venerdì 26 dicembre 2025

28 Dicembre 2025 – LA SANTA FAMIGLIA


Mt 2,13-15.19-23 

I Magi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo». Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Dall’Egitto ho chiamato mio figlio». Morto Erode, ecco, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nella terra d’Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino». Egli si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra d’Israele. Ma, quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nella regione della Galilea e andò ad abitare in una città chiamata Nàzaret, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: «Sarà chiamato Nazareno».

Oggi, festa della Santa Famiglia. Quando pensiamo alla famiglia di Gesù, siamo portati a pensare ad una minuscola comunità esente da ogni difficoltà e contrarietà. Di essa ci è stata talvolta tramandata un’immagine paradisiaca, celestiale. Invece era una famiglia come tante altre; anzi, a ben vedere, una famiglia con più problemi di tante altre: una madre rimasta incinta non si sa come; un padre che, dopo la nascita del figlio, scompare (che fine ha fatto Giuseppe nel vangelo?); un figlio molto difficile da capire, che finisce col diventare sovversivo e rivoluzionario; una famiglia, che per sfuggire il pericolo di soccombere, è costretta a scappare, a fuggire dalla propria terra e a rifugiarsi in Egitto. Beh, se non è “anomala” questa famiglia, non lo è davvero nessuna! 
A volte si vedono famiglie che dal di fuori sembrano il paradiso in terra, la perfezione concretizzata. Sembra che tutti si amino, che tutti siano felici, che tutte le cose vadano per il meglio. Sembra! 
Invece quante difficoltà! Quanti problemi covano sotto l’apparenza esteriore. Quanta pazienza è necessaria per far quadrare il cerchio! Del resto le difficoltà le avevano anche Gesù, Maria e Giuseppe, nel piccolo paesino di Nazareth: ed essi erano veramente santi! Perché allora noi, che non siamo proprio dei santi, dovremmo esserne esenti? 
La famiglia non è il luogo della perfezione assoluta, dei sorrisi paradisiaci, del “tutto va sempre bene”; la famiglia è, certamente, il luogo dove possiamo abbeverarci d’amore; ma sempre di amore umano si tratta; il quale, come sappiamo, è quello che è, parziale, limitato, mai perfetto, perché legato alla fragilità umana; anche se è tremendamente bello, intenso, importante, che solo quando non c’è più, se ne capisce il valore. Purtroppo anche se molte famiglie si ritrovano insieme a mangiare, anche se siedono sempre attorno allo stesso tavolo, non sono “famiglia”. C’è infatti la famiglia-autogrill in cui uno mangia e poi scappa; c’è la famiglia-caserma, in cui uno ordina, uno comanda, e gli altri devono eseguire; c’è la famiglia-albergo in cui tutto è perfetto, ordinato, ma non c’è vita, non si ride, non si scherza, non ci si racconta e non ci si ascolta; si può parlare solo di certe cose e guai alzare la voce o ridere fuori tempo; c’è la famiglia-sky-tv dove il padre guarda la partita o il telegiornale e tutti gli altri devono stare in silenzio. 
Nella nostra società ci sono molte case, molte abitazioni, ma poche famiglie. C’è la casa al mare, in montagna, all’estero; c’è una “seconda casa” che è il pub, l’osteria, la piazza, dove quasi sempre non c’è nessuno che ci ascolta, nessuno con cui ridere, con cui piangere, con cui mostrarsi per quello che si è. Tante case, tante stanze, tanti locali diversi ma nessuna “famiglia”. 
Perché per esser famiglia non basta stare insieme, mettersi insieme, vivere sotto lo stesso tetto. Ci vogliono soprattutto due genitori esperti, formati, consapevoli del proprio ruolo.
Ora, se per i bambini c’è la scuola materna, per i ragazzi la scuola elementare, media, superiore, l’università; se per andare in auto c’è l’autoscuola, se per fare un qualsiasi lavoro (anche l’operatore ecologico o l’assistente domiciliare) ci sono corsi di formazione, al contrario per educare, formare i genitori non c’è nessuna scuola. Perché non dovrebbero andare a scuola anche loro? Chi insegna loro? Da chi imparano? Perché si ha la pretesa di saper fare il genitore, solo per il fatto che si hanno dei figli? 
Eppure una scuola, un esempio di famiglia, c’è: è quella che festeggiamo oggi; è quella che, con l’esempio, ci ha insegnato a superare tutte le difficoltà, che ci ha indicato con l’esempio quei principi fondamentali che ciascun genitore dovrebbe praticare e trasmettere ai propri figli: l’amore, la pazienza, l’umiltà, la sopportazione, la preghiera.
Tutti siamo chiamati ad imparare a questa scuola. Perché una famiglia che non trova occasioni, momenti di crescita spirituale è destinata ad appiattirsi, e prima o poi si esaurirà.
In tale contesto, il vangelo di oggi ci presenta i primi giorni della vita terrena di Gesù.
La storia del piccolo Gesù ci ripropone un po’ quello che, in qualche modo, è il “destino” di ogni bambino. Ogni bambino ha un suo “Erode”: per crescere deve soffrire, superare difficoltà, conflitti, umiliazioni. Ogni bambino deve, in qualche modo, fuggire dalla propria abitazione, da quello che lui è, dalla profondità del suo essere, ed emigrare, diventare adulto, diventare un altro. E tutto questo per salvarsi, per affermarsi. Ogni bambino, fortunatamente, ha una forza interna, la forza del suo voler vivere ad ogni costo, che è più grande di tutte le forze contrarie, avverse e che gli permette di tornare sempre nella “sua casa”, nella terra promessa.
Soffocare, uccidere il bambino che è in noi, è la più grande tragedia della vita, è la vera strage degli innocenti: perché egli è quella parte di noi che sa stupirsi; che sa amare pienamente, completamente, sinceramente, che si dà senza trattenere niente; è la parte di noi che sente, che ascolta, che vive tutto con intensità, che nel bisogno sa chiedere aiuto, che non si sopravvaluta, che conosce i propri limiti; ma è anche quella parte di noi che è felice, che danza, che canta, che ride, che gioca, che si sporca, che si butta per terra, che se ne frega di cosa dice la gente.
È così bello lasciarsi andare! Perché è la vita che è bella! Dobbiamo soltanto vincere la paura del nostro “Erode”: che però, a ben guardare, è lui che ci teme di più!
La festa di oggi infatti è anche la paura di Erode per un bambino: che cosa può fargli un bambino? Eppure Erode è terrorizzato da quel bambino, ha paura a lasciargli spazio, ha paura che cresca, che prenda forza; ha paura di non saperlo più controllare. E non sa che quello che lui condanna e cerca di uccidere è, invece, la sua stessa salvezza, è il suo Salvatore. 
La strage degli innocenti si compie pertanto ogni volta che noi lasciamo morire, che ci dimentichiamo delle urla, delle violenze, del pianto, della tristezza del “nostro” bambino: ed altri innocenti (che non c’entrano niente) saranno costretti a subire la nostra collera, il nostro disagio, la nostra rabbia. E saranno proprio i nostri figli, i nostri amici, le persone che amiamo, quelli di cui diciamo: “Con loro sarà diverso!” (e non lo sarà!), che subiranno tutta la nostra collera, il nostro dolore e il nostro disagio, perpetuando una catena senza fine.
Guardare quel nostro “bambino”, è tornare a guardare oltre le nostre deformità, a quando i mali e i condizionamenti subiti, non avevano ancora segnato il nostro vissuto. È tornare a vederci come siamo usciti dalle mani di Dio. È poterci vedere nella nostra unicità, nella nostra bellezza, nel nostro esistere per un motivo ben preciso. È vedere che veniamo dall’alto, da Dio. È vedere che c’è una parte di noi che nessun Erode potrà mai distruggere. È trovare la forza, un punto d’appoggio, per ripartire. Perché solo rialzandoci dalle miserie della vita,
potremo vederci come Dio ci ha pensato, prima che il nostro volto si sfigurasse: solo allora potremo vedere la nostra infinita bellezza, la nostra grandezza e preziosità, e ci sarà chiaro che siamo angeli, che siamo figli di Dio. Chi riesce a vedere il bambino che egli era, riesce a capire finalmente cosa vuol dire che Dio si è fatto carne, uomo, in lui, in noi, in tutti: e lo vede concretamente! Amen.

