mercoledì 22 agosto 2012

26 Agosto 2012 – XXI Domenica del Tempo Ordinario

«Disse allora Gesù ai Dodici: Volete andarvene anche voi? Gli rispose Simon Pietro: Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» (Gv 6, 60-69).
Il vangelo di oggi è la continuazione di quello di domenica scorsa e conclude il lungo discorso di Gesù sul pane. Abbiamo già detto che le parole di Gesù sono difficili da capire, e oggi Giovanni ce lo ribadisce ancor più chiaramente: «molti dei discepoli di Gesù, dopo aver ascoltato, dissero: Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?».
In questo lungo discorso, in estrema sintesi, Gesù sostiene che bisogna nutrirsi di autenticità e denuncia le ipocrisie dei suoi ascoltatori: in altre parole, non basta dirsi credenti, non basta una semplice preghierina, non basta un’opera buona, non basta avere ottime intenzioni, non bastano i buoni propositi… Tutte cose lodevoli, ma non bastano, non servono, non sono sufficienti.
Quante volte ci siamo proposti anche noi di fare questo e quello, e poi puntualmente non l’abbiamo neppure iniziato. E non possiamo accampare scuse: è più onesto ammettere che non abbiamo voglia di farlo, che non abbiamo motivi sufficienti, ragioni profonde.
“Chi mi vuol seguire deve mangiare la mia carne”: l’invito è chiaro; chi vuol essere mio discepolo deve respirare la mia stessa aria, deve fidarsi di Me, deve essere convinto, deve avere i piedi ben piantati per terra, deve sentirsi protetto e sicuro nella Mie mani, anche se si trova in mezzo a conflitti e difficoltà di ogni tipo; e soprattutto deve vincere la paura, qualunque paura.
Anche se perentorio, capiamolo bene fratelli, quel “deve” non indica comunque un “obbligo”, una costrizione; è un “deve” che ci offre di scegliere l’unica, valida opportunità per seguire Gesù. In tutta libertà. Possiamo farlo o non farlo, dipende da noi. L’importante è che di fronte a questo bivio dobbiamo essere onesti con noi stessi: non possiamo illuderci, non possiamo prenderci in giro; non possiamo pensare di accantonare l’invito, privilegiando percorsi fasulli, che non potranno mai portarci a nulla di buono.
Gesù non costringe nessuno a seguirlo. Non costringe i suoi fedeli. Egli non sa che farsene di persone che lo seguono per obbligo, per dovere, per costrizione. Non facciamo così anche noi? chi infatti sceglierebbe per amico fidato una persona che non ama, che non stima, che odia? Sarebbe assurdo! E allora come facciamo a pensare di piacere a Dio, di essergli amici, discepoli fedeli, se lo seguiamo soltanto per “dovere”, perché così ci è stato insegnato fin da piccoli, perché purtroppo ci “tocca” e non possiamo farne a meno di fronte agli altri, alla famiglia, alla comunità? Dio non sa che farsene di gente simile, di gente che non lo ama! Gesù vuole essere seguito nella libertà e per amore: nella libertà perché siamo noi che lo scegliamo; perché siamo noi che lo vogliamo, che decidiamo di volerlo; il motivo? perché Lui per noi è l’aria che respiriamo, il pane che ci sazia e l’acqua che ci disseta; la Vita che ci fa vivere; e lo facciamo per amore perché siamo attratti da Lui, sentiamo che la nostra vita senza di Lui è vuota; perché abbiamo assoluto bisogno del suo amore, quel Pane che ci nutre, quella Strada sicura, quella Via verso la Verità e la Vita. Lo seguiamo perché ci conquista continuamente, ci affascina, ci prende l’anima.
Ecco perché i tiepidi, i poco innamorati, i poco convinti, quelli cioè che seguono Gesù solo per convenienza, di fronte alla Sua proposta secca e perentoria, rimangono costernati, allibiti, pietrificati: “È duro questo linguaggio, chi può intenderlo?”
E sono anche vili: perché non hanno il coraggio di dirlo apertamente a Gesù; borbottano tra di loro, di nascosto, con cattiveria. Niente di nuovo, comunque: è tipico di chi è insignificante, mediocre, “mezza tacca”, comportarsi in questo modo. Se ha qualcosa da dire, se non è d’accordo, se c’è qualcosa che non gli va, non è mai chiaro, franco, sincero; preferisce nascondersi nell’ombra, nella critica subdola, nella maldicenza, nel colpire a tradimento, nello sparlare alle spalle. È gente che si comporta così proprio perché ha paura; teme il confronto, perché non sa sostenere pubblicamente le proprie idee, le proprie posizioni. I loro sussurri si basano soltanto su malevoli “si dice”, spesso vere e proprie calunnie; evitando il confronto diretto, contrabbandano per autentiche le loro meschine falsità.
Questi pseudo discepoli hanno dunque paura di Gesù. Temono il suo giudizio e quindi preferiscono nascondersi (ricordate Adamo nell’Eden?), scelgono di borbottare alle sue spalle piuttosto che comunicargli i loro sentimenti. Ma Gesù coglie distintamente le loro mormorazioni, coglie la loro poca convinzione, la loro meschinità: “Questo Rabbi è troppo esigente, ci chiede troppo; se le cose stanno così, noi ce ne andiamo!”.
Quanti “cristiani” anche oggi, fratelli, ricorrono alle più futili spiegazioni, accampano le scuse più banali per giustificare il loro abbandono della fede e della Chiesa! Dicono che la chiesa deve cambiare, che non è più quella di Cristo, che nella chiesa ci sono troppe “mele marce” (il che è anche vero, ma purtroppo è fatta di uomini), che preferiscono seguire una “loro” religione più spirituale, più coerente di quella cattolica; ma “per carità: noi non rinunceremo mai di professarci cristiani”! Poveretti. Il vero motivo invece, fratelli miei, è che hanno capito che Gesù è esigente, che non si accontenta di parole, di “manfrine”, di parate esteriori. Il vero motivo è che non vogliono mettersi in gioco; hanno capito che seguire Gesù non è proprio come andare a divertirsi. Il divertimento si risolve nel presente, nell’attimo fuggente, non impegna il domani. Seguire Gesù invece è una scelta “pesante”, con delle conseguenze che si ripropongono incessantemente, ogni istante della giornata, tutti i giorni della vita. Hanno insomma capito che Gesù non ammette scorciatoie, sotterfugi, furberie: se vogliono seguire Gesù, devono purtroppo dire “sì” a certe cose, e “no” a certe altre. Non ci sono altre possibilità.
“Questo linguaggio è duro”. È vero. E chiediamoci anche: “chi può capirlo veramente in tutta la sua portata? Chi lo può fare proprio? Chi può viverlo coerentemente?
È chiaro che Gesù qui si è stancato di assistere all’indifferenza, all’egoismo, al tornaconto materiale di gran parte della folla che lo segue. La sua pazienza è andata oltre ogni limite. E fissa i paletti: mette cioè quelli che dicono di volerlo seguire, di fronte alle proprie responsabilità. E lo fa in maniera risoluta: “Se non lasci tuo padre e tua madre, non mi puoi seguire”. Se cioè ti volti indietro e ti attacchi al passato, se pensi a quanto bello era una volta, a come stavi bene prima, non mi puoi seguire! Gesù deve talvolta sembrare minaccioso, deve essere severo, deve farsi temere. E nonostante che questo lungo discorso sul “pane della vita”, Gesù lo faccia in una sinagoga (Gv 6,59), quindi alla presenza di persone “religiose”, di persone “esperte”, molte di loro se ne vanno. Gli dicono: “Chi ti può seguire Gesù, se è così come dici tu?”. Gesù non le ferma. Non si preoccupa affatto di quanta gente lo segua. Gesù non vuole folle oceaniche di discepoli, vuole semplicemente innamorati della Vita e dello Spirito.
Si racconta che un santo abate avesse raccolto al suo seguito circa duecentomila monaci. Un giorno un visitatore gli chiede: “So che i tuoi monasteri sono tutti sovra popolati; quanti monaci arrivi a contare in totale?”. E lui risponde: “Quattro o cinque!”.
Gesù con dodici persone (anzi undici perché uno lo tradì) cambiò il mondo. La quantità non è mai stata una sua preoccupazione. Noi invece siamo molto sensibili ai grandi “numeri”: e non ci rendiamo conto che l’ansia per il numero è segno della nostra voglia di emergere, della nostra sete di potere, di essere importanti, di essere riconosciuti. “Guarda quanta gente ti abbiamo portato, Signore! Guarda, quanti discepoli abbiamo radunato nella tua Chiesa!”. E non ascoltiamo quello che Egli invece vuol dirci: “Non preoccupatevi troppo del numero, non è affare vostro; preoccupatevi piuttosto che le vostre parole e la vostra vita siano “si, si; no,no”; siano cioè coerenti allo Spirito di Vita”.
Gesù non dice a chi se ne vuole andare: “Ma perché te ne vai? ho detto qualcosa che ti ha fatto male? Non andartene, ti prego!”. Gesù non li ferma. Non vuole sudditi, marionette, servi. Vuole uomini liberi. Se rimangono, rimangono perché lo vogliono, perché credono in Lui. Nessuno deve rimanere con Lui per paura, per senso di colpa, per dovere.
A questo punto si rivolge anche ai dodici senza mezzi termini: “Volete andarvene anche voi?”. Eppure gli apostoli erano la sua casa, i suoi amici, i suoi “partner”. Ma Gesù non si attacca neanche a loro, vuole un rapporto basato sulla libertà, sulla sincerità. Un invito coraggioso il suo: “Siete liberi di rimanere o di andarvene”. Gesù non usa particolari strategie per trattenerli: né sensi di colpa, né il suo fascino, né il suo potere, né la manipolazione, né l’adulazione, ecc.
E finalmente, a questo punto, interviene Pietro; esplode! L’impulsivo e passionale Pietro sbotta: “Ma Signore da chi vuoi che andiamo? Da chi altri troveremo mai quello che ci dai tu?”.
“Da chi vuoi che andiamo, Signore?”. L’economia, il mondo, la società, ci possono dare i soldi e il benessere, ma non ci possono dare la felicità dell’anima, la sensazione di essere vivi, la passione e la vitalità.
“Da chi vuoi che andiamo, Signore?”. La giustizia e la magistratura possono darci sentenze, ma solo tu sai cosa c’è nel cuore dell’uomo. Tu solo conosci la vera giustizia e la verità.
“Da chi vuoi che andiamo, Signore?”. La famiglia può darci amore e affetto, gioia e unione, ma nessun amore può spegnere la nostra sete e la nostra ricerca infinita di amore, di approvazione. Solo tu puoi amarci di un amore incondizionato. Lo psicologo, la guida spirituale, possono migliorare le nostre relazioni, curare e rimarginare le ferite dell’anima. Ma poi, altri dolori e altri dispiaceri si accumulano nel nostro cuore.
“Da chi vuoi che andiamo, Signore?” Chi ci può ascoltare sempre? Chi asciuga in ogni istante le nostre lacrime? Chi c’è sempre pronto a soccorrerci? Quando sbagliamo, quando combiniamo guai terribili, da chi possiamo ricorrere ogni volta? Chi ci può dire: “Io ti perdono, va’ in pace, tutto è cancellato, ricomincia da capo, come nuova creatura”? Quando “scantoniamo”, quando inganniamo noi stessi per paura di affrontare la realtà, sei Tu che ci riporti in noi stessi; sei Tu che permetti alle situazioni di costringerci a farlo. Per fortuna ci sei Tu! Chi altro può dirci: “Va bene così”, in modo da farci sentire a casa nostra, a nostro agio, anche se non siamo perfetti? Chi altro può dirci: “Ci sono io”, così da sentirci sempre seguiti, accompagnati, quando non sappiamo dove andare? Chi altro può dirci: “Non aver paura”, quando siamo paralizzati dal terrore?
Solo Tu, Signore. Solo Tu hai parole di vita eterna!
Allora, “da chi altro vuoi che andiamo, Signore?” Solo da Te. Amen.


