martedì 18 aprile 2017

23 Aprile 2017 – II Domenica di Pasqua

«Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: Pace a voi! Poi disse a Tommaso: Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!» (Gv 20,19-31).

I discepoli, dopo la morte di Gesù, praticamente si sbarrano all’interno del cenacolo. Sono in preda al terrore, al panico più totale: quelle “porte chiuse” del vangelo, testimoniano molto bene la loro decisione di isolarsi dal mondo. Hanno paura di tutto e di tutti, perfino di Gesù; sembra quasi che non ne vogliano più sentir parlare, vogliono allontanare qualunque possibilità di finire anch’essi condannati come suoi sostenitori. Hanno insomma deciso di dimenticare tutto, di fare ritorno quanto prima in Galilea, alla normalità di tutti i giorni. Certo, con Gesù in vita, le cose erano ben diverse, lui era un trascinatore, un leader, con lui non c’era problema senza una pronta la soluzione: era un piacere seguirlo, ma ora che lui non c’è più, meglio tornare a casa!
Sono demotivati, non hanno più il coraggio, la volontà, l’entusiasmo di buttarsi nella mischia, di lottare per i loro ideali. Sono come tanta gente di oggi che, piuttosto di impegnarsi, preferisce abbandonare la fede.
Non sono persone particolarmente contrarie all’idea di Dio, in fondo sarebbero anche disponibili a conoscerlo, a farlo entrare nel loro intimo; intuiscono che Dio non può essere un nemico, uno che viene per uccidere, per condannare, per fare del male. Ma sanno anche cosa significhi accettarlo, aprirgli le porte: “Se lo facciamo entrare - pensano – dobbiamo rinunciare a troppe comodità, ci mette di fronte alle nostre responsabilità, a come siamo realmente, ci toglie tutte le nostre belle maschere, le nostre incrostazioni, tutte le false illusioni che ci siamo costruite. Molto meglio seguire una religione più tranquilla, una che non crei problemi; è preferibile stare lontani da un Dio così esigente”. È il classico pensiero del codardo, di colui che evita qualunque coinvolgimento, che detesta ogni impegno oneroso. Non hanno capito che incontrare Dio è invece la cosa più bella della vita: perché Lui stesso è la Vita, Lui è l’unica Via da percorrere, Lui l’amore che ci nutre; ma Lui è anche la Verità unica e intera: e questo sicuramente crea dei problemi, presuppone una vita senza inganni, senza scorciatoie. In pratica non rifiutano Dio, ma rifiutano l’incontro con la Verità.
Quante volte noi stessi chiudiamo la porta del nostro cuore, fingiamo che tutto vada per il meglio, quando sappiamo che non è vero, che dietro la porta che abbiamo chiuso c’è tanto dolore, tanta amarezza, tanta inquietudine; sappiamo di essere sempre più spesso arrabbiati, bui, acidi, nervosi; di non riuscire più a lasciarci andare, a gioire, ad emozionarci; siamo consapevoli, insomma, che in noi c’è qualcosa di vitale che non funziona. Diamo la colpa allo stress, al troppo lavoro, al nostro partner, ai figli che ci stanno sempre “addosso”; ogni scusa è buona, ma noi, nel profondo, conosciamo la verità: sappiamo bene che il vero problema è un altro; sappiamo bene che per individuarlo, dovremmo far luce in noi; sappiamo bene che dovremmo avere l’umiltà di fermarci, di ascoltarci, di aprire quella porta che teniamo gelosamente sbarrata; sappiamo bene che dobbiamo entrare dentro di noi e fare un’accurata pulizia della mente e del cuore. Lo sappiamo: ma abbiamo il terrore di aprirla, perché sappiamo fin troppo bene cosa rinchiude; e questo ci provoca tanta confusione e vergogna di noi stessi!
Del resto chi non avrebbe paura in una situazione del genere? Chi oserebbe spalancare la propria porta per far esplodere quella Luce che, illuminando impietosamente ogni angolo nascosto, ci metterebbe di fronte alle nostre miserie, costringendoci a dover riprogrammare la nostra vita partendo dalle fondamenta? Chi non proverebbe timore e vergogna se Dio entrasse improvvisamente in noi e ci sbugiardasse davanti a tutti rinfacciandoci la nostra squallida realtà? Sicuramente nessuno; nessuno darebbe il benvenuto ad un Dio così: meglio tenerlo lontano il più possibile. Toccare certi tasti, scendere in certi particolari, ammettere certe libertà che ci siamo prese, è sempre imbarazzante.
Ma non lo è per Dio. Egli non è come ce lo immaginiamo noi: Egli vuol venire, vuole incontrarci, vuole mettere fine alle nostre paure. Ci invita a spalancare ciò che abbiamo chiuso, sbarrato, messo sotto chiave; ci invita a togliere la grossa pietra che blocca l’ingresso alla nostra coscienza, alle nostre stanze buie; ci invita ad uscire dal nostro isolamento, a smettere di nasconderci, di ripiegarci in noi stessi nell’assurdo tentativo di proteggerci, non per metterci in difficoltà, non per umiliarci, ma per darci fiducia nella sua misericordia: “Pace a voi!”, esclama entrando. “Pace a te, proprio a te che hai tanta paura! Sii tranquillo, non ti preoccupare, non ti spaventare; sono io, l’Amore, non temere, non aver paura”. Che aspettiamo allora? Perché rimandare ancora un nostro incontro con Lui?
“Gesù mostrò loro le mani e il costato”. Sono i segni delle sofferenze subite per l’altro che testimoniano l’autenticità di un rapporto: e Gesù con noi è autentico. Ma proprio da qui la nostra paura; perché il primo passo del nostro incontro con Dio è mostrargli le nostre ferite, aprirgli il nostro cuore su tutto ciò che ci fa male, su tutto ciò che volutamente abbiamo scelto per vivere lontani da Lui, e che puntualmente si è rivelato un impedimento per la nostra crescita. Nella nostra “mondanità”, temiamo ancora la ritorsione, il castigo, il rimprovero.
Ancora per questo molte persone continuano a tenersi dentro le loro ferite: preferiscono soffrire pur di non aprirsi con qualcuno, pur di non far trasparire nulla all’esterno. Ma così facendo le piaghe marciscono, diventano cancrena e portano alla morte. Se una ferita non viene curata, medicata, inevitabilmente infetta tutto l’organismo. Molti uomini sono fiumi di sofferenza, pieni di dolore, di rabbia, di lacrime, di rimorsi, di umiliazioni: ma rifiutano caparbiamente di incontrare l’unico Medico, il dispensatore di misericordia, che può guarire qualunque malattia. Invano Egli cerca continuamente di essere persuasivo: “Lo so che hai tanta paura di incontrarmi; lo so che è per questo che ti ostini a chiudere tutte le tue porte. Ma fidati, fammi entrare, non aver paura”. E con tutto il suo amore egli insiste ad abbracciarci, sussurrandoci: “Pace! Sono io!”.
Tommaso, in occasione della prima apparizione di Gesù ai discepoli, è assente: non c’è. Come se non volesse incontrarlo, come se gli resistesse: come se non fosse ancora pronto a farlo entrare nella sua vita.
Tommaso: colui che dubita, colui che non si fida, colui che crede solo all’esperienza personale. Nella nostra vita siamo tutti un po’ il Tommaso della situazione. Anche nella nostra fede: abbiamo bisogno di prove, di riscontri, di verifiche personali; abbiamo le nostre idee, le nostre convinzioni; per noi non è importante ciò che altri provano o sentono in proposito, ma solo ciò che sperimentiamo noi, di persona. Ecco perché è determinante che avvenga un nostro incontro con il Signore: non tanto una teofania solenne, clamorosa, pubblica: è sufficiente un incontro privatissimo, nel silenzio della nostra coscienza, della nostra anima: perché è proprio lì che avvengono gli incontri brucianti e liberanti di Dio; è lì che noi lo riconosciamo, è lì che riusciamo a vederlo, è li che possiamo esprimergli tutta la nostra fede, il nostro amore.
Come per Tommaso anche per noi è essenziale incontrare il Risorto: come per Tommaso anche per noi è fondamentale toccarlo, sperimentarlo, “sentirlo”. L’esperienza dei testimoni, dei santi, della fede altrui, non ci bastano, non ci soddisfano: quello che è decisivo è l’incontro tra noi e Lui. È solo grazie a questo evento privato, a questo momento personalissimo, irripetibile, che riusciamo ad alimentare, a scuotere la nostra fede. Ogni incontro è unico: nessuno in assoluto può averne uno identico. È un’esperienza nostra, un’esperienza che solo noi possiamo fare: non esistono sostituti in questo! Nessuno può gestire la nostra fede, poiché è frutto di un incontro/scontro personale; è una movimentata relazione di amore, di conoscenza, di crescita; maturata nel tempo, mediante incontri, gesti d’amore, cambiamenti, persone, vita. In questo sta la fede: nasce così, si alimenta così.
Quando andiamo a messa, noi andiamo per incontrare Dio, per alimentare la nostra relazione d’amore con Lui. Andiamo cioè per un motivo ben preciso. Molte persone invece dicono: “Io vado quando mi capita, quando non ho nient’altro da fare, quando ne ho voglia”. È strano sentir parlare così, perché se noi amassimo veramente qualcuno, sentiremmo il desiderio irrefrenabile di incontrarlo continuamente: se non sentiamo questa necessità, vuol dire che non amiamo.
Ci sono persone che vanno puntualmente in chiesa, ma non sanno bene neppure loro per quale motivo: il loro cuore, la loro anima, sono assenti; non condividono la preghiera comune, il canto, la lode: non partecipano, non vogliono esporsi, non vogliono lasciarsi coinvolgere. Ma in questo modo non c'è alcuna intimità tra loro e Dio, non lo incontrano, non avviene alcun contatto con Lui. È come se uno andasse dall’amata e non le riservasse alcuna attenzione. Che rapporto sarebbe? Un non rapporto: come quello di certa gente che va in chiesa, ma non ascolta la Parola di Dio, non la sente, la lascia scivolare via, è impermeabile, impenetrabile, corazzata; non sa fare silenzio, ha la testa altrove, in lei non c’è intimità, non c’è profondità, non c’è rispetto, non c’è amore. Si distrae con tutto e tutto la distrae.
Ogni volta invece che andiamo a messa, noi abbiamo bisogno come Tommaso di toccare il Signore, di sentirlo, di sperimentarlo. Abbiamo bisogno di rendere più forte la nostra relazione, abbiamo bisogno che qualcosa di Lui entri in noi, colpisca il nostro cuore, lo disseti, lo appaghi. Come succede in tante persone umili che quando escono dalla chiesa non sanno dire cosa esattamente abbiano vissuto lì dentro, ma dicono: “Sono stato bene! Mi sono sentito a casa mia! Mi sono sentito libero, consolato, incoraggiato, accolto. Sì, l’ho incontrato. Mi sono commosso!”. Sono espressioni semplici, che ci fanno però capire che qualcosa di soprannaturale è realmente accaduto in loro. L’incontro è avvenuto!
Ogni volta che andiamo a messa, dobbiamo mostrare al Signore le nostre mani ferite: sono la parte del corpo che ogni giorno usiamo di più: per scrivere, per lavorare, per pulire, per accarezzare, per guidare, per fare qualunque cosa, noi usiamo le mani. Mostriamo dunque a Dio le nostre ferite quotidiane, i pensieri che ci turbano, le idee ossessive, le paure, i litigi, le incomprensioni, le relazioni stanche, il panico che ci assale, i giudizi della gente; e nel silenzio del nostro cuore ascoltiamo le sue parole: “Pace! Non aver paura; io sono con te; sta’ tranquillo”.
È di questo che noi abbiamo bisogno; ci servono parole come queste; parole che ridiano pace e fiducia al nostro cuore ferito. Abbiamo bisogno di disintossicarci dal male, dall’odio, dal dolore; abbiamo bisogno di riempirci di fiducia, di amore, per poter ogni volta rialzarci e ripartire. Abbiamo bisogno di sentirci dire che ce la possiamo fare, che possiamo vivere, che la nostra dignità, nonostante noi, non è distrutta. Ogni otto giorni, ogni domenica, andiamo dunque in chiesa, a fare esperienza del Signore Risorto. Andiamo ad incontrarlo. Perché una vita senza di Lui non è vita! Amen.



venerdì 14 aprile 2017

16 Aprile 2017 – Pasqua: Risurrezione del Signore

«Il primo giorno della settimana, Maria di Magdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!» (Gv 20,1-9).

