giovedì 3 marzo 2016

6 Marzo 2016 – IV Domenica di Quaresima

«In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: Un uomo aveva due figli…» (Lc 15,1-3.11-32).

Il vangelo di questa domenica ci presenta un testo “classico” della quaresima: la parabola del figliol prodigo o del Padre misericordioso. Una delle parabole più incisive del Vangelo che ci descrive in maniera sublime il comportamento di un Padre innamorato che riabbraccia con gioia il figlio che è ritornato a casa, nonostante se ne fosse andato sbattendo la porta, e gli avesse estorto con insolenza un’eredità che non gli spettava. Un Padre che lo perdona e che dimentica tutte le offese, che lo stringe al suo cuore, dimostrandogli tutto il suo amore, la sua dolcezza, la sua misericordia: l’insegnamento? Dio è esattamente come quel Padre. Egli si comporta con noi, in questo modo, ogni giorno, ogni volta che sbagliamo.
Una parabola molto gratificante per noi: ma, nel contesto, a chi e per chi Gesù l’ha detta?
All’inizio del capitolo (15,1), Luca scrive che: “Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo”. Un pubblico dunque formato da peccatori incalliti, dagli emarginati, dagli esclusi, dalla feccia della società, da gente di malaffare, insomma, dal “peggio del peggio”; tutte persone però che di fronte alle parole consolanti di Gesù rimangono letteralmente sconvolti dalla gioia, dalla prospettiva che, nonostante tutto, Dio li avrebbe comunque “guardati” con misericordia.
Del resto, quando Gesù parlava, ripeteva sempre lo stesso concetto: “Il regno di Dio è per tutti”, non solo per i buoni, per gli osservanti, per i religiosi. E quando Egli mangiava, non faceva distinzioni nel scegliere i commensali: sedeva a pranzo con chiunque, senza alcuna vergogna o repulsione. In pratica Gesù, con il suo messaggio e con il suo comportamento, fa capire a tutti che la cosa più importante non è più quanto uno dimostra di essere bravo, ma se, e quanto, si lascia amare da Lui.
Subito dopo però, l’evangelista fa notare che i farisei e gli scribi “mormoravano”; lo criticavano cioè per il fatto che: “Costui riceve i peccatori e mangia con loro” (15,2).
È una evidente dimostrazione di invidia, visto che Gesù sistematicamente li ignorava, preferendo accompagnarsi ai reietti della società: una breve annotazione però che ci porta a pensare che il motivo centrale della parabola, il personaggio su cui meditare, non sia tanto il padre misericordioso che ama infinitamente (il che rimane vero); e neppure il giovane figlio, l’adolescente che rompe ogni legame col padre per sperimentare le sue potenzialità, per capire se stesso; ma sia invece proprio il figlio maggiore, l’invidioso, colui che giudica con acrimonia sia il padre che il fratello; perché, e questo è il messaggio importante, chi giudica con rancore, chi critica con cattiveria, chi disprezza il prossimo, giudica, critica e disprezza Dio.
Gesù in pratica punta il dito proprio su questo genere di persone e sembra dire: “Voi mi giudicate e mi disprezzate, perché io amo tutti quelli che voi non amate; perché io credo che ci sia vita in coloro che voi ritenete morti; perché io trovo meriti in chi voi considerate peccatori; perché io abbraccio gli impuri e i contaminati che voi evitate ed emarginate. Mi giudicate e mi condannate perché non vi considero quelli che voi pretendete di essere, gli unici servitori fedeli di Dio e della sua legge. Ebbene: il fratello maggiore, il fratello invidioso e cattivo della parabola, siete proprio voi!”.
Gesù, con questa aperta allusione, sa bene di toccarli nel vivo, sa di provocare in loro rancore, rabbia e irritazione, perché sostanzialmente li definisce, maligni, astiosi, freddi, insensibili, senza cuore e senza misericordia: gente totalmente lontana da Dio, anche se si considera pia e religiosa: “A voi non interessa quello che sono le persone nella realtà, non interessa quella che è la loro vita; voi vi preoccupate solo del vostro apparire, della vostra posizione; quella che voi chiamate giustizia, è soltanto uno sterile formalismo da cui traete solo vantaggi a vostro uso e consumo”. Egli sa perfettamente che con le sue inflessibili precisazioni inevitabilmente aumenta il numero dei suoi nemici: tuttavia non perde occasione per stigmatizzare la falsità, l’esibizionismo, il perbenismo di facciata, di scribi e farisei.
La sua “meritocrazia”, infatti, non si basa più sul “quanto”: “Quanto preghi; quanto sei religioso; quanto sei bravo; quanti errori hai evitato; quanto sei in regola con le leggi”. Il suo nuovo criterio di valutazione, decisamente rivoluzionario, è soltanto: “Ami veramente?”. Dove per “amare” intende: “Io, nonostante le apparenze, credo in te; credo nel tuo valore, ti stimo e ti amo, al di là di quello che sei oggi, al di là di ciò che hai fatto, al di là di ciò che gli altri dicono e pensano di te. E poiché dico di amarti, ti aiuterò, farò di tutto perché le qualità che tu nascondi nel tuo intimo, quella bellezza e quella ricchezza che hai dentro di te, vengano alla luce e tutti possano ammirarle”.
In realtà valutare una persona, esprimere un giudizio nei suoi confronti, è sempre difficile, impegnativo, implica una conoscenza profonda dell’animo umano. Gli studiosi della psiche concludono spesso appellandosi alle varie tipologie di infermità: uno è schizofrenico; un altro ha disturbi ossessivo-compulsivi; un altro ancora è un borderline, un depresso bipolare ecc. Per loro, ai fini di una cura, è prima necessario fare una diagnosi, definire un quadro clinico: ma noi non siamo medici; l’unica cura che noi dobbiamo prestare al prossimo è quella dell’amore: per questo dobbiamo prescindere da qualunque “patologia”, dobbiamo evitare in tutti i modi di “etichettare”, di distinguere le persone in classi di merito, di preferire quelle più “in”, di anteporre certe tipologie di individui che ci sono più congeniali, a discapito degli altri. L’amore non fa differenze. Gesù, ai malati di qualunque specie, diceva: “Io vedo che tu soffri; io ti amo; se tu vuoi, allevierò la tua sofferenza, ti aiuterò a guarire”.
L’amore infatti non vede la malattia, vede solo una persona che soffre, una persona che grida al mondo il proprio dolore, una persona che ha bisogno di accoglienza, di tenerezza, di affetto, di comprensione, di misericordia. È solo l’amore, la carità, l’agape, che possono guarire queste persone, che possono recuperare ciò che sembrava perduto; al contrario del giudizio malevolo, dell’invidia, del rancore, che non fanno nient’altro che condannare.
Quante volte anche noi, parlando del prossimo, spariamo giudizi: “Quello è un poco di buono, una testa calda, è uno che beve, un approfittatore; quella è sempre stata così, è una prostituta, è ricca perché va con tutti”, ecc. Ma è questo il nostro donare amore? Come pensiamo di recuperare queste persone con l’amore, se noi per primi le etichettiamo, le schediamo, le condanniamo, le emarginiamo? Andiamo oltre, non fermiamoci in superficie, caliamoci in profondità, all’interno, nel cuore, nell’anima di chi soffre. Nessuno è mai irrimediabilmente perso: per Gesù le apparenze non contano.
