giovedì 27 settembre 2018

30 Settembre 2018 – XXVI Domenica del Tempo Ordinario

“Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demoni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva… Non glielo impedite, perché… chi non è contro di noi è per noi. Chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d'acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa” (Mc 9,38-43.45.47-48).

Per inquadrare bene le proteste che Giovanni, uno dei dodici, rivolge a Gesù anche per conto degli altri, dobbiamo fare un passo indietro rispetto al testo del vangelo di oggi: solo qualche giorno prima, infatti, proprio loro, i discepoli più vicini a Gesù, non erano riusciti a scacciare il demonio da un ragazzino. Figuriamoci come rimasero quando un tizio qualunque, uno che addirittura non apparteneva al gruppo che seguiva Gesù, c’era riuscito, eccome! Cosa non fa la gelosia! Cosa non fa pensare l’invidia: volevano intervenire immediatamente per impedirglielo, per farlo smettere. Già soltanto l'averlo pensato, però, mette in evidenza quanto i discepoli fossero ancora lontani dalla logica del “servizio”; erano purtroppo ancora succubi di quella mentalità degli israeliti che pretendevano di avere in esclusiva il monopolio della salvezza.
Un po’ come succede spesso anche a noi, nonostante siano trascorsi da allora oltre duemila anni: le nostre petulanti pretese hanno più o meno lo stesso sapore: “Ma come, noi che andiamo sempre in chiesa, che ci sforziamo di osservare le leggi di Dio, che non rubiamo, non uccidiamo, siamo trattati da Dio come tutti gli altri; anzi a volte Egli dimostra di amare maggiormente proprio quelli che ne combinano di tutti i colori! Questo non è giusto!”.
Se meditiamo però le parole che Gesù pronuncia nel vangelo di oggi, entriamo decisamente in crisi: praticamente demoliscono questo nostro vittimismo, questo nostro distorto modo di pensare.
È una mentalità che ci ha sempre posto al di sopra degli altri: lungo i secoli, infatti, la chiesa ha finito col sentirsi un po’ come l’arca di Noè: rimanerle al di fuori era impossibile salvarsi. Soltanto chi vi faceva parte, chi era cioè al suo interno, aveva la possibilità di essere alla fine accolto tra gli eletti: in pratica la salvezza era riservata ai soli “battezzati”: i cristiani cattolici si sentivamo un po’ onnipotenti, molto esclusivisti. Le parole del vangelo di oggi ci invitano invece ad essere meno trancianti, più cauti nei nostri giudizi: “Non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi” (Mc 9,40). Cosa vuol dirci qui Gesù? In sostanza, ci invita a non lanciare giudizi preconcetti, proprio perché le persone, nei riguardi di Dio, possono comportarsi in maniera diversa: ci sono quelle che lo combattono apertamente, che gli sono ostili, che si schierano decisamente contro di Lui e della sua Chiesa; ma ci sono anche dei non “battezzati”, di persone cioè che non praticano, che dimostrano pubblicamente di non appartenere al “gruppo” dei suoi “discepoli”, che tuttavia in cuor loro lo ammirano e apprezzano il suo vangelo.
L’appartenenza ad una presunta “élite” privilegiata, non deve mai condizionare i nostri criteri di giudizio. Dio non è una “esclusiva”, un “privilegio” riservato a qualche movimento; “avere fede” in Lui non si può dimostrare vantando una certa “iscrizione”, appartenendo ad un certo gruppo; la fede è una espressione dell’anima, dello spirito, una adesione amorevole e incondizionata a Gesù e al suo vangelo, che porta a viverli coerentemente, ad operare di conseguenza. Gesù ha abolito decisamente il criterio di scelta: “Soltanto quelli dei nostri”.
In altre parole, quando un giorno lo incontreremo, Egli non verificherà certo se abbiamo il regolare “badge” che ci identifica come cattolici; non ci chiederà sicuramente se abbiamo militato in qualche associazione prestigiosa, se ci siamo distinti in dotte disquisizioni, se ci siamo impegnati in qualche rinomato movimento carismatico; al contrario vorrà sapere cosa abbiamo fatto di buono per gli altri, come siamo messi dentro, con la nostra anima; vorrà sapere se abbiamo amato i nostri fratelli, se li abbiamo trattati con carità. Gesù non ha mai chiesto a nessuno: “Tu sei dei miei? Sei cattolico? Da dove vieni? Di che nazionalità sei?”. Al contrario chiederà: “Hai operato veramente il bene, hai amato sul serio, sei stato disponibile, accogliente, con tutti, hai ascoltato e praticato i miei insegnamenti?”. A quanti risponderanno positivamente, egli di sicuro dirà: “Dio è in te, tu sei benedetto! Entra nel mio regno”. 
Gesù in pratica oggi ci dice che Dio è disponibile per tutti, che appartiene a tutti, anche a quanti non appartengono al nostro “gruppo”, anche a chi non si definisce cristiano; il Bene è anche fuori della chiesa, perché chiunque fa il bene è legato a Dio: “Chiunque vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome, non perderà la sua ricompensa” (9,41).