Oggi celebriamo la Pasqua, il giorno della Risurrezione del Signore: “haec est dies quam fecit Dominus, exultemus et laetemur in ea”: questo è il giorno fatto dal Signore, esultiamo e rallegriamoci; rallegriamoci perché in questo giorno Dio ha “ricreato” il mondo e l’umanità.
Dio, nella fedeltà al Suo Amore per noi, non si è mai rassegnato al crollo del suo capolavoro, non è rimasto indifferente alla distruzione da parte dell’uomo di quel rapporto che lui aveva creato con tanto amore. Oggi Dio fa “tabula rasa” del passato, riparte da zero, ripristina ex novo il creato. Questa volta non in prima persona, direttamente, ma tramite il suo Figlio Gesù, quello stesso Verbo presente con Lui fin dal “principio”, che si è “incarnato”, è diventato “creatura”, per consentire appunto alle creature di tornare ad essere l’originale immagine del Padre. È la vita nuova in Cristo. È la sua nuova creazione. Grazie a Lui, alla Pasqua del risorto, il mondo, le creature, l’intera creazione, si sono finalmente riconciliati col Padre. L'uomo, ha potuto riprendere il dialogo interrotto con il suo Dio, ha potuto finalmente ritrovare il vero, autentico senso della vita, della sua esistenza.
Ma Cristo non si è fermato al passato: non si è limitato a risorgere allora, continua ogni giorno, ogni ora, a risorgere in noi, è il “Risorgente”, è colui che con la sua vittoria sulla morte, continua a far cadere quei massi che ostruiscono ancora l'imboccatura del nostro cuore. La Pasqua del Cristo è per noi energia che ascende, embrione di vita nuova, risveglio dal nostro dormire, ascesa in alto.
Pasqua insomma è la festa dei macigni che rotolano via dal nostro cuore, aprendoci ad una primavera di rapporti e di vita nuova.
Ma andando nello specifico, nel concreto, cosa significa questa “risurrezione” per la nostra vita di tutti i giorni? È un’esperienza che potremo fare solo dopo la morte? Quando e come possiamo viverla? Quali le istruzioni, i messaggi, i consigli che possiamo trarre dal vangelo di oggi?”.
Leggiamolo con attenzione. Ciò che attira subito la nostra attenzione sono i tre protagonisti in azione: Pietro, Giovanni, il discepolo che “Gesù amava” e Maria Maddalena. Tutti e tre, la domenica di buon mattino, vanno al sepolcro: Maddalena per prima, da sola, gli altri, subito dopo il ritorno trafelato della donna: la riaccompagnano per appurare se la sparizione del corpo di Gesù sia realmente avvenuta.
E qui abbiamo il primo messaggio: per verificare la nostra risurrezione è necessario prima di tutto “andare”, entrare nel sepolcro, dobbiamo cioè scendere materialmente in noi, raggiungere la nostra “tomba”. Dobbiamo vincere quell’innato sgomento che proviamo nel confrontarci con i grandi misteri della vita: con la morte, la fine di ogni cosa, la rottura di ogni nostro equilibrio, il buio totale che ci avvolge: dobbiamo esorcizzare queste umane realtà, entrare di forza in, e solo allora potremo cogliere la luce della nostra “risurrezione”. Ma dobbiamo fare i conti, con quella “pietra” enorme, con quel pesante macigno, che ci ostruisce l’entrata: è la nostra arroganza, è l’orgoglio atavico che ci frena, che blocca in noi i ripetuti tentativi di rinnovamento, di rinascita interiore, di risurrezione: “Adesso cosa faccio? Quella pietra è per me troppo pesante, ingombrante, inamovibile: non ce la farò mai!”. Quante volte ci arrendiamo di fronte alle prime difficoltà, quante volte ci rassegniamo a cadere miseramente, senza opporre alcuna resistenza, senza neppure tentare qualche manovra di riscatto. È vero: siamo dei rinunciatari, siamo dei perdenti. Amiamo cullarci beatamente nella nostra apatia. Ma se vogliamo liberare, dare un seguito alla nostra risurrezione, dobbiamo prima di tutto rimuovere l’ostacolo che vanifica ogni nostra aspirazione: quell’orgoglio, quella paura di rivelare a noi stessi e agli altri le nostre deficienze, la nostra misera entità; dobbiamo cioè spogliarci del nostro falso perbenismo, della nostra ipocrisia, ed avere il coraggio di rendere pubbliche le nostre fragilità, le nostre debolezze, le sofferenze che ci tormentano l’anima, le prepotenze, le violenze, le cattiverie, le umiliazioni, che abbiamo fatto o subito nella solitudine, nel silenzio, nel pianto. Dobbiamo insomma rimuovere la “pietra” dei nostri segreti, spesso inconfessabili; la “pietra” del non riuscire mai a lasciarci andare, a godere, ad essere felici, ad abbandonarci nelle mani di Dio; la “pietra” del sentirci vuoti, del non-riuscire a dare un senso alla nostra vita; la “pietra” del terrore della morte, della solitudine, delle sofferenze.
Penso che tutti abbiamo una “pietra” così: una pietra che deve “rotolare via” per consentirci la nostra risurrezione. Per questo è necessario andare al sepolcro, perché è lì soltanto che potremo liberarci del nostro “sudario” e risplendere di luce nuova, di immedesimarci nella risurrezione di Cristo. Dobbiamo avere il coraggio e la volontà di andare nel luogo della morte: perché solo così potremo trovare la Vita.
Ma proseguiamo nella nostra lettura. Appena La Maddalena annuncia ai discepoli la scomparsa del corpo di Gesù, Pietro e Giovanni corrono immediatamente al sepolcro: Giovanni, più giovane, corre più veloce ed arriva per primo: ma, una volta giunto, aspetta che sopraggiunga anche Pietro, più anziano e quindi più lento. E qui Giovanni evidenzia nel loro comportamento alcune sottili diversità, che meritano la nostra attenzione: entrambi dunque corrono al sepolcro: ma solo Giovanni, prima di entrare, si china verso l’interno, guarda, e intuisce qualcosa; Pietro al contrario entra deciso all’interno, e osserva distrattamente solo gli oggetti: “i teli posati là e il sudario”. Ora, inchinarsi, indica l’atteggiamento di umiltà di chi è disposto a mettere da parte, ad abbandonare le proprie idee, i propri ragionamenti, i propri schemi; Giovanni, di fronte a ciò che vede, è disponibile a lasciarsi plasmare, a mettersi in gioco, a cambiare mentalità. Anche Giovanni inizialmente si era detto: “È finito tutto!”. Ma di fronte a ciò che vede, si ricrede: “Non è vero, non tutto è finito!”. Al contrario Pietro, testa dura, non si china: e per questa sua mancanza di umile disponibilità, non percepisce alcunché di speciale.
Ecco perché nella vita è necessario “inchinarsi”; dobbiamo cioè inginocchiarci, dobbiamo accettare di cambiare, dobbiamo ammettere di aver sbagliato. Perché se siamo noi a decidere di non cambiare, nulla mai cambierà: se siamo ostinati come Pietro, non percepiremo mai nulla, rimarremo sempre chiusi nelle nostre convinzioni!
Entrambi si fanno una bella corsa: ecco, questo è un particolare fondamentale, decisivo. Se ci rassegniamo, se ci immobilizziamo, se ci paralizziamo nella convinzione che non c’è più niente da fare, che la vita non ha più senso, allora nulla è più possibile. Se non ci muoviamo dalle nostre fissazioni, se rifiutiamo di provare, di metterci in gioco, allora abbiamo già fallito in partenza!
Pietro e Giovanni rappresentano due modi diversi di accostarci alla Vita e alla fede: quello della razionalità e quello del sentimento. Li possiamo individuare dai loro stessi nomi: Pietro, “Cefa”, significa infatti duro, ostinato, “una testa di pietra”; nel vangelo è colui che è solo ragionamento, calcolo, raziocinio; uno che vuol fare sempre di testa sua, con la forza dei suoi principi. Giovanni, che nel suo vangelo si identifica come “colui che Gesù amava”, è invece mosso sempre dall’amore, dall’intuizione, dal sentimento; è la parte emotiva, l’interiorità, è colui che segue sempre le vibrazioni del suo cuore. Ma se da un lato la mente, il raziocinio, ci servono per capire, per spiegare, per interpretare il centro della vita, dall’altro, l’organo propulsore è il cuore, è l’anima; l’amore, la vitalità, lo stupore, la fede, la conoscenza di Dio, infatti, si percepiscono, si “sentono” cioè dall’intuizione, dalla spiritualità, non dalla razionalità, dalla materialità. Per “vivere” abbiamo bisogno del cuore, dell’anima; la mente, la ragione, si limitano a spiegarne il perché. Dio, resurrezione, fede, Vita, sono tutte realtà di cui inebriarsi, appassionarsi, innamorarsi.
