giovedì 25 aprile 2024

28 Aprile 2024 – V DOMENICA DI PASQUA


Gv 15,1-8 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da sé stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».

Il brano del vangelo di oggi è tratto da quel lungo discorso di commiato (Gv cc. 13-16), che Gesù ha rivolto ai discepoli prima di essere arrestato dai suoi carnefici. Siamo durante l’ultima cena: Egli apre completamente il suo cuore, rivelando, con profonda emozione, tutto il suo amore per loro: parla di sé, della sua “ora” ormai “arrivata”, di ciò che l’aspetta, del suo domani di passione; parla delle loro preoccupazioni, di ciò che anch’essi dovranno affrontare nel futuro, dell’amore e dell’odio che il mondo riserverà loro. E per spiegare in maniera più comprensibile la sua missione di salvezza, il suo ruolo di guida, la sua leadership permanente, ricorre all’immagine, allora comune, del vignaiolo, della vigna incolta, della vite fertile e dei suoi tralci fruttuosi; un simbolismo molto noto al popolo, in quanto lo stesso Israele, nella Scrittura, era equiparato ad una vigna, di cui Jahweh stesso ne curava la manutenzione; molto celebre, per esempio, è il passo di Isaia, in cui Dio, amareggiato, si lamenta della infedeltà del suo popolo: “la vigna del Signore degli eserciti è la casa d'Israele; gli abitanti di Giuda sono la sua piantagione preferita. Egli si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue, attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi” (Is 5,1-24). Nel Cantico dei Cantici, la sposa (Dio) invita lo sposo (il popolo) nella “vigna”, ritenuta il luogo dell’amore, dell’incontro, della felicità, della gioia. Così il “vino”, ottenuto dal frutto della vite, era simbolo di benessere interiore, di appagamento delle aspirazioni più profonde, di ebbrezza, di stordimento spirituale, di intensa percezione della bellezza del vivere; a Cana, infatti, quando durante il banchetto nuziale viene a mancare il vino, la festa rischia improvvisamente di guastarsi; ma dopo che Gesù vi ha posto rimedio, assicurando per tutti vino a volontà, i festeggiamenti, i canti e le danze, riprendono a pieno ritmo, più di prima. 
Se i tralci non producono uva, se in essi non è avvenuto alcun passaggio di linfa vitale, se non producono più il loro frutto, elemento fondamentale per la felicità, per il benessere dell’uomo, vuol dire che sono secchi, privi di vita, e quindi destinati ad essere tagliati e buttati al fuoco.
È dunque in questi termini che Gesù spiega ai suoi che se vogliono ottenere dei risultati nella loro missione, devono sempre rimanere uniti a Lui, esattamente come avviene in natura tra la vite e i suoi tralci: il tralcio, strutturalmente distinto dal fusto della vite, è comunque parte di essa, ne è la sua propaggine, e solo se rimane unito ad essa può portare frutto: il fusto quindi è la vita per il tralcio, è il suo nutrimento, la sua forza, il suo tutto. Vite e tralcio formano pertanto un tutt’uno inseparabile, per il benessere degli altri.
Purtroppo, in questa nostra società, ricca di “tralci” umani completamente diversi, piuttosto che una fraterna collaborazione al bene comune, vige una radicale, errata, controproducente concorrenza: ognuno, sopravalutando se stesso, è convinto che nessuno possa superarlo, che nessuno sia “più” di lui, non accetta “superiorità” di alcun genere; gli dà fastidio cioè che nella vita, gli altri esprimano meglio di lui le loro potenzialità, realizzino con maggior successo i loro programmi, diventino insomma quei “tralci unici”, che producono frutto in qualità e quantità per essi irraggiungibili.
Ciò che caratterizza invece qualunque comunità, non sarà mai il fare tutti le stesse cose, l’essere tutti uguali, possedere tutti le stesse identiche capacità: la superiore qualità del prodotto di una vite non è data dalla quantità di uva prodotta dai singoli tralci, ma dalla sua bontà, dal suo gusto, dalla maturazione succosa dei suoi grappoli, dovuti appunto ad una più capillare circolazione della linfa, alla migliore esposizione ai raggi del sole; in altre parole, riferito a noi, è l’amore, il dialogo, la condivisione, la comprensione, la disponibilità che in una convivenza crea stabilità, serenità, pace, benessere comune.
Molte famiglie, molte comunità, molti “gruppi”, pensano di essere “uniti” solo perché si radunano insieme molto spesso. Ma non è l’incontrarsi di frequente che dimostra l’unione di un gruppo. Essere uniti è tutt’altra cosa; significa condividere nell’anima, nello spirito, nella vita gli stessi sentimenti, gli stessi ideali; significa “sentire” che gli altri condividono con noi le loro personali e diverse aspirazioni, le particolari necessità dell’anima, esattamente come noi facciamo con loro: l’unione vera, infatti, è data da una vicinanza “sentita”, dalla convivenza di due spiriti assolutamente diversi, liberi e autonomi, non certo da una compresenza fisica.
Noi che siamo i “tralci”, pertanto, non dobbiamo mai staccarci dalla vite, che rappresenta l’unica nostra possibilità di emergere, di sopravvivere; non dobbiamo mai staccarci dalla nostra “vite”, dal nostro “Spirito”, dalla nostra anima; mai arrogarci le prerogative della vite, mai cercare di sopraffare l’altro, perché nell’esatto momento in cui lo facciamo, perdiamo ogni nostra vitalità comune, rinsecchiamo, siamo destinati ad una morte spirituale certa. È la legge della sopravvivenza: il tralcio, staccato dalla vite, inesorabilmente muore. Non esistono alternative.
Gesù dunque si propone come “Vite”, come “Vita” vera: “Io sono il sapore della vita, io sono il gusto, l’ebbrezza della vita, sono l’elisir della felicità, l’unico vero piacere della vita”. Parole però che lasciano trasparire anche le difficoltà del percorso per giungere a tanto: ogni qualvolta, per esempio, il sacerdote nel celebrare l’Eucaristia pronuncia sul vino, frutto della vite, la formula sacramentale “Questo è il mio calice, versato per voi”, con cui lo transustanzia nel sangue di Cristo, ci ricorda due cose importanti: che il “sangue versato”, oltre che riferirsi alla passione di Gesù, ci mette di fronte alla nostra situazione umana, alle nostre malattie, alle nostre sofferenze; ci ricorda soprattutto, però, che quel “sangue” è Gesù stesso in persona che diventa nostro gusto, nostro sapore, nostra gioia di vivere: è Lui infatti che con la sua presenza dentro di noi, ci infonde vitalità, entusiasmo, serenità, vita pura, e soprattutto il suo amore.
Vivere nell’intimità divina, in stretta unione con Gesù, nostra Vite, vuol dire per noi “tralci” segregarci dalle cose futili della quotidianità, rifugiarci nel silenzio della nostra anima, lasciarci inebriare dalla Sua presenza, agevolare in noi la trasfusione della Sua forza, della Sua potenza, del Suo amore.
Chi rimane insensibile a tutto ciò, è a dir poco un rinunciatario, uno che non sa “vivere”, uno che quando piove preferisce stupidamente starsene all’aperto e bagnarsi, piuttosto che entrare in “casa” sua! Come può pensare infatti di entrare in intimità con Dio, chi si rifiuta a priori di entrare in intimità con sé stesso? Per entrare in autentica unione con Lui non basta andare in chiesa e riempirlo di parole, di promesse, di chiacchiere, di preghiere biascicate: bisogna lasciarsi compenetrare dalla sua presenza, in una silenziosa, adorante, disposizione spirituale dell’anima! Sono troppi quelli che purtroppo parlano “a Dio” ma non “con Dio”. Sono troppi quelli che quando sono in chiesa, quando sono davanti a Dio, quando pregano, quando cantano, quando celebrano, non provano più alcuna emozione interiore, nessun trasporto spirituale, nessuno slancio; persone che non si commuovono più di fronte alle parole di Gesù; che non si lasciano coinvolgere in ciò che fanno; che non provano l’ebbrezza del canto o l’intima e preziosa sonorità del silenzio. Persone, insomma, che hanno solo paura di Dio, hanno soggezione di Lui, non vogliono aprirsi; persone che in cambio, nella loro mediocrità, diventano logorroiche, lo subissano di vuote parole, piuttosto che di prove tangibili di amore. Sono troppe le persone che parlano agli altri dell’amore di Dio, che invitano tutti ad amarlo, ma lo fanno soltanto con la voce, con la bocca, perché il loro cuore è arido, insensibile; la loro vita lascia trasparire solo tristezza, amarezza, fallimenti, sconfitte, rimorsi. Non è così che dimostriamo di “amare Dio”. Non è questo l’amore che Dio vuole da noi, non è questa la felicità che ha pensato per noi: Egli al contrario, per noi, ha creato il sole, le stelle, le bellezze della natura, la vita, il mondo intero; soprattutto ci ha donato il suo amore, perché lo gustassimo, lo assaporassimo, ci saziassimo con esso il cuore e l’anima.
Gesù dice: “Rimanete in me”. E ce lo ripete continuamente, quasi ossessivamente, perché dobbiamo coglierne il pieno significato. È importantissimo, perché in questo “rimanere in Lui” c’è tutto il segreto della vita felice: poter cioè anticipare, già in questa vita, quella felicità futura che ci è stata promessa per quando lo vedremo “così come egli è” (1Gv 3,2).
I ragazzi di oggi, a chi è visibilmente distratto, chiedono perentoriamente: “Sei connesso o no?”. Ebbene, chiediamocelo anche noi: il nostro cuore, il nostro cervello, la nostra anima, sono sempre “connessi” con Lui? Guai a noi se chiudiamo questo contatto, guai a noi se stacchiamo la spina, perché, ci dice oggi Gesù, “senza di me, voi non potete far nulla”: non dimentichiamo mai questa verità, perché Lui è l’unico canale che ci trasmette linfa, forza, vita, amore, felicità. Amen.

 

  

sabato 20 aprile 2024

21 Aprile 2024 – IV DOMENICA DI PASQUA


Gv 10,11-18 
In quel tempo, Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».