   

giovedì 18 dicembre 2025

21 Dicembre 2025 – IV DOMENICA DI AVVENTO


Mt 1,18-24 
Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati». Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele, che significa Dio con noi. Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa.

Quella notte per Giuseppe non fu certamente facile! Lui i suoi progetti li aveva, eccome. Progetti modesti, da giovane artigiano: la bottega andava bene, merito della sua bravura e della sua affabilità con i clienti. Certo, non era una gran piazza, Nazareth, ma col tempo, chissà, avrebbe potuto ingrandirsi e, addirittura, trasferirsi nella vicina Sefforis. Da lì a poco avrebbe preso in casa la sua promessa sposa Maria, che tutti gli invidiavano per la bellezza e la sua naturale modestia. Insomma, per Giuseppe, il pensiero di una famiglia con quella ragazza che gli aveva rapito il cuore, era fonte di gioia incontenibile.
Improvvisamente però, tutti i suoi progetti vengono frantumati da un evento incredibile, impensabile: la gravidanza di Maria; lui sa di non esserne il responsabile, e questa certezza lo getta in una tremenda angoscia. Ma come: Maria? Proprio lei? Com’è potuto accadere?
Ovviamente soltanto lui è a conoscenza di quel figlio non suo. E allora, cosa deve fare? Non è questo, certo, il tempo per covare rabbia, né per autocommiserarsi; deve solo agire: ma come? Seguire la prassi, denunciandola alle autorità, e abbandonarla al suo destino? Lui sa bene che il destino delle donne adultere, in Israele, è la morte per pubblica lapidazione. No, non può fare questo a Maria.
È ormai molto tardi; la notte lo attende con le sue ansie tremende; è ancora completamente sveglio, e nel suo continuo rigirarsi nel pagliericcio, orribili visioni del domani continuano a gettarlo nella disperazione più cupa. Ha sempre davanti agli occhi il volto sorridente di Maria: non riesce a capacitarsi, non vuole arrendersi all'evidenza, alla realtà. Il suo orgoglio di maschio è sicuramente ferito, ma nulla può demolire l’amore granitico che egli nutre per la sua giovane sposa. La sua mente, ora, è tesa, concentrata nel valutare ogni possibile alternativa. Finalmente una soluzione gli sembra meno traumatica: al rabbino avrebbe dichiarato di essersi stancato di Maria, di non amarla più, per cui intendeva annullare il contratto matrimoniale. Maria ne sarebbe uscita con l'onore compromesso, è vero, ma avrebbe avuto salva la vita. Ecco, sì, questa è l’unica strada percorribile.
Sul fare del mattino, sfinito dai dubbi, dal dolore e dall’angoscia, Giuseppe cade in un sonno profondo. Ed è qui che Dio irrompe nella sua vita: un angelo improvvisamente si materializza nel sonno, e gli parla di una missione che lui doveva necessariamente compiere, di un figlio di Maria che doveva nascere per salvare il mondo, che pertanto egli doveva accogliere Maria come sua legittima sposa, per proteggere lei e quel bimbo che portava in grembo, perché questa era la volontà di Dio, l’Altissimo. Certo, Maria era già la sua sposa, ma Dio dall’eternità si era innamorato di lei, e aveva scelto il suo grembo verginale per la nascita del Verbo, suo Figlio.
Giuseppe, di fronte a quella figura autorevole, tace; rimane in ascolto, sbalordito, senza parole; non reagisce, non discute, non chiede neppure qualche spiegazione o altre informazioni. Ascolta e basta: ma nello stesso istante, ancora nel sonno, Giuseppe abbraccia e fa suo quel “progetto eterno di Dio”, anche se non era quello il “suo” progetto, anche se non lo riguardava, se non gli apparteneva: ma questo lo ha reso grande agli occhi di Dio, e agli occhi degli uomini, l’uomo esemplare dell'ascolto e dell’obbedienza a Dio!
A questo punto, in un sussulto, si sveglia: è improvvisamente sereno; i pensieri tenebrosi sono scomparsi, dissolti dalla luce del mattino: ora Giuseppe ha riacquistato tutta la sua lucidità, la sua forza, il suo entusiasmo, la sua fede: se Maria ha accettato di prestare il grembo a Dio, lui, Giuseppe, è pronto a fare da padre a quel Dio che nascerà uomo da lei. Non gli servono altre spiegazioni; ha capito che Dio vuole entrare nella storia umana, e che per farlo, ha scelto di servirsi della sua giovane sposa come madre, e di lui, come solerte figura paterna, nonché “garante” del progetto divino.
Matteo, ottimo conoscitore dell’animo umano, ci tiene a sottolineare che Giuseppe è un uomo “giusto”: è cioè corretto, autentico, di grande onestà morale; uno che non giudica dalle apparenze; uno che accetta all’istante, senza recriminazioni, il disegno salvifico del suo Dio; è un “giusto” perché, nella generosità del suo cuore, accetta di condividere con Lui la sua sposa immacolata; è “giusto” perché, scrupoloso “custode” di quel progetto soprannaturale, si oppone alla follia umana dominante, al giudizio di morte della gente “ignorante”; è “giusto” perché aderisce responsabilmente, con entusiasmo, alla prospettiva di assumere, di fronte all’intera umanità, il ruolo apparente di “padre” per un nascituro divino, per un “debole” e “indifeso” Dio bambino. Per questo egli è l’uomo “giusto”, l’icona perfetta della santità per quanti, in ogni tempo, tenteranno di seguire umilmente, tra infinite difficoltà, gli insegnamenti di quel “suo” Figlio divino, che è vissuto amando tutti gli uomini, individualmente.
Purtroppo, però, ci sono uomini che, diversamente da Giuseppe, polemizzano, discutono, contestano, bestemmiano il loro Dio; nel loro farneticante delirio rifiutano il suo amore, disconoscono la sua grazia, respingono la sua rassicurante presenza, il suo aiuto misericordioso; inebriati di falsa onnipotenza, di illusoria autosufficienza, si prostituiscono alle stolte divinità di questo mondo, sperperando la loro breve e instabile vita.
Non solo: ma quante volte anche noi “cristiani”, rispondiamo svogliatamente alla chiamata di Dio: prendiamo tempo, puntualizziamo, rimandiamo, dimentichiamo. In pratica non lo “ascoltiamo”: e se anche al momento sembriamo disponibili, poi continuiamo a comportarci comunque a modo nostro. “Ascoltare”, invece, significa accettare, significa agire di conseguenza, eseguire con molta umiltà quanto ci viene suggerito: significa accettare la volontà di Dio, farla immediatamente nostra, senza porre condizioni o “distinguo” personali.
Per professarci buoni cristiani infatti non basta evitare di compiere il male; non basta nemmeno essere caratterialmente giusti, onesti, ma dobbiamo saper accettare, volere, amare, fare nostri, quei consigli, quelle indicazioni, che Dio suggerisce alla nostra coscienza. Perché ciò richiede sempre un amore vero, concreto, vissuto: un amore che non sboccia a cose fatte, quando tutto ci appare chiaro, quando tutto è pianificato e sicuro: ma un amore preventivo, un amore che cresce, si sviluppa, si perfeziona in corso d’opera, quando ancora non vediamo alcun risultato certo, un amore che nasce dalla piena fiducia in Lui. Questo è il miracolo che dobbiamo chiedere a Dio nel suo Natale: un miracolo d’amore, che faccia sbocciare nel mondo e nel nostro cuore un amore veramente nuovo, impegnato, operante, positivo. Amen.