Chi guarda alla vita con la ragione, con l’intransigenza e il raziocinio di Pietro, non ne percepirà l’intera potenzialità, non vedrà in essa nulla di speciale. Scoprirà tante cose interessanti, è vero, che però non riusciranno mai a provocare in lui emozioni intime. Chi invece la guarda con il sentimento, con il cuore, con l’anima di Giovanni, ne avvertirà immediatamente tutto l’amore, l’interiorità, la dolcezza.
Quando parliamo con chi ci sta a cuore, con una persona che amiamo, impariamo allora a guardarla bene negli occhi, entriamole dentro: prestiamo attenzione non tanto a quel che dice ma alle vibrazioni del suo cuore; cogliamo la sua gioia, il suo amore, il suo slancio, la sua meraviglia, la sua tristezza. Quando abbracciamo una persona che amiamo, “sentiamola”, percepiamola: chiudiamo gli occhi, e riconosciamola attraverso i sensi, dall’odore della sua pelle, dal profumo del suo corpo, dal tono della sua voce. Così pure quando siamo felici e cantiamo, ascoltiamo la nostra voce, lasciamo che dentro di noi si sprigionino le emozioni più profonde, quelle che fanno vibrare le corde della nostra anima. Quando siamo in chiesa, facciamo silenzio, mettiamo da parte le nostre preoccupazioni materiali, ascoltiamo il battito del nostro cuore: è così che percepiremo forte e chiara la presenza di Qualcun altro dentro di noi, di Qualcuno con cui parlare, con cui confrontarci, con cui aprirci, a cui affidarci. Facciamolo ogni tanto: fermiamoci e ascoltiamoci dentro. Magari all’inizio sentiremo nella nostra anima solo lo strepitare di demoni e mostri: momenti brutti della vita, situazioni tragiche, scelte errate, cadute dolorose, che emergeranno prepotentemente dal passato. Ma se avremo pazienza, con calma, con umiltà, con abbandono fiducioso, scopriremo dentro di noi lo Spirito, la sorgente inesauribile della Vita, lo splendore abbagliante della Luce, il calore avvolgente dell’Amore; scopriremo allora che sì, uscire dal gelo della morte, dalla tirannia del male, è possibile; e scopriremo felici che quella è la nostra Pasqua, che quella è la nostra risurrezione.
Infine, anche il personaggio di Maria Maddalena, ci offre spunti di meditazione; suggerimenti che meritano tutta la nostra attenzione.
Maria, come ce la presenta Giovanni, è una donna che ha amato follemente Gesù: lo ha amato in maniera forte, passionale, viscerale. Gesù le aveva ridato la vita, liberandola da sette demoni, e lei in cambio gli aveva donato tutta se stessa. Quella mattina, andando al sepolcro, si rende conto che “il suo amore” non c’è più, è morto, se n’è andato. Sente in maniera straziante la sua assenza, le mancano le sue parole, il suo sguardo, lo stare insieme, il suo punto di riferimento. Maria piange, esprime tutto il suo strazio ai due discepoli: “Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto”. È un urlo disperato, lancinante, il suo: è sconvolta, le hanno rubato anche il corpo della persona più cara che aveva.
C’è da capirla: anche noi, quando la morte ci strappa un nostro famigliare, un nostro figlio, qualcuno che amiamo profondamente, sentiamo dentro il cuore uno strappo violento, una lacerazione, una frattura tremenda; la vita si è fermata, non è più come prima. C’è però in lei un grosso handicap: che considerava Gesù come sua proprietà esclusiva: Gesù era “suo”, era il “suo” Signore, punto. Dipendeva da Lui in tutto; continuare a vivere senza di Lui, non avrebbe avuto più alcun senso.
È un handicap molto comune quello di considerare i nostri cari come se ci appartenessero, come se la loro vita fosse una nostra “esclusiva”. Ma nessuno è “nostro”, nessuno ci appartiene. Si tratta di una valutazione errata, cui dobbiamo porre rimedio. È giusto e doveroso amare i nostri cari: ammiriamoli, siamone orgogliosi, ma non soffochiamoli con le nostre gelosie, con le nostre eccessive attenzioni. Guardiamoli, viviamo con loro, ma non possediamoli. Guardiamoli, riserviamo loro tutto il nostro amore, senza pretendere in cambio nulla “di magico”. Guardiamoli e condividiamo tutto con loro, ma non fagocitiamo la loro vita. Guardiamoli e uniamoci profondamente a loro, ma senza succhiare la loro identità. Guardiamoli, cantiamo con loro, facciamo festa, esultiamo per i loro successi: ma non dimentichiamo mai che nella vita ognuno ha la sua strada: e quella che dobbiamo percorrere noi è decisamente diversa dalla loro.
Giovanni oggi ci fa capire che rimanere troppo legati alle persone, al passato, a ciò che è stato, equivale morire, significa “morte”, significa “immobilismo”, significa rinunciare ad andare avanti. Se ci fermiamo a guardare indietro, è chiaro che non andremo mai avanti. E allora, non attacchiamoci a nulla: non alle persone, non alle cose, non ai nostri problemi, non ai nostri crucci: anche se siamo arrabbiati per la perdita di una persona cara, per aver perso il lavoro; se ci brucia l’essere stati offesi in pubblico, se ci sentiamo umiliati per essere stati definiti degli incapaci dai nostri superiori, se ci sentiamo dimenticati perché le nostre richieste vengono accantonate, non tratteniamo nulla: perdoniamo, lasciamo andare, non rimaniamo schiavi del passato, di ciò che non c’è più, di ciò che non possiamo cambiare: perché ciò che è stato, è stato; ciò che è successo, è successo! Viviamo da uomini liberi, non facciamoci imprigionare dai legami mortali, passeggeri; viviamo e lasciamoci sedurre solo da ciò che è eterno: siamo figli della Vita, stiamo con la Vita, viviamo la Vita.
Così pure: la morte ci strappa una persona cara? Non disperiamoci, lasciamo correre: che non vuol dire rimanere apatici, dimostrare disinteresse, indifferenza: è certamente giusto piangere il nostro lutto, ma mettiamoci con umiltà nelle mani di Dio, accettiamo la sua volontà, lasciamo che il dolore, l’angoscia, la sofferenza, la disperazione facciano il loro corso, impariamo giorno dopo giorno a vivere nello Spirito, il Consolatore per eccellenza: e avvertiremo chiaramente la presenza dentro di noi di chi ci ha lasciati. Perché la morte in Cristo diventa vita!
Ci accorgiamo di essere interiormente vuoti, insoddisfatti, delusi? I nostri ideali, le nostre scelte di vita, fatte una volta con tanto entusiasmo, si sono rivelate fallimentari? Ci sentiamo soffocare dall’incalzare degli eventi? Non abbiamo saputo mettere nelle mani di Dio la perdita di quello che avevamo di più caro? Apriamo la finestra della nostra anima, liberiamoci di tutto ciò che materialmente ancora ci turba, ci crea malessere: se vogliamo “vivere” dobbiamo affrontare la morte, il distacco da tutto quanto in noi è temporaneo, transitorio, effimero. La vita non è sufficientemente vita, se non siamo disponibili a queste perdite, a questi tagli, a queste separazioni. È la grande verità della Pasqua: per risorgere, dobbiamo prima accettare di morire a noi stessi, al nostro egoismo, al nostro orgoglio, al nostro mondo. È sradicando il nostro cuore “malato” che torneremo a vivere. All’inizio sarà dura; ma poi torneremo a sentire nuovamente la bellezza e il sapore della vera Vita. È questa la nostra risurrezione. Amen.