Giovanni, nel vangelo di oggi, ci presenta Gesù che si definisce “buon pastore”. Non un pastore qualunque, ma “ò poimèn ò kalòs”, come dice il testo greco: “il pastore quello bello, quello buono”.
E si sofferma a descrivere quelle che sono alcune delle caratteristiche particolari di questo pastore buono: non solo guida le pecore, si prende cura di loro, ma le conosce per nome, una per una; le difende dai pericoli, le protegge dai lupi; se si perdono, va a cercarle fino a quando non le ritrova; le ama talmente, da dare per loro la propria vita.
Un pastore, dunque, decisamente agli antipodi rispetto al mercenario: a colui cioè che lo fa per lavoro, per soldi, per interesse, per guadagno. Al mercenario non interessa il bene delle pecore, ma unicamente il proprio, egli guarda soltanto il proprio tornaconto, a ciò che può guadagnare da esse. Egli non le ama, ma si serve di esse, le utilizza, sono una merce di scambio.
Un po’ come ci comportiamo oggi anche noi “cristiani”, immersi in una società che di cristiano ha ben poco: in una società del benessere in cui ciascuno non dispone mai di un po’ di tempo per pensare concretamente al prossimo, per aiutare i più bisognosi, per prodigarsi a favore dei fratelli più deboli. Siamo circondati da gente che usa e abusa del prossimo: governanti, politici, datori di lavoro, amici, colleghi, noi stessi: siamo tutti indistintamente “pastori” che cercano di trarre dalle “pecore” un utile personale; dimostriamo loro attenzione soltanto se la pensano come noi, se sono mansuete, accomodanti, se ci obbediscono, se non creano problemi, se sono produttive. E poi? Più nulla.
Certamente non siamo dei “buoni” pastori: non nutriamo vero amore, siamo autoritari, presuntuosi, egocentrici, il nostro interesse primario è una smodata affermazione personale.
Quando invece l’intera umanità, noi per primi, sentiamo l’assoluto bisogno di “buoni” pastori: di persone che ci siano vicine, che ci diano fiducia, che ci offrano la certezza dell’accoglienza, di essere benvoluti, amati, ascoltati, al di là di ciò che facciamo o di ciò che siamo. Persone alle quali poter dire: “So che se non mi abbandonerai mai: sia nella buona che nella cattiva sorte, tu sarai sempre con me”. Persone insomma che ci rassicurino, ci tranquillizzino; pastori veri, pastori “buoni”, che trabocchino di carità e regalino amore sull’esempio di Gesù.
Sono questi insomma i pastori che desideriamo costantemente al nostro fianco: in particolare per adeguarci a loro, per imitarli, per immedesimarci in loro; perché anche noi abbiamo il nostro piccolo gregge da accudire: anche noi siamo “pastori”: anzi lo siamo doppiamente, sia nei confronti di noi stessi, che nei confronti dei nostri fratelli.
Siamo pastori di noi stessi, perché raccolte nel recinto della nostra anima, della nostra mente, abbiamo molte “pecore” da accudire: sono le nostre emozioni, le nostre paure, le nostre aspirazioni, gli ideali della nostra vita, i richiami della nostra coscienza, i nostri propositi, le nostre necessità spirituali. Come dobbiamo comportarci con queste “pecore”? Noi le conosciamo bene, le sentiamo nostre, in genere ci teniamo ad esse. Cerchiamo anche di riservare una maggiore attenzione alle “malate”, a quelle che strada facendo si sono ferite.
Per essere però degli autentici “pastori”, per meritare pienamente il titolo di “buoni”, non dobbiamo mai lasciarci condizionare dall’orgoglio, non dobbiamo mai “pretendere”, essere duri, testardi, esigere da noi stessi l’inarrivabile; al contrario dobbiamo essere umili, riconoscere i nostri errori e porvi immediato rimedio, non smettere mai di “cercarci” quando ci perdiamo, percorrere sempre la strada maestra, quella sicura, per condurre questo nostro “gregge” al recinto sicuro della pace.
Tutto ciò che prende forma nella nostra mente e che vive in noi, ha bisogno di cura, di amore, di protezione, di dedizione; non ogni tanto, ma di continuo, ogni giorno. Raggiungere un controllo maturo delle nostre “pecore”, diventare fedeli, rispettosi dei nostri principi, precettori coscienziosi di noi stessi, richiede tempo, applicazione, costanza. “Quanto ci vorrà?” È la classica domanda che puntualmente ci poniamo nell’affrontare qualcosa di impegnativo: non lo sappiamo; ci vorrà tutto il tempo che ci vorrà! Risolvere tutto velocemente, il più in fretta possibile, significa non affrontare correttamente il problema, equivale a cercare un risultato di comodo, un compromesso, un rimedio, soprattutto una risposta, che potrebbe poi rivelarsi deleteria per la nostra vita.
Quello di condurre, di guidare saggiamente quella miriade di “pecore” che escono quotidianamente dal recinto della nostra mente, è ovviamente un compito invisibile all’esterno, ma non per questo meno fondamentale, poiché si tratta di un “gregge” che inevitabilmente si proietta, si materializza all’esterno.
L’importanza del nostro essere dei “buoni pastori” in questo nostro compito nascosto è infatti strettamente correlato con la nostra seconda identità di pastori, quella che ci impegna all’esterno, che ci qualifica immediatamente per come ci comportiamo nei confronti di un altro nostro gregge, di quelle “pecore” cioè che si identificano come nostro prossimo, nostri fratelli, “pecore” che vivono materialmente la nostra stessa esistenza, che ci stanno sempre vicine, oppure che incontriamo saltuariamente: pecore con le quali dobbiamo relazionarci materialmente, pecore che meritano tutta la nostra attenzione, la nostra carità, la nostra dedizione: soprattutto, pecore che non dobbiamo “usare”, non dobbiamo “gestire”, non dobbiamo umiliare; pecore che al contrario, proprio nel nostro ruolo di pastori, guide, maestri, genitori, leader, dobbiamo “servire” con la massima attenzione e cura: perché sono tutte “creature” speciali, che Dio ci ha affidato come compagne di percorso: sono insomma quelle “pecore” che costituiscono il nostro “capitale umano”.
A questo proposito, essere in particolare dei “buoni pastori” significa anche non scaricare su di esse i nostri malumori, le nostre manie, le nostre fissazioni, non imporre le nostre vedute; significa non abusare della nostra autorità, non far pesare le nostre richieste; significa non svilirle, non disprezzarle considerandole degli oggetti, degli “utensili” da usare, delle “macchine” a nostro servizio, privandole di ogni loro dignità personale.
Quante “pecore” purtroppo vivono in balia dei capricci dei loro “pastori”! Quante devono fare i conti con la loro aggressività, con la loro violenza, con i loro comportamenti assolutamente negativi, immorali, inumani, che generano dolore, ansia, insicurezza, smarrimento.
Il “buon pastore”, al contrario, trasmette stima, crea serenità, fiducia, gioia; egli crede nelle proprie pecore; è convinto che in ognuna di esse ci siano germogli di bontà: “Io credo in te perché sei importante, sei una creatura di Dio, sento che tu vali”. Per questo egli vuol conoscere personalmente una ad una le proprie pecore: vuole valorizzarle singolarmente, perché nessuna è uguale all’altra: egli sa infatti che dirigerle, guidarle, significa stimolarle, incoraggiarle, spronarle nella loro personale creatività, aiutarle a tirar fuori il meglio da loro stesse.
Essere “buon pastore”, in una parola, significa amare le proprie pecore. Dove amare, come insegna Gesù, sta per servire: mettersi cioè al servizio delle loro possibilità, delle loro necessità, ponendo in secondo piano la propria volontà. “Servire” non è assolutamente “asservire”, termine simile, ma che significa l’esatto contrario; poiché indica un comportamento inaccettabile in un buon pastore, come sottomettere, assoggettare, conquistare, dominare gli altri.
Anche qui però bisogna fare attenzione, perché questa importante “apertura” verso l’altro, questa sensibilità, questa bontà, non va assolutizzata indiscriminatamente: non deve cioè “condizionare” sistematicamente il pastore, non deve influenzare a priori ogni sua valutazione. Egli deve sempre rimanere neutrale, libero, per decidere con equità, con imparzialità; chi comanda, chi dirige non può assecondare passivamente ogni velleità, ogni capriccio delle persone affidate alle sue cure, soprattutto se sono minori. Se c’è da dire un “no”, se c’è da correggere, se c’è da puntare i piedi per riprendere una “pecorella” finita fuori strada, va fatto nella carità ma con mano ferma, senza esitazioni o ripensamenti. Il capo, l’educatore, non deve temere il loro rifiuto, non deve temere di deludere, e soprattutto non deve prestarsi a ricatti psicologici.
Ci sono genitori letteralmente in balia dei figli. Non riescono a dire “no”. Non sanno tenere un punto fermo. Madre e padre per assecondarli finiscono per mettersi l’una contro l’altro: con il risultato che in genere l’una, la madre, per lo più disponibile al “sì”, è la buona; l’altro, il padre, propendendo per il “no”, è il “solito” cattivo. In questo modo, però, si finisce col permettere al figlio di averla sempre vinta, di comportarsi come vuole, diventando col crescere sempre più un tiranno, un despota, un patologico narcisista, che non avrà rispetto per niente e nessuno, convinto di potersi permettere tutto ciò che vuole.
Molti “pastori” confondono la bontà con la debolezza: si guardano bene dal dire un “no” deciso, temendo di offendere, di ferire, di mancare di rispetto, di passare per “senza cuore”. Pensano che deludere talvolta le aspettative, i desideri di qualcuno, equivalga ad averlo in odio, ad essere crudeli nei suoi confronti. Ma non è vero: la delusione, il disappunto, l'irritazione per dei “no” ricevuti, sono posizioni decisamente positive, costruttive, perché obbligano il destinatario a fare delle riflessioni altamente educative, a capire cioè che nella vita non tutto è permesso, non tutto è legittimo; che esistono dei limiti, delle condizioni, dei paletti da rispettare; che la convivenza umana, la morale, la coscienza, impongono delle restrizioni, dei “no” precisi, che non consentono a nessuno di fare ciò che si vuole.
D’altro canto però, i “pastori” non devono neppure “maramaldeggiare”: non devono cioè infierire per principio, per partito preso, sui loro sottoposti, opponendo sistematicamente, sadicamente, un netto rifiuto ad ogni loro iniziativa: perché anche questo è sbagliato, è altrettanto diseducativo; est modus in rebus, diceva Orazio: ogni cosa ha una sua misura, un suo modo ottimale per affrontarla; non bisogna mai scegliere gli eccessi, il rigore preconcetto, perché, pur trovandosi nel giusto, colui che comanda senza amore, senza carità, finisce col perdere la propria autorevolezza, col diventare un burbero fantoccio che difficilmente otterrà ciò che chiede.
Il buon “pastore” sta sempre davanti, perché deve condurre gli altri (in greco agaghèin, da àgo, portare, precedere, guidare): deve cioè percorrere la loro stessa strada, deve dare il buon esempio, senza urlare ordini in continuazione, ma indicando con i suoi passi la direzione più agevole e sicura da seguire: convinto che le regole del reciproco rispetto, dell’amore, della comprensione, sono le stesse, sia per chi precede che per chi segue, sia per i pastori che per le pecore. Amen.

