mercoledì 21 gennaio 2026

25 Gennaio 2026 – III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Mt 4,12-23 

Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafarnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa: «Terra di Zàbulon e terra di Nèftali, sulla via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti! Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta». Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino». Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono. Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.

Venuto a conoscenza dell’arresto di Giovanni, Gesù abbandona Nazareth per rifugiarsi nelle zone più a nord della Galilea, precisamente a Cafarnao, sulla riva del Lago di Genesaret, nei territori di Zabulon e Neftali, abitato dalle omonime tribù di Israele. Un territorio di frontiera che i puri di Gerusalemme a quei tempi guardavano con molto sospetto, luogo in cui si mischiavano credenze e riti, culture e lingue; un luogo imbastardito, meticcio, perduto. Basti pensare che proprio da quei territori proveniva il movimento estremista degli zeloti, e che dare del “Galileo” a qualcuno equivaleva definirlo “terrorista”.
È proprio da questo luogo, dai confini della storia, che Gesù inizia la sua predicazione.
Dio è sempre così, preferisce i lontani, quelli con una vita difficile, rispetto a quelli che vivono tranquillamente, senza grossi problemi: Gesù preferisce abitare e condividere tutto con queste persone, ad esse egli porta la luce, dona testimonianza.
È un primo segno, del suo stile “terreno” molto importante per noi, per noi Chiesa: perché, come Gesù, anche noi dobbiamo uscire dalle nostre case, dalle nostre chiese, portando e testimoniando al mondo il Dio con noi; perché Lui è stanco di rimanere solo, abbandonato nei tabernacoli, di non riuscire ad inserirsi nella nostra società, nella vita quotidiana di tutti; è stufo di essere tirato in ballo nei momenti e nei luoghi “sacri” e di essere estromesso dai luoghi dell’economia, della politica, del divertimento, della cultura.
Ecco allora che il motivo per cui noi cristiani ci raduniamo ogni domenica per celebrare la vittoria pasquale di Gesù, deve essere quello – una volta usciti di chiesa – di annunciare e testimoniare Cristo nel quotidiano, nel vissuto, nella “realtà” di ciascuno!
Per poter fare ciò, dobbiamo però, prima di tutto, realizzare in noi la conversione.
“Convertitevi!” è infatti l’invito bruciante che ci raggiunge oggi: “Convertitevi perché il Regno si è fatto vicino”. Cosa significa? Che è il Regno di Dio che si è avvicinato, indipendentemente da noi: in pratica è stato lui, Dio, che ha preso l’iniziativa; ora spetta a noi seguirlo, “convertendoci”, facendo cioè inversione di marcia nella nostra vita.
Dio ci aspetta: non intende rimproverarci, farci qualche bonaria paternale, per farci pentire e cambiare vita. Nossignori: È Lui che per primo, si mette in gioco, si offre, si dona incondizionatamente, rischia tutto. In pratica ci dice: “Io ti sto vicino, come fai a non accorgertene? Datti da fare, seguimi!”. Ovviamente, per seguirlo, dobbiamo recuperare l’essenziale, dobbiamo mollare il “superfluo”, le innumerevoli cose inutili che ci affannano la vita: come hanno fatto Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni che, alla chiamata di Gesù, abbandonano all’istante quanto stavano facendo, e accettano di diventare “pescatori” di uomini. 
“Convertitevi!”: è dunque l’ordine secco, perentorio, di Gesù, sullo stile del Battista.
Non sono ammessi rinvii: dobbiamo farlo ora e subito; dobbiamo cioè, all’istante, metterci in discussione, cambiare mentalità, buttare via le certezze ingannevoli, per cercare Lui, la Verità che non inganna.
Non dobbiamo temere le prove, di subire sconfitte e delusioni: perché è proprio nel momento in cui il nostro piccolo mondo crolla, in cui le nostre aspirazioni, i nostri progetti umani cadono in frantumi, che Dio trova in noi il terreno ideale per realizzare il suo progetto.
Quando cadono le sicurezze umane, è l’ora della sicurezza di Dio, perché Dio ci aspetta là, sulla strada della sconfitta del nostro “ego”, della nostra presunzione: è infatti quando viviamo nell’umiltà, nella consapevolezza del nostro essere niente, che avviene l’incontro con Lui, l’unico Signore della nostra vita. 
