giovedì 11 aprile 2019

14 Aprile 2019 – Domenica delle Palme


Passione di nostro Signore Gesù Cristo 
(Lc 22,14-23,56).

La liturgia di oggi ci presenta la storia della passione. Ogni evangelista offre un resoconto “personalizzato” di come si sono svolti i fatti, di come lui li ha “visti” con i suoi occhi. Un evento traumatico che ha “segnato” il cuore di ciascuno in maniera diversa. Abbiamo infatti uno stesso racconto, ma con sfumature diverse, con chiavi di lettura differenti: piccoli elementi che rendono il racconto della passione non una semplice cronaca, ma una raccolta di esperienze e di emozioni personali, con le quali ogni singolo autore ha voluto lasciarci, di Gesù sofferente, una sua immagine personale, quella che lui, rivivendola nella sua memoria, ha poi descritto per noi.
Si tratta, ripeto, di lievi sfumature, di piccole sottolineature, che possiamo rilevare soltanto attraverso una lettura trasversale dei racconti: annotazioni personalissime, quasi intime, ma di grande incisività, dalle quali possiamo sicuramente trarre interessanti considerazioni e utili suggerimenti per la nostra vita spirituale.
Accostiamoci allora umilmente alla lettura di questi testi: sicuramente anche questa volta, come ogni anno, essi ci suggeriranno cose nuove, apriranno il nostro cuore a nuove emozioni: ci parleranno della passione di Gesù, ma in maniera diversa; forse avremo modo di identificarci meglio in un personaggio piuttosto che in un altro; probabilmente ci colpiranno più in profondità espressioni, che in passato non abbiamo colto, e che susciteranno in noi sentimenti ed emozioni fino ad oggi sconosciuti.
Partiamo per esempio dal racconto di Luca.
Per Luca Gesù è colui che perdona tutti. Egli rende migliori i vari personaggi: i discepoli rimangono fedeli a Gesù nelle prove; nel Getsemani essi si addormentano solo una volta e non tre come negli altri racconti, e il loro è un sonno particolare, di “profonda tristezza”; gli accusatori non presentano “falsi testimoni”; Pilato per ben tre volte tenta di liberarlo perché lo ritiene innocente; il popolo è addolorato” per ciò che succede e perfino uno dei due ladroni è fondamentalmente buono. In Luca Gesù si preoccupa di tutti: guarisce l’orecchio del servo durante l’arresto, si preoccupa per la sorte delle donne mentre sale sul Calvario, perdona i suoi crocifissori e promette il paradiso al ladrone pentito.
Per Marco, Gesù è l’abbandonato. Tutti lo abbandonano, ma proprio tutti. I discepoli, dal monte degli Ulivi in poi, lo lasciano solo: mentre Gesù prega, per ben tre volte si addormentano; Pietro, riconosciuto come uno dei suoi discepoli, nega imprecando di conoscerlo; un altro discepolo, Giuda, lo tradisce. Tutti fuggono: uno perfino lascia lì la veste pur di fuggire lontano da lui. Romani e Giudei sono cinici: lo lasciano appeso alla croce sei ore e durante tutto questo tempo lo scherniscono. Perfino quando Gesù, morendo, esclama: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”, lo deridono. Insomma in Marco i suoi amici più cari, quelli più intimi, quelli con i quali aveva condiviso le gioie e le fatiche, quelli che avevano detto: “Noi, non ti abbandoneremo mai”, perfino quelli, nel momento critico lo lasciano solo.
Per Giovanni, invece, Gesù è l’uomo/Dio che va incontro consapevolmente e volontariamente al suo destino. Anche se viene giustiziato, in realtà è Lui il vero vincitore. È il sovrano per eccellenza, il padrone di sé stesso che lancia una sfida al mondo: “Io offro la mia vita per la salvezza di tutti, ma poi me la riprendo di nuovo. Perché nessuno potrà mai togliermela!”.
Nel Getsemani egli non prega il Padre di liberarlo dall’ora della prova e della morte, come avviene negli altri vangeli, perché quell’ora costituisce il traguardo finale di tutta la sua vita terrena.