giovedì 16 agosto 2012

19 Agosto 2012 – XX Domenica del Tempo Ordinario

«Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» (Gv 6, 51-58).
Giovanni nel vangelo di oggi ci ripropone ancora il concetto del “pane della vita”, un argomento decisamente di non facile comprensione. Gesù stesso se ne rende conto di fronte alle contestazioni dei giudei: e per questo Egli insiste e sottolinea ancora una volta l’importanza del suo dono; la sua carne e il suo sangue sono gli elementi che trasmettono la vita divina all'uomo e lo trasformano in una nuova creatura.
Gesù non fa nulla per sfruttare la popolarità del momento, dovuta al miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci operato poco prima; né si preoccupa di ammorbidire le sue affermazioni, che sa in aperto contrasto con la mentalità dei suoi ascoltatori. Anzi, sembra quasi che provi piacere nel provocarli... «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna... dimora in me e io in lui».
«Bere il sangue»: è infatti difficile immaginare una espressione più dirompente, più scandalosa per gli ebrei del suo tempo. Il sangue era sinonimo di vita: bere il sangue di un’altra creatura, era impensabile, vietatissimo, perché ciò avrebbe creato una “commistione” di vita. Proprio per questo, nella macellazione degli animali essi facevano fuoriuscire dall’animale ogni traccia di sangue prima di consumarne la carne; e sempre per questo motivo guardavano con orrore i pagani che mangiavano la carne senza sottoporla ad un analogo trattamento.
Quando Gesù, pertanto, invita tutti a «bere il suo sangue» sa perfettamente di irritare, scandalizzare, provocare rifiuto, contrasto, disapprovazione.
E allora perché lo fa? Non poteva scegliere un'immagine meno forte? Non era forse meglio evitare di ferire le orecchie dei fedeli del suo tempo? Proprio perché conosceva bene le loro tradizioni e le loro «manie»?...
Certo noi, fedeli di oggi, abituati ad una comunicazione melliflua, in “politichese”, che crei consenso generale, avremmo preferito che le parole di Gesù trovassero approvazione da parte del suo pubblico. Ma per Gesù, quello che conta veramente, è di presentare in maniera chiara e nitida ciò che egli offre, perché lo si possa accettare o rifiutare liberamente.
La verità, dunque, anche se dura, anche se ostica, anche se poco gradevole, conta di più di qualsiasi altra cosa. E noi sappiamo che la sua è una verità di salvezza, una verità consolante, benefica. Il sangue è vita? Ebbene; Gesù, versandolo per noi, ci ha dato la sua vita. «Mangiare la sua carne e bere il suo sangue» significa quindi entrare in comunione profonda con Lui, entrare nella sua vita.
“Carne e sangue”, dunque, potranno anche sembrare termini esagerati: ma non lo sono se passiamo attraverso l'esperienza che Gesù ci propone; non lo sono se avvertiamo il vincolo di amore che egli nutre nei nostri confronti; allora nulla vi è di eccessivo. Anche se siamo ancora tanto lontani. Anche se queste parole scandalizzano pure noi.
Noi, malati di possesso, di accumulo, di sicurezze, di garanzie.
Noi, che viviamo sul crinale dell’idolatria, che rischiamo di dimenticare il significato della parola “gratuità” e cavalchiamo la logica del tornaconto.
Noi, che permettiamo alla pubblicità di plasmare i nostri bisogni, per poi correre ai nuovi “templi” domenicali per cercare di saziarli.
Noi, che non sappiamo più nemmeno chiamare per nome i sentimenti che ci abitano, che siamo analfabeti del cuore e balbuzienti dello Spirito.
Sì, fratelli: la Parola di oggi è veramente anche e soprattutto per noi.
Gesù ci invita a nutrirci di Lui, a nutrirci di Amore, della Sua carne e del Suo sangue, dono totale di sé stesso nelle mani del Padre, dono perpetuo della Sua Pasqua. Nutrirci di Lui per capire finalmente e credere che “la carne che dona vita eterna” è quella offerta per amore, e non quella conservata “sotto vuoto”; che la gratuità è il ritmo cardiaco della felicità; che solo Dio sazia l’insaziabile desiderio di amore che ci abita.
Lasciamoci dunque portare dallo Spirito sulla strada che Lui ci ha tracciato; e se facciamo un po’ di fatica per seguirla, tranquilli: vuol dire che siamo sulla strada giusta.
Le parole di Gesù alludono chiaramente all’Eucaristia domenicale: quella Eucaristia che il più delle volte stancamente facciamo nelle nostre distratte comunità.
Ci crediamo veramente, fratelli? Crediamo veramente che, grazie alla preghiera della comunità, al dono dello Spirito e all'imposizione delle mani di un prete (talvolta purtroppo lui stesso inconsapevole del potere che ha), Gesù si rende cibo?
Ebbene, Gesù allude proprio a questo dono semplice e tremendo, gioioso e durissimo, che ci obbliga alla fede, che ci scardina dalle nostre tiepide abitudini. Ogni domenica ci raduniamo per ripetere la Cena, un gesto di caldo affetto e di obbedienza al Maestro; ogni domenica ci nutriamo del pane della Parola e del pane Eucaristico, e custodiamo questo pane nelle nostre Chiese per i nostri malati, per segnalare una Presenza nel caos anonimo e dissacrante delle nostre città.
Siamo lì per questo, fratelli; per questo ci raduniamo, perché, affamati, abbiamo urgente bisogno di saziare il cuore, di illuminare il cammino, di credere, finalmente, senza ambiguità, senza ritrosia. Credere, fratelli; credere con tutto il cuore e con tutta l'anima. Perché nell’eucaristia non mangiamo il corpo “umano” di Gesù. Non potremmo. Quel corpo è stato legato al suo tempo e ai suoi luoghi. Ora non c'è più. Mangiamo però il suo “corpo” risorto, quel corpo uscito dal sepolcro la mattina di Pasqua, vittorioso sulla corruzione e la morte. E noi possiamo mangiare questo corpo, perché è Dio; quindi infinito, dovunque, al di fuori del tempo e dello spazio, inesauribile, presente nella sua interezza in ogni frammento di pane e in ogni goccia di vino consacrati.
La messa è nutrirsi di Gesù risorto; è un pezzo di risurrezione che entra e cresce dentro di noi. È una cosa straordinaria. La messa non dà soltanto qualcosa di buono, di santo, di grande: la messa trasforma, “fa essere”. Fa essere direttamente Gesù risorto: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui».
Allora, fratelli miei, chiediamoci tutti onestamente: cos'è l'eucarestia nella nostra vita? Che importanza ha per noi? Perché andiamo a messa la domenica? Certo, partecipare a certe messe nelle nostre chiese non è che ci aiuti poi tanto: sono messe “stanche”, non ci entusiasmano, sono troppo “rituali” ed esteriori; le viviamo con un senso di abitudine e di noia. Inutile scandalizzarci, strapparci le vesti: nelle nostre celebrazioni, fratelli miei, manca soprattutto la fede, sia in chi presiede che in chi partecipa. Perché allora non cominciamo a credere veramente noi per primi? Perché non facciamo di quella Cena il cuore della settimana, lo stimolo per la nostra vita? Perché non osiamo di più? Perché non ci riappropriamo dell'eucarestia, perché non ci innamoriamo di questo gesto, e lo prepariamo con gioia, con serenità? Perché non facciamo diventare le nostre eucarestie un capolavoro di autenticità e di fede, di bellezza e di lode, cosicché nessuno più possa fare a meno di parteciparvi?
La messa infatti è un dono che agisce solo se viene accolto e trafficato. Il pane vivo ci porta verso la risurrezione se viviamo da risorti: da uomini saggi, secondo la volontà di Dio.
È vero, non è per nulla facile capire bene le parole di Gesù, e metterle in pratica.
Noi però siamo fortunati in questo: perché c’è Maria, la nostra mamma, che ci aiuta; Maria, una creatura come noi, che è già quello che noi saremo. È stata assunta in cielo, come abbiamo festeggiato alcuni giorni fa; è sbocciata alla risurrezione, perché Gesù ha dimorato in lei e lei in lui. È la nostra speranza, la nostra garante: anche noi sbocceremo alla vita eterna, se, come lei, crediamo nell'adempimento delle parole del Signore: di tutte le sue parole, anche di quelle di oggi: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue vivrà in eterno». Crediamoci dunque, fratelli, crediamoci veramente. È vero, siamo tiepidi, sconcertati, distratti, svogliati; siamo pieni di dubbi e abbiamo paura della fatica: ma nonostante tutto, crediamoci! Amen.