 

giovedì 11 dicembre 2025

14 Dicembre 2025 – III DOMENICA DI AVVENTO - (A)


Mt 11,2-11 
In quel tempo, Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». Gesù rispose loro: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!». Mentre quelli se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re! Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. Egli è colui del quale sta scritto: Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero, davanti a te egli preparerà la tua via. In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui».

Il vangelo di oggi ci ripropone la figura del Battista. 
Non più un Battista nel pieno del suo vigore, impegnato a tempo pieno nel predicare, nel battezzare, nel portare i suoi ascoltatori alla “metanoia”, ad una conversione decisa e convinta della loro vita; quello di oggi è un Battista solo, isolato da tutti, sbattuto in carcere da Erode Antipa, tetrarca della Galilea, infastidito dai suoi continui richiami e critiche per il genere di vita peccaminosa che egli conduceva con Erodiade. Un Battista piegato ma non domo, che segue comunque con attenzione, attraverso il racconto dei suoi fedelissimi, l’attività e la predicazione di Gesù: quel Gesù che lui stesso, dopo averlo battezzato nel Giordano, aveva riconosciuto come il Cristo, l’Unto, il Messia di Israele, il Salvatore tanto atteso: “Io ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?” (Mt 3,13-14)
Dalle notizie che i suoi gli riportano, però, quel Gesù Messia gli appare dal carcere completamente diverso da come lui lo aveva annunciato, da come lui se lo aspettava: un Messia giustiziere, esigente, spietato con chi non era in regola, uno che avrebbe punito senza possibilità di appello tutti i peccatori; un Messia che egli aveva descritto servendosi di immagini terribili, come abbiamo sentito domenica scorsa: “La scure è posta alla radice degli alberi: ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco” (Mt 3,10). Oppure: “Brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile” (Mt 3,12). Questo è il Messia secondo il Battista: è così che Gesù si sarebbe dovuto comportare.
Al contrario, il Gesù che i suoi gli descrivono, è completamente diverso, è l’espressione di un Dio Amore, un amore universale, che egli offre a tutti indistintamente: un amore che, come il sole, splende su tutti, buoni e cattivi, o come la pioggia che scende su meritevoli e non meritevoli. Il Dio di Gesù è Amore, è un Dio che non giudica, che non condanna, ma al contrario ama e accoglie tutti.
E qui il Battista, completamente spiazzato, entra in crisi. È tormentato da dubbi profondi: non sa più cosa pensare, cosa credere. Nella solitudine del carcere egli vive la sua grande crisi religiosa.
A questo punto, volendo delle conferme, manda i suoi da Gesù, perché chiarisca la sua posizione: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?”.
Ma Gesù non risponde in maniera diretta, come lui avrebbe voluto: invita invece gli uomini del Battista a riferirgli semplicemente ciò che accade: “i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!”.
In altre parole è Giovanni che deve darsi una risposta: “Tu Giovanni, cosa ne pensi? Cosa ne deduci da tutto ciò?”. Gesù non gli dice “Sì, sono io colui che deve venire” oppure “No, non sono io”. Gesù gli risponde con un collage di citazioni messianiche del profeta Isaia, che lo rimanda a quello che lui effettivamente sta facendo per le strade della Palestina. “Quello che faccio, che provoco, tutto quello che succede intorno a me, ti deve bastare: sei tu che devi tirare ora una conclusione: perché solo da quello che uno fa’, da quello che uno provoca, è possibile capire chi egli sia veramente”.
Ogni altra considerazione è inutile: il nuovo annuncio di Gesù si spiega da solo.
Il passaggio decisivo dall’antica economia della salvezza a quella nuova, rivoluzionaria, di Gesù, è già in atto. A Giovanni sembrerà la fine, una svolta veramente drammatica: ma il crollo delle sue certezze è necessario, per consentire che qualcosa di veramente nuovo e di più vero, possa nascere in lui.
E mentre gli inviati di Giovanni si allontanano, Gesù ne approfitta per parlare del Battista, chiedendo alla folla che lo seguiva: “Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento?” (Mt 11,7). È chiaramente una domanda provocatoria.
L’immagine della canna sbattuta al vento, offre un facile riferimento: a differenza degli alberi che oppongono resistenza alle raffiche del vento, fino ad essere talvolta completamente sradicati, le canne si piegano, seguono passivamente qualunque direzione venga loro imposta, si piegano docilmente ad ogni nuovo corso: la canna scossa, è l’immagine dell’opportunista, della persona che riesce a stare sempre a galla, pronta ad adattarsi ad ogni corrente di pensiero, pur di partecipare al potere.
In pratica Gesù chiede: “Cosa pensate di Giovanni Battista? È forse una canna, un opportunista, un uomo che si china supinamente a chi alza la voce? Assolutamente no: egli è inflessibile, incorruttibile, uno che non è sceso a compromessi neppure con l’amico Erode; anzi decidendo di denunciare pubblicamente la sua condotta immorale, ha ottenuto in cambio il duro carcere”.
Che cosa dunque siete andati a vedere? Un uomo avvolto in morbide vesti? Coloro che hanno morbidi vesti stanno nei palazzi dei re” (Mt 11,8). Altra immagine improponibile per Giovanni. Coloro che vestono “morbide vesti”, abiti sontuosi, di lusso, sono i cortigiani, ossequiosi ma falsi, che pur di tenersi i loro privilegi, sono disposti ad ogni voltafaccia, in grado di cambiare continuamente idea e casacca pur di conservare il loro prestigio, il loro potere. Forse che Giovanni il Battista è come costoro? No!
“Egli è colui del quale è scritto: “Ecco io mando davanti a te il mio messaggero che preparerà la tua via davanti a te” (Mt 11,9). E aggiunge: “non è solo un profeta, ma più di un profeta”. È il messaggero, colui che ha spianato la strada al Messia. È il suo apripista, il precursore; il più grande tra i nati da donna.
