mercoledì 22 giugno 2022

26 Giugno 2022 – XIII Domenica del Tempo Ordinario


Lc 9, 51-62

Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, egli prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme e mandò messaggeri davanti a sé. Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l’ingresso. Ma essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Si voltò e li rimproverò. E si misero in cammino verso un altro villaggio. Mentre camminavano per la strada, un tale gli disse: «Ti seguirò dovunque tu vada». E Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo». A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre». Gli replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio». Un altro disse: «Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia». Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio».

 Un vangelo chiaro quello di oggi. Un vangelo esplicito, che ci offre una serie di indicazioni sulla qualità della sequela: indicazioni che non fanno sconti a nessuno; in particolare a quelli che si riempiono la bocca della “bontà assoluta” di Dio, che lo considerano un “bonaccione”, che “si accontenta” di poco, per giustificare le loro scelte di vita opportunistiche, limitate, egoistiche.

Siamo nel nono capitolo di Luca: un capitolo decisivo, in cui Gesù, che si trova in Galilea, prende “la ferma decisione” di raggiungere Gerusalemme per la Pasqua, pur sapendo che lì sarebbe stato crocifisso. Per arrivarci però, è costretto a passare per la Samaria, regione dai rapporti non certo pacifici con i galilei: per cui ai discepoli che Egli aveva mandato per pianificare gli spostamenti suoi e del suo gruppo, gli abitanti respingono ogni richiesta di accoglienza e di ospitalità per la notte. Probabilmente era gente già prevenuta nei confronti di Gesù, gente a cui certi suoi discorsi su “cose” spirituali, non interessavano per nulla; non volevano neppure sentirne parlare, non avevano insomma nessuna voglia di cambiare, di guardarsi dentro: volevano stare alla lontana da problemi “spirituali”, conversioni, “rotture”.

Luca, che conosceva l’ambiente, interpreta questo rifiuto in chiave teologica: i Samaritani cioè rifiutano il passaggio di Gesù attraverso il loro paese, perché si oppongono che lui vada a Gerusalemme. Come mai? Perché raggiungere Gerusalemme (tutto il vangelo di Luca è in vista di questa “ascesa” alla città santa, che segnava il ritorno del Figlio unico al Padre) significava permettere a Gesù di coronare la sua missione redentrice, di venire accreditato come Figlio di Dio, salvatore del mondo; in pratica significava rifiutarlo nella sua essenza, nel suo volto divino, nella sua unicità e particolarità. Significa insomma rifiutare Gesù stesso.

È quindi naturale che, di fronte a tanta intransigenza, Giacomo e Giovanni, i “boanèrghes”, le teste calde, reagiscano da par loro, chiedendo l’immediata distruzione di quel territorio: che un “fuoco dal cielo” bruci e consumi tutti gli occupanti; un po’ come era successo ai soldati, mandati dal re Acazia per uccidere il profeta Elia, che aveva avuto l'ardire di annunciargli la morte imminente (2Re 1,1-18); solo che a Gesù non interessa dimostrare la sua potenza, come fece Jahweh in quell’occasione; il suo unico scopo è di dar prova del suo amore. Gesù non è potente nella forza, ma nell’amore: la sua forza è tutta qui, in un amore che non ha forza; il suo potere sta nel non avere potere. “Non ci vogliono? Lasciamoli stare. Andiamo altrove”.

Del resto, sembra dire, è anche giusto che qualcuno nella vita ci rifiuti: perché dovremmo andare bene a tutti? Per questo dobbiamo ricordarci sempre che è normale che qualcuno ci rifiuti; non abbiamo diritto ad essere accettati da tutti. E se questo ci fa star male, se per questo soffriamo, siamo noi che sbagliamo: perché nella vita è nostro dovere convivere pacificamente con tutti: con quanti ci dicono “Sì” e con quanti ci dicono “No”. Da questo capitolo dunque il vangelo di Luca non è solo “Parola da ascoltare”, ma anche e soprattutto “Via da seguire”, una via che si sviluppa progressivamente durante il suo cammino verso Gerusalemme e che termina lassù, in alto, sulla croce del Golgota.

Il volto “teso” di Gesù, (in greco “estèrisen”, si indurì) che si avvia verso la sua passione, si pone in netto contrasto con il volto di quanti, alla proposta di seguirlo, dimostrano con diverse scuse la loro indifferenza, la loro “piccineria” umana, la loro superficialità, molto simili ai nostri “distinguo”, al nostro continuo rimandare qualunque seria decisione: perché l’unico scopo radicato nella nostra mente, nella nostra vita, è quello di emergere sempre più nell’avere, nel potere, nell’apparire. In pratica Luca ci descrive tre diverse maniere, tre ipotetiche possibilità, di rispondere alla chiamata divina.

La prima possibilità ci riporta la decisione spontanea da parte di un tizio incontrato per caso lungo la strada: contiene una promessa ferma, convinta: “Ti seguirò dovunque tu vada”. È una risposta categorica, sullo stile di quelle di Pietro. Il chiamato ha sentito impellente il desiderio di seguire Gesù, ha capito la bontà di tale aspirazione, ma – come Pietro - non ha fatto i conti con la fragilità della natura umana, non ha capito che seguirlo significa andare oltre l’elemento umano, significa trasferire ogni sicurezza umana nel divino. E Gesù: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’Uomo non ha dove posare il capo”. Che significa? “Calma, amico mio: guarda che seguirmi non è come andare incontro agli agi, al benessere”. Ma perché cita qui le volpi e gli uccelli? Nella cultura ebraica la volpe è considerata l’animale più astuto ma anche ingenuo, insignificante. Erode, la “volpe” (Lc 13,32), furbo ma banale, cerca la salvezza nascondendosi nel suo palazzo, nella sua tana: e pensa di poter vivere tranquillo. Gli uccelli poi sono gli animali più semplici, meno impegnativi, con minori esigenze: “Guardate gli uccelli del cielo...” (Mt 6,26). Ebbene: sia le volpi che gli uccelli, hanno comunque la loro tana, il loro nido; al contrario Gesù invece non ha nulla, neppure una pietra su cui posare il capo: tutto ciò che possiede infatti non gli appartiene, deve restituirlo al Padre: come la sua vita. Con questa dichiarazione, Egli toglie immediatamente, a chi vuol seguirlo, ogni illusione di ricchezza, di ambizione; seguirlo non conduce in alcun modo agli onori, alla gloria, alla popolarità, ma al disprezzo sicuro da parte della società e dei potenti. Seguire Gesù significa venir considerati come inutili, insignificanti, gente banale, senza carattere.

Prima condizione per seguirlo è pertanto: “Non aspettatevi nulla: nessuna ricchezza, nessun onore, nessun merito, nessun riconoscimento umano, nessuna poltrona particolare”: una prospettiva non invitante, in stridente contrasto con lo stile di vita adottato da tanti “discepoli”, da tanti “pastori” moderni e disinvolti. Gesù ci mette qui in guardia contro le false illusioni, le false aspettative. Tutti siamo un po’ degli illusi! “Illusione” è per esempio pensare di poter superare da soli, con la nostra sola volontà, tutte le contrarietà della vita; “illusione” è pensare di essere immuni da ogni malattia, da tutti gli eventi negativi che ci circondano; “illusione” è pensare che essi siano riservati soltanto agli altri e non a noi; “illusione” è pensare che una volta imboccata la strada per seguire Gesù, diventeremo automaticamente migliori, diversi, perfetti; “illusione” è pensare che Dio sia sempre pronto a rimuovere ogni ostacolo davanti ai nostri passi; “illusione” è dire che ci conosciamo a fondo; “illusione” è pensare che se tutti si comportassero come noi, il mondo sarebbe sicuramente migliore; “illusione” è credere che per essere felici nella vita, sia sufficiente crearsi la propria “tana”.

Nella seconda possibilità, l’iniziativa parte invece da Gesù che dice ad un altro uomo, “seguimi!”. Una chiamata secca, inequivocabile; chi infatti deve seguire siamo noi, non lui. E mentre nel caso precedente è Gesù che risponde all’iniziativa dell’uomo, qui è l’uomo, il chiamato, che obietta all’invito di Gesù: “Signore, concedimi di andare a seppellire prima mio padre”. In effetti egli non dice di no, non chiede una dispensa, chiede solo una proroga! Il motivo del resto è più che valido: seppellire il padre costituiva per la cultura ebraica l’obbligo più importante e più sacro per un figlio: il padre era colui che trasmetteva la tradizione, i valori etici e religiosi, il modello di vita da seguire. Onorare il padre (il famoso quarto comandamento) significava appunto imitarlo, fare come aveva fatto lui, portare avanti il suo patrimonio, le sue credenze, la sua tradizione: in questo modo il padre viveva nel figlio. Gli onori funebri, presieduti dal figlio, costituivano pertanto un obbligo che non poteva in alcun modo venire disatteso. “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu va’ e annuncia il regno di Dio”. Capisco che seppellire il proprio padre è un impegno importantissimo, irrinunciabile: ma seguire me, aderire immediatamente alla mia chiamata, è un dovere ancora più importante, improrogabile”. Una risposta, per quei tempi, a dir poco scandalosa. Ma Gesù non è nuovo nel rivoluzionare la nostra scala dei valori: lo aveva fatto anche al momento della chiamata dei suoi discepoli, ordinando loro di abbandonare padre, casa, lavoro. Tant'è che: “Essi, lasciata la barca e il padre, lo seguirono” (Mt 4,22)Il significato è chiaro: tutte le cose che abbiamo fatto prima, le cose che riempivano le nostre giornate, riguardano il passato, appartengono ad un altro mondo. Con la chiamata di Gesù, si apre una nuova vita, lo stile di vita cambia completamente: bisogna essere “vino nuovo in otri nuovi” (Mc 2,21.22). Non è più la ragione, l’interesse, il tornaconto a suggerire cosa dobbiamo fare, ma da quel momento tutto è ordinato, mosso, organizzato, dall’amore. Il “così fan tutti” non ha più alcun motivo di esistere. Per seguire Gesù il nostro cuore deve essere completamente libero: solo così ci si potrà dedicare all’annuncio del suo Vangelo fino ai confini della terra.

C’è infine la terza possibilità: “Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia”. Anche quest’uomo è intenzionato a seguire Gesù: ma è meno convinto del precedente: l’altro chiedeva un po’ di tempo per adempiere un dovere sacrosanto; questi non ha invece una motivazione circostanziata, certa, valida; chiede solo vagamente “un po’ di tempo”; rimanda cioè la sua adesione ad un ipotetico domani, con la scusa di congedarsi da parenti e amici. Un tizio, costui, che ci rappresenta alla perfezione! “Guarda Gesù, io ti seguirò sicuramente, solo che prima devo sistemare alcune cosucce, per me importanti: devo laurearmi, devo sposarmi, devo concludere una sistemazione per il futuro; ma sta tranquillo, perché di sicuro prima o poi io ti seguirò!”. Ma anche questa volta le parole di Gesù sono lapidarie: “Nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio”. Il riferimento al comportamento esemplare tenuto dal profeta Eliseo all’invito di Jahweh, fattogli indirettamente tramite Elia, è evidente: chiamato mentre stava arando con dodici paia di buoi, brucia senza esitazione il suo aratro, sacrifica i suoi buoi e obbedisce alla volontà Dio (1Re 19,21). La chiamata di Dio ha infatti priorità assoluta, esige una risposta immediata, bisogna decidere subito, non c’è tempo per guardare indietro, al passato. Tutti conosciamo cos’è capitato alla moglie di Lot che, invitata dall’angelo di Dio di abbandonare velocemente Sodoma, si era fermata un solo istante per voltarsi indietro e guardare la città in fiamme: divenne immediatamente una statua di sale! (Gn 19, 26). Quando Dio chiama non sono ammessi indugi: perché quello è infatti il momento, in cui decidere prontamente della nostra vita o della nostra morte. Guardarsi indietro significa invece prendere tempo, ripensarci, ritornare sui propri passi, nicchiare, farsi cogliere dai dubbi, aver paura dell’incognito: e questo non è possibile per chi desidera entrare nel Regno dei cieli.

La radice di tutti questi comportamenti umani, di questi ripensamenti, è infatti l’attaccamento al nostro io, alle nostre comodità, alla nostra vita sicura e agiata: certo, anche noi arriveremo alla “rinuncia”, ma con calma, senza fretta: si tratta della nostra vita futura, e pertanto deve essere ben soppesata, valutata, vedere se è adatta ai nostri gusti, alle nostre possibilità, alle nostre esigenze. Gesù al contrario è l’uomo del subito, della decisione bruciante: “si, si, no, no”: esige risposte chiare, certe; non ama ripensamenti, trucchi, addomesticamenti, risposte a mezza voce. Non ama il piede su due staffe. In questo dobbiamo seguire il suo esempio: presa la “ferma” decisione di andare a Gerusalemme per sacrificarsi, è andato sempre avanti, dritto per la sua strada, a “muso duro” diremmo noi, senza tentennamenti. Un grandissimo, plastico, virile insegnamento, per la nostra debole, codarda mellifluità umana. Amen.

 

giovedì 16 giugno 2022

19 Giugno 2022 – SS. Corpo e Sangue di Cristo


Lc 9, 11-17

In quel tempo, Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure. Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta». Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». C'erano infatti circa cinquemila uomini. Egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa». Fecero così e li fecero sedere tutti quanti. Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla.
Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste.


 Oggi la Chiesa celebra la festa del Corpo e Sangue di Cristo, la festa dell’Eucarestia: Gesù non è più con noi fisicamente, ma è presente ogni giorno nell’Eucaristia sotto le specie del Pane e del Vino e nel Tabernacolo nelle Ostie consacrate. Storicamente la festa nasce a seguito del miracolo di Bolsena: un sacerdote dubitava della presenza reale di Cristo nel pane e nel vino che lui consacrava nell’Eucaristia: un giorno, all’atto dello spezzare il pane, dalla piccola ostia sgorgò miracolosamente del sangue che macchiò di rosso il corporale: l’importante reliquia, insieme all’ostia, sono esposte alla venerazione dei fedeli nel duomo di Orvieto, costruito per conservare appunto la memoria e la documentazione del miracolo. Dal 1264, la festa venne estesa a tutta la Chiesa.

Ma cosa è successo esattamente quella sera, cui si riferisce il vangelo di oggi? Sappiamo che Gesù durante la sua vita pubblica ha toccato ripetutamente il tema della “cena”, del “pranzo” aperto a tutti: puri, impuri, giusti e peccatori; alla sua tavola c’è posto per tutti, perché essa è segno dell’amore infinito, smisurato, incondizionato di Dio. Finché Gesù è in vita, tutti possono vedere e sperimentare queste sue iniziative: Egli però sa bene di avere poco tempo per la catechesi; deve quindi preparare con cura la folla per il “dopo”, per quando Lui sarà ritornato al Padre.

Il suo è quindi un gesto preparato, programmato, con uno scopo ben preciso: la cena che egli offre alla folla non è una cena come tante altre; è una cena speciale, una cena “simbolica”, in cui Egli anticipa quelle azioni rituali che poi definirà nel cenacolo con i discepoli nella famosa “cena pasquale”, durante la quale istituirà appunto l’Eucaristia, sacramento della sua reale presenza nel tempo. Gli esegeti sono in difficoltà nell’attribuire il “dove” e il “quando” di questa prima “cena”: ma non è questo il punto più importante. Ciò che conta è il suo significato, sono le sue parole. Egli in pratica delinea quel rito che, quando lui non ci sarà più, sarà in grado di riproporre lo stesso banchetto, intorno al quale tutte le genti potranno cibarsi del suo Corpo e godere della sua reale presenza: “Quando voi direte: Questo è il mio Corpo e questo è il mio Sangue io realmente sarò in mezzo a voi, vi nutrirò e la vostra “tavola” diventerà come quella mia stessa tavola di quando ero in vita”.

L’Eucarestia è pertanto l’amore di Dio che arriva a tutti, è la possibilità per tutti di ritrovare le forze necessarie ad affrontare gli inevitabili disagi della vita. L’Eucarestia è Gesù: tutti hanno accesso alla sua tavola. Tutti possono mangiare con Lui e di Lui non perché ne abbiano i meriti, ma perché è l’amore stesso di Dio vuole scendere su ogni cuore e su ogni anima. È un amore gratuito, destinato a quanti ne hanno bisogno. “Sei un lebbroso? Nessuno ti vuole per il tuo pessimo carattere? Tutti ti escludono perché sei soffocante, difficile, insopportabile? Vieni qui, mangiamo insieme; tu non sai quanto ti amo! Sei un pubblicano? Non sei in regola con le leggi? Sei un peccatore lontano da Me? Vieni da me solo per interesse? Non importa, vieni qui, mangiamo insieme, rilassati e sappi che il mio amore è garantito e gratuito. Sei una prostituta? Hai tradito l’amore? Hai tradito la fedeltà? Hai venduto il tuo corpo? La tua anima? La tua mente? Hai perso la tua dignità di donna? Vieni qui, mangiamo insieme, sii serena, qui sei a casa tua, io ti amo; il mio amore sarà la tua forza!”. 

Ecco, l’Eucarestia è esattamente questo: un banchetto, un pranzo per tutti, aperto a tutti, perché tutti hanno fame di Dio e Dio vuol darsi a tutti, perché tutti sono e saranno sempre figli suoi. Quella sera dunque, prima di intervenire, Gesù vuole testare la fede dei suoi discepoli: “Dategli voi stessi da mangiare”. Bella mossa. Gesù in pratica si defila; essi dispongono solo di cinque pani e due pesci, e le persone da sfamare sono circa cinquemila: devono essere loro, personalmente, a rendersi conto della potenza dell’Amore di Dio: “Ma Gesù, cosa dici? Non vedi che abbiamo solo cinque pani e due pesci? Come facciamo?”. Essi non guardano ancora con gli occhi di Gesù; si fermano al presente, alla situazione concreta: non credono nelle loro possibilità, non hanno ancora gli occhi della fede.

Quante volte succede anche a noi di non credere, di non aver fiducia in noi stessi. Ci guardiamo e diciamo: “Come facciamo? Non siamo in grado, non abbiamo forza, non abbiamo coraggio!”. Quando ci guardiamo, infatti, vediamo soltanto i cinque pani e due pesci: un nulla. “Chi sono io, di cosa dispongo per poter costruire la mia vita?”. Ma qui Gesù ci insegna come fare: prende quel poco che ha, lo benedice, e avviene il miracolo: con cinque tozzi di pane, riesce a sfamare migliaia di persone; tutti ne mangiano a sazietà e ne rimangono ancora dodici ceste! Egli sa per certo che partendo da quel niente, uscirà qualcosa di molto grande. Egli vive la fede: vive credendo profondamente nei poteri che il Padre gli ha conferito, e con Lui, egli li condivide: e così è stato. E così sarà sempre, per chiunque vive con fede.

Il problema fondamentale è appunto aver fede: è credere fermamente che, condividendo la Grazia di Dio, anche noi possiamo essere grandi, potenti, forti. Anche se questo ci spaventa: perché ci accorgiamo improvvisamente che la vita è nelle nostre mani, nelle nostre scelte, che dobbiamo essere noi a plasmarla. Per questo, nell’Eucaristia, quando prendiamo sulla nostra mano il corpo di Cristo, dobbiamo veramente avere fede; dobbiamo essere assolutamente certi che quel piccolo pane, quell’ostia minuscola, all’apparenza insignificante, è il corpo e sangue di Cristo, che riesce sempre a sfamare milioni di persone. È il pane per tutti gli uomini. È il nostro pane di salvezza: quel pane che sazia la nostra fame d’amore, che disseta il nostro cuore arido, che rianima il nostro entusiasmo spento, che illumina il nostro buio, i nostri tunnel sotterranei; è quella forza che ci permette di ritrovare la giusta via, nel nostro inutile girovagare senza meta. 

Quel pane è Dio stesso che diventa noi; è Lui che viene a trovarci, che non si vergogna di entrare nella nostra casa in disordine, è Lui che vuole incontrarci da soli, a tu per tu, che vuole saziarci, che vuole soprattutto amarci. È sempre Lui che viene per primo, che ci offre la sua amicizia, che ci prende per mano, così come siamo, rallentati dalle nostre miserie; è Lui che dolcemente ci sussurra: “Tranquillo, va bene così. Mi piace stare con te quando sei vero, quando sei autentico, umile, spontaneo, senza finte maschere. Sii sempre te stesso; vivi sereno nella mia amicizia!”. E noi, in quel momento, ci sentiamo finalmente noi stessi, veri, autentici, mentre lo ascoltiamo, seduti al suo fianco nel salotto buono della nostra anima: perché con Lui non abbiamo nulla da dimostrare, nulla da difendere, nulla da valorizzare; non abbiamo cambiali in scadenza, non abbiamo facciate da esibire, compromessi da negoziare: con Lui possiamo tranquillamente rimanere noi stessi, lasciarci andare, e godere a piene mani del suo dolcissimo Amore. Amen.

 

giovedì 9 giugno 2022

12 Giugno 2022 – SS. Trinità.


«Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà» (Gv 16, 12-15).

 

Il mistero della Santissima Trinità è il mistero centrale della fede e della vita cristiana. È il mistero di Dio in sé stesso. Cosa dichiara la festa di oggi: in sostanza ci dice che c’è un unico Dio; non un Dio solitario, ma un unico Dio in tre Persone divine. Spiega in proposito il Catechismo: “Il Padre è tutto ciò che è il Figlio, il Figlio tutto ciò che è il Padre, lo Spirito Santo tutto ciò che è il Padre e il Figlio, cioè un unico Dio…”. Ognuna delle tre Persone è la stessa realtà, cioè la stessa essenza o natura divina. Padre, Figlio e Spirito Santo non sono semplicemente nomi che indicano tre “modalità” diverse dell'Essere divino; essi sono realmente tre persone, distinte tra loro per le loro rispettive relazioni di origine: il Padre che genera, il Figlio che è generato, lo Spirito Santo che procede da entrambi come vincolo d’Amore.

Detta così, la Trinità potrebbe risultare di non facile comprensione, frutto di concetti filosofici, di argomentazioni, di tesi e antitesi; uno sforzo speculativo, di alto equilibrismo teologico, accessibile a menti speculative. Nel suo concreto, però, la Trinità è piuttosto semplice: in parole povere altro non è che l’esperienza dell’amore e della comunione reciproca di Dio Padre con Dio Figlio: un amore che tramite lo Spirito si fa uomo, Verbo, Parola, e si rivela in Gesù, diventando “comprensibile”, “accessibile”, all’umanità intera.

Per i primi discepoli è successo proprio questo: hanno capito che Gesù, loro amico, loro compagno e loro maestro, non solo sosteneva di essere figlio di Dio, ma si comportava realmente come figlio di Dio: in Lui c’era veramente Dio, era Dio! In quell’uomo essi hanno sperimentato un mondo di amore, di comunione, di vita, infinitamente grande, profondo. E per rendere facile anche a noi questa essenza divina, hanno utilizzato l’immagine che più riusciva ad esprimere il concetto: l’immagine di una famiglia, con un Padre, un Figlio e il loro reciproco Amore, lo Spirito. Tre persone, dunque, unite strettamente tra loro, legate tra loro, ma comunque distinte, ognuna con un proprio ruolo specifico.

Ebbene, questa “relazione” intra trinitaria ci propone l’esatta immagine di come devono essere improntati anche i rapporti tra uomo e donna, tra mamma e figlio, tra fratelli, tra ogni appartenente al genere umano: un rapporto, cioè, tra persone diverse ma unite, tenute insieme, da un unico Amore, da un unico elemento che fa da “collante”: lo Spirito di Dio.

Tutti in fondo inseguiamo gli stessi obiettivi: vivere insieme le gioie dello Spirito, sperimentare insieme la carità del Padre, progredire insieme sulle orme del Figlio: abbiamo progetti comuni di salvezza, creiamo famiglie e figli obbedendo al suo ordine, condividiamo tempo e aspirazioni; ci comportiamo cioè come se fossimo una grande, unica, entità, pur avendo ciascuno di noi una sua individualità, una sua personalità, una propria autonomia decisionale, un proprio stile di vita.

Ci sono, è vero, molte persone che non tengono in alcun conto questa realtà: nelle loro relazioni pretendono l’annullamento della personalità altrui, al punto da volerli trasformare in un loro alter ego, una loro copia esatta; esigono che tutti facciano solo ed esclusivamente ciò che fanno loro, come lo fanno loro, quando lo fanno loro; tutti devono attenersi perfettamente ai loro “desiderata”. Sono persone egocentriche che non accettano alcuna contrapposizione, alcuna diversità rispetto a quello che è il loro personale punto di vista; ma un punto di vista”, come dice il saggio, è solo la vista da un solo punto: è cioè il classico comportamento di chi è talmente limitato, da non rendersi conto che in questo modo annulla le persone, le rovina, le deruba della loro individualità, rifiutando a priori qualunque valida possibilità di integrazione e di collaborazione.  

In molte comunità cristiane si parla tanto di unità, di “comunione fraterna”, di comprensione, di carità, ma molto spesso tutte queste belle espressioni finiscono nel nulla di una triste realtà: chi non si adegua al pensiero “elitario” dei responsabili, chi pensa di raggiungere per altre vie lo spirito del vangelo, chi insomma nell’umiltà dimostra di avere un cervello e di saperlo usare, automaticamente viene escluso, viene messo al bando, ignorato, isolato. Non è ammessa alcuna pluralità interpretativa di cosa sia il vero bene comune. Eppure la dottrina della Chiesa insegna che tutti i componenti del popolo di Dio, pur essendo un solo “corpo” e un solo “spirito”, hanno il diritto-dovere di mettere a frutto, nella insostituibile carità, quei doni, quei carismi che lo Spirito ha infuso in ciascuno, nella sua specificità, nella sua individualità, nella sua diversità. Perché, ciò che unisce veramente, ciò che crea una unione indissolubile, non è l’assoluta, piatta, uniformità, bensì la comune e reciproca condivisione di pensiero, di una stessa interpretazione del divino alla luce dell’Amore, nell’aprirsi e nel donarsi con quella Carità che “unisce i cuori”.

Fare “unione” infatti non è fare le stesse cose, avere le stesse idee, fare tutti lo stesso cammino. Fare “unione” significa donare, reciprocamente, il proprio amore più profondo, donare il proprio Spirito, condividere quel quid che abbiamo di più prezioso e di più caro nel nostro cuore.

Senza l’amore, otterremmo solo una unione fisica, materiale, che è ben diversa dalla vera unione, da quella che nasce dalla carità: certo, talvolta potremmo arrivare anche a dispensare amore, ma non è l’Amore vero, l’Amore che illumina la nostra vita, quello senza il quale noi stessi non potremmo vivere.

Abbiamo detto che la festa di oggi parla di un Dio che è famiglia, rapporto, relazione. Ci fa capire in pratica che qualunque vita, priva di relazioni, non è degna di essere vissuta, non può essere considerata vita. È infatti attraverso le nostre relazioni che impariamo a vivere, sono esse l’unico strumento con cui possiamo tirar fuori, mettere concretamente a frutto, la Vita che abbiamo in noi.

Buone relazioni equivalgono ad una vita significativa; cattive relazioni significano una vita difficile, carica di risentimenti. Ora, se avere relazioni è un fatto normale, semplice, naturale, altrettanto non lo è il “sapersi relazionare”, che è una dote rara. Per questo dobbiamo imparare a costruire i nostri rapporti, le nostre relazioni, sull’esempio dell’Amore interpersonale della Trinità: purtroppo la maggior parte della gente non conosce il significato di “Trinità”; ignora quale potenza si possa sprigionare da una relazione interpersonale di tipo “trinitario”; non capiscono: pensano soltanto che “relazionarsi” consista nel saper parlare, nell’avere un linguaggio fluente, chiaro, convincente. Invece no: anzi, dobbiamo fare molta attenzione perché spesso le “nostre” relazioni, prive dell’elemento fondante della carità, sono solo misere espressioni del nostro egoismo, una pretestuosa e untuosa ricerca del nostro utile, del nostro tornaconto; i nostri legami di vita diventano legacci di morte, le nostre relazioni d'amore, un cappio al collo; in altre parole dobbiamo essere sempre noi a gestire le nostre relazioni: mai permettere alle relazioni di gestire noi!

Guardiamo allora dentro di noi, nel profondo del nostro cuore, analizziamo la natura delle nostre relazioni, confrontiamole con le relazioni d’amore e di verità che intercorrono nella Trinità tra Padre, Figlio e Spirito Santo; e preghiamo perché, anche nella nostra vita, sia sempre l’Amore a renderci credibili e autentici. Amen.

  

giovedì 2 giugno 2022

05 Giugno 2022 - Solennità di Pentecoste


Gv 14, 15-16; 23-26

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito perché rimanga con voi per sempre. Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paraclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto».

 

A conclusione del tempo pasquale, cinquanta giorni dopo la Pasqua, la liturgia celebra la solennità della Pentecoste: È la festa dello Spirito Santo, una festa importantissima poiché ci ricorda, oltre alla diffusione nel mondo della Pasqua di Gesù, operata grazie a lui dagli apostoli, anche la nascita della Chiesa. Gesù non è più presente in carne ed ossa, non è più visibile, ma continua ad essere presente con il suo Spirito, disceso prima negli apostoli e poi negli uomini di ogni tempo, per renderli pienamente consapevoli dell’importanza di rimanere in contatto con il Padre. Dio dunque, disceso dal cielo, ha scelto di fermarsi per sempre in questo mondo, continuando ad assistere i discepoli di ogni tempo nella realizzazione del loro impegno battesimale, sostenendoli in una loro risposta generosa, forte, costruttiva, convinta.

Prima considerazione: Dio si inserisce nella nostra storia umana scendendo! Dio si mette a nostro completo servizio, scendendo! Dio dona il suo amore infinito a nostro totale beneficio, scendendo! Fa esattamente il contrario di quanto facciamo noi, che nella nostra nullità, sgomitiamo continuamente per salire sempre più in alto, nella vanesia ricerca di visibilità, di importanza, di ricchezza, potere, popolarità, pensando di fare notizia, di firmare pagine importanti della storia, quando nella vita riusciamo a malapena scarabocchiare. Quanto ci illudiamo! Quanto è diverso Dio da noi!

“Egli vi darà un altro Paraclito perché rimanga con voi per sempre” ci assicura Gesù: e Dio, che mantiene sempre la sua parola, è rimasto con noi per sempre. Ha scelto di farlo in maniera discreta, materialmente invisibile, per cui molti, non vedendolo, pensano si tratti soltanto di una fantasia da preti e continuano a comportarsi come se la cosa non li riguardasse.

Ma non è così: la festa di oggi ci ricorda un’autentica, assoluta verità: che non siamo soltanto come ci vediamo allo specchio, un corpo “materiale”, talvolta inguardabile, ma siamo anche “spirito” divino: nel senso che Dio ha contrassegnato il nostro “Dna” nell’attimo stesso del nostro concepimento: in altre parole noi esistiamo, solo perché Lui è in noi, abita cioè stabilmente in noi con il suo Spirito, quello Spirito vitale che chiamiamo “anima”. Infatti “Anima”, in greco “pneuma”, significa appunto “spirito”, “vita”, “soffio”: è cioè quel soffio vitale di Dio creatore, grazie al quale Egli ci dona il suo Spirito, quel “soffio” soprannaturale che origina in noi quella vita, che ci fa esistere. Il giorno in cui questo “pneuma” divino si staccherà dall’uomo, egli cesserà di essere tale: lo Spirito che animava la sua esistenza corporale, materiale, tornerà dal suo Creatore, per continuare a condividere, in Lui e con Lui, la sua stessa essenza di Amore eterno.

Questa è la meravigliosa realtà che ci riguarda. Questa è la realtà che dovrebbe guidare i nostri pensieri, la nostra vita, le nostre preoccupazioni. Solo che risucchiato in questa torbida società, preso dall’immediatezza del presente, l’uomo moderno trascura qualunque direttiva “spirituale” del suo “Avvocato”, lo ignora completamente, alienandosi da tutto ciò che è “pneuma”, che è “anima”. Ecco perché oggi, più che mai, abbiamo un assoluto bisogno di Dio; abbiamo cioè una estrema necessità di rivivere la Pentecoste dello Spirito: sia nel mondo, che nella Chiesa!

Nel mondo, perché i potenti della terra sono sempre più assetati di potere: la prevaricazione, l’orgoglio, l’egoismo sono divenuti lo stile di vita: i ricchi mirano ad accrescere a dismisura la loro ricchezza, senza curarsi dei miserabili che non hanno di che sfamarsi; i genitori non interagiscono più con i loro figli e ai figli non interessa più quel che dicono i genitori; nella famiglia e nella coppia non c’è più dialogo, ciascuno usa il linguaggio dell’ego, diverso e intraducibile; esistono voragini di incomunicabilità tra i membri di una stessa comunità, tra un piano e l'altro di uno stesso palazzo, da un lato all'altro di una stessa strada: al punto che spesso si finisce per sapere da Internet o dalla TV quello che succede a pochi metri dal proprio salotto.

Nella Chiesa, perché le parole e i gesti dei pastori non scaldano più il cuore, sono spesso meccanici, consunti dall’uso, non invogliano più nessuno alla conversione. A chi è ancora lontano dalla fede, non arrivano più le parole di amore e di vita del Vangelo, perché affidate a testimoni sempre più frettolosi, distaccati, preoccupati più del sociale, del “politicamente corretto”, che di confermare i fratelli nella fede; le chiese sono sempre più deserte, i cristiani sempre più smarriti, spiritualmente sofferenti e a disagio; una chiesa insomma, affidata a pastori, in origine magari buoni e attenti, ma che progressivamente hanno perduto ogni entusiasmo spirituale: pastori che si sono supinamente rassegnati allo sbando del loro gregge, diventando irriconoscibili a Cristo stesso, il buon pastore per eccellenza.

In tale situazione urge dunque una nuova Pentecoste: c’è bisogno che quanto prima lo Spirito Santo scenda nuovamente dal cielo, e con il suo “fuoco” bruci tutte le sterpaglie, le infedeltà, le falsità, le cattiverie, di questa nostra società, sommersa e soffocata dall’immoralità, dalla corruzione, dall’odio. È necessario che lo Spirito di Dio rinnovi ancora una volta quel miracolo dell'Amore, grazie al quale, pochi e ignoranti Apostoli uscirono dal loro “cenacolo” per diffondere con entusiasmo in tutto il mondo la Parola e l’Amore di Dio. Ciascuno di noi, anche oggi, ha bisogno di ricongiungersi concretamente con lo “Spirito Consolatore”: anche noi cristiani del ventunesimo secolo, ci scopriamo talvolta indifferenti, deboli, stanchi, sfiduciati, sofferenti, bisognosi di aiuto, di equilibrio, di stabilità, di sostegno.

Ci sono momenti nella nostra vita in cui nessuno può raggiungerci: quando viviamo una perdita, quando riceviamo una sconfitta o una ferita, quando c'è qualcosa che ci fa male, quando una persona ci offende senza motivo, quando una persona amata ci viene sottratta dalla morte: ecco, è proprio in questi momenti particolari che noi sentiamo maggiormente il bisogno di “consolazione”, di aiuto. È infatti in tali situazioni che perdiamo il nostro equilibrio, la nostra stabilità, il nostro sostegno; ci sentiamo spazzare via, ci sentiamo un fuscello in preda ai marosi; ed è proprio in tali momenti, che abbiamo necessità di vera consolazione; abbiamo bisogno cioè di qualcuno che ci ridia solidità ed equilibrio; di qualcuno che con le sue parole e soprattutto con il suo silenzio, calmi tutte le nostre tempeste; di qualcuno che non ci dica niente ma che ci assicuri con la sua presenza, con il suo abbraccio, con il suo ascolto; di qualcuno che non ci giudichi, ma che ci incoraggi. Molti pensano che “consolare” significhi esprimere parole di compassione, qualche bella frase di circostanza. Spesso, soprattutto in certe occasioni, sentiamo frasi importanti, bellissime parole; ma sono espressioni che sanno di posticcio, di non convinto, di retorica; frasi diligentemente preconfezionate, che lasciano il tempo che trovano. Consolare invece significa essere presente nel bisogno, essere di sostegno. Se dobbiamo dire qualcosa, diciamolo col cuore, da cuore a cuore, trovando le parole giuste nella nostra anima, perché solo così vanno dritte al cuore dell’altro. Spesso è meglio non dire niente, ma stare semplicemente con lui, condividere ciò che vive, ciò che sente: siamo consolatori sinceri e convincenti, solo se siamo vicini alle sue sofferenze. Condividendole. Non potendo eliminare la sofferenza, possiamo però sempre dire: “Io ci sono e ci sarò! Forse non ti sarò di aiuto, non potrò toglierti il dolore, non avrò parole giuste da dirti, forse avrò paura anch’io di ciò che ti succederà, ma sappi che io sono qui con te e ci rimarrò!”.

Ricordiamoci e ricordiamogli sempre, che dentro di noi c’è già un Consolatore, il nostro Consolatore. Quello vero. Quello sempre presente, quello attento. Aspetta solo che noi ci facciamo vivi. Aspetta un nostro cenno d’intesa, di apertura. Per questo, quando ci sentiamo felici, realizzati, gioiosi, lodiamolo e ringraziamolo; quando invece abbiamo qualche dolore, qualche problema, qualche difficoltà, qualche preoccupazione, qualche malattia, quando abbiamo bisogno di pace, di grazia, di forza, invochiamolo con fede, con perseveranza, con fiducia: perché Egli è il nostro Consolatore potente, è la nostra forza. Egli è l'amore, è la tenerezza di Dio, presente e operante nei nostri cuori. Non dimentichiamolo mai: perché è Lui che ci aiuta a vivere, è Lui che ci aiuta ad affrontare tutti i problemi dell'esistenza, è Lui che ci dà una mano per costruire quel ponte che ci consentirà di godere un giorno di Lui, Amore perfetto, col Padre e il Figlio. Amen.

 

  

venerdì 27 maggio 2022

29 Maggio 2022 – Ascensione del Signore


Lc 24, 46-53

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni. Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto». Poi li condusse fuori verso Betania e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo. Ed essi si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio.

 

Oggi la liturgia pone alla nostra attenzione gli ultimi momenti di Gesù su questa terra: dopo essersi accomiatato dai discepoli, li benedice, si distacca dalla terra e sale verso il cielo; sono questi i pochi particolari con cui Luca ci racconta, nell’ultima pagina del suo Vangelo, e nella prima degli Atti degli Apostoli, l’evento dell’ascensione.

Sono in tutto quattro versetti nei quali, in estrema sintesi, egli intende dirci: “Gesù è asceso al cielo: da questo momento egli non c'è più; ora al suo posto ci siete voi. Quindi voi, viri Galilaei, uomini di Galilea, e voi cristiani di oggi, voi chiesa, “quid statis aspicientes in coelum? Che state lì a fissare il cielo imbambolati? non continuate a guardare in alto con le mani in mano; datevi da fare! Lui non c'è più, va bene; ma ha lasciato voi a continuare la sua opera! Nei tre anni passati insieme, non si è certo risparmiato nell’insegnarvi cosa dovete fare”.

Ed è proprio così: Gesù ci ha lasciato, è tornato in cielo. Ma noi siamo qui, e qui c’è la sua Chiesa. Tocca ora a noi, a me, a voi, e non “agli altri”, trovare la giusta soluzione ai problemi della vita, come faceva Lui quando percorreva le strade della Palestina.

Non continuiamo a perder tempo chiedendoci per chi suona la campana: la campana suona per noi. Punto. È ora di muoverci. Soprattutto non dobbiamo aver alcun timore, perché non siamo soli: come già gli apostoli, anche noi abbiamo sempre Gesù nel cuore, dentro di noi.

Quando Luca dice che gli apostoli “stavano sempre nel tempio lodando Dio”, non intendeva dire che giorno e notte essi se ne stessero rintanati nel tempio: “stare nel tempio” vuol dire semplicemente “rimanere in contatto con Lui”, vuol dire desiderarlo, cercarlo, sentirlo, ascoltarlo, amarlo: e ciò ovunque siamo, dovunque andiamo, qualunque cosa facciamo.

Anche Gesù ha passato l’intera sua vita terrena “rinchiuso” nel tempio, dall'inizio alla fine. Non perché anche lui fosse sempre lì. Ma perché era in continuo contatto con il Padre; lo sentiva, gli parlava. Del resto, per quanto ci riguarda, possiamo anche essere materialmente in chiesa, ma non per questo siamo nel “tempio” di Dio, in unione con Lui; come pure possiamo trovarci in qualunque angolo di questo mondo, e continuare ad essere in contatto con Lui, essere nel suo tempio. L’essenziale è rimanere sempre in stretto contatto con Lui.

Purtroppo gran parte della gente ha perso oggi qualunque collegamento con Dio, è “sconnessa”: è sempre di corsa, lavora, è occupata in mille faccende, in mille iniziative, fa sport, va in palestra, si diverte, ride, canta; fa di tutto, e non è mai in “casa”: è sempre altrove, non è mai veramente presente a sé stessa; è sempre lontana, distante. Perduta nel frastuono di una vita delirante, non sente, è sorda a qualunque richiamo del Dio della Vita. In una parola è completamente “scollegata” da Lui. Noi viviamo nell’illusione di onnipotenza, ci illudiamo di essere completamente autonomi, di poter fare tutto da soli: a noi, per il nostro vivere, Dio non serve.

Ma è qui che ci sbagliamo; nulla di ciò che ci riguarda accade per caso, lontano dallo sguardo amoroso del Padre. Egli non ci lascia mai soli: ci conosce troppo bene, conosce perfettamente i nostri limiti, le nostre indecisioni, i nostri dubbi, le nostre debolezze; conosce le nostre gioie, le nostre delusioni, le nostre lacrime, i sussulti del nostro cuore; conosce le fatiche, gli ostacoli che dobbiamo superare per continuare a procedere, zoppicando, per la sua strada; come pure conosce la gioia, lo slancio che proviamo dopo ogni scelta positiva; Lui sa... ma che Dio stupendo ci ha rivelato Gesù mentre era quaggiù! E che missione impegnativa ci ha affidato prima di salire al cielo! Sì, un incarico di grande responsabilità, perché ora tocca a noi mantenere presente, rivelare a tutto il mondo questo Volto sublime del Padre.

L'annuncio del Vangelo a tutte le genti, non si è concluso con la missione terrena di Gesù; non è un compito riservato esclusivamente alla sua persona: anzi lui stesso ha detto: “andate e predicate a tutte le genti…”. Quindi, ascoltando i suoi suggerimenti all’interno del nostro tempio, con lo sguardo rivolto a Lui in cielo, dobbiamo imparare a riprogettare questo mondo, dobbiamo impegnarci a modificarlo entro i parametri del suo originale progetto di vita e di amore.

Nello specifico noi, i nuovi discepoli di Gesù, non siamo chiamati a compiere azioni eccezionali, straordinarie, trascurando tutte le cose di quaggiù, per occuparci solo delle cose di lassù; dobbiamo al contrario vedere quelle di lassù continuando la vita di quaggiù, con i piedi ben piantati per terra. In altre parole dobbiamo sì guardare a Gesù in cielo, nella sua gloria, ma dobbiamo anche interessarci degli uomini, nostri fratelli, anch’essi figli di Dio, considerare l'umanità intera come un’unica famiglia, vedere nel domani di ogni persona non la morte, ma una vita gloriosa che durerà per sempre... È questo lo sguardo che l'ascensione del Signore ci sollecita a mantenere nella nostra vita quotidiana. Oggi, guariti dall'amore di Cristo, possiamo finalmente spalancare i nostri occhi alla luce dello Spirito, nonostante siano deboli, sensibili, fragili, bisognosi di tempo, per adattarsi all’intensità, allo splendore della sua luce.

Noi ora contempliamo Gesù vivere nella gloria del cielo: ma lo vediamo anche vivere misterioso qui su questa terra: egli infatti vive con la sua grazia nell'intimo di ogni cristiano; vive nel sacrificio eucaristico; vive nei tabernacoli del mondo, prolungando la sua presenza reale e redentrice; vive nella sua Parola che risuona nell'intimo delle coscienze; vive e si fa presente nei vescovi, nei sacerdoti, nei religiosi, chiamati nominativamente a rappresentarlo davanti agli uomini con le loro parole, con le loro opere, con la loro vita da consacrati.

È una presenza reale che ci conforta, ci consola, ci dà pace, ci motiva. Cristo è rimasto con ciascuno e con tutti noi. La sua è una presenza reale ed efficace, anche se invisibile e impalpabile. Una presenza da amico, da confidente, da padre amoroso e comprensivo, che ascolta i nostri segreti, le nostre intimità, le nostre piccole fragilità quotidiane, con lo stesso amore, con la stessa bontà e misericordia, delle nostre ribellioni interiori, dei nostri sfoghi d'ira, delle nostre lacrime di orgoglio, della nostra disperazione nel dolore e nella sofferenza...

Questa è la consolante realtà: Cristo è rimasto con noi, al nostro fianco. È rimasto con noi per salvarci, per aiutarci con il suo Spirito, a costruire dentro di noi l'uomo interiore, l'uomo nuovo, la sua “copia” vivente: perché noi siamo chiamati ad essere i "Gesù" di oggi: è questa la nostra missione: è questo il bello della nostra vita. Un compito che non deve essere un peso, ma un onore, una gioia unica: perché è la nostra possibilità di essere i “sosia” di Gesù Risorto, di poter portare il suo Volto in tutte le strade del mondo, al pari dei suoi primi dodici discepoli. Amen.

 

 

giovedì 19 maggio 2022

22 Maggio 2022 – VI Domenica di Pasqua


Gv 14,23-29

In quel tempo, Gesù disse: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paraclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate».

  

Gesù nella lunga catechesi tenuta ai discepoli durante l’ultima cena, dopo aver rivelato il tradimento da parte di Giuda, affronta il tema altrettanto spinoso della sua prossima partenza; cerca di preparare i discepoli a questo distacco, per loro sicuramente traumatico; vedendo il loro profondo turbamento, cerca di addolcire le sue parole: “Vi lascio la pace... Il vostro cuore non sia turbato, non abbia timore!”. È una preoccupazione paterna, la sua: cerca in qualche modo di rincuorarli, di infondere loro serenità, sicurezza: “Tranquilli, amici miei, voi ora siete addolorati, in ansia, ma vi assicuro che non sarete mai soli: dopo la separazione, la vostra sofferenza si tramuterà in una gioia indescrivibile, perché capirete che io sono ancora realmente con voi: sentirete la mia presenza in un modo completamente nuovo, la sentirete dentro di voi, e questo vi consolerà, vi darà forza”. Egli sa cosa significherà per loro affrontare da soli la paura, la delusione, la solitudine; per questo, nel consolarli, assicura la sua costante presenza in loro con il suo Spirito, che li seguirà, passo dopo passo, verso quelle nuove esperienze di vita.

Parole confortanti quelle di Gesù; parole di sicuro effetto; parole che i discepoli sentono dettate dal cuore: Gesù li ama, e l’amore vero trova sempre il modo per infondere forza, consolazione, nuovo vigore, nuovi propositi. Capita anche a noi, a volte, di dover consolare chi si trova in difficoltà, chi si trova a vivere momenti di smarrimento e di dolore; anche noi pronunciamo le nostre belle parole, ma ci accorgiamo che esse difficilmente raggiungono il cuore delle persone: scivolano via, non trasmettono una vera condivisione, non sono convincenti, rivelano una semplice cortesia: questo perché non apriamo veramente il nostro cuore, non ci immedesimiamo nello sconforto della persona; in questi casi, sarebbe preferibile stare in silenzio, senza parlare, senza dire nulla; sarebbe molto meglio far “sentire” semplicemente la nostra presenza, far capire che ci siamo, che comprendiamo, che condividiamo, che possono quindi contare su di noi. Consolare” infatti deriva dal latino “cum-solus”, significa cioè stare con chi è solo; affiancarsi a lui, silenziosamente, fraternamente, senza alcun invadente esibizionismo. L’importante è assicurargli la nostra presenza, la nostra sincera compartecipazione, una condivisione attenta, ma soprattutto discreta. Sappiamo che le difficoltà, le sofferenze, le delusioni, le separazioni, sono nella vita le nostre compagne di viaggio: nessuno può mai pensare di esserne esente. In tal caso però consolare non significa banalizzare l’accaduto, tanto meno appellarsi alla fatalità del destino, comportandoci come se non fosse successo nulla: consolare vuol dire soprattutto, e in ogni caso, dimostrare amore al fratello provato, aiutarlo a superare il suo particolare momento di debolezza, di smarrimento.

È infatti proprio così che si comporta qui Gesù con i discepoli: un Gesù che capisce, che consola, che ama: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace”. Ecco: è la pace, la “sua” pace, che Egli dona: è lo stesso identico dono che Egli offrirà da risorto, nella sua prima apparizione nel cenacolo: perché la pace di Dio è serenità dell’anima, una serenità profonda, salda, irremovibile, che permette all’uomo di affrontare ogni sua paura: la paura del futuro, la paura delle malattie, della sofferenza, della morte, la paura di non essere amati. Un cuore in “pace” è un cuore saldo, forte, risoluto, che non si spaventa nelle avversità, non si dispera nel dolore, non si scoraggia nella fatica; un cuore in “pace”, riesce sempre a scoprire la presenza di Dio nella propria vita, riesce sempre a percepire la grandezza, la bellezza, l’amore del suo Signore: Lo incontra con gioia, perché si sente riconosciuto, si sente amato, si sente una cosa preziosa per Lui; un cuore in “pace”, capisce tutto questo, e con grande fiducia può esclamare: “io ti amo, o mio Dio, Tu mi ami: con Te, posso cambiare il mondo!”.

“Se uno mi ama osserverà la mia parola”. Che vuol dire qui Gesù con “osservare”? Il verbo greco “terèo” significa “custodire, guardare, aver cura, conservare, stare in guardia”; e quindi: “se uno mi ama, conserverà, custodirà la mia parola”; ne avrà cura, la guarderà attentamente; si comporta cioè come un pastore innamorato delle sue pecore: le ama perché rappresentano la sua unica ricchezza, le guarda, non le perde mai di vista, ne ha grande cura, le sorveglia dagli attacchi dei lupi e dei predatori.

Pertanto, “osservare”, qui non va inteso come “obbedire, mettere in atto, eseguire” le sue parole, i suoi comandamenti: in realtà è come se Gesù dicesse ai suoi: “Avete scoperto una verità? Avete trovato in me qualcosa che vi riscalda il cuore? Avete trovato nelle mie parole il cibo per la vostra anima? Avete scoperto in me la forza trainante per la vostra vita? Non perdete, non scartate questi doni! Custoditeli, abbiatene cura. Se mi amate, conservateli tutti nel vostro cuore, come se fossero un tesoro prezioso”.

È chiaro, ovviamente, che questa raccomandazione di Gesù vale anche per tutti noi: se amiamo il Signore, dobbiamo custodire sempre vivi nel nostro cuore i suoi insegnamenti, dobbiamo cioè conservare il suo vangelo come una guida infallibile per tutta la nostra vita: non dobbiamo perderlo mai di vista, perché è il nostro nutrimento fondamentale: mai farci distrarre dal mondo, mai utilizzare cibi avariati, ma dobbiamo essere sempre molto selettivi: “di cosa sento veramente il bisogno? Quale cibo può estinguere la mia “fame”? Cosa mi sazia, cosa mi fa sentire vivo?”. La nostra anima esige un trattamento esclusivo, non si accontenta di ciò che le passa davanti; vuole il suo nutrimento, il suo cibo; per cui una volta che l’abbiamo individuato, una volta che abbiamo capito dallo Spirito ciò che per lei è vitale, indispensabile per la sua sopravvivenza, dobbiamo conservarlo molto attentamente, dobbiamo custodirlo con amore, fare di tutto perché non si deteriori.

Oggi purtroppo il mondo non ci offre alcun aiuto in questo senso: l’unico “cibo” che ci offre in abbondanza è quello di ottenere il massimo piacere materiale dalle persone e dalle cose, di godere, di inebriarsi, in ogni singolo momento di questa vita precaria, instabile, fuggevole. I suoi massimi traguardi sono soltanto illusioni ossessive che avvelenano la vita. Se guardiamo a tutto ciò che ci viene proposto, ci confondiamo. Il rischio, se coinvolti, è di rimanere feriti, oltraggiati nell’anima, spogliati di ogni nostra dignità. Ecco perché ogni tanto è necessario fermarci, isolarci dalla confusione, dal chiasso, entrare in noi stessi, rinchiuderci nell’anima, pregare, chiarirci: per poi ripartire, riprendendo decisi la direzione e l’unico scopo valido del nostro andare.

Non abbandoniamoci alle maree della stupidità mediatica oggi imperante: non barattiamo la preziosità unica, inimitabile, della nostra anima con l’inutile e fatua chincaglieria che ci viene proposta in saldo. Seguiamo fedelmente le intuizioni suggerite dallo Spirito di Dio: non sottovalutiamole, non perdiamole, ma custodiamole con ogni cura! Non dimentichiamo mai ciò che appassiona, che fa vivere la nostra anima. Perché diventare sordi alle sue necessità, significa farla morire di inedia.

Conserviamo nel cuore soltanto ciò che sappiamo essere buono, sano, corretto, spiritualmente utile: l’amicizia di persone che rappresentano per noi dei “porti” di salvezza, delle ancore di salvataggio, dei veri salvagente nel pericolo; conserviamo i “nostri” incontri, le nostre esperienze positive, quelle che ci ricaricano, che ci danno forza ed energia per andare avanti, che sono sangue e linfa dell'anima; conserviamo quelle parole, quei richiami, quei discorsi che ci hanno scosso, che sono rimbombati dentro l’anima; perché tutto ciò è dono, tutto ciò è protezione e aiuto, tutto ciò è amore di Dio. Allora capiremo l’importanza di avere sempre in noi il suo Spirito, il Consolatore perfetto, la Luce del cuore, l’Ospite dolce dell’anima: allora capiremo la verità profonda e consolante delle parole di Gesù: “Io e mio Padre verremo da te e ci fermeremo ad abitare dentro di te”; una bellissima, incomparabile prospettiva trinitaria: Dio che non sta in cielo, che non sta tra le pareti ovattate di una chiesa, ma che vive, con il Figlio e tutto il suo amore, nel nostro cuore.

Ecco perché il messaggio del vangelo di oggi ci rimanda prepotentemente dentro di noi: perché è solo là che conserviamo tutta la nostra ricchezza, tutta la nostra bellezza: è da lì che attingiamo la nostra forza, il nostro entusiasmo, la nostra determinazione, il nostro essere fedeli discepoli di Cristo. È lì, nel nostro cuore, che risiede il nostro propulsore, il centro di comando da dove parte lo smistamento all’esterno, a favore dei fratelli, di tutto quel surplus d’amore che Dio genera in noi: e se all’esterno qualcosa di noi non convince, vuol dire che all’interno qualcosa non funziona a dovere: qualche “contatto” determinante si è ossidato, interrompendo la meravigliosa erogazione dell’amore divino. Urge allora una chiamata d’urgenza allo Spirito per un suo pronto intervento risolutore. Amen

 

  

giovedì 12 maggio 2022

15 Maggio 2022 – V Domenica di Pasqua

Gv 13,31-35

Quando fu uscito, Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete ma, come ho detto ai Giudei, ora lo dico anche a voi: dove vado io, voi non potete venire. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri»

Per comprendere bene il vangelo di oggi dobbiamo leggerlo nel suo contesto originale, altrimenti i riferimenti e il significato delle parole sfuggirebbero alla nostra attenzione. Il testo infatti inizia con “Quando fu uscito…”: ma a chi si riferisce? Chi è la persona che, una volta uscita, costringe Gesù a dare delle spiegazioni ai presenti su quanto è avvenuto e su quello che succederà dopo? Che significa che Gesù ora si sente “glorificato”? per che cosa? Cerchiamo di dare un senso a questi interrogativi.

La scena si svolge all’interno del cenacolo, durante l’ultima cena: Gesù ha appena finito di lavare i piedi ai dodici, e sta raccomandando ai presenti di seguire il suo esempio, mettendosi a servizio degli ultimi, di chi ne ha maggior bisogno. È un momento di grande intimità: egli sta impartendo le ultime raccomandazioni, sta consegnando loro il suo testamento spirituale: è serio, parla a voce bassa, confidenzialmente, lascia emergere dal cuore tutta l’amarezza e l’inquietudine per il suo grande sacrificio ormai vicino; improvvisamente tace; poi, proseguendo con voce rotta dall’emozione, rivela un particolare tremendo: “Uno di voi mi tradirà” (Gv 13,21)Ne segue un silenzio glaciale. I dodici si guardano l’un l’altro: “Uno di noi? Impossibile! Noi siamo tutti con te!”. In loro domina lo sgomento, il dramma, la costernazione, ma si insinua anche il dubbio. Hanno bisogno di chiarimenti, e gli chiedono increduli: “Ma Signore, chi mai può essere?”. E Gesù: “È colui per il quale inzupperò il boccone, e glielo offrirò”A quel tempo, nei banchetti importanti, c’era l’usanza che il padrone di casa offrisse il primo boccone all’ospite d’onore, in segno di deferenza e di stima. È l’estremo gesto d’amore e di riguardo di Gesù nei confronti di Giuda il traditore, nel tentativo di distoglierlo dal suo insano proposito. Ha già provato in tutti i modi, gli ha dimostrato tutta la sua amicizia, la sua disponibilità, il suo cuore generoso. Ma ogni suo sforzo non è servito a nulla: Giuda rifiuterà ogni cosa, ed uscirà dal cenacolo perdendosi nelle tenebre della notte.

Non appena Giuda è uscito dal cenacolo - e qui inizia il nostro vangelo - Gesù offre dunque ai suoi una spiegazione: ma lo fa con parole ermetiche, di difficile interpretazione: “Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e anche Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito”. A cosa mai si riferisce Gesù esclamando che “ora”, cioè in quel preciso momento è stato glorificato, quando in realtà Giuda, sbattendo la porta, è appena uscito col proposito di tradirlo, e Lui sa che la sua fine è ormai imminente? Perché parlare proprio ora di “gloria”, di “glorificazione”? Certo deve essere una “gloria” che gli sta molto a cuore, se Giovanni nel riferire le sue parole, in due soli versetti, ripete insistentemente per ben cinque volte lo stesso verbo “glorificare”. 

