martedì 24 marzo 2026

29 Marzo 2026 – DOMENICA DELLE PALME


Mt 26,14-27,66 (passim) 

In quel tempo, uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai capi dei sacerdoti e disse: «Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?». E quelli gli fissarono trenta monete d’argento. Da quel momento cercava l’occasione propizia per consegnarlo. […] Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi. Allora Gesù disse loro: «Questa notte per tutti voi sarò motivo di scandalo. Sta scritto infatti: Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge. Ma, dopo che sarò risorto, vi precederò in Galilea». Pietro gli disse: «Se tutti si scandalizzeranno di te, io non mi scandalizzerò mai». Gli disse Gesù: «In verità io ti dico: questa notte, prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte». […] Pietro gli rispose: «Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò». Lo stesso dissero tutti i discepoli. Allora Gesù andò con loro in un podere, chiamato Getsèmani, e disse ai discepoli: «Sedetevi qui, mentre io vado là a pregare». E, presi con sé Pietro e i due figli di Zebedeo, cominciò a provare tristezza e angoscia. E disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me». Andò un poco più avanti, cadde faccia a terra e pregava, dicendo: «Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!». Poi venne dai discepoli e li trovò addormentati. […] Allora tutti i discepoli lo abbandonarono e fuggirono. […] Gesù intanto comparve davanti al governatore, e il governatore lo interrogò dicendo: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Tu lo dici». E mentre i capi dei sacerdoti e gli anziani lo accusavano, non rispose nulla. Allora Pilato gli disse: «Non senti quante testimonianze portano contro di te?». Ma non gli rispose neanche una parola, tanto che il governatore rimase assai stupito. […] Ma i capi dei sacerdoti e gli anziani persuasero la folla a chiedere Barabba e a far morire Gesù. Allora il governatore domandò loro: «Di questi due, chi volete che io rimetta in libertà per voi?». Quelli risposero: «Barabba!». Chiese loro Pilato: «Ma allora, che farò di Gesù, chiamato Cristo?». Tutti risposero: «Sia crocifisso!». Ed egli disse: «Ma che male ha fatto?». Essi allora gridavano più forte: «Sia crocifisso!». Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto aumentava, prese dell’acqua e si lavò le mani davanti alla folla, dicendo: «Non sono responsabile di questo sangue. Pensateci voi!». […] Allora rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso. Allora i soldati del governatore condussero Gesù nel pretorio e gli radunarono attorno tutta la truppa. Lo spogliarono, gli fecero indossare un mantello scarlatto, intrecciarono una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero una canna nella mano destra. […] Dopo averlo deriso, lo spogliarono del mantello e gli rimisero le sue vesti, poi lo condussero via per crocifiggerlo. Mentre uscivano, incontrarono un uomo di Cirene, chiamato Simone, e lo costrinsero a portare la sua croce. Giunti al luogo detto Golgota, che significa «Luogo del cranio», gli diedero da bere vino mescolato con fiele. Egli lo assaggiò, ma non ne volle bere. Dopo averlo crocifisso, si divisero le sue vesti, tirandole a sorte. Poi, seduti, gli facevano la guardia. […] A mezzogiorno si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: «Elì, Elì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Costui chiama Elia». E subito uno di loro corse a prendere una spugna, la inzuppò di aceto, la fissò su una canna e gli dava da bere. Gli altri dicevano: «Lascia! Vediamo se viene Elia a salvarlo!». Ma Gesù di nuovo gridò a gran voce ed emise lo spirito. Ed ecco, il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo, la terra tremò, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi, che erano morti, risuscitarono. […] Il centurione, e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, alla vista del terremoto e di quello che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: «Davvero costui era Figlio di Dio!». 

