martedì 24 febbraio 2026

01 Marzo 2026 – II DOMENICA DI QUARESIMA


Mt 17,1-9 
In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco, apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».

Oggi il Vangelo cambia radicalmente ambientazione, la sua “location”. Domenica scorsa eravamo nel deserto, nella solitudine, nella fatica, nella tentazione, nella possibilità di fare scelte sbagliate, di imboccare vie apparentemente facili, ma ingannevoli. Oggi siamo invece agli antipodi; la scena è dominata dalla luce, dalla gioia, dalla felicità, dalla pienezza, dal “toccare il cielo, Dio, con un dito”. Domenica scorsa la solitudine, oggi un gruppo di persone (Pietro, Giacomo, Giovanni). Lì la voce e la visione del maligno, qui la voce e la visione di Dio. Allora la sofferenza, oggi la gioia e la festa. Lì il buio e le tenebre, qui tanta luce e il volto luminoso di Gesù. Ad un Gesù troppo umano, che “vive” le tentazioni, si contrappone un Gesù troppo divino che si trasfigura. 
Che senso ha questo cambiamento così repentino, in una quaresima che noi ancora interpretiamo come triste, funerea, votata al sacrificio e alla preghiera continua? Dov’è il giusto? Ovviamente nell’insegnamento che Gesù vuol darci. Oggi, in particolare, Egli cerca di dare una risposta su ciò che può rendere felice l’uomo su questa terra; ci dà cioè un piccolo assaggio di cielo, di quella che sarà la felicità futura, quella paradisiaca, fatta di luce, di amore, di contemplazione divina. Ci vuol dire che la quaresima non deve essere tristezza, ma gioia, entusiasmo, un cammino di “conversione” fatto con il sorriso e la fiducia. Gesù ci dice insomma, che la vita, attraverso l’amore, può diventare radiosa; ci dice che possiamo gustare il nostro Tabor quotidiano, vivendo un anticipo paradisiaco di quello che è l’immenso amore di Dio per ciascuno di noi.
In questo sta dunque la nostra “trasfigurazione”: vedere e sperimentare con gli occhi del cuore, con l’amore, quelle cose meravigliose che nessun occhio umano potrà mai vedere. Questo ci dice il vangelo di oggi. Ma per capirlo, dobbiamo prima capire bene cos’è l’amore, perché, come ci conferma Giovanni, solo chi sa aprirsi all’amore e viverlo, può capire Dio. Tutti quelli che tengono chiuso il loro cuore, potranno si e no farsi un concetto di Dio, ma non potranno mai “sentirlo, conoscerlo”; tutti quelli che sono freddi e incapaci di commuoversi, non potranno mai sentire quanto Lui sia grande; tutti quelli che non sanno abbandonarsi, che non sanno permettersi sentimenti d’amore, continueranno a cercarlo invano.
Trasfigurarsi: ecco a cosa ci porta l’amore. Perché solo gli innamorati veri, quelli che sono persi d’amore, possono apprezzare il sole specchiarsi sul volto della persona amata, ammirare la luce ridente negli occhi di un bambino, l’universo intero che si riflette sul volto rugoso di un vecchio, le stelle, l’universo e tutti i soli che brillano negli occhi di chi ci vuole veramente bene.
Penso che tutti avremo avuto l’occasione di commuoverci davanti ad un volto disperato, al dolore di una perdita, a scene di altruismo e di amore eroico, come pure davanti ad un semplice tramonto, ad un’alba silenziosa: di esserci sentiti così pieni di gioia, di sensazioni profonde, di una commozione così intensa, da non aver potuto trattenere le lacrime. Una volta pensavo che commuoversi fosse un segno di debolezza, di mancanza di carattere, di virilità. Oggi so che vuol dire essere vivi, percepire ciò che proviamo, ciò che