giovedì 17 settembre 2020

20 Settembre 2020 – XXV Domenica del Tempo Ordinario


“Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna.” (Mt 20, 1-16).


 La parabola di oggi potrebbe sembrare a molti un tentativo di difesa dell’autonomia del datore di lavoro nello stabilire la retribuzione ai suoi operai.

Un padrone, dunque, esce di primo mattino per cercare degli operai a giornata da mandare nella sua vigna: trovatili, si accorda con loro per “un denaro”, che era il giusto corrispettivo di quei tempi per un giorno lavorativo. Preoccupato però per l’urgenza della vendemmia, esce ancora, in ore diverse del mattino e del pomeriggio, e continua ad assumere chi trova, mandando tutti a lavorare nella sua vigna per la stessa paga. Alla fine della giornata, gli operai si presentano dal padrone per ricevere ciascuno la sua paga: per primi vengono chiamati quelli che hanno lavorato un’ora soltanto e ad essi il padrone consegna un denaro ciascuno. A questo punto gli altri, con più ore di lavoro, pensano di ricevere una paga maggiore, proporzionale alle ore di effettivo lavoro. E invece no: tutti, indistintamente, sia chi ha lavorato un’ora, sia chi tre ore, sia chi l’intera giornata, ricevono un denaro a testa. È normale quindi che qualcuno ritenesse ingiusto un simile trattamento. In genere la paga è proporzionale alle ore lavorate. Quindi, se chi aveva lavorato per un’ora sola aveva ricevuto un denaro, chi ne aveva lavorato molte di più o per l’intera giornata si aspettava giustamente di incassare una somma maggiore.

Ma Dio non ragiona come noi; Egli si comporta diversamente. Dio non dà secondo i nostri “diritti”, Dio non usa i parametri sindacali: la giustizia di Dio non è legata ad alcuna legge economica del tipo: “Hai lavorato tot, eccoti tot”. Egli non pensa come tanti ricchi della nostra società industrializzata: “Se non lavori e non guadagni tanto da poterti sfamare, è un problema tuo, non mio”. No, questa non è la giustizia di Dio: la sua è la giustizia dell’amore, del cuore. Dio vuole che tutti vivano, che tutti abbiano il necessario, che tutti possano avere le stesse possibilità per realizzarsi.

La chiave della parabola sta quindi altrove: ossia nel denunciare e nel condannare il comportamento molto comune di confrontarci con gli altri. Lo scontento, il malessere, la convinzione di subire ingiustizie, sentimenti che spesso ci affliggono, provengono quindi non dall’esterno, dagli altri, ma esclusivamente dal nostro interno, dalla gelosia che scaturisce dal nostro continuo confrontarci egoisticamente con quanto succede agli altri: una serpe velenosa, l’invidia, si insinua nei nostri cuori, obnubila la nostra mente, e ci destabilizza da ogni logico raziocinio: “lui sì, io no! Lui tanto, io poco!”.

La molla che fa scatenare il malcontento degli operai della prima ora, a ben vedere, non è tanto il comportamento del padrone nei loro confronti: essi sono infatti consapevoli di aver ricevuto esattamente quanto avevano concordato: chiuso; la causa del loro malumore sta invece nel constatare che anche chi aveva lavorato un’ora soltanto hanno percepito la stessa somma: e questa, in una parola, si chiama “invidia”. A nessuno di essi interessa più l’essere stato trattato con giustizia dal padrone; quello che ora li manda in bestia è che gli altri hanno avuto la stessa paga lavorando di meno.

È su questo che dobbiamo meditare: chi di noi, infatti, non ha mai ceduto all’invidia? Tutti, chi più chi meno, in certe situazioni pecchiamo di incoerenza, non siamo onesti, obiettivi. I nostri rapporti “fraterni” perdono di lucidità, di autenticità.

Per questo non dobbiamo mai dimenticare le parole che il padrone del vangelo, in simili circostanze, potrebbe dire anche a noi: “Io e te abbiamo concordato una giornata di lavoro per un denaro: tu eri contento così e lo hai accettato; perché ora sei tanto arrabbiato? Perché vuoi impedirmi di essere generoso, buono e grande d’animo con gli altri? Ti ho forse tolto qualcosa? Ti ho defraudato di qualcosa? E allora perché ti lamenti?”.

Se fossero stati presenti soltanto gli operai della prima ora, non ci sarebbe stato alcun problema. Sarebbero stati tutti felici: avevano lavorato, avevano guadagnato il pattuito, e tutti se ne sarebbero tornati a casa soddisfatti. Cos’è allora che ha rovinato la loro festa, la loro gioia? Il confronto. L’aver constatato che gli altri hanno ottenuto un trattamento migliore del loro: e non vanno più a casa felici per il loro giusto guadagno, ma tristi e infuriati per quello migliore avuto degli altri.

Purtroppo è il nostro peso quotidiano: l’invidia, il confronto malevolo, ci toglie ogni valore personale: non consideriamo più ciò che abbiamo, non lo gustiamo, non lo viviamo più, non guardiamo più a noi stessi; non valorizziamo più ciò che siamo, ciò che abbiamo, ma abbiamo lo sguardo fisso sugli altri. E il confronto ci distrugge, ci rovina la vita, ci porta ad odiarli.

Purtroppo, questo continuo, maniacale, confronto con gli altri, è una competizione che evidenzierà sempre la nostra inferiorità: perché nella vita ci sarà sempre qualcuno che è più di noi, che ha più di noi, che sa più di noi, che è più bravo, più apprezzato, più bello di noi. Per cui se questa ossessione non ci permette una vita felice e serena, la causa non dipende dagli altri, ma da noi stessi: il vero e unico nostro problema siamo noi!

Gesù, con questa parabola, condanna la nostra logica del merito, secondo cui Dio ci amerebbe e ci premierebbe solo in proporzione dei nostri meriti, del nostro valore, del nostro lavoro, del nostro impegno personale, della nostra buona condotta.

Così la pensavano i devoti del suo tempo. E così la pensa purtroppo anche molta gente di oggi. Ma Gesù rigetta qui questa logica umana, la distrugge: una logica che svilisce i rapporti di Dio con le sue creature condizionandoli al principio opportunistico del “do ut des”; subordinando cioè l’infinita e gratuita misericordia di Dio ad un'arida contabilità di “dare e avere”. Quello che al contrario Gesù vuol farci capire è che molto più importanti del merito, del guadagno, della “giusta” ricompensa, ci sono delle “gratuità” dal valore incalcolabile, come la grazia, il dono, l’amore.

Non dobbiamo allora cadere nell’errore degli operai della prima ora, che non hanno capito con quale padrone speciale avevano a che fare, e hanno ridotto la loro fede, il loro credo, a “lavoro, sudore, ricompensa”. Peggio: hanno guardato con sospetto gli altri lavoratori, quasi fossero dei disonesti pretendenti ai loro privilegi contrattuali, concordati in esclusiva col padrone.

Noi dobbiamo evitare questa lettura del Vangelo: dobbiamo rinunciare a questa assurda pretesa di essere i più meritevoli, i più degni, i più osservanti, i più impegnati nei servizi ecclesiali. Non sragioniamo; cerchiamo piuttosto, con dignità e umiltà, di essere semplicemente noi stessi! Accettiamo gli altri per quello che realmente sono: “fratelli”, figli dello stesso Padre, che lavorano nella medesima vigna paterna, obbedendo anch’essi alla Sua chiamata.

A che prò voler interferire con la volontà di Dio screditando il loro valore? Che senso ha? Siamo tutti sue creature, amate e stimate da Lui, tutti allo stesso modo.

Non perdiamo tempo, allora, in meschinità: ringraziamolo invece, e gioiamo per il dono che ci ha concesso di poter lavorare nella sua vigna, pur non disponendo di alcuna “specializzazione”, di alcun attestato di “merito”; e gioiamo parimenti per la possibilità offerta agli altri “operai” anche a quelli dell’ultima ora di poter accogliere la stessa grazia trasformante che per amore Lui sta elargendo a noi.

La bontà di Dio ci faccia così uscire dalle ristrettezze di una fede “sindacalizzata”, e trasformi questa nostra breve “giornata lavorativa”, in una anticipazione, ancorché pallida, di quella gioia, di quell’immenso fuoco d'amore e di bontà che Egli riverserà un giorno nei cuori dei suoi fedeli lavoratori. Amen.

  

giovedì 10 settembre 2020

13 Settembre 2020 – XXIV Domenica del Tempo Ordinario


“Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?” (Mt 18, 21-359).

 Il Vangelo di oggi continua a proporci insegnamenti per la nostra vita di “comunità”. Domenica scorsa ci ha dimostrato quanto sia importante ascoltare le ragioni del proprio fratello, rapportarsi con lui; quanto sia importante aprirgli il nostro cuore e accogliere il suo. Oggi ci offre un ulteriore approfondimento: “il perdono è uno dei modi più efficaci per esprimere l'amore”.

A Pietro, come al solito, la teoria non basta, egli vuol saperne di più, avere certezze, vuol vederci chiaro, nero su bianco. “Quante volte devo perdonare? Fino a sette volte?”. Era il limite imposto dalla legge antica. E Gesù: “Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette”.

Il che significa, caro Pietro, che non hai scampo: devi perdonare sempre! Perché? Semplicemente perché il “tuo” perdono non deve provenire dalla tua buona predisposizione caratteriale, ma deve essere la logica e consapevole conseguenza del fatto che Dio perdona te in ogni occasione, sempre, di continuo. Chi si guarda un po’ dentro, infatti, e vede quanto male gli è stato perdonato, non può esimersi dal perdonare a sua volta.

