mercoledì 29 giugno 2022

03 Luglio 2022 – XIV Domenica del Tempo Ordinario


Lc 10,1-12.17-20

In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra. Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”».

  

Tutti gli esegeti concordano nel dire che queste parole non appartengono personalmente a Gesù, pur riflettendo scrupolosamente il suo pensiero: sono invece di Luca, il quale, dopo l’ascensione di Gesù in cielo, di fronte a nuove problematiche sorte tra i discepoli, avrebbe fatto risalire direttamente alla sua voce questa “esortazione”, questo mandato ufficiale, in cui avrebbe condensato, appunto, le sue paterne sollecitazioni rivolte ai suoi. Nel particolare momento storico in cui Luca riporta questo testo, dunque, Gesù non c’è più: spetta quindi ai discepoli (i settantadue) sostituirlo nella predicazione e nella catechesi, per assicurare a tutto il mondo l’annuncio del suo messaggio. E per farlo, bisogna dotarsi anche di un nuovo stile operativo.

Sono parole, infatti, che esprimono una necessità, uno spirito nuovo, un’attenzione del tutto particolare per la nuova situazione che si era venuta a creare improvvisamente nella Chiesa nascente: l’urgente necessità di trovare nuovi apostoli, perché “la messe è molta, ma gli operai sono pochi”.

C’è, in pratica, urgente bisogno di operai, di uomini di Dio, ben più numerosi dei pochi che Gesù aveva lasciato al suo commiato da questo mondo: uomini in grado di seguire il suo esempio, soprattutto nel parlare, a suo nome, al cuore della gente. La loro è infatti una missione molto particolare: non servono discorsi didattici altisonanti, dottrinalmente perfetti; non devono dimostrare la bellezza letteraria, l’importanza, il valore del Vangelo che devono annunciare; le loro parole devono semplicemente riscaldare il cuore della gente, devono indurla ad amare quel “lieto annuncio” di Cristo, e soprattutto imparare a seguire la sua persona, a seguire cioè l’autore di quel Vangelo, Colui che con infinito amore, ha sacrificato sul patibolo della croce la sua vita, per la salvezza dei popoli.

Cosa devono fare, allora, questi nuovi “settantadue”, ossia tutti gli aderenti di allora e di ogni tempo? devono semplicemente ripetere le stesse azioni che Lui, il loro Maestro, ha fatto nella sua vita terrena: cioè guarire i malati e annunciare che il Regno di Dio “è qui, in mezzo a voi”. Non devono quindi proporsi come giudici intransigenti, ma come consolatori degli afflitti, guaritori delle anime e dei cuori in difficoltà.

Il mondo è sempre pieno di persone sofferenti nell’anima, persone che magari sono convinte di essere malate fisicamente, e che cercano quindi affannosamente dei medici in grado di guarirle; non si rendono conto però che la loro malattia è diversa da quelle del corpo, è di un altro tipo, e che quindi per poter guarire il loro malessere, devono affidarsi alle cure di un’altra medicina, a quella dello Spirito.

Ecco perché, soprattutto oggi, abbiamo bisogno di “medici” dell’anima in grado di far riscoprire la presenza di Dio in ognuno di noi: “medici” che facciano capire che tutti possono “guarire”, perché la Forza guaritrice è dentro ognuno di noi, è nel nostro cuore, nella nostra anima. Abbiamo bisogno di “medici” che ci insegnino a pregare, che facciano riemergere la nostra spiritualità, la nostra fede, la nostra coscienza, che alimentino il nostro cuore col Pane del cielo, che dissetino la nostra anima con l’acqua sorgiva del perdono, restituendoci la pace interiore del giusto. Per l’uomo è infatti fondamentale guarire nello spirito, perché uno spirito, una psiche malata, è decisamente contagiosa, aggredisce anche il corpo, lo indebolisce, giungendo a causare anche gravi problemi.