Sono dunque queste le espressioni usate da Gesù per tessere l’elogio del Battista. Ma subito dopo fa un nuovo paragone: “Giovanni è sicuramente grandissimo, voi tutti lo sapete: ma il più piccolo di quanti seguono il mio vangelo, la mia nuova comunità, è ben più grande di lui”. Perché? Perché come Mosè ha guidato il popolo verso la liberazione, senza poter entrare nella terra promessa, così il Battista non può entrare nel Regno di Dio della Nuova Alleanza. Non basta cioè essere i più grandi nati da donna, ma per entrare a far parte del Regno nuovo, nella nuova società che Gesù ha fondato, è necessario rinascere mediante un radicale cambiamento personale di mentalità e di vita. Il Battista non ha potuto inserirsi in questa direzione: è morto prima.
Perché nasca in noi qualcosa di nuovo, dobbiamo prima liberarci di ciò che è vecchio, di ciò che ancora esiste, e limita le nostre aspirazioni di cambiamento. Il Battista è certamente un grandissimo personaggio, un profeta che Gesù stesso elogia: ma non è riuscito anche lui a chiudere con la vecchia immagine di Dio, e accogliere il Dio nuovo di Gesù. Non è riuscito a far spazio al nuovo: è rimasto ancorato al passato, per lui sicuro e certo, piuttosto che aprirsi all’incertezza del nuovo, aprirsi totalmente a Gesù. Predicava alle folle un cambiamento radicale, una preparazione risolutiva in vista del Messia, ma quando venne anche per lui il momento di cambiare la sua visione di Dio, non ce l’ha fatta, non ne ha avuto tempo.
In pratica Gesù vuole sottolinearci la pericolosità di un simile comportamento che molto spesso anche noi adottiamo: io sono tranquillo, sono sicuro della mia fede, dei miei sentimenti: sono gli altri che devono cambiare!
È la cosiddetta “sindrome dei buoni”. I buoni sono convinti di stare sempre dalla parte giusta: sono gli altri, i cattivi, che devono convertirsi. I buoni indicano agli altri come devono comportarsi: per cui si esprimono sempre “contro” qualcuno o qualcosa: per loro c’è sempre un “male” da combattere, da eliminare, da estirpare. Solo che non si rendono conto che di fronte allo “scandalo” del Vangelo, di fronte alla novità introdotta da Gesù, non sono soltanto i “cattivi” che devono convertirsi a Cristo, ma anche i buoni, quelli che sono convinti di essere “giusti”, quelli che magari sono “perfetti” solo esteriormente, a termini di legge.
Gesù sa perfettamente che noi siamo buoni, ma anche cattivi. Per questo abbiamo tutti bisogno di amore e di conversione. Di amore, per non sentirci solo cattivi; di conversione, per non sentirci solo buoni e perfetti. Nessuno è tanto buono da non aver bisogno di convertirsi, e nessuno è tanto cattivo da sentirsi indegno di essere amato.
Quando allora nella nostra vita c’è qualcosa che non va, quando tra noi e i fratelli c’è qualcosa che ci divide, smettiamola di ragionare volendo stabilire chi è il buono e chi il cattivo, chi ha ragione e chi ha torto, chi ha agito giustamente e chi ha sbagliato: perché nella vita dove c’è uno che ha ragione, dall’altra parte c’è sempre automaticamente uno che ha torto.
Dobbiamo invece ragionare diversamente: “Senti, noi due abbiamo un problema in comune. Cosa posso fare io per aiutarti, cosa puoi fare tu per aiutarmi? Come possiamo aiutarci insieme?”.
Sì, perché solo con l’amore tutto diventa superabile! L’amore del Dio di Gesù, che è presente in me, in te, in ciascuno di noi.
Quello di Gesù è il Dio della vita, della libertà, della guarigione, del cambiamento. È il Dio che vive in tutti gli uomini, perché tutti sono Sua immagine. È il Dio che inabita ogni creatura: per cui ogni essere umano è mio fratello, ogni creatura è mia sorella. È Lui che ci chiede di “convertirci”, di realizzarci, di trasformare la nostra irruenza interiore in amore cosmico, universale, di diventare noi stessi “tempio” viventi di Dio e “chiesa” dell’Altissimo. Il Dio di Gesù è il Dio della Luce, della consapevolezza: se entriamo in noi, sicuramente ci scontriamo con i nostri mostri, i nostri fantasmi, le nostre paure, i nostri condizionamenti, ma incontriamo anche il Dio dell’amore che ci abita, ci ama e ci chiede di amare. È un Dio impegnativo perché ci chiede di lasciarci coinvolgere, di lasciarci plasmare.
Allora non basta dire: “Io credo” e sentirsi a posto. “Sì, d’accordo noi crediamo. Ma in che cosa crediamo? Com’è il nostro credere? È rimasto ancora allo stadio puerile, infantile, immaturo?”. Sì, perché se non siamo mai entrati in crisi, se non abbiamo mai avuto difficoltà nel nostro credere, allora la nostra è una fede che è rimasta bambina, piena di paure, di ansie.
Per trovare Dio, dobbiamo “lasciare Dio”. Quando noi vediamo che i nostri ragazzi nel crescere abbandonano l’immagine di Dio, non è una cosa terribile: è solo una tappa necessaria per la loro crescita. In realtà non abbandonano Dio, ma solo l’immagine bambina che hanno di Dio. Ciò di cui dobbiamo invece preoccuparci, ciò che purtroppo oggi è molto problematico, è che “dopo” non trovano nulla, non trovano nessun Dio con cui potersi identificare, perché noi adulti non abbiamo fatto nulla per metterli in condizione, un giorno, di trovarlo veramente. Per questo oggi tanta gioventù non crede, non si converte, non cambia vita. Purtroppo segue solo l’esempio che noi le diamo.
Siamo poveri di Dio, è vero; siamo impreparati, insufficienti, distratti, per nulla attenti: ma il “lieto annuncio” di Gesù ci assicura che possiamo ancora vivere esperienze che vanno oltre ogni nostra migliore aspettativa: e non dobbiamo aspettare il paradiso, ma possiamo viverle già quaggiù, su questa terra. Possiamo vivere, vibrare, espanderci, amare, sentirci grati, essere felici, e tutto con una tale intensità da farci piangere, fremere, da farci mancare l’aria.
Allora, perché voler strisciare per terra, vivere come dei vermi, se abbiamo le ali per volare?
Chi si fida di Dio, vive così. Con Dio lo possiamo! Amen.