L’unica misura del perdono è quindi perdonare sempre: senza misura, senza calcoli; perché è quanto Dio fa con noi.

La nuova giustizia che Gesù introduce nel Regno, dunque, non è quella che si basa sulla regola del “chi sbaglia paga”; la sua è una giustizia superiore, è la giustizia propria di chi ama senza limiti; Egli sostituisce cioè la giustizia della legge “che uccide”, con la sua, la legge dello Spirito che “dona vita”.

Perdono incondizionato: questo deve essere il nostro riferimento. Ma in cosa consiste il perdono? Come viverlo? Come si giustifica? Sono le domande che ci nascono spontanee.

Ecco allora che Gesù, con la parabola del servo “graziato”, ci porta a fare le dovute considerazioni pratiche: questo servo doveva al suo re una somma esorbitante, “diecimila talenti”, una cifra enorme, incalcolabile, poiché per raggiungerla avrebbe richiesto l’intero salario giornaliero di duecentomila anni di lavoro. Un’assurdità. Consapevole di questo, il servo tenta il tutto per tutto: va dal suo creditore, si getta ai suoi piedi e lo supplica tra le lacrime. E il re prova compassione per lui; si immedesima talmente nella sua angoscia, nella sua disperazione, da condonargli, in uno slancio di misericordia, l’intero debito. Un condono tombale, senza alcuna penalità.

Bene: quel servo, ottenuta la grazia per il suo mostruoso debito, uscito dalla residenza reale, incontra un suo pari che gli doveva poche monete; da notare la precisazione di Matteo: “appena uscito”, non una settimana dopo, non il giorno dopo, non un'ora dopo, ma “appena uscito!”: e, nonostante fosse ancora nel pieno dell’emozione e della gioia per la cancellazione del suo debito, in preda ad una collera improvvisa, assale quel poveretto e lo strangola gridando “rendimi ciò che mi devi!”: una inezia rispetto ai miliardi che gli erano stati appena graziati! E senza pietà alcuna, sordo alla richiesta di pazientare del meschino, lo fa gettare in prigione.

Certo, di fronte alla legge egli avrà agito anche correttamente, ma ha comunque dimostrato di essere un uomo spregevole, senza pietà, senza il minimo senso di giustizia. Non ha saputo riconoscere al compagno, che gli doveva una somma irrisoria, quella stessa misericordia che poco prima il re gli aveva accordato condonandogli un debito smisurato, incalcolabile.

Capita molto spesso anche a noi, malauguratamente, di reagire d’impulso contro insignificanti inadempienze ricevute e, come quel servo, rivendichiamo con cattiveria i nostri diritti, esigendo l’immediato risarcimento dei danni, ancorché irrilevanti.

Ma questa è una scelta che non paga mai, che non risolve in alcun modo i nostri problemi, poiché introduce un meccanismo perverso con cui il male richiama altro male, la violenza genera altra violenza, chiamando in causa famiglie intere, moltiplicando all’infinito odio e avversione: la sete di vendetta infatti corrode l’anima, fa vivere nel tormento, porta l'inferno nel cuore.

Nondimeno, non è raro imbattersi quotidianamente in situazioni del genere: vicini di casa che litigano per un nonnulla e lasciano passare anni, decenni, senza riprendere un dialogo, una parola, un saluto; genitori e figli che interrompono drasticamente qualunque rapporto per motivi puerili, banali, distruggendo in tal modo l’armonia familiare; persone di chiesa, cristiani convinti, che dilaniandosi l’anima per immaginarie ingiustizie o critiche subite da altri fedeli o dai preti di turno, abbandonano sdegnosamente la loro comunità ecclesiale; religiosi laici e consacrati che, in intimo contrasto tra loro, pur assistendo quotidianamente all’Eucaristia, incuranti dell’invito di Gesù di praticare amore e misericordia, insistono nel vivere schiavi del loro rancore. Sono tutte persone che preferiscono rimanere orgogliosamente arroccate sulle loro posizioni, pur sapendo che il perdono è l'unica strada che consente di vivere un’esistenza feconda, autentica, serena e felice.

Certo, si tratta di una strada difficile da percorrere, questo sì. Ma Gesù ci dimostra continuamente che tutto quello che gli uomini non riescono a fare da soli, lo possono sempre fare con il Suo aiuto.

L’impegno inderogabile per noi cristiani, ci dice dunque Gesù, è quello di perdonare, sempre e comunque, proprio perché sappiamo che Dio lo fa continuamente con noi. Dobbiamo cioè perdonare perché siamo dei “perdonati privilegiati”: siamo noi per primi che, continuamente e gratuitamente, senza merito alcuno, sperimentiamo il perdono divino.

Può succedere anche che talvolta il nostro perdonare come Gesù ci ha insegnato, rischi di essere ridicolizzato dalla gente, ci venga rinfacciato come segno di debolezza, di meschinità. Poco importa: chi ha incontrato sulla propria strada il grande perdono di Dio, non può più astenersi dal trattare comunque tutti come fratelli, con sincerità, con amore, con la massima indulgenza.

Allora possiamo dire che una comunità è “osservante”, “santa”, non perché i suoi membri sono perfetti, immacolati, non sbagliano mai e non si permettono di offendere gli altri; ma perché si sentono dei “perdonati” e in quanto tali amano e perdonano i fratelli. Il male reciproco che, nella loro debolezza, inevitabilmente fanno, non costituisce quindi un elemento dirompente, ma nel reciproco perdono diventa il collante che li unisce saldamente tutti in Cristo, santificandoli.

Davanti a Dio siamo tutti peccatori, debitori insolvibili, perché mai, in tutta la nostra vita, potremmo restituirgli l’amore che Egli, con la sua infinita misericordia, ci dona continuamente: quell’amore che, dal canto nostro, disinvoltamente, calpestiamo continuamente con le nostre intemperanze. Sì, perché anche noi, come il servo del vangelo, spesso e con facilità siamo “giusti” ma spietati, “corretti” ma cattivi; siamo persone magari rispettose del diritto e della giustizia umana, ma molto meno inclini alla carità, alla pietà e alla misericordia. 

Dobbiamo quindi capire, una volta per tutte, che il perdono guarisce, ripaga, matura e fortifica chi lo esercita, non chi lo riceve; e che quindi, perdonando, facciamo prima di tutto i nostri interessi! Amen.

 

 

giovedì 3 settembre 2020

6 Settembre 2020 – XXIII Domenica del Tempo Ordinario


“Se tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello…” (Mt 18,15-20).

 Il Vangelo di oggi ci rivela un Matteo preoccupato di veicolare gli insegnamenti di Gesù alla comunità del suo tempo. Il suo è un tentativo di “tradurre” lo spirito di Gesù in comportamenti e regole, destinati ai suoi contemporanei, a uomini che hanno vissuto più di duemila anni fa, in un ambiente e in una cultura molto diversa dalla nostra.

Le sue sono regole destinate a mutare nel tempo, in quanto legate ad una particolare cultura. Quello che deve interessare a noi, e che rimane immutato nei secoli, è invece il messaggio di Gesù, quello che scaturisce dal suo insegnamento e dalla sua vita.

Ecco allora che il senso profondo del Vangelo di oggi ci deve impegnare tutti, perché nella sua semplicità, comporta uno sforzo costante, per nulla scontato: dobbiamo usare cioè, nei nostri rapporti interpersonali, umiltà, sollecitudine, discrezione e amore.

Se siamo convinti discepoli di Gesù, se Dio abita realmente nel nostro cuore, lo dimostriamo non attraverso la quantità di preghiere o mediante la frequenza nell’invocare il suo nome, ma da “come” ci comportiamo con le persone che ci stanno vicino, dalla “qualità” dei nostri rapporti, da come insomma “ci poniamo” con gli altri.

“Nella tua vita, qualunque cosa fai, falla sempre con amore”: è questa la massima basilare che dobbiamo seguire sempre con fedeltà. Anche quando litighiamo, quando lottiamo, quando entriamo in conflitto, non dobbiamo mai dimenticare che l’altro è nostro fratello e che dobbiamo amarlo.

Può sembrare una battuta ma non lo è; perché nella vita può succedere che anche quando non litighiamo mai con nessuno, quando siamo sempre ossequiosi con tutti, il nostro cuore è indifferente, non prova particolari sentimenti, tanto meno amore; al contrario possiamo anche litigare continuamente con i fratelli, ma nello stesso tempo amarli sinceramente, di vero cuore. Possibile? Certo: a condizione che il “litigio” nasca per buoni e corretti motivi, che il “robusto” scambio di opinioni (chiamiamolo così!) poggi su una reale onestà mentale, fondata nella carità, nell’amore fraterno: in questo modo ogni “scontro” lascerà ricchezza di vita, verità da imparare, apertura verso gli altri, e non una totale chiusura nelle proprie posizioni, in un astio irrazionale, come spesso avviene. Ci sono persone infatti che per anni litigano testardamente sempre per lo stesso identico motivo: è evidente che non vogliono capire, non vogliono imparare; non capiscono che litigare non serve assolutamente a nulla, che è inutile e fa solo male: perché se per principio non si vuole imparare, nella vita non si crescerà mai, non si maturerà mai.