Abbiamo bisogno di “medici”, di gente entusiasta, pratica, convinta; di gente che lavora sodo, non dei soliti parolai. Tant’è che Gesù, affrontando questo discorso sulla necessità di nuovi operai, usa due verbi molto significativi: prima di tutto un “Pregate”: qualunque impresa, qualunque essa sia, ha sempre bisogno di un continuo intervento di Dio; ma subito dopo aggiunge un perentorio “Andate!”; alla preghiera deve cioè seguire l’azione.

In genere però, noi operai moderni, ci fermiamo alla prima esortazione, al “Pregate”: siamo infatti molto bravi con le parole: “Signore, ti prego, manda qualcuno, fa’ che succeda qualcosa di nuovo nella tua Chiesa! C’è bisogno urgente di operai!”. Ma quando passiamo al secondo verbo, al più concreto “andate”, le cose cambiano: perché noi in maniera molto elegante ci defiliamo! In giro si fa un gran parlare della necessità di missioni universali, di sinodalità, di responsabilità personale di ognuno, di collaborazione, di aiuto concreto, di partecipazione corale ecc. ecc.: noi ci tuffiamo anche, ci buttiamo a pesce con le nostre belle parole, con i nostri discorsi accalorati, illustrando ampi e dettagliati programmi; solo che sono rivolti agli altri, a terzi: per la loro realizzazione sono essi che devono darsi da fare: è la manovalanza, secondo noi, a doversene fare carico, noi siamo la “mente direttiva”, siamo gli strateghi, non possiamo abbassarci ai fatti concreti.

Ci lamentiamo allora perché la società di oggi fa schifo? Muoviamoci noi per primi, responsabilizziamoci, comportiamoci coscienziosamente, anche nelle piccole cose, diamo per primi il buon esempio. Vogliamo un mondo migliore? Benissimo, diamoci da fare!

La vita ci chiama, Dio ci interpella direttamente: ha bisogno di noi. Egli ci ha a suo tempo “chiamati” all’esistenza; ora si aspetta da noi una risposta. Ci ha visti e ha detto: “Ho bisogno di te!”. E noi, cosa facciamo? Nicchiamo? Promettiamo? Preghiamo perché mandi altri operai? Ma Dio non sa che farsene delle nostre promesse, delle nostre preghiere, dei nostri omaggi, dei nostri fioretti, fatti solo con le labbra. Dio ci vuole responsabilmente impegnati, ci vuole all’opera! Non per nulla, nel seguito, ci dà una bella serie di comportamenti da tenere.

Certo non è una cosa da prendere alla leggera. È un “sì” a Dio, che non è facile onorare. Si tratta di essere degli agnelli che devono vedersela coi lupi: nel mondo, infatti, sono accolti bene soltanto quelli che organizzano feste, che offrono pranzi, che ossequiano i potenti, che appoggiano indiscriminatamente qualunque loro iniziativa; in altre parole sono quelli che dimostrano sempre e comunque di essere accomodanti, simpatici, che non si espongono mai di persona, che non prendono mai una posizione contro le ideologie del momento, perché nella vita non si sa mai! Chi al contrario “va” nel mondo in nome di Cristo e nel proporre il vangelo come regola di vita, si permette di farlo con un certo vigore, denunciando in maniera chiara e dettagliata la sconvenienza di certe norme sociali, l’indecenza di certe iniziative sguaiate, apertamente contrarie a Dio e alla religione, oltre che al buon gusto, automaticamente deve fare i conti con una massa di lupi inferociti che fanno di tutto per attaccarlo e sbranarlo. Del resto va bene così, è sempre stato così anche con Gesù; la ferocia di una folla aizzata dal male si è sempre distinta per la sua arroganza e prepotenza nel contrapporre le proprie idee!

