giovedì 19 settembre 2019

22 Settembre 2019 – XXV Domenica del Tempo Ordinario


Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare» (Lc 16,1-13).

La parabola di oggi, al primo impatto, potrebbe risultare quanto meno sconcertante, poiché Gesù sembra elogiare un truffatore, un amministratore infedele, un ladro. 
C’è dunque un uomo ricco che per amministrare le sue proprietà si serve di un collaboratore che viene accusato di sperperare i suoi averi. Il padrone lo chiama e gli dice: “Rendimi conto della tua amministrazione, perché da adesso sei licenziato” (Lc 16,1-2). L’uomo, consapevole che il suo comportamento disonesto gli avrebbe procurato il licenziamento in tronco, cerca di risolvere al meglio questo problema imprevisto, ricorrendo astutamente ad uno stratagemma, in grado di creargli amicizie e connivenze importanti per il suo domani.
Ma osserviamo più da vicino i fatti: nella parabola l’amministratore non ammette le sue colpe, non si pente e non chiede scusa. Anzi, considerato che non ha più l’età per affrontare un nuovo lavoro manuale, decisamente più pesante, e che si vergogna di andare per le strade a chiedere l’elemosina, che fa? S’inventa una mossa in contropiede molto astuta, da manuale: continua cioè a rubare al suo padrone, ma questa volta a fini “pensionistici”, investendo per il futuro l’utile del suo malaffare. È un ladro professionista: sa che il padrone, come si usava allora, gli paga lo stipendio sulla base di una percentuale calcolata sul totale delle entrate, ovviamente ad incasso avvenuto; allora convoca tutti i debitori del padrone, s’informa sull’entità del loro debito, e detrae da esso l’importo che egli riteneva destinato a lui. Insomma una truffa in piena regola, ma che per lui truffa non è: “Queste somme mi spettano di diritto: non le potrò incassare più dal mio padrone, ma le investo ora che ho ancora l’autorità, per poterle riavere un giorno dai miei debitori, in termini di amicizia, di aiuto, di collaborazione. Sono certo che essi, a seguito della sostanziale riduzione dei loro debiti da me registrata, mi saranno sicuramente riconoscenti!”.
È chiaro che l’amministratore non è un esempio di correttezza: anzi l’aver fatto sottoscrivere ai debitori delle “cambiali” con l’importo falsificato, è da furfante, non certo imputabile a motivazioni spirituali, teologiche o caritatevoli.
È in questa sua scaltrezza mefistofelica che sta infatti la sua “grandezza”: perso per perso, costretto a rinunciare di punto in bianco alla sua sicurezza economica, allo stipendio, al denaro contante, si crea, finché è ancora in tempo, un investimento per il futuro che, sebbene rischioso in termini di denaro e di ricchezza immediata, gli assicurerà comunque un ritorno di riconoscenza, di legami commerciali, di amicizie, di collaborazione negli affari, tutti elementi ottimali per poter ricominciare una nuova attività redditizia.
Dice il vangelo: “Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza” (Lc 16,8). (Per inciso: non è il padrone che loda, ma è lo stesso Gesù: si tratta di una traduzione inesatta; infatti il termine “κυριος” (signore, padrone) usato da Luca è l’appellativo più ricorrente per indicare Gesù: egli lo usa ben 103 volte nel Vangelo e 107 negli Atti). Un apprezzamento di Gesù, quindi, impossibile per noi da accordare con il suo esempio di vita e i suoi insegnamenti. Ma qui Egli non elogia la disonestà, la malafede, l’ingiustizia, i furti compiuti dall’amministratore. Ad