giovedì 27 febbraio 2020

1° Marzo 2020 – I Domenica di Quaresima


“Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse…” 
(Mt 4,1-11).

Finalmente il carnevale è finito, siamo in quaresima: che non è un punto di arrivo, non è il tempo dell’adagiarsi, del riposare sugli allori, del tirare finalmente il fiato: nossignori. Quaresima è il punto di una nuova partenza: vuol dire “convertirsi”, da “convertere”, ossia fare una inversione ad “u” rispetto alla direzione precedente; significa tornare indietro, tornare sui propri passi, sui valori autentici del vangelo, per ripartire, questa volta, col piede giusto. Quaresima è il tempo della prova, il tempo del rodaggio su strada dei nostri buoni propositi, di quelli cioè che di fronte a Dio abbiamo deciso di portare avanti: “Sì, Signore, hai ragione; è come dici tu: se mi misuro col Vangelo, sono proprio zero, una nullità. Non ho ancora capito nulla di te; debbo proprio rimboccarmi le maniche: e questa volta ti farò finalmente vedere…”. Ecco, è quel “ti farò vedere”, quella decisione presa in un istante di vergognosa sincerità, sgorgata giù, nell’intimo del nostro cuore, che automaticamente spazza via ogni velleità di “riposo”.
Perché non c’è riposo nel cammino che ci porta a seguire Cristo. Illusi noi, se pensassimo ad una tale possibilità. Siamo in Quaresima: tempo dunque di bilanci, di verifiche, di analisi sulla nostra salute spirituale; tempo per pianificare concretamente la nostra “conversione”, la nostra ripartenza, ma soprattutto tempo di far vedere a Dio che siamo persone serie e non i soliti spacconi.
È arrivato il momento in cui dobbiamo finalmente gettare le nostre maschere, quelle maschere che da anni, troppi, ci portiamo incollate addosso, quelle che ci fanno illudere di essere diversi, quelle che ci piace tanto ostentare davanti agli altri, per essere considerati migliori di quello che siamo! Quelle che a volte non ci vergogniamo di indossare neppure quando siamo soli, a tu per tu con Dio! Quanto siamo meschini! Eppure “ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai!”. Lo abbiamo sentito mercoledì scorso dal sacerdote che ci imponeva le sacre ceneri. Polvere, siamo solo polvere; insignificante e arida polvere del deserto primordiale. Senza il soffio di Dio, siamo polvere senza vita. Senza di Lui, siamo polvere inutile: perché è Dio che ci riempie di immortalità, di speranza, di sogni.
Purtroppo viviamo in un mondo carico di odio, di lotte e di continue contrapposizioni a tutti i livelli: politico, religioso, culturale, sociale, economico. L’unico scopo della nostra vita sembra essere quello di vincere battaglie, tutte le battaglie, e di assicurarci un posto dalla parte “ricca” del vincitore. Eppure Gesù, con la sua vita, ci ha insegnato il contrario. Egli non è venuto per dimostrarsi potente e senza problemi. Non è venuto per vincere battaglie; si è calato nei nostri deserti quotidiani, nelle nostre fragilità umane fatte di fame, di debolezza e di peccato, per dimostrarci che non siamo soli e soprattutto che non dobbiamo essere senza speranza. Gesù è entrato in questo nostro deserto, altrimenti invivibile: è entrato, e resta con noi, come uno di noi.
E nel vangelo di oggi, con il suo ritirarsi nella preghiera e nel silenzio, ci insegna come fare la nostra “con-versione, ci indica la nuova strada, quella, sicura, di seguire le sue orme, la strada dell’amore e della felicità; e per prima cosa ci insegna a liberarci dalle striscianti e ambigue illusioni del nemico tentatore.
Sì, Gesù ci dice di combattere le tentazioni: ma che sono le tentazioni? Qualcuno oggi parla ancora di tentazioni? In una società in cui tutto è permesso, tutto abbordabile e tutto attuabile (“desidero qualcosa? Me la prendo!”), che senso ha parlare di tentazioni? Eppure il cammino verso la Pasqua, passa proprio di qui: quelle che Gesù vive e combatte in prima persona, sono le nostre grandi illusioni, i grandi inganni della nostra vita, quelli che non conosciamo ancora abbastanza, quelli che addirittura non vogliamo conoscere e che inesorabilmente ci ostacolano il cammino, o addirittura ci sviano. 
Gesù ce ne indica tre: il primo consiste nel voler sostituire Dio con le “cose”, assolutizzandole: “dì che queste pietre diventino pane”; è l’inganno di pensare che tutta la nostra vita consista e si realizzi qui, nel presente, che serva soltanto a saziare le nostre voglie. Il secondo inganno è quello che costruiamo pretendendo un sistematico intervento di Dio, teso a sanare i nostri egoismi, a rimediare ai nostri errori: «i suoi angeli ti porteranno sulle loro mani…». Infine, l’inganno più ambito, quello di rincorrere ricchezze, successo e potere, esigendoli ad ogni costo e con ogni mezzo, anche calpestando il prossimo e vendendo al diavolo la nostra anima: «tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Sono queste le tentazioni che Gesù ha sconfitto, e da qui la sua lezione, chiara come al solito. Nella vita si impone una costante scelta; come diceva Sartre, l’uomo è condannato a scegliere, è condannato ad esercitare la sua libertà. E la libertà, lo sappiamo bene, la vera libertà, è un bene molto difficile da gestire.
Nei vangeli il peccato è superato, perdonato, scomparso, a causa dell'immensa misericordia di Dio. È considerato solo indirettamente, di riflesso, come cartina di tornasole per dimostrare la bontà e l'amore senza limiti di Dio. Ma il peccato, con le sue suadenti e irresistibili tentazioni, il grande assente dalla nostra moderna mentalità, esiste, eccome se esiste! È il segno, la dimostrazione del DNA dell’uomo, della sua libertà di scegliere e di sbagliare.
In questo deserto della quaresima, è necessario allora che torniamo all'essenziale; che impariamo a capire chi, o che cosa, guidi la nostra vita, e verso dove; che ci rendiamo conto degli errori che facciamo, soprattutto quando insistiamo sempre negli stessi, quando ci incaponiamo in scelte sbagliate continuando a considerarci altrettanti Dio, a sentirci suoi pari. Questa quaresima ci metta in guardia su questa realtà; sia un invito a tener sempre presente la nostra innata fragilità, a guardare questa nostra nudità; sia insomma occasione per riconoscere i nostri peccati, per gettarli tutti nel cuore incandescente di Dio. Perché solo lì ci sentiremo veramente beati, non perché perfetti, ma perché tanto amati. Amen.



giovedì 20 febbraio 2020

23 Febbraio 2020 – VII Domenica del Tempo Ordinario


“Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano”. (Mt 5,38-48).