L’insegnamento di oggi va anche oltre: ci suggerisce cioè quali atteggiamenti dobbiamo tenere in una eventuale controversia: e sono due in particolare. Il primo è di evitare il coinvolgimento di altre persone, allo scopo di ottenere consenso e ammirazione per come gestiamo la cosa; il secondo è che sempre e comunque dobbiamo riservare alla controparte la nostra comprensione, la nostra carità, cercando di ascoltare e capire con amore fraterno le rispettive motivazioni personali. “Se c’è una questione irrisolta fra te e tuo fratello, va di persona, da solo”; un comportamento che si pone peraltro in aperto contrasto con quanto imponeva la legge antica: “Rimprovera apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai di un peccato per lui” (Lv 19,17). A quel tempo era infatti normale denunciare apertamente l’operato di una persona: “se sai una cosa dilla a tutti”. Gesù, invece, propone una condotta del tutto nuova, rivoluzionaria, decisamente contro la legge e l’usanza del tempo.

In pratica dunque: “C’è qualcosa che non va, hai subito un torto da parte di qualcuno? Va da lui e chiarisciti privatamente con lui. Solo così conoscerai personalmente il suo punto di vista: perché forse le cose non stanno come tu pensi, e così potrai ricrederti”.

In ogni caso, mai basare il nostro giudizio sulle chiacchiere, sul sentito dire, su quello che dice la gente. Succede spesso, invece, che in casi del genere, piuttosto che chiarire con il fratello, noi corriamo dai nostri “confidenti” per sparlare, per malignare su di lui, per denigrarlo; “confidenti”, che poi a loro volta si sentono immediatamente in dovere di commentare il fatto con i loro “confidenti”, innescando così una reazione a catena di maldicenze inopportune, senza alcun fondamento, il più delle volte crudeli, ipocrite, ingiuste. È il classico comportamento da immaturi! Ma siamo adulti, ragioniamo allora da adulti!

La prima comunità cristiana non era certamente perfetta: anche in essa c’erano senz’altro delle discussioni, dei conflitti, delle liti: da qui l’incalzante ripetizione di Matteo (per ben 4 volte!) del verbo “ascoltare”, nel senso di capire, sentire tutte le ragioni, immedesimarsi in esse, perdonare: e ciò da entrambe le parti. Perché è questo che ci impone la carità cristiana: “In tutte le situazioni, ci sia fra di voi l’amore”. Punto.

Ciò succedeva ai tempi di Matteo: ma, fin dalle origini, non esiste convivenza umana in cui tensioni, lotte interne, scontri reciproci siano assenti: e le nostre comunità moderne non sono certo da meno. È una situazione inevitabile, dovuta alla naturale conflittualità umana, alla diversa mentalità di ogni singolo individuo. Tuttavia, ci dice oggi il vangelo, anche in queste circostanze non va in alcun modo esclusa la convenienza dell’amore; litigare è facile, è inevitabile, ma ciò non comporta l’esclusione, per partito preso, del colloquio, del chiarimento, della carità, dell’amore fraterno.

Un problema serio si propone invece quando, contrariamente alla normalità, due persone non litigano mai, si dimostrano sempre perfettamente concordi e in tutto: perché nel migliore dei casi vuol dire che una delle due ha rinunciato a servirsi del proprio raziocinio, è intellettualmente “piatta”, “amorfa”, preferendo “conformarsi” in tutto agli altri: un atteggiamento “innaturale”, anomalo, che esclude a priori conquiste e meriti personali: un atteggiamento che non ha nulla a vedere con l’amore fraterno, non è parte in causa; perché la carità, l’amore vero, si esplicano, in particolare, proprio nella risoluzione delle abituali conflittualità, nel chiarimento di problematiche controverse.

Ecco perché è determinante il modo con cui affrontiamo gli altri, perché è dalla qualità del nostro approccio che dipendono armonie o separazioni, unioni o rotture, involuzioni o crescite.

Non c’è cosa peggiore del pensare che tutto vada sempre bene, del voler vedere sempre e tutto in rosa, anche quando il nero è evidente! La politica del nascondere la testa sotto la sabbia, come fa lo struzzo, non è mai positiva e soddisfacente. Purtroppo, per imparare bene tutto questo, non c’è un manuale “ad hoc”, non c’è una scuola specifica che ci insegni a “con-vivere”, a vivere bene insieme. Solo la vita può farlo, ma deve essere una vita rispettosa degli insegnamenti di Gesù, assistita dal Suo Amore e alimentata dall’ascolto della Sua Parola. Amen.

 

 

giovedì 27 agosto 2020

30 Agosto 2020 – XXII Domenica del Tempo Ordinario


“Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso…” (Mt 16, 21-27).

Ad un certo punto della sua vita Gesù affronta decisamente il suo destino. La sua condotta di vita, troppo aperta, troppo chiara e manifesta, per qualcuno era già diventata pericolosa. Quello che diceva e faceva era troppo provocante, troppo critico nei confronti della gente altolocata, dei ricchi del suo tempo, dei potenti, che di sicuro prima o poi gliel’avrebbero fatta pagare.

Gesù era “troppo” per tutti, in tutti i sensi: non era l’uomo del compromesso, delle mezze misure, degli accomodamenti, delle vie di mezzo. Il suo parlare era chiaro: “sì sì, no no!”.

Era inevitabile quindi che decidesse di completare la sua missione, affrontando quella che sarebbe stata la tappa conclusiva della sua vita terrena, la sua grande sfida col mondo: andare a Gerusalemme per sacrificarsi sulla croce.

Finché Egli viveva e predicava in Galilea tutto sommato non interferiva più di tanto con i grossi poteri. Ma andando a Gerusalemme si sarebbe scontrato inevitabilmente con gli interessi dei potenti, con le più alte autorità religiose. Prima di tutto con gli anziani: per loro Gesù era troppo infantile, troppo immaturo, troppo sognatore, un romantico idealista. Per il loro cuore di ghiaccio, razionale, rigido, un uomo così era pericoloso; un uomo che si estasiava di fronte al volo degli uccelli in cielo o alla fioritura dei gigli dei campi, un uomo che abbracciava i bambini portandoli come esempio, o che accoglieva e ascoltava le donne dando loro conforto e comprensione, cosa avrebbe potuto fare di buono? “Che sono queste smancerie? Che sono queste effusioni amorose? Romanticismo, cose da poeti, da visionari, da sognatori”. E, infatti, lo condanneranno a morte.

Poi si sarebbe scontrato con i sommi sacerdoti: per i loro cuori pieni zeppi di leggi, di tabù, di regole, di prescrizioni, di cose da osservare, Gesù era troppo libero, era un uomo che si credeva in contatto con Dio, uno che gli parlava apertamente. Il Dio che annunciava era poi un Dio troppo presente, un Dio che non incuteva terrore, che si chinava amorevolmente sull’uomo; un Dio troppo progressista, interessato alla liberazione dell’uomo; un Dio amico, vicino, che si preoccupava dei lebbrosi, dei pagani, degli esclusi; un Dio che metteva tutti sullo stesso piano: “ma che Dio è questo? Come si permette quest’uomo di insegnarci chi è Dio? Di Dio bisogna avere paura, bisogna temerlo, obbedirgli, non certo come fa quest’uomo che lo chiama addirittura papà!”. Gesù era per loro una rivoluzione. E, infatti, lo condanneranno a morte.

Infine con gli scribi: avrebbe avuto grossi problemi anche con loro, per i loro cuori arroganti, per il loro orgoglio (loro erano gli unici interpreti della Scrittura, loro sapevano tutto, cos’altro poteva essere annunciato di nuovo?). Gesù era una deflagrazione che sconvolgeva il loro mondo, la loro vita, tutto il loro sistema, il loro credo, le loro interpretazioni bibliche. Gesù era troppo pericoloso: “quest’uomo che parla della Bibbia in un modo totalmente distorto, chi si crede di essere? Non ascolta i padri, non segue la tradizione: come può pretendere di saperne più di noi, noi, gli unici custodi e interpreti della Parola e della tradizione?”. E, infatti, lo condanneranno a morte.

Gesù percepisce l’ostilità che sta montando intorno alla sua persona. Il suo modo di vivere tocca e mette in discussione troppe persone, troppi interessi e troppi cuori. Tutto quello che fa, viene osservato, sezionato; ogni pretesto è buono per metterlo in cattiva luce, per avere da ridire su di lui, per trovare malignità contro di lui, per accusarlo.

È la sorte dei grandi uomini: siccome non li si può attaccare nella verità, li si attacca con le menzogne. Gesù lo sente, sa tutto questo, lo intuisce; percepisce che si sta organizzando il pretesto per imbavagliarlo, per contenerlo, per metterlo a tacere, per tendergli inganni: Egli sa di essere un uomo scomodo e poiché non sarebbero mai riusciti a imbavagliarlo, a farlo stare zitto, prima o poi avrebbero trovato l’occasione per zittirlo definitivamente, uccidendolo. Come puntualmente avvenne.

E avverte anticipatamente i discepoli: “Guardate, mi potrebbero uccidere. Potrebbe capitare: preparatevi. Andare a Gerusalemme sarà molto pericoloso. Ho paura, ma devo andarvi lo stesso; non posso tirarmi indietro, non posso abbandonare la mia missione. Non posso tradire il mio cuore, il mio mandato, il mio Dio, tutto quello che sento e provo. Io devo andare”.

Questo è il messaggio che Gesù si preoccupa di trasmettere ai suoi; ma gli apostoli sono scettici, fanno fatica a credere, ad accettare la cosa. Non può essere. Come si può perseguitare un uomo come Gesù? Come si fa ad odiare un uomo così? Come si può anche solo pensare di togliere la vita ad uno che è in grado di ridare la vita ai morti?

E Pietro, impulsivo come al solito, sbotta improvvisamente: “Signore, questo non ti accadrà mai!”.

Pietro qui fa da maestro a Gesù; i ruoli si capovolgono, gli si “mette davanti”.