 

  

mercoledì 3 dicembre 2025

7 Dicembre 2025 – II DOMENICA DI AVVENTO - (A)


Mt 3,1-12 

In quei giorni venne Giovanni il Battista e predicava nel deserto della Giudea dicendo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!». Egli infatti è colui del quale aveva parlato il profeta Isaia quando disse: Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! E lui, Giovanni, portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano cavallette e miele selvatico. Allora Gerusalemme, tutta la Giudea e tutta la zona lungo il Giordano accorrevano a lui e si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati. Vedendo molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: «Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente? Fate dunque un frutto degno della conversione, e non crediate di poter dire dentro di voi: “Abbiamo Abramo per padre!”. Perché io vi dico che da queste pietre Dio può suscitare figli ad Abramo. Già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. Io vi battezzo nell’acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più forte di me e io non sono degno di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala e pulirà la sua aia e raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile». 

Il vangelo di oggi ci presenta la figura di Giovanni Battista: uno che non aveva paura dell’opinione della gente, che lottava per ciò in cui credeva, che aveva il coraggio di esporsi e di pagare di persona per le proprie scelte. Per Gesù, fu una persona di sicuro riferimento.
Anche noi, abbiamo tanti punti di riferimento, modelli esemplari da seguire, da imitare; abbiamo a disposizione persone che, guardandole, conoscendole, ascoltandole, ci prendono il cuore; persone sante che meritano la nostra stima, per la loro forza d’animo, la tenerezza, l’amore, il coraggio di osare: persone, insomma, franche, vere, che non si sono mai svendute al sistema, all’opinione pubblica, al “così fan tutti”. Ma non ci bastano.
Infatti, nel dilagante materialismo della nostra società, possiamo constatare amaramente come troppa gente preferisca idealizzare, mitizzare, esaltare idoli, personaggi decisamente discutibili, personaggi “costruiti”, lanciati da pubblicità insulse, da trasmissioni mediatiche “spazzatura”, prive di ogni dignità; sono gli “eroici” predicatori del nostro tempo, pronti a svendere la faccia, la personalità, la dignità, pur di ottenere un fugace lampo di notorietà, destinato a dissolversi già sul nascere.
Ecco allora che la Liturgia corre in nostro aiuto per offrirci concretamente la possibilità di scelta, di ricorrere, in questo tempo di preparazione al Natale, agli esempi biblici di santità, di dedicarci alla nostra “conversione”, di “tornare indietro”, di mettere un punto fermo alla nostra corsa alienante: in pratica ci dice: “Non svendere la tua dignità per gli scarti, scegli il meglio, vai all’origine, guarda e segui il Battista”. 
In effetti, scegliere il Battista come esempio da “vivere”, piuttosto che una influencer stupidotta o un tarantolato da quattro soldi, significa porsi decisamente su un altro piano, significa distaccarsi dalla mentalità corrente, raggiungere un’altra maturità, inseguire altri ideali!
Gesù stesso ce lo indica: lui stesso fu suo discepolo, lo seguì, si fece battezzare da lui: che sublime meraviglia: un Dio che imita una creatura; una creatura che diventa guida, “maestro”, dell’unico Maestro, degno di questo nome.
È proprio questa creatura, questo maestro, che Matteo ci presenta nel vangelo di oggi: un Giovanni Battista che “predica” nel deserto: ma perché proprio nel deserto? Chi è quel predicatore che oggi va a cercare la “sua” folla di ascoltatori nel deserto? Ovviamente nessuno. E allora, perché Giovanni se ne sta nel deserto?
Semplice: perché il deserto, il “proprio deserto”, è il luogo obbligato in cui tutti devono ritirarsi se vogliono riappropriarsi sul serio della loro autenticità, della loro dignità.
Nel nostro “deserto” siamo infatti assolutamente soli: noi, con noi, e nessun altro; siamo degli invisibili anacoreti. È qui che impariamo a stare con noi stessi, a non dipendere dal giudizio della gente, a non farci contaminare dalle mode, dalle idee, dai luoghi comuni. È qui che possiamo stare, noi e Dio, in completa solitudine, in silenzioso amichevole colloquio: è il luogo ideale in cui metterci di fronte a Lui, specchiarci in Lui, e capire di quanto ci siamo allontanati da quella sua immagine che originariamente ha impresso in noi. È qui, nel deserto, che abbiamo pertanto la possibilità di modificare radicalmente le nostre scelte di vita.
Giovanni Battista vive stabilmente del deserto. È un uomo selvatico, uno che non teme di guardarti in faccia, uno integro, tutto d’un pezzo: non veste riccamente come i “cittadini” di Gerusalemme, la gente bene, i “vip”, i sacerdoti del tempio: ha un vestito grossolano, fatto di pelli di cammello, apertamente in contrasto con le prescrizioni di purezza giudaiche. Ma a Giovanni non interessano le leggi religiose sull’aspetto esteriore. A lui interessa la vita interiore, la coscienza, la Verità. Non mangia i cibi della società ma cavallette e miele selvatico, il nutrimento degli esclusi, degli emarginati. Non ha bisogno di maschere esterne, né di lifting, né di mantenersi giovane, né di mostrarsi “macho”, né di esibire il suo potere o i suoi soldi: perché è un uomo libero, coerente con sé stesso, trasparente, che trova in sé e in Dio la sua unica ragione di vita.
Egli è consapevole della sua missione. È “voce di uno che grida nel deserto: preparate le vie del Signore”. Sa che non sarà ascoltato, sa che lo derideranno, sa che rischia grosso, perché insiste nel gridare a tutti: “Amico mio, se non cambi vita, finisci male!”.
Al mondo, alla nostra società contemporanea, le persone come il Battista non piacciono; eppure ne abbiamo tutti un grande bisogno: abbiamo veramente bisogno non soltanto di persone semplicemente buone, ma di profeti che ci sveglino in maniera rude dal nostro torpore, che ci diano uno scossone, che ci facciano sussultare, che ci stampino in faccia quattro sberle, prima che sia troppo tardi. Abbiamo bisogno di “profeti” veri, autentici, innamorati di Dio; di “profeti” che leggano dentro di noi, che ci scrutino l’anima, che ci dicano chiaramente, in nome di Dio: “Ricordati che se continui così perderai la tua anima. Se non ti apri agli altri, se non perdoni, se non ami, finirai per vivere nell’odio, nell’avversione. Se non smetti di illuderti, di raccontarti “balle”, non ne uscirai più. Se non piangi le tue infedeltà, non proverai mai l’emozione risanatrice del sentirti amato e perdonato. Se non ti prendi cura dell’anima, ti condannerai all’infelicità eterna”.
A volte la loro rude franchezza di santi potrebbe anche ferirci, indispettirci, perché ci rinfaccia apertamente la verità, ci pone davanti a ciò che non vorremmo né vedere né sentire, né condividere. Noi infatti dall’alto del nostro ego, proviamo rabbia, stiamo male, quando qualcuno rimprovera con franchezza le nostre ipocrisie, le nostre miserie, le nostre falsità.
Ma questo è l’amore “duro”, l’amore “vero”, l’amore del vero profeta che ci chiama a tornare nella Verità. È lo stile del “deserto”. Lo stile che rinnova, che fa rinascere, che ci ridona vita vera. E allora, perché ostinarsi a vivere in “città”, nella Gerusalemme del mondo, tutta lustrini e falsità, rifiutando categoricamente l’esperienza del “deserto”?
«Il regno dei cieli è vicino!» ci urla il Battista. Il tempo è breve! Non trastulliamoci con i perditempo di questo mondo, miriamo alto, decidiamoci! Amen. 


mercoledì 26 novembre 2025

30 Novembre 2025 – I DOMENICA DI AVVENTO - (A)


Mt 24,37-44 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata. Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».