  

giovedì 11 aprile 2024

14 Aprile 2024 – III DOMENICA DI PASQUA


Lc 24,35-48 
In quel tempo, [i due discepoli che erano ritornati da Emmaus] narravano [agli Undici e a quelli che erano con loro] ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto [Gesù] nello spezzare il pane. Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro. Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni».

I due discepoli di Emmaus tornano dalla loro incredibile esperienza e raccontano di come abbiano incontrato Gesù sulla strada del ritorno a casa; anche Pietro racconta entusiasta il suo incontro con il Signore: ciò nonostante, quando Gesù si presenta a tutto il gruppo riunito insieme, essi rimangono dubbiosi, meravigliati, senza parole. Cosa significa? 
È chiaro: come abbiamo detto domenica scorsa, l’esperienza del Signore Risorto, cioè vederlo, sentirlo vivo, presente nella vita, è un’esperienza che ciascuno deve fare personalmente. Gesù infatti dice: “Toccatemi, guardate le mie mani, i miei piedi”. Per sincerarsi che davvero Gesù sia lì davanti a loro, che sia vivo, che si muova, parli, agisca, non basta infatti ai discepoli “guardarlo”: per averne la certezza, è necessario “toccarlo”, palparlo, uscire allo scoperto, lasciarsi coinvolgere, e questo lo possono fare solo individualmente, non in gruppo.
E ciò vale anche per noi: non ci basta il racconto degli altri; non ci basta andare in chiesa, non ci basta che altri credano e abbiano rivoluzionato la loro esistenza; non ci basta conoscere persone che, grazie alla loro fede, sono guarite dalle malattie; non ci basta scoprire la felicità negli occhi di quanti vivono una fede convinta, sincera, dopo averlo incontrato sulla loro strada. Nulla può indurci a credere veramente, se non ci decidiamo a “toccare” Dio con le nostre “mani”, a lasciarci sconvolgere intimamente dalle sue Parole; soltanto se gli permetteremo di rivoluzionare la nostra mente, di scuotere la nostra vita, le nostre certezze, riusciremo a capire che Lui è veramente il Dio “vivo”, solo allora arriveremo a “credergli” convintamente; perché la vera fede è incontro, prova, esperienza, dedizione, fiducia: se non riusciamo a conquistare questo dono, continueremo a dibatterci invano tra assurde ipotesi, inattuabili possibilità, inutili dubbi.
Sì, perché se nella nostra ricerca ci lasciamo irretire dai dubbi, dalla diffidenza, dall’orgoglio, se ci costringiamo a rifiutare per principio qualunque soluzione spirituale, qualunque coinvolgimento personale, la nostra vita continuerà a trascinarsi nell’angoscia, nell’incertezza, nella paura di scoprire quella che è la verità di Dio.
Anche gli apostoli, come ci documenta il vangelo di oggi, dimostrano apertamente la loro ritrosia nel credere alla risurrezione: non credono agli amici che hanno visto Gesù; non credono alla Maddalena, non credono a Gesù stesso, pur avendolo lì, davanti ai loro occhi; non gli credono neppure dopo aver visto le sue ferite e aver mangiato nuovamente con lui; fanno fatica a credergli anche quando Gesù, dati alla mano, spiega loro dettagliatamente che tutto quanto gli è accaduto pochi giorni prima, era puntualmente previsto negli Scritti dei loro Padri.
La fede autentica, totale, sincera, è per tutti un traguardo impegnativo, un cammino spirituale che procede per gradi, a piccoli passi, che richiede un’aperta disponibilità, una lenta e faticosa maturazione.
Noi invece preferiremmo un intervento divino fulmineo, scenografico, come quello che ha disarcionato Paolo sulla via di Damasco; noi, cristiani del consumismo, siamo quelli del “tutto e subito”, del “detto e fatto”, del “cotto e mangiato”. Siamo abituati con la TV o il computer: basta un semplice pulsante, un telecomando, e tutto è risolto, tutto lo scibile viene prontamente esibito, ogni nostro dubbio ottiene risposta. Ma con Dio non funziona così! La strada che ci porta a Lui si concretizza lentamente, gradualmente, necessita di silenzio, di raccoglimento, di tempi e modalità particolari. Tutto avviene con pazienza, con dedizione, con perseveranza: è esattamente come scalare una parete rocciosa: qualunque nostro movimento verso l’alto richiede dei punti di appoggio validi: dobbiamo cioè essere sicuri che l’ancoraggio successivo a cui affidiamo la nostra vita, sia in grado di sorreggerci, deve darci fiducia, sicurezza, tranquillità.
Soltanto se giorno dopo giorno sapremo superare le difficoltà della nostra scalata spirituale, altrettanto complicata e impegnativa, riusciremo a raggiungere la vetta altissima di Dio, e abbracciare con il cuore e la mente la grandiosità divina del suo amore.
Luca dunque, oltre a descriverci le difficoltà incontrate dagli apostoli per raggiungere la fede nel risorto, ci lascia intuire anche quelle che sono le strategie da seguire, per facilitarci l’incontro con Gesù.
La prima è di ripetere quanto Gesù stesso ha fatto con i discepoli: presentarci cioè a Lui così come siamo, esibendo le prove della nostra di passione: le nostre ferite, le nostre piaghe interiori, i nostri insuccessi, le nostre cadute.
Presentarci a Gesù in questo modo, significa dimostrargli che nonostante le nostre tante debolezze, siamo riusciti a percorrere un piccolo tratto della sua strada, vuol dire documentargli la nostra vita, le nostre azioni, i nostri pensieri, le nostre disfatte, i nostri fallimenti. Molti cristiani, spossati, sfiniti, scoraggiati dai loro insuccessi, pensano che “non ci sia più niente da fare, che il traguardo sia ormai compromesso, inavvicinabile. Ma non è vero! Gesù ci ha insegnato che dobbiamo superare qualunque difficoltà, dobbiamo insistere, non dobbiamo mai, in nessun caso, “abbandonare l’aratro”, ma guardare sempre avanti, con la costanza e la fiducia di chi sa di non essere solo, perché Dio è sempre al nostro fianco, pronto a correre in nostro aiuto. Non immaginiamo neppure come le cose cambierebbero, se solo ci fidassimo di Dio, se solo mettessimo nelle sue le nostre mani ferite, quando ci sentiamo incapaci di realizzare, di costruire, di fare qualcosa: improvvisamente diventerebbero mani forti, gloriose, risorte, guarite, con le quali poter nuovamente produrre, creare, realizzare. Se mettessimo il nostro cuore ferito in quello trafitto del Risorto, guariremmo immediatamente, e potremmo condividere con gli altri una vita nuova, più intensa, più luminosa.
Il secondo modo per incontrare Gesù è di donare noi stessi agli altri, praticando la carità, l’amore, la comprensione. È nell’apertura verso i fratelli, che potremo sentire chiaramente la presenza di Cristo vivo, di percepirlo in maniera forte. Solo se ci apriremo al prossimo, se lo accoglieremo nella carità, ci sentiremo anche noi accolti e amati; sentiremo nuovamente la gioia della vita pulsare dentro di noi, ci sentiremo nuovamente forti, potenti, fiduciosi, in ciò che facciamo. “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome io sono in mezzo a loro”: ebbene, noi ogni settimana abbiamo la possibilità di fare questa “comunità” con i fratelli, celebrando l’Eucarestia, la nostra Pasqua domenicale. È lì, infatti, che le nostre anime possono riconoscersi, unirsi, incontrarsi, per “incontralo” nella partecipazione, nella lode, nella preghiera, nel ringraziamento. È lì che abbiamo la chiara percezione della presenza di Dio: perché Lui è proprio lì, in mezzo a noi, con noi. Ed è da lì, da questo incontro, che usciremo fortificati, come i discepoli, pronti per testimoniarlo al mondo intero.
La terza strada per incontrare il Risorto è lo studio, la meditazione del Vangelo. È lì che Gesù ci spiega la sua vicenda, cos’è successo, cos’è accaduto. Noi dobbiamo capire la nostra storia, da dove veniamo, dove siamo diretti; abbiamo bisogno di individuare quel filo rosso che lega noi, le nostre giornate, la nostra vita, con Dio, con la Vita, perché solo così possiamo dare alla nostra esistenza, un significato, un senso, un legame col soprannaturale, col divino: solo così possiamo fare realmente esperienza del Signore Risorto, scoprendo che nulla avviene per caso, che tutto ciò che ci riguarda ha un senso ben preciso, che ogni nuova situazione che affrontiamo ha sempre qualcosa da dirci: e capiremo che, avendo Dio come obiettivo finale, qualunque sacrificio, qualunque difficoltà, qualunque imprevisto, è affrontabile e superabile.
Per questo, noi cristiani abbiamo un bisogno radicale, assoluto, di conoscere, capire, vivere, il Vangelo e la Bibbia, perché come diceva S. Girolamo: “L’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo”. Purtroppo la società moderna globalizzata è totalmente indifferente a ciò: una situazione quantomai deleteria, perché la gente ha bisogno di conoscere Dio, di credere in Gesù, nel suo vangelo, piuttosto che nella magia, negli amuleti, nelle superstizioni, negli esibizionismi religiosi, giustificandosi con un insignificante “così fan tutti”: l’umanità intera deve credere convinta, deve aderire a Cristo, con l’anima e il cuore; noi cristiani, dobbiamo insomma essere tutti orgogliosi della nostra fede cattolica, di appartenere alla Chiesa di Cristo.
Anche se in questi ultimi anni, proprio al suo interno, si sono distinti pastori che, consacrati per trasmettere al mondo l’autentico messaggio divino e per confermare nella fede i fratelli, hanno invece provveduto a manipolarlo, travisarlo, umiliarlo, assecondando le ideologie di una società corrotta. Purtroppo capita spesso di ricevere, per questo, espressioni di scherno e di commiserazione da parte dei non credenti: “ma tu credi ancora al Dio dei preti? Non ti accorgi che le loro prediche sulla misericordia, sulla carità, sul perdono, vengono apertamente contraddette dai loro comportamenti autoreferenziali, astiosi, vendicativi?”.
Ebbene, non lasciamoci irretire in tali provocazioni: rivolgiamo invece le nostre preghiere a Dio per quanti sono venuti meno ai loro doveri di pastori.
Non solo: ma dobbiamo pregare Dio soprattutto per noi, perché ci aiuti ad essere noi, con la nostra vita, una sincera “lettura vivente” del suo Vangelo, convinti che dalla falsità, dall’ambiguità, dalla disonestà, dall’ignoranza, non potrà mai uscire nulla di caritatevole, di gradito a Dio. Solo la sua Verità assoluta ci rende liberi, anche se talvolta per ottenerla, dobbiamo affrontare difficoltà, dispiaceri, delusioni. Una realtà però ci consola, ci aiuta, ci sorregge nel nostro cammino: ogni volta che ci avviciniamo personalmente a Gesù, ogni volta che ascoltiamo le sue Parole, ogni volta che leggiamo e meditiamo il suo Vangelo, Lui riesce sempre ad infiammarci l’anima, ad appassionarci profondamente, a riscaldarci il cuore: perché il suo Vangelo, non è semplicemente un testo da leggere, ma una persona viva e palpitante che ci parla: è un Maestro indulgente, benevolo ma esigente; un Padre paziente che desidera abbracciare i suoi figli, un Dio tutto misericordia e amore, che si aspetta da essi di essere riamato con gioia. Amen.