Il vangelo dice che “trasse in disparte” un Gesù, deciso più che mai di seguire la sua strada, di compiere fino in fondo la sua missione. Pietro vorrebbe distoglierlo da questi propositi, cerca di “trarlo” fuori, lontano dalla sua determinazione.

Ma Gesù, che poco prima gli aveva detto “Tu sei la pietra su cui fonderò la mia chiesa”, lo redarguisce, gli risponde severamente: “Lungi da me, satana”; letteralmente: “Dietro di me, satana”. Che, in altre parole, significa: “Io vado dove devo andare: non distrarmi; non cercare di intralciarmi il passo, togliti da mezzo, mettiti dietro a me!”.

E qui c’è un primo importante messaggio per noi. “Non fermiamoci, non arrendiamoci, soprattutto non lasciamoci fuorviare! Dopo ogni sconfitta, dopo ogni fallimento, dopo ogni caduta, quando non sappiamo dove andare, quando la voglia di rinunciare ci assale, rialziamoci prontamente e continuiamo ad andare avanti per la retta strada; non permettiamo mai che il satana di turno ci ostacoli nel compiere il bene!”.

Satana infatti, che cerca sempre di pararsi davanti a noi, deve stare dietro, non ci deve infastidire, non deve pretendere di guidarci, di portarci dove vuole lui: siamo noi che decidiamo dove andare e come andare.

Ma chi è quel Satana, sempre pronto a mettersi di traverso sul nostro cammino? Qui, come abbiamo visto, è Pietro, l’amico di Gesù. Sicuramente Pietro non voleva far del male a Gesù, pretendeva solo di fargli cambiare idea, di ricredersi su quanto aveva loro prospettato, e lo faceva proprio perché lo amava.

Satana, quindi, non si presenta sempre come il nemico che ci odia, il demonio terrificante con le corna e il tridente, per difenderci dal quale dobbiamo correre dall’esorcista.

Succede spesso invece che Satana indossi i panni proprio di chi ci vuol bene: sono i nostri “cari”, le persone amiche, chi ci è vicino. Satana è colui che si insinua nei nostri momenti di difficoltà pretendendo di consigliarci la strada “giusta” da seguire: strada che coincide sempre con il suo modo di vedere le cose.

Satana possiamo esserlo anche noi, contro noi stessi, quando per pigrizia, per non faticare, per non accettare la responsabilità di agire in autonomia, da adulti razionali, ci mettiamo comodamente a traino di qualche “santone”, di qualche “guru” invasato: lo seguiamo passo dopo passo, adeguandoci passivamente e stupidamente alle idiozie che egli ci propina.

Satana è colui che ci prospetta sempre le soluzioni facili, le risposte di comodo, le scorciatoie, sempre però in contrasto con i suggerimenti della nostra coscienza.

Satana sono tutte quelle persone che con la loro posizione, con la loro autorità, con la loro influenza, tentano di gestirci, di manovrarci, di manipolarci.

Satana infine è questa nostra società, dominata dai poteri finanziari mondiali che, grazie a delle nullità che si fregiano del titolo di “influencer”, decidono come dobbiamo vestirci, cosa dobbiamo comprare, cosa mangiare, dove andare in vacanza, quali programmi guardare in tv, cosa fa tendenza (cioè cosa scegliere per essere alla moda), arrivando a rincretinire completamente la gente, condizionandola nell’intelligenza, nella discrezionalità, nell’autonomia razionale, nei gusti e nelle scelte personali.

Ebbene: “Davanti a te nessuno”, ci dice perentoriamente Gesù. Perché accettare che qualcuno si sostituisca a noi, si metta “davanti a noi”, equivale ad acconsentire di stargli dietro, vuol dire cioè che approviamo le sue decisioni, assumendoci la responsabilità di abbandonare la strada “giusta”, quella che Gesù ha pensato per noi.

Gesù nella sua vita terrena non fu certo succube di qualcuno, vittima di una qualche cieca fatalità, ma affrontò ad occhi aperti e con grande volontà la sua missione di amore e di risurrezione attraverso il dolore e una morte straziante. Egli era perfettamente consapevole di quello a cui andava incontro: sapeva perfettamente che non era venuto per caso tra gli uomini, che la sua sofferenza aveva uno scopo vitale ben preciso. Non voleva la sofferenza, ma per tutti gioia, amore, felicità, amicizia, libertà; non predicava la morte, ma la vita.

“Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua”. Gesù è sempre chiaro: le sue parole ci devono portare alla logica conseguenza del “pensare secondo Dio” e non secondo gli uomini.

“Rinnegare”, in greco, significa “dire di no”. Non nel senso che dobbiamo sistematicamente rifiutare tutto, ma nel senso che dobbiamo imporre dei “no” a certe illusioni di vita, traducendoli in altrettanti “sì” alla Vita. Dobbiamo rinnegare noi stessi, cioè dire di no alle nostre fantasie, a quelle maschere dietro le quali volentieri ci nascondiamo, per aderire generosamente a quelle situazioni in cui la Vita ci chiama.

Dobbiamo, dice il vangelo, “dire di no” a tutto ciò che non siamo, dobbiamo prendere la vita nelle nostre mani e viverla con maturità e sincerità. Perché la vita che abbiamo è unica, ed è un dono impareggiabile: dobbiamo prenderla e amarla così com’è. C’è un proverbio russo che dice: “Con le bugie giri tutto il mondo, ma non arrivi mai a casa”. In altre parole, chi mente a sé stesso, chi si mostra all’esterno diverso da quello che è nel suo intimo, si allontanerà sempre di più da sé stesso, dal suo bene.

“Chi vuol salvare la propria vita la perderà”: cioè, chi non vuole osare, chi non vuole rischiare di vivere in prima persona la sua vita, con tutto ciò che comporta, gioie, dolori, affanni, la perde.

Solo chi è disposto a perdere le proprie convinzioni, le proprie idee, i propri egoismi, a mettersi in gioco, la trova. Perché per vivere autenticamente, dobbiamo in qualche modo “morire”. Chi vuol rimanere così com’è, perirà. Chi vuol fermare il tempo per non progredire, morirà; perché il tempo non si può fermare.

A che serve all’uomo vivere e fare un sacco di cose se poi perde la sua anima, la sua strada, sé stesso? A che ci serve indossare una maschera e vivere una vita non nostra? A che ci serve ciò che vogliamo, se poi non viviamo? Se poi non siamo felici? Se poi perdiamo Dio, la Speranza? Se poi perdiamo il dialogo con le persone che amiamo? Se poi non riusciamo a esprimerci? Non è forse da sciocchi, da insensati? Lo sappiamo tutti che non funziona: nessuna maschera, nessuna vita non nostra, ci farà mai felici! Cosa vogliamo in cambio della nostra anima, della nostra vita? Quando abbiamo perso ciò che abbiamo dentro, abbiamo perso tutto. Ci siamo mai chiesti perché molte persone sono vuote, tristi, prive di vita? perché hanno perso l’unica cosa che non dovevano perdere, l’unica cosa che avevano: la loro anima, se stesse, la loro unicità. Se dentro siamo vuoti, tutto ciò che ci circonda sarà sempre vuoto. Amen.

 

 

giovedì 20 agosto 2020

23 Agosto 2020 – XXI Domenica del Tempo Ordinario

 

“La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?” (Mt 16, 13-20).

 Il vangelo di oggi si apre con una precisa domanda di Gesù ai suoi discepoli. A noi può sembrare strano che Gesù voglia conoscere l’opinione della gente sul suo conto. Ma non dobbiamo dimenticare che la società del suo tempo si fondava principalmente sui valori di onore e disonore: più di chi fosse in realtà, uno doveva preoccuparsi soprattutto di che cosa la gente pensasse di lui; il valore delle persone era infatti stimato in base a quello che diceva la gente: meno sull’essere, più sull’apparire. L'onore del clan, della famiglia, della tribù era l’unica cosa importante: veniva prima ancora del valore reale delle persone.

Un metro di giudizio, del resto, che non è molto lontano da quello imposto dalla mentalità di questa nostra società contemporanea super evoluta. Anche oggi, la paura di non essere considerati è profondamente radicata in noi: “Nessuno mi considera, nessuno mi apprezza, nessuno mi vuole”. È l’indicatore della nostra insicurezza: per questo siamo alla ricerca affannosa di stima, di amore, di amicizie, di riconoscimenti. Più questa paura ci domina e più la nostra vita diventa una corsa alla ricerca dell’apparire, una vita fittizia e irreale. Non conta più ciò che siamo, ciò che viviamo o ciò che sentiamo, ciò che Dio sussurra al nostro cuore, il nostro progetto di vita, la nostra vocazione, ma conta soltanto non sfigurare, essere accettati, apprezzati, ammirati.

Ma perché Gesù sembra adeguarsi a tale mentalità? Perché agli occhi dei suoi discepoli vuole essere un uomo come tutti gli altri, il più possibile aderente alla loro forma mentis; vuole essere in tutto come uno di loro.

Era quindi naturale che il Maestro si preoccupasse di conoscere cosa pensassero di lui, della sua missione, della sua predicazione, le folle che lo seguivano, che crescevano numericamente giorno dopo giorno: Egli ha voluto mettersi in gioco anche su questo. Ovviamente senza rimanerne turbato o succube delle loro risposte.

I discepoli, quindi, sollecitati in maniera così diretta, gli riportano le opinioni più diffuse: “Ti ritengono Giovanni Battista, Elia, Geremia, un profeta”. Tutto vero. Però sono anche un po' reticenti e bugiardi, perché di Gesù si dicevano tante altre cose; si diceva, per esempio, che era un poco di buono, uno che stava volentieri con le donne, uno che assumeva atteggiamenti scandalosi e ambigui, che stava apertamente in compagnia di gente scomunicata come i pubblicani, uno che amava mangiare e bere, insomma un "eretico". Tutto questo non glielo dicono, anche se erano voci altrettanto diffuse, che loro ovviamente ben conoscevano.

