiunque ce ne chiede ragione. Perché chiunque ha il diritto di chiederci in chi crediamo, il motivo del nostro credere; a tutti dobbiamo dimostrare che il nostro messaggio è valido, possibile da realizzare, e che offre una risposta esauriente agli interrogativi della vita; dobbiamo testimoniare con i fatti le parole della nostra fede e della nostra speranza. Quindi non basta vivere, ma bisogna saper vivere, saper dire, saper giustificare, saper dare un riscontro tangibile a ciò che viviamo e a come lo viviamo. Questo è il motivo per cui il nostro comportamento, il nostro stile di vita, quando è radicalmente fedele allo Spirito, è un comportamento di rottura, un comportamento sempre contro corrente, in disaccordo con gli schemi del “mondo”: perché il “mondo”, come dice Gesù, non può relazionarsi con lo Spirito, in quanto «non lo vede e non lo conosce».  Ma cos’è questo “mondo”? Il “mondo” è per Giovanni, come la “carne” per Paolo, la vita vissuta dall’uomo-carne (in contrapposizione con l’uomo-spirito), che non sente in sé la presenza di Gesù; è la vita dell’uomo che pretende di vivere autonomamente illudendosi della e nella propria autosufficienza. È il vivere “senza Dio” come se Cristo non esistesse e non fosse mai esistito. Dio invece, anche se oggi non è più "visibile", vive e continua a vivere in noi, attraverso di noi, con il suo Spirito. Per questo una grande responsabilità ci attende, fratelli: perché noi, lo Spirito di Dio, possiamo rianimarlo o lasciarlo morire.
«Fra un poco non mi vedrete più». Cioè: “sto per morire, mi stanno venendo a prendere per uccidere”. E aggiunge: «Ma voi mi vedrete perché io vivo, vivo in voi e voi vivrete». Gesù, sentiva che gli apostoli gli volevano bene. Anche se erano uomini pieni di paura, gretti, a volte duri a capire; però gli volevano bene, e questo bastava. Gesù sentiva  che le sue parole facevano breccia nel loro cuore, che la sua vita li affascinava, che erano innamorati, anche se impauriti, del suo messaggio. Gesù sentiva che quello che i suoi dodici amici avevano visto, fatto, sentito, provato con lui, era entrato dentro al loro cuore, era parte di loro e non avrebbero potuto dimenticarlo mai. Non avrebbero potuto più perderlo.
La stessa cosa deve succedere anche a noi, fratelli: perché quel Gesù che ci ha amato per davvero, sarà sempre con noi, vivrà in noi; quel Gesù che ci ha guarito dalle nostre catene, rimarrà per sempre con noi; quel Gesù che ci ha aperto gli occhi, chi ci ha fatto vedere la verità, che ci ha appassionato il cuore, rimarrà perennemente con noi, in noi.
In che modo però possiamo dimostrare di tenere tanto a Lui? Osservando i suoi comandamenti: «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama», dice Gesù.
Giovanni parla di comandamenti: e noi li colleghiamo immediatamente ai “dieci comandamenti” del catechismo; ma a pensarci bene, Gesù ci ha lasciato un solo comandamento, ammesso che si possa chiamare così anche questo: “Ama il prossimo tuo come te stesso”. Un “comandamento” improprio, infatti: perché in realtà l'amore non si può comandare, non si può ordinare a nessuno di amare: l'amore nasce spontaneamente, in piena libertà. Nessun genitore può dire ad un figlio: “Amami”. Può sperarlo, desiderarlo, può augurarselo. Ma non può costringerlo. L'amore vive solo là dove c'è libertà. Gesù quindi non ha “comandato” di amare, non l’ha mai “ordinato”; lo ha semmai consigliato. L’unico comandamento vincolante per chi vuole seguirlo è infatti quello di “vivere come Lui”, di “seguirlo”, di diventare, cioè, come Lui, uomini veri, liberi, trasparenti, pieni di vita e di Dio. Essere in una parola “genuini”: perché ci possono comandare di essere onesti nella vita, nel lavoro, ma se non viviamo l'onestà per rispetto di noi stessi, non sarà una vera onestà; sarà magari frutto di paura (di essere scoperti!) ma non frutto di amore. Possono ordinarci di andare a Messa tutte le domeniche, ma se non sentiamo dentro di noi che questo ci fa bene, che nutre la nostra anima, che ci rende più cristiani e più maturi, noi continueremo si ad andare, ma per evitare le chiacchiere e le critiche degli altri, non per amore; andremo per obbedire ad un precetto, ma non per libera scelta; andremo per essere cristiani in regola, ma non discepoli di Gesù. Così pure possono comandarci di andare agli incontri sul Vangelo, alle Lectio divine, agli incontri di formazione e di carità, ma se non sentiamo dentro di noi la bellezza, la verità, la ricchezza di queste esperienze, se non le cerchiamo noi spontaneamente, ci andremo certamente, ma tutto ci scivolerà addosso, non ci passerà nulla, ci stancheremo subito e condiremo il tutto con ricchi sbadigli. Se lo facciamo su comando, lo facciamo per “paura”. Se lo facciamo per amore, vivremo di Amore. Del resto possono ben dirci di rischiare, di osare, di puntare più in alto nella nostra vita, di essere aquile, ma se abbiamo paura di volare, se non sentiamo alcun richiamo delle altezze, della bellezza del volo, ci sforzeremo anche, ma non arriveremo mai a niente. Perché non potremo mai fare di una gallina un'aquila.