giovedì 6 aprile 2017

9 Aprile 2017 – Domenica delle Palme e della Passione di Gesù

«Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto aumentava, prese dell’acqua e si lavò le mani davanti alla folla, dicendo: «Non sono responsabile di questo sangue. Pensateci voi!». E tutto il popolo rispose: «Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli». Allora rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso» (Mt 26,14-27,66.

La Passione di Gesù è la storia di un uomo perdutamente innamorato di Dio e degli uomini. Talmente innamorato, da accettare la morte come estrema conseguenza. Gesù era innamorato dell’uomo, perché vi trovava lui l’espressione più profonda dell’amore di Dio.
Un amore, una compassione, che ritroviamo nel suo animo quando proclama le Beatitudini: è in esse che egli rivela lo stupore di fronte agli uccelli del cielo e ai gigli del campo; è qui che emerge la sua pietà verso i malati, la sua tenerezza nei confronti delle madri e dei padri che hanno perso i loro figli, il suo ardore contro i farisei e gli scribi ipocriti, la violenza con cui scaccia i venditori dal tempio di Gerusalemme.
Nel racconto della Passione questo amore e questa passione sono la forza, la scelta di percorrere fino in fondo il suo cammino nella fedeltà al suo cuore, alla sua anima e al suo Dio. Tutta la sua vita è stata vissuta con passione, con intensità, amando, piangendo, commovendosi, non passando indifferente vicino a niente, infuocato ora dall’amore e ora dallo sdegno. Una vita vibrante, appassionata, ricca di tutti i sentimenti che un uomo può provare guardando fiducioso al suo Dio. Gesù rimane fedele alla sua vita, al suo amore per l’uomo e per tutto ciò che vive, e soprattutto alla sua unica e vera passione: Dio.
È in lui, nel racconto della sua passione, che possiamo anche noi ottenere la forza per compiere il nostro viaggio, fino in fondo, per vivere con impegno la nostra vita. In tutti i personaggi che incontreremo, possiamo specchiarci per capire come noi in concreto viviamo la vita di ogni giorno, con quali atteggiamenti interiori, con quale fiducia o paura. In essi possiamo rivederci e ritrovarci, possiamo capire meglio, più in profondità, la nostra vita, perché altro non sono che delle icone profonde che vivono in ogni uomo, in ciascuno di noi.
Seguiamo il racconto di Matteo, così come ci viene proposto oggi dalla liturgia:
“Tennero consiglio per arrestare Gesù” (26,4).
È la premessa: sacerdoti e scribi decidono di ucciderlo: il loro è un piano segreto, nessuno deve conoscerlo; è un progetto che deve essere attuato nel più stretto riserbo. Il male infatti ama nascondersi, ama mimetizzarsi, ama l’inganno, la finzione. Il male si insinua pericolosamente nella nostra vita e nel mondo, e noi non ce ne accorgiamo. Il male manipola le notizie, gestisce le informazioni, falsifica la realtà e nessuno più ci fa caso, nessuno se ne accorge; è un fenomeno che non interessa più a nessuno. Il Figlio di Dio è stato condannato e ucciso come un truffatore, tutto su di lui è stato pianificato, costruito con menzogne e falsità. È successo tanti secoli fa, ma continua a succedere. E oggi siamo noi, gli eruditi, i colti, i grandi affabulatori, che travolti dalla nostra bieca ignoranza, non ci rendiamo conto che la piaga malefica della infedeltà, della miscredenza, della falsità, dell’egoismo, che ormai ha già infettato clero e fedeli, ha dichiarato una guerra senza quartiere contro l’intera comunità cristiana, intossicando, soffocando subdolamente, ma mortalmente, la fede vera e cristallina della Chiesa.
“Uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai capi dei sacerdoti e disse: Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?. E quelli gli fissarono trenta monete d’argento” (Mt 26,14).
Come è possibile che uno di quelli che seguono Gesù, che lo amano, arrivi a tradirlo? Come è possibile che uno di quelli che per Lui hanno lasciato tutto, lo consegni in mano ai nemici? Rimane un mistero. Eppure, cosa si arriva a fare per denaro! Quanto pochi sono quelli che non si vendono! Per denaro arriviamo a svendere ciò che abbiamo di più prezioso, di più caro, di più importante, il nostro cuore, la nostra anima, il nostro tempo, l’affetto dei nostri cari. E quando abbiamo perso tutto per quattro soldi, cosa ci rimane? Finire come Giuda, che disperato s’impicca. Il denaro è un’illusione affascinante che quando ci accorgiamo che, pensando di aver tutto, di poter tutto, in realtà, non abbiamo nulla, ci conduce alla disperazione: non abbiamo amato, non abbiamo vissuto, abbiamo solo inseguito un’illusione, un’apparenza, un sogno. È la nostra morte.
“Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua? (Mt 26,17)
Gesù, come ogni buon ebreo, ogni anno celebra la Pasqua. Tutto si svolge secondo lo schema solito, rituale. Da tanti anni, fin da quando erano bambini i Dodici avevano celebrato così la “Pasqua”, il passaggio del Mar Rosso, la liberazione dalla schiavitù. Ma adesso Gesù aggiunge alla preghiera due frasi: “Prendete questo è il mio corpo” e “questo è il mio sangue, il sangue versato per molti per il perdono dei peccati”. Gesù si chiede il senso della sua vita, di ciò che ha detto e di ciò che ha fatto. Tutto sembra crollare, svanire, dissuadersi. Cosa rimane? Che senso ha la sua vita? Gesù si identifica nel popolo ebreo: lui è solo, reietto e perseguitato come il popolo ebreo in Egitto. Lui è pieno di angoscia per quel passaggio. Gli sembra che tutto sia finito, che il mare della morte sia invalicabile, come il Mar Rosso per gli ebrei. Lui è quell’uomo che vaga nel deserto, tra pericoli, serpenti, nemici, e che crede in una terra promessa che Lui chiama “regno di Dio”. Lui è quel Mosè che celebra la Pasqua. Lui è quel Mosè che invita gli uomini a credere in un regno davvero diverso, nuovo, inaspettato, e che per questo si prende tutto l’odio e la rabbia degli uomini. Ma adesso con l’immagine del pane e del vino, Gesù fa della sua vita un dono. Gesù dice: “Sì, sono io quel pane che viene spezzato. Sono io quel vino che viene versato. La mia fedeltà mi sta portando verso questa estrema conseguenza della mia vita. Ma se deve succedere così, perché non può compiersi come il morire del grano del campo, come il morire dell’uva sui colli, che nella morte ringiovaniscono e nel morire risorgono? Desidero che la mia vita sia come il grano, che si dona e diventa alimento, vita, per molte persone. Desidero che dal mio morire, che dal mio andare fino in fondo, altri gustino la vita. Desidero che la passione della mia vita, il vibrare del mio cuore, il fluire del mio sangue, siano ebbrezza, gusto, fuoco per altre persone. Vorrei essere per tutti voi un po’ di pane e un po’ di vino. Vorrei che la mia vita, che sta per finire, diventasse per voi e per il mondo alimento, vita, sapore, gusto, senso e felicità”.
Cosa poteva donarci di più Gesù? Gesù non ci ha donato solo delle belle parole, dei bei miracoli, dei bei discorsi. Gesù si è donato lui stesso a noi. Questo è il vertice della vita. L’amore è donarsi. L’amore vuole darsi e darsi del tutto, fino alla fine, completamente. La vita che c’è in noi vuole darsi fino a viversi tutta. In ogni eucaristia noi celebriamo questo: l’eucaristia è un amore donato. E in ogni amore donato noi celebriamo un’eucarestia.
“Pietro gli disse: «Se tutti si scandalizzeranno di te, io non mi scandalizzerò mai. Gli disse Gesù: In verità io ti dico: questa notte, prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte” (Mt 26,33-34).
A Gerusalemme, probabilmente, nessun gallo poteva cantare perché era proibito dai rabbini tenerli. Forse, nessun gallo ha mai cantato! Ma non è questo il punto! Pietro è Cèfa, la roccia; è l’uomo che ostenta sicurezza; è l’uomo istintivo, d’azione, un uomo che, dice lui, non ha paura. Ma non è che Pietro non abbia paura; Pietro non la sente, la reprime, la ignora. Pietro rappresenta la nostra rettitudine morale, religiosa, il nostro credere di essere fedeli, la nostra esuberanza che ci fa dire: “Queste cose non potranno mai capitare a me!”. Pietro rappresenta la banalità con cui la gente si conosce, un idealismo e una superficialità che si dissolve di fronte alla vita. Gesù perdona Pietro prima ancora che lo tradisca. Come a dire: “Pietro non presumere troppo da te. Sii cosciente di ciò che sei. Sii cosciente che i tuoi alti ideali non sono radicati nella tua anima”. Dio non ci chiede di essere perfetti; ci chiede solo di essere umani, consapevoli di ciò che abbiamo dentro, dei nostri sentimenti, delle nostre paure e delle nostre fragilità. Perché ogni volta che presumiamo di noi allora, anche noi, spinti dalle nostre paure inconsce lo tradiremo. E non ci accorgeremo dei nostri tradimenti!
Pietro di fronte al pericolo si defila. Egli, come primo papa, rappresenta la chiesa, noi cristiani. Finché le cose vanno bene, tutto è facile, seguire Gesù è un piacere. Finché predicava, finché guariva, erano in tanti a seguirlo. Qualche giorno prima era entrato a Gerusalemme tra canti, palme e ulivi. Ma adesso? Quando c’è da mettersi in gioco, da mettere in gioco quello che siamo, da cambiare, da convertirci, da trasformarci, quando c’è il pericolo delle proprie scelte, allora la chiesa rischia di agire come Pietro: rinnegare la verità, far finta di niente, tradire la strada giusta. Quante volte imprechiamo, spergiuriamo, quante volte ci difendiamo con tutte le forze e ci ribelliamo, quando seguire Gesù è pericoloso, è compromettente, è doloroso, è controcorrente! Quando Gesù ci chiama a testimoniare di persona, con la nostra vita, allora è troppo facile tirarsi indietro! È troppo facile nascondersi dietro le parole, campare delle scuse! E il gallo? Il gallo è la voce della coscienza che richiama Pietro: una, due, tre volte. È la voce della coscienza che ci urla: “Come fai a nasconderti, a tirarti indietro, a rinnegarlo per paura? Che uomo sei? Sei un vigliacco! E ancora: “Sii fedele a te stesso, al tuo cuore, alla tua vita!”.
“Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!” (Mt 26,39).
Con queste parole Gesù affronta la sua sofferenza. Non gli sarà tolta: niente esternamente cambierà. Ma tutto sarà diverso, perché adesso c’è una preghiera, un senso su ciò che sta per accadere. Gesù avrebbe potuto fuggire, ma decide di andare fino in fondo alla sua missione. Gesù non viene descritto come lontano da Dio, senza la fiducia in suo Padre. Anzi, Gesù lo prega. C’è molta comunicazione tra lui e suo Padre. Matteo descrive la paura di Gesù, che è terribilmente angosciato di fronte a ciò che sta per accadere. È l’angoscia di finire nel nulla. È l’angoscia della lotta per la vita. È l’angoscia per un supplizio che gli si prospetta terribile, l’angoscia per sentirsi tradito, la paura del fallimento. Gesù continua ad essere in comunicazione con Dio, ma dall’altra parte tutte le paure, tutti i mostri interiori si materializzano.
Da questo momento, per vivere come Gesù, ci dovremo confrontare con la paura della morte, della fine, del fallimento. Chi ha paura di morire ha paura di vivere. Per vivere bisogna aver guardato in faccia la paura della morte, esserci entrati dentro, averla affrontata e aver trovato ancoraggi più profondi.
“Poi venne dai discepoli e li trovò addormentati” (Mt 26,40).
In queste parole c’è tutta la solitudine di Gesù. Nessuno dei suoi amici, neppure i più intimi, riescono a stargli vicino. Dormono. Cioè, non capiscono, non colgono l’importanza, il dramma, lo sgomento di quanto Gesù prova nel suo intimo più profondo. Vivono in superficie, non si accorgono di ciò che sta accadendo. Sono addormentati, anestetizzati, sono così presi dalle loro cose, che non “vedono” la tragedia che sta per compiersi. Come si fa a dormire, ad essere tranquilli in momenti simili? Bisogna proprio essere completamente assenti! Gesù, quasi umilmente, chiede loro: “State con me; ho paura, so che non potete far nulla, ma almeno vegliate, non lasciatemi solo”. Ma essi dormono. Gesù si accorge che non può contare su nessuno. È solo. Tutti lo hanno abbandonato o dormono. Nessuno gli è vicino; nessuno lo capisce; nessuno lo consola. Eppure un giorno Gesù si “manifesterà” a questi suoi amici che lo stanno tradendo; si consegnerà a loro, non smetterà mai di credere nella loro bontà, nella possibilità di fare il bene, di vivere la verità, la libertà. Gesù ha fiducia in questi suoi amici. L’uomo, nel profondo, è buono; l’uomo nel profondo ama la verità, la libertà, la vita. E se può vincere le sue paure e la sua angoscia, vivrà senza tradire la sua vita. Gesù “vede” tutto questo: adesso lo tradiscono, ma lui vede “oltre”, più in profondità.
“Mentre ancora egli parlava, ecco arrivare Giuda, uno dei Dodici, e con lui una grande folla con spade e bastoni, mandata dai capi dei sacerdoti e dagli anziani del popolo” (Mt 26,47)
Osserviamo semplicemente come si scagliano contro Gesù. Va da lui “una folla con bastoni e spade”. Giuda, uno degli apostoli, lo bacia e lo tradisce, chiamandolo “Rabbì, maestro”. Gli mettono “le mani addosso e lo arrestano”. Tutti i suoi lo abbandonano, fuggono.
