mercoledì 28 gennaio 2026

1° Febbraio 2026 – IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Mt 5,1-12 
In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

 Matteo inizia il lungo discorso della montagna con il testo sulle “beatitudini” di oggi: Gesù, salito su una collina del Lago di Tiberiade, come un nuovo Mosè, consegna la nuova legge a quanti vogliono seguirlo: una legge non più scolpita su tavole di pietra, ma che deve rimanere incisa nel cuore di ciascuno, poiché rappresenta il percorso obbligatorio per quanti vogliono raggiungere la massima aspirazione cristiana: assomigliare a Gesù, diventare come Lui, vivere nella gioia di sentirsi da Lui amati.
Su questa terra siamo tutti dei mendicanti di gioia. Tutti, credenti o meno, sperimentiamo di non disporre nella nostra vita di motivi sufficienti a farci sentire veramente soddisfatti, pienamente realizzati. Sì, certo, viviamo momenti intensi, belli, memorabili, gioie semplici e vere che risollevano – grazie a Dio! – il cuore e la vita; ma non sono sufficienti, a realizzare tutto quel desiderio di assoluto che portiamo inciso nel cuore. Il nostro mondo pragmatico ci fa ipocritamente credere che ottenere la felicità sia facile: basta possedere, apparire, esagerare. Solo che chi si illude con tale menzogna si ritrova intimamente annullato, inebriato, completamente strappato da sé stesso.
Le Beatitudini di Gesù sono sicuramente l'unica rivoluzione della storia umana in grado di stravolgere positivamente il cuore dell'uomo; tutte le altre "rivoluzioni", quelle sociali, al contrario, lo hanno lasciato, e continuano a lasciarlo, profondamente infelice, abbandonato alla sua naturale inquietudine di egoista, violento, ingordo.
È vero che, vista dall’esterno, superficialmente, questa innovazione introdotta da Gesù, effettivamente sconcerta: «Beati i poveri in spirito, beati gli afflitti, i miti, gli affamati di giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace, i perseguitati, gli insultati...».
Siamo decisamente agli antipodi di come ragiona la logica umana: le beatitudini infatti si concentrano proprio su quelle situazioni che la moderna società edonista, spinta dal suo delirio egoista, disprezza, ignora, ritiene sgradevoli.
Ma in realtà cosa vuol dirci Gesù di tanto detestabile? Esalta forse un modo di vivere miserabile, rinunciatario, da perdente? Una vita triste, segnata solo da rinunce e sofferenze? Ci dice forse che saremo felici e fortunati soltanto se siamo poveri (in greco “ptokòi”, letteralmente "straccioni"), se subiamo violenza, se proviamo dolore, se piangiamo, se veniamo oltraggiati? 
Nossignori, non diciamo stupidaggini! Dio non ama il dolore, non ama la sofferenza: lo stesso Gesù, per quanto gli è stato possibile, ha cercato di evitare il supplizio della croce (“Padre, allontana da me questo calice…”).
Le Beatitudini di Gesù, al contrario, rispondono esclusivamente alla logica dell'amore, del servizio, del perdono, della pace, della bontà, della tenerezza. Sono situazioni che illuminano la realtà umana, che la immettono in una prospettiva di salvezza, che va oltre il tempo, nell'eternità, ma che va costruita già nell’oggi, accettando di viverle appunto con gioia seguendo le indicazioni di Cristo.
Indicazioni che, secondo il suo stile, non sono dei comandi, delle imposizioni, tipo: “per essere beato devi necessariamente vivere così”. Sono invece delle proposte, dei consigli, ci dicono cioè che se ci comportiamo in un certo modo, possiamo diventare suoi degni discepoli, possiamo vivere seguendo il suo esempio, diventare come Lui! Sono insomma dei suggerimenti che ci offrono la possibilità concreta di fare una scelta: accettarla o meno, poi, tocca solo a noi.
Le beatitudini non sono quindi una soluzione definitiva ai nostri problemi, sono piuttosto un cammino, una conquista per la loro soluzione. Infatti, non arrivano ad escludere i contrasti, i conflitti, le cattiverie umane, perché purtroppo tutto ciò appartiene a quella zavorra umana con cui dobbiamo convivere; non insegnano a scansare le contrarietà della vita ma ad entrarci dentro, a superarle; non insegnano a sottrarsi al dolore ma ad esprimerlo; non insegnano a fuggire di fronte alla paura ma a guardarla in faccia; non dicono che la povertà è un bene: la povertà è “miseria” per tutti! Non dicono che una vita da oppressi, perseguitati, schiavizzati è una cosa buona: no, è una cosa terribile, crudele; chi ama vivere così è un masochista, un autolesionista, un malato mentale! 
Dobbiamo insomma capire che Gesù, nel darci queste regole di vita, ha voluto soprattutto documentarci come lui stesso ha vissuto su questa terra, sono la sua fedele autobiografia, ha voluto cioè svelarci i tratti del suo volto, del volto del Padre.
Il Padre infatti è veramente un Dio povero, un Dio misericordioso, un Dio mite, un Dio che ama la pace, un Dio che, per amore dell’uomo, è sempre pronto anche a soffrire. Un Dio diverso da come gli uomini lo possono immaginare, un Dio così straordinario e armonioso, che solo Gesù ce lo poteva svelare, perché lui e il Padre sono una cosa sola.
Le beatitudini di Gesù, quindi, non sono legge, ma Vangelo; sono un dono che egli ci ha fatto diventando nostro fratello. Senza il dono di sé stesso e del Suo Spirito, le beatitudini sarebbero infatti pura ideologia: sublime quanto si voglia, ma pur sempre un’ideologia. Per questo Gesù non si è limitato solo a dire, a parlare, ma si è offerto a noi esattamente in ciò che ha detto, in ciò che ha insegnato, imprimendo così la sua legge nel nostro cuore.
Per capire bene però, per fare pienamente nostra questa “legge”, prima di salire sul “monte” e ascoltare la serie dei suoi: “Makàrioi, Beati”, dobbiamo incontrarlo sulla riva del lago, abbandonare le nostre abitudini, le nostre convinzioni, dire “si” alla sua chiamata, e seguirlo: dobbiamo cioè “convertirci”, cambiare mentalità, perché solo così potremo ascoltarlo con fiducia, solo così potremo far giungere questo “lieto messaggio” proprio là dove vivono gli uomini del mondo, quella “folla” che Gesù ci ha messo accanto come fratelli.
Dobbiamo spiegare loro perché Dio non tratta tutti allo stesso modo, perché non dona a tutti lo stesso aiuto, ma a ciascuno dà quel tanto che gli serve, privilegiando chi ha meno: un cuore povero, un cuore affranto riceve infatti da Dio molta più attenzione e tenerezza di un cuore sazio che non ha bisogno di nulla.
Dobbiamo spiegarlo bene a chi vive nel dolore, nella malattia, nella povertà, a chi si sente solo e abbandonato. Dobbiamo dirgli che non è nel dolore, nella malattia, nella miseria, che deve trovare gioia, serenità, coraggio, ma nel sapere con certezza che Dio è sempre pronto a correre in aiuto di chi vive nel dolore di chi è sofferente, di chi è povero, di chi è discriminato. Se infatti noi, nonostante le nostre sofferenze, le nostre sventure, riusciamo comunque ad essere sereni, felici, se in una parola ci sentiamo “beati”, significa che in noi abbiamo trovato Dio, significa che abbiamo capito che Lui è il nostro unico sostegno, significa che niente e nessuno potrà mai toglierci quella forza, quella fiducia, quella serenità che proviamo, perché esse sono la Sua risposta concreta e benefica, alla piena fiducia che noi abbiamo riposto in Lui.
È difficile vivere il Vangelo, lo sappiamo bene; è difficile perpetuare nella storia il sogno di Dio che ci vuole uniti nella sua Chiesa. Ma la fatica che facciamo nel restare fedeli al Vangelo, lo sforzo eroico che compiamo nel convertirci alla logica del Regno di Dio, anticipano e realizzano esattamente le promesse delle Beatitudini.
Va comunque riconosciuto che questa pagina del Vangelo risulta particolarmente indigesta per il mondo, e talvolta anche per dei cristiani tiepidi come noi: una pagina improponibile, utopistica, sicuramente gradevole come sogno, ma assurda e inattuabile come modello di vita.
E allora, è per questo, che noi credenti ci lasciamo scoraggiare? Solo per questo rinunciamo a combattere? Per questo preferiamo tornare ai nostri affari, al nostro egoismo, alla nostra indifferenza?
Certo è molto più semplice rimanere sdraiati a guardare la nostra televisione, becera e insulsa; ad abbandonarci all’effimero, al divertimento, al frastuono di un mondo altrettanto becero e insulso; a nutrirci delle idiozie di una società indecente, che insiste a sputare oscenità su Gesù, sulla Chiesa e su quanti la frequentano!
Quanto sarebbe invece più consolante, più rassicurante, più redditizio ascoltare umilmente la voce suadente di Dio che ci sussurra: “Figliolo mio, non temere, sono sempre qui con te! Camminiamo insieme: e quando ti sentirai stanco, deluso, debilitato, abbandonato, insultato, lasciati pure cadere tra le mie braccia; io sarò sempre felice di sorreggerti!”.
A questo punto, sicuramente il nostro cuore non avrebbe più alcun motivo per raccattare qua e là i richiami, le lusinghe, le follie del mondo: perché ogni nostra necessità, ogni preoccupazione, ogni debolezza, ogni momento difficile della nostra vita, verrebbero completamente assorbiti dalla potenza del suo smisurato amore di Padre. E noi ci sentiremmo veramente “beati”, come Lui ci ha promesso: “Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli”! Amen.