Gesù, del resto, fu molto amato ma anche molto odiato, perché non fu una persona insignificante, anonimo, senza carismi, uno che ti lasciava indifferente; tutt’altro: una volta che l'avevi incontrato, dovevi necessariamente scegliere: o ti piaceva o ti infastidiva; o lo consideravi amico oppure nemico. Non c’erano alternative.

Gesù, prima di esprimere quella richiesta, aveva già guarito centinaia di persone, aveva risuscitato morti, aveva moltiplicato il pane per migliaia di persone, aveva sedato tempeste. Eppure tutto questo non era servito a fargli avere dalla gente un riconoscimento corale, sincero, onesto. Che altro avrebbe dovuto fare ancora, perché tutti gli credessero? La fede non nasce da ciò che guardiamo, semplicemente, ma da “come” lo guardiamo. Guardare superficialmente, senza interesse, senza coinvolgimento mentale, non porta automaticamente alla fede: bisogna guardare con passione, con serietà, con onestà, bisogna farlo con altri “occhi”, non con quelli corporali, ma con quelli dello spirito; perché non c'è peggior cieco di chi non vuol vedere.

Ecco perché le dicerie della gente su Gesù sono così diverse: perché sono il risultato di una visione parziale, superficiale: ciò che dicono di lui è vero, ma non rispecchia la realtà: sono supposizioni, opinioni, ragionamenti, ipotesi, congetture, giudizi o pregiudizi. Sono titoli, anche lusinghieri, elevati, ma non colgono nel segno, non dicono interamente chi è Gesù.

Giovanni Battista, per esempio, era un grande asceta, uno che mirava alla perfezione più totale: l'ascesi, il perfezionarsi, il combattere i difetti, i vizi, erano per lui scelte obbligate, fondamentali: col pericolo però che se l'ascesi si trasforma in negazione della vita, se l'ascesi diventa rinuncia alla vita, allora si pone automaticamente contro la Vita. Anche oggi, infatti, molte persone “perfette”, alla ricerca della vera ascesi, sono umanamente cariche di aggressività: giudicano gli altri molto severamente, non usano nei confronti del prossimo né pietà né misericordia. La loro vita si riduce ad un “no” alla vita.

Ma Gesù non era sicuramente questo. Egli al contrario invitava e invita tutti a dire "sì" alla vita, in maniera totale, amando soprattutto Lui, che è la Vita per eccellenza.

Elia, poi, fu il più grande profeta dell'Antico Testamento: talmente rigoroso che in un giorno solo uccise quattrocentocinquanta sacerdoti di Baal. Ora, essere combattivi e lottare, ieri come oggi, è molto importante, ma non è tutto: se si fa della vita una lotta continua, si diventa degli intransigenti, perennemente arrabbiati. Chi fa dell'aggressività l’arma con cui attaccare tutto e tutti, non si accorge che la vera guerra, quella che credono di combattere fuori, è invece dentro di loro. Ma Gesù, paladino della pace e dell’amore, non era neppure questo.

Infine Geremia: nella sua vita impersonò la figura dell’uomo retto che soffre ingiustamente; anche oggi è considerato il simbolo del giusto oppresso e perseguitato. Ma Gesù, giusto giudice, trionfatore sul male, non era neppure questo. Egli ha sofferto, tantissimo, è vero, ma non ha fatto solo questo. Ha portato nel mondo anche la vera felicità, la gioia, l’entusiasmo.

Per molti la vita è solo dolore, solo sofferenza, solo una “valle di lacrime”: ciò perché in realtà si interessano solo della “loro” vita, non della Vita, non di Dio. Certo anche noi, nella nostra vita, incontriamo angosce e sofferenze, dalle quali purtroppo non possiamo esimerci; ma dobbiamo imparare a starci dentro, a viverle, a superarle. La vita non è tutta qui. Gesù è venuto in questo mondo non per soffrire, o perché soffriva, ma per insegnarci appunto a superare la sofferenza, il dolore, la paura; è venuto a portarci la “buona novella”, il “vangelo”, il lieto annuncio, il messaggio di felicità e di speranza.

Questo è quanto dicono in giro, questi i personaggi che la gente vede in Lui: ma Gesù, con le sue domande non si ferma qui. Quello che dicono di lui i lontani, non gli interessa; Egli vuol sapere cosa “loro”, i suoi discepoli, pensano di Lui. E quindi corregge il tiro: Ma “voi, chi dite che io sia?”. E Pietro si lancia in una risposta che gli sgorga dal cuore: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente!”. Pietro non è un teologo, non è un filosofo erudito che sentenzia. Pietro è istinto, intuizione, passione. L’idea di Gesù, figlio di Dio, non gli proviene dall’istruzione, non l’ha acquisita gradualmente con anni di studio: per lui la realtà divina del suo Maestro è l’intuizione di un istante, un fulmine, una saetta che gli ha infiammato il cuore. Non è arrivato a comprenderlo tramite sillogismi, calcoli mentali, ragionamenti: ma sotto l’impulso dello Spirito che ha fatto sussultare il suo cuore generoso e innamorato. E Gesù lo conferma chiaramente: “Beato te Simone, perché né la carne, né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli”.

Oltre ai discepoli però quella domanda Gesù la rivolge anche a tutti noi, direttamente, singolarmente.

E dunque: “Chi è Gesù per noi? Cosa pensiamo di Dio? Che rapporto abbiamo con Lui? Se la nostra risposta è che sì, Dio lo conosciamo, significa anche che lo sentiamo veramente come “nostro Padre”? che ascoltiamo la sua voce pacata che ci parla? Che abbiamo avuto modo di “sentirlo vicino” anche nelle prove tragiche della vita? No? E allora, come possiamo dire di “conoscere” uno che non abbiamo mai incontrato? Perché incontrarlo significa cambiare necessariamente qualcosa nella nostra vita, nel nostro carattere, nella nostra persona! Se siamo sempre gli stessi, allora con la nostra vita dimostriamo chiaramente di non averlo mai incontrato, né di averlo mai conosciuto. Anzi, peggio, forse non abbiamo mai voluto incontrarlo, conoscerlo, prenderlo in considerazione; per noi insomma, Lui non conta nulla, è un “qualcosa” di irrilevante.

Incontrarlo, conoscerlo, significa al contrario lasciarlo entrare nel nostro cuore: è come aprire le porte ad un uragano, lasciarsi investire da un vento impetuoso, irresistibile; è come innamorarsi irrazionalmente, perdutamente, di qualcuno, fare un’esperienza unica che ci sconvolge la vita. Proprio per questo molti, volutamente lo evitano, non vogliono misurarsi con Lui: perché in realtà hanno paura di lui! Preferiscono imbalsamarlo, rinchiuderlo in certi schemi, in certe celebrazioni, in certe formule, pensando di poterlo gestire: preferiscono incontrare i “pensieri su Dio” o le “preghiere a Dio”, piuttosto che incontrare Lui in persona, piuttosto che tuffarsi ad occhi chiusi nell’oceano del suo amore.

Dio ha il cuore spalancato per tutti, aspetta tutti, è disponibile per tutti: è un'esperienza, un incontro, che tutti possiamo fare; non è un privilegio riservato ai sapienti, ai santi, ai suoi ministri. Incontrarlo non è difficile, e appena succede ce ne accorgiamo subito: sentiamo improvvisamente, istintivamente, la presenza di qualcuno che dentro di noi ci consola, ci suggerisce nuove soluzioni e, prendendoci per mano, ci guida per sentieri che prima ci erano sconosciuti, in una vita completamente nuova, diversa; ci fa capire che fino ad allora abbiamo solo sopravvissuto, abbiamo perso tempo, abbiamo vegetato, dormito, camminato a vuoto; e ci assicura che, se ci fidiamo di Lui, tutto, anche qualunque dolore o tragedia, acquisterà un valore straordinariamente meritorio.

Ecco dunque perché dobbiamo “conoscere” Dio: e dobbiamo conoscerlo nel vero significato biblico: dobbiamo cioè rapportarci a Lui, entrare nella sua intimità, congiungerci al suo amore, dobbiamo “sperimentarlo”; perché Dio non è un pensiero, un progetto, ma è una realtà, una “persona” vera di cui appassionarsi, innamorarsi, inebriarsi.

Per cui se non lo “sentiamo” sempre presente, se non dormiamo la notte per la gioia di parlare in solitudine con Lui, se non viviamo il pianto consolatore del sentirci amati da Lui, non diciamo scioccamente di aver conosciuto Dio. Prima “incontriamolo”, e solo dopo potremo parlare di Lui.

Un ultimo flash: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa”. La Chiesa è di Cristo. La Chiesa è Cristo. Per questo deve essere il luogo dell'esperienza di Dio, dell'incontro con Lui. Altrimenti perde la sua ragion d’essere, la sua vitalità. Quando andiamo in chiesa e partecipiamo ad una liturgia, ad un incontro di preghiera, quello che conta non è ciò che diciamo o facciamo, ma se “tocchiamo” Dio, se lo incontriamo, se Lui ci tocca. Andare in chiesa, e non essere “toccati”, è inutile, è tempo perso. Se non c'è Dio, non c’è vita. L'uomo di oggi ha un enorme bisogno di esperienze spirituali vere, di incontri profondamente autentici. Si copre di mille cose, riempie le abitazioni di oggetti, lavora senza sosta, si rifugia nella confusione, riempie le giornate di mille interessi: perché ha paura di incontrarsi, di sperimentarsi, di vedere quello che è nel suo intimo. In una parola ha paura di scoprirsi sbagliato, fallito, inconcludente; ha paura di sentirsi giudicato dall'Alto oltre che dal basso (da sé e dagli altri). Ecco perché è indispensabile più che mai incontrare Dio, pregarlo, cantarlo, viverlo insieme all’intera assemblea: nella Sua Chiesa.