È l’infamia, è il giudizio della folla, della gente; del detto per sentito dire; di chi attacca per cose riportate da altri; del “perché sembra”, del “perché qualcuno ha detto”. È l’infamia di chi ferisce e bastona senza motivo. È la falsità di chi ci sembra amico. Di chi ci bacia (certi baci sono proprio come quelli di Giuda!), di chi ci sorride, di chi ci incensa, e poi ci pugnala alle spalle. È la meschinità di quanti nel pericolo si defila, se ne va: “Si arrangi, non sono affari miei”.
“I capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano una falsa testimonianza contro Gesù, per metterlo a morte; ma non la trovarono… (Mt 26,59-60).
I capi del sinedrio e i sacerdoti cercano, e non li trovano, motivi per metterlo a morte. Molti riportano testimonianze contro di lui, ma sono così false e distorte dalla verità, che non concordano. Alla fine trovano qualcosa, un futile motivo, un “si dice”, per accusarlo. È la distorsione della verità. È quando l’odio, la rabbia, scoppia, esplode in una aggressività che giudica, che vuole colpire, ferire, punire. Non importa chi abbiamo di fronte; non importa cosa abbia detto o fatto. Quando l’anima è piena di odio e di rabbia allora dobbiamo trovare qualcuno da infangare con il nostro male. Allora non esiste più l’altro nella sua verità, non esiste più l’obbiettività, esiste solo l’odio che esplode, che giudica, che uccide. Quante persone insultano, schiaffeggiano, sputano addosso agli altri tutto il loro male profondo. Non si accorgono che quel male non appartiene agli altri, non sono gli altri gli artefici, ma soltanto loro stessi: è il loro male, il loro negativo, il loro marcio. Combattono e condannano negli altri quello che è il loro male. E così facendo, continuano ad uccidere, a crocifiggere in nome di una falsa verità.
“Gesù intanto comparve davanti al governatore [Pilato]” (Mt 27,11)
Gesù è stato giustiziato dai Romani. Ma quale ruolo hanno avuto nella morte di Gesù? Difficile dire quanto Pilato abbia realmente influito. Egli comprende molto bene la forza, la rettitudine, la profondità dell’Uomo che ha davanti, come pure l’inganno odioso che sinedrio e sacerdoti del tempio stanno per tendergli. Pilato coglie “l’invidia”, l’odio con cui gliel’hanno consegnato. Potrebbe lasciarlo andare. Lui potrebbe farlo. È lui che può decidere per la vita o per la morte di Gesù. Fa pure un debole tentativo: “Volete che vi rilasci il re dei Giudei?”. Ma conosce già la risposta: altrimenti perché glielo avrebbero consegnato?
A questo punto cerca di placare la sua coscienza: “Non sono responsabile di questo sangue. Pensateci voi!. Ho fatto tutto quello che potevo, di più non posso fare!”. Prendere le difese di Gesù per lui non è una decisione politicamente sensata. Equivarrebbe mettersi contro le autorità e la gente, e questa non è una soluzione saggia. Unica alternativa è accontentarli. E lo fa. Del resto, la cosa che più gli sta a cuore è il potere, aver meno problemi possibili, e soprattutto non compromettere i rapporti politici già difficili. Pilato sembra comandare, essere il potente, e invece è intrappolato nel gioco del consenso, dell’approvazione, del successo, del possesso, del rimanere al potere. Sembra comandare, sembra essere il re, e invece Matteo ce lo rappresenta come un incapace, uno che non può agire autonomamente. Al contrario il vero re è Gesù: è Lui l’uomo libero dalla paura della morte, del giudizio, dell’apparire. Pilato, invece, non può deludere Roma; non può manifestare il suo dissenso; non ha il coraggio di prendere una posizione chiara; cerca un compromesso, ma cede subito; è l’uomo che si omologa immediatamente assecondando tutti, andando dove vanno tutti. E si crede il re. Si crede il governatore, crede di avere il potere. Ma quale potere?
“Lo spogliarono, gli fecero indossare un mantello scarlatto, intrecciarono una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero una canna nella mano destra…” (Mt 27,28-29).
Gesù non solo è condannato, torturato, flagellato, ma è anche umiliato, deriso e svergognato. Cosa si poteva fargli ancora? Lo rivestono di porpora, gli mettono una corona di spine per dirgli: “Oh, guarda il re d’Israele; non sei il figlio di Dio? Dì a tuo Padre che venga ad aiutarti”. Lo percuotono, gli sputano addosso, si inchinano e lo prendono in giro. Poi lo conducono sulla via della croce. Ma cosa è davvero più orribile: stare là nudi, esposti, essere sputati, frustati come un cane, picchiati, esposti al ludibrio di tutti come uno zimbello, oppure è più terribile comportarsi da torturatori, vivere una vita falsa, una vita di illusioni, sotto la spinta dell’angoscia, della dipendenza, della paura? È più terribile soffrire ingiustamente o vivere e continuare a “sputare” giudizi crudeli, rovinare tutto il nostro male addosso agli altri? È più terribile vivere una vita autentica anche se conquistata nel dolore e nella sofferenza o lasciarsi vivere, vivere una vita senza senso, nella difensiva, nella paura? È più terribile osare, rischiare di perdere la vita, ma vivere, oppure non vivere mai per paura di perderla?
“Gesù di nuovo gridò a gran voce ed emise lo spirito” (Mt 27,50).
Guardiamo la croce per capirne il senso profondo. Abbiamo bisogno anche noi, di stare lì vicino per entrare nel suo mistero. Qual’e il senso della croce, della crocefissione e della morte di Gesù?
Dio viene appeso ad una croce. Con Gesù muoiono tutte le speranze di chi aveva lottato con lui, di chi aveva coltivato il desiderio e l’attesa di qualcosa di nuovo, di diverso, di vero, per se stesso e per questo mondo. Cos’avranno vissuto le persone che Gesù aveva guarito? Cos’avrà vissuto la Maddalena, Zaccheo, i sordi che tornavo a sentire, i muti che tornavano a parlare, i ciechi che tornavano a vedere, i morti che tornavano a vivere? Cos’avranno vissuto, cos’avranno provato nel vedere colui che aveva loro dato la vita, è ora appeso, attaccato, come il peggiore dei farabutti, ad una croce? Sapere che quell’uomo è veramente Dio, che quell’uomo è venuto in nome della verità, che quell’uomo parla perché ispirato da Dio, e vederlo in croce: cosa si prova? Dove finiscono tutte le nostre sicurezze? Cosa si può provare nel vedere chi si ama appeso ad una croce?
Di chi è la colpa della morte di Gesù? Di nessuno, è chiaro! Tutti avevano buoni motivi: Caifa, la necessità storica; Pilato la ragion politica; Pietro, la sua sopravvivenza; i sadducei, la legge; i farisei, la religione; le persone rispettabili, la morale; i soldati, l’obbedienza. Ognuno aveva i suoi validi motivi, ma erano sufficienti? O non era un tentativo di tranquillizzare la propria coscienza? Di lavarsene la mani?
La croce è l’abbandono totale di Gesù nelle mani del Padre e della vita. Quando, cioè, viviamo l’esperienza dell’impotenza, del non poter fare più nulla per noi, dell’affidarci a Qualcosa o a Qualcuno. Viene un momento in cui più niente, né noi, né altri, possiamo agire. Allora dobbiamo solo lasciarci andare, fidarci, rimetterci. È quando più niente è sicuro ma tutto vacilla: la vita, la fede, l’esistenza stessa di Dio. Smettiamo di voler capire, di voler sapere, di trovare ragioni o giustificazioni, e semplicemente ci abbandoniamo.
La croce è lo scontro fra due religioni: quella di Gesù è quella degli ebrei. La religione dei farisei e degli scribi è la religione della forma, della maschera, in cui contano i grandi numeri, l’istituzione, l’ordinamento, l’obbedienza. Non importa se le leggi distruggono le persone, se le appesantiscono di sensi di colpa o di fardelli insopportabili. Ciò che conta è la legge, il rispetto ossequioso alla norma. Più cose fai e più sei bravo. Gesù, invece, amava la vita; dava voce alle persone, le ascoltava, dava attenzioni ai bambini, alle donne, a chi era escluso dalla società; nessuno era impuro per Gesù, lebbroso, prostituta o pagano che fosse, perché tutti per lui erano figli dell’unico Padre. Gesù non faceva molti sacrifici, non digiunava, non si comportava scrupolosamente rispetto alle regole. Era molto libero, mangiava e banchettava spesso, faceva festa e amava la compagnia e la felicità. Perché sapeva che il vero sacrificio, il vero digiuno, la vera croce non era “fare qualcosa”, ma fare della propria vita “qualcosa di vero”, di importante e di significativo. Non reprimeva l’amore, il contatto con le donne, gesti equivoci come le donne che lo accarezzavano, che lo baciavano. Gesù piangeva. Gesù si arrabbiava. Come era dentro, così era fuori. Gesù si stupiva e si commuoveva. Talvolta era così felice da toccare il cielo e da trasfigurarsi. Altre volte piangeva per l’incomprensione o perché non sentiva i suoi amici appoggiarlo o capirlo. Gesù non voleva che nessun uomo si reprimesse o vivesse la sua vita al di sotto delle sue possibilità. Gesù voleva e diceva a tutti che molti mali possono essere guariti, che tante infermità del cuore e dell’anima possono essere risanate, perché noi viviamo e siamo fatti per la felicità profonda e vera. Gesù voleva che fossimo umani; che non c’è niente di ciò che viviamo che sia indegno agli occhi di Dio, da nascondersi; che davanti a Dio possiamo presentarci per quello che siamo, senza falsi teatrini o belle maschere.
Questa è la religione di Gesù. È questa religione che hanno tentato di crocifiggere, di eliminare, di distruggere e di far morire. Ma la verità può essere nascosta, ignorata, mai distrutta. Infatti, non solo Gesù è risorto, ma con lui anche la sua religione. E quando il venerdì santo andremo a baciare la croce, andremo a baciare questa religione, cioè, la religione di Gesù, la religione della vita, dell’amore, della verità. Andremo a baciare la croce perché, nonostante tutto, la religione di Gesù non è stata sconfitta: Dio, risorgendo suo Figlio, ha dimostrato che questa è l’unica e vera religione. Ciò che viene da Dio non può morire. Può essere perseguitato, ucciso, deriso, umiliato, annientato, ma non può morire. Dio è l’unica realtà. Chi si affida a Lui, non muore mai.
“Vi erano là anche molte donne, che osservavano da lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo”. (Mt 27,55)
Sotto la croce ci sono anche delle donne che guardano da lontano: Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedeo. Come mai ci sono solo queste poche donne a stare con Gesù? Gli uomini dove sono? Dove sono gli apostoli, i suoi amici più fedeli? È un caso che le prime testimoni della resurrezione, in tutti i vangeli, siano delle donne? Non è forse un messaggio molto forte per noi uomini? È la donna, la parte femminile di ogni persona, che può cogliere, che può comprendere a fondo la resurrezione. Chi non conosce la tenerezza, l’amore, l’affetto, lo stupore, il pianto, i sentimenti, la disperazione, il dolore, l’impotenza, la paura, non può “vedere” nessun Gesù. Solo chi conosce la vita, chi la vive, chi la sente, come una madre; solo chi conosce quanto sia doloroso partorire, far nascere la vita; solo chi conosce l’amore viscerale, profondo, gratuito, chi lo sa provare nel suo cuore, solo costui potrà “vedere” il risorto; solo costui potrà capire che la vita non ha fine, e che l’amore è più forte di tutto.
“Venuta la sera, giunse un uomo ricco, di Arimatea, chiamato Giuseppe; anche lui era diventato discepolo di Gesù” (Mt 27,57).
È un uomo membro autorevole del sinedrio, quindi, complice della morte di Gesù. D’altra parte, però, è un simpatizzante di Gesù, è uno che sogna, che ha desideri grandi, uno che sa che in quell’uomo è stata compiuta un’ingiustizia, uno che amava e intuiva la verità della sua pretesa, tanto che va a prenderne il corpo. È l’uomo che non ha saputo schierarsi quand’era il momento. L’uomo che ha preferito rimanere membro autorevole del sinedrio. Non si è compromesso. Ed ora, ora che non può fare più nulla, va coraggiosamente da Pilato a chiedere il corpo. Ora si rende conto di tutto, e offre la sua tomba. Ora vive il peso del rimorso per non aver osato, forse, a far di più. Ora abbandona ogni compromesso, ogni equilibrio e si schiera apertamente. Ora si mette apertamente dalla parte di Gesù. Perché ogni volta che non ci schieriamo, ogni volta che non prendiamo una posizione per paura di comprometterci, come Giuseppe d’Arimatea, ci rendiamo colpevoli di ciò che accade, ci riempiamo di sensi di colpa e di rimorsi per ciò che avremmo dovuto fare e che non abbiamo fatto. Dobbiamo prendere sempre una posizione. Dobbiamo schierarci, non possiamo essere neutrali, con un piede su due staffe. Dobbiamo fare la nostra scelta.
“Lì, sedute di fronte alla tomba, c’erano Maria di Magdala e l’altra Maria” (Mt 27,61).
L’amore non si arrende, l’amore non può credere alla fine, alla morte. Chi vive nell’amore conosce l’eternità. Anche quando tutto sembra dire il contrario, anche quando tutto sembra finito, l’amore conosce l’eternità. L’amore vuole il “per sempre”. 
Queste donne non si arrendono all’evidenza dei fatti perché conoscono l’evidenza del cuore, dell’anima, della vita e di Dio. E proprio per questo sperare al di là di ogni speranza, per questo credere al di là di ogni ragionevole credenza, per questo amare al di là della fine, proprio loro, saranno le prime testimoni della resurrezione. 
Avevano visto bene: l’amore è il più forte. Amen.



