mercoledì 14 gennaio 2026

18 Gennaio 2026 – II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Gv 1,29-34 

In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele». Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».

Il vangelo di oggi ci ripropone la figura di Giovanni Battista: soltanto che mentre nel racconto degli altri evangelisti ci viene descritto come colui che battezza Gesù, nel vangelo di Giovanni egli appare come un osservatore estraneo, uno che, convinto da certi “segni”, offre una importante “testimonianza” a favore di Gesù e della sua missione divina. Qui la “discussione” tra il Battista e Gesù sull’opportunità del battesimo di quest’ultimo, scompare del tutto. Le distanze tra i due vengono azzerate; il Battista, di fronte alla rivelazione dello Spirito di Dio che scendendo sul Figlio in forma di colomba ne attesta la vera identità, capisce e rende pubblica testimonianza sulla persona di Gesù. E dice: “Io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio”. Egli ha visto personalmente, è un testimone oculare diretto, egli ha tutti i titoli per poter testimoniare la verità.  
Noi invece troppo spesso parliamo per sentito dire. Parliamo senza avere elementi per poter parlare con cognizione di causa. Soprattutto quando ci lamentiamo a sproposito di Dio. Cosa ne sappiamo noi della bontà di Dio? Cos’abbiamo concretamente capito, accettato e “apprezzato” dei suoi interventi nella nostra vita, nel nostro intimo, se stoltamente ci siamo rifiutati di vedere, di sentire, di capire? Come possiamo allora lamentarci, oltretutto con presunzione, se volutamente lo abbiamo escluso dalla nostra vita? Se alla fine ci accorgiamo di non riuscire a concludere nulla, con quale coraggio ce la prendiamo con Dio? Dove eravamo quando Lui voleva “guarirci” dentro, voleva renderci migliori, più autentici, più profondi, più liberi, più consapevoli? Perché gli abbiamo sbattuto in faccia le porte del nostro cuore? 
Oggi tutti parlano di Dio, scrivono di Dio, discutono di Dio, ma lo fanno tutti in maniera superficiale, parlando a vanvera, facendolo solo per autopromuoversi, per carrierismo; personaggi dai nomi altisonanti, che curano trasmissioni televisive su Dio, trattandolo come fosse una qualunque merce da pubblicizzare; persone che, definendosi pubblicamente “non credenti”, pretendono di parlare di fede, di Dio, di Chiesa, riducendo il tutto a semplici “teorie” di una certa corrente di costume impostasi storicamente lungo i secoli. Un cristianesimo ridotto ad entità sociale, con formule da imparare, dogmi da credere, comandamenti da osservare. Ma Dio non è questo: Dio è prima di tutto e soprattutto Amore; è un “incontro” privato, personale con chi crede in Lui; è un colloquio spirituale, intimo, con la nostra anima; è donazione di sé, Vita condivisa, amore donato, gioia trasmessa, salvezza eterna.
Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!”, grida il Battista alle folle presenti. È la sua testimonianza nei confronti di Gesù; una testimonianza che costituisce il centro del vangelo di oggi, sulla quale vale la pena soffermarci, anche perché sono parole che conosciamo a memoria, ripetendole in ogni santa Messa, forse però senza comprendere pienamente il loro più ampio e profondo significato.
Ebbene: cosa realmente intendeva Giovanni, paragonando Gesù ad un “agnello”?
C’è da dire prima di tutto che gli ebrei erano un popolo nomade, allevatori di bestiame, e quindi esperti conoscitori di agnelli, pecore e capre. Conoscevano bene la Scrittura, in particolare quei passi che parlavano di agnelli offerti in sacrificio. Conoscevano l’agnello che ogni anno a Pasqua essi immolavano per ricordare l’uscita del loro popolo dall’Egitto. Conoscevano il capro espiatorio: quel capro che nel giorno dell’Espiazione (Yom Kippur) veniva caricato simbolicamente di tutte le colpe del popolo e mandato a morire nel deserto.