essere elogiata è la sua furbizia, la sua intraprendenza, la sua intuizione, la sua prontezza di spirito. Doti per nulla negative, ma assolutamente condivisibili e consigliabili a chi si adopera nel fare il bene; doti raramente riscontrabili in chi lo vuol seguire. Tant’è che Gesù conclude la parabola, costatando un po’ amaramente: “I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari, sono più scaltri dei figli della luce” (Lc 16,8). Una constatazione che ci fa pensare ad un Gesù scoraggiato: suo malgrado, dopo tanto impegno da parte sua, deve ammettere che i figli di questo mondo, i figli delle tenebre, nei loro comportamenti negativi, sono più scaltri, più furbi, più “svegli” dei “suoi” figli, i figli della luce. Parole, le sue, che contengono un chiaro a pressante invito ai suoi di adottare nel bene una pari scaltrezza, di agire da insomma da persone “sveglie”, dotate di altrettanta furbizia e inventiva.
Per avere tuttavia una visione più completa del messaggio di questa pagina del vangelo, dobbiamo tener conto anche di altre considerazioni più tecniche.
Prima di tutto dobbiamo ricordare che Luca è l’unico evangelista che ha molto a cuore il tema della “ricchezza”, dell’arricchirsi, con annessi e connessi. Egli infatti riporta sempre puntualmente gli interventi che Gesù fa a questo proposito: come per esempio nel capitolo 12, in cui parla della insensatezza di quell’uomo molto ricco che pensa solo ad aumentare le ricchezze fino all’inverosimile, rimandando continuamente nel tempo la possibilità di godersi la vita, senza capire che nessuno è padrone del tempo; per lui la ricchezza è garanzia di felicità, ma egli “muore” da subito, infelice, perché troppo attaccato ai soldi, perché fonda la sua vita soltanto sull’avere e non sull’essere.
Sempre lui, Luca, ritorna sul tema della ricchezza in questo capitolo 16, con il testo di oggi e con quello di domenica prossima, in cui leggeremo la parabola dell’uomo ricco e del povero Lazzaro.
Ora, il contrasto ricchezza-povertà era una questione sociale di grande attualità anche ai tempi di Gesù. Il termine di riferimento era il “Mammona”, cioè la ricchezza, che veniva comunemente distinta in ricchezza onesta e ricchezza disonesta. Ma per Gesù non c’è distinzione: la ricchezza è sempre, in ogni caso, “disonesta” (“adikia” in greco); per Lui l’arricchimento è sempre ingiusto, perché chi “accumula” solo per sé, inevitabilmente “sottrae” a qualcun altro: e questo si chiama “egoismo”.
Se però scendiamo un po’ più in profondità, vediamo che il termine “Mammona”, tradotto con “ricchezza”, in ebraico contiene la stessa radice di “amen”, un termine che conosciamo bene e che vuol dire “così sia”: un termine che introduce il significato di accettazione, di benestare, dell’augurarsi un qualcosa di sicuro, di certo; un termine insomma che dà sicurezza, su cui si può contare. E cosa c’è nella vita di veramente certo, cos’è che dà fiducia, che infonde sicurezza? Certamente, come abbiamo visto, non è il denaro, non l’accumulo di beni, non le ricchezze: pensare infatti che i beni materiali procurino felicità, è pura illusione. Allora, qual è la cosa che ci dà tranquillità, su cui possiamo contare, quella cosa che possiamo procurarci tramite il “mammona”, la ricchezza, vivendo cioè con la mentalità di questo mondo? Solo l’amicizia, la “filìa”. Ce lo dice chiaramente il testo: “mammona”, la ricchezza, che in sé è sempre “disonesta”, deve servirci solo per procurarci “degli