venerdì 31 marzo 2017

2 Aprile 2017 – V Domenica di Quaresima

«In quel tempo, un certo Lazzaro di Betania, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato…» (Gv 11,1-45).

Il vangelo di oggi ci introduce praticamente nella settimana Santa, nella settimana che culmina con la Pasqua, la Risurrezione di Gesù. Oggi il testo di Giovanni propone la morte e risurrezione di Lazzaro, quasi a voler preannunciare quello che succederà tra breve con Gesù. Solo che la resurrezione di Gesù si pone su di un altro piano, è di un’altra dimensione: Lazzaro infatti torna a vivere la sua vita, con una nuova prospettiva di libertà di azioni e di relazioni, è vero, ma sempre in questo mondo; Gesù invece non tornerà in questa vita, ma continuerà ad esistere in un altro modo, in un’altra forma. Anche il messaggio spirituale dei due eventi è diverso: mentre il “ritorno in vita” di Lazzaro ci dice: “Anche quando sei morto puoi tornare a vivere. Anche se può sembrare impossibile, tu puoi passare da una vita morta, da una vita di peccato, ad una vita viva, di grazia!”, la “resurrezione” di Gesù ci dice invece: “La morte è vinta per sempre: un giorno tu ti trasformerai per vivere la Vita vera, in una nuova dimensione senza fine, nell’unione soprannaturale con Dio Amore.
Un vangelo dunque che a noi, pellegrini stanchi e affaticati da mille avversità, insegna una grande e consolante verità: “Non c’è sepolcro, non c’è morte, da cui non poter uscire; non c’è legame soffocante, non c’è situazione mortale, non c’è “maschera” o finzione da cui, magari a fatica, poterci affrancare”.
Un testo comunque molto, strano, difficile, complicato; un testo che, secondo lo stile giovanneo, dà ampio spazio agli interventi, alle spiegazioni, alle sensazioni, ai particolari, che peraltro sembrano contraddirsi spesso tra loro. E non sono pochi; per esempio: Gesù, venuto a conoscenza della malattia di Lazzaro, dichiara con decisione che non si tratta di una malattia mortale, ma poco dopo l’amico muore; nonostante la famiglia richieda a gran voce la sua presenza a Betania, egli non si scompone, e come se nulla fosse, si intrattiene tranquillamente ancora due giorni a Gerusalemme; nonostante il rapporto di profonda amicizia, lascia morire l’amico Lazzaro, quando invece, volendolo, avrebbe potuto guarirlo immediatamente, anche a distanza; esorcizza la morte parlandone in termini positivi, gioiosi, quasi entusiastici, salvo poi, di fronte a quella dell’amico, abbattersi e piangere senza ritegno.
Apparenti incongruenze, dunque: che però trovano la loro spiegazione nella volontà di Giovanni di offrire di questo racconto una doppia lettura: da un lato quella umana, con cui racconta cioè un fatto storico, evidenziando lo stato d’animo di Gesù, profondamente scosso, addolorato, sconvolto, per la morte dell’amico; dall’altro quella spirituale, con cui vuol dimostrare che Gesù è la Vita, che era quindi necessario che Lazzaro morisse per dimostrare che Lui, la Vita, è più forte della morte. Chi ama la Vita, anche se muore, non muore.
Il testo poi si presta anche ad altre considerazioni. Prima di tutto la situazione nella casa di Betania: possiamo infatti immaginare che in quella famiglia regnasse una situazione anomala, nel senso che le sorelle Marta e Maria, con il loro eccessivo attaccamento al fratello, in pratica lo avevano destabilizzato. I loro erano i sentimenti tipici delle persone insicure, delle vittime della loro fragilità. Usavano cioè la loro incapacità di vivere autonomamente, per appoggiarsi completamente al fratello, tenendolo in questo modo legato a loro.
Per questo Gesù dirà alle sorelle: “Scioglietelo, lasciatelo andare”: perché Gesù si rende conto che Lazzaro è “paralizzato”; vede l’amico “soffocato” da queste due donne, che scaricando su di lui i loro problemi, involontariamente lo soffocano, gli impediscono di vivere liberamente, fagocitando ogni suo spazio vitale.
Ecco perché quando esce dalla tomba, dice il vangelo, il suo corpo è “avvolto da bende”: le bende rappresentano questi rapporti familiari che ingabbiano, legano, soffocano, costringono fino ad uccidere.
In pratica Lazzaro aveva “i piedi e le mani legati”: i piedi rappresentano il movimento, sono la strada, l’andare, il camminare; con i piedi legati, egli non aveva nessuna autonomia, era succube delle sorelle, non aveva alcuna possibilità di scampo. Le mani sono il nostro fare, il nostro produrre, la nostra creatività: Lazzaro è bloccato, immerso in una situazione in cui non può fare nulla, non ha spazi di movimento, di manovra, di libertà; non può realizzare i suoi progetti, quello che vorrebbe fare, diventare; non può esprimersi, la sua vita è già tracciata, decisa.
Ha “il viso avvolto da un sudario”: il volto è l’identità di una persona. Lazzaro è un uomo senza volto, una “nullità”; le sorelle, con le loro eccessive preoccupazioni, lo hanno asfissiato, annullato, e lui, privo della sua vera identità, muore. Dal loro punto di vista, esse amano veramente Lazzaro, lo amano molto, e quando egli viene a mancare, lo piangono disperate.
Nel rapporti interpersonali, però, bisogna essere cauti, perché c’è un amore positivo che dà vita e un amore negativo che soffoca, che uccide. Ecco perché dire “ma io lo faccio per amore” è pericoloso: è un’affermazione che non offre alcuna garanzia di amore. Tant’è che oggi, per “amore”, si arriva a compiere le più grandi nefandezze, a picchiare, a umiliare, a schiavizzare, ad uccidere.
Molta gente ha la certezza infatti di amare tantissimo, di prodigarsi all’infinito per le persone che amano. In genere però, chi è convinto di amare troppo, in realtà è un insicuro che non ama affatto; lo fa solo per paura di rimanere solo, ignorato, accantonato; per paura di sentirsi dire che non sa amare, che è una nullità. Allora che fa? Finisce per avvinghiarsi letteralmente all’altro, convinto di non poter più vivere senza di lui; e non si accorge che così facendo lo soffoca. Il suo amore è come quello di Marta e Maria: un amore che lega, che ingabbia, che annienta l’altro, che stravolge la sua personalità: è insomma un amore che uccide.
Ecco perché Gesù dirà a Lazzaro: “Esci fuori”. Cioè: “Vattene, scappa, non permettere a nessuno di immobilizzarti, di ridurti come morto, di costringerti a vivere in un sepolcro, dove la tua anima e la tua vita marciscono”.
È quanto ripete anche a noi, quando irrazionalmente giustifichiamo tutti i malumori, il carattere difficile, i capricci, i bronci, l’indifferenza di una persona, quando ci annulliamo per essa, quando arriviamo a modificare il nostro carattere, il nostro modo di pensare, pur di compiacerla; è allora che Gesù ci dice: “Uscite fuori, fuggite, state entrando in un vicolo cieco, state procedendo verso la morte, verso il sepolcro. Vi state annullando. Il vostro non è amore, è solo paura!”. Infatti se noi, per paura di rimanere soli, siamo disposti ad accettare tutto, a perdonare tutto, ad approvare tutto; se non correggiamo il fratello per timore di offenderlo, di scontrarci con lui, di perderlo, che fine ha fatto la nostra dignità? Non ci stiamo forse soffocando con le nostre stesse mani? Ecco perché dobbiamo trovare il coraggio e la forza di sottrarci a questo “annullarci” quotidiano, a questo continuo rinunciare, a questo progressivo andare verso la morte. Dobbiamo uscire, andare fuori: è la nostra “risurrezione”.
Se osserviamo attentamente il vangelo scopriamo infatti che a Betania avvengono non una ma due resurrezioni: quella di Lazzaro, ma anche quella di Marta e di Maria. Perché Gesù conduce queste donne ad un progressivo cambiamento del loro atteggiamento, ad una vera e propria risurrezione. Alla fine capiranno, e come tanti dei presenti, “crederanno”.
Vi sono altre frasi, nel vangelo di oggi, dense di significato, che meritano di essere meditate. Vediamone insieme alcune: “Dove l’avete posto?” (11,34). Che ne abbiamo fatto? Dove l’abbiamo messa la nostra voglia di vivere di un tempo? Che ne abbiamo fatto della nostra gioia, dei nostri sorrisi, dei nostri sogni? Che ne abbiamo fatto del nostro entusiasmo, delle doti che avevamo? Nascondere la nostra personalità, sotterrare i nostri talenti per paura, per conformismo, per vigliaccheria, o semplicemente per non avere “grane”, equivale sempre a morire. Dio è Vita: cercarlo, seguirlo, significa vivere al massimo delle nostre possibilità. Vivere “sopravvivendo”, vivere nell’accidia, significa vanificare i doni di Dio. Dio, dandoci la vita, ci ha fatto un dono incalcolabile: in cambio ci chiede una cosa sola, di viverla bene, degnamente, con grande amore. Perché la vita è più forte di qualunque altra cosa: essa vuol vivere, vuole esprimersi, espandersi nel tempo, allungarsi, non si rassegna mai a finire, non si dà mai per vinta. Anche quando tutto sembra morto, esaurito, finito, essa si spinge comunque in avanti, riuscendo anche a rinascere, a rifiorire ancora, nel modo più incredibile e inaspettato.
“Togliete la pietra” (11,39). Perché ci abbiamo messo una pietra sopra? Perché non vogliamo vedere? Togliamo quella pietra, che separa la vita dalla morte. Tiriamo fuori i nostri segreti inconfessabili! Tiriamo fuori la vergogna, l’odio, la sofferenza! Cosa succederà se continuiamo a tenere tutto chiuso? Come possiamo vivere tenendoci la morte dentro? Non ci può essere vita per chi vive nella morte. Dio è perdono: Lui non si vergogna di noi. Non facciamolo noi. Non c’è nulla da nascondere, da rinchiudere. Tutto può essere riportato alla luce, a galla, fuori.
“Vieni fuori” (11,42). La smettiamo di nasconderci? Ci sentiamo come in prigione? “Venite fuori!”. Viviamo una situazione difficile e problematica, una relazione che ci fa morire? “Venite fuori!”. Ci ripetiamo continuamente che non ce la facciamo più, che non valiamo nulla? “Venite fuori!”. Abbiamo sempre paura di fare brutta figura, di sbagliare e ce ne stiamo sempre in disparte, in un angolo? “Venite fuori!”. Abbiamo paura di osare perché poi tutti ci vedono e ci giudicano? “Venite fuori!”. Abbiamo delle doti, delle capacità, ma temiamo l’opposizione? “Venite fuori! Emergete!”.
Ricordate? La creazione nella Bibbia è avvenuta proprio per “emersione”: dal caos iniziale, dalle grandi acque, tutto è emerso. Ebbene: Dio vuole a tutti i costi che noi emergiamo, che ci realizziamo, che usciamo dal buio della nostra notte di peccato, perché dobbiamo brillare sul mondo come tanti “soli”, irradiando il calore dell’amore su questa umanità fredda e incredula. Amen.


giovedì 23 marzo 2017

26 Marzo 2017 – IV Domenica di Quaresima

«Gesù passando, vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?» (Gv 9,1-41