Oggi la Chiesa ci ripropone il racconto della “Passione” di Gesù: una rievocazione che ci introduce nelle celebrazioni della Settimana Santa. Gesù è morto per noi. Una verità che ci coinvolge profondamente in tutta la sua importanza, mentre una domanda si impone alla nostra attenzione: il mondo di oggi è ancora interessato a questo evento di salvezza? Noi stessi che ci professiamo cristiani praticanti, ci rendiamo veramente conto della sua importanza? Diciamo di credere che Cristo è morto per redimerci dai peccati e portare l’amore tra gli uomini, ma noi, piuttosto che rimuovere la trave del peccato dai nostri occhi, evitando di commetterne altri, ci preoccupiamo di sottolineare la pagliuzza negli occhi altrui, criticando aspramente le loro debolezze. La società contemporanea dimostra purtroppo di essere completamente insensibile alla nostra redenzione operata da Cristo, a questo dono incalcolabile di Dio; non le interessa, lo ha rimosso dalla mente, dimostrando di non averne alcun bisogno. 
Cerchiamo allora almeno noi, in questi giorni, di meditare su queste verità: lasciamoci interrogare, scuotiamoci dal nostro torpore! Cerchiamo di meditare ogni singolo particolare del sacro racconto propostoci dal Vangelo, ravviviamo la nostra fede, liberiamola dalle torbide e opache patine del tempo, dell’indifferenza, dell’esteriorità, e fissiamo il nostro sguardo negli occhi del Nazareno, innalzato lassù su quel suo patibolo straziante!
Fermiamoci davanti a questa realtà inaudita, inimmaginabile: giorno dopo giorno, ripercorriamo spiritualmente le ultime ore della Sua vita terrena, celebriamone i sentimenti, rimaniamo in ascolto, meditiamo, stupiamoci: il Figlio di Dio si è immolato sull’altare dell’amore proprio per ciascuno di noi; ci ha dimostrato, con il suo sacrificio finale, che “amare” vuol dire “morire”! Una lezione che è la più bella e profonda che l’umanità abbia mai ricevuto: una lezione che, interiorizzata e valorizzata, ci induca a pentirci, a rabbrividire per la nostra ingratitudine!
Oggi dunque Gesù fa il suo ingresso trionfale a Gerusalemme. La gente applaude, agita in alto i rami strappati dalle palme e dagli ulivi, stende i propri mantelli al passaggio del Rabbì di Galilea. Breve gloria prima dell’ignominia, fragile osanna prima del delirio. Ma Gesù sa, sente, conosce molto bene ciò che sta per accadere.
Il giudizio dell’uomo è sempre troppo instabile, la sua fede è troppo vaga, troppo ondivaga è la sua volontà. Ma che importa? Gesù ora sorride, ascolta le lodi osannanti che la folla rivolge a lui, Messia impotente e mite, energico e tenero, affaticato ma deciso.
Non entra a Gerusalemme a cavallo di un puledro bianco, non ha soldati al suo fianco che lo proteggono, nessuna autorità lo riceve: entra in città cavalcando un ridicolo asinello, ricordando a noi, malati di protagonismo, che il potere è tale, solo se esercitato nel “servire”, perché la gloria degli uomini è solo inutile, breve, effimera.
Osanna, figlio di Davide, Osanna nostro incredibile Dio, nostro magnifico re.
Osanna dai tuoi figli poveri e illusi, feriti e mendicanti, Osanna re dei poveri, protettore dei falliti, Osanna!
Matteo descrive meticolosamente quei momenti, racconta le ultime ore della missione divina, racconta lo scontro titanico tra il Dio rifiutato e le tenebre incombenti sull’umanità che suggeriscono a Gesù di abbandonare, di lasciare l’uomo al suo destino (“Padre mio, se è possibile passi da me questo calice”).
Ma poi, tutto diventa miracolo. La morte stessa di Dio si tinge di inattesa profonda dolcezza.
Chiudiamo allora gli occhi, smettiamo di scorrere distratti la memoria, e meditiamo.
Sono molti i personaggi che affollano questo racconto e si muovono intorno a Gesù arrestato, processato e condannato. Ci siamo anche noi: ci riconosciamo un po’ in tutti i vari personaggi, e di certo non ne veniamo fuori bene. La cruda verità che emerge, ci coinvolge profondamente, ci costringe a sentire nell’anima il sapore acre e salato del pianto e del rimorso.
Ci sentiamo coinvolti prima di tutto come “credenti”. È vero: siamo purtroppo dei credenti non credenti; siamo dei credenti “tiepidi”, del “quando mi fa comodo”, del “quando ne ho bisogno”; ma non possiamo assolutamente considerare questa storia di passione e morte come una favola qualunque, una favoletta del “c’era una volta”, e del “vissero tutti felici e contenti”. Non è possibile. La passione di Cristo è una realtà drammatica che ci investe totalmente: nel cuore, nella mente, nella vita; oggi, domani, sempre, sia che lo vogliamo, o che non lo vogliamo; sia che ci sia o che non ci sia qualche Sua immagine a ricordarcelo: perché il Cristo in croce è da sempre e per sempre marchiato a sangue nel nostro cuore!
Siamo noi gli “apostoli”: quelli che Gesù chiama a preparare e vivere la sua ultima cena, per poi continuare a celebrarla anche quando lui non ci sarà più. Soltanto che ci dimentichiamo che è la cena dell’amore e della condivisione fraterna, e ci perdiamo nei personalismi, nel voler dimostrare il nostro “valore”, i nostri meriti, nella perversa ricerca di essere sempre i primi, i più grandi, i più bravi, quando invece Gesù ci ricorda che il vero potere sta nel servire, che la vera grandezza è di farci piccoli tra i piccoli, poveri tra i poveri.