  

mercoledì 21 gennaio 2026

25 Gennaio 2026 – III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Mt 4,12-23 

Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafarnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa: «Terra di Zàbulon e terra di Nèftali, sulla via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti! Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta». Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino». Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono. Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.

Venuto a conoscenza dell’arresto di Giovanni, Gesù abbandona Nazareth per rifugiarsi nelle zone più a nord della Galilea, precisamente a Cafarnao, sulla riva del Lago di Genesaret, nei territori di Zabulon e Neftali, abitato dalle omonime tribù di Israele. Un territorio di frontiera che i puri di Gerusalemme a quei tempi guardavano con molto sospetto, luogo in cui si mischiavano credenze e riti, culture e lingue; un luogo imbastardito, meticcio, perduto. Basti pensare che proprio da quei territori proveniva il movimento estremista degli zeloti, e che dare del “Galileo” a qualcuno equivaleva definirlo “terrorista”.
È proprio da questo luogo, dai confini della storia, che Gesù inizia la sua predicazione.
Dio è sempre così, preferisce i lontani, quelli con una vita difficile, rispetto a quelli che vivono tranquillamente, senza grossi problemi: Gesù preferisce abitare e condividere tutto con queste persone, ad esse egli porta la luce, dona testimonianza.
È un primo segno, del suo stile “terreno” molto importante per noi, per noi Chiesa: perché, come Gesù, anche noi dobbiamo uscire dalle nostre case, dalle nostre chiese, portando e testimoniando al mondo il Dio con noi; perché Lui è stanco di rimanere solo, abbandonato nei tabernacoli, di non riuscire ad inserirsi nella nostra società, nella vita quotidiana di tutti; è stufo di essere tirato in ballo nei momenti e nei luoghi “sacri” e di essere estromesso dai luoghi dell’economia, della politica, del divertimento, della cultura.
Ecco allora che il motivo per cui noi cristiani ci raduniamo ogni domenica per celebrare la vittoria pasquale di Gesù, deve essere quello – una volta usciti di chiesa – di annunciare e testimoniare Cristo nel quotidiano, nel vissuto, nella “realtà” di ciascuno!
Per poter fare ciò, dobbiamo però, prima di tutto, realizzare in noi la conversione.
“Convertitevi!” è infatti l’invito bruciante che ci raggiunge oggi: “Convertitevi perché il Regno si è fatto vicino”. Cosa significa? Che è il Regno di Dio che si è avvicinato, indipendentemente da noi: in pratica è stato lui, Dio, che ha preso l’iniziativa; ora spetta a noi seguirlo, “convertendoci”, facendo cioè inversione di marcia nella nostra vita.
Dio ci aspetta: non intende rimproverarci, farci qualche bonaria paternale, per farci pentire e cambiare vita. Nossignori: È Lui che per primo, si mette in gioco, si offre, si dona incondizionatamente, rischia tutto. In pratica ci dice: “Io ti sto vicino, come fai a non accorgertene? Datti da fare, seguimi!”. Ovviamente, per seguirlo, dobbiamo recuperare l’essenziale, dobbiamo mollare il “superfluo”, le innumerevoli cose inutili che ci affannano la vita: come hanno fatto Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni che, alla chiamata di Gesù, abbandonano all’istante quanto stavano facendo, e accettano di diventare “pescatori” di uomini. 
“Convertitevi!”: è dunque l’ordine secco, perentorio, di Gesù, sullo stile del Battista.
Non sono ammessi rinvii: dobbiamo farlo ora e subito; dobbiamo cioè, all’istante, metterci in discussione, cambiare mentalità, buttare via le certezze ingannevoli, per cercare Lui, la Verità che non inganna.
Non dobbiamo temere le prove, di subire sconfitte e delusioni: perché è proprio nel momento in cui il nostro piccolo mondo crolla, in cui le nostre aspirazioni, i nostri progetti umani cadono in frantumi, che Dio trova in noi il terreno ideale per realizzare il suo progetto.
Quando cadono le sicurezze umane, è l’ora della sicurezza di Dio, perché Dio ci aspetta là, sulla strada della sconfitta del nostro “ego”, della nostra presunzione: è infatti quando viviamo nell’umiltà, nella consapevolezza del nostro essere niente, che avviene l’incontro con Lui, l’unico Signore della nostra vita. 
Purtroppo, oggi più che mai, è difficile capire il significato, la portata, le conseguenze di questo “convertitevi”: siamo troppo legati alle inutili prospettive del mondo: ma solo accettando l’invito di Gesù, fidandoci di Lui e “cambiando strada”, potremo scoprire un nuovo panorama, una vita completamente diversa, quella del Regno di Dio, ricca, intensa, profonda.
E ci diremo: “Come ho fatto a non accorgermi fino ad oggi di questa meraviglia? Eppure Dio mi era sempre vicino!”.
Allora capiremo anche che quel “convertitevi” è una cosa seria, che non ha nulla a che fare con l’assumere un comportamento di facciata, nulla a che vedere con i soliti esercizi pietistici, con invocazioni di comodo, espresse a voce alta, più per farci sentire dai vicini che da Dio. “Convertirsi”, al contrario, vuol dire: “Accorgersi che è arrivato il momento di cambiare radicalmente vita!”; “di rendersi conto sul serio che Dio, nella sua bontà, ci vuole vicini a Sé”: e da quel momento, chi si convince di ciò, non potrà mai più essere lo stesso.
Purtroppo oggi la gente è assorbita completamente da altri problemi: a nessuno viene in mente di cambiare uno stile di vita comodo, rilassante, che offre gioie, divertimenti, benessere, con un altro che, al contrario, gli impone autocontrollo, altruismo, carità, dedizione per gli altri, fedeltà alla legge di Dio. Cambiare il “pensare solo a sé stessi” con “preoccuparsi per gli altri, per i poveri, per i meno fortunati”, è una scelta che fa paura, che terrorizza. Significa lasciare ciò che siamo, per diventare ciò che dovremmo essere: un andare verso l’ignoto, verso ciò che non conosciamo e che temiamo. Per farlo bisogna fidarsi ciecamente di Dio. Invece siamo purtroppo dei “malfidati”, dei diffidenti in tutto. E preferiamo continuare per la nostra strada.
D’altro canto, se ci guardiamo intorno, quello che vediamo non è che ci rassicuri molto: c’è gente che va puntualmente in chiesa da una vita, rimanendo poi sempre uguale: anzi, “siamo sempre uguali”, perché anche noi ci comportiamo così! Magari ci ammantiamo di bontà e opere buone, cerchiamo di apparire persone pie e caritatevoli ma, in fondo, siamo sempre i soliti calcolatori! Una domanda allora dovremmo porci: “A che mi serve frequentare gruppi di preghiera, di spiritualità, se poi in pratica non cambio mai?”
Succede purtroppo che siamo convinti di cambiare, ma al contrario noi, il messaggio di Gesù, invece di attuarlo, di metterlo in pratica, lo razionalizziamo, lo teorizziamo.
Leggiamo trattati di teologia, partecipiamo a corsi di approfondimento, a settimane di spiritualità, siamo assidui frequentatori della Chiesa e della Parrocchia, siamo ottimi parlatori, sempre interessanti e ammirati nelle nostre esternazioni, ma… è solo una grande illusione, siamo solo una maschera imbellettata e basta. Preferiamo adattarci e dissimulare, perché cambiare veramente è difficile, è doloroso, fa paura. Preferiamo darci a Dio sempre “con riserva” (il che equivale a non darsi). Facciamo “qualcosina” per Lui, ma mai “troppo” per non lasciarci coinvolgere completamente. Ci rifugiamo nelle scuse del lavoro, degli impegni di casa, dell’ufficio, dei figli ecc. per crearci un alibi. Tutto serve per sottrarci al compito fondamentale di aver cura della nostra vita interiore, della nostra anima, di noi, del nostro spirito.
Non accontentiamoci di essere semplici consumatori del culto domenicale: l’essere i nuovi apostoli di Cristo non consiste in una gara vanitosa a chi riesce ad avere di più: una Chiesa più affollata, cerimonie più belle, un coro più intonato; ma è al contrario raggiungere una “vita” nuova: una vita nella carità, nell’apertura e nell’ascolto di tutti; è portare la vita di Dio in noi, nelle nostre famiglie, nelle nostre comunità. Se la nostra vita pastorale, le nostre opere “buone”, non nascono dalla carità vissuta, sono fatiche a vuoto, non servono a nulla: sono gesti sterili che non porteranno mai dei frutti perché i nostri obiettivi sono “altri” rispetto ai disegni di Dio. Soltanto rispettando le sue premesse potremo far parte dei “chiamati”. Viviamo allora nella carità sincera, nell’amore vero: questo è quanto Gesù vuole da noi: perché “Tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri”. Amen.