Nel ciclo liturgico del Lezionario, dedicato quest’anno a Matteo, fanno eccezione le ultime tre domeniche di quaresima i cui testi del vangelo sono tratti da Giovanni. Sono le pericopi più lunghe di tutto il periodo e trattano rispettivamente dell’incontro con la Samaritana al pozzo di Sicar (III domenica), della guarigione del cieco nato a Gerusalemme (IV domenica) e della risurrezione di Lazzaro in Betania (V domenica): tre argomenti dalle mille sfaccettature, pieni di allusioni e di implicazioni pratiche difficilmente individuabili ad una prima, veloce lettura. Giovanni, come al solito, sembra dare maggior peso all’importanza teologica dei fatti, piuttosto che a quella storica: ma proprio per questo è l’autore che, rispetto agli altri, eccelle nel riferire tutta una serie di sensazioni, di emozioni, di annotazioni, di stati d’animo, estremamente reali, che offrono al racconto una miniera di spunti meditativi.
Questo succede anche nel vangelo di oggi, dedicato alla guarigione del cieco nato. Un capolavoro di psicologia, una rassegna variegata di personaggi comprimari, tutti puntualmente in preda a stati d’animo diametralmente opposti, descritti tutti con abile realismo.
Il motivo di fondo che domina la scena è anche qui il contrasto, l’opposizione tra luce e tenebre, tra chi vede e chi invece è cieco.
I personaggi coinvolti sono sei: i discepoli di Gesù, i farisei, i genitori del cieco, ovviamente il cieco, i suoi conoscenti, e infine Gesù. Nel vangelo sembrano avere tutti altre cose da pensare, altri interessi da seguire, altre preoccupazioni da risolvere: il cieco è solo una comparsa: lui e la sua situazione fanno da riempitivo, non meritano attenzione! Nessuno lo vede, nessuno lo considera, tranne Gesù: Lui solo lo “vede”, Lui solo comprende i disagi causati dalla sua grave infermità, Lui solo capisce i suoi problemi, le sue esigenze. Tutti sono calamitati da altre cose, da altre preoccupazioni.
Per esempio i discepoli; essi dimostrano una sola preoccupazione: “Chi ha peccato? Lui o i suoi genitori”. Sono vittime ancora dei retaggi di una arcaica mentalità ebraica: “Se uno è malato, vuol dire che lui o qualche suo antenato ha sicuramente peccato”. Il problema dei discepoli è quindi: “Chi è il colpevole? Dov’è l’errore? Di chi le responsabilità?”. Sono quelli che vogliono individuare ad ogni costo il colpevole, la causa, il responsabile; in questo modo si sentono liberi, evitano di farsi coinvolgere. “È colpa sua o di altri; noi non c’entriamo, non ci interessa, non dobbiamo fare nulla”.
Una mentalità molto diffusa anche oggi, questa dei discepoli. Succede qualche fatto grave? Ci sono abusivismi edilizi, discariche a cielo aperto, figli che uccidono i genitori, droga nelle scuole, immigrati che creano problemi? L’unica preoccupazione di questi tipi è di scaricare le colpe su qualcuno, trovare il colpevole. Così si sentono a posto, tranquilli, con la coscienza in pace. Trovato il colpevole, vero o presunto, fatto il processo mediatico in tv, tutto cade nell'indifferenza. Ma per quanto ci riguarda, siamo proprio sicuri di essere esenti, di non avere alcuna responsabilità su questi fatti? Ignoriamo le cause reali solo perché non le vediamo, o perché non le vogliamo vedere?
Poi gli amici, i conoscenti del cieco. Alcuni dicono: “Sì, è lui, è quello di prima”; altri “no”; altri “gli assomiglia”. Sono quelli per i quali gli altri non contano nulla: uno può cambiare quanto vuole, ma essi fingono di non accorgersene. Dicono di amare ma in realtà detestano che gli altri possano mutare, migliorare, diventare “altri”; soprattutto se ciò altera il loro rapporto. Sono quelli che etichettano la gente una volta per tutte, quelli che hanno già deciso come siamo e come saremo, come ci comporteremo, come e cosa risponderemo o diremo. L'iniziativa altrui non è ammessa!
Poi ci sono i genitori. A quel tempo il popolo era succube dei capi della sinagoga, ne aveva il terrore: una loro scomunica equivaleva alla morte sociale. I genitori del cieco guarito, interrogati sull'autenticità della guarigione del figlio, hanno quindi un timore folle, cercano di non compromettersi, e per non sbilanciarsi, non rispondono in maniera diretta: “Non sappiamo; del resto è grande, è adulto, chiedetelo a lui”. Del tipo: “Arrangiatevi; non vogliamo complicazioni; abbiamo paura!”. Sono quelli cioè che si tirano indietro, che non vogliono problemi, neppure quando si tratta di difendere i propri cari! Nella vita purtroppo non c’è tradimento peggiore che venir abbandonati, ignorati, messi in cattiva luce, accusati ingiustamente proprio da chi doveva proteggerci, dai nostri famigliari, da chi doveva naturalmente difenderci.
Poi ci sono i farisei. I farisei sono quelli che si fissano troppo spesso su principi addirittura grotteschi: gente ridicola che si straccia le vesti perché uno ha fatto un amalgama di sputo e polvere, gente che si oppone a qualunque iniziativa appellandosi ai regolamenti, alle leggi, alle tradizioni: “Noi siamo figli di Mosè: la sua legge è la nostra ragione di vita; quell’uomo è un peccatore, come si permette di vantare una guarigione avvenuta in maniera illegale? Come può pretendere di insegnare a noi?”. I farisei sono quelli che si trincerano dietro al si è fatto sempre così!, Le regole prescrivono questo!; quelli che hanno paura di ammettere la diversità, i mutamenti, il variare dei tempi. Hanno paura di cambiare atteggiamento, di cambiare il loro cuore. Piuttosto negano la realtà. Sono troppo preoccupati della loro facciata, dell’essere “allineati e coperti”, del loro perbenismo, anche se esclusivamente esteriore e formale. Sono tutti quelli che non vogliono vedere in faccia la realtà: non accettano di confrontarsi con le loro paure, con le loro manie, se la nascondono: preferiscono ignorare l’evidenza, anche perché “vedere” significa “cambiare”, significa cioè affrontare la fatica immane di una conversione personale: molto meglio quindi non vedere.
Infine, per fortuna, c’è Gesù: l'unico veramente e totalmente libero; uno che non ha nulla da perdere, che non ha paura di rimetterci la faccia di fronte alle contestazioni di chi è in cattiva fede. Gesù non deve angosciarsi di nulla: e proprio per questo si prende cura dell'uomo bisognoso e sofferente.
Così infatti, se noi siamo preoccupati di difendere la nostra faccia di “brave persone”, non potremo mai accorgerci degli altri, di un nostro comportamento inopportuno che li ferisce; se siamo pieni di rabbia, di paura, non riusciremo mai a renderci conto che le nostre reazioni non sono “difese” dettate dalla prudenza, dall'amore, ma vere e proprie “offese” dettate dal rancore. Siamo spaventati dal guardarci dentro: abbiamo paura di scoprire che la realtà non è quella che esibiamo noi. 
Tutte le persone che abbiamo visto, i farisei, i genitori, gli amici, hanno già tutti le loro idee: si defilano da ogni responsabilità diretta. Ma in questo modo dov’è l’amore? Dov’è l’aver cura del prossimo? Sono purtroppo tantissimi gli innamorati delle belle parole, delle idee grandiose, quelli che si entusiasmano dei progetti, degli ideali, ma che poi, nella vita pratica, dimostrano di ignorare completamente le necessità delle persone: per loro non esistono, amano soltanto loro stessi.
Ma Gesù no: Gesù ci vede bene; ci guarda, ci stringe tra le sue braccia, si prende cura di noi: “Vedo che stai male, che stai soffrendo; vedo che hai sbagliato nell’amare, che hai percorso una strada senza uscita, che hai ammirato cose che ritenevi meravigliose e che non lo erano; che hai rincorso soluzioni che poi si sono rivelate effimere: tu pensavi di sapere tutto della vita, e invece eri cieco, ti sei sbagliato. Io sono qui: se vuoi, io ti curo. Guarda che non sei destinato a rimanere sempre cieco: torna a vedere, ritorna alla luce, ritorna alla vita”.
Gesù è amore, è fiducia, è misericordia: non giudica, ma si mette al nostro fianco per aiutarci, per consolarci, per farci vedere ciò che non abbiamo visto; lo fa perché possiamo tornare ad amare: “Ci sono io vicino a te, io ti aiuto!”. Il suo scopo è forse quello di stabilire chi ha ragione, chi ha sbagliato, di chi è la colpa, oppure quello di aiutare un cieco a riacquistare la vista? Quello di condannare o quello di aiutare a non sbagliare più, un poveretto che si era perduto ?
Se guardiamo nel vangelo, quando Gesù si imbatte nelle miserie della gente, mai si pone il problema del peccato. Quando passa vicino ad uno zoppo, ad una donna senza moralità, ad un muto, ad un cieco, non si chiede mai se sono in grazia di Dio o se sono in peccato. Gesù, se può, guarisce. Sempre. E questo succede anche con noi; Gesù non ci chiede mai se abbiamo sbagliato, se la nostra vita è giusta, se siamo buoni o cattivi. Gesù ci guarda, “vede” il nostro buio, e ci aiuta. Egli non guarda mai ciò che non va in noi, il nostro lato negativo; Egli guarda sempre e solo in positivo, guarda quello che in futuro potremo diventare. Gesù non è un moralista; non è l’intransigente che ama giudicare e condannare, ma è il guaritore, colui che vuole in noi la massima concentrazione di vita, di amore, di libertà, di gioia, di fiducia.
Se una bottiglia è vuota, come facciamo a toglierle il vuoto? Non possiamo! Possiamo però sempre riempire quel vuoto! Se ci concentriamo sempre sul nostro vuoto, su ciò che non siamo, su ciò che non riusciamo a fare, su ciò che avremmo dovuto fare e non abbiamo fatto, otteniamo di noi un’immagine decisamente negativa. Ma se concentriamo il nostro sguardo su quel poco che abbiamo fatto, su quel poco che facciamo, su quello che potremmo fare, la nostra immagine risulterà sicuramente più positiva, forse anche accettabile. Allora applichiamoci, lavoriamo seriamente sul positivo: così, per esempio, quando parliamo di qualcuno, evitiamo di sparlare di lui, evidenziamo soltanto i suoi lati più belli, valorizziamo ciò che ha di più prezioso: perché così lo faremo sentire amato, importante, valorizzato; si sentirà spronato a sviluppare tante altre sue doti positive.
Riccardo Muti, il grande musicista e direttore d’orchestra che conosciamo, alla prova di ammissione al conservatorio, ha conseguito il punteggio massimo. L’esaminatore però gli ha detto: “Ti ho riconosciuto il massimo non per come suoni ora, ma per come saprai suonare un giorno”. In realtà la sua esecuzione non era stata perfetta: se l’esaminatore si fosse limitato a valutare soltanto le sue imperfezioni, forse lo avrebbe bocciato. Ma egli ha visto oltre, ha proiettato il candidato nel suo futuro, ha fatto leva sui suoi lati positivi, ha premiato le sue potenzialità: ed ha funzionato!
È l’amore, la fiducia, il guardare in positivo una persona che la fa cambiare, non il disprezzo, non il giudizio temerario,  non l'esasperazione dei suoi lati negativi. 
Questo, in estrema sintesi, è uno dei messaggi interessanti del vangelo di oggi. Il vero peccato, ci dice, non è quello di essere ciechi, ma quello di volerlo essere a tutti i costi, di ostinarsi a non vedere. Un messaggio che va preso sul serio, senza addolcirlo, minimizzarlo, ammorbidirlo: un messaggio che si serve di parole tremende: “Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: Noi vediamo, il vostro peccato rimane”. Che significa? In pratica ci dice che tanta gente è persuasa di sapere solo lei cosa sia la verità; tanta gente che è convinta di essere un esempio di vita per gli altri, gente che crede di conoscere chi è Dio, gente che è convinta di essere bravi cristiani, ottimi genitori, padri, preti, ecc. Gente insomma che sa tutto, che non accetta consigli, che non sa ascoltare, che non vuole mettersi in discussione.
Gesù a questa gente dice una cosa soltanto: “Siete completamente ciechi; ma, convinti di vederci bene, pretendete di guidare gli altri. Questo è il vostro vero dramma”. Infatti: “Come può un cieco guidare un altro cieco?”. Impossibile, è chiaro.
Che fare allora? Dobbiamo convertirci: “conversione” infatti significa risveglio, aprire gli occhi, vederci. Solo i figli della luce sono quelli che ci vedono, che non dormono, che si rendono conto della situazione. Gli altri, i figli delle tenebre, sono quelli che vivono nel peccato, nell’oscurità, nella notte, nell’ignoranza.
Gran brutta cosa voler rimanere al buio dell’ignoranza, insistere nel rifiutare la luce dell’Amore. Anche noi una volta eravamo ciechi; siamo entrati in questa vita con l’oscurità nell’anima: ma poi il Signore ha fatto anche per noi il grande miracolo, chiamandoci alla luce della fede. Il battesimo ci ha purificati, illuminati, riconciliati, salvati. Esattamente come scrive san Paolo: “Fratelli, un tempo eravate tenebre, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce.” (Ef 5,8-14). Già, questo è il punto: per non ricadere nella cecità, per non dimenticare la chiamata d’amore di Dio, dobbiamo comportarci come figli della Luce. Dobbiamo cioè alimentare continuamente questa luce che è la fede. Esserne gelosi. Perché è solo illuminati da questa luce, che possiamo produrre i buoni frutti: amore, giustizia, verità.
Questo è il criterio con cui dobbiamo affrontare le sfide del nostro tempo: non possiamo guardare il mondo, le sue lusinghe, le sue ideologie, attraverso gli occhi e le interpretazioni mercenarie dei media,dei falsi profeti, che hanno interesse a giocare nel torbido. Noi abbiamo i nostri occhi. Occhi che devono scrutare alla Luce dello Spirito. Dobbiamo combattere lo sconforto, la rassegnazione, dobbiamo entrare nella mischia, dobbiamo indicare alla gente quelli che sono i segnali discreti della presenza di Dio, la sua bontà, i suoi progetti d’amore. Dobbiamo soprattutto dimostrare con la nostra vita, di averli capiti questi progetti, di averli fatti nostri: perché questo significa dare lode a Dio; questo significa avere fede; questo, soprattutto, significa amare. Viviamo dunque nella luce e vivremo in Dio. Amen.



venerdì 17 marzo 2017

19 Marzo 2017 – III Domenica di Quaresima

«Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: Dammi da bere. I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana? .I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. (Gv 4,5-42).