martedì 14 agosto 2012

15 agosto 2012 - Assunzione in cielo di Maria SS.ma

Il significato del dogma
Il dogma dell'Assunzione di Maria Santissima al cielo, è stato definito da Papa Pio XII il 1º novembre 1950, al termine di un anno santo che concludeva un periodo, durato circa un secolo, di straordinario fervore devozionale verso la Vergine Maria, anche a motivo delle apparizioni di Lourdes e di Fatima.
Il testo suona così:
«L'Immacolata sempre Vergine Maria, Madre di Dio, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo» (DS 3903).
La verità definita riguarda soltanto lo stato glorioso raggiunto dalla Vergine, ma non dice nulla circa il modo in cui Maria vi giunse, se cioè passando attraverso la morte e la risurrezione, oppure no.
La gloria celeste di cui si parla qui, è lo stato di beatitudine nel quale si trova attualmente il corpo santissimo di Gesù Cristo; stato, al quale giungeranno tutti gli eletti alla fine del mondo.
Il privilegio dell'Assunzione concesso a Maria consiste pertanto nel dono dell'anticipata glorificazione integrale del suo essere, anima e corpo, a somiglianza di Gesù suo Figlio.
L’espressione «assunta alla gloria celeste» non vuol dire di per sé una traslazione locale del corpo della Vergine dalla terra al cielo, ma il passaggio dalla condizione dell'esistenza terrena alla condizione dell'esistenza propria della beatitudine celeste.
Il magistero della Chiesa e i teologi, però, sono comunemente concordi nell’ammettere che il «cielo» non significhi soltanto uno stato, ma anche un «luogo»: il luogo dove si trova appunto Cristo risorto e glorioso, in anima e corpo, e dove si trova Maria accanto a Lui.
Precisare ulteriormente dove si trovi, e in quale ordine di rapporti sia con il nostro universo visibile, è assolutamente impossibile.
La Costituzione Munificentissimus Deus che accompagna la definizione dogmatica sviluppa la prova del dogma in tre tempi:
·        innanzitutto porta come argomento fondamentale, e per se stesso pienamente sufficiente, l’unanime consenso dell'Episcopato (diversamente da quanto si era verificato circa un secolo prima in occasione della definizione del dogma dell'Immacolata); il Magistero ordinario e universale della Chiesa, infatti, essendo infallibile nell'insegnare la verità rivelata non in virtù di ricerche o conoscenze naturali, ma per l'assistenza dello Spirito Santo, garantisce l'origine rivelata di ciò che insegna in modo unanime, a prescindere dalle prove positive o speculative che possano venir portate per il suo insegnamento.
·        offre poi un breve excursus storico sul modo in cui la fede nell'Assunzione di Maria si è affermata, sviluppata, giustificata e imposta nella Chiesa, fino a diventare una verità universalmente creduta;
·        infine indica quali sono i fondamenti rivelati di questa fede nell’intima connessione di Maria con Cristo come ci è insegnata dalla Scrittura.
Per quanto riguarda lo sviluppo storico della dottrina dell'Assunzione, la prima testimonianza sulla fine di Maria, è di Epifanio († 403), nato e vissuto nella Giudea e morto vescovo di Salamina.
Nel suo Panàrion egli si propone per ben tre volte il quesito circa la fine di Maria: e come risposta, enuncia tre ipotesi possibili,  sostenute allora anche da diversi autori:
Maria non è morta, ma è stata trasferita da Dio in un luogo migliore;
Maria è morta martire;
Maria è morta di morte naturale.
Egli non sa scegliere con sicurezza fra le tre ipotesi, poiché «nessuno ha conosciuto la sua fine», ma pensa che in ogni modo la fine di Maria, deve essere stata «gloriosa», degna di lei.
Una testimonianza, questa, che ci rivela come nella Chiesa, alla fine del V secolo, non esistesse alcuna tradizione precisa, né di carattere storico, né di carattere dogmatico, circa la fine di Maria.
Dopo Epifanio i primi testimoni sono gli apocrifi. Quelli conosciuti sono circa una ventina; hanno origini diverse e appartengono a famiglie diverse: i più antichi sembrano quelli siri ed egiziani e quelli di una famiglia greca. Non ci si può attendere nulla di sicuro da essi dal punto di vista storico; rappresentano invece chiaramente la reazione della fede popolare nei secoli V e VI alla domanda circa la fine di Maria.
Pensiero comune a tutti gli apocrifi è che il corpo di Maria non poteva in alcun modo essere soggetto alla corruzione del sepolcro; circa la sua condizione attuale non sono invece concordi: per alcuni esso giacerebbe incorrotto nel paradiso terrestre in attesa della risurrezione finale; per altri, e sembrano essere gli apocrifi più recenti, Maria è già risorta ed è stata assunta alla gloria celeste accanto al Figlio.
Un'evoluzione analoga viene documentata dai testi liturgici.
Le origini della festa dell'Assunzione non sono state ancora completamente chiarite. I primi indizi di una festa del transito di Maria (Dormitio Mariae, dormizione) li troviamo in Oriente, tra il 540 e il 570, come risulta dal racconto dei pellegrini che hanno visitato Gerusalemme in quegli anni. Poco dopo, verso il 600, un editto dell'imperatore Maurizio estende già la festa a tutte le regioni dell'impero, fissandola al 15 agosto.
In Occidente appaiono i primi segni di una festa «in memoria» della Vergine, nel VI secolo, precisamente nella Gallia, dove viene celebrata il 18 gennaio sotto il titolo di «Depositio Sanctae Mariae». A Roma la celebrazione viene introdotta nel VII secolo, assieme alle altre feste mariane: la Purificazione, l'Annunciazione e la Natività: diviene subito la più importante di tutte e presenta, fin dalle origini, il nome e il significato attuali. Da Roma poi si estende rapidamente, durante i secoli VIII e IX, a tutto l'Occidente, anche alla Gallia, precisando il contenuto e modificando la data della festa dal 18 gennaio al 15 agosto. Le origini e lo sviluppo della festa, come pure l'esame accurato delle testimonianze liturgiche, manifestano inoltre lo sviluppo della dottrina: al principio l'oggetto del culto era il «transitus», il passaggio di Maria da questa vita terrena a quella celeste; solo più tardi sarà l'Assunzione, come appare negli scritti dei quattro maggiori testimoni del secolo VIII: Germano di Costantinopoli († 733), Andrea di Creta († 740), Giovanni Damasceno († 749), e, infine, l'autore di un panegirico sulla festa dell'Assunzione, già attribuito al vescovo di Gerusalemme Modesto († 634), ma certamente posteriore.
In Occidente lo sviluppo dottrinale fu più lento che in Oriente.
Nel 1854 nel richiedere a Papa Pio IX la definizione dell'Immacolata, alcuni vescovi espressero il desiderio che venisse definita insieme anche l'Assunzione; un desiderio e una proposta che più tardi molti Padri del Concilio Vaticano I del 1869 faranno propria.
Nasce così il «movimento assunzionista», che si va estendendo fino alla pubblicazione degli atti relativi nel 1944; i lavori delle varie correnti teologiche si concludono definitivamente il 14 agosto 1950 data in cui il Papa annuncia pubblicamente che la definizione sarebbe stata imminente: esattamente il 1° novembre dello stesso anno.
Da questi brevi accenni storici sulla dottrina dell'Assunzione, risultano chiaramente due cose:
·        che non esisteva nella Chiesa primitiva una tradizione di origine apostolica esplicita, né scritta né orale, circa l'Assunzione di Maria;
·        che la dottrina si è formata a poco a poco come frutto di una riflessione amorosa della fede cristiana intorno alla dignità della Madre di Dio, alla sua intima unione spirituale e fisica con il Figlio, alla sua posizione del tutto singolare nell'economia divina della Redenzione.
Poiché la Chiesa, però, non può insegnare come rivelata una dottrina che non sia realmente rivelata, sorge il problema: come e dove è stata rivelata la dottrina dell'Assunzione?