amici” (fìlus), “procuratevi amici con la disonesta ricchezza, perché, quand’essa verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore eterne” (Lc 16,9). Attenzione però: chi sono questi “amici” in grado di accoglierci nelle “dimore eterne”? Certamente nessun amico “fisico”, umano, materiale, può farlo. Solamente un amico “spirituale”, un amico sincero e fedele in qualunque frangente, un amico cui sta a cuore la salvezza della nostra anima: un amico che si chiama “la nostra fede”, “il nostro credo”; insomma, l’unico e vero amico che può accoglierci nelle “dimore eterne”, è Dio stesso.
In questo mondo possiamo dunque farci un solo “amico” che manterrà ogni sua promessa, un “amico” che ci salverà, che ci toglierà da ogni delusione: Dio.
Per noi cristiani la vera ricchezza è Dio, il vero “amico” è Lui, è la fede in Lui, l’abbandono in Lui: con Lui, la morte, il crollo di ogni nostra certezza materiale, non è più un dramma, ma sarà il mezzo per prendere il definitivo possesso della Vera Ricchezza, quella che non viene mai meno, quella che niente e nessuno potrà mai distruggere.
“Chi è fedele nel poco, è fedele anche nel molto; e chi è disonesto nel poco, è disonesto anche nel molto. Se non siete stati fedeli nella disonesta ricchezza, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?” (Lc 16,10-12)
Non ci sono vie di mezzo: non esiste una fedeltà nel poco e una fedeltà speciale nel molto. La fedeltà è unica. Ma come possiamo definirla? È una virtù, una dote, un “modus operandi” che trova le sue radici nella legge morale, e risponde alla ferma convinzione che la nostra unica, autentica ricchezza, è Dio. Se non possediamo questa “fedeltà”, se non riponiamo esclusivamente in Dio ogni nostra certezza, siamo “infedeli”, siamo cioè “disonesti” verso di Lui e verso i fratelli, nel poco come nel molto. Perché, “non potete servire Dio e mammona”.
In altre parole, solo servendo Dio possiamo vivere affrancati dalla schiavitù di mammona, del denaro che produce ricchezza: ne facciamo uso, certamente, ma non ci attacchiamo ad esso, non è il nostro Dio, non rappresenta per noi la certezza, l’assoluto. Solo così Dio è il “nostro Dio”; solo così il nostro cuore diventa “generosità”, “servizio”, “agape”; solo così rimarrà aperto, sensibile, attento alle necessità e alle sofferenze del prossimo, e solo così un giorno verremo accolti nelle “dimore eterne” della Vita. Dio, nostra unica ricchezza, ha il grande vantaggio di non deteriorarsi mai, di non avere scadenza, di essere imperdibile e irrinunciabile: vivere con Lui significa tranquillità, serenità, beatitudine, gioia vera, Vita!
Noi però, nostro malgrado, continuiamo a dimenticarci di Dio, ci lasciamo sedurre dai beni terreni (soldi, buon nome, prestigio, carriera, riconoscimenti sociali, potere): siamo purtroppo affascinati proprio da quei beni che non offrono certezze, che sono passeggeri, corruttibili; beni che possiamo perdere in qualunque momento; per essi siamo spesso disponibili a vendere anche l’anima. Viviamo una non vita in continua tensione, con la paura di perderli, questi beni; cerchiamo di tenerceli stretti con ogni mezzo, e non ci rendiamo conto che, prima o poi, li perderemo comunque. Siamo stolti! Non abbiamo ancora capito che il “Mammona” non è un investimento: è solo un grande imbroglio, un bluff macroscopico, che riesce solo a soffocarci con l’ansia e la paura, che ci rende la vita, di per sé meravigliosa, sterile, vuota, arida, invivibile. Amen.