  

giovedì 4 aprile 2024

07 Aprile 2024 – II DOMENICA DI PASQUA


Gv 20,19-31 
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

Il vangelo di oggi descrive due apparizioni di Gesù ai discepoli rinchiusi nel cenacolo. Nella prima, avvenuta in assenza di Tommaso, Egli lascia intuire le conseguenze del “vedere” il Signore nella propria vita; nella seconda, alla presenza di Tommaso, fa capire che “vedere” il Signore è un fatto strettamente riservato, personale: nessuno infatti può in alcun modo sostituirci nel toccarlo, sentirlo, viverlo, sperimentarlo dentro di noi: è una esperienza intima, che ciascuno deve fare personalmente. 
I discepoli, dopo la morte di Gesù, pensando che: “Se hanno ucciso Lui, sicuramente uccideranno anche a noi!”, si sono barricati nel cenacolo. Vivono le giornate in preda al panico, segregati da tutti, a porte sprangate. Quelle “porte chiuse”, in un simile contesto, sembrano indicare il loro stato d’animo: non vogliono più saperne di Gesù, hanno paura, vogliono dimenticare tutto, vogliono tornare alla loro quotidianità, alla vita di prima.
Certo, in precedenza hanno sperimentato giorni indimenticabili con Gesù: sono arrivati anche a credergli, a seguirlo con entusiasmo, ma la tragedia delle ultime ore ha infranto ogni loro sogno: l’unica possibilità è quella di rinunciare a tutto e di tornare nella tranquillità dell’anonimato.
La paura è un sentimento irrazionale che costringe spesso l’uomo a fare scelte estreme: è infatti per paura che talvolta anche noi voltiamo le spalle a Dio, alla nostra fede: non ce l'abbiamo con Lui, anzi vorremmo che rimanesse nel nostro cuore, vorremmo conoscerlo a fondo; sappiamo bene che non è un nemico, che non vuole ucciderci, condannarci, o farci del male; ma nel nostro animo proviamo comunque una gran paura: paura in particolare di “aprirgli le porte” dell’anima, paura per quello che potrebbe trovare dentro di noi, paura di sentirci rinfacciare la perdita dell’entusiasmo iniziale, l’abbandono dei nostri doveri, delle nostre promesse; paura di finir sbugiardati per i nostri ridicoli travestimenti, per la nostra ipocrisia, per la nostra ambiguità, per i nostri grandiosi progetti fondati sul nulla.
Gli eventi del vangelo di oggi, al contrario, ci assicurano che il nostro Dio non incute terrore: è un Dio che non vuole mettere nessuno con le spalle al muro. Anzi, incontrarlo, è per tutti di vitale importanza, un evento assolutamente necessario, indispensabile: significa scuoterci dal nostro immobilismo, dalla nostra apatia, dal nostro nasconderci; significa rinunciare alla nostra mentalità egoistica, costruire l’esistenza sull’autenticità, scegliere solo il bene, ciò che è costruttivo, efficace, anche se costa, anche se è impegnativo, se talvolta doloroso, imbarazzante: perché significa togliere i “paletti” di protezione del nostro “ego”, significa aprire ogni serratura, spalancare tutte le porte; significa farlo entrare nelle nostre “segrete”, nella zona tenebrosa della nostra falsità, della presunzione, dell’orgoglio, dell'ignoranza, dell’inganno: in una parola nella notte fonda della nostra anima, mettendoci completamente nelle Sue mani e accettare ogni Sua iniziativa.
Tommaso non è presente a questa prima apparizione: come a dire che non è ancora pronto ad incontrare Gesù: resiste, è dubbioso, nell’incertezza non vuole aprire il suo cuore a nessuno.
Ma quando Gesù entra per la seconda volta nel cenacolo e davanti a lui ripete: “Pace a voi!”, tutte le sue resistenze cadono. Si rende conto che Egli non inveisce, non rimprovera, non biasima nessuno: al contrario augura pace a tutti, a ciascuno, un saluto estremamente rassicurante: “Stai tranquillo, non ti preoccupare, non ti spaventare, ci sono io, non temere, non aver paura”. E questa volta, rivolto solo a lui, mostrandogli le ferite, dice “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani… non essere incredulo, ma credente!”. 
Perché in questo incontro Gesù mette in evidenza le sue ferite? Di fronte allo scetticismo di Tommaso, non sarebbe stato più credibile, più perentorio, più scenografico dimostrare in maniera eclatante la sua potenza, la sua gloria, la sua divinità, la sua vittoria strepitosa sulla morte, piuttosto che abbassarsi a documentare la sua identità con le prove della passione, assecondando le pretestuose condizioni di un povero diffidente?
Per una ragione fondamentale: la fede cristiana, fin dal suo esordio, doveva avere come riferimento non un Dio inavvicinabile, scontroso, incomunicabile, isolato nella sua gloria, nella potenza della sua maestosità, ma un Dio umile, rivestito di “umanità”, morto crocifisso; che per redimere l’uomo, per restituirgli la dignità perduta, ha “svuotato sé stesso”, ha rinunciato cioè alla sua divinità, assumendo la natura umana con tutti i limiti e le sue debolezze; che per amore ha accettato il patibolo della croce, sopportandone “fino alla fine” le estreme e strazianti sofferenze.
È questo il motivo per cui Gesù si presenta agli uomini senza alcuna ostentazione di potenza, senza i fasti della sua maestosità, senza i trofei delle sue vittorie, ma esibendo umilmente, amorevolmente, le sue piaghe, le sue mani forate dai chiodi, il suo cuore trafitto dalla lancia. Egli si presenta con i segni della sua passione, per rassicurare, per confortare, per accogliere e alleviare il dolore umano, per incontrare, da pari, l’umanità sofferente: Egli, alle piaghe inflittegli dalla malvagità umana, contrappone l’amore premuroso di un Padre che vuole eliminare dai suoi figli ciò che è male, che è doloroso, che impedisce loro di vivere, di crescere, di camminare spediti e liberi al suo seguito.
Chiunque ha avuto personalmente la fortuna di incontrarlo sulla propria “via dolorosa”, non può che riconoscere questa verità: “È vero, mio Dio, avevo veramente bisogno di te: al tuo sguardo le mie ferite sanguinanti sono completamente scomparse. Il tuo amore mi ha ridato vita: l’unico mio rammarico è di non averti incontrato prima!”.
Purtroppo tanti, troppi cristiani continuano a tenere Dio fuori dalla loro porta, preferendo vivere scioccamente da invalidi, con le loro ferite doloranti, le loro piaghe purulente. La loro è una vita non-vita, carica di angoscia, di rabbia, di dolore, di lacrime, di disperazione. Anche se all’esterno non traspare nulla, anche se dal di fuori tutto sembra assolutamente normale, nel loro intimo sono dominati dalla paura, dal sospetto, dalla solitudine. Non si fidano di Gesù, non vogliono ascoltare le sue parole, ignorano il suo invito, la sua amicizia, il suo aiuto: “Non temere, lo so che hai una paura folle, lo so che ti sei sbarrato in te stesso e non vuoi che io entri, ma fidati, fammi entrare nella tua paura, nei tuoi spazi ermeticamente chiusi; stai tranquillo, io vengo per offrirti soltanto amore e pace!”.
La nascita e lo sviluppo della nostra fede, come tutto ciò che ci riguarda, sono legati alle nostre personali esperienze. Il percorso che fanno gli altri, le prove che incontrano, non incidono sulla nostra crescita spirituale; sapere come gli altri abbiano incontrato la fede è sicuramente istruttivo, ma del tutto irrilevante per il nostro percorso: perché è fondamentale, essenziale, che siamo noi stessi, personalmente, ad incontrare Dio: un incontro che si rivelerà oltretutto coinvolgente, bruciante, decisivo, al punto da farci esclamare con Giobbe: “Io ti conoscevo per sentito dire, o Dio, ma ora i miei occhi ti vedono…” (Gb 42,4). Ecco: le esperienze altrui, le testimonianze, i santi, la fede degli altri, non bastano: incontrare Dio è una nostra esclusiva esperienza. Che poi, ad essere concreti, non è che ciò sia un’esperienza impossibile.
Quando alla domenica andiamo in chiesa per l’Eucaristia, non andiamo forse per incontrarlo? Non andiamo per alimentare la nostra relazione d'amore, per stare un po’ con Lui, per “vedere” il nostro Amore? Altrimenti che ci andiamo a fare!
Molte persone dicono: “Io a Messa ci vado solo quando ho tempo, quando ne ho voglia, quando non ho niente da fare”. Errore! Esprimersi così è sbagliato, da “ignoranti”: perché quando amiamo veramente qualcuno, la cosa più importante che desideriamo è di vederlo sempre, continuamente. Una relazione d’amore ha bisogno di vicinanza continua, di incontrarsi, di vedersi, di conoscersi: ha bisogno di intimità, altrimenti che amore è?
Tante altre persone, invece, ci vanno in chiesa: ma non ci stanno con il cuore, con l'anima; non cantano, non pregano, non ascoltano la Parola di Dio; non partecipano, non si lasciano coinvolgere; sono sordi, disinteressati, chiusi nella loro indifferenza: esserci o non esserci per loro è la stessa cosa. In questo modo però è impossibile qualunque intimità con Dio, qualunque incontro, qualunque relazione. È come andare a far visita ad una persona amata e non parlarle, stare ammutoliti, immusoniti, non interessarsi a lei. Che amore è? Che rapporto è?
Allora, ogni volta che ci raduniamo nel nostro “cenacolo”, nelle nostre chiese, consapevoli di essere degli innamorati fedifraghi, comportiamoci da peccatori pentiti: mostriamo al Signore le nostre “ferite”: inosservanze, incomprensioni, egoismi, liti, giudizi maligni, relazioni sbagliate; ferite doloranti da cui sentiamo il bisogno di guarire, di disintossicarci: mettiamoci umilmente ai piedi di Gesù, entriamo un istante in noi stessi, chiudiamo gli occhi e ascoltiamo la sua voce dolce e suadente: “Pace a te; non aver paura; ci sono io, sta’ tranquillo”.
Mostriamogli anche noi il “costato trafitto”, le ferite profonde del nostro cuore, del nostro io, della nostra dignità, del nostro onore, dell’essere rifiutati dagli altri, traditi, incompresi, umiliati, evitati. Sono sensazioni amare che corrodono la vita, ci destabilizzano, ci umiliano: l’aver fallito nella vita, nel matrimonio, nel lavoro, nell'educazione dei figli; l’aver umiliato, usato, ingannato il prossimo; l’essere superficiali, trasgressivi, incuranti di migliorare, di maturare spiritualmente. Offriamole, tutte queste nostre ferite, proprio perché dolorose, alla misericordia divina. E aspettiamo umilmente il balsamo delle parole di Gesù, cariche di amore, di comprensione, di condivisione: “Pace a te; ci sono io con te, non disperare; fatti coraggio, risorgi, fermati qui un momento a riposare con me. Io ti amo così come sei: posso guarirti, ma solo se anche tu lo vuoi; anche se ti senti debole, insicuro, tu puoi comunque seguirmi, perché non sei solo, saremo insieme, io e te, ad affrontare la strada: stabilisci tu la lunghezza del passo, io non ho fretta, ti aspetto, e se cadi ancora, ti prenderò in braccio. Ti amo e continuerò sempre ad amarti, in qualunque situazione, perché io ho bisogno del tuo amore!”.
Sono parole preziose, importanti, sono di Dio, sono quelle di cui abbiamo bisogno, quelle che ci ridanno pace, fiducia, amore, forza per rialzarci e ripartire rinvigoriti.
Ecco, questo è un nostro semplice, umile, “incontrare” Gesù: facciamolo ogni domenica; facciamo questa esperienza di risurrezione con Lui, col Risorto. Incontriamolo, assicuriamogli la nostra buona volontà, il nostro amore, la nostra riconoscenza: e diciamogli convintamente che senza di Lui, senza la sua vicinanza, senza il suo aiuto, senza il suo amore, è veramente impossibile vivere. Amen.