Oltre a questo, la parabola di oggi ci offre anche una plastica immagine fotografica di quelle che possono essere le relazioni familiari. Ci presenta infatti i comportamenti di un padre e dei suoi due figli.
I figli sembrano diversi, hanno comportamenti apparentemente opposti; in realtà hanno lo stesso problema: entrambi non si sentono apprezzati dal padre, non nutrono per lui alcun amore, lo considerano un nemico: entrambi sono schiavi, entrambi sono succubi, sono dei “dipendenti”, entrambi si comportano da mercenari. Il minore cerca di arraffare più che può degli averi del padre: è chiaro, non conosce il suo amore. Lotta contro di lui. Pretende subito un’eredità che poteva ottenere solo dopo la morte del genitore. Praticamente gli dice: “Tu per me sei morto. Io non ho più nulla a che vedere con te: per me non esisti più!”.
Il maggiore invece gli dice: “Io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando” (15,29). Si considera un servo, uno schiavo: obbedisce sempre, ma dentro di sé cova rabbia, odio. Ha paura del padre: lo teme, perché teme di perdere il suo privilegio di primogenito e gli si sottomette suo malgrado. La sua scelta è il “dovere”. Rinuncia alla sua vita per “timore” del padre: “Tu mi rifiuti (cioè non mi ami per quello che sono), ma io ti dimostrerò che ti sbagli”. Per questo gli fa vedere di essere bravo, il figlio più bravo. Adotta cioè la strategia, molto comune, di coloro che “fanno tutto quello che devono fare”, che si comportano sempre bene, che non trasgrediscono mai: per questo sono molto amati dai genitori, dai superiori, dalle autorità, ma nel loro cuore non conoscono l’amore: dovendo rinunciare ad una vita propria per ricevere in cambio amore e riconoscimenti, dentro di loro provano soltanto rabbia e risentimento.
Il minore, invece, poiché non si sente accettato dal padre, si ribella e se ne va: “Mi rifiuti? Anch’io ti rifiuto!”. D’altronde che poteva fare? Se in casa c’è già un prediletto che rimane, a lui non resta altro che andarsene. Se uno fa una cosa, l’altro, per differenziarsi, deve per forza farne un’altra! In questo modo i due non si incontreranno mai! Il maggiore non chiamerà mai “fratello” il minore: tant’è che rivolgendosi al padre gli dice: “Questo tuo figlio che ha divorato gli averi con le prostitute” (15,30). Sentite la rabbia? “Tuo figlio”: sentite quanto lo odia. Si sente defraudato: “Io ho fatto sempre il bravo, io mi sono sempre comportato bene e tu tratti mio fratello meglio di me!”.
Ha dissipato tutto “con le prostitute”: il testo non ci dice se ciò sia successo realmente; ma, vero o no, il tentativo del maggiore di screditare il fratello, di metterlo in cattiva luce, di denigrarlo davanti al padre, è evidente. Cosa c’è in gioco tra i due? In superficie i soldi, ma in profondità l’oggetto della contesa è l’amore del padre. L’attaccamento ai soldi è l’attaccamento al padre: poiché il primogenito era il preferito, il prescelto, il minore si vendica sperperando tutto. Perde tutto perché dentro di sé sente di aver perso in partenza l’amore del padre: suo padre ha scelto l’altro. E quando poi torna, torna solo per interesse: torna per fame, per non morire di stenti.
E il padre? Dov’era? Come ha fatto a non accorgersi di ciò che accadeva in casa sua? Non si era mai accorto che il minore era insoddisfatto? Non si era mai accorto che il maggiore era solo un esecutore materiale dei suoi ordini? Non si era mai accorto di quello che realmente i due volevano? Non interviene, non dice nulla, neppure una parola. In casa sua succede di tutto, ma lui zitto. È un genitore che non sa rapportarsi con i figli: non sa parlare al loro cuore, non sa ascoltarli, non sa cosa dire loro, non ha niente da dire. Infatti, se uno non conosce il proprio cuore, non può conoscere il cuore dell’altro. L’unica cosa che sa fare è dare delle “cose”, ad entrambi: ma quando un genitore dà solo “cose” ai figli, vuol dire che non ha altro da dare, vuol dire che non ha anima, non ha spirito, non ha emozioni, non ha vitalità: non ha nulla di sé da trasmettere. È il fallimento dell’educazione.
Molti genitori riempiono i figli di giocattoli, di vacanze, di cose, di vestiti, di telefonini, di attività (sport, musica, lingue, corsi): ma tutto ciò non può sostituire la cosa più importante, l’amore. Un figlio ha bisogno del padre, del suo amore, di un rapporto diretto con lui (parole, momenti, abbracci). Un figlio ha bisogno della madre, del suo amore, di un rapporto diretto con lei (parole, carezze, sentimenti). Un padre non può sostituire la madre, così come una madre non può sostituire il padre. Entrambi, padre e madre, sono assolutamente insostituibili.
I genitori a volte dicono: “Hai tutto”; sì è vero, tutto di materiale, ma niente di spirituale, niente dell’anima.
Da questo punto di vista quella di oggi è la parabola del non detto, della non comunicazione; di una famiglia in cui nessuno parla. Per metà del racconto infatti nessuno dice niente, nessuno parla a qualcun altro (eccetto la frase iniziale del minore). Una situazione comune a tante nostre famiglie: “Tutto bene; nessun problema”. Invece, un sacco di cose non vengono dette, rimangono dentro, non sono espresse, e poi improvvisamente esplodono. E quando poi succede, tutti cadono dalle nuvole: “Ma cosa gli è preso a quel figlio? Cos’ha? Non gli manca nulla!”.
La situazione invece cambia del tutto, quando i personaggi iniziano a parlare: il minore parla a sé stesso: “Quanti salariati...”. Cosa si dice? Di cosa parla? Del suo errore,“rientrò in sé” (15,17), di ciò che finalmente ha capito, della sua fame d’amore. Il padre parla quando lo vede e quando si commuove (15,21-24). E di cosa parla? Esprime la sua gioia, il suo pianto, la paura che ha avuto di perderlo, parla ciò che ha imparato e di cosa è davvero importante. Anche il maggiore parla, ma della sua rabbia (15,29-30), del suo odio, della sua invidia, del mostro che ha dentro e della bestia che lo assale quando sa del ritorno del fratello.
I personaggi iniziano un viaggio in silenzio, senza alcuna comunicazione tra loro; ma poi cambiano radicalmente quando iniziano a parlare, comunicando tra loro, aprendosi.
E allora anche noi, se stiamo male come il minore, parliamo del nostro male. Non facciamo finta di nulla. Se nutriamo odio e rabbia come il maggiore, tiriamoli fuori, parliamo di questo: perché dietro l’odio c’è sempre una persona ferita che soffre. Se proviamo gioia, emozione, vitalità, come il padre, esprimiamoli apertamente: il minore e il padre infatti, facendo così, rivelandosi reciprocamente i loro sentimenti, “guariscono”. Il maggiore non ancora, ma ha iniziato... vedremo!
Apriamoci, comunichiamo, parliamo di ciò che proviamo dentro; se non ci apriamo e non comunichiamo, la nostra anima morirà. Se non ci apriamo, nessuno potrà mai conoscerci; se non ci apriamo, nessuno mai potrà rendersi conto di quanto sia bella la nostra anima! Amen.