E come la Chiesa, in mancanza di asserzioni esplicite della Scrittura e della Tradizione, ha potuto raggiungere la certezza dell'origine rivelata di una dottrina che ha la sua causa prossima nella riflessione umana?
La storia mette in luce chiaramente un fatto: la dottrina dell'Assunzione non si presenta come una dottrina isolata nel V secolo: essa fa parte di tutto un movimento dottrinale che precisa, a poco a poco, la posizione e i privilegi della Madre di Dio nell'economia della Redenzione, la sua santità perfetta, la sua posizione unica accanto al Figlio.
Alla base stanno la dottrina della Nuova-Eva, che risale sicuramente al II secolo (Giustino, Ireneo, Tertulliano) e che per la sua diffusione e i suoi caratteri appare d'origine apostolica; poi la verginità e la maternità divina. Maria è certamente anch'essa redenta da Cristo, ma è anche «accanto a Cristo» in un modo del tutto singolare; e per Lei le leggi ordinarie della Provvidenza, nel campo fisico (come nella generazione) e nell'ordine morale (riguardo al peccato) non valgono.
Ora, unendo queste idee fondamentali, la riflessione cristiana poteva ricavare due ulteriori conseguenze, che ne appaiono come lo sviluppo logico: per Maria, che è stata «accanto a Cristo» in modo così singolare, non valgono neppure le leggi ordinarie della trasmissione del peccato originale e della ritardata beatificazione integrale, in anima e corpo. Come immagine perfetta del Figlio anch'Essa ha 1) dovuto essere «immacolata», e 2) deve aver goduto di una piena glorificazione anticipata anche nel corpo.
La fede dei cristiani ha compiuto questo passaggio: dapprima in forma spontanea e intuitiva; poi, sotto la guida del Magistero e con il sostegno della riflessione teologica, in un modo sempre più chiaro e sicuro.
Non va dimenticato, inoltre, che la causa reale ultima dello sviluppo dogmatico è l'azione dello Spirito Santo, che illumina l'intelligenza della Chiesa, nei fedeli e nei Pastori, a comprendere il contenuto totale della Rivelazione: lo sviluppo di un dogma appartiene alla «sovra-conoscenza» che Dio dona alla Chiesa come e quando vuole (cfr. Ef 1,17-18).
A questo punto è compito della teologia, di fronte al dato rivelato, stabilire degli argomenti di convenienza, che permettano di collegare il dato stesso con le altre verità della fede, e di coglierne il significato profondo.
Eccone alcuni di questi motivi di convenienza.
A) ASSUNTA PERCHÉ IMMACOLATA
La Munificentissimus Deus afferma che vi è un nesso strettissimo fra la verità dell'Assunzione e quella dell'Immacolata Concezione. Infatti le parole rivolte da Dio ad Adamo dopo il peccato (Gn 3,19): «Tu sei polvere e in polvere ritornerai» indicano il castigo del peccato originale. Ora, la Vergine Maria fu esente dal peccato originale, quindi anche dal suo castigo.
Dall'effetto (l'Assunzione) si risalì alla causa (l'Immacolata) e dalla causa (l'Immacolata) si discese all'effetto (l'Assunzione). Di questo passaggio si hanno infatti nel corso della storia varie conferme, che crescono in modo impressionante nel medioevo e nel periodo moderno, fino a raggiungere quasi la forza di un plebiscito dopo la definizione del dogma dell'Immacolata. Nessuna meraviglia dunque se questo argomento viene autorevolmente accolto e ribadito nella Costituzione di Pio XII.
B) ASSUNTA PERCHÉ MADRE DI DIO
La maternità divina è un forte argomento di convenienza per la glorificazione immediata di Maria. Infatti il corpo di Maria è stato il tempio del corpo di Cristo, e quindi era necessario che sfuggisse alla corruzione del sepolcro. Si dice giustamente: “Caro Christi caro Mariae”, la carne di Cristo è la carne di Maria, e quindi era conveniente che la sorte toccata alla carne di Cristo toccasse anche alla carne di Maria, ossia che il corpo di Maria fosse glorificato come lo fu quello di Cristo.
C) ASSUNTA PERCHÉ SEMPRE VERGINE
Un argomento antichissimo, che prende rapidamente una sua forma chiara e incisiva.
La perfetta e perpetua verginità di Maria, professata sin dai primi secoli, veniva a collocare la Beata Vergine in una sfera superiore, cioè in uno stato di incorruttibilità.
Ella rimase miracolosamente incorrotta quando avrebbe dovuto corrompersi. Ora, come non vedere nella preservazione dalla corruzione del concepimento e del parto una specie di presagio della preservazione dalla corruzione della morte?
D) ASSUNTA PERCHÉ ASSOCIATA A CRISTO
Noi vediamo che la Madre è sempre strettamente associata al Figlio. Ella partecipa alle sue gioie e ai suoi dolori, per cui noi diciamo che se Gesù è «l'Uomo dei dolori», Maria è «la Donna dei dolori», e se il Figlio è Redentore, Maria è in un certo senso, Corredentrice.
Come Eva ha cooperato con Adamo nella rovina, così la Nuova Eva con il Nuovo Adamo ha cooperato nell'opera della riparazione.
Questa associazione si riscontra anche nell’Anno Liturgico, in cui alle principali feste del Signore corrispondono altrettante feste di Maria.
·        Al concepimento di Gesù il giorno dell'Annunciazione (25 marzo) corrisponde l'Immacolata Concezione di Maria (8 dicembre).
·        Alla Natività di Gesù (25 dicembre) corrisponde la Natività di Maria (8 settembre).
·        Alla passione di Gesù, ricordata oltre che il Venerdì Santo anche nella festa della Santa Croce (14 settembre), fa immediatamente seguito la memoria dell'Addolorata (15 settembre).
·        Alla festa della glorificazione di Gesù, cioè alla festa dell'Ascensione, è giusto quindi che corrisponda la festa dell'Assunzione di Maria (15 agosto), e alla festa di Cristo Re (ultima domenica dell'anno liturgico) corrisponda la festa della Regalità di Maria, celebrata otto giorni dopo la sua Assunzione (22 agosto).
Ed è proprio su tutte queste ragioni che si appoggia il documento di Papa Pio XII:
·        Adamo ed Eva sono stati princìpi universali di morte soprannaturale, e conseguentemente anche di morte naturale (pena del peccato);
·        Cristo e Maria, il nuovo Adamo e la nuova Eva, sono stati invece princìpi di vita soprannaturale, e conseguentemente anche di vita naturale, ossia di vittoria sulla morte.
·        Perciò, mentre la prima Eva, associata al primo Adamo, è stata principio e causa della nostra morte, così la seconda Eva, associata al secondo Adamo e in dipendenza da lui, è stata principio e causa della nostra risurrezione alla vita.
·        Ora, chi è principio e causa della risurrezione non può essere soggetto al dominio della morte. Vi sarebbe una incompatibilità intrinseca.
E) ASSUNTA PER ESSERE PIENAMENTE NOSTRA MADRE E REGINA
Maria è stata «esaltata quale Regina dell'universo, perché fosse più pienamente conformata al Figlio suo, Signore dei dominanti»: è quanto ci dice la Lumen Gentium.
La regalità di Maria non va pertanto separata dalla sua intercessione materna. Maria è Regina perché è associata alla regalità di Cristo, e coopera con il Figlio nel procurare la salvezza delle anime. Possiamo dire che la sua è una regalità materna.
Ora, perché Maria Santissima possa pienamente esercitare questa sua regalità, che si estende a tutto l'universo, e la sua maternità verso di noi, alle quali è stata chiamata in quanto Madre del Redentore a Lui in tutto associata, è necessario che Ella sia nel possesso pieno della sua realtà umana: una realtà umana che si ha solo quando l'anima è unita al corpo. L'anima separata dal corpo, infatti, non può a rigore di termini neppure essere chiamata «persona», essendo solo una parte della natura umana.
Possiamo quindi dire che l'Assunzione corporea rende Maria Santissima più vicina a noi, in quanto grazie ad essa ella ci può aiutare nel modo migliore, ed esercitare in pienezza la sua maternità universale alla quale è stata chiamata secondo il piano divino.
La glorificazione di Maria non è quindi solo per lei, ma anche per noi. L'Assunzione, lungi dallo scavare un abisso tra Maria e gli altri uomini, la rende ad essi più vicina.
F) ASSUNTA PER ESSERE ICONA ESCATOLOGICA DELLA CHIESA
Che Maria sia modello e figura perfettissima della Chiesa è un pensiero che risale ai Santi Padri, soprattutto a S. Ambrogio. Ma perché potesse esserlo pienamente era necessario che venisse glorificata in anima e corpo, così da apparire come «la Donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle» (Ap 12,1), come ci viene presentata dalla liturgia nella festa dell'Assunzione.
«Così la Chiesa in Maria ammira ed esalta il frutto più eccelso della redenzione, e in lei contempla con gioia, come in un'immagine purissima, ciò che essa, tutta, desidera e spera di essere».
C’è infine la questione della morte di Maria
Pio XII, nella definizione dogmatica dell'Assunzione, ha deliberatamente evitato di pronunciarsi sulla questione se Maria sia prima morta, per poi risorgere, oppure sia stata assunta immediatamente senza passare attraverso la morte.
La questione è stata implicitamente demandata alle discussioni teologiche successive.
L'argomento più forte di quelli che sostengono la morte di Maria, i «mortalisti», sembra essere quello che la Beata Vergine doveva essere configurata a Cristo nella sua morte e risurrezione, per poter essere così il modello universale dei redenti. «Ma si domanda il Laurentin fautore della tesi «immortalista» non le era sufficiente essere configurata a Cristo sul Calvario, quando "una spada" di dolore "trapassò la sua anima" (Lc 2,35), quando "morì in ispirito" con Cristo, secondo un'espressione tradizionale che risale ad Arnaldo di Chartres (XII secolo)?». Tanto più che Maria, la prima dei redenti, è configurata più alla Chiesa che a Cristo. Ora, la Chiesa passerà alla vita eterna senza passare attraverso la morte (cfr. 1Ts 4,17; 1Cor 15,51; 2Cor 5,2-4).
Un altro argomento dei «mortalisti» è che Maria ha assunto le pene del peccato (tra cui la morte) per cooperare più efficacemente alla redenzione. Ma, ribattono gli immortalisti, non possiamo dimenticare che Maria Santissima è stata esente dalle principali pene inflitte a Eva (concupiscenza, sottomissione alla libido, cfr. Gn 3,16, dolori del parto).
L'immortalità completerebbe armoniosamente questa serie di esenzioni.
Ma, a mio parere, l'argomento più forte degli «immortalisti» sta nell'esame del concetto di corruzione. Abbiamo visto negli argomenti di convenienza a favore dell'Assunzione che il dato di fondo, presente sin dall'inizio, è che la sensibilità cristiana ha ritenuto inconciliabile la dignità di Maria, Immacolata, Madre di Dio, sempre Vergine, con la corruzione del sepolcro. Scrive Pio XII nella Munificentissimus Deus: «Bisognava che colei che aveva conservata intatta la sua verginità nel parto conservasse il suo corpo senza alcuna corruzione».
Senza alcuna corruzione! Ma la morte, cioè la separazione dell'anima dal corpo, è la corruzione fondamentale. Infatti il «cadavere» (così dobbiamo chiamarlo) è semplicemente un insieme di sostanze organiche senza più alcuna relazione reale con l'anima. Non è più un corpo «umano». Che poi sopravvenga anche una disgregazione esterna, con il fenomeno della putrefazione, è del tutto secondario dal punto di vista filosofico.
Ora viene spontaneo chiedersi: se Dio ha conservato miracolosamente illesa la verginità del corpo di Maria, preservandolo dalla corruzione del parto, perché non avrebbe dovuto preservarlo anche da questa ben più grave corruzione?
Può però a questo punto sorgere una difficoltà: anche il corpo di Gesù è stato soggetto a questa corruzione, poiché Gesù è veramente morto. Senza dubbio, ma vi è una differenza sostanziale: il corpo morto di Gesù è infatti rimasto unito al Verbo, e ha continuato a esistere dell'esistenza del Verbo; quindi non si può dire che fosse «un'altra realtà» rispetto al corpo vivo.
Nel caso di Maria, invece, il suo corpo morto sarebbe stato un'altra realtà, anche se secondo l'esperienza sensibile rimaneva «incorrotto».
Scrive sempre il Laurentin: «Il cadavere della Vergine, se essa morì, perse la sua identità. Divenne puramente e semplicemente altro, estraneo alla persona di Maria. Fece ritorno alla pura molteplicità del ciclo della natura. Niente legava più alla Madre di Dio il residuo di questo corpo che aveva generato il Figlio di Dio, e il fondamento della maternità divina si trovava momentaneamente alterato».
In ogni caso, al di là di ogni convincimento, dobbiamo affrontare queste questioni con grande modestia e umiltà. La morte di Maria, la “dormitio Mariae”, è senza dubbio verosimile; verosimiglianza resa rispettabile dall'ondata di autori che l'hanno accettata.
Personalmente mi piace molto la tesi della traduzione letterale del termine “dormitio”: Maria si sarebbe “addormentata” e durante il riposo il suo corpo sarebbe stato assunto in cielo.
Comunque si è in diritto di pensare, con Epifanio, che la fine di Maria resta e resterà un mistero: un mistero, nascosto in Dio, che noi dobbiamo rassegnarci a ignorare quaggiù.
San Bernardo non aveva dubbi: “De Maria numquam satis” di Maria non si dirà mai abbastanza. Perché? Perché chi loda Maria, chi prega Maria, chi medita Maria, loda, prega, medita Gesù stesso.
Maria ha raggiunto il motivo per cui l’uomo è stato creato: dare gloria a Dio in eterno, in un modo completo. Noi pensiamo che “dare gloria a Dio” voglia dire abbassare la testa di fronte a lui, ringraziarlo dei doni ricevuti, offrirgli la nostra sofferenza.
Sì, è tutto questo, ma non è soltanto questo.
Dobbiamo essere sempre pronti a fare la volontà di Dio.
Che Dio ci utilizzi per cose piccole o grandi, dipende da Dio, non da noi.
Da noi dipende invece saper dire come ha detto Maria: "Eccomi!".
Disponibilità totale.
Siamo capaci di fare questo?
La Madonna ci ha lasciato il suo esempio e il suo messaggio: è stata la mamma per eccellenza, la servitrice sollecita, la cristiana perfetta.
Tocca a noi, ora, seguire il suo esempio!
Leggere il vangelo è importante, ma poi è molto più importante fare in modo che il vangelo sia vissuto nella nostra vita di famiglia, nel nostro lavoro, nelle nostre relazioni personali con gli altri, sia vissuto anche nei nostri pensieri, nei nostri progetti.
Certo qualche volta ci troviamo sotto la croce insieme a Maria e ci sembra di morire dal dolore: "… perché mio figlio?… perché i miei parenti?… perché io?… perché devo essere trattato a questo modo?"
Fiat voluntas tua! "Signore, sia fatta la tua volontà".
Mentre stiamo vivendo questo tempo, dobbiamo avere sempre presente il punto d’arrivo: la nostra unione gloriosa con Lui. Maria è stata glorificata proprio perché ha saputo dire "Eccomi". Un “Eccomi!” realizzato sotto la croce, concretizzato fino al termine della sua missione.
Concludo: sulla porta di un’officina mi è capitato di leggere un cartello con la scritta a grandi caratteri: “Chiuso per troppo lavoro”. E più sotto in piccolo: “In caso di urgenza pregasi chiamare la signora di sopra: se non sente, urlate!”.
Bene: anche noi abbiamo la nostra "Signora di sopra".
Per i casi urgenti, non temiamo: raccogliamoci un momento, pensiamo a lei, urliamo con fiducia la nostra preghiera: e allora, vi assicuro amici cari: allora vedrete che
Lei che ha camminato, vegliato, vigilato e sofferto con la Chiesa nascente,
Lei così discreta, premurosa  e così femminile,
Lei così forte e dolce,
Lei così mamma che ha cresciuto il bimbo Gesù perché crescesse anche in noi…
ebbene, lei, la Signora di sopra, non tarderà a risponderci… Amen.