 

  

mercoledì 14 gennaio 2026

18 Gennaio 2026 – II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Gv 1,29-34 

In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele». Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».

Il vangelo di oggi ci ripropone la figura di Giovanni Battista: soltanto che mentre nel racconto degli altri evangelisti ci viene descritto come colui che battezza Gesù, nel vangelo di Giovanni egli appare come un osservatore estraneo, uno che, convinto da certi “segni”, offre una importante “testimonianza” a favore di Gesù e della sua missione divina. Qui la “discussione” tra il Battista e Gesù sull’opportunità del battesimo di quest’ultimo, scompare del tutto. Le distanze tra i due vengono azzerate; il Battista, di fronte alla rivelazione dello Spirito di Dio che scendendo sul Figlio in forma di colomba ne attesta la vera identità, capisce e rende pubblica testimonianza sulla persona di Gesù. E dice: “Io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio”. Egli ha visto personalmente, è un testimone oculare diretto, egli ha tutti i titoli per poter testimoniare la verità.  
Noi invece troppo spesso parliamo per sentito dire. Parliamo senza avere elementi per poter parlare con cognizione di causa. Soprattutto quando ci lamentiamo a sproposito di Dio. Cosa ne sappiamo noi della bontà di Dio? Cos’abbiamo concretamente capito, accettato e “apprezzato” dei suoi interventi nella nostra vita, nel nostro intimo, se stoltamente ci siamo rifiutati di vedere, di sentire, di capire? Come possiamo allora lamentarci, oltretutto con presunzione, se volutamente lo abbiamo escluso dalla nostra vita? Se alla fine ci accorgiamo di non riuscire a concludere nulla, con quale coraggio ce la prendiamo con Dio? Dove eravamo quando Lui voleva “guarirci” dentro, voleva renderci migliori, più autentici, più profondi, più liberi, più consapevoli? Perché gli abbiamo sbattuto in faccia le porte del nostro cuore? 
Oggi tutti parlano di Dio, scrivono di Dio, discutono di Dio, ma lo fanno tutti in maniera superficiale, parlando a vanvera, facendolo solo per autopromuoversi, per carrierismo; personaggi dai nomi altisonanti, che curano trasmissioni televisive su Dio, trattandolo come fosse una qualunque merce da pubblicizzare; persone che, definendosi pubblicamente “non credenti”, pretendono di parlare di fede, di Dio, di Chiesa, riducendo il tutto a semplici “teorie” di una certa corrente di costume impostasi storicamente lungo i secoli. Un cristianesimo ridotto ad entità sociale, con formule da imparare, dogmi da credere, comandamenti da osservare. Ma Dio non è questo: Dio è prima di tutto e soprattutto Amore; è un “incontro” privato, personale con chi crede in Lui; è un colloquio spirituale, intimo, con la nostra anima; è donazione di sé, Vita condivisa, amore donato, gioia trasmessa, salvezza eterna.
Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!”, grida il Battista alle folle presenti. È la sua testimonianza nei confronti di Gesù; una testimonianza che costituisce il centro del vangelo di oggi, sulla quale vale la pena soffermarci, anche perché sono parole che conosciamo a memoria, ripetendole in ogni santa Messa, forse però senza comprendere pienamente il loro più ampio e profondo significato.
Ebbene: cosa realmente intendeva Giovanni, paragonando Gesù ad un “agnello”?
C’è da dire prima di tutto che gli ebrei erano un popolo nomade, allevatori di bestiame, e quindi esperti conoscitori di agnelli, pecore e capre. Conoscevano bene la Scrittura, in particolare quei passi che parlavano di agnelli offerti in sacrificio. Conoscevano l’agnello che ogni anno a Pasqua essi immolavano per ricordare l’uscita del loro popolo dall’Egitto. Conoscevano il capro espiatorio: quel capro che nel giorno dell’Espiazione (Yom Kippur) veniva caricato simbolicamente di tutte le colpe del popolo e mandato a morire nel deserto.
Gli ebrei insomma sapevano molto bene a cosa volesse alludere Giovanni parlando dell’agnello: una creatura dalla vita dolce e mansueta, che rappresentava la vittima sacrificale più gradita a Dio. Gesù, dice dunque Giovanni, è l’agnello sacrificale, è la vittima che verrà offerta a Dio in riscatto dei peccati del mondo.
Ma forse Giovanni, chiamando Gesù l’Agnello di Dio, voleva dire anche un’altra cosa. Infatti, la parola “taljah”, in ebraico, oltre che agnello significa anche “servo”. E allora molto probabilmente il Battista, ispirandosi ai quattro meravigliosi canti del “Servo di Jahweh” contenuti nel Deutero Isaia, nel definire Gesù “agnello” di Dio, più che alla mansueta bestiola, si sarebbe riferito piuttosto al “servo” di Dio.
Col tempo, poi, i cristiani preferirono leggere nella parola “taljah” il solo significato di “agnello sacrificale”, proprio per sottolineare la dolcezza, la mansuetudine di Gesù, vittima immolata sulla croce.
Quando infatti durante l’Eucaristia sentiamo il celebrante dirci: “Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie i peccati del mondo: Beati gli invitati alla cena dell’Agnello”, noi tutti sicuramente, implorando il perdono per le nostre infedeltà, saremo ben lieti di accettare l’invito a partecipare alla Mensa della bontà, della misericordia, della salvezza.
Allora, fare la Comunione, per noi significa correre tra le braccia della persona amata: è una gioia indicibile, come quella che si avvera dopo un’attesa ansiosa, dopo un’aspettativa carica di desiderio; è come correre tra le braccia della mamma, nelle quali ci rendiamo conto di quanto siamo importanti, di quanto valiamo, di quanto siamo amati: ed è proprio lì, tra le braccia di Dio, che ci sentiamo veramente protetti, al sicuro.
Dio si è mostrato al mondo come Bambino perché voleva che non avessimo paura di Lui. Se avesse voluto incuterci timore, si sarebbe mostrato forte, potente, gigantesco. Invece, che può farci un bambino ancora tra le braccia della mamma? Che può farci un agnellino? Quello che ispirano è solo tenerezza, bontà, amore. Certo, nonostante la sua bontà, qualche volta Dio ci mette anche alle strette, ci dà una tiratina d’orecchie, ma lo fa solo perché vuole il nostro bene, vuole che diventiamo adulti, maturi e soprattutto felici. Egli ci parla, ci ammaestra: quando siamo in difficoltà, nel silenzio dell’anima, solo a volerlo, possiamo ascoltare le sue parole che non hanno voce, ma che, come quelle di una madre, ci incutono forza, coraggio, vita.
Una storiella, a questo proposito, racconta che dei feroci banditi, scesi da un’altissima montagna, entrarono in un villaggio, lo misero a ferro e fuoco, saccheggiarono tutti i beni, e per assicurarsi la fuga, rapirono un piccolo bambino, portandolo con sé nel loro impervio rifugio. Gli uomini migliori del villaggio, per ben due volte provarono in tutti i modi a scalare la vetta della montagna, ma tornarono vinti dalle difficoltà, dalle tormente di neve, dal ghiaccio, dal gelo. Visti i loro tentativi infruttuosi, la madre del bimbo, disperata, contro il parere di tutti, partì da sola; dopo alcuni giorni, lacera, ferita e stremata, tornò portando in braccio il suo bambino. Increduli, quanti avevano partecipato alle precedenti spedizioni le chiesero: “Ma come hai fatto? Noi in gruppo e ben equipaggiati non ci siamo riusciti, e tu da sola, sì? E lei: “Non era vostro figlio!”. Ecco: la potenza dell’amore di una madre! Ebbene, Dio ama e protegge i propri figli, infinitamente più di quella madre. Amen.

 

 

lunedì 5 gennaio 2026

11 Gennaio 2026 – BATTESIMO DEL SIGNORE


 Mt 3,13-17 In quel tempo, Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui. Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Allora egli lo lasciò fare. Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento». 