gli “altri” vivono dentro; vuol dire lasciarsi toccare il cuore, vuol dire lasciarsi coinvolgere da ciò che succede intorno a noi; vuol dire non essere di ghiaccio, impenetrabili come il marmo, gelidi, indifferenti, impassibili: in altre parole significa lasciarsi prendere dal cuore, “trasfigurarsi” dentro. Sono questi i momenti della nostra “trasfigurazione”: momenti in cui avvertiamo nitidamente quanto sia meraviglioso vivere, anche solo per pochi istanti; momenti in cui ci sentiamo gratificati per essere al mondo, per avere la possibilità di amare, di credere; momenti che ci danno l’energia, la forza, il coraggio di andare avanti e di affrontare le “discese dal monte”, le croci, le crocifissioni di ogni giorno. Senza questi sprazzi di felicità, di vita, di infinito, di “Dio”, tutto diventerebbe drammatico, angoscioso, “nero”, inutile di essere vissuto. Dobbiamo permettere alla felicità di entrarci dentro; dobbiamo lasciare che la vita ci invada, che esista realmente in noi, che sussulti, che si scuota, che crei e-mozioni, continuamente rinnovabili. E se questo non succede, dobbiamo preoccuparci seriamente, perché vuol dire che il nostro cuore, insensibile ad ogni emozione, è già morto, vuol dire che abbiamo perduto quella “somiglianza” con Dio, che ci legava strettamente a Lui.
“Tabor”, il monte della trasfigurazione, in ebraico significa “ombelico”. La trasfigurazione, allora, per essere veramente tale nella nostra vita, richiede un taglio netto di tutti i nostri “cordoni ombelicali”, dei nostri legami col male, delle nostre concessioni al peccato. Uno solo è il cordone ombelicale che non dobbiamo mai recidere: è quello che ci lega a Dio; un cordone che deve sempre rimanere collegato, perché è il canale attraverso cui Dio trasmette alla nostra anima la sua linfa vitale, al nostro cuore il suo infinito amore.
Soltanto con questo incessante nutrimento, con questo monte “Tabor”, del “Dio in noi”, potremo affrontare serenamente qualunque “Golgota”, qualunque altro monte di “passione e crocifissione”.
Viviamola allora ogni giorno questa nostra “trasfigurazione”, e gridiamo anche noi a Gesù, con l’umile sincerità di un Pietro completamente estasiato: “Signore, è bello per noi stare qui!”.
Scrolliamoci di dosso le inevitabili brutture di una realtà con cui  dobbiamo ogni giorno confrontarci: le orribili e sguaiate trasmissioni televisive, le martellanti proposte di una pubblicità idiota, gli ottusi e vanesi messaggi di una classe politica dimentica di Dio, di una informazione faziosa, guardona, ruffiana, asservita all’egoismo famelico di “un pensiero unico”, creatore e manipolatore della verità.
Ritagliamoci in questa quaresima più spazi di silenzio per entrare in sintonia con Dio. Apriamo completamente il cuore e l’anima, e nel silenzio profondo “trasfiguriamoci”, ascoltando il Figlio che ci parla: ascoltiamo la sua Parola, ascoltiamo noi stessi, il nostro cuore; ascoltiamo ciò che di bello, di divino, ha da dirci il mondo, il creato, l’umanità intera, ogni uomo, ogni nostro fratello. Viviamo, in concreto, insomma, l’esperienza sublime del nostro Tabor.
Il mondo miscredente ci dirà che siamo pazzi, degli esaltati, degli squilibrati: non ci capirà mai! Ma mentre i suoi schiavi continueranno a contorcersi nell’infelicità, nell’ansia, nella disperazione, nell’invidia, nell’odio, noi ci sentiremo liberi, felici, sereni, pieni di entusiasmo, di tanta gioia e soddisfazione, nell’abbraccio amoroso e paterno del nostro Dio. Amen.