giovedì 25 febbraio 2016

28 Febbraio 2016 – III Domenica di Quaresima

«Quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo» (Lc 13,1-9).
  
Due fatti di cronaca recente, uno consumato dalle autorità occupanti (una rappresaglia soffocata nel sangue), l’altro puramente fortuito (il crollo di una torre con numerose vittime), avevano particolarmente scosso l’opinione pubblica, soprattutto per le loro implicazioni: all’epoca infatti tutti erano fermamente convinti che il male, le disgrazie fisiche, gli infortuni, capitassero agli uomini in espiazione dei loro peccati personali o di quelli dei parenti più stretti.
Il vangelo di oggi si apre alludendo proprio a questi fatti di cronaca: alcune persone, nel riportarli a Gesù, gli avrebbero esternato tutto il loro sdegno e la loro amarezza nel constatare come una così grande quantità di persone “infedeli” fossero cadute vittime dei loro peccati.
Nella sua risposta, però, Gesù non commenta i fatti ma li usa per spezzare la mentalità del tempo. Egli in sostanza dice: “Quelli che sono morti non sono più colpevoli di voi!” (13,2.4). Cioè: “Quei poveretti non sono morti per espiare le loro colpe: anzi vi assicuro che voi che mi state ascoltando non siete di certo meno peccatori o colpevoli di loro!”.
Era una mentalità molto diffusa, ben radicata e dura a morire, che veniva motivata con l’espressione: “Chi sbaglia, deve pagare!”, dalla quale, come conseguenza, si traeva la conclusione che: “Chi ama, deve castigare”.
Una regola formativa che, pur stemperata col tempo nella sua rigidità assoluta, è giunta fino al nostro recente passato. Per cui, fino a pochi anni fa, la punizione costituiva un “dovere” per ogni buon “maestro” di vita: così, per esempio, un buon padre, per essere tale, doveva severamente punire i propri figli troppo esuberanti, “perché le piante storte vanno raddrizzate da subito, fin da giovani”.
Oggi fortunatamente questo tipo di mentalità assolutista, è quasi del tutto tramontata. Del resto, che tipo di amore può esercitare colui che per principio castiga drasticamente, umilia, ferisce o usa violenza su dei piccoli? L’esperienza ha dimostrato infatti che la punizione fisica non insegna nulla, non è mai educativa; semmai stabilisce soltanto che chi è il più forte esige obbedienza, e chi è il più debole, se non si adegua, automaticamente “le prende”. Un modo di pensare pertanto che il tempo ha dimostrato completamente errato: chi castiga, non ama; perché chi ama veramente, non può in nessun caso procurare dolore, sofferenza, umiliazione a colui che egli ama.
Intere generazioni però sono cresciute imparando a loro spese che per “essere amati” era necessario soffrire, stare male, accettare l’impossibile, rinunciare spesso alla propria dignità: così, per esempio, per salvare “l’amore” in famiglia, si accettava l’alcolismo, “le botte”, le umiliazioni, i tradimenti, gli abusi. Bisognava “portare pazienza”, perché in questo modo si acquistavano “meriti davanti al Signore”, si era dei “bravi cristiani”. È per questo che “i giovani” del secolo scorso hanno accettato cose impossibili: e quando oggi i figli o nipoti chiedono “perché”, non sanno rispondere. L’unica cosa che sanno dire è: “È sempre stato così; ci hanno insegnato così; abbiamo imparato questo”.
D’altronde l’idea “se sbagli, paghi” sta dietro anche ad un’altra espressione ancora oggi piuttosto abusata, male interpretata e male spiegata: “Dio è morto per i tuoi peccati”; una dichiarazione che ha scosso nel profondo la coscienza di intere generazioni. “Tu hai peccato, hai fatto il male e Dio ha dovuto pagare per te; Lui ha sofferto ed è morto sulla croce proprio per colpa tua, per i peccati che tu hai commesso”. Espressioni adottate molto più di frequente per noi anziani: una prospettiva che generava in noi un autentico senso di colpa, ci faceva sentire cattivi, sbagliati, fatti male, colpevoli del dolore di Gesù. Quando a Catechismo ci sentivamo dire: “Gesù è morto a causa dei tuoi peccati” non potevamo avere la capacità di capire, di renderci conto, che non si trattava dei “nostri” peccati personali; semplicemente ci sentivamo cattivi, personalmente colpevoli. E questo sentimento ci tornava puntuale e sconvolgente ogni qual volta la mamma o il papà o qualche fratellino, soffrivano, stavano male: la conclusione era sempre la stessa: “se soffrono, è per colpa mia”. E impauriti aspettavamo una punizione che prima o poi doveva arrivare.
Oggi tutto questo è tramontato, anche se talvolta possiamo ancora imbatterci in espressioni tipo: “Lo sai che con la tua cattiveria fai piangere Gesù? Perché procuri tanto dolore alla mamma? Tu mi fai morire! Con tutti i sacrifici che io e papà facciamo per te”; e non ci rendiamo conto che a lungo andare il bambino si sentirà ingrato, cattivo, senza cuore, e penserà di non poter mai essere felice. E spesso accade che questi sensi di colpa si trascinino fino all’età adulta, compromettendo uno sviluppo ed una maturità sana, aperta, propositiva, felice.
Quante persone, anche oggi, non sanno infatti divertirsi: non sanno giocare, non sanno ridere, non si concedono mai un po’ di relax, delle pause, delle cose piacevoli. Sono sempre impegnati a fare, produrre, realizzare qualcosa, pur di non fermarsi in loro stessi; sono continuamente in presa diretta, fanno di tutto, ma solo per un benessere esteriore: mai nulla per il loro benessere interiore. Ecco perché educare un bambino con il senso di colpa, significa distruggergli il piacere della vita, vuol dire avvelenargli il sangue, vuol dire: “Così non andrà mai bene; così non basterà mai; devi fare molto di più”; che, tradotto, vuol dire: “Non vali nulla, sei sbagliato!”.
Gesù dunque, con l’intervento riportato nel Vangelo di oggi, cerca di spezzare questa mentalità oppressiva: anche se subito dopo, con il seguito delle sue parole, sembra in qualche modo riproporla: “Se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo” (13,3.5). Cioè: “se non cambierete vita, se non la smetterete di fare peccati, anche voi morirete allo stesso modo; farete la stessa fine di quei Galilei”.
Ma cosa vuol dire in realtà Gesù con queste parole? È per caso una frase intimidatoria, nel senso che se non cambiamo vita, Dio per punizione ci farà morire? Nossignori: Gesù non vuol dire questo. Dio non punisce, mai! Egli vuol semplicemente dire: “Guardate che tutto quello che fate ha delle conseguenze, delle ripercussioni”; in altre parole: “Se voi continuate a comportarvi negativamente , ricordatevi che il risultato che otterrete sarà altrettanto negativo! Non si tratta di una condanna, ma di una logica conseguenza.
Un giorno un Padre del deserto disse ai suoi discepoli: Vi do due notizie: una buona e l’altra cattiva. Quella cattiva è: “Se fate cose mortali, morirete”. “E quella buona?”, chiesero incuriositi i discepoli: “Che adesso lo sapete”, rispose il maestro.
La vita è nelle nostre mani e nelle nostre scelte. Molto infatti di quanto ci succede, succede perché noi lo vogliamo. È matematico. Tuttavia non dobbiamo colpevolizzarci, né cercare di ignorare o sottovalutare questa “legge” così dura: dobbiamo solo imparare umilmente a non ripetere gli stessi errori che ci hanno messo in tale situazione.
Convertirsi vuol dire infatti cambiare drasticamente direzione; shub in ebraico indica proprio un cambio radicale di rotta: stiamo andando in una certa direzione, ci accorgiamo che è sbagliata, dobbiamo cambiare strada; ecco, in questo consiste “convertirsi”: dobbiamo cioè fare una decisa inversione a “U”.
Molti dei nostri comportamenti ci portano inevitabilmente a morire dentro, ci riducono alla superficialità, ci allontanano sempre più dal nostro cuore e da noi stessi. Il fatto è che purtroppo non ce ne accorgiamo.
Quando ad un certo punto ci succede il “dramma”, quando cioè le nostre azioni, il nostro comportamento ci si ritorce “contro”, piangiamo e diciamo: “Com’è stato possibile? Perché ci è successo questo? Perché Dio mi ha fatto questo?”. Ma Dio non c’entra: la causa siamo noi: sapevamo dove andare, ma volutamente abbiamo continuato a correre per la strada sbagliata, che ci ha portato inevitabilmente nel precipizio. Era chiarissimo, ma non abbiamo voluto vedere. Allora, finché siamo in tempo, convertiamoci, svegliamoci, accorgiamoci, perché verrà un momento in cui sarà troppo tardi.
Oggi è stato ampiamente dimostrato che perfino molte infermità sono conseguenza dei nostri comportamenti, dei nostri vissuti profondi, dei nostri schemi mentali: allergie, intolleranze, malattie psico-somatiche, affliggono l’umanità a seguito di determinati e ben precisi comportamenti. Non sono una “punizione”, ma non dipendono neppure da elementi patogeni esterni. Nascono per motivo interiori ben precisi.
Allora “convertirsi” vuol dire aprire gli occhi, smettere di dormire, accorgersi, farsi aiutare, riconoscere, rendersi conto, vedere ciò che dobbiamo vedere anche se all’inizio può essere difficile. Solo se vediamo, se riconosciamo, se avvertiamo, riusciamo a troncare certe spirali che ci portano a morire dentro e fuori.
Responsabilità (da respondeo, rispondere, risposta) vuol dire che noi rispondiamo in prima persona della nostra vita, che non deleghiamo, che non scarichiamo le colpe della nostra vita alla società, agli altri, al passato, al mondo che è cattivo e che ce l’ha con noi. Responsabilità vuol dire che accettiamo di essere noi alla guida della nostra vita e che questa va nella direzione che noi le diamo.
La parabola del fico completa ciò che Gesù sta dicendo. L’albero da frutto impiega tre anni per crescere dopo i quali inizia a portare i primi frutti. L’albero della parabola, invece, ha già sei anni e non ha ancora portato alcun frutto (il padrone passa dopo tre anni di periodo fertile). Il fico non richiede cure particolari, non ne ha bisogno. Ecco perché il padrone ordina di tagliarlo, nonostante il vignaiolo chieda di fare ciò che normalmente non si fa’, tenta cioè un’ultima possibilità.
Spesso in passato, leggendo questa parabola, il commento era: “Che cattivo Gesù! Perché non ha ancora un po’ di pazienza? Perché è così duro?”. In realtà la parabola vuol solo dirci: “tu sei come quel fico!”: noi infatti possiamo portare frutto; possiamo vivere in maniera feconda, possiamo essere felici, possiamo svilupparci, realizzarci. Questo noi lo possiamo: la vita dà a tutti la possibilità di portare frutto, offre occasioni speciali, particolari, ci fa incrociare situazioni uniche affinché questo avvenga.
Tutti noi abbiamo avuto degli incontri che ci portavano in una certa direzione. Tutti noi abbiamo incontrato delle persone che ci facevano respirare un’altra aria. Tutti noi abbiamo incrociato qualcuno che ci diceva: “Vieni da questa parte; provaci; forza, vedrai che ce la puoi fare!”. Tutti noi abbiamo vissuto situazioni particolari e tragiche (la morte di un figlio, di un parente, di un amico carissimo; un momento difficile di vita; una sofferenza interiore; una malattia, ecc.) che ci chiamavano nel dolore a vivere diversamente.
Cosa abbiamo fatto noi in quelle situazioni? Rinuncia oggi e rinuncia domani, posticipa, rimanda, tralascia, abbandona, evita, rifuggi oggi e rifuggi domani: ma verrà un giorno in cui sarà impossibile pensare al “domani”. E l’albero verrà tagliato: e non c’è più nulla da fare.
E non è un giudizio o una condanna di Gesù: è solamente una conseguenza delle nostre scelte. Del nostro troppo rimandare. Amen.



giovedì 18 febbraio 2016

21 Febbraio 2016 – II Domenica di Quaresima

«In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante» (Lc 9,28-36)