Gesù continua anche oggi la sua catechesi sul comportamento che dobbiamo tenere.
Domenica scorsa ci aveva detto che Lui non era venuto per abrogare l’antica legge, ma solo per “completarla”; come? Insistendo sullo spirito con cui dobbiamo porci di fronte alla legge: perché è questo che dobbiamo cambiare; quindi niente più esibizionismi, esteriorità, tornaconto, ma solo cuore, amore, altruismo.
Nel vangelo di oggi va oltre, entra nello specifico: ci insegna cioè fino a che punto dobbiamo arrivare per essere coerenti con la sua nuova legge dell’amore.
Come al solito Egli è molto chiaro ed esplicito: “Avete inteso che fu detto agli antichi: occhio per occhio e dente per dente”. Certo, era la legge del “taglione”; una legge brutale, primitiva; una legge discutibile quanto si vuole, ma che almeno riusciva in qualche modo a limitare la vendetta e la selvaggia sopraffazione del più forte, ristabilendo una certa parità.
È chiaro che una legge che cercava di fermare il male, ricorrendo ad altro male, non offriva una soluzione valida del problema: non riusciva certamente a limitare il male, semmai lo raddoppiava.
Per questo Gesù, a tale prospettiva, contrappone immediatamente (io però vi dico) una nuova economia, la sua economia, quella dell’amore: in un clima arroventato dalla vendetta, dall’odio, dalla legge del più forte, dall’egoismo, Egli introduce la legge del perdono, della generosità, della comprensione, dell’amore sincero.
1. “Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano”. Dobbiamo riconoscere che sono parole pesanti, incomprensibili per la mentalità di allora, ma anche per quella dei nostri giorni.
Del resto è una esortazione rivoluzionaria, che non si trova in tutto l'Antico Testamento: una esortazione presente solo in Marco e Giovanni, assente in Luca e Matteo; che non si trova in tutto il rimanente Nuovo Testamento, e neppure nella letteratura ebraica o cristiana. È decisamente un comandamento nuovo, unico, è un fulmine a ciel sereno.
Gesù con queste parole intende stravolgere completamente la precedente idea religiosa: il Dio che lui rivela, è un Dio completamente diverso: non è violento, non nutre odio, non è vendicativo. Fino ad allora si diceva: Dio è potente perché si fa giustizia, perché punisce, castiga; è “severo” intransigente, e si vendica. Ma Gesù mette un punto fermo a questa ideologia. In pratica dice: nossignori! Dio non è affatto così. “Il Padre celeste fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e gli ingiusti”. Una nuova mentalità viene introdotta: uno stile nuovo, intimo, umile. La sua è una prospettiva pacifica, non violenta, ma altrettanto ferma, efficace e valida sia sul piano sociale che personale.
Contro il dramma della tirannia del male, contro chi ci fa un affronto, invece di lasciarci coinvolgere, di lasciarci dominare dalla cattiveria subita, Gesù ci detta un nuovo comportamento: “Non lasciatevi sottomettere dal male; reagite, fatelo in modo clamoroso, andate contro oltre ogni regola vendicativa, contro ogni aspettativa di rivincita umana, rispondete forte e solo con l’amore. Amate! Amate sinceramente, intimamente, spassionatamente. Nessuna dittatura umana può imporre dei limiti al vostro cuore, alla vostra coscienza, al vostro amore; nessuna dittatura può privarvi della vostra dignità di creature di Dio, della vostra libertà interiore. Possono rendervi schiavi nel corpo, ma niente e nessuno potrà mai sottomettere l’anima, costringervi dentro, nel vostro intimo, a meno che non siate voi stessi a volerlo”. 
2. “Non opporti al malvagio”, che in pratica vuol dire: “per vincere il male combatti il male, non la persona che lo compie”. Per cui non dobbiamo per principio infierire, disprezzare, condannare il fratello che, sventuratamente, si comporta male: è già sufficientemente punito dalle sue stesse opere cattive, che lo tengono lontano dall’amore di Dio. Odiarlo significherebbe abbassarsi al suo stesso livello, entrare nella medesima spirale di violenza che allontana da Dio e rende infelici. Gesù odia il peccato, ma ama i peccatori; dobbiamo fare altrettanto; se odiamo i nostri fratelli peccatori, dimostriamo tutta la nostra fragilità, la nostra dipendenza dal male; dimostriamo cioè di avere anche noi la loro stessa mentalità di peccato. Solo se il nostro cuore è puro, solo se viviamo nell’amore di Dio, possiamo amare con tenerezza il peccatore, possiamo cioè compatirlo (patire-con-lui), condividere il suo dolore, caricandoci sulle spalle il peso del suo fardello, sull’esempio di Cristo.
2. “A chi ti schiaffeggia, offri l’altra guancia”. Colpire con uno schiaffo era una cosa normale a quel tempo: era il modo con cui chi stava sopra, umiliava chi stava sotto. Era normale per i padroni colpire gli schiavi e i servi; era normale per i mariti colpire le mogli. Come altrettanto normale e umano, per chi subiva questi affronti, era provare odio, ribellione, vendetta. La vita purtroppo è così: ci ferisce, e ogni ferita provoca in noi due sentimenti tremendi: dolore e collera. Tanto dolore, tanta collera; tanta sofferenza, tanto odio.
3. “Se uno ti vuol portare via la tunica, lasciagli anche il mantello”.
La tunica era il capo d'abbigliamento intimo, che si portava direttamente a contatto col corpo; il mantello, invece, era il capo pesante che si portava al di sopra. La tunica rappresenta quindi l'intimità: “vuoi ferirmi nell'intimità? Ok, puoi farlo; puoi anche prendermi tutto, lasciarmi nudo come un verme, ma non potrai mai privarmi della mia dignità. Sono fiero di praticare i valori in cui credo. Non ho nulla da nascondere”. Al contrario, quando commettiamo un errore, siamo sempre pronti a nasconderci sotto qualunque maschera, anche la più fasulla, pur di “coprire” la nostra “nudità” interiore, pur di salvaguardare in qualche modo la nostra immagine, la nostra rispettabilità di fronte agli uomini; pensiamo di ingannare gli altri ricorrendo a falsi travestimenti: e non ci rendiamo conto che, così facendo, inganniamo la nostra coscienza, perdiamo completamente la dignità nei nostri confronti.
4. “Dà a chi ti chiede”: è la regola aurea per mantenere sempre la nostra integrità morale: poiché “dare” sta esattamente agli antipodi rispetto a “prendere”. Prendere, possedere, è infatti il principio di ogni male. Dare, al contrario, comporta sempre una condivisione. Quando “diamo”, entriamo “in comunione”, stabiliamo cioè con l’altro un intimo rapporto di amore e carità.
5. “Se uno ti costringe a fare un miglio, tu fanne due”.
Significa che non dobbiamo adattarci passivamente alle provocazioni della vita (fare un miglio); ma dobbiamo reagire, dobbiamo mantenere sempre il potere della nostra libertà. Dimostriamo al mondo che siamo sempre liberi su come fare o non fare qualcosa: anche quando siamo obbligati.
In pratica, per la vita di tutti i giorni, cosa vuol dirci Gesù con il suo “amate i vostri nemici”? Per capirlo bene dobbiamo, prima di tutto, fare una netta distinzione tra l'amore e i sentimenti di amore. Mi spiego: Gesù non dice: “Devi sorridere ai tuoi nemici” oppure “devi provare simpatia, considerazione, ammirazione per chi ti odia”. Egli sa che le emozioni, i sentimenti, non si possono comandare, sa bene che non si possono provare sentimenti di amore per i nemici.
Lui infatti dice un'altra cosa: “Tu amali anche se sai che sono tuoi nemici”. Cioè: “Continua a fare loro del bene, continua a fare ciò che è bene per la loro salvezza, quello che è il meglio per loro, anche se sono i tuoi nemici, anche se d’impulso reagiresti al male con altro male”.
Nella nostra “civiltà” moderna tira un’aria così cupa, falsa, caotica, che a volte il più forte pretende di stabilire per tutti ciò che è bene e ciò che è male, condizionandoci al loro tornaconto personale. Ebbene: in questo clima di sfacelo, di odio dominante, cerchiamo almeno noi di fare sempre e comunque del bene a tutti; anche a chi ci fa del male: perché il bene che facciamo, prima o poi, ci tornerà indietro e ci verrà accreditato come premio. Amen.


giovedì 13 febbraio 2020

16 Febbraio 2020 – VI Domenica del Tempo Ordinario


«Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento» (Mt 5,17-37).

Un vangelo all’apparenza contraddittorio quello di oggi. Dapprima sentiamo Gesù che conferma in pieno la validità della Legge antica, e subito dopo lo sentiamo puntualizzare, mettere dei paletti, introdurre delle vere e proprie rettifiche.
Ma nessuna contraddizione in ciò: lo dice Lui stesso: “sono venuto per dare compimento”, sono venuto cioè a dare alla Legge il suo autentico significato.
Gesù va ben oltre l’osservanza formale della legge. Ad un certo punto sembra spazientirsi e dire: “Basta, così non si può più andare avanti. Il vostro rapporto con Dio non può continuare a basarsi soltanto sull’osservanza esteriore e materiale della Legge; non potete riempirvi la bocca dicendo: Noi siamo ebrei, noi siamo figli di Abramo, noi siamo il popolo dell’Alleanza, e poi fate come vi pare. Non potete più giustificarvi dicendo che ciò che fate è volontà di Dio, parola di Dio, quando Dio in realtà non c'entra proprio per nulla”.
Per questo precisa: “Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli”; era noto infatti che la maniacale osservanza della legge da parte degli scribi e dei farisei, la loro giustizia, il loro modo di intendere Dio, era tutta una costruzione fittizia, un comportamento puramente legalista, apparente.
A quel tempo tutti pensavano che ogni cosa prevista dalla Bibbia, dovesse essere eseguita a tutti i costi: “se la Legge dice così, si deve fare così!”. Gesù invece dice: “No, neanche per sogno! Non dovete essere “ottusi”, non dovete preoccuparvi solo di quello che è scritto, ma del perché è scritto; dovete capire cosa Dio vuole da voi, e lo capirete soltanto se è l’amore che vi guida, se le vostre azioni sono mosse dalla carità, dalla retta intenzione, dal totale coinvolgimento della vostra anima, non certo obbedendo meccanicamente a degli ordini, senza sapere perché, senza alcuna convinzione, senza alcun coinvolgimento.
Anche i cristiani, purtroppo, ragionano talvolta con la stessa mentalità antica. Quante volte ci nascondiamo anche noi dietro le “regole”! “Io vado in chiesa tutte le domeniche, osservo i precetti, mi comporto da bravo cristiano, rispetto il prossimo, trovo simpatia per il Papa, per la Chiesa ecc.; insomma sono un cristiano in regola!”. E quando diciamo così, ci aspettiamo ovviamente che ci dicano: “Ma che bravo!”.
Solo che non siamo “bravi” per niente! Ci comportiamo così solo per nostra soddisfazione, per sentirci superiori, rispettabili, additati come esempio; facciamo le cose solo superficialmente, meccanicamente, “per sentirci a posto”, a scanso di eventuali “sorprese” (non si sa mai!).
Siamo dei bravi “osservanti del catechismo”, ma non siamo dei bravi cristiani. Perché nel nostro “fare”, nel nostro “rispettare” la legge di Dio, non c’è Amore, non c’è Dio, ma ci siamo soltanto noi stessi.
Amare gli altri a comando, significa non amare, essere vuoti, sterili; significa non aver nulla di speciale da donare; significa avere un cuore gelido, arido. Significa insomma rinunciare alla Vita.
Questa è dunque la “legge nuova” di Gesù: Egli non abolisce l'Antica Alleanza, ma la porta al suo autentico e profondo significato. La fa passare cioè dall'esteriorità (sono fedele a Dio perché osservo i suoi precetti) all'interiorità (sono fedele a Dio perché lo seguo per amore, vivo nell'amore). Non cancella la legge dei padri antichi, ma rompe definitivamente con quella loro mentalità che si fermava al “fare”, all’obbedire passivamente, al considerare obbligatorie certe usanze assurde, improponibili già ai suoi tempi; insomma egli condanna non la legge, ma una sua interpretazione falsa, stupida, artificiosa, senza senso.
Del resto le leggi, come tutte le cose, possono evolvere nel tempo. Gesù non dice: “Abramo, Mosè e gli antichi, hanno sbagliato”. Anzi loro sono stati molto importanti per il loro tempo; ma oggi noi conosciamo cose che una volta essi non conoscevano; oggi noi abbiamo capito che Dio non è un giudice inflessibile che ogni qualvolta sbagliamo immancabilmente ci punisce; abbiamo capito che Dio non è una esclusiva di pochi, di un popolo, ma è il Dio di tutti, del mondo intero; abbiamo capito che Dio è amore, misericordia, compassione, tenerezza per tutti, anche per le donne, per i bambini, per gli esclusi, i lebbrosi, i peccatori. Tutto questo loro non lo sapevano, e quindi non possiamo giudicarli per questo. Teniamo il buono e lasciamo ciò che non è più buono. Non rimaniamo attaccati alle regole: le regole sono fatte per l'uomo e non l'uomo per le regole (Mc 2,27). Le regole servono per vivere, ma quando diventano contrarie alla vita, non servono più e devono essere rinnovate, corrette, sostituite.
Sono i valori che durano per sempre; al contrario le regole, che servono solo a realizzare, a mettere in pratica i valori, possono sempre cambiare.
Noi insomma non dobbiamo lasciarci condizionare dalle apparenze, dal lato esteriore che è sempre mutevole, o dai “si è fatto sempre così”. Dobbiamo andare in profondità, dobbiamo agire sempre coerentemente con la nostra coscienza. Dobbiamo, come dice Gesù, essere uomini liberi, uomini franchi e veri. Non dobbiamo lasciarci vivere nei compromessi, nei doppi sensi, nella ricerca egoistica del nostro “star bene”, costi quel che costi; dobbiamo avere il coraggio di difendere i nostri ideali, i nostri programmi, le nostre azioni; non nascondiamoci dietro a fantasie passeggere e inutili.
Anche a costo di andare controcorrente. Quante volte invece abbiamo il terrore di esporci! Quante volte cerchiamo di eludere le nostre vere responsabilità! Ebbene, dobbiamo avere il coraggio di uscire allo scoperto, di parlare francamente, di comportarci da “cristiani”, da uomini e donne di fede: il nostro parlare, come ci insegna Gesù, deve essere “sì, sì; no, no”. Il “politichese” non è il linguaggio di Cristo. Amen.