Gli ebrei insomma sapevano molto bene a cosa volesse alludere Giovanni parlando dell’agnello: una creatura dalla vita dolce e mansueta, che rappresentava la vittima sacrificale più gradita a Dio. Gesù, dice dunque Giovanni, è l’agnello sacrificale, è la vittima che verrà offerta a Dio in riscatto dei peccati del mondo.
Ma forse Giovanni, chiamando Gesù l’Agnello di Dio, voleva dire anche un’altra cosa. Infatti, la parola “taljah”, in ebraico, oltre che agnello significa anche “servo”. E allora molto probabilmente il Battista, ispirandosi ai quattro meravigliosi canti del “Servo di Jahweh” contenuti nel Deutero Isaia, nel definire Gesù “agnello” di Dio, più che alla mansueta bestiola, si sarebbe riferito piuttosto al “servo” di Dio.
Col tempo, poi, i cristiani preferirono leggere nella parola “taljah” il solo significato di “agnello sacrificale”, proprio per sottolineare la dolcezza, la mansuetudine di Gesù, vittima immolata sulla croce.
Quando infatti durante l’Eucaristia sentiamo il celebrante dirci: “Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie i peccati del mondo: Beati gli invitati alla cena dell’Agnello”, noi tutti sicuramente, implorando il perdono per le nostre infedeltà, saremo ben lieti di accettare l’invito a partecipare alla Mensa della bontà, della misericordia, della salvezza.
Allora, fare la Comunione, per noi significa correre tra le braccia della persona amata: è una gioia indicibile, come quella che si avvera dopo un’attesa ansiosa, dopo un’aspettativa carica di desiderio; è come correre tra le braccia della mamma, nelle quali ci rendiamo conto di quanto siamo importanti, di quanto valiamo, di quanto siamo amati: ed è proprio lì, tra le braccia di Dio, che ci sentiamo veramente protetti, al sicuro.
Dio si è mostrato al mondo come Bambino perché voleva che non avessimo paura di Lui. Se avesse voluto incuterci timore, si sarebbe mostrato forte, potente, gigantesco. Invece, che può farci un bambino ancora tra le braccia della mamma? Che può farci un agnellino? Quello che ispirano è solo tenerezza, bontà, amore. Certo, nonostante la sua bontà, qualche volta Dio ci mette anche alle strette, ci dà una tiratina d’orecchie, ma lo fa solo perché vuole il nostro bene, vuole che diventiamo adulti, maturi e soprattutto felici. Egli ci parla, ci ammaestra: quando siamo in difficoltà, nel silenzio dell’anima, solo a volerlo, possiamo ascoltare le sue parole che non hanno voce, ma che, come quelle di una madre, ci incutono forza, coraggio, vita.
Una storiella, a questo proposito, racconta che dei feroci banditi, scesi da un’altissima montagna, entrarono in un villaggio, lo misero a ferro e fuoco, saccheggiarono tutti i beni, e per assicurarsi la fuga, rapirono un piccolo bambino, portandolo con sé nel loro impervio rifugio. Gli uomini migliori del villaggio, per ben due volte provarono in tutti i modi a scalare la vetta della montagna, ma tornarono vinti dalle difficoltà, dalle tormente di neve, dal ghiaccio, dal gelo. Visti i loro tentativi infruttuosi, la madre del bimbo, disperata, contro il parere di tutti, partì da sola; dopo alcuni giorni, lacera, ferita e stremata, tornò portando in braccio il suo bambino. Increduli, quanti avevano partecipato alle precedenti spedizioni le chiesero: “Ma come hai fatto? Noi in gruppo e ben equipaggiati non ci siamo riusciti, e tu da sola, sì? E lei: “Non era vostro figlio!”. Ecco: la potenza dell’amore di una madre! Ebbene, Dio ama e protegge i propri figli, infinitamente più di quella madre. Amen.

 

 

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