La Chiesa di Cristo, fondata su Pietro “roccia”, sia dunque anche per noi il luogo dove ci sentiamo figli di Dio, dove possiamo piangere, ridere, sentirci a casa (non giudicati), sentirci compresi e ascoltati, dove possiamo dare voce a quello che abbiamo dentro.

Amiamo la nostra Chiesa: difendiamola. Perché è Lei che ha la missione fondamentale di proteggere quel sacro fuoco, quello Spirito che Dio ha posto dentro ciascuno di noi; è la casa dell'anima, di tutto ciò che vive nell'anima. È Lei che ci lega a Cristo, che ci rende liberi da tutti i comportamenti devianti, aggressivi, da tutti quei demoni (rabbie, risentimenti, ossessività, ecc) che purtroppo si diffondono troppo spesso da noi.

Se rimaniamo legati a Cristo, siamo veramente liberi, sciolti da tutto il resto; se preferiamo rimanere legati al resto, perdiamo purtroppo la nostra forza, la libertà, la gioia di sentirci figli molto amati. Amen.

 

 

giovedì 13 agosto 2020

16 Agosto 2020 – XX Domenica del Tempo Ordinario


“Ed ecco una donna Cananea, che veniva da quella regione, si mise a gridare: Pietà di me, Signore, figlio di Davide!” (Mt 15, 21-28).

 Il vangelo racconta di una madre che è in ansia per la sorte della figlia. Gesù ha appena concluso una discussione con i farisei su cosa sia puro o impuro. I farisei ne facevano una questione formale, di regole, di leggi, e Gesù aveva tagliato corto: “Non sono le cose o i comportamenti che sono puri o impuri, è il cuore, è l'intenzione con cui fai le cose che le rende pure o impure”. In altre parole, riferito ai giorni nostri, frequentare la chiesa non è determinante per stabilire se siamo o non siamo buoni cristiani: tutto dipende dal perché ci andiamo, dalle nostre intenzioni, dal nostro cuore, da ciò che abbiamo dentro, da ciò che viviamo. Un principio che Gesù mette in evidenza anche nei confronti della donna del vangelo di oggi.  

Siamo in territorio pagano, nella zona di Tiro e di Sidone. Lungo la strada Gesù incontra una donna che gli chiede aiuto, ma Egli sembra non accorgersene, non si degna neppure di ascoltarla e continua per la sua strada. Strano comportamento, decisamente inconsueto per Gesù. Con gli stessi discepoli che gli chiedono di esaudire le richieste della donna, quantomeno per farla smettere di seguirli e di gridare, Gesù adotta un modo di esprimersi in stridente contrasto con le sue abitudini.

Noi ci saremmo senz’altro aspettati che Lui la ascoltasse secondo il suo solito, che accogliesse le sue richieste, che fosse misericordioso anche con lei. Ma Gesù vede le cose con altri occhi rispetto ai nostri: e ce lo fa capire subito, tornando al senso della discussione con i farisei di poco prima: non basta cioè desiderare di cambiare, di uscire da certe situazioni; non sono sufficienti le buone intenzioni. Bisogna essere convinti, consapevoli di ciò che si vuole o non si vuole, essere pronti ad accettare tutte le conseguenze e quindi agire risolutamente di conseguenza. Il desiderio, anche se forte, non basta, non è sufficiente.

Se Gesù avesse esaudito subito questa donna, nessuno avrebbe mai capito se era sincera o meno, se volesse a tutti i costi la guarigione della figlia; se fosse mossa da una fede autentica, in grado di affrontare qualunque contrarietà, qualunque umiliazione, pur di ottenere quello che chiedeva, oppure se si comportasse così, tanto per mettere Gesù alla prova.

Per questo Egli esaspera la situazione che gli si era presentata: adotta cioè lo stesso modo di ragionare del suo tempo, quella mentalità secondo cui i pagani (e questa donna era pagana) rispetto al popolo ebreo, agli “eletti”, erano considerati una razza inferiore, delle “pecore perdute” estranee quindi ad ogni progetto di salvezza messianica futura.

Partendo da qui, Gesù intende evidenziare la fondamentale novità del suo insegnamento: dopo essersi attenuto, come ebreo, alla mentalità corrente, con i fatti Egli ne dimostra l’assoluta incongruenza. Come se volesse dire: “Sono stato fin qui in linea con le Scritture e le vostre tradizioni: ora però voglio dimostrarvi la novità della mia missione: per me, pagano o ebreo che uno sia, non fa alcuna differenza; tutti meritano la mia stessa attenzione, ma ad una condizione: che le loro azioni e le loro parole siano coerenti con quello che pensano; tutti sono uguali ai miei occhi; ma l’importante, l’essenziale, è che lo spirito con cui essi si rivolgono a me sia sincero, senza secondi fini; perché è il loro retto comportamento, le loro oneste intenzioni, la sincerità dei loro cuori che li rendono graditi ai miei occhi e degni della mia attenzione!”.

Gesù è un uomo libero, assolutamente libero; libero di mettere in discussione la propria tradizione, sia religiosa che sociale: e ne dà immediatamente la prova.

Appena la donna ha superato l’esame sulla sua sincerità, e tutti i presenti hanno potuto constatare la “purezza” della sua fede, contenuta nella risposta sui “cagnolini” che si accontentano di ricevere anche solo le briciole che cadono dalla tavola degli “eletti”, Gesù cambia improvvisamente atteggiamento: sembra quasi sorpreso, colpito, meravigliato. Come se dicesse: “O donna, mi hai conquistato, non l’avrei mai pensato, non l'avrei mai detto. Mi sono sbagliato sul tuo conto; sia fatto come tu chiedi”. A questo punto la prova della donna è superata, Gesù l’ha capita, la figlia è guarita: ancora una volta la misericordia divina ha trionfato.

Possiamo cogliere qui, per inciso, un altro insegnamento: Se c'è da cambiare idea (e qui Gesù ha fatto vedere di averla cambiata!), se c’è da ricredersi rendendosi conto di aver sbagliato, ebbene, bisogna farlo! Non dobbiamo essere come quelli che rimangono sempre caparbiamente sulle loro posizioni, che non accettano mai, per principio, la possibilità che le cose possano essere diverse, che i tempi mutino, che le persone e le opinioni cambino. Chi non cambia mai, non va mai a fondo nelle cose, vive in superficie. Le sue corte radici non lo alimentano, non riesce a cambiare, a crescere, e la sua mente muore.

“Morte” infatti vuol dire rigidità, staticità, sepoltura, significa imbalsamare tutto, cose e persone. La vita al contrario è divenire, scorrere, mutazione. Tutto è proiettato nel futuro, niente rimane sempre uguale. Oggi non è ieri. Crescere è lasciarsi mettere in discussione. Chi cambia si rinnova, è sempre giovane, non si annoierà mai. Chi rimane immobile, sempre lo stesso, è già vecchio in partenza, la sua esistenza sarà atona, scontata, insignificante.

Ma torniamo al personaggio centrale del vangelo, alla donna Cananea, il cui comportamento merita altre considerazioni.

Lei dunque, straziata dalla sofferenza, decide di andare da Gesù perché sua figlia è in preda al demonio. Si sente in ansia, è giustamente preoccupata. Questa donna ama sua figlia, non c'è dubbio, ma l'amore non basta. Deve fare qualcosa di più, deve dimostrare con le parole e con i fatti tutto il suo amore.

Ma perché, raggiuntolo, lo implora a gran voce iniziando a chiedergli, prima di tutto, misericordia per sé stessa? “Pietà di me!”. Se è la figlia ad essere invalida, preda del demonio, meritevole di compassione, per quale motivo chiede pietà per sé e non direttamente per la figlia? Forse si sente in colpa per non riuscire più a sopportare le sue frequenti esplosioni di violenza? Oppure chiede perdono a Dio perché si sente lei colpevole della situazione a causa di sue colpe commesse nel passato? Non sappiamo: probabilmente la sua richiesta di perdono si spiega proprio con la mentalità di allora, secondo cui le disgrazie, le calamità che colpivano i figli erano la conseguenza delle colpe, dei “peccati”, commessi dai genitori. Forse la donna, in cuor suo, pensava: “Se e quando Dio perdonerà le mie colpe, mia figlia guarirà, perché è giusto che essendo io la causa della sua infermità, sia sempre io a procurarle la guarigione”.

La donna cananea è forte, decisa, ostinata: e quando Gesù, ignorando la sua richiesta, continua a camminare senza nemmeno voltarsi, invece di desistere come avremmo fatto noi, lei continua a seguirlo, insiste nel gridare, nell’invocare il suo aiuto.

I discepoli la guardano infastiditi, con un certo nervosismo. Ma lei non si arrende: riesce finalmente ad avvicinarsi a Gesù, si butta a terra e lo implora: “Signore, aiutami!”, ma Lui, di rimando, le risponde seccamente di no. “Che vuoi tu da me?”.

A questo punto delusione, rabbia, disperazione, avrebbero devastato il cuore di chiunque: chi non si sarebbe sentito umiliato, offeso, da tanta indifferenza?