giovedì 6 febbraio 2020

9 Febbraio 2020 – V Domenica del Tempo Ordinario


“Voi siete il sale della terra… voi siete la luce del mondo…” (Mt 5, 13-16).

Il vangelo di oggi ci chiede di essere sale e luce: due elementi con effetti completamente diversi: il primo dà gusto e non si vede, la seconda invece non ha gusto ma è visibilissima e percepibile da tutti. Che vuol dire? Che dobbiamo essere nascosti, invisibili, ma assolutamente necessari e riscontrabili.
«Voi siete il sale della terra». La “terra” è la vita di tutti i giorni: cosa vuol dire allora essere sale, senso, sapore, di questa terra? Vuol dire aiutare le persone a trovare il significato, il senso della loro vita, il senso di ciò che accade.
Dobbiamo in altre parole insegnare ai fratelli a riflettere su ciò che vivono, a farsi delle domande, ad ascoltare Dio che parla al loro cuore, sempre e in continuazione.
Come? Attraverso i fatti, gli eventi e gli incontri di ogni giorno. Quante persone si chiedono continuamente: “Ma dov'è Dio?”. Dicono così perché non lo sentono, perché pensano che Lui se ne stia altrove, a farsi i fatti suoi, mentre noi dobbiamo arrangiarci quaggiù.
Ma non è così: perché Lui, al contrario, ci è sempre vicino, ci parla e ci educa continuamente. Noi allora, sale e luce, è questo che dobbiamo far capire alla gente; dobbiamo ridare loro il gusto, la conoscenza della vita.
La parola sapienza, dal latino “sapio”, vuol dire “assaggiare, gustare”. Diventeremo saggi, sapienti, se sapremo “gustare” la nostra vita, se sapremo cioè imparare dalle nostre esperienze. Tutto insegna o nulla insegna: dipende da noi. La vita è una grande scuola per chi vuole imparare. Ma solo per chi lo vuole.
“Voi siete la luce del mondo”. Quella luce che abbiamo ricevuto da Dio, dobbiamo irradiarla intorno a noi, dobbiamo trasmetterla ai nostri fratelli. “Dio”, la vita, in sanscrito vuol dire infatti anche “luce”. È Dio, allora, la luce che dobbiamo riflettere in noi e sugli altri.
Tutto l'universo sembra materia ma, come ci insegna la fisica quantistica, tutto è luce, energia. Noi anche quando ci sentiamo impastati nella materia, potenzialmente siamo sempre luce, perché in noi abita lo Spirito di Dio, perché siamo anima, siamo emozione, siamo “divino”, siamo energia, forza, fuoco, canto, musica.
Se non liberiamo lo Spirito, non ci sarà luce nella nostra vita, non ci sarà luce nel mondo.
“Siete sale, siete luce”. Le parole di Gesù sottendono sempre una ricca trama simbolica, hanno sempre la capacità di dire grandi cose con parole semplici, facendo riferimento alla concretezza della vita.
Ogni volta che ci avviciniamo ad esse, immancabilmente ci rendiamo conto che non c’è distanza tra il mistero del Regno che esse ci annunciano e i piccoli eventi quotidiani della nostra vita: perché ogni cosa ci parla del mistero di Dio, anche nei momenti più difficili: come per esempio accorgersi che la società in cui viviamo sta toccando veramente il fondo.
Inutile fingere che tutto vada bene: stiamo purtroppo vivendo un cristianesimo senza Cristo, una religione senza fede, un culto con celebrazione aride, senza vita.
Sono realtà, quelle in cui viviamo, che ci devono obbligare a riflettere seriamente.
“Siete sale, siete luce”. In questo momento drammatico della storia, dobbiamo riflettere seriamente sul compito che, come cristiani, dobbiamo svolgere in questo nostro mondo: un mondo che inconsciamente si aspetta dai noi una concreta risposta (sale), e una chiara indicazione (luce), una testimonianza insomma, che ridia alla gente speranza e ragioni spirituali per ricostruire un’esistenza più umana.
Essere luce e sale, in questo contesto, è un compito che ci fa trepidare, soprattutto se guardiamo alle nostre debolezze, alle nostre infedeltà che ci rendono tanto spesso opachi, pieni di ombre, assolutamente insipidi.
Sì, perché essere luce del mondo e sale della terra equivale a dimostrare che il nostro cristianesimo non è affatto sterile e passivo, ma al contrario dinamico, entusiasta, intraprendente: in una parola è vita intrisa di gioia e di esultanza, perché vissuta in Cristo.
Grazie a Dio abbiamo ancora tante persone che vivono questo tipo di vita esemplare: persone che per la propria carità, per il proprio altruismo senza limiti, si conquistano la fiducia dei poveri, dei bisognosi, degli emarginati. Sacerdoti, religiosi, uomini e donne consacrati, laici, che vivono nell’umile servizio della carità. Persone che troviamo negli ospedali, nelle case, nelle scuole, nell'industria. La loro carità, nonostante i loro limiti personali, è illimitata.
Ecco: se da un lato, dobbiamo aprire i nostri occhi a queste realtà e scoprire quanto di buono e di bello c’è ancora nel mondo, dall’altro dobbiamo tutti sentirci interpellati, dobbiamo tutti sentirci impegnati, nessuno escluso, perché tutti siamo stati chiamati per nome.
Dobbiamo renderci conto che la nostra vocazione di cristiani è l'amore e che, quando non amiamo, perdiamo ogni nostra brillantezza, cadiamo nel buio, e trasmettiamo solo tristezza e disperazione.
Davanti alla prospettiva di un mondiale black out di Dio, dobbiamo prendere in mano la situazione, e chiedere a Dio nuovo vigore, nuova luce, nuovo entusiasmo per combattere con la nostra umile azione l’oscurità che incombe. Non altrove, non in terre lontane, ma attorno a noi, nella nostra famiglia, nel lavoro, nelle nostre comunità, nella società civile in cui viviamo: perché è qui che dobbiamo essere fermento di vita cristiana, operatori luminosi di amore cristiano. Ogni giorno, ogni minuto che lasciamo passare per egoismo, pigrizia, orgoglio, indifferenza, è un giorno perso, un'occasione mancata. Al contrario, ogni atto di amore, di carità che doniamo all’altro, è ossigeno vitale per lui, per noi, per la società, per il mondo; perché solo così siamo sale, luce, vita, Spirito, immagine e somiglianza di Dio.
Amen.


giovedì 30 gennaio 2020

2 Febbraio 2020 – Presentazione del Signore


“Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione…” (Lc 2,22-40).