 

mercoledì 18 febbraio 2026

22 Febbraio 2026 – I DOMENICA DI QUARESIMA


Mt 4,1-11 
In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio». Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: Non metterai alla prova il Signore Dio tuo». Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vattene, Satana! Sta scritto infatti: Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto». Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco, degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.

Siamo entrati nel Tempo di Quaresima: tempo di bilanci, di verifiche, di analisi sulla nostra salute spirituale; tempo per pianificare seriamente la nostra “conversione”, la nostra ripartenza, ma soprattutto tempo di far vedere a Dio che siamo persone serie.
È arrivato il momento di gettare le nostre maschere gigionesche, che da anni, troppi, ci portiamo incollate addosso, quelle maschere che ci piace esibire davanti agli altri per sembrare diversi, per essere considerati migliori di quanto in realtà siamo! Quelle maschere che non ci vergogniamo di indossare neppure quando siamo soli, a tu per tu con Dio! Quanto siamo meschini! Eppure puntualmente sentiamo ripeterci: “ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai!”. È vero, siamo solo “polvere”: insignificante e arida polvere del deserto primordiale, che senza il soffio creatore di Dio, sarebbe rimasta senza vita. Senza di Lui, noi continuiamo ad essere ancora quella polvere inutile: perché Dio è l’unico che ci ha destinati all’immortalità, donandoci vita, sogni, speranza.
Purtroppo noi oggi viviamo in un mondo carico di odio, di lotte, di continue controversie e sopraffazioni sia a livello sociale, che culturale e religioso. L’unico motivo della nostra vita sembra essere quello di emergere, di imporci, di vincere sempre e comunque. Eppure Gesù, con la sua vita, ci ha insegnato il contrario. Egli non è venuto per dimostrare ad ogni costo a sua potenza. Non è venuto per vincere battaglie; si è calato nei nostri deserti quotidiani, nelle nostre fragilità umane fatte di fame, di stanchezza, di dolore, per dimostrarci che non siamo soli e soprattutto che non dobbiamo perdere la speranza.
Gesù è entrato in questo nostro deserto solo per amore, per rendercelo vivibile, sopportabile: è entrato, e continua a restarci, rimanendo al nostro fianco, con noi, come uno di noi.
Nel Vangelo di oggi, con il suo ritirarsi nel deserto in preghiera e in silenzio, Egli vuol ricordarci che la strada dell’amore, della felicità, della certezza, da lui tracciata, è l’unica percorribile, l’unica in grado di liberarci dalle striscianti e ambigue illusioni di un mondo tentatore. Ci insegna anche come dobbiamo combattere le tentazioni del maligno. Ma che fine hanno fatto oggi le tentazioni? Qualcuno parla ancora di tentazioni? In una società in cui tutto è permesso, tutto è abbordabile, tutto attuabile (“desideri qualcosa? prenditela!”), che senso ha parlare di tentazioni?
Eppure il cammino verso la Pasqua, passa proprio di lì: quelle che Gesù vive e combatte in prima persona, sono infatti le nostre tentazioni, le nostre grandi illusioni, i grandi inganni della nostra vita: quelli che forse non conosciamo ancora abbastanza, quelli che non vogliamo conoscere, di cui neghiamo l’esistenza ma che purtroppo ci sono, e continuano insidiosamente ad ostacolarci il cammino, a farcelo deviare.
Non illudiamoci: tutti nella vita sono costretti a fare continuamente delle scelte: diceva Sartre, che “l’uomo libero, l’uomo che vuol esercitare la sua libertà, è condannato a scegliere”.
Sappiamo infatti quanto sia difficile gestire questo inestimabile dono che è la libertà. Richiede maturità, convinzione, risolutezza. Tutte qualità che l’uomo moderno mette continuamente in discussione non accettando neppure l’idea di poter peccare: il peccato, l’offesa a Dio, grave o leggera che sia, è l’ultima delle sue preoccupazioni.
Ebbene, in questo deserto della quaresima, dobbiamo tornare all’essenziale; dobbiamo fare chiarezza su chi, o su che cosa, guidi la nostra vita, e soprattutto dove intende portarci; dobbiamo renderci conto degli errori che facciamo, soprattutto quando insistiamo sempre negli stessi; quando ci ostiniamo a fare scelte sbagliate, considerandoci infallibili, come se fossimo altrettanti Dio. Questa quaresima ci metta in guardia su questi limiti; sia un serio invito a fortificare la nostra innata fragilità, a ricoprire la nostra nudità; sia insomma occasione per riconoscere i nostri peccati, per raccoglierli e gettarli tutti nel cuore di Dio, nel fuoco del suo amore misericordioso. Perché solo così, solo in Lui, ci sentiremo veramente beati: non perché perfetti e immacolati, ma perché veramente amati. Amen.