  

giovedì 28 marzo 2024

31 Marzo 2024 – PASQUA DI RISURREZIONE DEL SIGNORE


Gv 20,1-9 
Il primo giorno della settimana, Maria di Magdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.

Pasqua è il centro focale della nostra fede cristiana: Cristo è risorto dai morti. 
Una festa però che, in genere, non coinvolge molto la gente. A differenza del Natale. Il Natale è più seducente: un bambino che nasce fa tenerezza a tutti; è una festa che riunisce le famiglie, richiama i parenti, gli amici, lo stare insieme; c’è un anno vecchio che muore, uno nuovo che nasce; un contorno di feste insomma che la gente ama di più.
La Pasqua è più difficile da capire; ci ricorda una tragedia, la crocifissione e la morte di Gesù, seguita dopo tre giorni dalla sua risurrezione, la vittoria sulla morte: ma per quanto la conclusione sia esaltante, ci lascia comunque abbastanza freddi e indifferenti.
Ma cosa significa questa “resurrezione”? È una parola che deriva dal latino “resurrectio” (in greco νστασις) che vuol dire “rialzarsi”: è il movimento di una persona distesa, immobile (morta) che si ri-alza, ritorna cioè a vivere. In pratica avviene un cambiamento di stato, di direzione, dalla morte alla vita.
Storicamente, cos’è successo? Dopo che Gesù venne arrestato e condannato, tutti i suoi discepoli lo abbandonarono e scapparono. Probabilmente se ne tornarono in Galilea, alle loro case. Solo alcune donne, tra cui Maria sua madre, trovarono il coraggio di rimanere ad assisterlo fino alla crocifissione e morte.
I discepoli vissero questa tragedia come un fallimento personale: si sentirono finiti, morti dentro; di fronte agli scherni di quanti li avevano messi in guardia su Gesù: “Come fate a fidarvi di quel pazzo? È un eretico, un senza-Dio!”, dovettero convenire ammettendo la propria sconfitta: “Avevate ragione!”.
Ma poi successe il grande, l’imprevedibile miracolo della resurrezione: quella esperienza con Gesù, che pensavano chiusa per sempre, improvvisamente riacquista tutta la sua attualità: improvvisamente essi cominciano a sentire vivo, potente, dentro di loro quel Gesù che tutti davano per morto: lo sentono nuovamente presente nella loro vita, in maniera inequivocabile, indiscutibile. E come se non bastasse, “lo vedono” chiaramente, senza alcuna possibilità di errore. Quei discepoli che il venerdì santo erano disperati, fuggiti in preda alla paura e al terrore, dopo appena cinquanta giorni sono pronti ad annunciare ovunque Gesù risorto, vivo, Signore del mondo. E per lui finiscono in prigione, per lui vengono derisi, umiliati, percossi; per lui sono pronti a morire, cosa per molti di loro avviene realmente: sono spinti da un fuoco nuovo, inestinguibile, da una nuova forza interiore: nulla potrà mai più fermarli.
Tutto ciò è realmente successo, ne siamo certi: nessuno infatti potrà mai spiegare un cambiamento simile, così repentino, radicale, se non ammettendo l’improvvisa irruzione in loro di una forza soprannaturale. O sono tutti impazziti, o ciò che dicono è vero: “Il Signore è risorto, noi lo abbiamo visto! Il Signore è vivo, lo sentiamo, è dentro di noi, vive in noi, è con noi!”.
Ripercorriamo dunque l’esperienza di quella domenica mattina vissuta dai due discepoli Pietro e Giovanni: quest’ultimo, che era stato anche testimone oculare della morte e sepoltura di Gesù, ce ne descrive minuziosamente nel suo vangelo tutti i particolari: Maria Maddalena, recatasi di buon mattino al sepolcro, lo trova aperto e vuoto: preoccupatissima, temendo che qualcuno abbia trafugato il corpo di Gesù, si reca immediatamente dai discepoli, e li sollecita a correre per verificare quanto accaduto: i due col cuore in gola affrontano velocemente il percorso che li separa dal luogo della sepoltura; Giovanni, più giovane e più veloce, precede Pietro ma non entra; aspetta che anch’egli arrivi per dargli la precedenza: Pietro quindi entra per primo, ma non “vede”: chi “vede” è lui, Giovanni. È chiaro che qui “vedere” significa “credere”. Pietro, infatti, nel vangelo è sempre colui che vuol “vedere” con la testa (Cefa), con il raziocinio; Giovanni, invece, “quello che Gesù amava”, è guidato dall’amore, dall’intuizione, dal sentimento. Entrambi, sia la “mente” che il “cuore” poi crederanno: mentre però la mente cerca di controllare i sentimenti, di contenerli, di verificarne i contenuti, il cuore si apre immediatamente all’onda d’urto travolgente, incontenibile dei sentimenti: la mente serve per capire, per spiegare, per interpretare, il cuore è l’organo della vita: l’anima, l’amore, lo stupore, la fede, prima di tutto si percepiscono, si “sentono”, si sperimentano: poi la mente “spiega” cos’è successo.
Noi, discepoli di oggi, quando non vogliamo dare spazio alla Vita che c’è in noi, siamo Pietro, la mente, la durezza: vediamo tante meraviglie, ma è come se non vedessimo nulla, perché nulla più ci emoziona. Se però ci lasciamo travolgere dalla fede, quando vediamo e “accettiamo”, quando vediamo e “crediamo”, allora diventiamo immediatamente Giovanni, l’amore, il cuore, il sentimento.
Quando parliamo con una persona cara, guardiamola allora negli occhi, entriamole dentro. Ascoltiamo non tanto le parole che dice, ma le vibrazioni del suo cuore; cogliamo la sua tristezza, il suo slancio, la sua gioia, la sua meraviglia, il suo amore. Quando cantiamo, fermiamoci e ascoltiamo le onde che vibrano dentro di noi; onde che provocano emozioni, che fanno risuonare le corde della nostra anima. Quando siamo in chiesa, facciamo silenzio, mettiamo da parte le nostre preoccupazioni, ascoltiamo il battito del nostro cuore: e allora potremo percepire, forte e chiara, la presenza e la voce di Colui che abita dentro di noi.
Fermiamoci e ascoltiamoci ogni tanto: all’inizio magari sentiremo uscire da noi demoni e mostri; ma se avremo pazienza, col tempo, nella calma, nel raccoglimento, scopriremo dentro di noi una presenza soprannaturale, che si rivelerà essere una sorgente inesauribile di vita e di luce.
Resurrezione è riuscire a cogliere l’invisibile nel visibile: ma ci servono degli “occhi speciali”, gli occhi della fede, quegli occhi che andando oltre i limiti del materiale, riescono a cogliere la realtà del soprannaturale. Con la resurrezione di Gesù, noi affermiamo: “Dio è qui”. Dobbiamo solo cercarlo, scoprirlo, conoscerlo.
Parlando di Maria di Magdala, Giovanni sottolinea un particolare: “si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio”. Apparentemente sembra una contraddizione: se infatti diciamo “di mattino”, lasciamo capire che in quel momento c’è già chiarore, luce, giorno, visibilità”; se invece diciamo “quand’era ancora buio”, sottolineiamo che è ancora “notte, buio, oscurità”: a questo punto, la Maddalena è andata al sepolcro con la luce o con il buio?
In realtà le due espressioni ripropongono perfettamente lo stesso evento: nel cuore di quella donna, in quello dei discepoli, regna ancora il buio più profondo: essi sono immersi nella notte, nell’oscurità profonda, non hanno più stimoli di vita: senza la presenza di Gesù, del loro maestro, non riescono più a pensare ad un loro domani; improvvisamente però quelle tenebre vengono disperse da una Luce abbagliante, dallo splendore sfolgorante della risurrezione: è Gesù, il “Sol invictus”, che restituisce loro la chiara visione della Vita.
Un repentino cambiamento che Giovanni lascia chiaramente intendere: un cambiamento che deve essere di conforto e di particolare insegnamento per noi: perché ogni volta che ci smarriamo, che vediamo nero, che crolliamo in noi stessi pensando di aver raggiunto un punto di non ritorno, è in quel momento che la nostra mente si apre e percepiamo qualcosa di nuovo, di positivo, di qualcosa che sta per nascere; qualcosa che ci pone su di un livello decisamente superiore, che ci offre la possibilità di fare un salto di qualità, di crescita, di decisiva evoluzione: ebbene, quel “qualcosa” che emerge confortante dalle nostre macerie, si chiama “fede”.
Avere fede significa infatti “fidarci” di Dio: credere cioè che quanto di grave, di imprevedibile possa succederci nella vita, non è mai in assoluto un male, un fatto puramente negativo, ma è un’opportunità che Dio, nella sua bontà, ci offre per plasmarci, forgiarci, purificarci, mettendo a nudo le nostre debolezze, i nostri errori. Tutto ciò che ci succede, pertanto, ha sempre un valore positivo, a fin di bene: certo, a volte è doloroso, duro, incomprensibile, per niente piacevole, ma è sempre un invito spiritualmente valido, perché ha lo scopo di rimetterci nella giusta direzione.
Se rimaniamo ad un livello razionale, come è successo per gli apostoli, il venerdì santo diciamo: “Che disastro! Gesù è morto! Tutto è finito!”. Ma se compiamo il “salto” di fede, la domenica di Pasqua esclameremo gioiosi: “Gesù è morto per redimerci, per la nostra salvezza; oggi Lui è risuscitato e continuerà a proteggerci: Dio sia lodato e ringraziato!”.
Dal punto di visto materiale, una crisi è sempre “buio pesto”, è sempre distruttiva, dolorosa, non piace a nessuno, tutti vorremmo evitarla: separarsi definitivamente da una persona cara è sempre molto doloroso; vedere distrutti i progetti di una vita è sconfortante; constatare di aver sbagliato tutto, dopo anni di lavoro e di sacrifici, è destabilizzante. Se però facciamo il salto di qualità, se guardiamo con gli occhi della fede, allora tutto diventa resurrezione, tutto è vita. Qualunque evento grave, per quanto grave sia, per quanto ci sprofondi nel buio più totale, se affrontato con gli occhi della fede, diventa “luce”, diventa vita, forza, conforto, coraggio, diventa resurrezione”.
Ma praticamente, per la nostra vita cristiana, in cosa consiste questo “salto di qualità”? Prima di tutto nell’esercizio della “carità”: non dobbiamo cioè inveire e reagire sempre contro gli altri: se l’esistenza ci chiude qualche porta in faccia, se quanto ci succede è sempre insoddisfacente, gli altri non sono per principio i responsabili di tutto il male del mondo; soprattutto non sono peggiori di noi: sono anch’essi figli dello stesso Padre, sono nostri fratelli; sono soltanto “diversi” da noi, non sono noi: seguono vie di perfezione diverse, hanno tempi di crescita e maturazione diversi: forse noi siamo chiamati a “lavorare” nella Vigna di Dio fin dalla prima ora, loro magari all’ultimo istante: ma tutti indistintamente dobbiamo presentarci a fine giornata davanti allo stesso proprietario, a nostro Signore. Le accuse, le condanne non servono, ci pongono in un ruolo giudiziale che non ci compete, non è il nostro. Dobbiamo invece guardare le cose con occhio sereno, nella loro giusta prospettiva. Dobbiamo cioè vivere i nostri giorni certamente da protagonisti, con entusiasmo, con iniziative sempre nuove, ma dobbiamo farlo sapendo che il “mondo” non è nostro, non ci appartiene; risponde a delle regole che trascendono la nostra comprensione. Dobbiamo imparare a guardare sempre al di là del momento presente, dobbiamo imparare a guardare il “domani”, perché è su di esso che dobbiamo lavorare, perché è in esso che verrà valutato il grado della nostra maturazione. Prima o poi quel “domani” arriverà, e la morte ci chiederà il “consuntivo” del nostro lavoro. Inutile protestare, inutile opporsi: “No, non voglio. Ho ancora troppe cosa da fare qui. Non sono ancora pronto!”. Inutile dimenarsi: non abbiamo appigli sindacali o avvocati del lavoro cui appellarci. Allora capiremo alcune ovvietà: che tutto quello che pensavamo “nostro”, lo abbiamo avuto soltanto in “concessione”, in “affidamento temporaneo”; con nulla siamo nati, con nulla moriremo. Assolutamente soli. Ma se saremo “ricchi” di povertà, di umiltà, di fede, risorgeremo con Dio, nella gloria dei santi. Amen.