mercoledì 8 agosto 2012

12 Agosto 2012 – XIX Domenica del Tempo Ordinario

«Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» (Gv 6, 41-51).
Elia mormora, i giudei mormorano, noi mormoriamo: chi non accetta la realtà, se la prende con Dio e mormora. È una constatazione. Triste, ma succede spesso anche a noi! Ciò che non vogliamo accettare lo rifiutiamo. Ciò che critichiamo è ciò che ci rifiutiamo di vivere, di capire. Ma la realtà, fratelli, non si cambia. La realtà si vive, e basta! La realtà è che gli altri sono più sensibili di noi, sono più intelligenti di noi, sono più attraenti o affascinanti di noi. La realtà è che gli altri sono più di noi, e anche se diciamo che va bene così, non è vero, perché vorremmo essere proprio come e più di loro.
La realtà è che se anche siamo importanti, anche se ci riteniamo insostituibili, la vita va avanti anche senza di noi. Perché non siamo altro che una goccia del mare, una foglia dell’albero, una minima parte dell’universo. Inutile illuderci, è così; inutile pensarci unici, celebri, ammirati da tutti: siamo purtroppo destinati ad essere dimenticati. È normale, è giusto che sia così.
La realtà è che tutto inizia e che tutto finisce perché tutto evolve. I nostri figli crescono e se ne vanno; noi invecchiamo e non siamo più guardati per il nostro fascino giovanile; tutto quello che prima avremmo giurato “eterno” adesso non lo è più, quello che prima avremmo giurato di non diventare, ora invece lo siamo diventati. Ed è necessario che sia così, che tutto passi, che tutto divenga, che tutto fluisca, che tutto abbia il suo corso.
La realtà, fratelli, è che siamo bisognosi di aiuto. Vorremmo poter vivere senza dipendere dagli altri, senza dover ricorrere alle attenzioni degli altri; vorremmo essere sempre autonomi, vorremmo condurre la nostra vita come ci piace, senza farci influenzare dagli altri, dal loro giudizio, da ciò che pensano di noi. Vorremmo...
E, invece, ci ritroviamo ad essere deboli, ci scopriamo non più autosufficienti, debilitati, attenti a non deludere chi ci sta vicino per paura che ci rifiuti; ci ritroviamo a dipendere dagli altri, ad aver paura della solitudine, a elemosinare amore in mille modi. È la realtà.
Insomma vorremmo che la realtà fosse come la pensiamo noi, come la vogliamo noi, come la desideriamo noi. E, invece, la realtà è diversa da noi. La realtà è quella che è. La realtà (Dio, la Vita) è più grande di noi; e aver fede, fiducia, significa accettarla, accoglierla, fidarci di lei, lasciarci andare. Nella vita tutto ha un senso anche se noi non lo capiamo. Inutile lottare contro la realtà, perché tanto, ciò che dobbiamo vivere, lo vivremo comunque. Forse conviene lottare insieme a lei. Buona fortuna? Cattiva fortuna? Lasciamo fare alla Vita. Qualunque cosa ci proponga la vita (la realtà), accettiamola! Cerchiamo di capire!
Non facciamo come i giudei che, mentre Gesù parla di una cosa (il pane dal cielo), essi non lo capiscono, capiscono tutta un’altra cosa. Gesù sta su di un piano, i Giudei su di un altro.
Un detto cinese dice: “Quando il dito indica la luna, lo sciocco guarda solo il dito”.
Gli ebrei nel deserto avevano la manna: era il cibo miracoloso. Ma nella manna essi vedevano solo il cibo di ogni giorno, un cibo di cui si stancarono presto. Non sono riusciti a scorgere in esso la bontà di Dio che li accompagnava, che li sosteneva, che provvedeva a tutto e non li abbandonava. Da sciocchi guardavano il dito!
Così succede anche per i giudei che seguono Gesù: Egli sta parlando di cose alte, elevate, profonde; sta mostrando suo Padre, il Dio vero, quello che sazia la vera fame, e loro non riescono ad andare oltre il dito: per loro Gesù non può che essere il “figlio di Giuseppe”; per loro il pane è solo quello di farina, il cielo è solo quello che manda il sole e la pioggia, Dio è solo uno da pregare perché tenga lontano le disgrazie o ci mandi ricchezza e benessere.
Gesù dirà: «Siete ciechi… Voi siete di quaggiù, io sono di lassù; voi siete di questo mondo, io non sono di questo mondo… e se non cambierete modo di vedere, morirete nei vostri peccati» (Gv 8, 23-24).
Se non sappiamo andare oltre le apparenze, al di là di quello che può sembrare, allora abbiamo decretato la morte della nostra anima. Non guardiamo oltre al dito…
La felicità per molte persone è avere qualcosa. Felicità per loro è avere una posizione da esibire, un auto o una casa da mostrare, una dote da manifestare, una capacità con cui avere successo ed essere stimati. Sono solo ciechi. Felicità è poter sentire la vita che ci abita dentro, che cresce, che diviene, che si espande. Felicità è poter stare bene nel nostro corpo, nella nostra anima, sentire il nostro cuore pulsare e gustare la vita.
Dio, per molte persone, è una preghiera da dire, un rito da compiere, una “rottura” da evitare, un impiccio di cui non sappiamo che farcene. Sono ciechi! Dio è la sensazione profonda di essere immersi in qualcosa di più grande; è vivere l’esperienza di essere parte dell’immenso, di essere immersi in una corrente oceanica che, nostro malgrado, ci trascina sulla spiaggia della salvezza; è sentirsi amati al di là del bene e del male quotidiano; è sentirsi degni di esistere perché Qualcuno ci vuole; è sentire che non dobbiamo aver paura perché c’è un grande Abbraccio che ci difenderà da ogni pericolo.
I figli, per molti di noi, rappresentano il successo e la realizzazione della nostra vita. Se non li abbiamo, la vita non ha senso; se li abbiamo, devono essere obbedienti, devono diventare i migliori per renderci felici e non deluderci. Siamo ciechi! I figli sono il dono che la vita ci fa per consentirci di esprimere l’amore che ci portiamo dentro; sono il mezzo per realizzare la nostra vita, sono il senso delle nostre giornate. Ma sono un mezzo, non il fine. I figli sono uno stupore da vivere, una meraviglia da contemplare, una scuola di vita da cui impariamo la gratuità (diamo senza avere aspettative), il distacco (li amiamo anche se se ne andranno), l’alterità (sono altri, diversi, opposti da noi), l’umiltà (ci fanno vedere le nostre debolezze, le nostre fragilità, i nostri difetti), ecc.
E così per tutte le cose. Tutto ciò che ci riguarda può essere banalizzato, tutto reso insignificante o inutile; ma tutto può anche essere entusiasmante, profondo, divino. Quando il saggio indica la luna, fratelli, dove corre il nostro sguardo?
Gesù poi dice: «Io sono il pane vivo». C’è un pane vivo e c’è un pane morto. C’è un pane che nutre solo il corpo e c’è un pane che nutre anche l’anima.
La domanda che Gesù pone è: “Che cosa nutre veramente?”. Il pane era il cibo tipico, normale per gli antichi. Dire “pane” significava dire nutrirsi, sfamarsi. Il cibo ci nutre; ogni giorno mangiamo, ne abbiamo bisogno. Ma è sufficiente il pane della terra? O cerchiamo ancora qualcos’altro, qualcosa che soddisfi la nostra anima e il nostro cuore? Il cibo riempie il nostro stomaco, ma cos’è che riempie la nostra anima? Di cosa deve sfamarsi?
Pensiamo che sia sufficiente mangiare tutti i giorni al ristorante? Che sia sufficiente lavorare e avere una bella casa in cui abitare? Che sia sufficiente avere un auto sportiva, dei vestiti firmati, essere rispettati e ammirati dalla gente? Ci siamo mai chiesti perché i maghi e le chiromanti sono sempre pieni di clienti? Perché gli studi dei terapeuti sono sempre stracolmi di persone? Perché siamo così depressi e alienati? Perché siamo così isterici, “schizzati”, tristi, depressi? Cos’è che ci manca? Non abbiamo pane per la nostra anima? Di cosa ci nutriamo?
Ebbene, fratelli, la nostra grande fame è quella dell’amore. Siamo bisognosi d’amore. Abbiamo bisogno di essere amati, che qualcuno creda in noi, che qualcuno ci apprezzi, che ci dia valore e fiducia. Se non siamo amati, siamo nessuno, non valiamo, che ci siamo o non ci siamo è la stessa cosa; vivere o morire non è che cambi poi così tanto. Questa è la nostra fame, fame terribile: e nessuno in questa vita potrà mai saziare pienamente questa nostra fame. Perché noi abbiamo bisogno di un Amore “altro”. Perché la nostra vera fame è Dio.
Noi abbiamo bisogno di sentirci rassicurare: “Non aver paura”; perché siamo sempre in ansia, abbiamo paura: perché la vita finisce, perché la vita passa, perché la vita non dura in eterno, perché i nostri cari muoiono, perché un giorno lasceremo i nostri figli e chi amiamo, perché ci ridurremo a polvere, perché noi da soli non possiamo salvarci. Allora abbiamo bisogno di agganciarci a Lui, di sentire che ci possiamo fidare di Qualcuno, di percepire che non saremo lasciati soli, che non saremo dimenticati, che tutto non finirà nel nulla. Abbiamo bisogno di Qualcuno che ci dica: “Ci sono io, non aver paura. Tu sei nelle mie mani, nel mio Cuore, non cadrai mai nel vuoto. Stai tranquillo”.
Ecco, fratelli: di fronte a tutto ciò – che incoscienza non pensarci prima! – una cosa sola può saziarci, salvarci dalle nostre paranoie. Lui, il Pane vivo. Abbiamo bisogno di quel Pane celeste; abbiamo bisogno di quel Pane vero, di quel Pane che, solo quello, sazia la nostra fame interiore, la nostra fame di Divino. Amen.