 

giovedì 12 febbraio 2026

15 Febbraio 2026 – VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Mt 5,17-37 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli. Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli» ...

Un vangelo all’apparenza contraddittorio quello di oggi. Dapprima Gesù conferma in pieno la validità della Legge antica, e subito dopo si affretta a puntualizzare, a mettere dei paletti, a fare dei “distinguo”. Ma non c’è contraddizione alcuna in ciò, perché Lui stesso lo dichiara apertamente: “sono venuto per dare compimento”, sono venuto cioè a dare alla Legge il suo significato autentico.  
Gesù è molto franco e preciso: ciò che non gli sta bene è l’osservanza della legge divina puramente formale, esteriore: uno stile di vita adottato ormai da tutti. Ad un certo punto sembra spazientirsi e dire: “Basta, così non si può più andare avanti. Il vostro rapporto con Dio non può continuare a basarsi soltanto sulla superficialità, su di una religiosità personalizzata, accomodante, unicamente scenica e rappresentativa; non potete riempirvi la bocca dicendo: Noi siamo ebrei, siamo figli di Abramo, siamo il popolo dell’Alleanza, per poi fare come vi pare. Non potete giustificarvi dicendo che ciò che fate è volontà di Dio, è parola di Dio, quando Dio in realtà non c'entra proprio per nulla: voi non eseguite con il cuore le sue disposizioni, non fate la sua volontà, ma preferite comportarvi falsamente come gli scribi e i farisei, il cui rapporto con la legge è solo maniacale, fittizio, letterale: “Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli”.
A quei tempi infatti le autorità religiose imponevano a tutti una osservanza scrupolosa e totale di qualunque suggerimento della Bibbia, anche del più piccolo e insignificante: “se la Legge dice così, dovete fare così!”. Gesù invece chiarisce: “Neanche per sogno! Non dovete essere “ottusi”, non dovete preoccuparvi solo di quello che è scritto, ma del perché è scritto; dovete capire cioè cosa Dio vuole realmente da voi, e lo capirete soltanto se le vostre risposte, le vostre azioni, provengono dall’amore che nutrite per Lui, se sono generate e guidate dalla carità, da un totale coinvolgimento della vostra anima, non certo dalla superficialità, dall’ignoranza, obbedendo ciecamente, meccanicamente, senza sapere perché, senza alcuna convinzione.
Purtroppo non solo gli ebrei di allora, ma anche noi cristiani, talvolta ragioniamo e ci comportiamo con la loro stessa mentalità farisaica. Quante volte anche noi ci nascondiamo dietro tutta una serie di “regole”, di tradizioni fasulle! “Io mi comporto correttamente perché vado in chiesa tutte le domeniche, osservo i comandamenti e i precetti, rispetto il prossimo, faccio elemosine, amo i fratelli, amo il Papa, amo la Chiesa ecc.; per questo mi ritengo un buon cristiano, sono un cristiano in piena regola!”. Ovviamente, dopo la nostra brava esibizione autoreferenziale, ci aspettiamo anche un bel: “Ma che bravo!”.
Solo che non siamo “bravi” proprio per niente! Pensiamo, parliamo e ci comportiamo così ad esclusivo compiacimento personale, per sentirci migliori degli altri, più rispettabili, additati come esempio; il nostro è un cristianesimo infantile, meccanico, superficiale, basato su poche nozioni mnemoniche imparate dal catechismo di Pio X: non ci interessa nient’altro, perché così ci sentiamo già in regola, superiori a qualunque altra “interpretazione” pretesca. Così facendo, però, ci qualifichiamo al massimo come scrupolosi, come puntuali “esecutori”, ma non certo come “bravi cristiani”: perché nel nostro “fare”, nel nostro “rispettare” la legge di Dio, non c’è l’Amore, non c’è Dio, ci siamo solo “noi”! Amare gli altri solo perché ci viene comandato, equivale a non amare, significa essere vuoti, sterili; significa non aver nulla di “profondo”, di speciale, da donare; significa avere un cuore gelido, arido. Significa insomma accontentarci delle apparenze, rinunciando di donare Vita.