Ma la cananea insiste: non ha pregiudizi e non teme giudizi, non teme impopolarità, non teme derisioni, e risponde con logica prontezza alla spiegazione di Gesù. È una donna gigantesca, battagliera, che non si arrende, perché la sua fede è profonda, convinta, inattaccabile; ed è grazie a questa sua insistenza, a questa sua energia interiore, che alla fine otterrà ciò che chiede: la guarigione della figlia.

Nel Padre Nostro, Gesù ci raccomanda di pregare: “Padre, sia fatta la tua volontà!”. Ma di fronte alla grande fede della donna, alla sua singolare perseveranza, Gesù fa un’eccezione: “Donna, sia fatta la tua volontà. Avvenga per te come desideri”.

Un significativo esempio di come, per ottenere, sia richiesta una fede convinta e dinamica: “credere”, infatti, è “volere ardentemente”, provarci con tutte le forze, agire, muoversi, crederci fino in fondo, fino all’impossibile, costi quel che costi. Perché l’importante, l’essenziale per Gesù, non è tanto “se” crediamo, ma “quanto” e “come” crediamo! Amen.

 

giovedì 6 agosto 2020

9 Agosto 2020 – XIX Domenica del Tempo Ordinario

“Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: Signore, salvami! E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: Uomo di poca fede, perché hai dubitato?” (Mt 14, 22-33).

Il testo del vangelo di oggi segue immediatamente quello della moltiplicazione dei pani di domenica scorsa. Saziata la folla Gesù, con fare deciso, costringe i discepoli a salire su una barca, per fuggire proprio da quella folla che, dopo il portentoso miracolo di cui aveva beneficiato, lo considerava sempre di più un “uomo-mito”. 

Gesù sapeva perfettamente quanto fosse pericoloso il consenso generale e il successo, conseguiti oltretutto in un contesto di così grande emozione. Certo, essere importante, essere famosi, ci fa piacere, ci fa sentire qualcuno, ci fa sentire amati, voluti, desiderati.

Ma insegna Gesù bisogna fare attenzione, perché il successo può dare veramente alla testa: si rischia di stravolgere la propria vita, di non vivere più come siamo, o come dovremmo essere, per finire di vivere unicamente condizionati dall’idea fissa di mantenere e accrescere il successo ottenuto, la fama, la gloria.

Per questo, senza frapporre indugi, Gesù ordina ai discepoli di abbandonare la scena: e lui stesso si ritira in un luogo appartato, per pregare in solitudine.

Un particolare che ci suggerisce immediatamente il primo insegnamento: “ritagliatevi del tempo per voi e vivetelo in solitudine; non abbiate paura di restare da soli, di fronte a voi stessi”.

Nella vita assistiamo a due forme di solitudine: una, che è frutto di isolamento, di incapacità di relazionarsi, di dirsi e di aprirsi; una solitudine che è frutto di un carattere difficile, egocentrico, narcisista, di quanti vedono unicamente se stessi al centro dell'universo: una solitudine che si chiama “chiusura”.

Ma c'è anche una solitudine buona, anzi necessaria. È quando l'uomo si mette di fronte a sé stesso, davanti a quello che lui è realmente, a quello che è il mondo, al vero senso della vita, alle sue paure, al suo desiderio di infinito; e questa solitudine è “preghiera”.

L'uomo matura soltanto in questa solitudine: guardandosi in faccia, negli occhi, scrutandosi nel cuore, sinceramente, senza nascondersi nulla: può essere una decisione dura, dolorosa, ma è il momento della verità, del silenzio, del deserto, dello smarrimento; è quando finalmente uno smette di raccontarsi bugie illudendo sé stesso.

Noi in genere amiamo purtroppo la confusione: quella illusoria della televisione o il frastuono assordante di una discoteca, delle piazze o degli stadi; amiamo il caos, le strade affollate, il rumore, la moltitudine di gente.

Di contro, Gesù sceglie la solitudine della montagna, i luoghi solitari, separati, isolati. Una solitudine che Egli ci propone, poiché ci offre solidità, ci permette di non girare a vuoto spiritualmente, ci fa sentire bene con noi stessi. Noi infatti abbiamo paura di fermarci e di guardarci in faccia. Siamo ancora dei bambini, siamo infantili e immaturi; non riusciamo a vivere senza avere qualcuno al nostro fianco, abbiamo un bisogno costante di presenze, di appoggi, di conferme, di lodi e di riconoscimenti. Stiamo insieme ad altri non per amore, ma perché egoisticamente non riusciamo a stare da soli.

La vita è la nostra fragile barca, tutti devono salirci, tutti devono prenderne il timone e governarla tra le acque agitate dei nostri problemi, delle nostre paure, di tutti quegli eventi che non siamo in grado di dominare e di controllare.

Anche noi, come i discepoli, di fronte a situazioni ingovernabili, ci sentiamo smarriti come e più di loro: ci sentiamo nella bufera, e per quanto ci impegniamo di remare, di “governare” la barca, ci rendiamo conto che non basta. Sentiamo ad un certo punto di non farcela; sentiamo di non essere più in grado di gestire, di controllare gli eventi.

Noi vorremmo tenere sempre ogni cosa sotto controllo, gestire tutto, avere la vita nelle nostre mani; ma non è così. A volte purtroppo ci troviamo ad annaspare nel vuoto, le onde ci sovrastano, tutto ci sfugge, e ci sembra di affogare, di annegare, di colare a picco. Come Pietro, abbiamo paura di non farcela, ma spinti dalla necessità, proviamo anche di uscire dalla nostra barca, di aver fiducia in Dio, di avventurarci; facciamo pure qualche passo, ma poi ci assale il dubbio, la paura, il terrore della fine… e affondiamo!

Con Pietro gridiamo a Gesù: “Signore, se sei tu, comandami di venire da te…”.

Ma è proprio quel “se sei Tu” che rivela il nostro dubbio, che lascia trasparire le nostre ansie, le nostre paure, le nostre deficienze: ce la faremo a resistere per l’intera vita? Riusciremo a diventare ciò che “dobbiamo” diventare? Saremo felici? Perderemo la fede? Ci salveremo? Pietro e noi affondiamo perché dubitiamo. Affondiamo perché cerchiamo la sicurezza, la certezza; vorremmo garantirci un ritorno sicuro prima ancora di iniziare il viaggio, vorremmo non aver paura, non incontrare pericoli. Ma non è possibile.

A questo punto abbiamo due alternative: cedere al dubbio o aprirci alla fiducia.

Se guardiamo solo a noi, sicuramente affondiamo. Se decidiamo di cambiare strada, non dobbiamo chiederci se abbiamo la forza di farlo, se ne abbiamo la capacità, se si addice alla nostra personalità: dobbiamo semplicemente iniziare a camminare; dobbiamo buttare tutto alle nostre spalle e proseguire, andare avanti tenendo sempre lo sguardo fisso su di Lui, su Dio. Dobbiamo fidarci di Dio, di Lui che è la Vita, e sicuramente con Lui cammineremo sulle acque, passeremo attraverso il fuoco, affronteremo l’impossibile.

Nella nostra barca il più delle volte stiamo bene, ci sentiamo protetti, pensiamo di essere al sicuro. Ad un certo punto però, per motivi imprevedibili, la vita ci impone di uscire, ci chiede di fare delle scelte obbligate: impossibile tergiversare; che fare allora?

Dobbiamo raccogliere le nostre forze, abbandonare le sicurezze, le certezze, e avviarci coraggiosamente dove il Signore ci chiama. Sono momenti in cui non siamo più sulla barca, i nostri piedi poggiano sulle acque, siamo soli. Non possiamo più contare sui nostri aiuti consueti, sugli abituali riferimenti, solidi e collaudati, come la famiglia, i genitori, i parenti, gli amici, ai quali ricorrere per un confronto. Dobbiamo arrangiarci, dobbiamo farcela da soli, dobbiamo ad ogni costo stare a galla e camminare, altrimenti affondiamo.

Se col tempo poi accusiamo la pesantezza di questa situazione, la precarietà del nostro andare avanti, se non crediamo più in noi stessi, se tutto ci appare impossibile, se i dubbi ci assalgono, se sfiduciati ci blocchiamo e, presi dalla nostalgia, pensiamo di abbandonare tutto e tornare indietro, ebbene: in quel preciso momento iniziamo ad affondare!

Che fare allora? Esattamente come fece Pietro: gridare, chiamare a gran voce Gesù, rivolgerci a Lui, fissare lo sguardo in Lui, tendergli le mani e, fidandoci ciecamente, abbandonarci completamente alla sua volontà: e subito constateremo che Egli non intende abbandonarci tra i marosi della vita, ma è pronto a salvarci, a darci forza e protezione stringendoci sollecito tra le sue braccia: sarà un incontro con Dio, intimo e personalissimo, nel quale potremo sperimentare realmente la potenza del suo amore di Padre.

La vita è movimento continuo, è un costante “navigare” che richiede una meta ben precisa, un approdo sicuro da raggiungere: una rotta da seguire tra infinite variabili, tra sempre nuovi imprevisti, superabili solo con l’aiuto di Dio, che è la nostra “bussola” indispensabile, la nostra guida sicura.

Certo, noi preferiamo la bonaccia; amiamo il nostro immobilismo, il tergiversare in porto, il perdere tempo nel mare piatto della nostra religiosità di superficie, ostentando un perbenismo che è semplicemente inerzia, indifferenza, abitudine, carenza di fede e di amore.