Il popolo ebraico era vincolato, a proposito di neonati, da due tra le più antiche prescrizioni della legge: la purificazione della madre (Lv 12) e il riscatto del figlio primogenito (Es 13,1-2). La prima prescriveva che, dopo la nascita del bambino, la madre, trovandosi in uno stato di impurità, non doveva toccare alcuna “cosa santa” né entrare nel santuario. Solo dopo i quaranta giorni previsti dalla legge, la coppia saliva al tempio per consentire alla donna di purificarsi, offrendo in sacrificio a Dio, un agnello oppure un colombo o una tortora.
Fatto questo, i genitori dovevano quindi “riscattare” il loro bambino, se primogenito, poiché fin dalla nascita egli era esclusiva “proprietà” di Dio.
Maria e Giuseppe dunque, pur con tutto quello che in precedenza avevano visto e vissuto nel loro cuore, adempiono fedelmente quanto previsto dalla loro Legge religiosa: ed essendo poveri, e non potendo offrire un agnello, portano con sé soltanto un paio di tortore.
Finita però la prima parte del rito, appare improvvisamente sulla scena un personaggio strano: un certo Simeone, un uomo che Luca definisce “giusto e timorato di Dio”, uno che era abitato dallo Spirito santo; quindi doveva essere un profeta che abitava nel tempio, non un sacerdote, poiché di essi nessun testo dice che avessero un rapporto con lo Spirito Santo; Simeone non è quindi un uomo addetto al culto, ma un sapiente della Vita.
I “genitori” di Gesù, per riscattare il loro primogenito, cercavano un uomo della Legge; incontrano invece un uomo dello Spirito di Dio, le cui parole non contengono alcuna prescrizione o regola, ma al contrario sono parole piene di vita.
Per questo Maria e Giuseppe rimangono ancor più impressionati: già i pastori avevano parlato di un “salvatore” (Lc 2,18), già l’angelo aveva annunciato a Maria che il suo sarebbe stato il Figlio dell’Altissimo (1,32); adesso quest’uomo lo definisce “luce nata per illuminare le nazioni”, con un compito tremendo: sarà “segno di contraddizione, rovina, e resurrezione per molti in Israele”.
Sono andati al tempio per incontrare un sacerdote che purificasse la madre, invece trovano quest’uomo che annuncia a gran voce che il loro bambino ha la missione di “purificare” Israele.
Gesù cioè sarà per molti la “pietra d’angolo”, la pietra su cui costruire, su cui piantare le basi della propria vita; mentre per molti altri sarà “pietra di scandalo”, ossia la pietra contro cui inciamperanno le loro infedeltà, la pietra che li farà cadere a causa dell’arroganza delle loro scelte di vita.
Seguire Gesù, dunque, non si prospetta come una cosa semplice, indolore. La sua non è una strada piana, dritta, ombreggiata, con fontanelle d’acqua e panchine dove riposare, un cammino pieno di “vogliamoci bene” e di “amiamoci tutti”. Gesù ci mette al contrario davanti a scelte difficili, a bivi oscuri, a cadute e rotture frequenti, a verità dure da accettare, destinate a trasformare radicalmente la nostra vita; ci mette di fronte a noi stessi, alla nostra coscienza, alle nostre responsabilità, alle quali non possiamo sfuggire. Non ci lascia sonnecchiare tranquilli; il suo è un cammino continuo di liberazione, di guarigione, di apertura, di smascheramento: è per questo che il suo Vangelo è Vita per alcuni, morte per altri.
Simeone predice tutto questo a Maria, le preannuncia sofferenze tremende; anche se non le chiarisce il motivo, le conferma comunque la terribile conseguenza; e lei ascolta, serenamente aperta al suo futuro; accetta umilmente le parole di Simeone, anche se non capisce cosa volesse veramente dirle, e conserva “tutte queste cose, meditandole nel suo cuore”.
Pur non capendo, è sempre disponibile ad accogliere il messaggio di Dio, aderendo in tutto e per tutto alla sua volontà.
Maria non arriverà a capire neppure suo figlio; però lo seguirà sempre e comunque, con trepidazione, con semplicità, con discrezione, con assoluta fiducia.
In questo sta il grande “merito” di Maria: di passare volontariamente e silenziosamente dal ruolo di madre a quello di discepola.
L’intimità nata a seguito di questo nuovo rapporto con suo Figlio, le offre una unione ancor più intima con Lui, una sintonia perfetta e inattaccabile con il Suo cuore e con il suo sentire. Sarà infatti questo legame, questo suo ruolo di madre e discepola, vissuto concretamente nel suo cuore, che le consentirà di seguire Gesù fino in fondo, fino ai piedi della croce, sul Golgota.
La spada che trafiggerà Maria non sono le sofferenze naturali di una madre nei confronti di suo figlio: preoccupazioni, ansie, timori, aspettative non accolte, ecc. La spada tagliente per Maria è stata capire che era più importante seguire suo Figlio come discepola che come madre, dover cioè rinunciare a quel legame di sangue, unico, profondo, indissolubile, che unisce la madre al proprio figlio. Maria, per seguire Gesù, ha dovuto spogliarsi completamente del suo privilegio di madre.
Questo era quanto intendeva dirle Simeone, il giorno della “presentazione” di Gesù al Tempio.
Ma a noi, cosa dice questa ricorrenza? Cosa significa, per noi oggi, “presentazione al tempio”? Beh, sicuramente significa “offrire” i nostri figli a Dio; ma non basta farlo una volta sola, all'inizio della loro vita, col battesimo; bisogna poi continuare a seguirli, educandoli nella fede. Bisogna crescerli nella fede. Bisogna irrobustirli nella fede. Perché i genitori sono i primi evangelizzatori dei propri figli: non tanto con raccomandazioni e prediche noiose e ripetitive, ma con l’esempio, con le piccole attenzioni, inculcando loro le virtù cristiane, rispondendo alle loro domande, vivendo loro stessi una vita coerente con la loro fede.
Presentare i figli al Signore, significa anche accettare che crescano fedeli a Dio ma nella libertà delle loro scelte, magari attraversando anche dei naturali periodi di allontanamento e di crisi.
Uno santo prete diceva: “Quando non si può più parlare ai figli di Dio, è il momento di parlare a Dio dei figli, cioè di pregare in continuazione per loro”.
Quella di oggi, poi, è una festa che ci ricorda di mettere in conto, di accettare anche noi, con lo stesso spirito di Maria, le trafitture della famosa “spada”: perché, lo sappiamo bene, “servire” Cristo alla luce del suo Vangelo, con una vita generosa e fedele, richiede scelte talvolta dolorose, inevitabili, che possono ferire profondamente il cuore e l’anima; ferite che sono comunque necessarie per crescere, maturare, progredire.
Oggi al mondo non interessa più sapere che Gesù è la luce di Dio, la sola che può illuminarci con la sua verità pura e santa. E non lo sa perché i cristiani, nonostante siano stati costituiti profeti di Cristo nel Battesimo e suoi testimoni “illuminati” nella Cresima, preferiscono tacere, non parlano, sono divenuti tutti muti e indifferenti. Anzi, spesso prestano la loro voce al coro che è a Lui contrario, oscurando così la sua mediazione di grazia, verità, giustizia e redenzione, indispensabili per la nostra santificazione e la vita eterna. Amen. 

giovedì 23 gennaio 2020

26 Gennaio 2020 – III Domenica del Tempo Ordinario


“Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino”.
(Mt 4,12-23).