Fare dunque le cose per forza, perché qualcuno ce l'ha ordinato, non ci fa crescere, anzi ci rende solo più impauriti, più legati e dipendenti. Noi possiamo crescere solo se facciamo le cose per amore: magari faticando, soffrendo e sudando; ma solo facendole per amore, sentiamo che ci fanno bene e ci riempiono il cuore. Se vogliamo fare di un uomo un buon suddito, diamogli delle regole e facciamo in modo che obbedisca. Ma se vogliamo farne un uomo libero, un uomo onesto, un cristiano, amiamolo!
Gesù ci ha promesso lo Spirito: «Il Padre vi darà un altro Paraclito». Ora, in greco “Paraclito” significa “Avvocato”, colui che è chiamato in causa per difenderci, che sta con noi quando siamo soli; ma vuol dire anche “Consolatore”, colui che ci aiuta, che ci protegge, che ci sta vicino, che non ci lascia soli. Quante volte, fratelli miei, siamo convinti di essere completamente soli, persi, in balia di un “mondo” che vive cose totalmente diverse dalle nostre, in balia dei nostri dubbi, oppressi dalle nostre insicurezze! È proprio allora che il Consolatore ci dice di aver fiducia, di non disperare, ci assicura che metterà sulla nostra strada un qualcuno che ci capirà, che ha la nostra stessa sensibilità; qualcuno che ci aiuterà, ci difenderà, ci proteggerà; qualcuno che entrerà nel nostro mondo, lo comprenderà, e consolerà il nostro cuore. È sempre stato così, fratelli: i Santi ce lo insegnano. Dio non ci ha abbandonati, ci ha lasciato il suo Spirito. Se noi ci fidiamo di Lui, sarà impossibile sentirci soli.
Concludo sottolineando ancora la forza e la gioia del messaggio di oggi: essere certi che al nostro fianco abbiamo un “altro Paraclito”, un Consigliere che coinvolge Gesù nella nostra vita, un Consolatore che lo fa entrare dentro di noi e che ci fa vedere la nostra vita e il prossimo che ci circonda con i suoi occhi; un Avvocato che fa di Cristo lo scopo, il progetto e il criterio della nostra esistenza. Bene. Consapevoli di ciò, accogliamolo allora, fratelli, questo Paraclito; accogliamolo dentro di noi, apriamogli le braccia e il cuore, accettiamo i suoi suggerimenti, i suoi insegnamenti. Viviamo uniti in Lui con Cristo, nell’amore del Padre. Come? Amando, fratelli miei. Semplicemete amando. Perché lo Spirito è Amore. La nostra fede è protesta all'Amore: lo suscita, lo presuppone, lo incarna in noi. È lo Spirito Amore che tiene unita la nostra vita, con le sue contraddizioni, con i suoi fallimenti. È lo Spirito Amore che la motiva e la indirizza. È lo Spirito Amore che si realizza in noi quando amiamo i nostri fratelli. Tutto questo è lo Spirito Amore. E questa, fratelli, è la buona notizia di oggi. Amen.