Con la festività di oggi, il Battesimo di Gesù, si conclude il tempo liturgico del Natale. Domenica prossima entreremo nel Tempo Ordinario che ci porterà fino alla Quaresima. 
Oggi il vangelo di Matteo annuncia che Gesù, partito dalla Galilea, raggiunge Giovanni Battista sul fiume Giordano, nel deserto e, come tutti gli altri, si fa battezzare da lui.
Ma per quale motivo Gesù va a farsi battezzare? Non certo in quanto peccatore, bisognoso di conversione. Lo fa invece per essere fedele in tutto alla volontà del Padre. Inoltre, tra il suo battesimo e quello della gente c’è una differenza sostanziale: infatti se entrambi richiamano in qualche modo l’idea di “morte”, quello dei comuni mortali implica il morire sia alla loro vita passata che a quella presente; il loro morire è propedeutico ad una nuova vita; per Gesù invece il battesimo annuncia e simboleggia la sua morte futura, una morte non simbolica ma reale: scendendo nelle acque del Giordano, egli abbraccia e accetta il suo destino di morte, il suo atto sacrificale estremo offerto al Padre per la nostra salvezza, per dimostrare pienamente al mondo il Suo volto d’Amore.
Il Battista però, che non percepisce questo motivo pilota del comportamento di Gesù, cerca di impedirglielo, e protesta: “Ma come, sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e invece sei tu che vieni da me?”. E Gesù: “Lascia fare per ora, poiché conviene che adempiamo ogni giustizia” (Mt 3,15).
Una risposta ermetica. Cosa intende qui Gesù? Dobbiamo prima di tutto risalire al significato di “giustizia”: questo termine, sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento, è strettamente collegato al termine “fedeltà”, fedeltà all’Alleanza: era “giusto”, praticava la “giustizia”, l’uomo che era fedele a Dio, al patto di Alleanza che Egli aveva sancito con il suo popolo e, attraverso di esso, con l’intera umanità. Se Dio dal canto suo è sempre “giusto”, perché la sua “fedeltà” alle promesse fatte è eterna, non così è per l’uomo: a lui capita molto spesso e con estrema disinvoltura, di venir meno alla “giustizia”, di tradire cioè qualunque impegno preso con Dio. La qualifica di “giusto” di “operatore di giustizia”, allora, gli spetterà soltanto se risulterà fedele ai suoi impegni con Dio. E solo allora.
Questo, in estrema sintesi, è quanto Gesù vuol dire al Battista con le parole “adempiere ogni giustizia”: Gesù, da “giusto” qual è, si sottomette docilmente alla volontà del Padre: Battista, dal canto suo, si deve adeguare, anche se ciò gli scombina il suo “credo”.
A questo punto Matteo, nel descrivere l’adattamento di Giovanni alla volontà di Gesù, dice letteralmente che “egli lo lasciò”: sono le identiche parole che egli userà più tardi (Mt 4,11), nel descrivere le tentazioni di Gesù nel deserto: il demonio, visti inutili i suoi tentativi di seduzione, appunto, “lo lasciò”. Allora qui Matteo non vuol dire tanto che il Battista “acconsentì” alla richiesta di battezzarlo rivoltagli da Gesù; e neppure che egli “lasciò fare”, come talvolta vengono tradotte in italiano queste parole: che cioè il Battista, pur non essendo d’accordo, avrebbe “lasciato correre”, avrebbe “accondisceso” a battezzare Gesù. Matteo qui invece vuol sottolineare che il Battista, deluso dal comportamento di Gesù completamente fuori schema, assolutamente contrario alla sua visione messianica, in pratica lo lasciò, lo abbandonò al suo destino, né più né meno di come farà più tardi il diavolo stesso.
In altre parole, avremmo già qui la prima tentazione di Gesù, ossia un invito pressante rivolto a Gesù (il diavolo in questo caso sarebbe Giovanni), di accantonare la missione salvifica affidatagli dal Padre, per trasformarla in quel ruolo messianico che la gente si aspettava da lui: cioè un Messia storico, immediatamente riconoscibile da tutti, accolto e acclamato come un coraggioso e vittorioso re davidico, finalmente giunto per condurre il popolo alla riscossa contro gli invasori, seminando tragiche rappresaglie e vendette contro i malvagi, contro i “fuori legge”.
Ma Gesù non si lascia fuorviare dal “maligno”: Egli è esattamente l’opposto; è venuto a portare all’umanità diseredata, la salvezza, l’amore, la misericordia del Padre; Egli combatterà durante la sua missione terrena; combatterà continuamente e coraggiosamente per estirpare dal popolo questa distorta immagine del Messia: perché Lui sarà solo ed esclusivamente un Messia d’amore, un Messia votato al servizio dei più deboli, dei peccatori, .
“Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui”; si aprì cioè la “dimora” divina e Dio stesso scese per appoggiare suo Figlio.
Interessante è il verbo “aprirsi” riferito ai cieli, che fa un chiaro riferimento al testo di Isaia: “Se tu squarciassi i cieli e discendessi(Is 63,19). Perché è interessante? Perché indica un evento di assoluta novità: a quei tempi infatti si credeva che Dio, indignato per i peccati dell’umanità, avesse sigillato la sua dimora (i cieli sono la dimora di Dio), interrompendo ogni comunicazione con il popolo degenere.