Venuto a conoscenza dell’arresto di Giovanni, Gesù abbandona Nazareth per rifugiarsi nelle zone più a nord della Galilea, precisamente a Cafarnao, sulla riva del Lago di Genesaret, nei territori di Zabulon e Neftali, abitato dalle omonime tribù di Israele. Un territorio di frontiera che i puri di Gerusalemme a quei tempi guardavano con molto sospetto, luogo in cui si mischiavano credenze e riti, culture e lingue, luogo imbastardito, meticcio, perduto. Basti pensare che proprio da quei territori proveniva il movimento estremista degli zeloti, e che dare del “Galileo” a qualcuno equivaleva definirlo “terrorista”.
È proprio da questo luogo che Gesù inizia la sua predicazione, dai confini della storia.
Dio è sempre così, preferisce i lontani, quelli con una vita difficile, a quelli che vivono tranquillamente, senza grossi problemi: Gesù preferisce abitare e condividere tutto con queste persone, ad esse egli porta la luce, dona testimonianza.
È un primo segno molto importante per noi, per noi Chiesa: perché, come Gesù, anche noi dobbiamo uscire dalle nostre case, dalle nostre chiese, portando e testimoniando al mondo il Dio con noi; perché Lui è stanco di rimanere solo, abbandonato nei tabernacoli, di non riuscire ad inserirsi nella nostra società, nella vita quotidiana di tutti; è stufo di essere tirato in ballo nei momenti e nei luoghi “sacri” e di essere estromesso dai luoghi dell’economia, della politica, del divertimento, della cultura.
Ecco allora che il motivo per cui noi cristiani ci raduniamo ogni domenica per celebrare la vittoria pasquale di Gesù, deve essere quello – una volta usciti di chiesa – di annunciare e testimoniare Cristo nel quotidiano, nel vissuto, nella “realtà” di ciascuno!
Per poter fare ciò, dobbiamo però, prima di tutto, realizzare in noi la conversione.
“Convertitevi!” è infatti l’invito bruciante che ci raggiunge oggi: “Convertitevi perché il Regno si è fatto vicino”. Cosa significa? Che è il Regno di Dio che si è avvicinato, indipendentemente da noi: in pratica è stato lui, Dio, che ha preso l’iniziativa; ora spetta a noi seguirlo, “convertendoci”, facendo cioè inversione di marcia nella nostra vita.
Dio ci aspetta: non intende rimproverarci, farci qualche bonaria paternale, per farci pentire e cambiare vita. Nossignori: È Lui che per primo, si mette in gioco, si offre, si dona incondizionatamente, rischia tutto. In pratica ci dice: “Io ti sto vicino, come fai a non accorgertene? Datti da fare, seguimi!”. Ovviamente, per seguirlo, dobbiamo recuperare l’essenziale, dobbiamo mollare il “superfluo”, le innumerevoli cose inutili che ci affannano la vita: come hanno fatto Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni che, alla chiamata di Gesù, abbandonano all’istante quanto stavano facendo, e accettano di diventare “pescatori” di uomini. 
“Convertitevi!”: è dunque l’ordine secco, perentorio, di Gesù, sullo stile del Battista.
Non sono ammessi rinvii: dobbiamo farlo ora e subito; dobbiamo cioè, all’istante, metterci in discussione, cambiare mentalità, buttare via le certezze ingannevoli, per cercare Lui, la Verità che non inganna.
Non dobbiamo temere le prove, di subire sconfitte e delusioni: perché è proprio nel momento in cui il nostro piccolo mondo crolla, in cui le nostre aspirazioni, i nostri progetti umani cadono in frantumi, che Dio trova in noi il terreno ideale per realizzare il suo progetto.
Quando cadono le sicurezze umane, è l’ora della sicurezza di Dio, perché Dio ci aspetta là, sulla strada della sconfitta del nostro “ego”, della nostra presunzione: è infatti quando viviamo nell’umiltà, nella consapevolezza del nostro essere niente, che avviene l’incontro con Lui, l’unico Signore della nostra vita.  
Purtroppo, oggi più che mai, è difficile capire il significato, la portata, le conseguenze di questo “convertitevi”: siamo troppo legati alle inutili prospettive del mondo: ma solo accettando l’invito di Gesù, fidandoci di Lui e “cambiando strada”, potremo scoprire un nuovo panorama, una vita completamente diversa, quella del Regno di Dio, ricca, intensa, profonda.
E ci diremo: “Come ho fatto a non accorgermi fino ad oggi di questa meraviglia? Eppure Dio mi era sempre vicino!”.
Allora capiremo anche che quel “convertitevi” è una cosa seria, che non ha nulla a che fare con l’assumere un comportamento di facciata, nulla a che vedere con i soliti esercizi pietistici, con invocazioni di comodo, espresse a voce alta, più per farci sentire dai vicini che da Dio. “Convertirsi”, al contrario, vuol dire: “Accorgersi che è arrivato il momento di cambiare radicalmente vita!”; “di rendersi conto sul serio che Dio, nella sua bontà, ci vuole vicini a Sé”: e da quel momento, chi si convince di ciò, non potrà mai più essere lo stesso.
Purtroppo oggi la gente è assorbita completamente da altri problemi: a nessuno viene in mente di cambiare uno stile di vita comodo, rilassante, che offre gioie, divertimenti, benessere, con un altro che, al contrario, gli impone autocontrollo, altruismo, carità, dedizione per gli altri, fedeltà alla legge di Dio. Cambiare il “pensare solo a sé stessi” con “preoccuparsi per gli altri, per i poveri, per i meno fortunati”, è una scelta che fa paura, che terrorizza. Significa lasciare ciò che siamo, per diventare ciò che dovremmo essere: un andare verso l’ignoto, verso ciò che non conosciamo e che temiamo. Per farlo bisogna fidarsi ciecamente di Dio. Invece siamo purtroppo dei “malfidati”, dei diffidenti in tutto. E preferiamo continuare per la nostra strada.
D’altro canto, se ci guardiamo intorno, quello che vediamo non è che ci rassicuri molto: c’è gente che va puntualmente in chiesa da una vita, rimanendo poi sempre uguale: anzi, “siamo” sempre uguali! Perché anche noi ci comportiamo così! Magari ci ammantiamo di bontà e opere buone, cerchiamo di apparire persone pie e caritatevoli ma, in fondo, siamo sempre i soliti calcolatori! Una domanda allora dovremmo porci: “A che mi serve frequentare tanti gruppi di preghiera e di spiritualità, se poi in pratica non cambio mai?
Succede purtroppo che siamo convinti di cambiare, ma al contrario noi, il messaggio di Gesù, invece di attuarlo, di metterlo in pratica, noi lo razionalizziamo, lo teorizziamo.
Leggiamo trattati di teologia, partecipiamo a corsi di approfondimento, a settimane di spiritualità, siamo assidui frequentatori della Chiesa e della Parrocchia, siamo ottimi parlatori, sempre interessanti e ammirati nelle nostre esternazioni, ma… è solo una grande illusione, siamo solo una maschera imbellettata e basta. Preferiamo adattarci e dissimulare, perché cambiare veramente è difficile, è doloroso, fa paura. Preferiamo darci a Dio sempre “con riserva” (il che equivale a non darsi). Facciamo “qualcosina” per Lui, ma mai “troppo” per non lasciarci coinvolgere completamente. Ci rifugiamo nelle scuse del lavoro, degli impegni di casa, dell’ufficio, dei figli ecc. per crearci un alibi; tutto serve per sottrarci al compito fondamentale di aver cura della nostra vita interiore, della nostra anima, di noi, del nostro spirito.
Non accontentiamoci di essere semplici consumatori di culto: l’apostolato cristiano non è una gara vanitosa a chi fa di più: ad avere la Chiesa più piena, le cerimonie più belle, il coro più intonato, ma è soprattutto una “vita” nuova: la vita della carità, nell’apertura e nell’ascolto di tutti; è la vita di Dio in noi, nelle nostre famiglie, nelle nostre comunità. Se la nostra vita pastorale, le nostre opere, non nascono dalla carità vissuta, sono fatiche a vuoto, non servono a nulla: sono gesti sterili che non porteranno mai dei frutti perché sono separati da Dio.
Soltanto su queste premesse potremo far parte dei “chiamati”.
Viviamo, dunque, soprattutto nella carità sincera, nell’amore vero: perché questo è quanto Gesù vuole da noi: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amato. Tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri”. Amen.