Ecco perché la legge di Gesù è “nuova”, completamente “diversa”: Egli non abolisce l'Antica Alleanza, ma prescrive, nei suoi confronti, un approccio più autentico e profondo. Stabilisce cioè che la sua osservanza non sia più solo esteriore, materiale (sono fedele a Dio perché osservo i suoi precetti) ma diventi interiore, convinta, emozionale (sono fedele a Dio perché lo amo, vivo nel suo amore). Non cancella la legge dei padri antichi, ma rompe definitivamente con quella loro mentalità che si fermava al “fare”, all’obbedire passivamente, al considerare obbligatorie certe usanze assurde, improponibili già a quei tempi; insomma egli condanna non la legge, ma l’interpretazione falsa, stupida, artificiosa, senza senso, della stessa.  
Del resto le leggi, come tutte le cose, con il passare del tempo, o si evolvono, si perfezionano, oppure perdono la loro validità. Gesù non dice: “Abramo, Mosè e gli antichi, hanno sbagliato”. Al contrario sono stati tutti molto importanti per il loro tempo; ma oggi noi conosciamo verità che una volta essi ignoravano; oggi noi abbiamo capito che Dio non è solo un giudice inflessibile che puntualmente ci punisce ogni qualvolta sbagliamo; abbiamo capito che Dio non è una realtà esclusiva, riservata a poca gente, ad un singolo popolo, per di più numericamente limitato, ma è il Dio di tutti gli uomini, di tutto il mondo, dell’universo intero; abbiamo capito, soprattutto, che Dio è amore, è misericordia, compassione, tenerezza per tutti, per le donne, per i bambini, per gli esclusi, per i lebbrosi, per i peccatori.
Tutto questo per gli antichi non era ancora chiaro, e quindi non possiamo giudicarli: teniamo soltanto il “buono” e lasciamo ciò che non lo è più.
Non rimaniamo ancorati a semplici regole: le regole sono fatte per l'uomo e non l'uomo per le regole (Mc 2,27). Le regole insegnano a vivere, servono per aiutarci a stare con gli altri, a condividere gli stessi spazi, a raggiungere obiettivi comuni: ma quando si rivelano inservibili per la Vita, quando risultano obsolete, superate, devono essere aggiornate, corrette, sostituite. Solo i valori universali rimangono immutabili, durano per sempre; le regole, servono solo a realizzarli, a metterli in pratica, e quindi vanno sempre adattate, adeguate.
Noi insomma non dobbiamo lasciarci condizionare dalle apparenze, dal “si è fatto sempre così”; dobbiamo scendere in profondità, dobbiamo agire sempre in sintonia con la nostra coscienza. Dobbiamo, come dice Gesù, essere uomini liberi, uomini autentici, schietti, veri. Non dobbiamo cedere ai compromessi, all’ambiguità, all’ipocrisia, alla ricerca esclusiva del nostro “star bene”, costi quel che costi; dobbiamo avere il coraggio di difendere i nostri ideali, i nostri programmi, le nostre azioni; non svendiamo la nostra dignità per inseguire passeggere e inutili ideologie. Anche a costo di andare controcorrente.
Troppe volte, purtroppo, siamo riluttanti ad esporci, a difendere apertamente il nostro pensiero! Troppe volte cerchiamo di sottrarci alle nostre responsabilità! Ebbene, Gesù ci insegna che dobbiamo avere il coraggio di uscire sempre allo scoperto, di parlare francamente, di comportarci da “cristiani”, da uomini e donne di fede: il nostro parlare deve essere sempre e solo “sì, sì; no, no”. Il “politichese”, che oggi va tanto di moda, non fa per noi, è solo ambiguità, inganno: Cristo non si è mai sognato di adottare un espediente così squallido. Mai! È un valido motivo per fare anche noi altrettanto! Amen.

