mercoledì 6 aprile 2022

10 Aprile 2022 - Domenica delle Palme - Passione di nostro Signore


Lc 22.14-23,56

«Poi Gesù disse a coloro che erano venuti contro di lui, capi dei sacerdoti, capi delle guardie del tempio e anziani: «Come se fossi un ladro siete venuti con spade e bastoni. Ogni giorno ero con voi nel tempio e non avete mai messo le mani su di me; ma questa è l’ora vostra e il potere delle tenebre». Dopo averlo catturato, lo condussero via e lo fecero entrare nella casa del sommo sacerdote. Pietro lo seguiva da lontano. Avevano acceso un fuoco in mezzo al cortile e si erano seduti attorno; anche Pietro sedette in mezzo a loro. Una giovane serva lo vide seduto vicino al fuoco e, guardandolo attentamente, disse: «Anche questi era con lui». Ma egli negò dicendo: «O donna, non lo conosco!». Poco dopo un altro lo vide e disse: «Anche tu sei uno di loro!». Ma Pietro rispose: «O uomo, non lo sono!». Passata circa un’ora, un altro insisteva: «In verità, anche questi era con lui; infatti è Galileo». Ma Pietro disse: «O uomo, non so quello che dici». E in quell’istante, mentre ancora parlava, un gallo cantò. Allora il Signore si voltò e fissò lo sguardo su Pietro, e Pietro si ricordò della parola che il Signore gli aveva detto: «Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte». E, uscito fuori, pianse amaramente.»

 

La liturgia di oggi ci presenta la storia della passione. Ogni evangelista offre un resoconto “personalizzato” di come si sono svolti i fatti, di come lui li ha “visti” con i suoi occhi. Un evento traumatico che ha “segnato” il cuore di ciascuno in maniera diversa. Abbiamo infatti uno stesso racconto, ma con sfumature diverse, con chiavi di lettura differenti: piccoli elementi che rendono il racconto della passione non una semplice cronaca, ma una raccolta di esperienze e di emozioni personali, con le quali ogni singolo autore ha voluto lasciarci, di Gesù sofferente, una sua immagine personale, quella che lui, rivivendola nella sua memoria, ha poi descritto per noi. Si tratta, ripeto, di lievi sfumature, di piccole sottolineature, che possiamo rilevare soltanto attraverso una lettura trasversale dei racconti: annotazioni personalissime, quasi intime, ma di grande incisività, dalle quali possiamo sicuramente trarre interessanti considerazioni e utili suggerimenti per la nostra vita spirituale. Accostiamoci umilmente alla lettura di questi testi: sicuramente anche questa volta, come ogni anno, essi ci suggeriranno cose nuove, apriranno il nostro cuore a nuove emozioni: ci parleranno della passione di Gesù, ma in maniera diversa; forse avremo modo di identificarci meglio in un personaggio piuttosto che in un altro. 

Analizziamo allora brevemente questi personaggi di contorno, quelli che con le loro miserie ci porteranno ai piedi della croce sul Golgota.

Guardiamo per esempio Giuda: egli s’impicca perché si rende conto di essere stato un fantoccio in mano ai sommi sacerdoti: non è stato altro che una insignificante pedina mossa da imbroglioni e bari in una partita truccata. È una nullità che per denaro, per avidità, vende Gesù e, tutto sommato, vende sé stesso. Poi schiacciato dai rimorsi, non regge e si uccide. Come lui sono tutte quelle persone pronte a disfarsi anche delle cose più belle che hanno: non si accorgono che per il successo, per la carriera, per il denaro, per i soldi, stanno svendendo l’anima. Quando poi, un bel giorno, si svegliano e si accorgono di essere dei falliti, vuoti, insoddisfatti, senza più nulla, si lasciano andare alla deriva, consumano inutilmente la loro vita nell’apatia e nell’indifferenza, finché un giorno, davanti alla morte, si accorgeranno troppo tardi che la loro anima è morta già da molto tempo!

Guardiamo Pietro, l’uomo dei grandi entusiasmi: “Io non ti rinnegherò Signore, mai!”. È l’uomo dalle acute intuizioni, dalle solenni affermazioni, cui fanno seguito rovinose cadute, immediati ripensamenti, che annullano ogni sua resistenza, ogni suo proposito. È l’uomo “roccia” per eccellenza, il più affidabile tra i discepoli, che però, in maniera infantile, d’impulso, tradisce per ben tre volte il suo maestro e amico. I tanti moderni “Pietro” sono tutti coloro che non si conoscono in profondità: che si eccitano all’idea di spaccare il mondo, che fanno progetti ambiziosi, che promettono amore eterno, che giurano eterna fedeltà, ma che al dunque si defilano, rivelandosi degli eterni inconcludenti. Forse in cuor loro, nei loro entusiasmi, sono anche convinti, ma purtroppo sono dominati da tanta, troppa, presunzione; o, più semplicemente, da tantissima ignoranza: insomma non si conoscono, non colgono i risvolti, le conseguenze delle loro affermazioni; non sanno cosa significhi “fedeltà, continuità, lotta, sacrificio”. Sono tutti quei cristiani tiepidi, superficiali, che si accostano puntualmente ai Sacramenti, che vanno a messa tutte le domeniche, che pregano Dio ogni giorno, che gli promettono a cuore aperto, amore, dedizione, lealtà: ma poi? Sono quelli che dopo una meditazione, una catechesi, un ritiro, una bella predica, giurano con entusiasmo a Dio di seguirlo con passione, di amarlo concretamente nei fratelli, attraverso una vita di intensa carità: ma poi? Sono quelli che, dopo ogni peccato, ogni caduta, ogni infedeltà, si pentono sinceramente e promettono a Dio di non ricadere mai più nelle loro miserie umane: promettono di convertirsi, di cambiare completamente vita, ma poi?...