Quella che Gesù prospetta ai suoi discepoli è una strada lunga e faticosa da percorrere: per questo impone subito la prima regola fondamentale: dovete camminare soprattutto “leggeri”: “se oltre al mio Vangelo, alla mia Parola, vi caricate anche di tutti i vostri interessi personali, dei tornaconti da raggiungere, degli egoismi da difendere, è chiaro che siete troppo impacciati, troppo appesantiti: dovete necessariamente liberarvi dalla zavorra”. È infatti un po’ come andare in montagna: dobbiamo partire con uno zaino il più leggero possibile; perché se pesa troppo, ci rallenta e finiamo col non riuscire più ad andare avanti. Ecco perché: “Non portate borsa, né bisaccia, né sandali e non salutate nessuno lungo la strada”.

Il compito da assolvere è impegnativo e le raccomandazioni si fanno sempre più circostanziate; durante il loro cammino non devono neppure salutare chi incontrano; più che giusto perché se si fermassero a parlare con uno, ad ascoltare un altro, a salutare un terzo, sarebbe anche bello, ma non arriverebbero mai alla meta.

Dobbiamo pertanto essere anche noi cristiani “liberi e leggeri”: solo così potremo viaggiare spediti. Se da un lato la prosperità, il benessere materiale richiedono l’avere grandi quantità, di possedere cioè il più possibile, dall’altro il servire Dio, la spiritualità, impongono l’esatto contrario: avere il meno possibile, il minimo indispensabile.

Dobbiamo inoltre essere rispettosi, caritatevoli, senza imporre nulla a nessuno. Se ci accolgono in “casa”, nel loro cuore, bene! Allora entriamo e portiamo il nostro annuncio. Se non ci accolgono, bene lo stesso; vuol dire che hanno già fatto la loro scelta; non prendiamocela per questo, non offendiamoci, non facciamone una questione personale, non sentiamoci rifiutati. Non siamo noi ad essere rifiutati: essi rifiutano Gesù Cristo! È una loro libera scelta, che va rispettata: saranno poi loro a doversi giustificare con Dio.

Avere “rispetto”, dal latino “respicio”, vuol dire “guardare due volte”: allora “rispettare” vuol dire guardare, tenere in considerazione, sia le esigenze dell’altro che le sue scelte, anche se sono diverse dalle nostre; rispettare significa pertanto accettare che nella vita, oltre noi, ci siano anche gli altri. Di conseguenza: dovunque andiamo, portiamo la pace: “Pace a questa casa”. Pace, in ebraico “shalom”, in greco “eirène”, indica tutto ciò che serve all’uomo per vivere dignitosamente: pienezza di vita, benessere, felicità, appagamento, tranquillità, assenza di ogni dissidio. La pace nasce quando ci si accorda su regole comuni. Se noi siamo sempre in guerra, dovunque andiamo, continuiamo a fare dei morti. C’è della gente che dentro di sé non ha pace, non è serena, è sempre arrabbiata, ha la guerra nell’anima. Ebbene, queste persone sono un autentico problema per tutti.

Comportandosi dunque esattamente come Gesù aveva suggerito loro, i “settantadue” vanno e tornano entusiasti: “È proprio vero, Signore! Anche noi siamo riusciti a fare quelle stesse cose che tu hai fatto!”.

Ecco: se anche noi ci fidassimo più di Lui che di noi stessi, se camminassimo per le strade della vita ascoltando i suoi consigli, scopriremmo di non essere mai soli, di agire con la sua stessa forza: perché Lui è dentro di noi, con il suo Spirito, e con Lui possiamo arrivare ovunque e a tutto, perché nulla ci è impossibile. Lo sottolinea Gesù stesso agli apostoli: “Non siate felici per il potere che scoprite di avere, per quelle cose che riuscite a fare. Non siete voi, non è merito vostro, ma è lo Spirito che è in voi che compie i vostri prodigi. Siate felici, invece, perché, anche se non ci riuscite, i vostri nomi saranno comunque scritti nei cieli”.

L’uomo passa: per quanto sia benemerito il suo nome, ben presto verrà dimenticato. Dopo pochi anni dalla sua morte, nessuno più si ricorderà di lui. I nomi scritti sulla sabbia, infatti, vengono ben presto cancellati dal vento; ma i nomi scritti nel cielo rimangono per sempre! Amen.

 

  

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