Per capire pienamente il vangelo di oggi, la Trasfigurazione di Gesù sul Tabor, dobbiamo fare un passo indietro. Poco prima di questo episodio, Gesù rivela ai suoi che Egli “deve andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani e dei sacerdoti; che verrà ucciso, ma il terzo giorno sarebbe risorto”(Mt 16,21).
La reazione di Pietro è immediata e più che ovvia: lo prende in disparte e gli assicura: “Questo non ti accadrà mai!”; ma Gesù, interpretando queste parole come un’azione di Satana, gli risponde seccamente: “Via da me, satana!”: ripete cioè le stesse parole che aveva usato nel deserto per il diavolo.
Come mai Pietro non accetta questo annuncio di Gesù? Perché non è per niente in linea con quello che i discepoli e la gente si aspettava da Lui, dal Messia. Tutti infatti pensavano a Gesù come ad un Messia trionfalistico; ad uno cioè che calcasse le orme di Mosè e di Elia, i due antichi personaggi, che nella mentalità comune rappresentavano la Legge e i Profeti, ossia la promessa di Dio; in altre parole, il massimo che per quel tempo si potesse immaginare. Come mai? Mosè era stato il grande liberatore e il grande condottiero che aveva liberato il popolo dalla schiavitù; era stato così grande e così vicino a Dio da ricevere le Tavole della Legge, e da poter ammirare la gloria stessa di Dio. Elia, invece, era stato il più grande profeta, colui che aveva ripulito Israele da tutti i falsi sacerdoti di Baal: in un solo giorno aveva ucciso 450 falsi sacerdoti (1Re 18,20-46), scannandoli con le proprie mani. Anche Lui aveva parlato e incontrato Dio.
Due personaggio insomma che, secondo la tradizione popolare, non sarebbero morti, ma rapiti in cielo (Dt 34,6; 2Re 2,11). Per questo tutti si aspettavano il loro ritorno alla fine dei tempi.
Cresciuti con queste convinzioni, i discepoli che seguono Gesù, si aspettano quindi che Egli assomigli a loro, che sia cioè, come Mosè ed Elia, potente, trionfante, giusto, liberatore. Non possono accettare un Gesù che parla di passione e morte: per le loro menti la morte è la fine di tutto, è il fallimento della sua missione.
E allora cosa fa Gesù? Prende con sé Pietro, Giovanni e Giacomo, (e siamo al vangelo di oggi), sale su un monte alto e si apparta a pregare.
E qui Gesù chiarisce le cose: Mosè ed Elia discorrono con Gesù. Non è più Gesù che deve essere come Mosè e come Elia, ma sono Mosè ed Elia che discorrono, che sono visti in funzione di Gesù.
Pietro, nonostante sia completamente rapito, frastornato da questa visione (“Facciamo tre tende, una per te, una per Mosè, una per Elia”) continua a mettere Mosè e non Gesù al posto d’onore, al centro dei tre (al centro ci sta la figura più carismatica, quella più importante). Continua cioè a rimanere fisso e ancorato ai suoi schemi, continua a vedere Gesù come il Messia che tutti si aspettano. Ma Gesù non è così. E la voce di Dio scioglie ogni dubbio: “Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!”. È Gesù che va ascoltato e non Mosè o Elia, grandi personaggi certo, ma niente in riferimento a Gesù.
E questo per noi costituisce un fatto importante ed emblematico: tutto l’Antico Testamento (la Legge e i Profeti), ha cioè senso, solo se passano attraverso Gesù. Se non è in sintonia con il messaggio di Cristo non ha valore per la vita del credente.
Gesù quindi delude le aspettative della gente e dei discepoli: non è come volevano che Lui fosse. Invece del Messia forte e potente, è un Messia sofferente e debole: Gesù non sarà come Mosè e non sarà come Elia: non romperà la testa e non ucciderà tutti gli operatori di iniquità di Gerusalemme, ma saranno loro, al contrario, a ucciderlo. Gesù sarà solo se stesso, sarà Gesù e basta! Egli non ha paura di esser se stesso, anche se ne conosce bene le conseguenze: l’impopolarità.
Anche per noi, essere noi stessi, comporta spesso grossi disagi: ma il beneficio enorme che ne ricaviamo, è l’autenticità, l’essere felici di ciò che siamo, avere la forza di vivere la nostra vita dovunque ci porti, perché questa noi siamo. Essere noi stessi, essere veri, viversi, infonde vitalità e forza impagabili.
Qual è allora l’unica via sicura e infallibile per realizzarci? Vivere la nostra originalità.
Noi siamo unici: è per questo che ci siamo. Siamo tutti figli unici di Dio! Se non fosse così non ci saremmo, perché il nostro esserci non avrebbe senso. Le fotocopie in natura non esistono; Dio fa nascere solo pezzi unici, il resto non serve.
La maggior parte delle persone, per essere accettata, per non essere allontanata, accantonata, tende a conformarsi agli altri, cerca di fare come fanno tutti. Per questo i bambini hanno la necessità di rimanere nel loro ambiente, nella loro famiglia; per questo si adattano, volenti o nolenti, a quanto viene loro richiesto. Un bambino non può permettersi di essere cacciato dalla propria famiglia: ne morirebbe. Non gli rimane che adattarsi. Ma noi non siamo più bambini. Siamo grandi, siamo adulti, e siamo qui a questo mondo per vivere autonomamente il nostro destino, per compiere la nostra personale missione, per far emergere la nostra unicità, la nostra originalità. È ovvio che, se noi siamo noi stessi, normali, vitali, non assomigliamo a nessuno. Come è altrettanto ovvio che se siamo esattamente come gli altri, non siamo più noi stessi. Essere come tutti vuol dire pertanto aver fallito in pieno la nostra unicità.
Noi dobbiamo sempre andare avanti per la nostra strada. Nostro unico modello da seguire è Gesù che fu davvero unico, diverso da tutti, “fuori” da tutti gli schemi: chi segue Dio non può seguire nessun altro. Quando apparteniamo a Dio, infatti, quando lui è la nostra famiglia, non abbiamo più bisogno di cercare l’appartenenza a “famiglie umane”: perché allora siamo liberi da ogni appartenenza, siamo liberi dal doverci conformare agli altri per paura di rimanere soli o rifiutati. Noi apparteniamo a Lui; e se Lui è con noi, non siamo mai soli. La nostra libertà viene dall’appartenere a Dio: quando siamo Suoi non abbiamo bisogno di essere di altri. Se siamo di altri, lo ripeto, non siamo più Suoi!
La felicità viene dall’amore. Quando siamo innamorati lo capiamo subito! La vera felicità viene infatti dal sentire che qualcuno è con noi, che sta con noi, che è dalla nostra parte, che condivide tutto di noi. È una sensazione esplosiva, una vigorosa sferzata alle nostre potenzialità, una iniezione di forza, di coraggio di voglia di combattere e di andare avanti.
È la nostra trasfigurazione: è la forza che ci proviene dalla consapevolezza di ciò che siamo e di ciò che dobbiamo fare: allora il tempo può anche scorrere intorno a noi, ma noi abbiamo un obiettivo ben preciso; allora viviamo ma la nostra vita, le nostre fatiche, le nostre lotte, hanno un senso ben preciso; allora non ci lasciamo distrarre da cose inutili, ma ci concentriamo in quella che è la nostra meta; allora ci rendiamo conto che la nostra esistenza, il nostro esserci, è in se stesso una benedizione per noi e per il mondo; allora capiamo che per noi è un bene esserci, non per essere accettati da tutti, ma perché la Vita ha bisogno di noi.
Quando poi arriveremo a capire anche che tutto ciò che abbiamo vissuto nella nostra vita è nostro e ci riguarda, che tutto “doveva” essere proprio così, e che è bene che sia stato così, che non poteva essere altrimenti, allora la nostra vita diventerà luminosa, chiara, tutto verrà integrato al suo posto: perché capiremo e accetteremo che tutto “viene da Dio”.
Di fronte ad una esperienza dolorosa, infatti, noi abbiamo due modi di porci: una negativa, di fastidio, di repulsione: “Perché proprio a me? Cos’ho fatto io di male da meritarmi questo? Non lo accetto!”. L’altra positiva: “Cosa vuol dirmi Dio, la Vita, con questa prova? Cosa vuole insegnarmi? Che messaggio devo cogliere per il mio bene?”. Ebbene: quest’ultimo è il presupposto giusto per adeguarci umilmente al volere divino, perché nulla di ciò che ci accade è senza senso, nulla senza un significato recondito importante; tutto, invece, contiene un messaggio, un suggerimento per noi, e per questo dobbiamo imparare a decifrarlo; tutto ci riguarda, tutto serve per la nostra missione. La vita allora non è più questione di fortuna o di sfortuna, ma tutto ciò che succede è un modo con cui essa cerca di aiutarmi, con cui mi allena a tirar fuori le mie capacità, ciò che sono.
Dobbiamo solo smetterla di lamentarci, di fare le vittime, perché in questo modo rischiamo di sabotare sistematicamente la nostra vita, non sapendo cogliere i tanti inviti alla felicità.
Impariamo a “trasfigurarci”: sì, perché “trasfigurazione” significa “felicità”. È stato così per Gesù: con la sua trasfigurazione Egli ha guardato dentro di sé, ha avuto l’esatta immagine di se stesso, e si è sentito approvato e confortato dalla voce del Padre. È così anche per noi. La felicità sta tutta qui: guardarsi dentro, vedere la vera faccia delle cose; non quel che appare all’esterno, l’immagine esteriore, ma quello che c’è all’interno (la tras-figurazione, l’essenza). Trasfigurazione infatti è quando percepiamo al di là dei nostri limiti e della nostra debolezza, chi noi siamo e cos’è la nostra vita. È andare all’essenza, al centro delle cose; è la visione della realtà. La nube, la quotidianità, la forma, la materia, spesso la nasconde: ma la nostra trasfigurazione, il nostro sguardo carico di luce divina, la penetra, permettendoci di vedere distintamente l’essenza, la bellezza della vita.
La vita è lavoro e durezza ma in certi giorni, sentendoci pienamente soddisfatti e realizzati, ci viene anche da dire: “Ora potrei anche morire, tutto il bello che poteva capitarmi, l’ho provato, ne sono pieno!”; ebbene, questa è trasfigurazione, è felicità.
Un fiore, un tramonto, il volo degli uccelli, non è niente di particolare: ma se lo “guardiamo”, entriamo dentro e possiamo emozionarci per ciò che vediamo. Non siamo matti, infantili o femminucce: è trasfigurazione. Se ci capita di piangere, di commuoverci rimanendo estasiati e senza parole di fronte a parole come: “Ti amo!”, oppure: “Mi sposi?”, oppure: “Sono incinta, aspettiamo un figlio!”, questa è trasfigurazione. Se ci è capitato di prendere in braccio nostro figlio appena nato, di guardarlo e di chiederci: “Viene da me? L’ho fatto proprio io?”, e di rimanere attoniti, increduli di fronte a tale miracolo, tanto da non volerci più distaccare da lui, ebbene, questa è trasfigurazione.
Se ci è capitato di piangere solo perché eravamo felici, per nessun altro motivo, questa è trasfigurazione. Se ci è capitato di innamorarci, di perdere la testa per qualcuno, di provare un’emozione che fa battere all’impazzata il nostro cuore, questa è trasfigurazione. Se ci è capitato di appassionarci per la musica, per la poesia, per la verità e decidiamo di voler vivere solo per questi ideali, ebbene: anche se il mondo ci tratterà da matti, noi conosceremo la felicità. Se ci è capitato un fatto che ci ha stravolto la vita, che ci ha salvato, per cui non siamo e non vogliamo più essere quelli di prima, sentendoci intimamente “toccati”, questa è trasfigurazione. Se ci è capitato di essere attaccati, osteggiati, accantonati per ciò che crediamo, per le nostre idee ma, pur soffrendo, non siamo scesi a compromessi, non abbiamo patteggiato, ma siamo rimasti noi stessi, autentici, questa è trasfigurazione. Allora possiamo guardarci allo specchio con la dignità di un uomo e il coraggio di un guerriero.
Il monte della Trasfigurazione è la nostra anima, il nostro cuore: lì noi capiremo l’essenziale. Lì sentiremo la voce di Dio che ci dice: “Tu hai il diritto e il dovere di essere felice: di una felicità che non è possedere, ma di far vivere la luce, la missione, la vita, le doti, che sono in di te”.
Ecco: Dio è in ognuno di noi e chiede di essere manifestato. Noi siamo in Dio e non abbiamo nulla da temere perché siamo al sicuro: la nostra felicità sta quindi nel poter scorgere questa luce che è in noi, nel poter scorgere il Divino, la Bellezza assoluta che risiede in noi, e di testimoniarla a tutto il mondo. Noi abbiamo bisogno di questa bellezza. Impariamo allora ad esclamare più spesso: “che bello!”. Quando entriamo in chiesa per la Messa, gridiamolo nel nostro cuore: “che bello!”. Ripetiamolo quando ci alziamo, nel silenzio, nel canto, nell’omelia, nella comunione: “che bello!”. La Messa che noi celebriamo la Domenica deve sempre essere il nostro salire sul Tabor per riempirci occhi e cuore della bellezza di Dio. Facciamo delle nostre liturgie, dei momenti di bellezza! Bellezza della Parola, degli arredi, del canto, del silenzio, dello stare insieme come comunità... Non adagiamoci mai sulla bruttezza; il nostro sguardo non indugi continuamente su ciò che non va bene! Il nostro dovere di cristiani è di essere più contagiosi, più convincenti nel professare: “Signore, è bello per noi essere qui, alla tua presenza!”.
Un giorno un ciliegio chiese ad un mandorlo: “Parlami di Dio!”, e il mandorlo fiorì!... e fu per lui trasfigurazione, fu per lui bellezza!  Amen.