Gesù, dopo un lungo viaggio sotto il sole, giunge a Sicar, in Samaria, e si siede presso il pozzo di Giacobbe, chiamato così perché si trovava nel terreno che “Giacobbe aveva dato a suo figlio Giuseppe”. È dunque qui, a questo pozzo, che avviene l’incontro meraviglioso tra Gesù e la Samaritana, di cui ci parla il vangelo di oggi.
Ovviamente, come al solito, per capire bene il significato di questa situazione, dobbiamo calarci nella logica e nella mentalità di quel tempo. Prima di tutto, perché scegliere proprio un pozzo come luogo dell’incontro?
Per noi, oggi, un pozzo non rappresenta nulla: ma a quel tempo era il luogo in cui avvenivano gli “incontri” importanti della vita: il pozzo, l’acqua, era l’elemento fondamentale, indispensabile per la sopravvivenza, per cui tutti andavano al pozzo, uomini e donne. E data la grande affluenza, era visto come il luogo degli incontri sentimentali, della “ricerca dell’amore”, un luogo in cui era possibile trovare l’anima gemella o semplicemente una donna o un uomo.
Gesù riesce a scavalcare anche qui tutti i luoghi comuni, tutte le “barriere”: quella del sesso, perché per ad rabbì come lui, era proibito rivolgere la parola ad una donna fuori di casa; quella della razza, perché i samaritani, a causa dei matrimoni misti con gli impuri Assiri, erano considerati dei bastardi; la barriera della nazionalità, in quanto i samaritani, abitanti in una regione diversa, erano considerati dei forestieri; la barriera della religione, perché erano considerati scismatici, impuri; infine la barriera della convenienza, perché rivolgere la parola ad una donna, al pozzo, significava corteggiarla, farle degli approcci, in una parola “provarci”. Gesù dunque rompendo ogni schema, parla tranquillamente con la Samaritana.
Nella sua vita egli fu un uomo libero, e grazie a questa sua libertà, fece degli incontri meravigliosi. Gesù non giudicava e non condannava a priori le persone, non si faceva preclusioni su di loro, né aveva pregiudizi: le incontrava e basta. Non rifiutava mai nessuno. Non ha mai detto: “Questo no perché è ricco (Zaccheo); questa no perché dicono che è una donna di malaffare (l’adultera, la samaritana); questo no, perché lo sanno tutti che è un ladro (Levi); questo no, perché la legge non lo permette (guarire di sabato); questa no, perché è una cosa sconveniente (la donna che lavò con le lacrime i suoi piedi e con i capelli glieli asciugò); questi no, perché sono pagani, eretici (samaritani); questi no, perché sono peccatori (i pubblicani, le prostitute)”.
Lui controllava tutto personalmente, voleva rendersi conto di come stavano realmente le cose.
Un comportamento decisamente fuori dagli schemi, a causa del quale fu considerato un anti-dio e condannato a morte: era evidentemente un personaggio scomodo e inopportuno soprattutto per le autorità de tempio e per tutte quelle persone piene di regole, dalla mentalità rigida e ristretta.
Gesù era un uomo assolutamente “libero”: talmente libero da non permettere in alcun modo che ideologie, barriere religiose, discorsi della gente, o quant’altro, gli impedissero di incontrare qualunque persona. Di fronte alle “regole”, alle convenienze che dicevano: “Non incontrare costui”, Gesù diceva: “E perché no? Lo voglio incontrare di persona, voglio parlarci, sentire il suo cuore... poi vedremo”.
Gesù dunque, è stanco, affaticato, accaldato: siamo verso mezzogiorno; vista la donna che stava sopraggiungendo al pozzo per attingere acqua, senza tanti preamboli, le chiede da bere.
Gesù è solo: gli apostoli si erano assentati per andare in paese a cercare del cibo.
La donna rimane interdetta dalla richiesta di Gesù e gli chiede: “Come mai tu, che fra l’altro sei Giudeo, chiedi da bere a me che sono una donna samaritana?”. È giustamente sospettosa, perché si rende immediatamente conto che l’uomo che le ha rivolto la parola, oltre ad essere da solo, era oltretutto uno “straniero”. Che poi quell’uomo fosse anche un rabbino, un “maestro”, era una cosa piuttosto insolita.
Era quindi naturale che la donna pensasse a Gesù come ad uno che “ci provasse”. Anche perché dopo le prime schermaglie, egli porta il discorso su di un livello molto personale, intimo: “Va a chiamare tuo marito e ritorna qui”.
La donna fin dall’inizio continua a rispondere alle pressanti domande di Gesù, eludendo il loro significato “spirituale”: continua cioè il colloquio mantenendosi su un piano decisamente materiale, contingente; si difende bene, cerca di essere brillante, a volte anche sarcastica (ma bene! Se hai di quest’acqua miracolosa, che come dici tu toglie completamente la sete, dammene in abbondanza, così non dovrò più sobbarcarmi la fatica di venire qui tutti i giorni al pozzo!); fino a quando Gesù opera l’affondo decisivo, entrando nella sua vita privata. Con il suo invito diretto, la mette in difficoltà, la scopre, rivela la sua debolezza. Impreparata a ciò, la donna, sempre più diffidente, cerca di sottrarsi, fugge a questo tipo di discorso dicendo: “Non ho marito”.
Ma Gesù continua, la mette di fronte alla dura verità: “Sì, dici bene di non aver marito. Ma non perché tu non ne abbia avuti. Ne hai già avuti cinque di mariti e questo che hai adesso in effetti non è tuo marito”. Il che tradotto in parole povere, significa: “sei una donna di facili costumi!”.
Siamo sempre presso un pozzo e il pozzo è simbolo di profondità. Il pozzo costringe a scavare, ad andare a fondo per tirare fuori ciò che c’è sotto, ciò che c’è di nascosto.
Gesù non fa il moralista; anche se gli era capitata un’occasione unica: lui giudeo con una donna così “disinvolta” e per giunta samaritana!: “Non ti vergogni! Ma che razza di donna sei! Vivi nel peccato! Sei impura!”. Egli si limita a costringere la donna ad ammettere nella sua vita una verità dura e difficile: “Ho avuto tanti uomini ma nessuno mi ha mai riempito l’anima; nessuno è mai stato in grado di placare la mia sete interiore”.
Ecco: Gesù è l’unico che ci mette di fronte alla nostra verità. Gesù non fa sconti sulla nostra vita; Lui non ci giudica, non ci condanna, ma vuole che scendiamo nel nostro pozzo, che andiamo dentro di noi, e che tiriamo fuori le cose per come stanno veramente.
Incontrare il Signore è dirsi la verità, non mentirsi, non raccontarsi “balle”.
A volte noi sentiamo che dietro le nostre affermazioni c’è qualcosa che andrebbe rivisto, indagato, portato fuori, a galla. Ma non ci spingiamo oltre perché è meglio “non crearci troppi problemi”. Così sopravviviamo; così sfuggiamo alla verità, all’incontro con noi stessi; così sfuggiamo al nostro cuore, a tutte le sue potenzialità. Così facendo viviamo una vita ipocrita, mascherata, non nostra: mostriamo una verità che non è verità, una immagine falsata, un’immagine distorta, costruita a beneficio degli altri; e così facendo fuggiamo da noi stessi. Vivere una vita non nostra non può che portarci inevitabilmente all’insoddisfazione e all’infelicità.
La verità è difficile da accettare quando abbiamo qualcosa da nascondere, da difendere. La verità è l’unica strada per raggiungere Dio: perché dirsi la verità, significa cercarla in profondità, nella nostra anima, dove Dio risiede, e incontrarlo faccia a faccia.
Se la donna non si fosse detta la verità (“sì ho avuto sei uomini ma in realtà sono ancora affamata d’amore”) non avrebbe potuto incontrare l’Amore vero, il Signore Gesù, colui che toglie ogni sete.
È chiaro che se dobbiamo difendere altre “verità”, è impossibile dirci la verità.
Se vogliamo a tutti i costi che la nostra famiglia sia considerata perfetta, non possiamo certo ammettere che in casa nostra ci siano dei problemi. E se ci sono, li sminuiamo, li nascondiamo, li seppelliamo.
Se dobbiamo difendere la nostra immagine di persone “superiori” non possiamo far vedere di essere in crisi, non possiamo chiedere aiuto, non possiamo ammettere di essere defettibili, non possiamo insomma rivelare la nostra debolezza, le nostre deficienze.
Quando pensiamo che almeno le persone più care, quelle che amiamo di più, prima o poi riusciranno a placare il nostro malessere, la nostra inconfessata sete di assoluto, di Amore, di Dio, ci illudiamo, siamo completamente in errore; perché pretendiamo da loro qualcosa che non possono darci. Siamo come la Samaritana: affamati di vero amore, ma senza qualcuno che possa effettivamente soddisfarci; le persone possono farci l’impossibile, ma a noi non basterà mai, saremo sempre insoddisfatti; inutile pretendere da qualcuno ciò che non potrà mai darci. Commetteremmo un imperdonabile “peccato”: peccato, in ebraico, significa appunto “sbagliare centro, non cogliere l’obiettivo, fallire una scelta”; in tal caso avremmo completamente sbagliato la “fonte”: perché solo Dio può colmare la nostra inestinguibile sete d’amore. “Avere fede” significa allora non perdere mai di vista il nostro obiettivo finale, il motivo per cui ci troviamo in questo mondo, quel “qualcosa” che dobbiamo realizzare, seguire, vivere: quello insomma per cui Dio ci ha creati. Se viviamo per futili motivi, se siamo concentrati solo su “obiettivi” transitori, falsi, insicuri, se la nostra chiamata, la nostra personale “vocazione” è l’ultima delle nostre preoccupazioni, allora vuol dire che abbiamo mancato in pieno lo scopo della nostra vita.
In tutti i nostri rapporti umani è importante che ci sia la preghiera, lo spirito, la fede. Se non c’è la fede facciamo di chiunque altro un falso Dio e gli chiediamo l’impossibile.
Gesù nel vangelo si spinge ancor oltre. Non solo dice: “Non fare di nessun uomo il tuo Dio”, ma addirittura: “Non fare di nessuna autorità, di nessuna esperienza, di nessuna associazione, di nessun gruppo parrocchiale, il tuo Dio”.
È decisamente difficile per noi accettare il significato e le conseguenze delle parole di Gesù:
“È questa l’ora in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano”.
Ma dov’è in concreto questo Dio che dobbiamo adorare? Lo troviamo forse in chiesa, nei vescovi, nei preti, in una liturgia solenne, nelle persone che si sacrificano per il prossimo, in noi quando preghiamo? Forse sì, forse no. Dio non è riconoscibile necessariamente in un “luogo” o in una “persona”. Certo, per noi è più facile e più gratificante localizzarlo al di fuori di noi: magari seduto su di un trono celeste, dotato di poteri magici, circondato da creature soprannaturali che lo servono; oppure incontrarlo nelle grandi feste annuali (Natale, Pasqua), nelle solenni liturgie, nei dogmi di fede, nelle località “religiose” più celebri e visitate, o nella maestosità delle cattedrali. In questo modo ci risparmiamo lo sforzo di scrutarci nel profondo, di esaminarci, di decifrare bene la nostra anima, per riuscire ad individuare, a restituire concretezza e percepibilità al Dio, Amore assoluto, che ci inabita.
Perché Dio non è qui o lì: Dio è soltanto dove c’è Spirito e Verità. Questo è il criterio. Allora nella nostra vita non dobbiamo tanto preoccuparci di “come” appariamo esteriormente, di come gli altri ci percepiscono, se siamo brillanti, professionali, al top, ecc., quanto piuttosto di “chi” siamo interiormente, se cioè nel nostro parlare, nel nostro agire, nel nostro amare, traspare lo Spirito e la Verità. Se è così, allora sicuramente Dio è in noi. Perché quando un uomo è fedele alla sua coscienza, aderente allo Spirito, attento agli slanci del suo cuore, Dio è in lui. Non importa se si dichiara credente oppure ateo: Dio in ogni caso, è in lui.
Quando un uomo trasforma se stesso nella Verità e vive alla luce dello Spirito, Dio è in lui. Quando un uomo ama, rispetta, onora tutti gli esseri viventi, Dio è in lui.
Un giorno durante una conferenza fu chiesto al prete che parlava: “Ma nelle nostre chiese, nelle nostre parrocchie, c’è Dio?”. E lui rispose: “Se c’è spirito e verità, allora Dio c’è!”.
Non so se nelle nostre comunità parrocchiali ci sia Spirito e Verità: so per certo però che se ci sono, lì c’è Dio. Amen.