Con la venuta di Gesù, questa antica convinzione viene decisamente annullata: i cieli si aprono, si “squarciano” addirittura: una autentica garanzia di salvezza per il futuro, perché d’ora in poi i Cieli rimarranno sempre aperti, al pari di un contenitore la cui chiusura è stata distrutta, “squarciata”. Dio ha smesso di offendersi, di isolarsi da noi: anche se noi continueremo testardamente ad ignorarlo, a tradirlo, Lui non potrà fare altrettanto con noi, la sua misericordia non lo permette; ci rimarrà invece sempre vicino, pronto ad offrirci a piene mani il dono supremo del suo Amore. Sempre.
Oggi Dio, in occasione del battesimo di Gesù, lo rende noto, lo rende comprensibile all’umanità intera; fa cioè vedere a tutti, in concreto, chi Egli sia veramente: un Dio Amore, un Dio esclusivamente buono; un Dio ansioso di comunicare, di colloquiare con gli uomini. Un Dio completamente diverso da prima.
Il Dio della religione mosaica diceva infatti: “Hai ucciso: meriti di morire! Hai peccato: non Mi meriti! Hai fatto un tragico errore: considerati indegno di Me, un peccatore imperdonabile: hai tradito la Mia fedeltà; sei fuori dalla mia dimora!”.
Il Dio di Gesù dice invece: “Io sono l’Amore. Sono qui per amarti, anche se tu non vuoi saperne. Non sono qui per terrorizzarti, ma per farti capire che ti amo. Il mio compito è questo. Vuoi permettermelo? Vuoi accettarlo?”. Una verità, questa annunciata oggi da Matteo, confermata anche dal quarto vangelo, quello di Giovanni: “Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui” (Gv 3,17).
Allora, come dobbiamo rispondere noi a questa opportunità, a questa offerta di Dio? Semplicemente trasformando il nostro battesimo d’acqua, in battesimo dello Spirito.
Tutti abbiamo ricevuto il battesimo d’acqua: siamo stati cioè “generati”, ci è stata offerta una nuova vita: un dono gratuito ricevuto per i meriti di Cristo. Ma ciò non basta. Non enfatizziamo troppo questo “inizio”: perché il vero battesimo, quello che ci rende veri seguaci di Cristo, è quello successivo, quello di “fuoco”, quello con cui noi rispondiamo con la vita, con i fatti, alla chiamata di Dio: quello cioè, con cui ci rigeneriamo, ci “ricostruiamo”, per ridiventare a sua “immagine e somiglianza”, come Egli ci aveva chiamati ad essere fin dall’inizio. È il battesimo dello Spirito che ci renderà infatti testimoni di una nuova vita, risposta d’amore all’Amore, fedeli fino in fondo a Colui in cui crediamo e che ci “brucia” dentro, che ci appassiona il cuore oltre ogni umana esperienza.
I grandi personaggi della Bibbia hanno sempre confermato la loro chiamata iniziale (battesimo d’acqua) superando cammini tortuosi, prove difficili, viaggi duri, faticosi, durante i quali Dio li ha forgiati e purificati. Noè, per esempio, ha dovuto costruire l’arca tra la derisione e lo scherno generale; Abramo ha dovuto affrontare un lunghissimo viaggio per raggiungere nuove terre, completamente a lui sconosciute e ostili; Mosè ha dovuto guidare il popolo attraverso il Mar Rosso e il deserto, per poter raggiungere la terra promessa; Giobbe e Tobia compirono entrambi dei viaggi molto impegnativi e pericolosi. Gesù stesso si immerge oggi nel Giordano (Giordano = yared, che vuol dire appunto “immergersi”) ma soprattutto si immerge in questa umanità inquieta ed irrequieta che, in cambio dei tanti benefici e favori, lo condanna al patibolo: un’umanità che ancora oggi non cessa di rinnegarlo, di rifiutarlo, di ucciderlo.
Gesù dice nel vangelo: “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso… Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, la divisione... Non sono venuto a portare la pace ma una spada...”.
Allora smettiamola di pensare o di credere che per essere veri cristiani basti semplicemente l’essere battezzati. Quando i media dicono che l’80% degli italiani sono cristiani, dicono una corbelleria. Sarà la percentuale dei battezzati con l’acqua, ma non dei cristiani battezzati col fuoco dello Spirito. (Ciò viene confermato dalla percentuale dei cristiani praticanti che scende a circa il 19%)
La gente crede ancora che seguire Gesù sia una cosa semplice, qualcosa di comodo, di tranquillo. Basta qualche pratica, andare alla messa ogni tanto, dire qualche preghierina.
Ma seguire Gesù significa “fuoco”. È quella passione che brucia dentro, che non può lasciare indifferenti di fronte alle ingiustizie, di fronte ad una società edonista che uccide l’anima degli uomini, di fronte a genitori inconsapevoli che portano al battesimo i loro figli come fossero delle graziose bambolette da esibire in pubblico, dei burattini con cui divertire la gente.
“Fuoco” è la passione che ci spinge ad uscire, ad esporci, a non stare zitti. Potremmo starcene in disparte e farci gli affari nostri; e, invece no, ci costringe a buttarci nella mischia, rischiando in prima persona.
L’essere cristiani di “fuoco” significa purificarsi interiormente, bruciare tutto ciò che c’è di impuro dentro di noi. Solo così ci accorgeremo che noi, e non gli altri, siamo invidiosi, siamo intolleranti, siamo gelosi. Che noi, e non gli altri, non amiamo veramente; che noi e non gli altri vogliamo possedere, gestire, manipolare. Che noi, e non gli altri, abbiamo assoluta necessità di cambiare, di crescere, di modificare con umiltà la nostra vita.
Non è facile cambiare. Non è per nulla piacevole scoprire certe reazioni negative dentro di noi. Per cui, seguire Gesù, sarà sicuramente difficile, impegnativo, un lavoro continuo. Ma sarà entusiasmante, passionale, ardente; ci darà la sensazione di vivere in profondità, ci farà capire che la nostra vita finalmente ha un senso. Amen.