Siamo noi “Simon Pietro”. Abbiamo come lui tanta voglia di credere e di rimanere fedele alle promesse fatte a Gesù: ma basta il cenno di una serva qualsiasi per farci soggiogare dalla paura. Basta un nulla, e ci dimentichiamo immediatamente che Gesù ha bisogno di noi. Ma incrociando il suo sguardo, sentiamo gli occhi riempirsi di lacrime amare, e il nostro viso, indurito dall’indifferenza, ammorbidirsi nell’emozione profonda del pianto e del suo perdono.
Siamo noi “Giuda Iscariota”: quante volte pure noi tradiamo Gesù con un bacio! Tradiamo la sua fiducia, tradiamo il suo amore di Padre; anche quando gli siamo più vicini con il corpo, nell’Eucaristia, il nostro cuore continua ad essergli lontano. Signore, c’è ancora possibilità di perdono per noi? 
Siamo tutti dei “Ponzio Pilato”. Anche se cerchiamo di liberare Gesù perché qualcosa ci dice che è innocente, ci lasciamo condizionare dal mondo. Siamo tante banderuole che si animano con il vento del momento. Non ascoltiamo la nostra coscienza (che è il luogo vero dell’incontro con Dio) ma ascoltiamo soltanto ciò che proviene dall’esterno, dalla gente, dal potere, dai pregiudizi.
Siamo anche noi uno della folla che grida “Crocifiggilo, crocifiggilo”. Gli stessi che qualche giorno prima lo seguivano per osannarlo, per chiedergli una guarigione o un miracolo. Quanto siamo veloci nel cambiare idea! Quanto facilmente ci lasciamo influenzare da chiunque, dalla mentalità comune, dai politicanti, dai tanti “si dice”. Nonostante ciò, Gesù sulla croce, invece di maledirci, dirà: “Padre, perdonali, perché non sanno quel che fanno!” 
Siamo tanti “Cireneo”: presi per caso e senza preavviso, capita anche a noi di aiutare Gesù a portare la sua croce che, per un piccolo tratto, diventa anche nostra. Questo ci deve servire per imparare ad essere sempre disponibili, ogni volta che qualche derelitto ha bisogno di un sostegno, anche momentaneo. È vero, non risolveremo i suoi problemi, ma almeno gli faremo sentire una vicinanza amica.
Siamo anche il “buon ladrone”, crocifisso accanto a Gesù. Sentiamo che Lui in quel patibolo ha sofferto per noi, e che anche noi dobbiamo condividere, almeno spiritualmente, questa sofferenza con Lui. In modo che quando verrà il giorno in cui il dolore e la caducità della carne piegherà ogni nostra illusione di immortalità, Gesù faccia sentire anche a noi quella stessa promessa, ci faccia sentire nel cuore e nella mente la Sua vicinanza e la Sua pace. Il dolore, anche quando è grande, non ci salva automaticamente: ma in quei momenti, tra le tue braccia del Padre, sentiremo il paradiso più vicino.
Noi tutti indistintamente abbiamo dunque di che meditare nell’ascolto della Passione di Cristo: perché ci tocca da vicino, ci fa pensare, ci coinvolge emotivamente.
Prepariamoci a vivere degnamente questa Pasqua: evitiamo di considerarla soltanto come una gradita occasione di evasione, di divertimento; accettiamo invece con entusiasmo l’invito di Gesù di accompagnarlo e di vivere con lui questi giorni cruciali e conclusivi della sua missione terrena, che lo vedranno sì morire, ma subito dopo gloriosamente risorgere.
Ed è proprio questo il messaggio importante che dobbiamo cogliere: che dopo ogni nostra sconfitta, dopo ogni prova della vita, dopo ogni “passione”, ci aspetta sempre la “risurrezione”. Ogni caduta, ogni crocifissione, deve coincidere sempre con una nuova rinascita, deve suscitare nuove prospettive, nuova consapevolezza, nuova determinazione nella nostra vita.
Dobbiamo farci carico delle nostre difficoltà, delle nostre sconfitte, delle nostre debolezze: perché rappresentano la nostra croce. Una croce che dobbiamo caricarci sulle spalle senza recriminazioni, senza ribellarci; dobbiamo invece abbracciarla, dobbiamo superare la sua drammaticità, e trasformarla in occasione di salvezza, di rinnovo, di purificazione, di amore per Cristo, con Cristo, in Cristo.
Perché solo così capiremo cosa significa essere accolti e amati da Dio come figli.
Approfittiamo dunque di questi giorni per meditare veramente con maggior compostezza interiore queste realtà: non rendiamo inutile il nostro vivere, smettiamo di dare ascolto a ciarlatani mediatici affamati di ricchezze, di superiorità, di egocentrismo, gente senza valori, senza riferimenti spirituali, senza principi morali. Non soffochiamo la fede, coltivando nel nostro cuore sogni di terra, narcotizzanti, asfittici, privi di speranza. Guardiamo con fiducia a Lui e capiremo che è Lui l’unica strada da percorrere, poiché è l’unico in grado di cambiare il mondo.
Se meditiamo con fede la sua passione, se lo guardiamo inchiodato sulla croce, non possiamo che rimanere allibiti, costernati, ammutoliti di fronte allo spettacolo di un Dio talmente innamorato di noi, da accettare una morte straziante. Pensiamoci! La settimana che si apre davanti a noi è “santa”: possa veramente farci diventare un po’ più santi, per poter vivere con maggior intensità, riconoscenza e amore una Pasqua altrettanto santa e speciale, immersi nella gioia e nello splendore del Cristo risorto. Amen.

  

Nessun commento: