giovedì 22 febbraio 2018

25 Febbraio 2018 – II Domenica di Quaresima


«E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole…» (Mc 9,2-10).

Oggi il Vangelo cambia radicalmente ambiente. Domenica scorsa eravamo nel deserto, nella solitudine, nella fatica, nella tentazione, nel pericolo di fare scelte sbagliate. Oggi siamo invece in una situazione completamente opposta: la scena è dominata dalla luce, dalla gioia, dalla felicità, dalla pienezza: è come “toccare il cielo con un dito”. Domenica scorsa Gesù era solo, oggi è insieme a Pietro, Giacomo, Giovanni, gli amati discepoli. Lì la voce e la visione del maligno, qui la voce e la visione di Dio; lì la sofferenza, qui la gioia e la festa; lì il buio e le tenebre, qui tanta luce e il volto di Gesù trasfigurato nel sole. A un Gesù umano che “vive” le tentazioni come tutti noi, si contrappone un Gesù divino che rivela la sua vera natura. Che senso ha questo cambiamento così repentino, in una quaresima che noi continuiamo a interpretare ancora come un’esperienza triste, funerea, votata alla penitenza, ai sacrifici, alla preghiera continua? Cosa vuol dire?
La spiegazione sta nel messaggio che Gesù vuole trasmetterci proprio dal Tabor: Egli in sostanza vuole offrirci, già su questa terra, una piccola visione di quella che sarà la felicità futura, quella finale, paradisiaca, fatta di luce, di amore, di contemplazione divina. Ci dice praticamente che la quaresima non è tristezza, ma gioia, entusiasmo; che il nostro cammino di “conversione” deve essere fatto volentieri, con il sorriso, con la fiducia nel suo amore. Gesù in poche parole ci dice che la nostra vita può un giorno diventare radiosa solo se pratichiamo l’amore: perché solo l’amore potrà farci salire sul nostro Tabor eterno, dove regna la felicità, l’Amore, e farci trasfigurare nel contemplare quelle cose meravigliose che nessun occhio umano ha mai visto e mai potrà vedere.
Trasfigurazione: è a questo che ci porta l’amore; perché solo chi ama sinceramente, chi è perdutamente innamorato, può cogliere i particolari più belli, più intimi, più commoventi, della vita: come guardare il sole che si specchia sul volto radioso della persona amata, ammirare l’innocenza negli occhi spalancati di un bambino, apprezzare la vera saggezza attraverso le rughe di un vecchio, commuoversi di fronte ad un volto segnato dal dolore per la perdita di una persona cara, rimanere estasiati ammirando la muta grandiosità di un cielo stellato o il sorgere del sole dalle acque immobili del mare: sono momenti rari, magici, che ci trasmettono sensazioni così profonde, commozioni così intense, da non riuscire talvolta a trattenere le lacrime.
Una volta pensavo che commuoversi fosse segno di debolezza, di mancanza di virilità. Oggi so che vuol dire soltanto essere vivi: significa cioè percepire la nostra anima, chi siamo dentro; significa lasciarsi toccare il cuore, farsi coinvolgere da ciò che ci succede intorno; vuol dire non essere gelidi come il ghiaccio, impenetrabili come la roccia, insensibili come un organismo amorfo. Vuol dire lasciarsi “trasfigurare”.
La vita è piena di questi momenti di Trasfigurazione; per farne esperienza dobbiamo soltanto saperli “vedere”: momenti in cui ci rendiamo conto che vale la pena di vivere; momenti in cui ci sentiamo “speciali”, in cui siamo particolarmente felici di stare al mondo, di esistere, di amare, di credere, di donare; momenti che ci danno la forza e il coraggio di andare sempre avanti, di affrontare serenamente le “discese” dal monte, le croci, le crocifissioni di ogni giorno.
Senza queste ricariche di “Dio”, di soprannaturale, di infinito, tutto rimarrebbe drammatico, angoscioso, “nero”, invivibile. Ecco perché davanti a noi si ergono tanti Tabor: dobbiamo permettere alla luce, alla gioia di entrarci dentro; dobbiamo lasciare che la vita ci immerga, che viva in noi, che sussulti, che si muova, che rinasca continuamente.
“Tabor”, il monte della trasfigurazione e della felicità, in ebraico significa “ombelico”, come anche “principio di luce”. Bene: la nostra trasfigurazione ci impone di tagliare tutti i cordoni “ombelicali” che ci legano al superfluo, tutte quelle dipendenze inutili che ci ostacolano la crescita, che avvizziscono la vita. Se in questi giorni di quaresima non approfittiamo di recidere energicamente i nostri legami col male, convinti che tutto sommato la nostra vita non è poi così malvagia e che potremo comunque migliorarla quando decideremo di cambiare abitudini e stile, siamo soltanto dei poveri illusi, e soprattutto non arriveremo mai ad avere una vita “trasfigurata”. Insistere nel vivere situazioni negative, esperienze traumatizzanti che ci procurano solo dolore e disperazione, significa scegliere una fine già annunciata, una caduta nel nulla implacabile e devastante. Se vogliamo crescere, se vogliamo camminare spediti verso la luce, non possiamo lasciarci rallentare da zavorre pericolose, il nostro taglio deve essere netto, deciso e definitivo.
Solo il cordone ombelicale che ci lega a Dio non va mai reciso; anzi dobbiamo conservarlo gelosamente, dobbiamo proteggerlo costantemente con grande cura, perché per noi vuol dire salvezza, beatitudine, trasfigurazione; troncarlo, significa al contrario lontananza, condanna, perdizione. È l’unico canale attraverso cui Dio può riversare l’amore nel nostro cuore. Un canale che, per quanto in basso possiamo cadere, ci terrà sempre uniti a Lui, e non correremo mai il pericolo di perderci nel vuoto”. Solo così potremo andare serenamente ovunque la vita ci porti, anche verso le sue inevitabili “prove”; solo così potremo affrontare i momenti più duri e difficili: perché dentro di noi abbiamo sempre nuova energia, nuova forza, nuovo entusiasmo: abbiamo cioè Dio-Amore che abita nel nostro cuore; allora possiamo esclamare felici con Pietro: “Signore, è proprio bello per noi stare qui con te”. Ma anche allora, siamo del tutto sinceri? Per noi noi è veramente bello stare con Dio, estasiarci di Lui nel silenzio della nostra casa, oppure in Chiesa, nei momenti di preghiera e di meditazione, nella Messa, nelle sacre liturgie? Oppure il nostro è solo l’entusiasmo stanco di chi si trascina dietro abitudini senza vita, senza passione? Ebbene, la quaresima è il tempo degli esami, è il tempo ideale per ritagliarci degli spazi di silenzio, per darci delle risposte sincere, per dedicare più tempo a Dio, per rimettere la nostra vita in sintonia con Lui.
Per farlo, come ci ordina la Voce del vangelo di oggi, dobbiamo “ascoltare”.
Dobbiamo “ascoltare” il Figlio, ascoltare la sua Parola, ascoltare noi stessi, ascoltare ciò che di bello, di divino, hanno da dirci gli uomini nostri fratelli, la natura, il creato, la vita. Dobbiamo imparare ad ascoltare Dio attentamente: è da questo che dobbiamo ripartire.
Purtroppo noi oggi viviamo in un mondo in cui i valori inalienabili della vita sono calpestati impunemente, abbandonati nel disinteresse più totale; il mondo, la natura, la società, lontani da Dio, sono ormai allo sbando: orrende sono le nostre città, orrende sono le periferie, orribili sono le ideologie che imperversano, orribili le proposte martellanti e sguaiate della pubblicità, orribile il linguaggio che ci raggiunge dal mondo della politica, dello spettacolo, dell’informazione, orribili sono i nuovi stili di vita.
È proprio vero: abbiamo urgente bisogno di “trasfigurazione”, ma di quella vera, autentica, divina; ciascuno di noi ha assoluto bisogno della bellezza unica di Dio, che è Verità, Vita, Amore.
Non esiste al mondo alcun chirurgo estetico, alcuna ricchezza, che sappiano trasformarci in persone altrettanto “belle”! Solo noi possiamo raggiungere quella bellezza assoluta, quella bellezza interiore che ci deriva dalla somiglianza con Dio, somiglianza che ci nobilita e ci trasfigura divinamente. Se non siamo immagine di Dio, assomigliamo soltanto a freddi, duri e infelici pagliacci, che si affannano a vivere senz’anima, senza luce, senza calore, senza amore. Amen.




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