Guardiamo Pilato: egli se ne lava tranquillamente le mani, pensando, con questo gesto, di tirarsi fuori da ogni responsabilità. Esattamente come lui, sono tutti quelli che dicono: “Io non c’entro”, e si credono a posto, si sentono tranquilli. Se c’è un problema in famiglia con i figli, se ne lavano le mani. Se c’è un problema in parrocchia o nel condominio dove vivono, non è problema loro. Di fronte a chi soffre, a chi ha dei gravi problemi, a chi è in difficoltà, si tirano indietro: “cosa c’entro io? Ci pensino quelli che sono incaricati a questo!”.

Guardiamo infine la folla: è il classico “popolo bue”, la gente che si lascia condizionare dall’ultima moda, dall’ultima tendenza. I sacerdoti e gli anziani la persuadono a gridare “Barabba”: e tutti appecoronati gridano “Barabba”. Uno va avanti urlando, e tutti si accodano urlando. La folla è composta soprattutto da persone deboli, da quelle che più facilmente si lasciano condizionare, influenzare: quelle che si rifiutano di ragionare sulle cose, che vivono di frasi fatte, preconfezionate, quelle che raccolgono ogni stupidaggine che incontrano; quelle che non riescono a mantenere un ideale, una posizione personale; quelle che assorbono avidamente qualunque panzana del politicante di turno; quelle che stupidamente pensano che il Grande Fratello o l’Isola dei Famosi, siano delle importanti esperienze di vita, culturali e formative! La gente si comporta così, perché vive nel buio, nelle tenebre, nell’ignoranza: fondamentalmente non è cattiva, ma è profondamente inquieta, ansiosa, vive in una totale cecità spirituale: non riesce a liberarsi, a dar voce al proprio caos interiore; non conosce sentimenti vitali, come la misericordia, la tenerezza, l’amore. L’uomo “folla” non ha personalità: si annida soprattutto nei “gruppi”, nelle associazioni, nei movimenti, in cui i “singoli” componenti, preferiscono non assumersi responsabilità dirette; è successo all’epoca con Gesù, succede anche oggi, ogni santo giorno, in cui la moderna “folla” continua tranquillamente a crocifiggerlo.

Gesù, innalzato sul suo patibolo, è la vittima, l’uomo vilipeso, insultato, deriso, maltrattato da tutti; ma nella sua misericordia, egli continua a perdonare tutti, continua a “giustificare” il mondo: “non sanno quello che fanno!”Gesù ci perdona non perché condivida ciò che facciamo; ma perché sa che siamo ignoranti, siamo ciechi, confondiamo facilmente il male con il bene e il bene con il male; siamo convinti di essere religiosi, praticanti, quando al contrario viviamo lontani da Lui. Quante persone oggi vivono così! Credono di essere i padroni della loro vita, i programmatori della loro esistenza, quando invece non sono altro che degli spettatori passivi, oziosi e indifferenti, degli eventi che scorrono veloci davanti a loro. Dicono: “La vita è mia, tutto dipende da me”, e non si accorgono che sono invece le situazioni della vita a coinvolgerli. Credono di conoscersi, ma non sanno dire né chi sono, né cosa realmente vogliono; credono di conoscere Dio, la religione cattolica, la Chiesa, i sacramenti, perché hanno letto qualche libro, o hanno visto qualche trasmissione televisiva. Ma con Dio le chiacchiere stanno a zero: non è sfoggiando delle vaghe nozioni, posticce e approssimative, che si dimostra di conoscerlo e di amarlo. Anzi è proprio l’ignoranza, soprattutto quella “travestita” orgogliosamente da “conoscenza”, che uccide, distrugge, umilia ogni nostro entusiasmo, ogni nostro passo verso una fede autentica. Tuttavia, nonostante ciò, nonostante la nostra vita persista ad essere tiepida e inconcludente, al minimo cenno di un nostro risveglio, di un nostro pentimento, di un nostro buon proposito, Egli è sempre pronto a perdonarci. Perché è questo l’unico scopo per cui ha accettato il patibolo della croce.

Viviamo allora questa settimana santa, in preparazione alla Pasqua, meditando nel silenzio del nostro cuore i racconti della Passione di Gesù: leggiamoli e ascoltiamoci. Sentiremo parole che conosciamo già bene: solo che quest’anno non siamo più quelli dell’anno scorso e forse il nostro cuore ha bisogno di nuove rassicurazioni. E allora, nel silenzio adorante di chi è consapevole di trovarsi di fronte non solo alle vicende del Figlio di Dio, ma anche alle nostre singole vicende umane, lasciamo che queste parole ci entrino dentro e portino pace e serenità alla nostra anima. Amen.

 

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