giovedì 11 febbraio 2016

14 Febbraio 2016 – I Domenica di Quaresima

«Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo» (Lc 4,1-13).

Il vangelo di oggi parla delle tentazioni di Gesù: ha da poco ricevuto il battesimo, e sente ancora dentro di sé tutta la forza del riconoscimento di Dio: “Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto”.
Ed è proprio quando si sente forte, proprio quando è “pieno di Spirito Santo”, che arriva la tentazione: lo Spirito lo “conduce” nel deserto, ossia nella solitudine assoluta, nel profondo del proprio io, dove nessun altro può entrare.
Vedremo che anche satana lo “conduce”: ma nella tentazione, in quelle situazioni in cui egli può sferrare il suo attacco e indurre al male. Il termine ebraico “nahas”, con cui la Genesi indica il serpente tentatore, colui che ha sedotto Adamo, deriva infatti dal verbo “nahoh”, che vuol dire appunto “condurre, accompagnare”.
Per noi il serpente è sempre stato simbolo del peccato e del male: quando l’uomo è solo con se stesso, sovente in preda allo sconforto a causa delle sue miserie, è lui che entra in azione cercando con tutti i mezzi di indurlo, approfittando della momentanea debolezza, al totale e definitivo allontanamento da Dio.
“Nahas” infatti, oltre che “condurre”, vuol dire anche “barriera, ostacolo”: è quella “prova” cioè che dobbiamo affrontare con decisione, quella tentazione che dobbiamo superare con forza, anche se spesso richiede grande impegno e fatica, quel fiume che dobbiamo oltrepassare per poter continuare il cammino che ci assicura la presenza di Dio in noi e l’unione al suo Amore misericordioso.
In greco “tentare, mettere alla prova” si dice “peirasmos”, che vuol dire “verificare”. Scopo della tentazione, pertanto, è quello di “verificare”, di fare cioè chiarezza su chi realmente siamo, sulla sincerità delle nostre scelte, stabilire se la nostra vita spirituale è solo di facciata, oppure se poggia saldamente sulla solidità della nostra fede; ci rivela, insomma, chi siamo noi per davvero, per consentirci di correre ai ripari e poter eventualmente sistemare quelle falle, fortificare quelle debolezze, che piacciono tanto a Satana, sempre pronto a minare e distruggere il nostro habitat interiore.
La Bibbia conferma questo concetto, quando dice: “Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e per metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore” (Dt 8,2).
In questo senso i profeti, i santi, sono stati tutti tentati, tutti hanno dovuto fare i conti con le tentazioni. Tentazioni che non sono affatto un male, non sono un peccato, ma al contrario sono un bene, poiché ci mettono in condizione di dimostrare a Dio e a noi stessi la piena coerenza con i principi che professiamo. Diventano un male esclusivamente nella malaugurata sorte che noi stoltamente le assecondiamo.
In passato l’ordine tassativo era: “Evitate le tentazioni!”. E così la gente si sentiva in colpa già nel fare un qualche pensiero men che nobile, magari un po’ cattivo, perverso, di odio, di rabbia, di impudicizia. “Non si devono fare pensieri del genere”, ci dicevano, “guai a chi li fa!”. Ma in realtà le tentazioni non si possono evitare.
La tentazione si limita a dire: “Controlla quanto sono profonde le tue radici. Guarda su quali forze puoi contare. Verifica bene se la persona che credi di essere, è vera, autentica”. Le tentazioni sono insomma il nostro momento di verità, di libertà.
Nel deserto Gesù esercita infatti la sua libertà e dice “no” ai modi di vivere e di pensare prospettatigli da satana; e dice “sì” ad un altro stile di vita, quello per cui era venuto nel mondo. Un vangelo dunque, questo di oggi, che decisamente ci conforta, perché ci dice che anche Gesù subì il fascino del potere,anche Lui sentì l’attrazione di usare per sé e per la propria immagine tutto il suo carisma: ma ci conforta ancor più il fatto che la scelta finale fu soltanto sua, coerente con la sua missione, decisamente contraria alle seducenti prospettive dei suggerimenti di Satana.
Nel deserto inoltre Gesù digiuna. Purtroppo oggi noi non capiamo il grande valore del digiuno e per questo non lo pratichiamo più. Il digiuno non consiste solo nell’astenersi dal cibo, nel non mangiare carne (astinenza) o nel sacrificarsi per chissà cosa. Praticare il digiuno è questione soprattutto di mettere da parte, di liberarci dalla nostra fatua esteriorità, dalla nostra superficialità, dalle nostre stupide impuntature, dalla nostra ricerca di adulazioni, per “autenticarci”, per rendere cioè la nostra vita vera, autentica, coerente, sincera.
Noi mettiamo molto impegno nel curare il nostro benessere materiale, il nostro aspetto esteriore; ebbene: altrettanto, e ancora più, dobbiamo metterne per accrescere, per salvaguardare il nostro benessere spirituale: purtroppo però noi accantoniamo volutamente il problema, cerchiamo di neutralizzarlo, di soffocare, di ignorare le nostre voci interiori, le sollecitazioni della nostra coscienza che ci scuotono dentro.
Oggi, purtroppo, per calmare queste tensioni interne, molti ricorrono addirittura alla droga: la cocaina, per esempio, è molto diffusa ed in continuo aumento, perché offre ad una esistenza infelice e disperata, una parvenza di felicità; altri si buttano nel bere e nell’alcool per annegare tutto il disagio che sentono dentro; si riempiono di cibo per non sentire la fame di amore che bussa al loro cuore. I più, invece, per dare importanza e senso ad una vita senza senso, si immergono completamente nel lavoro, nelle occupazioni esteriori; tutti, insomma, hanno bisogno di ricorrere ad eccessi, a provocazioni, al chiasso, alla sazietà, per non sentire le urla di ribellione di una vita interiore ormai moribonda.
Fuggono dal deserto, fuggono dal silenzio, dalla solitudine interiore; hanno il terrore di scoprire la triste realtà che inesorabilmente emerge nel confronto interiore con noi stessi.
Ma è un fuggire invano: lo Spirito, come ha fatto con Gesù, ci spinge, anzi talvolta ci caccia a spintoni, nel nostro deserto. Non abbiamo alternative, è là che dobbiamo andare; è là che dobbiamo scendere per fare i conti con la nostra coscienza. È Dio che lo vuole. Perché se non ci decidiamo di affrontare con coraggio i nostri demoni interiori, non ne verremo mai fuori, saremo sempre in loro balia: perché satana gioca sull’illusione. Egli cerca con grande astuzia di staccarci dalla nostra realtà, di farci evadere. Cerca di insinuare sempre il dubbio sulla bontà delle nostre scelte. Ci riempie di falsi miraggi; di eventualità praticamente irrealizzabili, di possibilità inesistenti, che non ci sono.
Anche Gesù, come ci descrive il vangelo di oggi, ha subito questi attacchi di satana: la prospettiva cioè di ottenere tre soluzioni molto accattivanti, legate soltanto a tre “condizioni”: “Se tu sei figlio di Dio (4,3); se ti prostri dinanzi a me (4,7); se tu sei figlio di Dio (4,9)”.
Sono le tre tentazioni di Gesù che costituiscono in qualche modo, il modello, la sintesi operativa di tutte le tentazioni.
La prima tentazione è: “Trasforma questa pietra in pane” (4,3): riguarda il piacere; tutto deve contribuire a soddisfare i nostri desideri, i nostri scopi. Per raggiungere il benessere, per trarre il massimo godimento da questa esistenza, ogni mezzo va bene: aiutiamo gli altri solo per essere ammirati; utilizziamo la nostra posizione per soddisfare il nostro orgoglio, per sentirci “più” degli altri; sfruttiamo parenti, amici, conoscenti per sentirci “qualcuno, per la gioia di sentirci ammirati, invidiati, sempre al centro dell’attenzione di tutti.
La seconda tentazione, “se ti inginocchi, tutto sarà tuo” (4,6), riguarda il possesso; vogliamo possedere tutto e tutti, per raggiungere emozioni sempre nuove. Poiché conosciamo la nostra debolezza, la nostra fragilità, tentiamo di sottomettere gli altri, per dimenticare la nostra vulnerabilità, il nostro essere feriti, la nostra debolezza endemica. Quante volte sentiamo il bisogno di sottomettere chi ci è vicino, di dirigerlo, di tenerlo in pugno, per sentirci forti, invulnerabili, superiori a tutti! Ma pur ostentando sicurezza, padronanza delle situazioni, delle persone e delle cose, finiamo sempre per essere fagocitati dalla nostra fragilità, dal nostro essere in fondo tante nullità.
La terza tentazione: “Buttati giù dal pinnacolo perché gli angeli ti sosteranno” (4,9-11): riguarda la potenza, il credere di poter fare tutto. È soprattutto una tentazione religiosa: usiamo Dio per i nostri scopi, ci sentiamo onnipotenti, ci sentiamo altrettanti Dio. Quante persone giustificano, come “volere di Dio”, leggi e precetti che sono solo degli uomini. Quante guerre, quanti sensi di colpa, quante umiliazioni e condanne sono state inflitte all’umanità con la scusa di fare la volontà di Dio!
Nessuno può permettersi di discriminare un fratello accusandolo di essere un peccatore recidivo, di non vivere in unione, in “grazia” con Dio. Mai ergersi a giudici: tantomeno gli educatori, che nel loro ministero pastorale usano un potere che non è il loro! Non usiamo mai Dio per dimostrare la nostra forza, il nostro potere; non usiamo Dio per i nostri scopi, per le nostre finalità, neppure per quelle positive. Dio non si usa: si deve solo amare e seguire. Non facciamo dire a Dio quello che ci suggerisce il nostro orgoglio. Troppe persone sono convinte di essere onnipotenti: per il fatto che possono gestire milioni di euro, influenzare banche, creare e dirigere flussi finanziari, si sentono altrettante Dio, sono convinte che tutto dipende da loro e che possono permettersi qualunque cosa. Per questo cercano insistentemente il massimo consenso, l’approvazione generale, la notorietà: i fratelli non sono più persone, ma merce da sfruttare e da sottomettere al loro delirio di onnipotenza. Purtroppo, non si rendono conto che questo tipo di “potere”, questa superiorità assoluta, questo coro unanime di riconoscimenti, peraltro tributati spesso per interesse, portano inevitabilmente all’ubriacatura della ragione e del buon senso; e quel che è peggio, inducono a rimuovere qualunque necessità di “deserto”, annullando conseguentemente la possibilità di un esame, critico ma salutare, con la loro coscienza. Farsi come Dio, è stato il grande peccato di Satana, di Adamo ed Eva: volevano infatti diventare ciò che non avrebbero mai potuto diventare.
Il vangelo si conclude infine con l’annotazione che “esaurita ogni specie di tentazione, il diavolo si allontanò da Gesù per tornare al tempo fissato” (4,13). Che in altre parole vuol dire: attenzione, non illudetevi che, superata una prova importante della vita, tutto sia definitivamente risolto: a tempo “debito” altre prove torneranno, altre tentazioni puntualmente si presenteranno. Sarebbe bello dire: “Questa cosa l’ho affrontata, ora sono a posto”. Invece, a livelli sempre diversi, saremo continuamente sotto esame. Ed è bene che sia così perché ogni prova superata, ci fortifica, ci radica sempre di più nel mistero di Dio e della Vita.
Penso infatti che la più erronea tentazione sia quella di fuggire le tentazioni, di evitarci cioè un’esperienza, difficile e spesso dolorosa, ma fortificante e gratificante. Darsi alla fuga davanti ad una tentazione, pur sembrandolo, non è mai una soluzione: perché nessuno può evitare il proprio “deserto”; anzi, bisogna rimanerci dentro tutto il tempo che serve. Amen.