venerdì 17 gennaio 2020

19 Gennaio 2020 – II Domenica del Tempo Ordinario


“Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo” Gv 1, 29-34

Siamo all’inizio del “tempo ordinario”, tempo liturgico che è un invito forte a costruire la nostra “ferialità”, non nelle banalità, ma nella novità introdotta col Natale. È infatti nello scorrere quotidiano e feriale dei nostri giorni che dobbiamo vivere lo stupore dell’Emanuele, del Dio-con-noi, che dobbiamo vivere la novità e la bellezza del Volto di Dio: un tempo in cui costruire e adeguare la nostra “somiglianza” a quella “immagine” di Dio, che Egli stesso ha impresso nell’uomo creandolo, e che Gesù, umanizzandosi, ci ha rivelato.
Il Vangelo di oggi ci ripropone ancora una volta la figura di Giovanni, il battezzatore: non il solito burbero e scontroso profeta penitenziale, ma un Battista vinto dall’evidenza, più dolce, più umile che, in veste di testimone oculare, addita ai presenti il personaggio chiave della umana redenzione, rivelandone pubblicamente la vera identità: l’«agnello di Dio che toglie il peccato del mondo».
Una definizione solenne e plastica, che contiene l’assoluta e sbalorditiva novità di Gesù, vittima sacrificale: una novità che il Battista, senza tanti preamboli, mette subito in chiaro davanti ai nostri occhi.
A differenza della tradizione ebraica, secondo cui è l’uomo che si deve offrire a Dio attraverso varie forme di sacrifici cruenti, il Battista ci presenta qui un Dio che capovolge completamente le parti! È Lui – Dio – l’Agnello, la vittima che si immola per noi, che si dona e si consegna. Un’autentica rivoluzione, uno stravolgimento di valori che introduce nuove verità: l’uomo non deve conquistare nulla, non ha nulla da “meritare”; deve semplicemente accogliere la mano tesa di Dio come dono, un dono destinato a cambiargli la vita; un potente antibiotico contro l’innata piccineria umana che pretende l’aiuto e l’amicizia di Dio come contropartita di iniziative puramente esteriori, senza alcun coinvolgimento del cuore, e per questo sterili e inutili; sì, sterili e inutili perché preoccupate più dell’apparire che dell’essere.
Dio non è un contabile che sta seduto dietro ad una scrivania per registrare e tenere il conto delle nostre buone azioni e dei nostri sacrifici quotidiani, soprattutto se fatti senza vero amore.
Ora c’è un novum fondamentale, un novum che sta proprio qui: Gesù è la vittima sacrificale; è Lui che affronta la morte “per noi”; è attraverso la sua vita e il suo morire, che noi scopriamo la commovente verità che Egli è Amore assoluto; un Amore che supera tutti i nostri peccati, anche quelli più tremendi.
È proprio così: Dio è l’Amore fedele nei secoli; e di Lui ci possiamo fidare completamente.
Quando guardiamo la croce, noi vediamo la vittima immolata, appesa ad essa: l’Agnello di Dio crocifisso, Colui che ci libera da ogni schiavitù, da ogni peccato, da ogni colpa.
Per quanto possiamo sbagliare nella nostra vita, Dio è più forte del nostro male: perché Egli è l’Amico, il Guaritore, l’Amore che riempie e consola il nostro cuore.
Scriveva Giacomo Leopardi in una lettera al fratello: “Io non ho bisogno di gloria, né di stima, né di altre cose simili, ma ho bisogno soltanto di amore”. Ebbene, è Dio che soddisfa in pieno questo bisogno dell’uomo.
Nella nostra vita di creature siamo soggetti a sofferenze, angosce, malesseri di qualunque tipo; ma se permettiamo a Lui, creatore, di entrare nel nostro cuore, di stare con noi in noi, allora capiremo che Lui è un amico, un sostegno, una nuova forza prorompente; sentiremo il conforto di avere uno che ci ascolta, che ci sorregge prontamente se vacilliamo, un rifugio sempre aperto in cui sentirci sicuri e amati. Completamente. E quanto bisogno abbiamo veramente tutti noi di sentirci amati!
Gesù è l’agnello che toglie il “peccato”: il “peccato”? Di quale peccato parliamo? Cosa è oggi ancora peccato? Che importanza diamo al peccato? Che percezione ne abbiamo? Poca, purtroppo. Anzi pochissima, per non dire nessuna!
D’altro canto, oggi sentiamo ripetere continuamente che Dio è misericordioso, che ci ama incondizionatamente, che nulla può interferire con il suo Amore, che è Lui che ci rincorre, che ci vuole salvare: allora, pensiamo, perché preoccuparci del peccato? Sissignori: invece dobbiamo pensarci, eccome! Perché anche se l’immagine del Dio assolutamente misericordioso è vera, non dobbiamo mai dimenticare che Dio non salva nessuno contro la sua volontà! Per questo non dobbiamo mai abbassare la guardia, non dobbiamo mai sottovalutare l’importanza delle nostre infedeltà. Infatti sbagliamo completamente quando giustifichiamo qualunque nostra colpa, qualunque nostro tradimento, pensando: “Tanto Lui è buono, ci perdona comunque anche se pecchiamo!” Sbagliamo soprattutto perché non teniamo in alcun conto il dolore che la nostra ingratitudine provoca nel cuore innamorato di Dio. 
Continuiamo a sbagliare anche quando pensiamo: “e poi, che peccati posso mai fare?”.
Se esaminiamo la nostra vita alla luce del solo decalogo, forse possiamo anche sentirci tranquilli: andiamo a messa, non ammazziamo nessuno, facciamo le nostre elemosine, non bestemmiamo, ecc. Ma abbiamo mai pensato in quanti altri modi possiamo peccare contro l’infinita bontà di Dio? Per esempio pecchiamo quando non vogliamo maturare nel cuore, quando non vogliamo crescere spiritualmente, quando preferiamo restare così come siamo, tiepidi e indifferenti. Pecchiamo quando, sapendo che c’è un problema col nostro prossimo, facciamo finta di nulla. Siamo nel peccato quando la vita spirituale non circola più in noi: viviamo cioè come se fossimo già morti, siamo insensibili, niente ci commuove, niente ci emoziona, niente ci appassiona. Peccato è ignorare le nostre responsabilità, non voler conoscere le cose “per non avere problemi”, preferire il buio della menzogna alla luce della verità. Peccato è non preoccuparci delle tante infermità, delle tante debolezze, delle tante ferite che non mettiamo nelle mani di Dio: le lasciamo invece marcire in fondo al nostro cuore, fino ad infettare il nostro spirito, la nostra anima, fino a corroderla e ad ucciderla.
Peccato, male, morte è, pertanto, non esprimere pienamente la vita che ognuno ha dentro. Perché dove c’è vita non c’è morte; dove c’è espressione non c’è depressione; dove c’è amore non c’è chiusura; dove c’è il bene non c’è il male. Nella vita, soprattutto, non possiamo accontentarci di “non fare il male”, ma dobbiamo scegliere sempre di “fare il bene”!
Ogni domenica, quando andiamo a Messa, sentiamo ripeterci: “Ecco l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo”. È la voce di Gesù, il Liberatore, che ci sussurra: “Se vuoi, io vengo per portarti un po’ di pace, un po’ d’amore, di speranza, di perdono, di serenità. Mi lasci entrare? Mi apri la porta?”: e noi che facciamo? gli giriamo le spalle e rispondiamo: “No grazie, non mi interessa”?
Fare la comunione non è un dovere, non è un precetto, non è un obbligo: ma è un riconoscere umilmente di aver bisogno di Dio, di aver bisogno di coraggio e di forza. La comunione è la possibilità che abbiamo di far entrare nel buio del nostro cuore un po’ di luce; di portare nel mondo conflittuale della nostra anima un po’ di pace e di perdono. È una possibilità concreta che ci viene offerta. Ma allora perché tanta gente va in chiesa e non fa la comunione? È tanto distratta e indifferente da non porsi neppure il problema? Non vuole farsi coinvolgere troppo? Crede di non meritare l’amore di Dio? È difficile capirlo: perché è come andare dalla persona amata e non darle un bacio, entrare in casa di un amico e non salutarlo. È come andare ad un pranzo e non mangiare. Perché? Perché rinunciare alla cosa più gustosa, a quella che dà più energia, a quella più gratificante? Eppure quando teniamo ad una persona, facciamo di tutto per incontrarla, cerchiamo in tutti i modi di star soli con lei!
Evitiamo allora, soprattutto, di pensare che “tanto Dio fa tutto Lui”. “È talmente buono, capirà!”. Nossignori: nel cammino della fede e della conversione del cuore non è possibile rimanere assenti, disinteressati, immobili: non ci sono bacchette magiche, né interventi mistici sostitutivi. L’azione di Dio in noi richiede sempre la nostra diretta collaborazione, l’investimento di tutta la nostra libera volontà. Siamo noi che dobbiamo muoverci: siamo noi che dobbiamo scegliere di stare con Lui, di lasciarci salvare, di guarirci il cuore e l’anima. In una parola siamo noi che dobbiamo mettere tutto nelle sue mani: che poi è l’unica scelta che non ha mai deluso nessuno! Amen.


giovedì 9 gennaio 2020

12 Gennaio 2020 – Battesimo del Signore


“Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento” 
(Mt 3, 13-17).