 

giovedì 1 gennaio 2026

4 Gennaio 2026 – II DOMENICA DOPO NATALE


Gv 1,1-18 

In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l'hanno vinta. Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce. Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità. Giovanni gli dà testimonianza e proclama: «Era di lui che io dissi: Colui che viene dopo di me è avanti a me, perché era prima di me». Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia. Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato.

 

Oggi la parola di Dio ci invita a riflettere sul tema della Sapienza, che è Cristo, la Parola di Dio: fattosi carne nel grembo verginale di Maria, Egli ci indica il modo di vivere la nostra vita nella giusta prospettiva di Dio. Gesù infatti, assumendo la nostra natura umana, ci ha rivelato la natura stessa di Dio: un Dio che, oltre ad essere Padre, è insieme eternità, onnipotenza, luce, creazione, redenzione.
Ebbene: questo Dio che è tutto e in tutto, non è lontano da noi, ma vive con noi: “venne ad abitare in mezzo a noi”. Una verità di fede che praticamente ci coinvolge tutti, in prima persona, in termini di libera adesione, di coerenza e di fedeltà.
Il fatto quindi che Dio raggiunga in Cristo la storia dell'uomo, non riguarda solo la collettività: non è riferito al solo fattore universale, collettivo: no, Dio raggiunge in pienezza anche lo spirito individuale di ogni singola persona umana, vale a dire il nostro spirito, la nostra vita personale; in questo modo Egli vuole instaurare con noi un personalissimo dialogo di amicizia, di comprensione, di amore: vuole sostenerci in tutto, per tutto; vuole che riscopriamo con Lui il vero senso della nostra vita; vuole che la rispettiamo, dando alle cose il loro autentico significato, per amministrarle così come anche Lui ha fatto nella sua vita terrena. Questa è la nostra fede, amici! In questa e con questa, noi dobbiamo vivere.
A volte mi è capitato di incontrare persone che mi dicevano: “Beh, tu puoi vivere così, perché hai fede; io invece non posso, perché non credo!”: forse però si tratta di persone che hanno volutamente abbandonato la fede, scegliendo purtroppo di vivere costantemente in crisi, perché vivere in modo coerente la vita cristiana, avrebbe loro impedito la possibilità di abbandonarsi ai piaceri del mondo, di vivere senza alcun ritegno le prospettive immorali e perverse di una società corrotta, di credere e sostenere stolte ideologie “libertarie”, partorite da elementi affamati di potere, paladini di quel “pensiero unico” che, escludendo l’esistenza di Dio, calpestano volutamente le leggi della natura,. Ma questa è pura perversione: pensare con ciò di aver raggiunto la piena libertà personale, è pura follia, significa non voler guardare in faccia la realtà; noi credenti, infatti, sappiamo perfettamente che credere in Dio, seguire fedelmente i suoi insegnamenti, non comporta alcuna rinuncia alla propria libertà, sia di pensiero che di azione: perché servire Dio significa realizzare pienamente sé stessi, le proprie aspirazioni, la propria vita: perché Dio è luce, è una forza potente, una gioia, una soddisfazione del nostro cuore, vera, profonda, continua.
Dico questo non per giudicare, ma per far capire, per incoraggiare, per rincuorare quegli amici magari un po' “stanchi” e provati, a porre la loro fiducia in Dio; a percorrere con nuovo entusiasmo il sicuro percorso indicatoci da Gesù. Forse inizialmente ciò richiederà qualche rinuncia, ma nel procedere riscopriremo con gioia cosa significa veramente “vivere”, cosa significa credere, cosa significa abbandonarsi completamente all’amore di Colui che ci ha regalato la sublime possibilità di vivere.
Fermiamoci un momento nel nostro continuo correre contro il tempo: la Chiesa, con le sue celebrazioni liturgiche di questo periodo natalizio, ci invita continuamente a contemplare l’infinito amore di Dio che accetta di diventare una creatura umana, umile, debole e indifesa, per portarci la salvezza divina, per donarci la vita vera, per renderci insomma partecipi dell’amore infinito di Dio, suo e nostro Padre.
Il Vangelo di Giovanni ci dice però che il Verbo, cioè Gesù figlio di Dio, era nel mondo, che il mondo è stato fatto per mezzo di lui: “eppure il mondo non lo ha riconosciuto; è venuto fra i suoi i suoi, e i suoi non lo hanno accolto!”. Una constatazione drammatica: purtroppo è la “tragedia” del mondo e della nostra vita; Dio ci ha fatti liberi, lasciandoci ogni opportunità di scelta: questo suo amore si aspetta quindi da noi una risposta spontanea in termini di amore e riconoscenza. Noi quindi possiamo riconoscerlo e accoglierlo in noi, oppure possiamo anche rifiutare il suo Amore; in altre parole, nella nostra libertà, possiamo anche stoltamente rifiutare il suo dono più prezioso, una “elezione” di incalcolabile valore, ossia la “possibilità di diventare figli di Dio”.
Ecco: è arrivato il momento di pensare seriamente a tale straordinaria e meravigliosa prospettiva: chiudiamoci nel silenzio del nostro cuore e umilmente domandiamoci: “come ho risposto io a tale dono? Ho accolto Gesù nella mia vita? Nutro veramente la mia fede in Lui, per Lui, con Lui? Sento la gioia e la responsabilità di essere figlio di Dio? Infine, vivo veramente da figlio Suo, e da fratello con tutti gli altri?”. Comportiamoci di conseguenza. Amen.

 

venerdì 26 dicembre 2025

28 Dicembre 2025 – LA SANTA FAMIGLIA


Mt 2,13-15.19-23 

I Magi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo». Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Dall’Egitto ho chiamato mio figlio». Morto Erode, ecco, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nella terra d’Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino». Egli si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra d’Israele. Ma, quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nella regione della Galilea e andò ad abitare in una città chiamata Nàzaret, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: «Sarà chiamato Nazareno».