mercoledì 1 agosto 2012

5 Agosto 2012 – XVIII Domenica del Tempo Ordinario

«In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell'uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo» (Gv 6, 24-35).
Continua, in queste domeniche, la lettura del capitolo sesto di Giovanni. Dopo il “segno” della moltiplicazione dei pani e dei pesci e l’abbondanza con cui ha sfamato la moltitudine, Gesù invita la folla a riflettere sull’Autore del miracolo e a riconoscere che c’è un pane per la vita eterna ben più importante di quello materiale.
È in questa luce che si comprende il richiamo di Gesù alla folla che lo cerca per il pane materiale, con cui saziare le proprie esistenze.
Purtroppo l’uomo contemporaneo ha radicata nel suo cuore una congenita superficialità nel suo rapporto con il reale: la sua vita rischia di ridursi ad un accumulo di “segni” senza significato, confondendo tragicamente il “mezzo” con il “fine”.
Per questo egli è perennemente scontento. Nulla lo sazia, nulla gli basta, nulla lo soddisfa. Noi tutti siamo continuamente alla ricerca di qualcosa che ci manca, un qualcosa che purtroppo è destinato a finire nel tempo, e che – lo sperimentiamo continuamente - non arriverà mai a darci soddisfazione piena.
Così non ci basta il cibo di ogni giorno; all’indomani la fame torna puntualmente a tormentarci, costringendoci a procurarci nuovamente da mangiare. Non ci basterà mai. Non ci sazierà. Non riempirà mai la nostra fame, perché noi cerchiamo un altro Cibo.
Non ci basta il tempo che abbiamo per vivere: cinquanta, settanta, novant’anni: arrivati al dunque, il tempo non è mai sufficiente, non ci basterà mai. La fine ci sembrerà sempre troppo prematura; ci sembrerà sempre un’ingiustizia, una crudele realtà. Perché noi cerchiamo un tempo eterno, un tempo senza fine, il “per sempre”.
Non c’è abbastanza ricchezza che ci appaghi, che ci soddisfi. Oggi ne abbiamo, ma domani ne vogliamo ancora di più, e ogni giorno a venire i soldi saranno ancora il nostro tarlo quotidiano. Non basteranno mai. Se avessimo tutta la terra, vorremmo la luna; se avessimo la luna cercheremmo l’intero sistema solare; perché noi cerchiamo una ricchezza che sia in grado di riempire la nostra anima e non le nostre case o le nostre tasche o i nostri conti bancari. Noi cerchiamo una ricchezza che non passa mai. Cerchiamo la Ricchezza che resta.
Nessun successo sarà mai in grado di renderci veramente felici. Possiamo essere famosi, onorati, rispettati, emulati e applauditi. Possiamo far in modo che tutti dicano bene di noi. Possiamo essere dei miti, ma non basterà mai per renderci davvero felici. Abbiamo bisogno costantemente di nuovi e più grandi successi. Perché noi cerchiamo un’altra felicità: una Felicità che non si conquista, che non si può raggiungere qui, perché il seme che è già dentro di noi ci spinge all’eterno.
Non c’è mai abbastanza dolore per convincerci a cambiare vita. Noi sbagliamo e continuiamo a ripetere all’infinito lo stesso sbaglio. Uno, due, tre volte… e non finiamo mai; fino a quando non impareremo a fermarci, a imparare dai nostri errori, a guardarci dentro e a riconoscere le nostre ottusità. La vita, per coloro che si ostinano a volerla vivere così, senza cambiare e trasformarsi, diventa un inferno: perché se noi cerchiamo solo la stabilità, la certezza, il quieto vivere, continueremo a vivere sempre lo stesso identico giorno; giorno dopo giorno vivremo la stessa idea; giorno dopo giorno la stessa mentalità. E mentre i giorni passeranno, noi saremo sempre uguali, allo stesso punto di partenza. Perché ciò che noi cerchiamo davvero, è una realtà futura, la realtà “altra”, che soddisfi in pieno la possibilità di essere noi stessi.
Non ci sono abbastanza colori nell’iride per soddisfare la creatività del nostro animo e la fantasia della nostra mente. Non c’è tramonto che basti a saziare la nostra fame di infinito; non c’è alba che basti a saziare la nostra sete di speranza nel ricominciare. Perché, fratelli, noi cerchiamo il Tramonto senza notte e l’Alba senza tramonto. Cerchiamo il Giorno senza fine.
Non ci sono sentimenti ed emozioni a sufficienza per sentirci vivi. Oggi li viviamo e ci riempiono, ma domani ne avremo ancora fame. E rischieremo di attaccarci a loro, di produrli, di crearli. Perché noi cerchiamo l’Emozione senza fine; la Pienezza senza vuoto.
Non ci sono abbastanza miracoli per convincere la nostra anima a fidarsi di Dio. Intorno a noi mille miracoli avvengono in ogni momento, ma se i nostri occhi sono chiusi, se noi abbiamo già deciso cosa deve essere miracolo e cosa no, dove vederlo e dove no, allora nessun miracolo si avvererà mai per noi, e nel miracolo della vita cercheremo continuamente “altri” miracoli. Perché ciò che noi cerchiamo è il Miracolo, l’unico grande miracolo che è la Vita.
Non ci sono abbastanza carezze, né abbracci, che possano riempire la nostra fame d’amore. Ne abbiamo bisogno; lo desideriamo con tutto il nostro essere, con tutto il nostro corpo e con tutto noi stessi. Ne abbiamo paura, ma ne siamo attratti. Vorremmo non averne bisogno, vorremmo essere superiori a certe “debolezze”, non mostrarci vulnerabili e, invece, è proprio ciò che cerchiamo di più. Ma per quante carezze, per quante effusioni d’amore avremo non ci basteranno mai perché noi cerchiamo l’Amore.
Non ci sono abbastanza figli per non morire mai, per prolungare la nostra esistenza all’infinito. I figli prolungano sì la nostra vita, ci garantiscono una discendenza, la continuità del nostro nome e della nostra vita; ma anche loro passeranno. Anche loro prima o poi lasceranno questa terra. Essi non ci bastano, perché ciò che noi cerchiamo veramente è la Discendenza senza termine, il Divenire senza invecchiare, il Generare senza morire.
Non ci saranno mai abbastanza risposte per non porci nuove domande. Ogni risposta ci appaga, ma ci crea una nuova ricerca, una nuova fame, un nuovo viaggio, un nuovo cammino. Non possiamo non cercare risposte, anche se contemporaneamente altre e più profonde domande si abbattono su di noi. Perché ciò che noi cerchiamo è la Verità.
Non ci sono amuleti, statue, regole, non ci sono maghi, guru o maestri che possano riempire la nostra angoscia e la nostra paura della vita. Per quanto ci attacchiamo o paghiamo, non ci sarà mai nulla, nessuna formula magica, che dissolverà i nostri fantasmi interiori: se non la Fede, la Fiducia. Perché il nostro bisogno è di entrare in contatto con la Fiducia senza sfiducia.
Non basta essere obbedienti, ligi alle regole, per sentirci accolti e approvati. Ci possiamo inchinare a tutte le imposizioni, a tutte le leggi fino ad annullarci, ma non basta per essere valorizzati, per essere accettati. Possiamo sacrificare tutta la nostra vita per una persona, annullare la nostra coscienza e la nostra sensibilità, pur di essere ammessi nel branco o nell’elite della società, o semplicemente per essere considerati; ma anche questo non basta per sentirci accolti. Del resto, quando abbiamo rinunciato a noi stessi, al nostro credo, alla nostra fede, che ce ne facciamo dell’accettazione degli altri? Ciò che noi cerchiamo veramente è che le grandi braccia della Vita vera ci accolgano incondizionatamente.
Non ci sono abbastanza lacrime per piangere il nostro dolore. Non ci sono abbastanza lacrime per piangere il dolore innocente, le ingiustizie, gli stermini e le brutalità dell’uomo. Perché ciò che noi cerchiamo è la Pace, l’unica pace, che sia in grado di placare le onde tempestose del pianto.
Non ci sono abbastanza preghiere per vincere la paura di morire, di lasciare questa terra. Non ci sarà mai abbastanza fede per non sentire la lacerazione del distacco da questa vita, per non aver paura del grande salto, per non piangere chi si lascia, per non aver paura del futuro. Perché ciò che noi cerchiamo è Dio. Dio, Dio solo; solo Lui.
Allora, fratelli miei, non sostituiamo mai ciò che “cerchiamo” con ciò che “abbiamo”.
Ciò che abbiamo non ci basterà mai. Ciò che possediamo non ci basterà mai, non ci sazierà mai. Perché noi tutti cerchiamo qualcosa che non si può trovare qui, qualcosa che non si può comprare, qualcosa che non possiamo ricevere in questa vita.
Viviamo, dunque, e assaporiamo il pane di oggi, quello del nostro quotidiano; sapendo però che già domani avremo nuovamente fame, avremo bisogno di altro pane; perché noi abbiamo fame di un Pane che sazia per sempre. Assaporiamo pure il pane dell’oggi, ma non attacchiamoci ad esso. Non ci basta. Nulla di ciò che è terreno può saziare la nostra fame. Non trasformiamo mai in “assoluto” ciò che è terreno, perché tutto ciò che è terreno è solo transitorio, è “relativo”. Viviamo pure intensamente, con tutta la fiducia che possiamo, con tutta l’apertura d’animo e l’amore che ci è possibile, questa nostra vita e questa nostra realtà; sapendo però che sono destinate a passare. Siamo qui solo di passaggio. Non siamo eterni. Siamo “relativi”, siamo in “relazione” a qualcun Altro. Siamo anche noi un pane quotidiano, un pane di oggi: e anche noi passeremo.
«Io sono il Pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete». Solo Lui è il Tutto. Lui è ciò che diviene ma non passa. Lui è ciò che sfama e sazia. Lui è ciò che cerchiamo; Lui è ciò che desideriamo; Lui è la meta di tutti i nostri desideri e di tutte le nostre strade. Dietro ad ogni amore, c’è l’Amore. Dietro ad ogni strada, c’è la Strada; dietro ad ogni verità, c’è la Verità. Dietro ad ogni illuminazione, c’è la Luce. Dietro ad ogni amico, c’è l’Amico. Dietro ad ogni padre, c’è il Padre. Dietro ad ogni madre, c’è la Madre.
Tutto passa, fratelli, Lui solo resta. I grandi uomini della storia? Sono passati! La gloria? La meschinità? La gioia? Il dolore? Tutto passa. Gli amici? I nemici? Il partner? I figli? Tutto passa. Sono passati miliardi di uomini sulla terra. Sono passati animali, piante, fiori, molecole, cellule… Appunto, “sono passati”!
C’è qualcosa che resta? C’è qualcosa che rimane? C’è qualcosa che non passa? C’è qualcosa che sfama? C’è qualcosa a cui attaccarci? C’è qualcosa che vive oltre la vita? Tutto è relativo o c’è qualcosa che è assoluto?
«Io sono il Pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete». Tutto passa, dunque; niente riempie per sempre. Ciò che passa, non basta. Ciò che non è Dio, passa, non basta. Dio solo rimane. Sempre. Fratelli, che Lui solo ci basti! Amen.