mercoledì 3 febbraio 2016

7 Febbraio 2016 – V Domenica del Tempo Ordinario

«Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: “Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca”. Simone rispose: “Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti”». 
(Lc 5,1-11).

Gesù raduna attorno a sé un primo gruppetto di discepoli per un motivo molto semplice: lo devono seguire; perché? Perché devono osservare, devono guardare con attenzione quello che Lui fa e come lo fa, devono imparare il suo modo di agire, devono capire bene quello che Lui dice, per poi essere in grado di comportarsi esattamente come Lui.
Un giorno infatti manderà anche loro per le strade del mondo: “Andate, predicate e guarite” (Mc 3,14; Lc 10,1-20)
In qualunque scuola di vita, non è possibile rimanere eternamente discepoli. Ad un certo punto bisogna diventare maestri, diventare adulti, crescere, e muoversi in autonomia.
Non è possibile continuare per tutta la vita a chiedere ogni cosa a Dio o agli altri; non possiamo essere soltanto passivi; non possiamo sempre aspettare; non possiamo vivere facendo finta di non avere doti e capacità; non possiamo pretendere di rimanere sempre bambini. Dio ci chiama e manda anche noi a compiere la nostra missione.
Il vangelo non è un circolo chiuso: il vangelo è andare appunto nel mondo per cambiare il mondo. Il vangelo è missione, è portare la vita, la passione, il fuoco, la luce, la verità, dove non ci sono. 
Il vangelo è come la scuola: si studia per tanti anni e ci si specializza in una determinata disciplina, non per il piacere personale di studiare e basta, ma per diventare un domani degli esperti professionisti! Allo stesso modo dobbiamo andare a scuola di Gesù non per rimanere sempre dei bambini piccoli che hanno bisogno di ricevere tutto, ma per diventare degli altri Gesù, degli adulti che lo rappresentano e lo fanno conoscere al mondo intero.
Ed è normale: noi abbiamo ricevuto una grande gioia, come possiamo tenerla per noi? Abbiamo scoperto un tesoro meraviglioso: come facciamo a tenerlo nascosto? Abbiamo scoperto ciò che ci fa vivere: e noi vogliamo che tutti possano scoprire la vera Vita, perché tutti si appassionino e si riempiano di questa “meraviglia”!

Il vangelo di oggi ci descrive dunque la chiamata dei primi quattro di questo gruppetto: i due fratelli Pietro e Andrea, pescatori, e i due fratelli Giacomo e Giovanni, anch’essi pescatori, ma di un livello sociale più elevato (avevano, diciamo, un’impresa di pesca).
Siamo sul lago di Genèsaret: il lago indica la condizione di vita di questi pescatori. La superficie del lago è liscia, immobile, tranquilla, esattamente come la loro vita, una vita di “superficie”. Non sono cattivi, non è gente di malaffare, tant’è che concedono a Gesù di usare la loro barca. Pensano che la vita sia tutta qui. Pensano che questo sia l’unico modo di vivere. Neppure sanno come si può vivere fuori dal loro ambiente!
Forse non si sono mai posti, come del resto neppure noi, la vera domanda, quella dura, quella a cui non si può scappare: “Ma io sono davvero felice della mia vita?”. C’è fuoco, c’è passione nel mio agire? C’è luce nei miei occhi? C’è sole nel mio viso? C’è profondità nelle mie parole?” Sono domande che anche noi forse non ci siamo mai poste, preferiamo ignorare il problema e la sua soluzione, e dobbiamo ammettere: “Maestro abbiamo pescato tutta la notte e non abbiamo preso nulla”. Come a dire: “Facciamo tante cose, corriamo in lungo e in largo, tanto e sempre, ma dentro di noi non rimane nulla, non si pesca, le reti della nostra anima sono sempre vuote.
La realtà è che se continuiamo a vivere nella superficie, non potremo mai essere felici: lì, a quel livello, non prenderemo mai alcun pesce.
I quattro apostoli, dopo una nottata infruttuosa, stanno lavando le reti: stanno cioè esaminando la loro situazione; e ascoltano la voce di Gesù. Improvvisamente sentono una vibrazione che li tocca dentro; sentono che quelle parole ridestano emozioni “nuove”, emozioni che ridanno vita; sentono in cuor loro che la via che Gesù mostra loro è quella “vera”; sono parole che li spingono ad osare. E che fanno? Accettano e lo seguono. Fanno umilmente tutto ciò che Lui chiede loro.
Sì, perché nella vita, prima o poi, arriva il momento in cui dobbiamo deciderci: la barca è pronta, l’equipaggio c’è, l’occorrente per la pesca pure. Dobbiamo soltanto sciogliere la corda, staccarci dalla riva e inoltrarci nel mare. O andiamo o stiamo fermi. Non ci sono vie di mezzo. O ci fidiamo di lui e andiamo, oppure continuiamo a rimanere fermi lì, per sempre.
Ad un certo punto dobbiamo rischiare, dobbiamo osare, dobbiamo andare. La nostra adesione si chiama semplicemente fede: ci fidiamo e andiamo. Non sappiamo dove ma ci fidiamo di Lui. “Cosa succederà? Che fine faranno quelli che noi amiamo? Perderemo qualcuno? Soffriremo? E se poi ci sbagliamo?”: domande legittime, certo. Ma se ascoltiamo i dubbi, la paura, non prenderemo mai il largo.
Gesù non fa mai tanti discorsi: seguirlo o non seguirlo non è questione di essere convinti o meno; ma di amore e di fiducia. Non lo seguiremo perché ci ha convinti, ma perché ci siamo innamorati di Lui, di ciò che con Lui possiamo essere e vivere.
Le proposte di Gesù sono sempre grandi, larghe, profonde, di ampie visioni: ci costringe cioè a metterci completamente in gioco. Gesù ci fa andare là dove mai avremmo pensato di poter andare e ci fa vivere ciò che neppure pensavamo esistesse. Quelli che lo incontravano per le strade della Palestina gli dicevano: “Tu sei la Vita”: perché Lui effettivamente faceva vivere!