Oggi, festa della Santa Famiglia. Quando pensiamo alla famiglia di Gesù, siamo portati a pensare ad una minuscola comunità esente da ogni difficoltà e contrarietà. Di essa ci è stata talvolta tramandata un’immagine paradisiaca, celestiale. Invece era una famiglia come tante altre; anzi, a ben vedere, una famiglia con più problemi di tante altre: una madre rimasta incinta non si sa come; un padre che, dopo la nascita del figlio, scompare (che fine ha fatto Giuseppe nel vangelo?); un figlio molto difficile da capire, che finisce col diventare sovversivo e rivoluzionario; una famiglia, che per sfuggire il pericolo di soccombere, è costretta a scappare, a fuggire dalla propria terra e a rifugiarsi in Egitto. Beh, se non è “anomala” questa famiglia, non lo è davvero nessuna! 
A volte si vedono famiglie che dal di fuori sembrano il paradiso in terra, la perfezione concretizzata. Sembra che tutti si amino, che tutti siano felici, che tutte le cose vadano per il meglio. Sembra! 
Invece quante difficoltà! Quanti problemi covano sotto l’apparenza esteriore. Quanta pazienza è necessaria per far quadrare il cerchio! Del resto le difficoltà le avevano anche Gesù, Maria e Giuseppe, nel piccolo paesino di Nazareth: ed essi erano veramente santi! Perché allora noi, che non siamo proprio dei santi, dovremmo esserne esenti? 
La famiglia non è il luogo della perfezione assoluta, dei sorrisi paradisiaci, del “tutto va sempre bene”; la famiglia è, certamente, il luogo dove possiamo abbeverarci d’amore; ma sempre di amore umano si tratta; il quale, come sappiamo, è quello che è, parziale, limitato, mai perfetto, perché legato alla fragilità umana; anche se è tremendamente bello, intenso, importante, che solo quando non c’è più, se ne capisce il valore. Purtroppo anche se molte famiglie si ritrovano insieme a mangiare, anche se siedono sempre attorno allo stesso tavolo, non sono “famiglia”. C’è infatti la famiglia-autogrill in cui uno mangia e poi scappa; c’è la famiglia-caserma, in cui uno ordina, uno comanda, e gli altri devono eseguire; c’è la famiglia-albergo in cui tutto è perfetto, ordinato, ma non c’è vita, non si ride, non si scherza, non ci si racconta e non ci si ascolta; si può parlare solo di certe cose e guai alzare la voce o ridere fuori tempo; c’è la famiglia-sky-tv dove il padre guarda la partita o il telegiornale e tutti gli altri devono stare in silenzio. 
Nella nostra società ci sono molte case, molte abitazioni, ma poche famiglie. C’è la casa al mare, in montagna, all’estero; c’è una “seconda casa” che è il pub, l’osteria, la piazza, dove quasi sempre non c’è nessuno che ci ascolta, nessuno con cui ridere, con cui piangere, con cui mostrarsi per quello che si è. Tante case, tante stanze, tanti locali diversi ma nessuna “famiglia”. 
Perché per esser famiglia non basta stare insieme, mettersi insieme, vivere sotto lo stesso tetto. Ci vogliono soprattutto due genitori esperti, formati, consapevoli del proprio ruolo.
Ora, se per i bambini c’è la scuola materna, per i ragazzi la scuola elementare, media, superiore, l’università; se per andare in auto c’è l’autoscuola, se per fare un qualsiasi lavoro (anche l’operatore ecologico o l’assistente domiciliare) ci sono corsi di formazione, al contrario per educare, formare i genitori non c’è nessuna scuola. Perché non dovrebbero andare a scuola anche loro? Chi insegna loro? Da chi imparano? Perché si ha la pretesa di saper fare il genitore, solo per il fatto che si hanno dei figli? 
Eppure una scuola, un esempio di famiglia, c’è: è quella che festeggiamo oggi; è quella che, con l’esempio, ci ha insegnato a superare tutte le difficoltà, che ci ha indicato con l’esempio quei principi fondamentali che ciascun genitore dovrebbe praticare e trasmettere ai propri figli: l’amore, la pazienza, l’umiltà, la sopportazione, la preghiera.
Tutti siamo chiamati ad imparare a questa scuola. Perché una famiglia che non trova occasioni, momenti di crescita spirituale è destinata ad appiattirsi, e prima o poi si esaurirà.
In tale contesto, il vangelo di oggi ci presenta i primi giorni della vita terrena di Gesù.
La storia del piccolo Gesù ci ripropone un po’ quello che, in qualche modo, è il “destino” di ogni bambino. Ogni bambino ha un suo “Erode”: per crescere deve soffrire, superare difficoltà, conflitti, umiliazioni. Ogni bambino deve, in qualche modo, fuggire dalla propria abitazione, da quello che lui è, dalla profondità del suo essere, ed emigrare, diventare adulto, diventare un altro. E tutto questo per salvarsi, per affermarsi. Ogni bambino, fortunatamente, ha una forza interna, la forza del suo voler vivere ad ogni costo, che è più grande di tutte le forze contrarie, avverse e che gli permette di tornare sempre nella “sua casa”, nella terra promessa.
Soffocare, uccidere il bambino che è in noi, è la più grande tragedia della vita, è la vera strage degli innocenti: perché egli è quella parte di noi che sa stupirsi; che sa amare pienamente, completamente, sinceramente, che si dà senza trattenere niente; è la parte di noi che sente, che ascolta, che vive tutto con intensità, che nel bisogno sa chiedere aiuto, che non si sopravvaluta, che conosce i propri limiti; ma è anche quella parte di noi che è felice, che danza, che canta, che ride, che gioca, che si sporca, che si butta per terra, che se ne frega di cosa dice la gente.
È così bello lasciarsi andare! Perché è la vita che è bella! Dobbiamo soltanto vincere la paura del nostro “Erode”: che però, a ben guardare, è lui che ci teme di più!
La festa di oggi infatti è anche la paura di Erode per un bambino: che cosa può fargli un bambino? Eppure Erode è terrorizzato da quel bambino, ha paura a lasciargli spazio, ha paura che cresca, che prenda forza; ha paura di non saperlo più controllare. E non sa che quello che lui condanna e cerca di uccidere è, invece, la sua stessa salvezza, è il suo Salvatore. 
La strage degli innocenti si compie pertanto ogni volta che noi lasciamo morire, che ci dimentichiamo delle urla, delle violenze, del pianto, della tristezza del “nostro” bambino: ed altri innocenti (che non c’entrano niente) saranno costretti a subire la nostra collera, il nostro disagio, la nostra rabbia. E saranno proprio i nostri figli, i nostri amici, le persone che amiamo, quelli di cui diciamo: “Con loro sarà diverso!” (e non lo sarà!), che subiranno tutta la nostra collera, il nostro dolore e il nostro disagio, perpetuando una catena senza fine.
Guardare quel nostro “bambino”, è tornare a guardare oltre le nostre deformità, a quando i mali e i condizionamenti subiti, non avevano ancora segnato il nostro vissuto. È tornare a vederci come siamo usciti dalle mani di Dio. È poterci vedere nella nostra unicità, nella nostra bellezza, nel nostro esistere per un motivo ben preciso. È vedere che veniamo dall’alto, da Dio. È vedere che c’è una parte di noi che nessun Erode potrà mai distruggere. È trovare la forza, un punto d’appoggio, per ripartire. Perché solo rialzandoci dalle miserie della vita,
potremo vederci come Dio ci ha pensato, prima che il nostro volto si sfigurasse: solo allora potremo vedere la nostra infinita bellezza, la nostra grandezza e preziosità, e ci sarà chiaro che siamo angeli, che siamo figli di Dio. Chi riesce a vedere il bambino che egli era, riesce a capire finalmente cosa vuol dire che Dio si è fatto carne, uomo, in lui, in noi, in tutti: e lo vede concretamente! Amen.

   

giovedì 18 dicembre 2025

21 Dicembre 2025 – IV DOMENICA DI AVVENTO


Mt 1,18-24 
Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati». Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele, che significa Dio con noi. Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa.