  

lunedì 2 febbraio 2026

8 Febbraio 2026 – V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Mt 5,13-16 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, 15né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. 16Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».
 

Il vangelo di oggi, tratto dal lungo “discorso della montagna” di Gesù, ci chiede di essere sale e luce: due elementi con risultati completamente diversi: il primo dà sapore ma è invisibile, mentre la seconda è insapore ma è visibilissima e percepibile da tutti. Che vuol dire? Che in pratica dobbiamo essere nello stesso tempo sia nascosti, riservati, invisibili, che assolutamente rivelabili e disponibili per tutti. 
«Voi siete il sale della terra». La “terra” è la vita di tutti i giorni: cosa vuol dire allora essere sale, senso, sapore, di questa terra? Vuol dire aiutare le persone a trovare il significato, il senso di ciò che accade, il senso della loro vita.
Dobbiamo in altre parole insegnare ai fratelli a riflettere su ciò che realmente vivono, a farsi delle domande, ad ascoltare Dio che parla al loro cuore, sempre e in continuazione.
Ma come? Attraverso i fatti, gli eventi, attraverso gli incontri di ogni giorno. Quante persone si chiedono continuamente: “Dov'è Dio?”. Evidentemente dicono così perché non lo sentono, perché pensano che mentre noi stiamo qui a combattere contro le avversità, Lui se ne stia altrove, a farsi i fatti suoi.
Ma non è così: se non lo sentiamo, se non lo vediamo, dipende solo da noi, perché Lui, al contrario, ci è sempre vicino, ci parla e ci educa continuamente. La parola sapienza, dal latino “sapio”, vuol dire “assaggiare, gustare”; pertanto diventeremo saggi, sapienti, se sapremo “gustare” la nostra vita, se sapremo cioè imparare dalle nostre esperienze. La vita insegna tutto o non insegna nulla: imparare dipende da noi. La vita è una grande scuola, solo per chi vuole imparare.
“Voi siete la luce del mondo”. Quella luce che abbiamo ricevuto da Dio, dobbiamo irradiarla intorno a noi, dobbiamo trasmetterla ai nostri fratelli. “Dio”, la vita, in sanscrito vuol dire infatti anche “luce”. Quindi è Dio, la luce del mondo, che dobbiamo riflettere su di noi e sugli altri.
Tutto l'universo sembra materia ma, come ci insegna la fisica quantistica, tutto è luce, energia. Noi anche quando ci sentiamo impastati nella materia, potenzialmente siamo sempre luce, perché in noi abita lo Spirito di Dio, perché siamo anima, siamo emozione, siamo “divino”, siamo energia, forza, fuoco, canto, musica. Se non liberiamo lo Spirito, non ci sarà luce nella nostra vita, non ci sarà luce nel mondo.
Siete sale, siete luce”. Le parole di Gesù sottendono sempre una ricca trama simbolica, hanno sempre la capacità di dire grandi cose con parole semplici, facendo riferimento alla concretezza della vita. Ogni volta che ci avviciniamo ad esse, immancabilmente ci rendiamo conto che non c’è distanza tra il mistero del Regno che esse ci annunciano, e i piccoli o grandi eventi quotidiani che riguardano la nostra vita: ogni cosa ci parla sempre del mistero di Dio, anche nei momenti più difficili: se al contrario non ci accorgiamo o non ci curiamo di quanto succede intorno a noi, vuol dire che non