Avere fede e amore, significa infatti levare le ancore, salpare immediatamente, ad ogni costo; significa osare, navigare a tutta forza, affrontare possibili naufragi; e se da lontano riusciamo finalmente a intravedere Dio, “chiamiamolo” a gran voce, preghiamolo di ascoltarci, di invitarci a raggiungerlo. Questo significa avere fede e amore: gettarci prontamente tra i marosi, correre fiduciosi sopra di essi, sapendo che Lui è lì, pronto a sorreggerci, pronto a salvarci.

Il vangelo di oggi ci lascia dunque questo importante insegnamento: se guardiamo solo alle nostre forze, non possiamo che vacillare e finire sommersi dalle onde; se invece guardiamo a Dio, se confidiamo in Lui, allora tutto è fattibile, tutto diventa facile e superabile. Noi da soli non possiamo nulla, ma con Lui possiamo tutto. È sufficiente allungare verso di Lui la nostra mano, e Lui prontamente la stringerà forte con le sue. E avverrà il miracolo: aggrappati a Lui, potremo camminare speditamente sulle acque di qualunque mare in tempesta. Amen.


giovedì 30 luglio 2020

2 Agosto 2020 – XVIII Domenica del Tempo Ordinario

“Dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla” (Mt 14,13-21).

Gesù cerca un luogo appartato. Pressato dalla gente e dal bisogno di stare un po’ da solo per ritemprarsi, per ascoltarsi, per riposare, sale su una barca e si allontana. Quando ritorna, la folla si è moltiplicata: una moltitudine enorme di gente lo sta aspettando: gente accorsa dalle città, che per vederlo ha fatto tanta strada; e lo ha aspettato.
Dove c'è la verità la gente aspetta, si mette in coda, affronta sacrifici, fatiche, distanze chilometriche, pur di ascoltarla. Perché la verità soddisfa tutti, finisce per appianare ogni difficoltà.
Ma sta sopraggiungendo la notte, il luogo è deserto, e un problema assilla i discepoli: “Qui si fa sera, la gente ha fame. Che facciamo?”. Alla loro preoccupazione, Gesù risponde tranquillamente: “Date voi stessi da mangiare” (dòte autois umeis faghèin). “Ma Signore, non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!”. “Portatemeli qui”. 
Ed ecco il miracolo: la moltiplicazione di quei pani e di quei pochi pesci! E tutti ne mangiarono a sazietà, circa cinquemila uomini oltre donne e bambini e alla fine rimasero addirittura dodici ceste piene di avanzi.
Una straordinaria moltiplicazione che ci dice: “condividi”: più si condivide, più le cose si moltiplicano e bastano per tutti”. L'unione fa la forza. Condividiamo quello che abbiamo, quello che siamo, quello che conosciamo e tutto si moltiplicherà. Se ci mettiamo insieme, i miracoli avvengono. Se ognuno fa la sua parte, l'impossibile diventa possibile. In qualunque realtà sociale, lavorativa, religiosa, più ognuno mette a disposizione degli altri le proprie informazioni, le proprie capacità, le proprie risorse professionali, umane e spirituali, più quella realtà funzionerà, raggiungerà i suoi obiettivi. In una comunità, in una famiglia, più uno condivide ciò che vive, ciò che prova, gli alti e i bassi delle proprie giornate, più l'unione si moltiplica, più diventa forte, intima, inattaccabile, profonda.
Una gioia condivisa si moltiplica; un dolore condiviso si dimezza.
Mentre la società moderna tende a dividerci sempre più, a privatizzarci, a singolarizzarci, noi abbiamo bisogno di metterci insieme, di aiutarci, di condividere, di offrire ciascuno ciò che può offrire.
Il miracolo di Gesù ci offre un ulteriore significato: “quel che sembra impossibile spesso non lo è”. Essere credenti significa considerare l'impossibile come possibile. Sfamare cinquemila uomini, un’impresa impossibile! Ma non per Gesù. Non per chi crede veramente.
Le cose molte volte non sono impossibili; le immaginiamo tali, ma sono solo faticose: sono “impossibili” perché ci costringono a faticare, ci costringono a cambiare e a rivoluzionare la nostra vita. E questo ci spaventa, ci porta ad evitarlo.
Questo vangelo inoltre è anche un meraviglioso inno all'umiltà: “fidati di quel poco che sei, di quel poco che hai”. Cinque pani e due pesci è quello che noi siamo. Ben poca cosa!
Se consideriamo le nostre aspirazioni, le nostre capacità, le nostre doti, ciò che possiamo fare o che siamo capaci di fare, siamo effettivamente ben poca cosa.
Ma qui sta il miracolo della vita e del vangelo: ciò che per l'uomo è scarso, piccolo, limitato, per Dio è grande, prezioso, senza limiti. E se ci fidiamo di quel poco che Dio ci ha dato, faremo sicuramente cose grandi.
A tutti noi piacerebbe avere doti straordinarie, essere bravi musicisti, atleti, simpatici ed empatici, avere doti fuori dal comune, essere abili nell'informatica, nelle lingue, profondi e sensibili con le persone. Ma se avessimo tutto questo ci crederemmo sicuramente persone “superiori”, dotate di poteri divini, quasi altrettanti dei; per questo Dio, conoscendo bene questo pericolo, non ci ha concesso troppe capacità, si è fermato a “cinque pani e due pesci”.
Ma è proprio da qui che deve emergere la nostra fede: perché se ci fidiamo di quel poco che Dio ha messo nel nostro cuore, compiremo sicuramente cose grandi e meravigliose.
Dalla lettura del testo possiamo cogliere due atteggiamenti molto indicativi: quello dei discepoli, che non valorizzano quel poco che hanno, e quello di Gesù che, al contrario, prende la loro “miseria”, guarda il cielo (cioè ringrazia Dio per quel che c'è) e la benedice.
Sono gli stessi nostri atteggiamenti nei confronti della vita: possiamo cioè disprezzarla o benedirla. Possiamo cioè rinfacciare a Dio di non averci concesso quello che secondo noi meritavamo, e in tal caso viviamo praticamente in uno stato cronico di auto commiserazione; oppure possiamo ringraziarlo e benedirlo per ciò che siamo, e vivere in una laboriosa serenità.
Conosciamo molto bene l’antica esortazione: “Accettati per quello che sei”.
Ma in realtà difficilmente ci accettiamo, ci vorremmo diversi, più belli, più intelligenti, più simpatici, più atletici, più benestanti, e via dicendo: quando invece dovremmo imparare ad accontentarci, ad accettarci per come siamo; dovremmo in una parola imparare ad amarci, ad essere felici e soddisfatti anche se disponiamo di soli “cinque pani e due pesci”.
Aver fede significa appunto accettare con riconoscenza la nostra realtà, perché tutto, la vita stessa, è un grande dono che viene dall'Alto, viene da Dio; è Lui che ci ha creati, che ci ha voluti con la nostra specifica fisionomia. Recriminare, voler essere diversi, significa rimproverare a Dio di essersi sbagliato, di aver creato con noi qualcosa di scadente, di fatto male.
Mentre, al contrario, dovremmo avere l'umiltà di riconoscere che in quella minuscola e insignificante creatura che siamo, Egli ha lasciato il segno indelebile della sua grandezza, della sua forza, del suo amore: di conseguenza cambiare, diventare migliori, aspirare al Bene Assoluto, non è compito Suo, ma è un progetto a totale nostro carico, è la missione che Lui ci ha assegnato in questa nostra vita.
Capita invece che noi difficilmente ci lasciamo coinvolgere in questo: siamo decisamente contrari a crescere, a condividere, ad investire a favore dei “cinquemila e oltre” fratelli, i nostri “cinque pani e due pesci”. Soprattutto non accettiamo di venire sollecitati dall’esempio altrui, da quanto fanno i nostri vicini, i nostri amici, tutte quelle persone che vivono con fede la loro chiamata.
La nostra è comunque una meschina scappatoia, è un nasconderci dietro un dito; perché alla fine, il vero vincente non è colui che si ferma a guardare e criticare gli altri, ma colui che impegna seriamente i propri carismi, le proprie forze, le proprie potenzialità in una fraterna condivisione: senza grandi proclami, senza tante parole, ma con i fatti concreti.
Se poi nella risposta che Gesù ha dato ai discepoli (“date voi stessi da mangiare”) trasformiamo il soggetto in complemento oggetto, le parole acquistano un senso ancor più impegnativo: “date da mangiare voi stessi”, ossia “offrite la vostra persona in cibo per gli altri, condividete con i fratelli tutto ciò che siete, tutto ciò che avete”: il massimo della condivisione.
Non è un’assurdità: Gesù stesso ci ha lasciato a questo proposito un esempio sublime, reale e concreto.
Pensiamo infatti a quanto succede ogni volta nella santa Messa, nell’Eucaristia: Egli ripete a nostro beneficio lo stesso miracolo della moltiplicazione e condivisione; trasforma cioè la sostanza di un pane, che è ben poca cosa, nel suo Corpo, e lo divide fra tutti.
Un “niente” che diventa “Tutto per tutti”. E non basta: perché oltre al pane, Gesù trasforma anche noi, uno per uno, individualmente: assumendolo, cioè, Egli ci tocca dentro, ci scuote, ci commuove. Dobbiamo aver fede e saperlo ascoltare nel silenzio del nostro intimo: perché il suo è un tocco d’Amore che ci riscalda il cuore, ci travolge l’anima; ci impedisce di essere quelli di prima, ci rinforza, ci risana; insomma ci fa diventare “nuovi”, radicalmente diversi.
Se crediamo veramente in Lui e gli siamo fedeli, avremo la conferma che quel niente, quel nulla che siamo, diventerà con Lui ogni volta davvero tantissimo, una immensità! E il compimento della nostra missione diventerà sempre più lieve, più vicino, più attuabile. Amen.