Quella notte per Giuseppe non fu certamente facile! Lui i suoi progetti li aveva, eccome. Progetti modesti, da giovane artigiano: la bottega andava bene, merito della sua bravura e della sua affabilità con i clienti. Certo, non era una gran piazza, Nazareth, ma col tempo, chissà, avrebbe potuto ingrandirsi e, addirittura, trasferirsi nella vicina Sefforis. Da lì a poco avrebbe preso in casa la sua promessa sposa Maria, che tutti gli invidiavano per la bellezza e la sua naturale modestia. Insomma, per Giuseppe, il pensiero di una famiglia con quella ragazza che gli aveva rapito il cuore, era fonte di gioia incontenibile.
Improvvisamente però, tutti i suoi progetti vengono frantumati da un evento incredibile, impensabile: la gravidanza di Maria; lui sa di non esserne il responsabile, e questa certezza lo getta in una tremenda angoscia. Ma come: Maria? Proprio lei? Com’è potuto accadere?
Ovviamente soltanto lui è a conoscenza di quel figlio non suo. E allora, cosa deve fare? Non è questo, certo, il tempo per covare rabbia, né per autocommiserarsi; deve solo agire: ma come? Seguire la prassi, denunciandola alle autorità, e abbandonarla al suo destino? Lui sa bene che il destino delle donne adultere, in Israele, è la morte per pubblica lapidazione. No, non può fare questo a Maria.
È ormai molto tardi; la notte lo attende con le sue ansie tremende; è ancora completamente sveglio, e nel suo continuo rigirarsi nel pagliericcio, orribili visioni del domani continuano a gettarlo nella disperazione più cupa. Ha sempre davanti agli occhi il volto sorridente di Maria: non riesce a capacitarsi, non vuole arrendersi all'evidenza, alla realtà. Il suo orgoglio di maschio è sicuramente ferito, ma nulla può demolire l’amore granitico che egli nutre per la sua giovane sposa. La sua mente, ora, è tesa, concentrata nel valutare ogni possibile alternativa. Finalmente una soluzione gli sembra meno traumatica: al rabbino avrebbe dichiarato di essersi stancato di Maria, di non amarla più, per cui intendeva annullare il contratto matrimoniale. Maria ne sarebbe uscita con l'onore compromesso, è vero, ma avrebbe avuto salva la vita. Ecco, sì, questa è l’unica strada percorribile.
Sul fare del mattino, sfinito dai dubbi, dal dolore e dall’angoscia, Giuseppe cade in un sonno profondo. Ed è qui che Dio irrompe nella sua vita: un angelo improvvisamente si materializza nel sonno, e gli parla di una missione che lui doveva necessariamente compiere, di un figlio di Maria che doveva nascere per salvare il mondo, che pertanto egli doveva accogliere Maria come sua legittima sposa, per proteggere lei e quel bimbo che portava in grembo, perché questa era la volontà di Dio, l’Altissimo. Certo, Maria era già la sua sposa, ma Dio dall’eternità si era innamorato di lei, e aveva scelto il suo grembo verginale per la nascita del Verbo, suo Figlio.
Giuseppe, di fronte a quella figura autorevole, tace; rimane in ascolto, sbalordito, senza parole; non reagisce, non discute, non chiede neppure qualche spiegazione o altre informazioni. Ascolta e basta: ma nello stesso istante, ancora nel sonno, Giuseppe abbraccia e fa suo quel “progetto eterno di Dio”, anche se non era quello il “suo” progetto, anche se non lo riguardava, se non gli apparteneva: ma questo lo ha reso grande agli occhi di Dio, e agli occhi degli uomini, l’uomo esemplare dell'ascolto e dell’obbedienza a Dio!
A questo punto, in un sussulto, si sveglia: è improvvisamente sereno; i pensieri tenebrosi sono scomparsi, dissolti dalla luce del mattino: ora Giuseppe ha riacquistato tutta la sua lucidità, la sua forza, il suo entusiasmo, la sua fede: se Maria ha accettato di prestare il grembo a Dio, lui, Giuseppe, è pronto a fare da padre a quel Dio che nascerà uomo da lei. Non gli servono altre spiegazioni; ha capito che Dio vuole entrare nella storia umana, e che per farlo, ha scelto di servirsi della sua giovane sposa come madre, e di lui, come solerte figura paterna, nonché “garante” del progetto divino.
Matteo, ottimo conoscitore dell’animo umano, ci tiene a sottolineare che Giuseppe è un uomo “giusto”: è cioè corretto, autentico, di grande onestà morale; uno che non giudica dalle apparenze; uno che accetta all’istante, senza recriminazioni, il disegno salvifico del suo Dio; è un “giusto” perché, nella generosità del suo cuore, accetta di condividere con Lui la sua sposa immacolata; è “giusto” perché, scrupoloso “custode” di quel progetto soprannaturale, si oppone alla follia umana dominante, al giudizio di morte della gente “ignorante”; è “giusto” perché aderisce responsabilmente, con entusiasmo, alla prospettiva di assumere, di fronte all’intera umanità, il ruolo apparente di “padre” per un nascituro divino, per un “debole” e “indifeso” Dio bambino. Per questo egli è l’uomo “giusto”, l’icona perfetta della santità per quanti, in ogni tempo, tenteranno di seguire umilmente, tra infinite difficoltà, gli insegnamenti di quel “suo” Figlio divino, che è vissuto amando tutti gli uomini, individualmente.
Purtroppo, però, ci sono uomini che, diversamente da Giuseppe, polemizzano, discutono, contestano, bestemmiano il loro Dio; nel loro farneticante delirio rifiutano il suo amore, disconoscono la sua grazia, respingono la sua rassicurante presenza, il suo aiuto misericordioso; inebriati di falsa onnipotenza, di illusoria autosufficienza, si prostituiscono alle stolte divinità di questo mondo, sperperando la loro breve e instabile vita.
Non solo: ma quante volte anche noi “cristiani”, rispondiamo svogliatamente alla chiamata di Dio: prendiamo tempo, puntualizziamo, rimandiamo, dimentichiamo. In pratica non lo “ascoltiamo”: e se anche al momento sembriamo disponibili, poi continuiamo a comportarci comunque a modo nostro. “Ascoltare”, invece, significa accettare, significa agire di conseguenza, eseguire con molta umiltà quanto ci viene suggerito: significa accettare la volontà di Dio, farla immediatamente nostra, senza porre condizioni o “distinguo” personali.
Per professarci buoni cristiani infatti non basta evitare di compiere il male; non basta nemmeno essere caratterialmente giusti, onesti, ma dobbiamo saper accettare, volere, amare, fare nostri, quei consigli, quelle indicazioni, che Dio suggerisce alla nostra coscienza. Perché ciò richiede sempre un amore vero, concreto, vissuto: un amore che non sboccia a cose fatte, quando tutto ci appare chiaro, quando tutto è pianificato e sicuro: ma un amore preventivo, un amore che cresce, si sviluppa, si perfeziona in corso d’opera, quando ancora non vediamo alcun risultato certo, un amore che nasce dalla piena fiducia in Lui. Questo è il miracolo che dobbiamo chiedere a Dio nel suo Natale: un miracolo d’amore, che faccia sbocciare nel mondo e nel nostro cuore un amore veramente nuovo, impegnato, operante, positivo. Amen.