I soldati romani e le guardie del tempio, che vanno ad arrestarlo, cadono a terra tramortiti quando egli ammette la sua identità dicendo: “Sono io”. Gesù è così sicuro di sé che il sommo sacerdote si sente offeso; Pilato ha paura di fronte al Figlio di Dio che gli dice: “Tu non avresti nessun potere su di me, se non ti fosse dato dall’alto”. Inoltre: Gesù porta da solo la propria croce, senza l’aiuto del Cireneo; la sua regalità è confermata in tre lingue; Egli non è solo ai piedi della croce, ma con lui c’è sua madre e il discepolo che egli amava; non grida: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato”, perché il Padre è sempre con lui; le sue ultime parole esprimono la fine di una “missione”, la consapevolezza di aver eseguito puntualmente quanto previsto dal Padre: “Tutto è compiuto”. Perfino la sua morte è fonte di vita perché dal suo cuore squarciato sgorga acqua viva. La sua sepoltura non è improvvisata, come negli altri vangeli; grazie a Nicodemo, il corpo è cosparso di cento libbre di mirra e aloe, come si conviene ad un re. Perché lui, per Giovanni, è l’unico vero re: è colui che dominando sempre la scena, porta a compimento la sua missione fino in fondo, con grande dignità e regalità.
Infine Matteo. Egli cerca di dare una risposta al quesito drammatico che lacera la sua anima: chi è il vero colpevole della morte di Gesù? Egli è categorico: tutti, in qualche modo, hanno contribuito alla sua crocifissione, chi direttamente, chi indirettamente, chi attivamente, chi passivamente, non facendo nulla per fargliela evitare.
Per esempio Giuda? Giuda s’impicca perché si rende conto di essere stato un fantoccio in mano ai sommi sacerdoti: non è stato altro che una insignificante pedina mossa da imbroglioni e bari in una partita truccata. È una nullità che per denaro, per avidità, vende Gesù e, tutto sommato, vende sé stesso. Poi schiacciato dai rimorsi, non regge e si uccide. Come lui sono tutte quelle persone pronte a disfarsi di tutto ciò che hanno di più bello: non si accorgono che per il successo, per la carriera, per il denaro, per i soldi, stanno svendendo l’anima. Poi un bel giorno si svegliano e si accorgono di essere dei falliti, vuoti, insoddisfatti, senza più nulla; si lasciano andare alla deriva, consumano inutilmente la loro vita nell’apatia e nell’indifferenza, finché un giorno, davanti alla morte, si accorgeranno che la loro anima è morta già da molto tempo!
Come Pietro? Pietro è l’uomo dei grandi entusiasmi: “Io non ti rinnegherò mai, Signore”. È l’uomo dalle acute intuizioni, dalle solenni affermazioni, cui fanno seguito rovinose cadute, immediati ripensamenti, che annullano ogni sua fermezza, ogni suo proposito. È l’uomo “roccia” per eccellenza, il più affidabile tra i discepoli, che però, in maniera puerile, d’impulso, tradirà per ben tre volte il suo maestro e amico. Come Pietro sono tutti coloro che non si conoscono in profondità: gente che si eccita all’idea di spaccare il mondo, che fa progetti ambiziosi, che promette amore eterno, che giura eterna fedeltà, ma che al dunque si defilano, si rivelano degli eterni inconcludenti. Forse in cuor loro sono anche convinti nei loro entusiasmi, ma purtroppo sono dominati da tanta, troppa, presunzione; o, più semplicemente, da tantissima ignoranza: insomma non si conoscono, non conoscono i risvolti, le conseguenze delle loro affermazioni; non sanno cosa significhi “fedeltà, continuità, sacrificio, lotta”. Sono tutti quei cristiani tiepidi, superficiali, che si accostano puntualmente ai Sacramenti, che vanno a messa tutte le domeniche, che pregano Dio ogni giorno, che gli promettono a cuore aperto, amore, dedizione, lealtà: ma poi? Sono quelli che dopo una meditazione, una catechesi, un ritiro, una bella predica, giurano con entusiasmo a Dio di seguirlo con passione, di amarlo concretamente nei fratelli, attraverso una vita di intensa carità: ma poi? Sono quelli che, dopo ogni peccato, dopo ogni caduta, ogni infedeltà, si pentono sinceramente, fanno voti a Dio di non ricadere mai più nelle loro miserie umane, promettono di convertirsi, di cambiare completamente vita: ma poi?...