Dio arriva quando meno ce lo aspettiamo. Magari lo cerchiamo tutta la vita, o crediamo di cercarlo, e magari stoltamente convinti di averlo trovato, ci adagiamo senza fare più nulla, lasciando che la vita continui a scorrerci addosso, con i suoi desideri, le sue delusioni, le sue scoperte, le sue paure, i suoi entusiasmi e i suoi fallimenti. 
Per questo abbiamo bisogno di fermarci, almeno qualche minuto, per guardare dove stiamo andando, di trovare un filo conduttore che dia un senso a tutte le nostre vicende.
Con l'avvento, tempo di silenzio, di meditazione e di revisione interiore, un nuovo anno liturgico si apre davanti a noi, portandoci al grande appuntamento col Dio in noi: il Natale.
Non il Natale delle vetrine, dei lustrini, della corsa agli acquisti senza senso: uno stravolgimento del vero Natale, una fiera insopportabile della bontà posticcia e fasulla, che ha ridotto il Natale di Gesù ad una festa di compleanno, priva di qualunque espressione d’amore per il festeggiato.
Non è questo il nostro Natale: perché noi abbiamo necessità di incontrare solo quel Dio, che ogni anno cerca di rinascere bambino nei nostri cuori, diventando nuovamente accessibile, incontrabile, con il suo volto sorridente, ben riconoscibile e invitante.
Da oggi iniziamo a leggere Matteo, il pubblicano peccatore divenuto discepolo di Gesù: il suo vangelo, ci accompagnerà e ci incoraggerà sull'impervia strada della nostra conversione.
Gesù, come al solito, è straordinario: il brano di oggi, tipicamente escatologico, non è facilmente comprensibile, e rischia di essere letto in chiave sbagliata; si spiega solo prendendo in esame gli eventi antichi: al tempo di Noè, per esempio, tutti, buoni e cattivi, vivevano nella superficialità: mangiavano, bevevano, si sposavano e facevano figli ma non si accorgevano di nulla, non pensavano a nulla. Tutti vivevano nelle loro illusioni, tutti si guardavano bene dall’accorgersi di ciò che succedeva intorno a loro, dall’aprire gli occhi sul futuro, perché aprirli avrebbe richiesto un cambiamento radicale della loro condotta. Così venne il diluvio e travolse tutti.
“Tenetevi pronti” è dunque l’invito conclusivo, la chiave interpretativa: vegliate, state allerta, pronti, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. In quel giorno, infatti, uno sarà preso, l'altro lasciato; uno incontrerà Dio, l'altro no; uno sarà salvato, l'altro abbandonato a sé stesso. Dio è discreto, modesto, non impone la sua presenza, ma la sua venuta finale è improvvisa, imprevedibile, tremenda. Un chiaro riferimento, ovviamente, all’”eskaton”, alle realtà ultime, al ritorno finale e glorioso di Dio.
A noi però è chiesto, nel frattempo, di prepararci a fare memoria anche di un’altra venuta, meno traumatica e decisamente più consolante, quella di Cristo redentore che, assumendo le nostre sembianze umane, è venuto per riscattare l’umanità dal peccato.
La Chiesa dedica a questo evento quattro settimane: un “tempo favorevole” in cui spalancare il nostro cuore, aprire gli occhi, e lasciar esplodere il desiderio di incontrare Dio. Come?
Le vie sono tante, basta convinzione e buona volontà: da umili principianti, per esempio, cerchiamo di avvicinarci a Lui, ritagliandoci magari uno spazio quotidiano per la preghiera, per la meditazione della Parola; oppure prima di iniziare il lavoro o durante la giornata, facciamo una piccola deviazione per entrare in una chiesa e salutare Gesù Eucaristia; ancora: cerchiamo di aiutare, secondo le nostre possibilità, qualche nostro fratello più sfortunato di noi, con un gesto di solidarietà, una buona parola e così via. Sono piccole cose che, se vissute bene, ci aiuteranno sicuramente a sintonizzare la nostra anima col divino, preparandoci ad accogliere più degnamente l’Emmanuele, il Dio con noi.
Purtroppo in questo periodo veniamo sempre più bombardati da una assillante pubblicità in vista del Natale, che ne stravolge il suo messaggio religioso; immagini di un buonismo fasullo, che esaltano puramente l’aspetto gaudente di una festività senz’anima, ostentato con superficialità e stupidità.
Evitiamo allora che il Dio dei poveri, il Dio che viene per gli emarginati di ogni tempo, il Dio che a Natale non nasce nel sontuoso Tempio di Gerusalemme, ma nella grotta di Betlemme, continui ad essere sostituito da questo mondo con un buonismo sdolcinato e ipocrita. Se gli anziani soli, se le persone abbandonate, se i feriti dalla vita, non hanno anch’essi un sussulto di speranza nella notte di Natale, significa che il nostro essere cristiani, la nostra vita, il nostro esempio, il nostro annuncio di pace divina, sono ancora confusi, ambigui, travolti anch’essi da una inutile corsa al divertimento, alla spensieratezza, al benessere materiale.
Cerchiamo nei prossimi giorni di attesa che sono davanti a noi, di non farci travolgere da questo diluvio di parole e di immagini virtuali. Non lasciamoci fuorviare dalla mentalità edonistica del mondo, che è riuscito a banalizzare la festa sconvolgente di Dio che irrompe nella storia umana per salvarci da morte sicura.
Dobbiamo essere consapevoli di questo dramma che purtroppo si consuma ogni anno: da un lato Dio che si offre e si fa presente, dall’altro un’umanità assente, disinteressata, ignorante, che gli volta le spalle, che non si accorge di nulla: figli di Dio, che non vogliono vederlo.
Purtroppo Cristo può nascere mille volte a Betlemme, ma se non nasce dentro di noi è come se non fosse mai nato.
Per noi credenti, la solennità del Natale deve essere pertanto un pugno nello stomaco, una provocazione, un evento che ci obbliga a schierarci decisamente con Dio che, nella sua comprensione, nella sua dolcezza di Bambino, ci invita alla conversione.
In queste quattro settimane in Chiesa, nella tradizionale corona d’Avvento, viene accesa una nuova candela a settimana: quattro domeniche, quattro candele: per indicare un cammino di luce durante il quale siamo invitati a fare maggior chiarezza nella nostra vita, a far entrare in noi ogni giorno sempre più la luce di Dio, perché possa illuminare i nostri instabili passi.
Quattro candele che acquistano un significato solo se rappresentano un reale avanzamento, ancorché minimo, nel nostro cammino spirituale, se esprimono veramente la luce che rischiara il nostro buio opprimente, che illumina le nostre paure e le vince; se ci illuminano con la luce del Sole, di Dio, che ci dice: “Non abbiate paura, con me nessun buio vi potrà mai ostacolare. Non lasciatevi prendere dallo sconforto, dal pessimismo, dallo scoraggiamento, io sono con voi!”.
Ecco: a questo deve servirci l’Avvento: a riprenderci la nostra dignità di cristiani, per prepararci ad accogliere Colui che vuole abitare in noi, nella nostra “anima”, quel soffio divino del Padre, che “anima” la nostra vita.
Perché questo è tempo di riflessione, di cambiamento, di metamorfosi; un tempo vitale per poterci trasformare da inguardabili bruchi vermiformi, in leggiadre farfalle che si librano in alto, attratte dalla luce del Sole eterno. Amen.