Anche Gesù, come una grande moltitudine di persone, segue il Battista; sono addirittura cugini: per lui Giovanni è un esempio, il punto di riferimento, il maestro, uno dei più grandi profeti; e come tutti, anche Gesù è lì al Giordano per il battesimo, confuso tra la folla, in umile attesa del suo turno, simile in questo ai tantissimi che vogliono ottenere il perdono per i loro peccati; ma una volta disceso nelle acque del fiume, ed essere stato battezzato, tutto cambia, improvvisamente succede un fatto nuovo, impensabile, straordinario, decisivo.
Quello che doveva essere un semplice evento “battesimale”, assume un significato assolutamente inedito, sia per la vita terrena di Gesù, che per la vita di tutte le creature: Gesù, per la prima volta, si rende conto di quanto egli valga agli occhi del Padre, di fronte al suo Dio. Si rende conto che il “suo” Dio, che è poi il Dio del suo vangelo, è diametralmente l’opposto al Dio intransigente e severo di Giovanni. Lo capisce immediatamente, in maniera inequivocabile: “No, Padre, tu non sei così! Non c’è motivo di aver paura di te. Tu non sei come mi hanno insegnato fino ad oggi; io che ora ti sto sperimentando, toccando, incontrando, ti conosco veramente per quello che sei”.
È così che un semplice “battesimo d’acqua”, acquista in Gesù un significato “altro”, diventa un evento rassicurante, una solenne investitura, una certezza che lo sosterrà in ogni istante difficile della sua missione terrena.
Oggi infatti, più che al battesimo di Gesù (egli non aveva alcun peccato da farsi “lavare”!) noi assistiamo alla sua “chiamata” ufficiale, all’esplicito invito “paterno” di dare avvio alla sua missione. Ciò che Matteo vuole qui dire, va ben oltre il significato di un avvenimento materiale, di routine; il suo è invece un tentativo di esprimere una realtà nuova, inesprimibile: la trasformazione intima di Gesù; un cambiamento interiore innegabile, che repentinamente si è reso visibile, riscontrabile da tutti. Gesù da quel preciso istante è un altro uomo. La sua stretta unione col Padre, prima personalissima e nascosta, diventa ora “riconoscibile” da tutti, diventa di dominio pubblico, attraverso la successione di “segni” che tutti hanno avuto modo di percepire:
“Si aprirono i cieli”, sottolinea Matteo: il mondo del cielo (Dio) e quello della terra (Cristo) sono in stretta, indissolubile comunione, in costante collegamento; e si sono aperti per rendere possibile qualunque comunicazione.
“Ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba”: non che ci fosse una colomba in carne ed ossa; è un simbolismo per dire che veramente qualcosa di soprannaturale è entrato in Gesù. Qualcosa che seppur invisibile, tutti sono in grado di verificarne la presenza. È lo Spirito del Padre: Gesù l’ha veramente sentito entrare in sé, ha percepito un cambio repentino, deciso, una rassicurante osmosi reciproca di sentimenti d’Amore. Anche all’inizio della storia del mondo, nel primo capitolo della Genesi, lo Spirito aleggia sulle acque; adesso però (in forma di colomba) aleggia su Gesù; lì la prima creazione non ha funzionato: l’uomo vecchio ha rovinato tutto; qui succede il contrario. Gesù è il nuovo inizio della storia, segna l’inizio dell’economia salvifica; è l’uomo nuovo che ricostruirà la primitiva armonia dell’umanità col Padre creatore. Lo Spirito divino, l’Amore del Padre in simbiosi con quello del Figlio, ne è il garante. E - come già successo nella Bibbia nei confronti di re, di giudici, di profeti, di sacerdoti - lo Spirito di Dio scende sul prescelto, e indica a Gesù la particolarità della missione che lo attende; una missione unica, personale, indelegabile; una missione universale, divenuta urgente, improcrastinabile. 
“Ed ecco una voce dal cielo”: non si tratta di una voce esterna, rumorosa (in quel momento Gesù è in preghiera); ma è una voce silenziosa, interiore; ciò che Gesù sente, lo sente dentro di sé; sono parole rassicuranti, che lo mettono di fronte a se stesso: “Io, Gesù, sono figlio di Dio; Lui è mio Padre; gli piaccio (si compiace); io sono il Cristo; è mio Padre che mi ha voluto così: sono il suo prediletto, il suo “messia” l’unto dal suo Spirito. Egli mi ha inviato qui su questa terra, per compiere una missione ben precisa; ora è arrivato il momento: ora non posso più tardare; ora devo muovermi; Lui è con me!”.
È proprio l’assorbimento intimo da parte di Gesù di questi concetti “messianici”, il suo riconoscersi in essi, che determina oggi l’evento “battesimale” nella sua vita: un punto di non ritorno, una rottura definitiva col passato, un passaggio obbligatorio da superare.
Una vera e propria “chiamata” dunque. Sembra quasi che anche Gesù sia passato attraverso quelle stesse sensazioni che per noi creature umane trasformano una semplice chiamata in “chiamata di Dio”. Fatti ovviamente i dovuti “distinguo”. 
Tutti noi infatti, chi più chi meno distintamente, siamo o siamo stati oggetto di una speciale chiamata di Dio: forse non ce ne rendiamo conto del quando e del dove, visto che non si tratta di una chiamata tramite cellulare e neppure per “sms”. Ma per tutti, una tale occasione, è unica, particolarissima, intensa, di grande intimità; un’esperienza che continua nel tempo a rivoluzionarci il cuore e l’anima, un’esperienza da cui non se ne esce mai come prima. È un incontro/scontro con qualcuno che ci sconvolge letteralmente la vita, che ci rende completamente diversi. È una irruzione (ir-rompo) di Dio, talmente imperiosa e forte, da romperci dentro, da spaccarci, da sconquassarci, da destabilizzarci. “Essere chiamati da Dio” significa percepire un qualcosa che ci toglie il respiro, che ci spezza in due, che ci attraversa, che ci lascia esanimi; uno stato d’animo che ci terrorizza tanto è grandioso e bello.
Per inciso: è proprio per questo motivo che una volta i monaci, i consacrati, nell’abbracciare la vita religiosa, cambiavano il loro nome. Era un modo per indicare una verità molto più profonda e personale: “da quando ho detto sì alla tua chiamata, Dio, non sono più io; sono un’altra persona, ho un altro nome”.
Ecco; se anche noi vogliamo dare seguito alla “chiamata di Dio”, viverla con l’entusiasmo che merita, dobbiamo prima “calarci”, discendere nel nostro Giordano: dobbiamo battezzarci, immergerci cioè nella nostra umanità, fatta di errori, limiti, condizionamenti, paure, gelosie, invidie, rabbie, ostinazioni, perversioni; dobbiamo fare i conti con tutto questo marciume; dobbiamo renderci conto del non fatto, dell’incompiuto, delle occasioni perse, degli errori ripetitivi; dobbiamo in una parola entrare in contatto con tutta la nostra miseria, con il nostro niente di fatto, con tutte le situazioni peccaminose e mortali che rendono asfittica la nostra vita cristiana. E soprattutto dobbiamo correre ai ripari: subito, immediatamente. Dobbiamo lavare, lavare e lavare. Dobbiamo tagliare, ripulire, distruggere; dobbiamo ristrutturare completamente la nostra casa, ricreare un habitat degno dell’Amore, del Divino. Perché solo così potremo offrire piena ospitalità allo Spirito di Dio: a quello Spirito d’Amore che solo ci può consigliare, confortare, amare, proteggere.
Guai a noi se rifiutassimo di “immergerci”; guai a noi se fossimo convinti di essere delle “brave e giuste persone”, e quindi di non aver bisogno di alcun Giordano; guai a noi, perché così non arriveremo mai a incontrare e a conoscere l’amore di Dio; non potremo mai sperimentare quell’abbraccio di amore gratuito che Dio riserva a quanti si sottopongono al “lavaggio sacramentale” delle loro colpe. Non possiamo pretenderlo questo amore; non ne abbiamo alcun diritto; è un amore che si ottiene soltanto dando prova d’amore. Dio non è in obbligo con noi, anzi con nessuno. Pretendere di barattare il suo amore con le nostre presunte “opere buone”, equivale solo a dimostrare, una volta di più, la nostra presunzione, la nostra superbia, la nostra arroganza. L’amore non si “contrappone”, non è “conflittuale”, non “pretende” nulla: è solo a servizio, previene, accompagna, si offre, spontaneamente e gratuitamente, come “risposta” alla “chiamata/amore” di Dio! 
Ascoltiamola dunque nel silenzio della nostra anima questa chiamata: ascoltiamo la Voce dell’Amore che instancabilmente ci sussurra: “Io ti amo. A me vai bene così, coraggio, datti da fare!”. Perché questa è la voce che ci salva; questa è la voce che ci fa rinascere: anche così impresentabili come siamo, è questa voce che ci fa sentire comunque amati. E se sappiamo di essere amati, che aspettiamo? Viviamo, purifichiamo, laviamo, cambiamo, rispondiamo, soprattutto amiamo!
In questa epifania battesimale di Dio, possano tutti sperimentare queste consolanti sensazioni: entrino in noi, nel nostro cuore, diventino vita, tocchino il profondo della nostra anima; risuonino nelle nostre zone d’ombra, nelle zone buie, ferite, abbandonate, rifiutate; diventino, per noi tutti, una musica celestiale confortevole. Fidiamoci di questa Voce; rispondiamo sinceramente e fiduciosamente a questa “chiamata”, e incamminiamoci liberi, felici e sicuri per le vie del mondo, là dove Egli ci aspetta. Amen.


giovedì 2 gennaio 2020

5 Gennaio 2020 – II Domenica dopo Natale


“In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio… E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,1-18)

