mercoledì 11 marzo 2026

15 Marzo 2026 – IV DOMENICA DI QUARESIMA


Gv 9,1-41 
In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». 
Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi e mi ha detto: “Va’ a Sìloe e làvati!”. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo so». Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo il figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età: chiedetelo a lui!». Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane».

Un vangelo magistrale, quello di oggi: un vangelo di Giovanni che, con la figura di Gesù, pone in primo piano molti personaggi: i discepoli, i farisei, i genitori del cieco, gli amici che lo conoscevano; un vangelo di luce e di tenebre, di chi vede e di chi non vede perché non vuol vedere; un vangelo in cui Giovanni si diverte a dipingere, con grande ricchezza di particolari, l’ottusità dei farisei e soprattutto la loro disonestà mentale.
Tutto ruota intorno alla simpatica figura del mendicante, cieco dalla nascita: un tipo tosto, che con la sua logica disarmante tiene testa ai capi del popolo, ai farisei, i sapientoni interpreti ufficiali della legge di Mosè. Tutti i protagonisti sono molto attenti, si interessano di ogni cosa, di ogni particolare, tutti vogliono dire la loro sull’accaduto; ma nessuno, tranne Gesù, si preoccupa dell’uomo, delle sue difficoltà, della sua vita, dei suoi problemi, delle sue esigenze: a nessuno insomma interessa la persona del cieco: tutti lo guardano da sempre, ma nessuno lo “vede”, nessuno si accorge di lui, preoccupati come sono nel difendere le proprie vedute, le proprie convinzioni, i propri pregiudizi.
Prendiamo per esempio i discepoli. La loro immediata preoccupazione è: “Chi ha peccato? Lui o i suoi genitori”. La mentalità ebraica di allora era infatti: “Se uno è malato, vuol dire che lui o qualche suo antenato ha peccato”. Quindi per loro il vero problema è: “Chi è il colpevole? Chi ha sbagliato? Chi è il responsabile?”. In pratica sono quelli che in ogni vicenda vogliono individuare il colpevole, la causa, il responsabile; è un modo per sentirsi liberi, per non farsi coinvolgere, per non essere costretti ad intervenire personalmente: “È colpa sua o della sua famiglia; noi non c’entriamo, non ci interessa, non possiamo fargli nulla”.
Così pure gli amici, i conoscenti, del cieco guarito. Alcuni dicono: “Sì, è lui, è quello di prima”; altri, “no”; altri ancora, “gli assomiglia”. Per la loro mentalità uno non può cambiare: è così e rimarrà per sempre così. Sono quelli, cioè, che etichettano le persone una volta per tutte, che pretendono di sapere tutto: di sapere in anticipo ciò che uno pensa, cosa dirà, come si comporterà.
Ci sono poi i genitori: povera gente, non abituata a trattare con le autorità: a quel tempo i capi della sinagoga incutevano un vero terrore; una loro scomunica equivaleva alla morte sociale. Essi hanno paura, cercano di non compromettersi, di non sbilanciarsi: “Ha l’età, parlerà lui di sé stesso”. In altre parole: “Si arrangi, è grande abbastanza, chiedetelo a lui; noi non vogliamo problemi, abbiamo paura di quello che decideranno le autorità!”. Insomma, si tirano indietro, non vogliono esporsi.
Poi ancora ci sono i farisei: personaggi semplicemente ridicoli, che qui toccano l’apice della stupidità. Di fronte all’evidenza negano: “Non può essere come dice lui; noi conosciamo la verità; noi siamo figli di Mosè: quell'uomo, che di sabato ha sputato per terra e impastato la saliva con la polvere, andando contro la legge, è un peccatore; non può essere un profeta che opera per conto di Dio; pretende per caso di saperne più di noi?”. Si barricano dietro alla legge, alle regole; hanno paura di ammettere che i fatti possono essere decisamente diversi da come essi li vedono e li predicano. Ciò che li terrorizza, in fondo, è soprattutto la prospettiva di doversi ricredere, di doversi scusare, di cambiare il loro atteggiamento sia mentale che emotivo. Quanta gente c’è anche oggi, che per principio nega ogni evidenza: è sufficiente che la verità si discosti anche solo minimamente dalle loro convinzioni, per non ammetterla, per non volerla accettare, per combatterla, per travisarla. Pur di risultare credibili, calpestano le più elementari regole della logica, vivono fossilizzati nei loro pregiudizi, nelle loro rabbie, nelle loro paure. Qualunque pacato scambio di opinioni, con loro è impossibile.