 

martedì 18 novembre 2025

23 NOVEMBRE 2025 – GESÙ CRISTO RE DELL’UNIVERSO


Lc 23,35-43 
In quel tempo, [dopo che ebbero crocifisso Gesù,] il popolo stava a vedere; i capi invece deridevano Gesù dicendo: «Ha salvato altri! Salvi sé stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto». Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei». Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male». E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».

La festa di oggi, Gesù Cristo re dell’Universo, è una provocazione alla nostra tiepida fede, una sfida alla nostra fragile contemporaneità, al nostro cristianesimo miope, fatto di piccoli progetti.
Dire che Cristo è re dell’universo, significa che Lui avrà l’ultima parola sulla storia, su ogni storia, anche sulla nostra breve storia personale. Dire che Cristo è re, significa non arrendersi alla falsa evidenza della sconfitta di Dio in questo mondo; dire che Cristo è re, significa credere al contrario che il mondo, nonostante tutto, non sta precipitando nel caos, ma nell’abbraccio tenerissimo e amoroso del Padre. Dire che Cristo è re, significa creare spazi di testimonianza nel Regno, là dove stiamo vivendo la nostra vocazione alla vita, piccoli spazi dimostrativi, per dire a quanti hanno il cuore e la mente smarriti, “ecco, Dio vi ama”.
Cristo è un re fuori dagli schemi. Anzi: la regalità di Gesù è una regalità che va contro ogni nostra visione di un Re, per di più Dio; perché questo Dio Re è, agli occhi del mondo, il più sconfitto di tutti gli sconfitti, fragile più di ogni fragilità: un re senza trono e senza scettro, appeso nudo ad una croce, un re che necessita di un cartello per essere identificato. Non un Dio trionfante, non un Dio onnipotente, ma un Dio osteso, messo alla gogna, sfigurato, piagato, sconfitto.
Una sconfitta, però, solo apparente, perché in realtà è la più esaltante vittoria dell’amore, un impensabile dono di sé per la salvezza del mondo.
Un Dio sconfitto per amore, un Dio che, contro ogni logica umana, manifesta la sua grandezza nel dono di sé stesso e nel perdono. Lui si è messo completamente in gioco, consegnandosi al mondo: non in maniera nascosta, non misteriosamente, ma in modo evidente, provocatoriamente evidente! Appeso ad una croce, ha giocato il tutto per tutto per piegare la durezza di cuore dell’uomo.
Gesù, è venuto a dirci di Dio, a raccontarci il suo amore, la sua vicinanza, la sua misericordia. Lui, figlio del Padre, ci dona e ci dice veramente chi è Dio. E nonostante ciò, gli uomini ancora rispondono: “No, grazie! Non ci serve un Dio così! Preferiamo un Dio più lontano, magari scostante ed egoista, ma un po’ credulone, che quando serve lo possiamo facilmente convincere con le nostre chiacchiere e tenercelo buono con poco”.
Anche noi, forse, preferiamo farci un Dio simile, un Dio che soddisfi di più le nostre voglie, che ci assomigli di più nelle nostre fragilità umane, che non ci costringa ad una conversione impegnativa, che non ci chieda una adesione esclusiva, ma che si accontenti ogni tanto di qualche piccola attenzione; sicuramente preferiamo un Dio che non condanni le nostre infedeltà, ma semplicemente un Dio che le ignori, permettendoci di campare come meglio ci aggrada!
La chiave di lettura del vangelo di oggi è tutta in quell’inquietante affermazione della folla a Gesù: “Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso”. Frase che Luca fa dire anche ai sacerdoti e ai soldati pagani: perché tutti concordano nel ritenere un segno di debolezza salvare gli altri.
Il potente, così come lo pensa il mondo, è colui che salva sé stesso, che può permettersi di pensare solo a sé stesso, che ne ha i mezzi per farlo, senza bisogno degli altri.
In quest’ottica, Dio è un Dio con cui anche noi non possiamo misurarci: è il più potente dei potenti, Colui che può tutto, che non ha bisogno di niente e di nessuno! È un Dio che è per noi solo la proiezione dei nostri più nascosti e inconfessati desideri, è ciò che ammiriamo nell’uomo potente, riuscito, ricco e sicuro; un Dio con cui possiamo relazionarci soltanto cercando di sedurlo, di blandirlo, di corromperlo.
Ma il nostro Dio sulla croce, non salva sé stesso, non pensa a sé stesso, al contrario pensa a noi, salva noi, ciascuno di noi! Perché è un Dio che si auto-realizza donandosi, relazionandosi, aprendo il suo cuore misericordioso al mondo, a me, a tutti.
I due ladroni crocifissi con lui sul Golgota, sono la nostra immagine, l’immagine del nostro essere discepoli.
Sono due malfattori, due uomini giustiziati secondo le leggi di quel tempo. Quello che subiscono non è ingiusto, come al contrario lo è per Gesù: sono due malfattori, hanno ucciso. Sono uomini che hanno sbagliato a vivere, che hanno fallito, che hanno “mancato il bersaglio” della loro vita (“peccato” in ebraico vuol dire proprio “mancare il bersaglio”). Sanno di aver sbagliato. Il primo dei due non lo ammette e non può ricevere il perdono, il secondo sì.
Il primo infatti sfida Dio, lo mette alla prova: “se esisti fa’ che accada quanto ti chiedo, liberami da questa sofferenza, salva te stesso e noi, salva me”; egli, cioè, concepisce Dio come un re di cui essere semplicemente un suo suddito; ma a certe condizioni, però: ottenendo in cambio ciò che desidera, la sua salvezza in extremis; non ammette le sue responsabilità, non è adulto nel rileggere la sua vita, tenta puerilmente il colpo, se va va. La sua richiesta non è amorevole: trasuda piccineria ed egoismo. Un po’ come il comportamento di tanti nei confronti della fede. “Cosa ci guadagno se credo?”
L’altro ladro, invece, è sconcertato. Non sa capacitarsi di ciò che accade: Dio è lì che condivide con lui la sofferenza. Una sofferenza, la sua, che è conseguenza delle sue scelte; mentre quella di Dio è innocente e pura. Sente e percepisce la sconvolgente realtà di ciò che gli succede: e piange, grida forte il suo pentimento e chiede amore, misericordia, salvezza.
Ecco: questa è l’icona del vero discepolo: di colui cioè che capisce che il volto di Dio è appunto compassione, tenerezza, amore e perdono. Nella nostra sofferenza umana, dobbiamo anche noi riconoscere: “davvero quest’uomo è il Figlio di Dio! Questo è il nostro Dio, questo è il Re che vogliamo!”
Allora, se finora abbiamo vissuto disinteressandoci di Dio, da oggi dobbiamo cambiare. Se finora ci siamo approfittati degli altri, da oggi dobbiamo cambiare. Se finora ci siamo disinteressati delle nostre infedeltà, da oggi dobbiamo cambiare. Se finora abbiamo inveito contro Dio per ciò che ci succede, da oggi dobbiamo cambiare. Se finora abbiamo vissuto nella paura e nella difensiva, da oggi dobbiamo assolutamente cambiare. Perché solo cambiando possiamo immetterci sull’unica via che ci conduce a Dio, sulla via che ci permette di unirci a Lui, nel suo amore. Amen.

 

giovedì 13 novembre 2025

16 NOVEMBRE 2025 – XXXIII DOMENICA DEL T.O.


Lc 21,5-19 
In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta». Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine». Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo. Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza. Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere. Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».

 Il vangelo di oggi per noi moderni è sicuramente di non facile comprensione: riferimenti e allusioni sono oscuri, lontani dalla nostra mentalità. Tuttavia è possibile individuare tre passaggi, su cui concentrare la nostra attenzione, e ricavarne un utile insegnamento. 
Primo passaggio: “alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi…” (21,5).
Sono parole che non si adattano solo al Tempio; forse sono ancor più riferibili ai “frequentatori del Tempio”, cioè a tutti noi cristiani; basta guardarci attorno! Quanti si atteggiano per quelli che non sono; quante volte amiamo esibire in pubblico le nostre “pietre preziose” spirituali, le nostre pratiche religiose, le nostre “buone” opere, la nostra messa, i nostri rosari, le nostre elemosine, ostentando in esse una fede e una carità che forse in realtà non abbiamo; quante volte ci accontentiamo di una pietà che si accontenta di portare al collo costosi ornamenti, come rosari, crocifissi e medaglie varie, piuttosto che coltivare in umiltà e sincerità, nel segreto del nostro cuore, il nostro intimo rapporto con Dio!
Per molti, essere cristiani “praticanti”, purtroppo, si esaurisce qui: ma, dice Gesù, tutto quello che vedete, tutto quello che è esteriore, tutto quello che è esibizione e amor proprio, tutto verrà distrutto; tutto si rivelerà un nulla, senza alcun valore.
Secondo passaggio: “Badate di non lasciarvi ingannare. Molti verranno nel mio nome. Non andate dietro a loro!” (21,8).
Dobbiamo veramente stare molto attenti: oggi purtroppo siamo costretti a convivere con tantissimi pseudo profeti (studiosi, teologi e preti, guaritori, influencer, ciarlatani ecc.); con gente che pur di consolidare il proprio prestigio, pur di avere un “ritorno” mondano, applausi, gloria mediatica, sono pronti a vendersi l’anima, promuovendo la sapienza venefica di satana, piuttosto che il messaggio salvifico di Cristo. Gente dall’apparenza melliflua, affabile, disponibile, cordiale, che si presenta come testimone e dispensatrice dell’amore di Dio, ma che in realtà è diabolica, mirando esclusivamente all’auto affermazione.
Terzo passaggio: Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici…; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto (21,16-18).
Può capitare anche a noi di essere traditi e abbandonati da tutti, ma in ogni caso noi non saremo mai soli. Dio continuerà sempre a starci vicino, pronto a venire in nostro aiuto, anche se lo rinneghiamo, anche se non lo vogliamo. Può succedere qualunque terremoto, qualunque disgrazia: ciò che deve tranquillizzarci è la certezza di avere ogni momento Gesù al nostro fianco. Con Lui vicino non potrà mai succederci alcunché di “male”.
Allora, se siamo convinti di questo, perché preoccuparci tanto? Perché vivere continuamente nell’ansia, nell’angoscia?
L’angoscia, lo sappiamo, è un male tremendo, è un male mortale: è la sensazione di poter cadere ogni istante in un baratro profondo, vittime del male, senza che nessuno possa aiutarci.
È un terrore costante che ci priva di qualunque certezza; è quel sentimento che ci mette di fronte alla nostra impotenza, ai nostri limiti, che ci fa temere un crollo improvviso e totale di tutto ciò che ci circonda.
È un sentimento oggi molto diffuso nella nostra società moderna: noi tutti, in qualche modo, viviamo nell’angoscia: siamo angosciati per il nostro domani, per la possibilità di perdere il lavoro, per non riuscire ad arrivare a fine mese. Siamo tutti ossessionati dalle malattie, dalle disgrazie, dalla possibilità di altre guerre, dalla possibilità di inondazioni, di calamità naturali. E come se non bastasse, in fondo in fondo, quello che più ci angoscia, più ci terrorizza è l’idea della morte: la drammatica e tragica fine della nostra vita, di quando cioè saremo costretti nostro malgrado ad abbandonare tutto, a perdere ogni cosa, a separarci da tutto ciò che siamo, da tutto ciò che abbiamo e amiamo.
Cosa dobbiamo fare, allora, per combattere questa sensazione velenosa? Quale via dobbiamo seguire per ridurre questa sensazione che ci paralizza, che ci rende invalidi?
Per prima cosa dobbiamo portare luce nel nostro buio, non dobbiamo aver paura, cioè, di scoprirci, di mettere tutto il nostro intimo alla luce del Sole divino. Perché più abbiamo cose da nascondere, più le teniamo segrete, più ci sentiamo in colpa per quanto avremmo dovuto fare e non abbiamo fatto, o abbiamo fatto e non avremmo dovuto fare.
Più abbiamo zone buie dentro di noi, più nascondiamo in noi ombre e mostri, più vivremo nell’angoscia; più faremo luce e verità dentro di noi, meno sarà la nostra ansia, meno saremo assaliti dall’inquietudine.
Dobbiamo avere costantemente fiducia in Dio: la fede vera in Dio, è l’esatto opposto dell’angoscia: Lui c’è, Lui ci accompagna, Lui vuole il nostro bene, Lui ci sostiene, Lui ci dà e ci darà sempre forza e coraggio. E questo ci deve bastare. Amen.