  

giovedì 21 marzo 2024

24 Marzo 2024 – DOMENICA DELLE PALME


Mc 14,1-15,47 - 
La passione del Signore (passim...) 
Al mattino, i capi dei sacerdoti, con gli anziani, gli scribi e tutto il sinedrio, dopo aver tenuto consiglio, misero in catene Gesù, lo portarono via e lo consegnarono a Pilato. Pilato gli domandò: «Tu sei il re dei Giudei?». Ed egli rispose: «Tu lo dici» […]. I capi dei sacerdoti lo accusavano di molte cose. […] La folla, che si era radunata, cominciò a chiedere ciò che egli era solito concedere. Pilato rispose loro: «Volete che io rimetta in libertà per voi il re dei Giudei?». Ma i capi dei sacerdoti incitarono la folla perché, piuttosto, egli rimettesse in libertà per loro Barabba. Pilato disse loro di nuovo: «Che cosa volete dunque che io faccia di quello che voi chiamate il re dei Giudei?». Ed essi di nuovo gridarono: «Crocifiggilo!». […] Condussero Gesù al luogo del Golgota, che significa «Luogo del cranio», e gli davano vino mescolato con mirra, ma egli non ne prese. Poi lo crocifissero e si divisero le sue vesti, tirando a sorte su di esse ciò che ognuno avrebbe preso. Erano le nove del mattino quando lo crocifissero. […] Quando fu mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. Alle tre, Gesù gridò a gran voce: «Eloì, Eloì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». […] Ma Gesù, dando un forte grido, spirò. Il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo. Il centurione, che si trovava di fronte a lui, avendolo visto spirare in quel modo, disse: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!». Vi erano anche alcune donne, che osservavano da lontano, tra le quali Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses, e Salome, le quali, quando era in Galilea, lo seguivano e lo servivano, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme. […].

Nel racconto della Passione, riviviamo la storia di un “uomo” perdutamente innamorato di Dio e degli uomini. Un amore “folle” che lo ha portato ad accettare la morte come conseguenza estrema. Tutta la vita di Gesù, uomo-Dio, è stata vissuta con passione, con intensità, amando, piangendo, commovendosi; interessato a chiunque lo avvicinava, acceso ora dall’amore e ora dallo sdegno. Una vita vibrante, appassionata, ricca di tutti i sentimenti che un uomo può provare. Soprattutto una vita di fedeltà: Gesù rimane fedele alla sua vita, al suo amore per l’uomo, per tutto ciò che vive; fedele, in particolare, al suo grande amore per Dio, suo Padre, il quale, è sempre con Lui, al suo fianco, anche quando tutto, alla fine, sembra già finito, quando tutto “è compiuto”.
Il testo della Passione è la storia di quest’uomo fedele a sé stesso, al proprio cuore, innamorato di Dio, suo Padre, e degli uomini in attesa di essere salvati.
Ripercorriamo insieme alcune scene di questo straziante percorso di Gesù, così come ci vengono proposte oggi dal vangelo: in Gesù possiamo anche noi ritrovare la forza per compiere il nostro cammino fino in fondo, per vivere con passione la nostra vita; possiamo rispecchiarci nelle varie situazioni, nei personaggi che vengono coinvolti nel racconto, per capire come noi viviamo la vita di ogni giorno, con quali atteggiamenti, con quale fiducia o paura.
In loro possiamo rivederci, ritrovarci; capire meglio, e più in profondità, la nostra vita. Sono delle immagini profonde, delle icone stampate a fuoco, che vivono in ciascuno di noi, in ogni uomo.

L’unzione di Betania (14, 3-9)
Due giorni prima della crocifissione Gesù partecipa ad una cena a Betania. Una donna gli si accosta e gli unge il capo con unguento prezioso. Non era un gesto insolito, ma si usava, in genere, soltanto in occasioni solenni, anche perché il valore dell’unguento era molto elevato, stimato quasi quanto il salario annuo di un lavoratore. È un gesto di assoluta bontà. Del resto cosa può fare questa donna per Gesù? Nulla. In che modo lo può aiutare? In nessun modo. Può forse attenuare la delusione, l’angoscia per la fine, che Gesù vive in cuor suo? No. Questa donna non può fare proprio nulla: ma può amarlo. E così le sue mani, delicatamente, sfiorano, massaggiano, accarezzano, il capo di Gesù. “Lasciatela stare, lasciatela che mi ami, lasciate che mi conforti, lasciate che si prenda cura di me”. È l’amore! Quando non possiamo fare più nulla, possiamo sempre amare, prenderci cura, assicurare la nostra presenza, stare silenziosamente vicini. Quando non possiamo fare più nulla, non ci rimane che amare: questo è sempre in nostro potere.

Giuda (14, 10-21).
Come è possibile che uno di quelli che seguono Gesù da vicino, che dicono di amarlo, lo abbia tradito? Come è possibile che uno di quelli che per Lui hanno abbandonato tutto, lo abbia consegnato ai nemici? Rimane un mistero. Il Vangelo accenna al denaro. Purtroppo, cosa non si fa per denaro! Per denaro siamo pronti a vendere, a volte, quello che abbiamo di più prezioso, di più caro, di più importante: il nostro cuore, la nostra anima, l’affetto, il nostro tempo. E quando abbiamo perso tutto, cosa ci rimane? Il vuoto! Chi insegue il denaro, le ricchezze, il benessere materiale, finisce spesso come Giuda, che disperato si impicca. Il denaro è una illusione affascinante ma effimera: quando si è convinti di avere tutto, di potere tutto, ci accorgiamo di non avere nulla: non abbiamo amato, non abbiamo vissuto; abbiamo solo inseguito un sogno fatuo, un’apparenza impossibile, un impegno inutile. È la morte.

