martedì 24 febbraio 2026

01 Marzo 2026 – II DOMENICA DI QUARESIMA


Mt 17,1-9 
In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco, apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».

Oggi il Vangelo cambia radicalmente ambientazione, la sua “location”. Domenica scorsa eravamo nel deserto, nella solitudine, nella fatica, nella tentazione, nella possibilità di fare scelte sbagliate, di imboccare vie apparentemente facili, ma ingannevoli. Oggi siamo invece agli antipodi; la scena è dominata dalla luce, dalla gioia, dalla felicità, dalla pienezza, dal “toccare il cielo, Dio, con un dito”. Domenica scorsa la solitudine, oggi un gruppo di persone (Pietro, Giacomo, Giovanni). Lì la voce e la visione del maligno, qui la voce e la visione di Dio. Allora la sofferenza, oggi la gioia e la festa. Lì il buio e le tenebre, qui tanta luce e il volto luminoso di Gesù. Ad un Gesù troppo umano, che “vive” le tentazioni, si contrappone un Gesù troppo divino che si trasfigura. 
Che senso ha questo cambiamento così repentino, in una quaresima che noi ancora interpretiamo come triste, funerea, votata al sacrificio e alla preghiera continua? Dov’è il giusto? Ovviamente nell’insegnamento che Gesù vuol darci. Oggi, in particolare, Egli cerca di dare una risposta su ciò che può rendere felice l’uomo su questa terra; ci dà cioè un piccolo assaggio di cielo, di quella che sarà la felicità futura, quella paradisiaca, fatta di luce, di amore, di contemplazione divina. Ci vuol dire che la quaresima non deve essere tristezza, ma gioia, entusiasmo, un cammino di “conversione” fatto con il sorriso e la fiducia. Gesù ci dice insomma, che la vita, attraverso l’amore, può diventare radiosa; ci dice che possiamo gustare il nostro Tabor quotidiano, vivendo un anticipo paradisiaco di quello che è l’immenso amore di Dio per ciascuno di noi.
In questo sta dunque la nostra “trasfigurazione”: vedere e sperimentare con gli occhi del cuore, con l’amore, quelle cose meravigliose che nessun occhio umano potrà mai vedere. Questo ci dice il vangelo di oggi. Ma per capirlo, dobbiamo prima capire bene cos’è l’amore, perché, come ci conferma Giovanni, solo chi sa aprirsi all’amore e viverlo, può capire Dio. Tutti quelli che tengono chiuso il loro cuore, potranno si e no farsi un concetto di Dio, ma non potranno mai “sentirlo, conoscerlo”; tutti quelli che sono freddi e incapaci di commuoversi, non potranno mai sentire quanto Lui sia grande; tutti quelli che non sanno abbandonarsi, che non sanno permettersi sentimenti d’amore, continueranno a cercarlo invano.
Trasfigurarsi: ecco a cosa ci porta l’amore. Perché solo gli innamorati veri, quelli che sono persi d’amore, possono apprezzare il sole specchiarsi sul volto della persona amata, ammirare la luce ridente negli occhi di un bambino, l’universo intero che si riflette sul volto rugoso di un vecchio, le stelle, l’universo e tutti i soli che brillano negli occhi di chi ci vuole veramente bene.
Penso che tutti avremo avuto l’occasione di commuoverci davanti ad un volto disperato, al dolore di una perdita, a scene di altruismo e di amore eroico, come pure davanti ad un semplice tramonto, ad un’alba silenziosa: di esserci sentiti così pieni di gioia, di sensazioni profonde, di una commozione così intensa, da non aver potuto trattenere le lacrime. Una volta pensavo che commuoversi fosse un segno di debolezza, di mancanza di carattere, di virilità. Oggi so che vuol dire essere vivi, percepire ciò che proviamo, ciò che gli “altri” vivono dentro; vuol dire lasciarsi toccare il cuore, vuol dire lasciarsi coinvolgere da ciò che succede intorno a noi; vuol dire non essere di ghiaccio, impenetrabili come il marmo, gelidi, indifferenti, impassibili: in altre parole significa lasciarsi prendere dal cuore, “trasfigurarsi” dentro. Sono questi i momenti della nostra “trasfigurazione”: momenti in cui avvertiamo nitidamente quanto sia meraviglioso vivere, anche solo per pochi istanti; momenti in cui ci sentiamo gratificati per essere al mondo, per avere la possibilità di amare, di credere; momenti che ci danno l’energia, la forza, il coraggio di andare avanti e di affrontare le “discese dal monte”, le croci, le crocifissioni di ogni giorno. Senza questi sprazzi di felicità, di vita, di infinito, di “Dio”, tutto diventerebbe drammatico, angoscioso, “nero”, inutile di essere vissuto. Dobbiamo permettere alla felicità di entrarci dentro; dobbiamo lasciare che la vita ci invada, che esista realmente in noi, che sussulti, che si scuota, che crei e-mozioni, continuamente rinnovabili. E se questo non succede, dobbiamo preoccuparci seriamente, perché vuol dire che il nostro cuore, insensibile ad ogni emozione, è già morto, vuol dire che abbiamo perduto quella “somiglianza” con Dio, che ci legava strettamente a Lui.
“Tabor”, il monte della trasfigurazione, in ebraico significa “ombelico”. La trasfigurazione, allora, per essere veramente tale nella nostra vita, richiede un taglio netto di tutti i nostri “cordoni ombelicali”, dei nostri legami col male, delle nostre concessioni al peccato. Uno solo è il cordone ombelicale che non dobbiamo mai recidere: è quello che ci lega a Dio; un cordone che deve sempre rimanere collegato, perché è il canale attraverso cui Dio trasmette alla nostra anima la sua linfa vitale, al nostro cuore il suo infinito amore.
Soltanto con questo incessante nutrimento, con questo monte “Tabor”, del “Dio in noi”, potremo affrontare serenamente qualunque “Golgota”, qualunque altro monte di “passione e crocifissione”.
Viviamola allora ogni giorno questa nostra “trasfigurazione”, e gridiamo anche noi a Gesù, con l’umile sincerità di un Pietro completamente estasiato: “Signore, è bello per noi stare qui!”.
Scrolliamoci di dosso le inevitabili brutture di una realtà con cui  dobbiamo ogni giorno confrontarci: le orribili e sguaiate trasmissioni televisive, le martellanti proposte di una pubblicità idiota, gli ottusi e vanesi messaggi di una classe politica dimentica di Dio, di una informazione faziosa, guardona, ruffiana, asservita all’egoismo famelico di “un pensiero unico”, creatore e manipolatore della verità.
Ritagliamoci in questa quaresima più spazi di silenzio per entrare in sintonia con Dio. Apriamo completamente il cuore e l’anima, e nel silenzio profondo “trasfiguriamoci”, ascoltando il Figlio che ci parla: ascoltiamo la sua Parola, ascoltiamo noi stessi, il nostro cuore; ascoltiamo ciò che di bello, di divino, ha da dirci il mondo, il creato, l’umanità intera, ogni uomo, ogni nostro fratello. Viviamo, in concreto, insomma, l’esperienza sublime del nostro Tabor.
Il mondo miscredente ci dirà che siamo pazzi, degli esaltati, degli squilibrati: non ci capirà mai! Ma mentre i suoi schiavi continueranno a contorcersi nell’infelicità, nell’ansia, nella disperazione, nell’invidia, nell’odio, noi ci sentiremo liberi, felici, sereni, pieni di entusiasmo, di tanta gioia e soddisfazione, nell’abbraccio amoroso e paterno del nostro Dio. Amen.

 

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