Infine, per fortuna, c'è Gesù. Egli è un uomo libero, non è tenuto a giustificare le sue azioni di fronte a nessuno. Libero a tal punto, che arriverà perfino ad accettare di venir deriso, rifiutato, umiliato, percosso, pur di difendere la Verità, essenza della sua stessa natura divina.
Ecco perché Gesù vuole che la nostra libertà sia come la sua: perché solo imitandolo potremo anche noi interessarci sinceramente dei nostri fratelli, riservando loro tutta la nostra attenzione, la nostra carità, la più completa disponibilità, in modo che si sentano veramente fratelli stimati, amati, spinti a diventare buoni discepoli.
Egli conclude infine il suo discorso con una espressione molto severa, risolutiva, una specie di sentenza definitiva, che deve farci riflettere seriamente: “Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; siccome però voi dite: Noi ci vediamo, il vostro peccato rimane”.
La frase ovviamente si riferisce qui al comportamento dei soliti farisei, puntuali oppositori e critici tenaci di qualunque iniziativa di Gesù. Ma sono anche parole che acquistano valore significativo non solo per noi cristiani, ma per l’intera umanità. Cosa vuol dirci dunque Gesù: che la prima condizione per evitare di cadere nel peccato, rimanendo schiavi dello stesso, è di riconoscere umilmente e sinceramente di essere peccatori: perché solo se ci riconosciamo tali, di essere cioè creature deboli, spiritualmente “cieche”, Dio userà misericordia nei nostri confronti, perdonando e cancellando il nostro peccato. Se al contrario, siamo convinti di “veder bene”, di essere cioè perfetti, giusti, irreprensibili, veniamo in qualche modo pietrificati, paralizzati dall’orgoglio, insensibili a qualunque illuminazione divina: per cui il nostro peccato, reso ancor più grave dall’ostinato rifiuto dell’aiuto di Dio, rimane in noi, non viene perdonato. Detto in altre parole: solo chi si riconosce peccatore può accedere alla misericordia di Dio; chi invece si ritiene superiore, impeccabile, chi si propone come esempio di virtù, chi millanta una inesistente amicizia con Dio, chi insomma, nella sua orgogliosa stoltezza, è convinto di non avere alcun bisogno di perdono, di mettersi umilmente in discussione davanti a Dio, continuerà a vivere nel peccato, lontano dalla misericordia e dall’amore di Dio. E questa, vi assicuro, è una gran brutta situazione!
In pratica, quindi, quando incontriamo espressioni come “avere gli occhi aperti”, “guardare attentamente”, “vedere la luce”, dobbiamo sapere che si riferiscono ad un unico presupposto: “la nostra conversione”; vogliono dire cioè che dobbiamo trasformarci, diventando “figli della luce”, ossia persone che “vedono” bene se la strada che stanno percorrendo, conduce realmente a Dio; figli che, non si fossilizzano sulle loro cadute, normalizzando la loro vita sui loro fallimenti, ma consapevoli della loro fragilità, si rialzano umilmente pentiti dalle loro miserie e perdonati da Dio, riprendono il loro cammino.
Queste parole di Gesù introducono inoltre un’altra considerazione, altrettanto impegnativa, nel senso che ci chiedono formalmente: “Tu che mi chiedi di “vedere”, che vuoi essere illuminato, sei poi disposto ad accettare e a seguire ciò che vedrai”? In altre parole: “Tu che vuoi conoscermi, e amarmi, sei veramente disponibile a seguirmi, a vivere nella mia imitazione? Sei disposto cioè a cambiare la falsa idea che ti sei fatto di Dio, di me, della mia Chiesa? Sei disposto a rinunciare completamente alle tue idee, alle tue false convinzioni, alla tua fede personalizzata, al tuo egoismo, al tuo orgoglio, alla tua sete di onnipotenza? Perché sappilo: seguire i miei passi non significa “traguardo, riposo, sicurezza”, ma al contrario “cammino, fatica, pericolo”. Solo così potremo vivere in costante “collegamento” con Dio; solo così, illuminati dal flusso luminoso della sua Luce divina, potremo sperimentare la gioia infinita dell’aver superato indenni l’oscurità del nostro percorso terreno, e ammirare finalmente, da figlio perdonato perché amato, il volto del Padre “così come Egli è”. E ciò diventerà per noi, Vita eternamente felice. Amen.

 

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