A Simone dunque Gesù dà due ordini, semplici, decisi e chiari.
Il primo: “Prendi il largo” (5,4). Una richiesta che non ha bisogno di molte spiegazioni. Vuol dire: parti verso l’ignoto, esci fuori dai tuoi soliti schemi, dai tuoi soliti modi di pensare e di fare, e inoltrati nella vita. “Ma io ho paura, è rischioso!?”. Lo so. Ma quando è necessario farlo, si fa; quando si deve andare, si va. Il treno passa una volta nella vita: tocca a noi prenderlo: nessuno può farlo per noi. O noi o nessun’altro.
Quante persone si esimono dicendo: “Non è per me; sarebbe bello, ma bisogna essere realisti; non ne sono capace” e si convincono di questo. In realtà dovrebbero più onestamente ammettere: “Ho paura”.
Viviamo sempre negli stessi posti, frequentiamo sempre le stesse compagnie, il solito giro di conoscenze che ormai non ha più nulla da offrirci? “Prendiamo il largo!”. Frequentiamo i soliti amici e colleghi con cui parliamo soltanto di lavoro, di sport, di donne, di soldi? “Prendiamo il largo!”. Continuiamo a frequentare sempre quel certo ambiente molto “sofisticato”, anche se è opprimente e carico di pregiudizi, di occhiate taglienti, di sguardi velenosi, di invidie, di maldicenza? “Prendiamo il largo!”. Abbiamo sete di ricerca della verità, di scoprire i valori autentici della vita, di capirne a fondo i perché? “Prendiamo il largo!”. Non accontentiamoci delle risposte preconfezionate, classiche, di parte, ma immergiamoci con decisione nel cuore della Vita.
Non per nulla l’altro invito che Gesù rivolge a Simone è: “Cala le reti”. Cioè: “Vai dentro al problema; vai a fondo; immergiti nel mistero della Vita”. La Vita infatti non è una disciplina scolastica che va insegnata: si possono al massimo indicare dei percorsi, fornire delle indicazioni, piantare dei “paletti”; ma la Vita, per conoscerla, bisogna sperimentarla; bisogna viverla, bisogna necessariamente “immergersi” in essa: non per caso il battesimo (baptizein) vuol dire proprio “immergersi”.
Non basta sapere che Gesù era Figlio di Dio: Sì, certo, è già un bel passo in avanti! Ma con questa conoscenza saziamo soltanto il nostro cervello, la nostra intelligenza, ma non il nostro cuore. Per saziare la nostra sete di amore, dobbiamo scoprirlo noi personalmente cosa vuol dire “Figlio di Dio”! Entriamo dentro il suo cuore e scopriremo “come” era Figlio di Dio.
Sappiamo pure che anche noi siamo figli di Dio. Certo che sì! Ma saperlo non basta, non risolve nessuno dei nostri problemi e non ci cambia la vita. “Prendiamo il largo”, entriamo dentro, immergiamoci in Lui, e capiremo finalmente tutta la forza, la potenza, la dignità di essere figli suoi.
Egli ci ha “chiamati” a compiere la nostra missione: ma come? Ognuno lo deve scoprire dentro di sé. Dobbiamo tutti entrare dentro di noi: non c’è altra strada.
Del resto tutto ciò che è grande e vero, avviene “dentro”. Il bimbo inizia la sua vita dentro la madre; la gioia, il dolore, la rabbia, sono sentimenti che nascono dentro di noi, nel nostro cuore, nella nostra mente; il sangue che è vita, scorre dentro il corpo, dentro le vene; la linfa, è dentro l’albero; l’amore, è il sentimento interno con cui accettiamo l’altro o veniamo accettati e accolti per quello che siamo; la fede, è una percezione interiore; Dio, è un mistero da penetrare, da conoscere, da entrarci dentro; lo Spirito, è Dio dentro di noi; il corpo di Cristo,l’Eucaristia, lo mangiamo e va e finire dentro di noi; così per ascoltarci, dobbiamo entrare dentro di noi; la vera intimità, è l’incontro interiore delle anime e dei cuori di due persone.
La Vita vera, insomma, scorre dentro! La vita che osserviamo all’esterno è solo il riflesso della vita che abbiamo dentro.
Luca, a differenza degli altri evangelisti, descrive in maniera singolare la “chiamata” dei quattro: a lui interessa in particolare la figura di Simone: è sulla sua barca infatti che Gesù si siede, invitandolo ad allontanarsi dalla riva e dalla ressa della folla. Ed è sempre su Simone che Luca focalizza l’attenzione.
Quando infatti Simone si rende conto di come può vivere seguendo le direttive di Gesù (la rete è piena, stracolma di pesci!), viene assalito immediatamente dalla paura: “Allontanati da me perché sono peccatore”. Cosa avrà voluto dire con questa espressione?
Prima di tutto che lui non si sente degno: è convinto di non poter vivere così, di non essere all’altezza. “Sarebbe bello, mi piacerebbe tanto, ma non ce la faccio! Non ne sono capace!”. La gente troppo spesso ha paura di essere felice.
Secondo poi, che si sente in colpa per aver sprecato tanto tempo (una notte intera) per non pescare nulla. Una delle sensazioni più amare della vita è quella di renderci conto di averla completamente sprecata: un bel mattino ci svegliamo felici e contenti scoprendo quanto sia inebriante e meraviglioso vivere; e constatiamo amaramente di non aver mai vissuto in tale stato di grazia! Pensavamo che la nostra fosse “vita” e invece era solo un “vegetare”. E questo ci fa veramente male.
In terzo luogo Pietro si rende conto del suo “peccato” di valutazione: gettandosi in ginocchio riconosce di aver chiamato “vita” ciò che era “morte”. Per poter trovare la strada giusta, dobbiamo accettare di aver sbagliato. Perché se ci ostiniamo a percorrere una strada sbagliata, non arriveremo mai al traguardo che ci eravamo proposti. Dobbiamo essere umili. Quando una cosa è sbagliata, quando non ci offre ciò che dovrebbe, ammettiamo semplicemente di aver sbagliato, lasciamola da parte, e incominciamone una nuova”.
Qui Pietro ha toccato, ha sentito, ha sperimentato cosa vuol dire incontrare il Signore: la sua vita era vuota, come la rete tirata su nella notte: ma con Gesù, improvvisamente, si è riempita di pesci fino a traboccare. Prima era pieno di paura, ma Gesù gli ha insegnato quanto sia bello mollare gli ormeggi e prendere il largo. Prima si accontentava di sopravvivere, ma Lui gli ha insegnato a raggiungere la vera Vita. Una Vita per la quale valeva la pena di lasciare tutto, di rischiare, di osare.

Ora capiamo perché Pietro si è comportato così; capiamo perché Andrea, Giacomo e Giovanni hanno fatto altrettanto. Cos’altro avrebbero potuto fare? Erano morti; ma sono stati “pescati” da Lui e riportati in vita; cos’altro avrebbero potuto fare se non diventare loro stessi pescatori di vita?
Comunicare Dio agli altri è molto più semplice quando noi stessi abbiamo incontrato il Signore: perché è sufficiente raccontare ciò che abbiamo sperimentato e vissuto personalmente: ognuno infatti trasmette agli altri con profitto soltanto quello che conosce molto bene, quello che appartiene alla sua esperienza, quello che appartiene alla sua vita.
Infatti, nessuno può insegnarci a “pescare” nel mondo, se non Colui che conosce magistralmente questo mestiere; come pure nessuno può insegnarci il Vangelo, se non Colui che per primo lo ha annunciato e lo ha vissuto personalmente. Andiamo allora umilmente, come Simone, a scuola da Colui che è la Vita; impariamo da Lui, facciamo quello che Lui ci suggerisce: solo così potremo passare agli altri ciò che noi siamo, ciò che viviamo, e la nostra “pesca” sarà miracolosa. Amen.



giovedì 28 gennaio 2016

31 Gennaio 2016 – IV Domenica del Tempo Ordinario


«All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino» (Lc 4,21-30).