mercoledì 25 luglio 2012

29 Luglio 2012 – XVII Domenica del Tempo Ordinario

«Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini. Allora Gesù prese i [cinque] pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano. E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto.» (Gv 6,1-15).
Giovanni, nel vangelo di oggi, ci mette di fronte ad una situazione molto concreta: una grande folla (circa cinquemila uomini), attratta dalla fama di Gesù, lo aveva seguito fin oltre il Lago di Tiberiade; il luogo è deserto, e immediatamente si pone il problema di come poter dare qualcosa da mangiare a tutta questa gente,già da tempo assente dalle loro case. Gesù si siede e li avvolge con il suo sguardo amorevole; tutti si sono accomodati sull’erba e attendono le sue parole. Egli, per provare la loro fede, chiede ai suoi discepoli cosa si può fare: certo non hanno molte soluzioni, con sé non hanno proprio nulla; trovano soltanto un ragazzo che casualmente ha cinque pani e due pesci: un niente per tutta quella folla!
Sia ben chiaro: non si tratta qui di un picnic organizzato, in cui tutti sono andati equipaggiati di borse cariche di vettovaglie che, messe in comune, vengono poi distribuite a tutti i presenti, con buona pace di tutti: come ebbe a spiegare in una omelia domenicale un parroco; secondo il quale, quindi, non si sarebbe trattato qui di un autentico miracolo di Gesù, non ci sarebbe stata “moltiplicazione” di pani e pesci, ma semplicemente una “equa distribuzione proletaria dei beni” che ognuno aveva con sé; questa sarebbe infatti, sempre secondo lui, l’esatta “lettura” di questo vangelo (sic): tutto il resto è solo fantasia, ricamo devozionale!
Lasciando da parte questa interpretazione socio-economica del fatto, realmente udita durante il mio attuale peregrinare, una cosa giusta bisogna riconoscere al nostro amico parroco: l’aver intuito che condividendo, mettendole cioè in comune, le cose si moltiplicano. Se si condivide, ce n’è per tutti. Altrimenti, come lo sappiamo, ce n’è solo per l’arroganza di pochi. Condividere tutto con fede, con la benedizione di Dio: questo è il significato del miracolo di Gesù: egli infatti sa perfettamente che i cinque pani e i due pesci del ragazzetto sono un niente di fronte alla moltitudine presente, eppure ordina la condivisione, e man mano che il poco, il niente, viene distribuito, condiviso, automaticamente si moltiplica, non si esaurisce mai… addirittura ne avanza!
Primo insegnamento: Gesù ci invita a non nascondere il nostro poco, ma a tirarlo fuori, ad usarlo, a fidarci del poco che siamo; a non fare sempre le vittime, a non nasconderci dietro al fatto che non siamo niente, che siamo poco. Anche se effettivamente siamo poco, Dio non guarda mai la quantità, quanto facciamo: Dio guarda come lo facciamo, Dio guarda il nostro cuore.
Tutte le cose all’inizio sono niente. Ma poi crescono. Se ci fidiamo di quel poco che abbiamo, se lo usiamo, se lo mettiamo a disposizione, se non ce ne vergogniamo, se lo mostriamo, un giorno diventerà grande, crescerà e si svilupperà.
Forse i nostri occhi considerano meschino ciò che abbiamo ma, fratelli, fidiamoci di Dio, perché ai suoi occhi nulla è meschino! Forse quando ci guardiamo allo specchio non ci piacciamo, ci butteremmo via. Ma ricordiamoci: veniamo da Dio! Ogni giorno della nostra vita benediciamo ciò che siamo; ogni giorno ringraziamo per essere così, per cercare ogni giorno la nostra trasformazione; ogni giorno cerchiamo per chi dobbiamo diventare pane; ogni giorno “fidiamoci di Dio”.
Il senso del miracolo di Gesù, ho detto, è che più si condivide, più le cose si moltiplicano. Ora, in una comunità, più mettiamo insieme, e più i miracoli si compiono. Se ognuno fa la sua parte l’impossibile diventa possibile. In un’azienda più ognuno mette a disposizione di tutti le proprie informazioni, le proprie capacità, le proprie risorse professionali e umane, e più quell’azienda funzionerà. In famiglia, più si condivide ciò che ciascuno ha vissuto durante la giornata, ciò che ha provato, gli alti e i bassi, e più quella famiglia trova l’unione, diventa forte, intima e profonda. Mi raccontava una suora che nel suo paese dell’America latina, come del resto in tante altre parti del mondo, tutti gli abitanti collaborano gratuitamente per costruire le case. Uno deve farsi una casa? Tutti insieme lavorano i fine settimana per lui. Una volta finita in poco tempo la casa, si spostano tutti a costruirne un’altra. E così via. Un’idea semplice, ma geniale, economica ed educativa. Mentre la società tende a dividerci sempre più, a privatizzarci, a singolarizzarci, noi abbiamo invece bisogno di metterci insieme, di aiutarci, di condividere, di offrire ciascuno gratuitamente ciò che può offrire.
Secondo insegnamento: dobbiamo “benedire” quel poco che abbiamo. “Benedire” vuol dire fidarsi di quel che c’è, di quello che siamo, di quello di cui disponiamo. Gesù si fida di quei cinque pani e due pesci, e Dio moltiplica quel poco. “Benedire” vuol dire: “Amo e accetto quel poco che sono perché viene da Dio; perché se sono così è perché Lui vuole che io sia così; è Lui, che sa ogni cosa, che conosce ciò che è bene per me, che mi ha fatto così”. Allora smettiamo di cercare in tutti i modi di essere diversi, smettiamo di voler essere come tutti gli altri, e non essere noi stessi; smettiamo di invidiare gli altri chissà mai per cosa! Benediciamo invece ciò che siamo e ringraziamo Dio per questo; cerchiamo di scoprire da Lui, partendo da ciò che siamo, cosa dobbiamo fare in questa vita; quali miracoli possiamo fare con Lui in questa nostra vita. Forse ci sembra poco; ma fidiamoci di Dio. Ci ha creato Lui, Lui sa!
Abbiamo visto che quando Gesù “benedice”, tutto è possibile, il poco diventa abbondanza per tutti. Le sue parole richiamano le parole che ogni domenica sentiamo durante l’Eucarestia: “Prese il pane, rese grazie, lo spezzò, lo diede loro…”; e così pure col vino, prendendo il calice. Benedire e spezzare per tutti, è ricordarsi da dove viene ogni cosa. Ogni cosa non è nostra. Non è una nostra proprietà. Quindi ricordiamoci la sua origine. Quindi ricordiamoci che è di tutti. Quindi ricordiamoci che tutti ne hanno diritto. Spesso invece noi scambiamo per proprietà ciò che abbiamo semplicemente in uso. Chiamiamo proprietà ciò che non è nostro, ciò che non possiamo portare con noi, che non possiamo vincolare a noi. Abbiamo mai visto un uomo portare con sé i suoi beni dopo la morte? No. E Perché? Unicamente perché non è possibile (anche se ci piacerebbe!). Eppure mentre è in vita, l’uomo si arroga il diritto di chiamare “suo”, ciò che usa soltanto. È una grande illusione. Neppure la “nostra” vita è nostra. Una malattia qualunque ce la può togliere. Basta un incidente qualunque, e la vita improvvisamente si spegne, in un istante ci viene sottratta. Dobbiamo restituirla. E se siamo chiamati a restituirla, vuol dire che non può essere nostra. Allora, fratelli, cosa c’è di veramente nostro? Solo l’attimo presente; l’istante che stiamo per vivere; l’adesso, l’hic et nunc, come dicono i latini, “il qui e ora”. Capite l’importanza di questa inafferrabile frazione infinitesimale di tempo?
Noi pensiamo invece che la vita ci sia dovuta, sia un diritto, sia senza fine. E, invece, no. È un regalo, un’opportunità. Ci arrabbiamo quando ci viene tolta; ma ci dimentichiamo di gustarla quando ce l’abbiamo, ci dimentichiamo di benedire chi ce l’ha data, di ringraziare Dio per le immense possibilità che ci offre continuamente, ad ogni battito di orologio. Se ringraziassimo di più, se vivessimo nel modo giusto la nostra vita, se fossimo coscienti del grande dono che in ogni istante, in ogni battito di cuore, in ogni respiro ci viene confermato, saremmo più riconoscenti e meno angosciati dalla paura di perderla. Chi pensa di essere “proprietario” delle cose, non ha motivo di ringraziare nessuno, non ha motivo di stupirsi, di benedire: sono sue, perché farlo? Al contrario soltanto chi sa di non avere nulla può provare gratitudine: per quello che è, per tutte le cose che gli sono date in consegna; soltanto chi sa che nulla gli è dovuto, che niente gli spetta di diritto, che tutto è dono, solo costui può vivere veramente sereno e felice. Solo così penserà meno a sé e più ai fratelli. Ecco allora che quel “distribuire a tutti il pane” significa per lui “siamo tutti un'unica famiglia”.
Del resto è anche il vero senso della così tanto decantata “globalizzazione”. Se in una famiglia uno sta male, tutti ne sono coinvolti; lo star bene è di tutta la famiglia, altrimenti tutta la famiglia ne soffre. Come dire: se sto male di stomaco o se ho il mal di denti, tutto il corpo ne risente. Solo se ogni singola parte del corpo sta bene, l’intera persona sta bene, è sana.
Così, se c’è condivisione allora ce n’è per tutti. Se manca condivisione, allora ce n’è solo per pochi. La torta c’è. Ma se uno ne mangia metà da solo, è chiaro che qualcuno ne rimarrà senza.
John Young in occasione del quinto viaggio sulla luna, il 16 aprile 1972 diceva: “Da questa prospettiva non ci sono bianchi o neri, est ed ovest, comunisti e capitalisti, nord e sud. Formiamo tutti un’unica terra. Dobbiamo imparare ad amare questo pianeta di cui ognuno è una piccola parte”.
Niente di nuovo: è l’esatta prospettiva di Gesù. C’era tanta gente quel giorno, in riva al lago: alcuni gli credevano ciecamente, altri intuivano soltanto che qualcosa di grande e di diverso c’era in quell’uomo; altri lo seguivano solo per egoismo, per ricavarne qualcosa; altri lo odiavano, volevano metterlo alla prova, cercavano motivi per ucciderlo; altri erano solo curiosi. Ma Gesù li abbraccia tutti con il suo sguardo amorevole; non fa distinzioni, non guarda in faccia alle singole persone, non si chiede se chi gli sta davanti sia amico o nemico. A tutti indistintamente Egli dà il pane, offre il nutrimento. A tutti Egli offre la stessa opportunità. La sua è l’autentica prospettiva universale.
Mettiamoci allora, fratelli, in questa prospettiva di Dio, guardiamo anche noi questo povero mondo, tanto martoriato, con gli stessi suoi occhi: non ci sono bianchi o neri, buoni o cattivi, quelli di destra e quelli di sinistra, quelli ricchi e quelli poveri, quelli intelligenti e quelli stupidi, quelli religiosi e quelli no. Ci sono solo uomini, creature che hanno fame di Dio, di verità, di pace. È Lui il solo Padre, tutti siamo suoi figli. E a tutti Egli offre il pane del Vangelo, dell’Amore: alcuni lo mangiano, altri non sanno che farsene. Lui ci ama tutti: alcuni si aprono al suo amore, altri no. Siamo suoi figli, e Lui si preoccupa per tutti: alcuni lo ascoltano, altri no. Lui vuole nutrirci tutti di Vita: alcuni si sfamano, altri no. Lui ci vuole tutti nella sua casa: alcuni ritornano, altri no. Lui vuole che nessuno si perda: alcuni lo accolgono, altri lo rifiutano. Ma tutti, tutti, sono suoi figli. Tutti gli stanno a cuore. Li ama tutti. È il padre di tutti. È il Pane di tutti. Questo, fratelli, è il grande miracolo su cui siamo chiamati a meditare. Amen.