sentiamo la necessità di essere “sale e luce”, che il buio del disinteresse per Dio ci obnubila a tal punto da impedirci di capire che la società in cui viviamo sta toccando veramente il fondo. Inutile fingere che tutto vada bene così: perché ciò significa che anche noi stiamo purtroppo vivendo un cristianesimo senza Cristo, una religione senza fede, un culto con celebrazioni aride, senza vita. Sono queste le realtà, quelle in cui viviamo la nostra fede, che ci devono obbligare a riflettere seriamente! 
Siete sale, siete luce”. In questo momento drammatico della storia, dobbiamo riflettere seriamente sul compito che, come cristiani, dobbiamo svolgere in questo nostro mondo: un mondo che inconsciamente si aspetta dai noi una concreta risposta (sale), e una chiara indicazione (luce), una testimonianza insomma, che ridia alla gente speranza e ragioni spirituali per ricostruire un’esistenza più umana.
Essere luce e sale, in questo contesto, è un compito che ci fa trepidare, soprattutto se guardiamo alle nostre debolezze, alle nostre infedeltà che ci rendono tanto spesso opachi, pieni di ombre, assolutamente insipidi.
Sì, perché essere veramente luce del mondo e sale della terra, significa dimostrare che il nostro cristianesimo non è affatto sterile, passivo, indifferente, ma al contrario dinamico, entusiasta, intraprendente: in una parola è una vita intrisa di gioia e di esultanza, perché vissuta in Cristo.
Grazie a Dio abbiamo ancora tante persone che vivono realmente questo tipo di vita esemplare: persone che per la propria carità, per il proprio altruismo senza limiti, si conquistano la fiducia dei poveri, dei bisognosi, degli emarginati. Sacerdoti, religiosi, uomini e donne consacrati, laici, che vivono nell’umile servizio della carità. Persone che troviamo negli ospedali, nelle case, nelle scuole, nell'industria. La loro carità, nonostante i limiti personali, è illimitata.
Ecco: se da un lato, dobbiamo aprire i nostri occhi a queste realtà e scoprire quanto di buono e di bello c’è ancora nel mondo, dall’altro dobbiamo tutti sentirci interpellati, dobbiamo tutti sentirci impegnati, nessuno escluso, perché Dio ci ha chiamato tutti per nome.
Dobbiamo renderci conto che la nostra vocazione di cristiani è l'amore e che, quando non amiamo, perdiamo ogni nostra brillantezza, cadiamo nel buio, e trasmettiamo solo tristezza e disperazione.
Davanti alla prospettiva di un totale black out di Dio, dobbiamo prendere in mano la situazione, e chiedere a Dio nuovo vigore, nuova luce, nuovo entusiasmo per combattere con la nostra umile azione l’oscurità che incombe. Non altrove, non in terre lontane, ma attorno a noi, nella stessa nostra Chiesa di Roma, nella nostra famiglia, nel lavoro, nelle nostre comunità, nella società civile in cui viviamo: perché è qui che dobbiamo essere fermento di vita cristiana, operatori luminosi di amore cristiano. Ogni giorno, ogni minuto che lasciamo passare per egoismo, pigrizia, orgoglio, indifferenza, è un giorno perso, un'occasione mancata. Al contrario, ogni atto di amore, di carità che doniamo all’altro, è ossigeno vitale per lui, per noi, per la società, per il mondo; perché solo così siamo sale, luce, vita, Spirito, immagine e somiglianza di Dio. Amen.