L’eucarestia (14, 22-25).
Il sinedrio furente ha già deciso di condannare Gesù, proprio quando, durante la cena pasquale, Egli offre la sua vita in dono d’amore e di pace: “Sì, sono io quel pane che viene spezzato per sfamare molti. Voglio che la mia vita sia come il grano che, macinato, diventa alimento, vita, sicurezza per l’umanità. Voglio che dalla mia morte, tutti riacquistino vita. Voglio che la mia carne straziata, il mio sangue versato, la mia vita, diventino forza, alimento, sicurezza, rinascita per l’umanità intera”. Con queste motivazioni Gesù affronta la sua atroce sofferenza. Non gli verrà tolta, né alleviata: nulla percettibilmente cambierà. Ma da quel momento tutto cambierà, tutto sarà diverso: ora tutto è chiaro, tutto acquista un suo significato. Da oggi anche il nostro dolore, le nostre sofferenze acquistano un valore, una loro nobiltà. Ora anche noi sappiamo che per portare frutto, il “seme” deve cadere per terra, deve morire. Cosa poteva donarci di più Gesù? Non ci ha lasciato soltanto belle parole, bei miracoli, bei discorsi: Gesù ha donato sé stesso, ci ha fatto dono del suo immenso amore. Questo è il vertice della vita. Perché l’amore vero è donarsi, sempre, completamente, fino alla fine, senza alcuna riserva. È questo infatti che noi celebriamo in ogni Eucaristia: l’Amore donato. E ogni qualvolta doniamo amore, noi celebriamo una Eucarestia.

Il Getsemani (14, 26-42).
Gesù prega: avrebbe potuto fuggire, ma decide di andare fino in fondo alla sua missione. Non si comporta come se fosse un disperato, abbandonato da Dio, sfiduciato, lontano da suo Padre. Anzi, Gesù lo prega il Padre, c’è molta comunicazione tra lui e suo Padre. Gesù però è terribilmente angosciato per quanto sta per accadergli, ha paura. È l’angoscia per un supplizio che si prospetta terribile; l’angoscia per sentirsi tradito dai suoi amici; la paura di fallire il suo compito: Gesù continua ad essere in comunicazione con Dio, ma nel suo intimo tutte le paure, tutti i mostri contrari si materializzano. Qui, nel Getsemani, la solitudine lo invade. Nessuno dei suoi amici, neanche i più intimi, Pietro, Giacomo e Giovanni, gli rimangono vicini. Dormono, non capiscono, non colgono la profondità, il dramma, la gravità di quanto sta per accadere. Vivono in superficie, addormentati, anestetizzati, talmente presi dalle loro cose, dalle loro miserie, che non “notano” la tragedia che incombe anche su di loro. Come possono dormire, ad essere tranquilli, in simili momenti? Gesù, debilitato nella sua natura umana, moralmente ferito, bisognoso di aiuto, li implora: “State con me; ho paura, so che non potete far nulla, ma almeno vegliate, non lasciatemi solo”. Ma essi dormono: è solo. Nessuno gli è più vicino; nessuno lo comprende; nessuno lo consola.

Il tradimento di Pietro (14, 26.-31. 66-72).
A Gerusalemme, probabilmente, nessun gallo ha mai cantato! Ma non è questo il punto! Pietro è Cefa, è la “roccia”, l’uomo che ostenta sicurezza: “Anche se tutti si scandalizzeranno, io non lo sarò”. È l’uomo istintivo, l’uomo d’azione; un uomo che, come lascia intendere, non ha paura di niente e di nessuno. Eppure Pietro è ancora un debole: uno che messo di fronte alla realtà, alle proprie responsabilità, si affloscia, cede, balbetta, si ripiega su sé stesso. È un uomo che ci rappresenta molto bene: nelle nostre presunte “certezze” morali, religiose, nella nostra millantata fedeltà, nella nostra tracotanza interiore: “Gli altri possono tradire, non certo io!”; uno che ci assomiglia nella banalità dei nostri giudizi, nella superficialità dei nostri ideali. Nonostante ciò Gesù lo perdona; anzi lo ha già perdonato prima ancora che tradisse, lo ama sempre e comunque malgrado i suoi voltafaccia: di questo però egli se ne renderà conto soltanto quando capirà che l’amore di Dio è più grande di qualunque nostro fallimento, di qualunque nostro errore. Dio non chiede a nessuno di essere “perfetto” ad ogni costo; ci chiede semplicemente di essere “umani”, di essere consapevoli della nostra debolezza, dei nostri limiti, dei nostri sentimenti, delle nostre paure, delle nostre fragilità. Ogni volta infatti che, sopravvalutandoci, ci consideriamo superiori, inattaccabili, solidi, incorruttibili, puntualmente ruzzoliamo per terra, dimostriamo nei fatti la nostra inconsistenza, la nostra instabilità mentale. Noi cristiani, come Pietro, siamo purtroppo assolutamente inaffidabili: di fronte al pericolo ci defiliamo. Finché le cose vanno bene, finché ci mimetizziamo nella folla, allora è semplice per tutti seguire Gesù: quanta gente infatti lo seguiva finché parlava, finché guariva, finché sfamava! Solo pochi giorni prima era entrato in Gerusalemme tra i canti di gioia di una folla osannante che lo salutava agitando rami di ulivo e di palma. E adesso? Quando c’è da mettersi in gioco, da cambiare, da convertirsi, da trasformarsi, quando le nostre scelte diventano pericolose, compromettenti, dolorose, controcorrente, noi ci comportiamo esattamente come Pietro: con grande disinvoltura rinneghiamo la verità, facciamo finta di nulla, ci tiriamo indietro, pronti a tradire la fiducia di chiunque.

L’arresto (14, 43-52).
Osserviamo per un attimo come il manipolo di esagitati, mandati dai capi dei sacerdoti, dagli scribi e dagli anziani si scagli contro Gesù. Va da lui “con spade e bastoni”. Giuda, uno dei discepoli, lo bacia e lo tradisce. Gli mettono “le mani addosso e lo arrestano”, mentre tutti, “abbandonandolo”, fuggono. È l’infamia del pregiudizio comune, della gente; l’insensatezza del “per sentito dire”, del “mi sembra”, del “qualcuno mi ha detto”. È l’infamia di chi ci percuote e ferisce senza motivo. È la falsità di chi si professa amico, di chi ci abbraccia e bacia (certi baci sono proprio come quelli di Giuda!), di chi ci sorride, di chi ci incensa e poi ci colpisce alle spalle. È la meschinità di chi di fronte a qualcuno in difficoltà, in pericolo, si gira dall’altra parte e se ne va: “Si arrangi, non sono affari miei”.

Davanti al sinedrio (14, 53-65).
I capi e i sacerdoti cercano qualche motivo per condannarlo a morte: ma non trovano nulla. Molti attestano testimonianze contro di lui, ma sono false, discordi, lontane dalla verità. Alla fine trovano qualcosa, un qualche motivo per accusarlo. È la distorsione della verità. È quando l’odio, la rabbia e tutto il sentimento interno scoppia e sfocia in un’aggressività che giudica, che vuole ferire, che vuole punire. E non importa chi ci sia davanti; non importa cosa l’altro abbia detto o fatto. Quando l’anima è piena di odio e di rabbia allora bisogna trovare qualcuno da infangare. Allora non esiste più l’altro nella sua verità, non esiste più l’obbiettività, esiste solo il nostro odio che esce, giudica, uccide e si scaglia contro l’altro. Quante persone insultano, schiaffeggiano, sputano addosso agli altri tutto il loro male! E non si accorgono che non sono gli altri a fare il male: sono loro, seminando il loro di male, il loro lato negativo, il loro marcio. Combattono negli altri quello che è il loro male. Ma facendo così, continuano ad uccidere, a crocifiggere in nome di una falsa verità.

Pilato (15, 1-15).
Gesù è stato giustiziato dai Romani? Difficile dire quanto Pilato abbia influito. Anzi Lui coglie la forza, la profondità dell’uomo che ha davanti e anche l’inganno che i notabili giudei stanno per tendergli. Pilato coglie “l’invidia”, l’odio con cui glielo hanno consegnato. Potrebbe lasciarlo andare, non gli sembra che Gesù sia un “sedizioso”, uno che trama contro l’autorità imperiale, come gli è stato descritto. Lui, titolare dello “ius coërcitionis”, potrebbe fare qualcosa. Lui decide, lui potrebbe decidere per la vita o per la morte di Gesù. Ma l’unica cosa che gli interessa è il potere, avere meno problemi possibili, in particolare non incrinare i rapporti politici con le autorità religiose locali. Pilato sembra comandare, essere il potente; è uno, invece, intrappolato nel gioco del consenso, dell’approvazione, del successo, del possesso, del detenere il potere. Sembra comandare, sembra essere lui la massima autorità giuridica, invece, è l’impotente di turno, colui che non può agire, che non può deludere i suoi pari; che non può manifestare il suo dissenso; che non ha il coraggio di prendere una posizione chiara; cerca un compromesso, ma cede subito; è l’uomo che si omologa, che va dove vanno tutti. E si crede il governatore, si crede potente. Ma potente di cosa?