Non esiste un unico modo di vivere. Non esiste un unico sistema per essere religiosi, per salvarsi, per arrivare a Dio. Esistono molte vie. Ciò che conta non è se le persone “sono come noi” ma se trasudano di verità, di sincera ricerca di Dio, di amore. Se sono così, anche se non si fregiano del nome, sono comunque “cristiane”.
“Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va; così è di chiunque è nato dallo spirito” (Gv 3,8). Dio è più grande dei nostri schemi e delle nostre regole. Dio fa sorgere cristiani anche fra i non cristiani. S. Tomaso diceva: “Da qualunque parte venga, la verità è originata dallo Spirito”. Dovunque c’è il bene, dovunque c’è qualcuno che ama, dovunque c’è un’anima grande e uno spirito profondo e onesto, lì immancabilmente c’è Dio.
“Ovunque tu incontri la verità – affermava Erasmo da Rotterdam - considerala sempre cristiana”.
Purtroppo la nostra società è ancora molto lontana da Gesù: la corruzione dilaga, la verità latita, la menzogna e l’inganno la fanno da padroni; non esiste l’ascolto, il rispetto, l’amore. Esiste solo l’egoismo, la corsa al potere, la faziosità, il preconcetto assoluto. Assistiamo ad una tendenziosa legittimazione dell’egoismo, del crimine, della violenza, dell’imbroglio. Non serve fare delle ricerche: le pagine di cronaca quotidiana, i media dell’informazione, ce ne offrono un continuo, triste, desolante florilegio.
Troppo spesso noi cattolici ci comportiamo irrazionalmente, siamo come tanti bambini capricciosi: solo quello che facciamo noi va bene, solo se viene fatto come lo facciamo noi è perfetto; solo il nostro pensiero è quello valido; solo il nostro punto di vista è quello giusto. Solo il nostro Dio è quello vero!
Dobbiamo invece ascoltare tutti, avvicinarli con rispetto, confrontarci con loro e capire le loro ragioni. La religione (etimologicamente da “re-ligo” = legare insieme strettamente) dovrebbe aiutarci proprio a questo: legare insieme tutte le esperienze di vita, trovare ciò che abbiamo in comune, trovare ponti, collegamenti, riferimenti, illuminarci su ciò che unisce e su ciò che divide, per trovare una prospettiva condivisa.
Dobbiamo arrivare a pensare che le stesse cose possono essere fatte in modi diversi dai nostri, ottenendo lo stesso risultato. La vita, la giornata, il lavoro, l’educazione dei figli, l’impostazione della vita, sono tutte cose che possono essere pensate e affrontate in modi diversi. E non è detto che uno sia migliore o peggiore dell’altro; che uno sia giusto e l’altro sbagliato, che uno sia buono e l’altro cattivo: si tratta semplicemente di percorrere strade diverse per raggiungere un medesimo traguardo. E questo dovrebbe bastarci.
Il vangelo passa poi a parlare dello scandalo, di questa “pietra d’inciampo” come viene definito altrove. Lo scandalo è come quel sassolino che entra nella scarpa e ci impedisce di camminare. “Scandalo” quindi per il vangelo non è tanto qualcosa che ha a che fare con il sesso; più genericamente è tutto ciò che non ci fa vivere, che ci soffoca, che ci impedisce di procedere nel nostro retto cammino.
E qui Gesù, per eliminarne ogni possibile causa, porta alcune soluzioni drastiche: sono esempi estremi, che ovviamente non vanno attuati alla lettera, ma capiti nel loro profondo significato dimostrativo. In pratica egli vuol dire: “Se c’è qualcosa che ti fa male, che ti impedisce di proseguire nel tuo cammino di vita, che non ti rende libero, che ti paralizza, che ti blocca, è meglio per te toglierlo, tagliarlo, eliminarlo, anche se ciò ti è difficile e doloroso”.
Ogni scelta importante comporta infatti un “taglio”, un cambiamento radicale, una netta inversione di rotta, una soluzione che sia in grado di modificare, recidere, neutralizzare ciò che al momento è negativo, fa male; da qui l’importanza del discernimento, dell’esame personale, del chiarire con grande onestà intellettuale che cosa vogliamo, se quello che vogliamo è veramente un bene per noi.
Le scelte vitali straziano quasi sempre il cuore, l’anima, proprio per la loro inevitabilità: non è possibile transigere, non è possibile giocare in termini di “salvezza”: quando bisogna operare, quando è necessario incidere, bisogna farlo. Anche senza anestesia: certamente non è piacevole, anzi è maledettamente doloroso. Ma è vitale. Bisogna essere risoluti, decisi e fermi, altrimenti ci si perde, si opta per il nulla, per la perdizione eterna. “Meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geenna…”. Chi ha orecchi da intendere, intenda. Amen.



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