Per cercare di capirne il motivo, dobbiamo ricorrere al linguaggio biblico, che molto spesso dà alle parole un significato diverso dal nostro: infatti i termini “gloria”, “glorificare” (dal greco “doxa”, "dokèo"), contrariamente al nostro lodare, esaltare, celebrare, acquistano in Giovanni il significato di “rivelare, dimostrare, far vedere”Per cui Gesù, consapevole del fatto che tra poco sarebbe iniziata la sua ora, dichiarando ai discepoli di sentirsi “glorificato”, vuole far capire loro che il rifiuto di Giuda non è altro che l’inizio di quel programma di amore immenso e di estremo sacrificio, che il Padre gli aveva richiesto, per il riscatto dell’umanità peccatrice. Gesù quindi, accettando il suo sacrificio, “glorifica” dimostra, rivela al mondo intero il suo amore di Figlio per il Padre, e nello stesso tempo l’amore del Padre per l’umanità intera: un comune, smisurato amore per gli uomini, che verrà sacrificato sul patibolo della croce per la loro salvezza. L’elemento portante, dunque, di questo “inno di gloria”, di questa “rivelazione” del piano di Dio in Gesù, è dunque l’amore.

Un sentimento determinante, fondamentale, che ci offre la chiave interpretativa di questo vangelo, che in ultima analisi, ci mette concretamente di fronte alle nostre responsabilità: in pratica ci fa capire che come ha fatto Gesù, anche noi cristiani dobbiamo “glorificare” Dio; dobbiamo cioè “dimostrare” di essere suoi discepoli, dobbiamo rendere evidente la sua presenza nella nostra vita, imitando ciò che lui ha fatto nella sua: in altre parole, dobbiamo donare gratuitamente a tutti, anche noi come Lui, amore, comprensione, senza chiedere nulla in cambio, senza avanzare pretese; dobbiamo semplicemente amare, avendo come unico scopo - come raccomanda Paolo nella Lettera ai Romani c. 5 – di rendere partecipi gli altri, di quella sovrabbondanza di amore, che Dio ha riversato nei nostri cuori.

Noi Dio non lo vediamo, è vero: è difficile per noi amare chi non vediamo, chi non conosciamo personalmente, chi è lontano da noi; abbiamo però il nostro prossimo, che vediamo continuamente; abbiamo i nostri fratelli, che ci stanno sempre vicino: amando loro, è come se amassimo Lui, perché chi ama loro, ama Lui. E Lui ama tutti: vicini o lontani dal suo cuore, fedeli o infedeli alla sua chiesa, Dio ama veramente tutti, e lo fa senza pretendere nulla in cambio, senza alcun obbligo da parte nostra, perché il suo è un amore totalmente gratuito, un amore che è già nostro dal primo istante di vita; perché è un amore conquistato, e assicurato per tutti, dal sacrificio di Gesù sulla croce. Tutto quello che noi dobbiamo fare, è semplicemente di accoglierlo, di accettarlo, nient’altro.

Non servono miracoli per “testimoniare” al mondo questo amore di Dio, non serve una vita eroica: anzi, a volte, è Dio stesso che rivela la sua presenza in noi: noi non ce ne rendiamo conto, ma può capitare che nella vita di tutti i giorni, un raggio del suo amore illumini in maniera particolare la nostra anima, si impadronisca del nostro cuore: una presenza che ogni volta, lascia in noi una traccia inconfondibile del suo amore.

“Dove vado io, voi non potete venire”: i discepoli, dopo la sua cattura, dopo il suo distacco da loro, lo cercheranno, perché la sua improvvisa assenza provoca in loro ansia, preoccupazione: ma essi non possono seguirlo dove egli sta andando: perché egli sta liberamente percorrendo la strada che, attraverso la croce, lo riporta al Padre. In tale percorso nessuno, per ora, è in grado di accompagnarlo. Nessuno, ancora, è in grado di capire la grandezza del suo amore e di unirsi a lui nel donarlo. Nessuno ha ancora la capacità di amare in questo modo: neppure i suoi discepoli, quelli che gli stanno più vicini; soltanto dopo la sua passione e morte egli darà loro la possibilità di mettere in pratica la sua ultima volontà.

Un comandamento veramente nuovo, quello di Gesù: una norma sconosciuta fino ad allora, una regola di vita veramente straordinaria, che ha coinvolto radicalmente la loro esistenza: uno stile, un dovere primario, che coinvolge anche ogni futuro discepolo; un programma di vita che capovolge completamente le nostre priorità, il nostro metodo di giudizio, il valore delle nostre valutazioni, delle nostre categorie umane. Per noi, infatti, è discepolo di Cristo, è un “cristiano”, semplicemente chi è battezzato, chi riceve i sacramenti, chi va in chiesa, chi rispetta certe regole, certe norme di vita. Per Gesù invece, essere cristiani, essere suoi discepoli, vuol dire una cosa sola: “amare come Lui ha amato”; amare cioè con un amore identico al suo, identico a quello del Padre. Ma, ci chiediamo, come si esplica, in cosa consiste, questo amore del Padre? Ce lo spiega solennemente Giovanni in tre parole: “Deus caritas est! - Dio, è amore! (1Gv 4,16). Dio cioè, non “possiede” un amore da donare; Dio non “prova” amore; Dio è Amore: è Amore assoluto, Amore totale; tutta la sua “essenza” è Amore! Egli, per amare, non “trasmette” un sentimento, non esterna un’emozione, non “offre” qualcosa, come facciamo noi: Egli ama incorporando, assorbendo l’amato nel suo amore, trasformandolo in Amore (qui manet in caritate in Deo manet – chi ama, rimane in Dio). È solo così, che Dio ama gli uomini; tutti, indistintamente: anche quelli che non lo meritano; anche quelli che continuano a tradirlo, anche quelli che lo rifiutano, che lo ignorano, che lo insultano, che vivono come se non esistesse.

Questo, è il “comandamento nuovo” di Gesù: questo è il comandamento che Giovanni correttamente definisce entolèn kainèn, che in greco non significa “nuovo” in senso temporale, cioè l’ultimo, quello “più recente” (avrebbe detto “entolèn néan”), ma “nuovo” per il suo contenuto, “nuovo” nella sostanza, perché ha rovesciato completamente i contenuti della vecchia tradizione, della Legge mosaica, ha rivoluzionato il concetto stesso di Dio: trasformandolo da padrone esigente, in padre innamorato. Un comandamento nuovo anche perché: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri”. Parole importanti, parole che dovrebbero essere tenute in seria considerazione anche e soprattutto da quei discepoli moderni, da quei cattolici che si ritengono osservanti, praticanti, perfettamente in regola con Dio semplicemente perché alla domenica vanno in chiesa.

Attenzione: Gesù non dice: “Si saprà che siete miei discepoli, se andate a messa, se dite il rosario tutti i giorni, se ascoltate attentamente le prediche, se fate delle offerte generose, se siete iscritti a tutte le associazioni cattoliche”. No, Gesù non si è mai sognato di dire questo. Anzi, all’epoca, egli si è dimostrato particolarmente severo e intransigente con gli scribi e farisei, proprio perché si consideravano “speciali”, si ritenevano “eletti” da Dio, gli unici “osservanti” perfetti della religione, i custodi del tempio. Quindi, non è il nostro esteriore, non è il nostro apparire, che ci qualifica davanti a Dio: ciò che ci deve distinguere, non è il “fare”, il “dare”, l’essere giudicati protagonisti della “carità”, elementi importanti, insostituibili, fedeli collaboratori dei preti. No.

Il nostro “habitus”, il nostro “contrassegno” originale, quello autentico, quello che ci fa riconoscere come discepoli di Cristo, è uno solo: l’amoreLe divise, le medaglie, i distintivi, le celebrazioni, le cerimonie, il canto corale, cose di cui noi molto spesso andiamo fieri, in realtà non contano nulla, sono solo dei corollari, incapaci da soli a qualificare la nostra fede, la nostra vita interiore. La nostra risposta alla “chiamata” di Dio, la nostra coerenza nel seguire i suoi insegnamenti, va misurata solo ed esclusivamente sull’amore, da come amiamo Dio, da come amiamo i nostri fratelli, il nostro prossimo; un amore che non prevede esibizioni straordinarie, interventi eroici, da prima pagina dei giornali o da interviste televisive: ma un amore attento, solerte, discreto, umile, nascosto: praticato con sollecitudine, con attenzione, con soluzioni che non hanno bisogno di pubblicità, di visibilità, ma che raggiungono immediatamente il loro scopo, perché spinte da un amore vero, compiute nella riservatezza, nell’umiltà, nel silenzio. Amen.