La crocifissione e la morte (15, 24-38).
Guardiamo la croce per capirne il senso profondo. Abbiamo bisogno di “sostare” per entrare nel suo mistero. Dio viene appeso ad una croce. Con Gesù, sul Golgota, muoiono tutte le speranze della gente, muore chi aveva lottato con lui, chi aveva coltivato il desiderio e l’attesa di qualcosa di nuovo, di diverso, di vero. Come avrà vissuto questo evento Maria, sua madre, che l’aveva accompagnato fin lassù? Come l’avranno vissuto le persone che Gesù aveva guarito? Come l’avranno vissuto la Maddalena, Zaccheo, Lazzaro e gli altri amici? E con loro i sordi che hanno riacquistato l’udito, i muti la parola, i lebbrosi la salute, i ciechi la vista, i morti la vita? Come avranno vissuto questa tragedia, cos’avranno provato nel vedere l’uomo mite e misericordioso che aveva donato loro speranza, forza, vita, appeso, inchiodato ad una croce, come il peggiore dei farabutti? Cos’avranno provato quando hanno capito che su quella croce è finito realmente il Figlio di Dio? Cosa avrà provato tutta quella folla che, sperimentando su di sé la bontà delle sue azioni, il suo altruismo, il suo amore per tutti, si era unita a lui lungo il percorso che lo portava a Gerusalemme e che, proprio per questo, al suo ingresso in città, gli aveva tributato un’accoglienza trionfale? 
Sicuramente contrarietà, dolore, rabbia: sì, perché non è stata quella “folla” che ha preteso la condanna e la “consegna” di Gesù nelle mani delle autorità religiose! Sappiamo infatti per certo che non è stata quella gente che, urlando, ha convinto Pilato a liberare un comune assassino, uno sconosciuto, un “Barabba” che con ogni probabilità non è mai esistito realmente: sembra infatti che gli evangelisti, nell’identificare una persona con quel nome, siano incorsi nell’errata interpretazione del termine aramaico “Bar-abbas”, che significa “Figlio del Padre”; un’espressione, che era molto conosciuta dalla gente che frequentava Gesù, perché Lui amava spesso definirsi in questo modo. Quel popolo, quindi, chiedeva a gran voce la libertà di “Bar-Abbas”, del “Figlio del Padre”, di Gesù, perché lo ammirava profondamente, lo considerava un profeta, il Messia inviato da Dio per risollevare le sorti di Israele, e quindi mai e poi mai avrebbe voluto vederlo morire crocifisso come un volgare delinquente.
A chi attribuire allora la vera colpa della morte di Gesù? Non a Pilato, che poteva esercitare questa “iurisdictio” solo per i “cives” romani e non per gli ebrei; non alla folla che aveva seguito Gesù e che lo voleva libero, ma unicamente ai capi dei sacerdoti e alle loro squadracce di scalmanati, nelle cui mani Gesù è stato “consegnato” innocente, senza alcuna condanna!
Sono loro i registi dell’operazione, gli organizzatori di quel tragico spettacolo di morte. Anche se in tanti, pur non condividendola, hanno comunque accettato passivamente quella tragica fine, giustificandosi in cuor loro con false, egoistiche motivazioni: per esempio Caifa, con la “necessità storica”; Pilato con la ragione politica e il mantenimento dell’ordine; Pietro con la sopravvivenza personale; i sadducei con la legge; i farisei con la religione; le persone rispettabili con la morale; i soldati con l’obbedienza e così via. Ognuno aveva i suoi validi motivi; ma erano sufficienti? O erano solo tentativi di tranquillizzare la propria coscienza? Di lavarsene anch’essi le mani?
La croce rappresenta quindi lo scontro fra due religioni: quella di Gesù e quella degli ebrei. La religione dei farisei e degli scribi è la religione dell’esteriorità, della forma, della maschera. Qui contano i grandi numeri, l’istituzione, l’ordinamento, l’obbedienza. Non importa se le leggi distruggono le persone o le appesantiscono di sensi di colpa o di fardelli insopportabili: ciò che conta è il rispetto ossequioso e formale alla norma. Più cose fai e più sei bravo. Gesù, invece, amava la vita, non la sofferenza. Gesù dava voce alle persone, le ascoltava, dava attenzioni ai bambini, alle donne, a chi era escluso dalla società; nessuno era impuro per Gesù, lebbroso, prostituta o pagano che fosse, perché per lui tutti erano figli dell’unico Padre. Gesù non faceva sacrifici inutili, non digiunava, non si comportava scrupolosamente nei confronti delle regole. Era molto libero, mangiava, banchettava, faceva spesso festa e amava la compagnia e la felicità. Perché sapeva che il vero sacrificio, il vero digiuno, la vera croce non era fare “qualcosa”, ma fare della propria vita “qualcosa di vero”, di importante, di significativo. Gesù non reprimeva l’amore, i sentimenti umani: era amico di tutti, donne comprese; piangeva, si arrabbiava anche, una volta ha menato pure le mani. Com’era dentro, così era fuori. Gesù si stupiva e si commuoveva; voleva che fossimo umani. Sosteneva che in noi non c’è nulla che sia indegno agli occhi di Dio, nulla da nascondere. Che davanti a Dio possiamo presentarci per quello che siamo, senza falsi teatrini o belle maschere. Perché in croce tutto questo finisce.
Questa era la religione di Gesù. Questa è la religione che hanno tentato di crocifiggere, di eliminare, di distruggere e di far morire. Ma la verità può essere nascosta, ignorata, ma mai distrutta. Infatti Gesù-Verità è risorto, e con lui anche la speranza di poter far parte con Lui del Regno dei cieli, come ci promette la sua religione.
E quando il venerdì santo andremo a baciare la croce, baciamo allora con riconoscenza la nostra religione, la religione di Gesù, la religione del Padre, della Vita, dell’Amore, della Verità. Ciò che viene da Dio non può morire, non morirà mai, anche se le civiltà di questo mondo cercano in tutti i modi di annullare il suo ricordo, la sua esistenza, i suoi insegnamenti. Dio può essere perseguitato, deriso, umiliato, crocifisso, ma non potrà mai morire. Perché Dio è l’unica realtà immortale, indistruttibile, e chi si affida a Lui, vivrà in eterno! Amen.

 

  

giovedì 14 marzo 2024

17 Marzo 2024 – V DOMENICA DI QUARESIMA


Gv 12, 20-33 
In quel tempo, tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsaida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù». Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose loro: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà. Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome». Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!». La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». Disse Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire. 

Il vangelo di oggi ci introduce nel mistero della vita. Giunto a Gerusalemme, Gesù si trova in una situazione estremamente critica: deve decidere se tornare in Galilea o rimanere e andare avanti fino in fondo. Finché predicava nel territorio al nord aveva avuto sempre compito facile con i suoi avversari: la Galilea distava da Gerusalemme 15 giorni circa di cammino, e Lui sapeva che rimanendo in quella regione lontana, la sua vita non sarebbe mai stata in serio pericolo.
Ora però le cose sono cambiate: capisce che il suo momento è arrivato e deve decidere cosa fare: e Lui senza esitazioni, ma con fare risoluto (tò pròsopon estèrisen, indurì il suo volto: Lc 9,51) sceglie Gerusalemme, pur sapendo che continuare la sua missione nel Tempio, nella città “santa”, centro della religione e del potere, significava sottoscrivere la propria fine.
La vita pone tutti, ogni giorno, di fronte a situazioni difficili: e anche noi, come Gesù, dobbiamo affrontare scelte obbligatorie, che non offrono alternative, che vanno fatte necessariamente, anche se dolorose, senza possibilità di ritorno; scelte in cui siamo chiamati a dare un senso alla nostra vita, a darle con decisione una forma, a modellarla, perché anche per noi, è “giunta l’ora”, come scrive Giovanni, di “glorificare” Gesù: attenzione però, perché il verbo, “doxàzo”, che in greco significa “onorare, rendere gloria, glorificare”, nel testo giovanneo, perde quella venatura esteriore, un po’ superficiale, tipica del lodare, dell’osannare dell’elogiare una certa persona; qui acquista un significato particolare che dice: “rendere visibile la presenza di Dio”, quindi un significato più impegnativo, più difficile, in quanto coinvolge soprattutto la nostra esistenza, il nostro comportamento, le nostre opere: in pratica, ci avverte che “è arrivato il momento di “rendere evidente, visibile, trasparente, nella nostra persona, nella nostra vita, la presenza di Dio, rendendolo l’ispiratore unico, il motivo determinante delle nostre scelte. È esattamente in questo senso che Gesù glorifica il Padre: infatti nessuno mai, più di Lui, ha “reso visibile” la presenza di Dio nella sua persona: tutto il suo operare, il suo vivere, il suo insegnare, è sempre in perfetta sintonia con il Padre; l’occasione “culmine” poi di questo glorificare, avviene nella sua passione: è infatti sul patibolo della croce che Gesù “documenta” al mondo la sua “unione inscindibile” col Padre e la sua volontà, accettando di bere fino in fondo il calice della sua morte sacrificale; è infine nelle mani del Padre, che il Egli affida il suo spirito: gesto, di incalcolabile valore per noi, che li accomuna nel riversare dall’alto della croce il loro infinito amore sull’intera umanità.
“Se il chicco di grano (in ebraico bar), caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto”. Poiché la parola “bar”, in ebraico, oltre che “chicco di grano”, significa anche “figlio”, è molto probabile che nel pronunciare queste parole, Gesù stia alludendo alla sua persona; Egli infatti sa perfettamente che quel “chicco di grano”, quel “bar”, quel Figlio che doveva “morire” per portare “molto frutto”, era Lui, solo Lui! In questo senso, riusciamo a capire meglio un Gesù che, giorno dopo giorno, accetta questa sua inevitabile e dolorosissima missione mortale; riusciamo anche a immaginarlo, in qualche momento, assalito dall’angoscia, dallo sgomento, scoraggiato, sfiduciato: l’uomo Gesù, come noi tutti, odia la morte, non vorrebbe morire: “Padre mio se è possibile, passi da me questo calice”; tuttavia, mai, neppure per un istante, egli ha pensato di potersi sottrarre al volere del Padre, alla sua missione: “Però non come voglio io, ma come vuoi tu” (Mt 26,39). Egli conosce bene la sua missione: sa di essere la vittima di espiazione, sa di dover pagare sulla croce il riscatto dell’intera umanità, per restituirle la sua originale dignità.
Ci rendiamo conto, allora, che proprio per questo, abbiamo contratto con Lui un debito incalcolabile di riconoscenza? Ebbene: c’è un solo modo per cercare di ridurlo: “glorificare” Dio; rendere cioè visibile la “presenza di Dio in noi”, fare cioè in modo che il “seme” della Parola e dello Spirito che Dio ha immesso in noi, e che noi dobbiamo far “morire”, diventino nella nostra vita, “riconoscibili, evidenti”; siano cioè determinanti per la nostra “crescita” spirituale e umana, e ci trasformino in testimoni viventi di Gesù e del suo vangelo.
È chiaro che per poter giungere a ciò, dobbiamo liberarci di molta zavorra: dobbiamo modificare le nostre priorità, avere il coraggio di fare i conti con la vita; dobbiamo cioè affrontare le contrarietà, le delusioni, le sofferenze, le sconfitte. Ma soprattutto dobbiamo far morire il nostro io esibizionista, il nostro narcisismo, il nostro egoismo: perché solo così lo Spirito ci trasformerà in Vita vera, e potremo “glorificare” Dio, testimoniandolo al mondo intero. Solo così potremo umilmente considerarci una piccola, infinitesimale cellula feconda e produttiva di quell’Amore, “donato all’infinito”, che noi chiamiamo Dio. Amen.