Il vangelo che la Chiesa ci propone oggi, è lo stesso del giorno di Natale; un brano che è il più ricco, profondo e difficile di tutti i vangeli. Alcuni studiosi hanno passato la loro vita a studiare questa pericope giovannea: san Giovanni Crisostomo e Sant’Agostino hanno detto, per esempio, che si tratta di un testo che va al di là di ogni comprensione umana.
Senza alcuna presunzione, per quanto ci riguarda, cerchiamo almeno di capire il significato di alcune espressioni.
“In principio” (in ebraico berescit; in greco en arché) sono le stesse parole con cui ha inizio nella Genesi, il primo libro della Bibbia, il racconto della creazione.
In particolare come iniziava l’Antico Testamento? “In principio Dio creò il cielo e la terra” (Gn 1,1). Giovanni invece dice no: “In principio c’era il Verbo!”
Il Verbo è la traduzione latina del termine greco “Logos”, che ha due significati: “Parola” e “Progetto”; per cui possiamo dire: “All’inizio c’era un progetto”.
Questo è meraviglioso: prima ancora di creare ogni cosa, Dio aveva un’idea, un progetto.
Allora noi, il mondo, non siamo qui per caso. Siamo tutti qui perché Dio ha un progetto su di noi. Se non avesse avuto un progetto su di noi, non ci saremmo. Se ci siamo è perché Dio aveva un motivo ben preciso per crearci, un motivo davvero importante.
Quindi Dio ha un progetto. Ma per attuarlo, ha bisogno di noi. Vogliamo allora dargli una mano?
Identificando poi il Logos, il Verbo, con Dio, Giovanni si scontra con la teologia del tempo. L’Antico Testamento infatti identificava la Parola di Dio con i Dieci Comandamenti (il Decalogo) che Dio ha dato a Mosè (Es 31,18). Ma Giovanni dice: “No, la Parola, il Logos esiste ancor prima di tutte le altre parole”. Una novità impensabile, che stabilisce la priorità e l’importanza assoluta della nuova Parola. Infatti Giovanni farà dire a Gesù: “Vi do un comandamento nuovo (kain¾n): che vi amiate gli uni gli altri” (13,34).
Ora, per dire “nuovo” in greco ci sono due possibilità: “neos” e “kainos”; nel primo caso vuol dire “nuovo” rispetto ad un “altro” già esistente; con kainos si vuol invece stabilire che un qualcosa è “nuova” nel senso che annulla tutto il resto: Gesù, il Logos, quindi non dà un “altro” comandamento, ma in assoluto uno “nuovo”, che mette cioè in secondo piano tutte le Parole precedenti.
“Egli era in principio presso Dio” (Gv 1,2). Questo, Gv ce l’ha già detto: perché lo deve ripetere? Perché la lingua ebraica scrive tutte parole in caratteri maiuscoli, attaccate l’una all’altra, e non aveva, come abbiamo noi oggi, il grassetto, il corsivo, la sottolineatura, ecc. Per cui per evidenziare un concetto lo ripetevano. Una ripetizione quindi che sta ad indicare un concetto veramente importante.
“Tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste” (Gv 1,3). Anche qui la seconda parte è una ripetizione della prima. Ma cosa significa? Che tutto è stato fatto per volontà divina. Noi, in altre parole, siamo qui solo per volontà di Dio. Magari i nostri genitori non ci volevano... magari la gente ci rifiuta, ci respinge... magari noi stessi non ci accettiamo, siamo insofferenti verso noi stessi... ma Dio ci vuole, perché ha un progetto ben preciso su di noi. La creazione pertanto non è cessata il settimo giorno, ma si sta compiendo continuamente, anche oggi, perché Dio ha bisogno di noi: è per questo che ci ha creato.
“In lui (cioè nel Logos-Progetto) era la vita e la vita era la luce degli uomini” (Gv 1,4).
Il termine “Vita” (zoé) appare ben 37 volte in Giovanni. Un termine quindi con cui egli intende qualificare il Progetto di Dio, vuol darne una spiegazione: il progetto di Dio è un progetto di vita: una vita con un nuovo stile.
Prima di Gesù infatti gli “uomini di Dio” erano gli uomini di preghiera, quelli che si mortificavano, quelli che rinunciavano a tutto, quelli che reprimevano l’affettività in quanto pericolosa, quelli che digiunavano e seguivano un’ascetica ferrea, che non avevano tempo per la carità, l’amore verso il prossimo. Ma Gesù dirà di questa gente: “Sepolcri imbiancati: essi all’esterno sono belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume” (Mt 23,27).
Con Gesù, invece gli “uomini di Dio” sono quelli vivi, quelli che hanno vita, che sanno piangere, indignarsi, commuoversi, emozionarsi, che provano amore, misericordia, che si innamorano, che hanno slanci, che sanno stupirsi: più un uomo è vivo, più è pieno di Dio. L’essenza, il centro del Natale, è appunto la Vita, un bambino che nasce alla vita.
“La luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta” (Gv 1,5).
L’uomo che vive, cioè colui che ha accolto il messaggio di Dio, risplende, è luce.
Qui non si dice che lotta. A quel tempo, e anche oggi, ci sono molti fanatici che vogliono imporre le proprie regole e le proprie leggi ad altri. Qui, invece, è luce, splende, brilla: non costringe nessuno. Segue semplicemente la Luce, la luce vera, Gesù, il verbo incarnato, che è venuto nel mondo: “Io sono la luce del mondo; chi segue me non camminerà nelle tenebre ma avrà la luce della vita” (Gv 8,12).
È Gesù-quindi, la vera luce che illumina ogni uomo: attenzione in questo a non prendere abbagli! Domandiamoci spesso: “Qual è la cosa più importante che dà luce alla mia vita?”. È il partner, i figli, i soldi, il lavoro, il successo, la gloria, l’essere famosi... cos’è dunque la cosa più importante che condiziona la nostra vita? Deve essere solo una: la Vita!
“Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, eppure il mondo non lo riconobbe” (Gv 1,10).
Mondo è “kosmos”: in Giovanni non indica semplicemente il creato, il cosmo, l’universo: ma è un termine che in lui acquista un senso negativo: è il sistema politico, religioso, civile, sul quale si fonda la società umana, in contrapposizione a quella divina. Il potere, infatti, sinonimo di orgoglio, di superiorità, di mancanza d’amore, di rigidità, ecc., non può conoscere Dio, non si abbassa ad amarlo. È vero, tutte le persone sono “divine”, in quanto anch’esse create da Dio, impregnate di Dio: solo che si sono, per così dire, dimenticate chi sono veramente, si sono dimenticate che hanno dentro di loro l’impronta di Dio, vivono senza riconoscerlo e quindi senza riconoscersi più. Che tristezza! È come essere dei re e vivere da schiavi!
“Venne fra la sua gente ma i suoi non l’hanno accolto” (Gv 1,11).
È una denuncia tremenda. Quelli che non l’hanno accolto come Vita sono gli stessi che poi gliela toglieranno sulla croce. È il popolo eletto, il popolo prediletto da Dio! Chi non accoglie la Vita e non la fa vivere in sé, uccide Dio, la Vita. È incredibile come nei vangeli quelli che hanno accolto Gesù siano stati proprio i più lontani da Dio, i peccatori: al contrario quelli che non l’hanno voluto accogliere, che l’hanno sempre combattuto, condannandolo alla morte di croce, siano stati proprio i più vicini alla religione, i sommi sacerdoti, i tenutari del tempio. Una triste constatazione!
Il progetto che Dio ha pensato per ciascuno di noi è, a questo punto, estremamente chiaro: “Essere suoi figli” (Gv 1,12). Attenzione, non “servi” di Dio, ma “figli” di Dio: non come sentiamo spesso ripetere in certe prediche, che l’uomo è fatto per servire Dio, che dobbiamo buttarci ai suoi piedi, temerlo, servirlo in tutto e per tutto per non incorrere nei suoi tremendi castighi!
Noi infatti non siamo i servi di Dio, ma i serviti da Dio: Lui stesso ce l’ha insegnato abbassandosi a lavare i piedi ai suoi discepoli (Gv 13,1-20). È Dio che serve noi: Egli non ci chiede più come una volta sacrifici cruenti, servizi, penitenze in suo onore: è Lui che è venuto a portare i suoi servizi, la sua disponibilità, il suo amore a noi. La “fede” non consiste più nel fare qualcosa per Lui e basta, ma accettare riconoscenti tutto quello che Lui fa per noi.
In questo è stato chiaro: “Non sono venuto per essere servito ma per servire” (Mt 20,28).
Siamo figli di Dio, perché è Lui che ci ha generati come tali, con tale privilegio.
Tocca però a noi “diventare” veri figli di Dio: non lo siamo semplicemente per nascita, per appartenenza ad un popolo eletto, come succedeva per la casta sacerdotale dell’antico testamento: per essere veramente tali, dobbiamo diventarlo, dobbiamo cioè essere noi a “trasformarci” in figli. Come? Amando gli altri. Non con preghierine, digiuni o fioretti, ma con l’amore vero; perché saremo figli, solo quando sapremo amare anche chi non ci ama, quando ameremo senza aspettative, quando perdoneremo con amore, sempre e tutti. Perché, come Giovanni chiarirà nella sua prima lettera: “L’amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore” (1Gv 4,7-8).
“E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità” (Gv 1,14).
Più che “abitare in mezzo a noi” il verbo greco ™sk»nwsen dice letteralmente: “venne a piantare una tenda fra noi” (skenÐ = tenda); farebbe cioè riferimento all’esodo degli Israeliti dall’Egitto, durante il quale Dio li accompagnava assicurando la sua presenza in una “tenda”. (Es 33,7-11; 40,34-38). In pratica Giovanni introduce qui una novità rispetto al passato: Dio cioè non abiterebbe più nel tempio tra i sacerdoti, ma in una tenda in mezzo al popolo.
Questa di Giovanni è una visione teologica decisamente “trasgressiva”: Dio non è più in un luogo esclusivo, solitario, ma “in mezzo” al suo popolo, tra la “sua” gente. Dio non è più immobile, fisso, in un luogo prestabilito, ma in continuo cammino, insieme agli uomini. 
La presenza di Dio non è più legata quindi ad un “luogo” ma ad un “tempo”: vale a dire nell’esatto momento in cui c’è l’amore, lì c’è Dio.
“E noi vedemmo la sua gloria” (Gv 1,14).
Nell’Antico Testamento nessun uomo poteva vedere Dio: Gesù al contrario dirà: Dio si vede... “Chi vede me vede il Padre (Gv 14,9)”; in Gesù, cioè, c’è già tutto quello che è possibile vedere di Dio: gloria, potenza, amore. Possiamo pertanto dire che non è Gesù ad essere come Dio, ma è Dio che è come Gesù.
Quando la gente parla di Dio, dice tutto e il contrario di tutto. Il vangelo invece non solo è chiaro ma estremamente pratico: Dio è come Gesù: se vuoi sapere chi è Dio, guarda, imita, diventa, come Gesù. Tutto ciò che non è di Gesù, che non rispecchia Lui, non è da Dio; così non vengono sicuramente da Dio quelle pratiche religiose, quei pietismi puramente esteriori, quell’ascetismo formale, in quanto non si rispecchiano in Gesù, ma soddisfano semplicemente il nostro “ego”, la nostra voglia di esibirci. Gesù al contrario è “pieno di grazia e di verità”, ossia è “pieno di amore vero”: tutto quanto egli compie è “pieno di amore e di verità”.
È la caratteristica di Dio: l’amore del Dio di Gesù è un amore fedele, che non tradisce, che non cerca esibizionismi, personalismi, che non si vendica, che rimane sempre invariato nel tempo, anche se gli giriamo le spalle, anche se lo tradiamo.
Molte persone purtroppo pensano di aver perso l’amore di Dio, di aver fatto qualcosa di irreparabile nei suoi confronti, di essere indegni di Lui: ma Lui non è così! Lui rimane, Lui è fedele, sempre: “Qualunque cosa il nostro cuore ci rimproveri, Dio è più grande del nostro cuore” (1Gv 3,19-20). Una certezza ci deve sostenere sempre: l’amore di Dio non tradisce mai di fronte a niente, di fronte a nulla. Amen.