Il vangelo di oggi continua e conclude il brano di domenica scorsa: siamo ancora nella sinagoga di Nazareth e tutta l’assemblea insorge contro Gesù. E Lui cosa fa? Invece di difendersi, attacca senza paura: “Nessun profeta è bene accetto in patria” (Lc 4,24). E si spiega citando in proposito due episodi dell’Antico Testamento, molto imbarazzanti per gli ebrei, al punto che essi da sempre preferiscono ignorarli. Di che si tratta?
Durante una lunga e tremenda siccità su tutto il territorio, a causa della carestia che aveva duramente colpito gli abitanti, si erano diffuse ovunque malattie mortali come la peste e la lebbra: il grande profeta Elia, però, non si fermò ad aiutare il suo popolo, ma preferì portare soccorso proprio a quelle persone che erano odiate e disprezzate dai suoi connazionali. Si recò infatti da una vedova pagana di Sarepta di Sidone, e a lei guarì il figlio morto (1Re 17,17-24).
L’altro episodio riguarda il profeta Eliseo, già discepolo di Elia: al suo tempo il territorio di Israele era pieno di lebbrosi, ma egli non guarì nessuno di loro: guarì invece Naaman il Siro, un militare pagano (2Re 5,1-14).
Gesù incalza quindi i presenti, ponendoli di fronte ad una tragica responsabilità: “Vi siete mai chiesto perché questi vostri grandi profeti sono andati l’uno a soccorrere una vedova pagana, invece di tutti i bisognosi che c’erano in Israele? E come mai l’altro, con tutti gli ammalati che c’erano qui da noi, ha guarito un unico pagano straniero?”. La risposta è chiara: “Perché qui non c’era fede! I vostri grandi profeti, quelli che voi stimate e di cui parlate sempre, se ne sono andati altrove, come me, proprio perché qui non poterono operare nulla”.
A queste parole scoppia il finimondo, tutti sono pieni d’ira: “Gesù ha superato ogni limite, bisogna fermarlo, bisogna fare qualcosa; non possiamo più lasciarlo agire indisturbato; quello che dice è inaccettabile. Deve essere eliminato”. E cosa fanno? Lo prendono, lo cacciano fuori e lo conducono sulla sommità del monte su cui erge la città, per gettarlo giù dal precipizio (Lc 4,29). E il testo termina con un’ultima amara constatazione: “Gesù se ne andò”.
Gesù dunque è costretto ad andarsene da Nazareth e dal suo paese perché i suoi compaesani, i suoi famigliari, quelli di casa sua, non lo vogliono. È cacciato fuori, eliminato, escluso perché scomodo, perché importunava, perché era un problema. Tra di essi c’erano solo pregiudizi, barriere, resistenze, difficoltà. Frequentavano regolarmente la sinagoga, è vero, avevano la religione, ma non avevano Dio. Pregavano dentro la casa di Dio, ma senza Dio. Innalzavano preghiere ma non pregavano. Avevano Gesù e lo hanno buttato fuori dalla loro vita.
A Nazareth quel giorno è successo proprio questo. I suoi compaesani quando hanno visto che Egli non era come lo volevano, lo hanno rifiutato. E rifiutandolo, hanno rifiutato proprio chi li poteva salvare, chi li poteva guarire, chi poteva cambiare la loro vita.
Ma non occorre risalire a Nazareth: anche oggi, anche noi, possiamo andare a pregare in chiesa ed essere senza Dio. Possiamo andare in chiesa ed essere indifferenti a Dio o addirittura contro Dio. Anche noi vogliamo spesso le persone diverse da come sono: le vogliamo identiche a come le immaginiamo, vogliamo i nostri figli in un certo modo, i nostri genitori, i nostri superiori in un altro modo ancora; vogliamo che quanti ci sono vicini corrispondano in tutto e per tutto a quelle che sono le nostre esigenze, le nostre vedute, le nostre aspettative; vogliamo insomma che il mondo sia soltanto come noi lo immaginiamo. Ma le persone non sono così, il mondo non è così: la realtà è un’altra. La realtà o la si accetta o la si rifiuta. Volerla diversa, significa voler evadere dal presente, dalle nostre responsabilità. Quante volte anche noi rifiutiamo situazioni, occasioni, incontri, esperienze che riteniamo ostili, difficili, non comprensibili. Invece, se avessimo un po' più di pazienza, un po' più di apertura mentale, un po’ più di umiltà e di amore, capiremmo che ciò che rifiutiamo potrebbe costituire al contrario la nostra salvezza.
Gesù viene rifiutato dall'uomo, dal pregiudizio, da chi vuole modellare Dio secondo le proprie idee, da chi lo vuole adattare alle proprie esigenze.
Essi avevano già in testa come doveva essere; sapevano già cosa avrebbe dovuto fare, quali miracoli, quali comportamenti: sapevano già tutto; Gesù non poteva essere diverso da come l'avevano in testa e quindi non poteva essere come lui dimostrava di essere. È per questo che un giorno lo uccideranno e, secondo loro, a ragion veduta: “Non è Dio”, cioè, “non è secondo il modello di Dio che vogliamo noi”. Finché corrisponde alle loro idee lo accolgono, ma quando si fa vedere per quello che è, lo escludono. Quante volte anche noi quando le persone non corrispondono ai nostri schemi, le eliminiamo dalla nostra vita: “fuori!”.
Ma allora che amore è il nostro se lo diamo soltanto a quelli che ci vanno a genio? Che amore possiamo ricevere da Dio, se siamo noi a stabilire come Lui deve essere e cosa deve fare?
In questo modo Dio Amore non potrà mai più manifestarsi a noi, perché il “nostro” Dio non è altro che un idolo che ci siamo costruito a nostra immagine e somiglianza. Per questo Gesù è costretto ad andarsene: anzi, non è lui che se ne va, siamo noi che lo buttiamo fuori.
Gli abitanti di Nazareth si sono lasciati condizionare dalla barriera del pregiudizio. “Non è costui il figlio di Giuseppe?”. Cioè: “ Ma chi si crede di essere? Lo conosciamo bene, non si desse tante arie, in fin dei conti è un poveraccio come noi”. Lo hanno etichettato. E di etichette, durante il suo peregrinare per le strade della Palestina, gliene piazzeranno molte altre: “amico dei pubblicani e delle prostitute, mangione e beone, uno che sta con la gentaglia”. Gesù, il figlio di Dio, è stato coperto da una valanga di insulti, di pregiudizi, di insinuazioni: tutto falso!
Credevano di sapere molto bene chi era Gesù. Credevano di conoscerlo. E, invece, erano colmi dei loro pregiudizi. Credevano di saper tutto su Dio. Credevano di non aver più niente da imparare. Credevano di credere. Per questo Gesù ha dovuto andarsene. Perché credevano così tanto in loro stessi, e solo in loro stessi, che non potevano vedere nient'altro che loro stessi. Se fossimo più attenti, se fossimo meno giudicanti, se fossimo più aperti, se fossimo più sensibili, avremmo l'umiltà di ascoltare prima di parlare, di conoscere prima di sentenziare.
Gesù non fu ucciso dagli atei o dai miscredenti ma dai credenti più credenti: così credenti, così pii, così zelanti, così pieni di loro stessi, da non avere più spazio per nient’altro di nuovo. Gesù annunciava la Buona Novella (il vangelo): fu ucciso non perché era buona ma perché era nuova. Gesù mandava in frantumi gli schemi, i pregiudizi, le visuali delle persone: in una parola, l'idea della Bibbia tradizionale. Annunciava un Dio diverso e i “fedelissimi” di quella che era la “tradizione”, non gliela perdonarono. Annunciava un Dio amico anche delle donne, e i maschilisti del tempo gliela fecero pagare. Annunciava un Dio della vita, dell’amore, dell’onestà, della coerenza: insegnava che non ci può essere separazione tra ciò che si dice di credere e ciò che si fa materialmente, e i farisei se la legarono al dito. Annunciava un Dio della giustizia, un Dio che denuncia le falsità e le ipocrisie nascoste: i nobili e i ricchi si sentirono chiamati in causa in prima persona. Annunciava un Dio che rompeva con la tradizione, se la tradizione era nemica dell'uomo: e i rispettosi della regola, i “bravi”, i conservatori, si sentirono spiazzati nel loro orgoglio di unici fedeli alla Legge.
In questo vangelo dunque, Gesù, vistosi rifiutato, se ne va. A Gesù non interessava essere riconosciuto come messia, quel messia che la gente aspettava; ciò che gli stava a cuore era essere se stesso e mantenersi fedele alla sua verità e al suo Dio: per questo era il Messia.
Gesù è rimasto sempre e profondamente se stesso. Gesù non ha mai tradito il suo nome, la sua vocazione, la sua chiamata e la sua missione. Per questo Gesù è un uomo compiuto. E quando sulla croce dirà: “Tutto è compiuto”, Gesù esprime che tutto ciò che doveva fare, tutto ciò che poteva fare, l'ha fatto. Gesù ha compiuto la sua vita, il motivo per cui Dio lo aveva mandato e per cui era venuto a questo mondo.
Gesù non ha permesso al pregiudizio di limitarlo: quando poteva lo attaccava direttamente; quando non c'era niente da fare se ne andava altrove. Perché non c'è peggior cieco di chi non vuol vedere.
A Gesù non importava molto cosa diceva la gente di lui (e dicevano un sacco di cattiverie!). Non gli importava di salvare la faccia, di essere gradito, ammirato, accettato. Per questo era un uomo libero. Per questo poteva dire le cose come stavano; per questo era libero di muoversi, di abbracciare, di incontrare chiunque: per questo stava con i poveri e con i ricchi. Non c'era pregiudizio nella sua mente e neanche nel suo cuore. Non gli interessava sapere cosa la gente pensasse di lui, non gli interessava controllare sempre se era accettato o no. Non gli interessava sapere cosa pensasse l'opinione pubblica delle persone: lui le incontrava e le amava comunque.
Gesù fu un uomo autentico (autentico, da autos, se stesso). Solo chi è libero dal giudizio degli altri può vivere la propria vita, può essere autentico, può essere se stesso. Se uno non vive la propria vita, finisce col vivere quella degli altri. Ma c'è già chi vive quella vita: per cui diventa un doppione, una fotocopia. Vivere una vita non nostra ci rende irrealizzati, profondamente infelici e insoddisfatti.
Chi è fedele a se stesso non sarà mai tradito, perché il male peggiore, il male unico della vita, è rinunciare a se stessi. Il grande peccato dell'uomo è perdersi e perdere la propria vita, per correre dietro agli altri, a ciò che gli altri si aspettano da lui. E allora non facciamoci del male; perché quando ci saremo persi, di noi non rimarrà più nulla.

Amen.