Colpevoli come Pilato? Pilato se ne lava le mani e con questo gesto crede di tirarsi fuori, di essere esente da ogni responsabilità. Ma come lui sono tutti quelli che dicono: “Io non c’entro”, e si credono a posto, si sentono tranquilli. Se c’è un problema in famiglia con i figli, spariscono, tanto c’è la madre! Se c’è un problema in parrocchia o nel condominio dove vivono, non è problema loro. Di fronte a chi soffre, a chi vive nella disperazione, a chi è in grave difficoltà, si tirano indietro: “cosa c’entro io? Ci pensino quelli che sono incaricati a questo!”.
Come la folla? La folla è “il popolo bue”, la gente che si lascia condizionare dall’ultima moda, dall’ultima tendenza. I sacerdoti e gli anziani la persuadono a gridare “Barabba”: e tutti loro eseguono: uno li precede urlando, e tutti a seguirlo urlando. La folla raccoglie in particolare le persone deboli che si lasciano condizionare, influenzare: quelli che si rifiutano di ragionare sulle cose, che vivono di frasi fatte, preconfezionate, delle chiacchiere che raccolgono in giro.; quelli che non riescono a sostenere un ideale, una posizione personale; quelli che assorbono avidamente qualunque panzana del personaggio di turno; quelli che stupidamente pensano che il Grande Fratello o l’Isola dei Famosi, rappresentino importanti esperienze culturali di vita.
La folla non ha personalità: si presenta soprattutto in “gruppi”, associazioni, movimenti, nei quali i “singoli” che ne fanno parte, si sentono esenti da qualunque responsabilità diretta; è successo all’epoca con Gesù, e succede ancora oggi, ogni santo giorno, in cui la folla moderna continua tranquillamente a crocifiggerlo.
Gesù, nella sua misericordia, continua comunque a perdonare tutti, continua a “giustificare” il mondo: “non sanno quello che fanno!”. La gente si comporta così, perché vive nel buio, nelle tenebre, nell’ignoranza: fondamentalmente non è cattiva, ma è profondamente inquieta, turbata, ansiosa, vive in una totale cecità spirituale: non riesce a liberarsi, a dar voce al proprio caos interiore; non conosce sentimenti vitali, come la misericordia, la tenerezza, l’amore.
Gesù ci perdona non perché condivide ciò che facciamo; ma perché sa che siamo ignoranti, che siamo ciechi, che confondiamo facilmente il male con il bene e il bene con il male; che siamo convinti di essere religiosi, praticanti, quando al contrario viviamo lontani da Lui.
Quante persone oggi vivono così! Convinti di essere i padroni della loro vita, i programmatori della loro esistenza, quando invece sono semplici spettatori, oziosi e indifferenti, degli eventi che fuggono. Dicono: “La vita è mia, tutto dipende da me”, ma non si accorgono che è la vita che li trascina nelle varie situazioni. Credono di conoscersi, ma non sanno dire né chi sono, né cosa realmente vogliono; credono di conoscere Dio, la religione cattolica, la Chiesa, i sacramenti, perché hanno letto qualche libro, hanno visto qualche trasmissione televisiva, o ascoltato qualche catechesi. Ma non è con le chiacchiere, non è facendo sfoggio di una pseudo cultura, posticcia e approssimativa, che si dimostra di conoscere e amare Dio. Anzi è proprio l’ignoranza, soprattutto quella “travestita” orgogliosamente da “conoscenza”, che uccide, che distrugge, che umilia ogni nostro tentativo di avvicinarci ad una fede autentica.
Ebbene, nonostante ciò, nonostante la nostra vita continui ad essere tiepida e inconcludente, al minimo cenno di un nostro risveglio, di un nostro pentimento, Dio è sempre pronto a perdonarci. Perché proprio per questo Egli ha accettato il patibolo della croce.
Viviamo allora questa settimana santa, in preparazione alla Pasqua, meditando nel silenzio del nostro cuore i racconti della Passione di Gesù: leggiamo e ascoltiamoci. Sentiremo ancora parole che già conosciamo bene: ma quest’anno siamo noi ad essere diversi rispetto all’anno scorso: siamo più anziani, forse il nostro cuore ha bisogno di ulteriori nuove rassicurazioni. E allora, nel silenzio adorante di chi è consapevole di trovarsi di fronte non solo alle vicende del Figlio di Dio, ma anche alle nostre vicende umane, lasciamo che quelle parole ci entrino dentro, ci portino pace e serenità alla nostra anima. Amen.


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