Purtroppo, oggi più che mai, è difficile capire il significato, la portata, le conseguenze di questo “convertitevi”: siamo troppo legati alle inutili prospettive del mondo: ma solo accettando l’invito di Gesù, fidandoci di Lui e “cambiando strada”, potremo scoprire un nuovo panorama, una vita completamente diversa, quella del Regno di Dio, ricca, intensa, profonda.
E ci diremo: “Come ho fatto a non accorgermi fino ad oggi di questa meraviglia? Eppure Dio mi era sempre vicino!”.
Allora capiremo anche che quel “convertitevi” è una cosa seria, che non ha nulla a che fare con l’assumere un comportamento di facciata, nulla a che vedere con i soliti esercizi pietistici, con invocazioni di comodo, espresse a voce alta, più per farci sentire dai vicini che da Dio. “Convertirsi”, al contrario, vuol dire: “Accorgersi che è arrivato il momento di cambiare radicalmente vita!”; “di rendersi conto sul serio che Dio, nella sua bontà, ci vuole vicini a Sé”: e da quel momento, chi si convince di ciò, non potrà mai più essere lo stesso.
Purtroppo oggi la gente è assorbita completamente da altri problemi: a nessuno viene in mente di cambiare uno stile di vita comodo, rilassante, che offre gioie, divertimenti, benessere, con un altro che, al contrario, gli impone autocontrollo, altruismo, carità, dedizione per gli altri, fedeltà alla legge di Dio. Cambiare il “pensare solo a sé stessi” con “preoccuparsi per gli altri, per i poveri, per i meno fortunati”, è una scelta che fa paura, che terrorizza. Significa lasciare ciò che siamo, per diventare ciò che dovremmo essere: un andare verso l’ignoto, verso ciò che non conosciamo e che temiamo. Per farlo bisogna fidarsi ciecamente di Dio. Invece siamo purtroppo dei “malfidati”, dei diffidenti in tutto. E preferiamo continuare per la nostra strada.
D’altro canto, se ci guardiamo intorno, quello che vediamo non è che ci rassicuri molto: c’è gente che va puntualmente in chiesa da una vita, rimanendo poi sempre uguale: anzi, “siamo sempre uguali”, perché anche noi ci comportiamo così! Magari ci ammantiamo di bontà e opere buone, cerchiamo di apparire persone pie e caritatevoli ma, in fondo, siamo sempre i soliti calcolatori! Una domanda allora dovremmo porci: “A che mi serve frequentare gruppi di preghiera, di spiritualità, se poi in pratica non cambio mai?”
Succede purtroppo che siamo convinti di cambiare, ma al contrario noi, il messaggio di Gesù, invece di attuarlo, di metterlo in pratica, lo razionalizziamo, lo teorizziamo.
Leggiamo trattati di teologia, partecipiamo a corsi di approfondimento, a settimane di spiritualità, siamo assidui frequentatori della Chiesa e della Parrocchia, siamo ottimi parlatori, sempre interessanti e ammirati nelle nostre esternazioni, ma… è solo una grande illusione, siamo solo una maschera imbellettata e basta. Preferiamo adattarci e dissimulare, perché cambiare veramente è difficile, è doloroso, fa paura. Preferiamo darci a Dio sempre “con riserva” (il che equivale a non darsi). Facciamo “qualcosina” per Lui, ma mai “troppo” per non lasciarci coinvolgere completamente. Ci rifugiamo nelle scuse del lavoro, degli impegni di casa, dell’ufficio, dei figli ecc. per crearci un alibi. Tutto serve per sottrarci al compito fondamentale di aver cura della nostra vita interiore, della nostra anima, di noi, del nostro spirito.
Non accontentiamoci di essere semplici consumatori del culto domenicale: l’essere i nuovi apostoli di Cristo non consiste in una gara vanitosa a chi riesce ad avere di più: una Chiesa più affollata, cerimonie più belle, un coro più intonato; ma è al contrario raggiungere una “vita” nuova: una vita nella carità, nell’apertura e nell’ascolto di tutti; è portare la vita di Dio in noi, nelle nostre famiglie, nelle nostre comunità. Se la nostra vita pastorale, le nostre opere “buone”, non nascono dalla carità vissuta, sono fatiche a vuoto, non servono a nulla: sono gesti sterili che non porteranno mai dei frutti perché i nostri obiettivi sono “altri” rispetto ai disegni di Dio. Soltanto rispettando le sue premesse potremo far parte dei “chiamati”. Viviamo allora nella carità sincera, nell’amore vero: questo è quanto Gesù vuole da noi: perché “Tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri”. Amen.

 

  

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