giovedì 12 settembre 2019

15 Settembre 2019 – XXIV Domenica del Tempo Ordinario


“Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. 
Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare… perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato” (Lc 15,1-32).

Quello di oggi è un “pezzo” classico del vangelo: una pagina che tutti conoscono, in cui tre parabole, dette “della misericordia”, dominano la scena; parabole delle quali tutti, ma proprio tutti almeno una volta, ne abbiamo sentito parlare.
Il testo inizia dicendo che i pubblicani e i peccatori si avvicinano a Gesù per ascoltarlo. Uno pensa: “Beh, le autorità religiose saranno contente che Egli riesca ad attirare gli ultimi, i lontani, soprattutto i peccatori”. E invece no. I farisei e gli scribi, le autorità, “mormorano”; cioè giudicano, disprezzano il comportamento di Gesù; Lo odiano talmente, come si evince dal testo, che evitano perfino di nominarlo: si riferiscono a lui chiamandolo: “Costui”.
Ebbene, è proprio “per loro”, i custodi del tempio, che Gesù racconta queste parabole: sappiamo infatti che i farisei e gli scribi costituivano la “crema” spirituale del popolo; attraverso preghiere, sacrifici, offerte e una vita irreprensibile nel seguire tutte le norme religiose, anche le più piccole, si ritenevano santi e migliori degli altri, che consideravano “gentaglia”, peccatori: gente che essi non solo non avrebbero mai fatta entrare in chiesa, non solo non l’avrebbero mai assolta, ma l’avrebbero volentieri distrutta, fatta sparire dalla faccia della terra: ovviamente in nome di Dio!
D’altronde si rifacevano alle Scritture, alla loro religione, che in proposito erano abbastanza chiare: i peccatori vanno eliminati, sterminati, depennati (Cfr. Is 13,9; Sal 139,9).
Proprio per certi estremismi umani la religione spesso rischia di essere pericolosa: perché mentre Dio è disceso sulla terra per incontrare gli uomini, facendoci capire che possiamo incontrarlo sempre proprio qui, tra gli uomini, la religione al contrario per incontrare Dio, sale nell’alto dei cieli, allontanandosi dagli uomini, con il rischio di non incontrarlo mai. Saranno infatti proprio i “religiosi” che condanneranno a morte Gesù. Perché dove non c’è amore per il prossimo, per i fratelli sfortunati, sicuramente non c’è neppure Dio.
Tutta la vita di Gesù ce lo insegna: Egli infatti si intrattiene continuamente proprio con quella gente che le autorità religiose, Bibbia alla mano, avrebbero voluto solo eliminare. Per loro, il fatto che Gesù “mangiasse” con chiunque era una provocazione troppo grave, insostenibile, impensabile: nel mondo palestinese, infatti, il cibo era servito in un unico piatto dal quale tutti si servivano con le mani, per cui “mangiare insieme” significava condivisione, “comunione di vita”; Gesù al contrario condividendo il cibo con persone impure, toccando il cibo, lui stesso diventa impuro (l’impurità si trasmetteva con il contatto), e quindi Dio non è con Lui, poiché Dio non si concede mai agli impuri; Dio si dà solo ai puri, ai santi. Una mentalità discriminante che è arrivata fino a noi: “Tu sei puro? Sì? Allora puoi andare in chiesa, puoi avvicinarti a Dio, ecc.”. “Tu non sei puro? No? Allora non puoi avvicinarti a Dio. Sei una persona condannata, destinata all’inferno per i tuoi peccati: Dio ti respinge, non sa che farsene di uno come te.
Solo però che il Dio del Vangelo, il Dio di Gesù, è l’esatto contrario. Nel Vangelo è proprio Gesù che va dagli ultimi, dai peccatori, dai disgraziati. Ed è ovvio: Gesù va da chi ne ha più bisogno, non fa distinzioni tra buoni e cattivi, va da tutti, a condizione che siano disponibili ad accoglierlo.
Pertanto, se la “religione” dice: “Dio ce l’hai, se te lo meriti. Se sei bravo, se sei puro, se righi dritto, perché solo così Dio è con te”, il Vangelo dice un’altra cosa, esattamente il contrario: “Non devi essere puro per avere Dio. È il suo amore, la sua accoglienza che, resoti conto della tua miseria, ti rende puro. Dio è sempre con te, puro o no che tu sia... accoglilo, lasciati amare, accetta il suo amore”.
È dunque proprio per far capire questa novità, a quei tempi impensabile, che Gesù racconta le tre parabole famose: della pecora perduta, della dramma perduta, del figlio perduto; in esse Egli chiarisce di essere venuto in questa terra per cercare proprio chi si è perduto. Tutti devono sapere, tutti devono capire, che sono amati da Lui. Tutti devono sapere, tutti devono capire, che Dio è un dono assolutamente gratuito di amore, di misericordia.
Mi soffermo in particolare sulla parabola del “figliol prodigo”.
Ebbene: quel Padre che fa festa quando il figlio torna a casa, è Dio. Il fratello maggiore, invidioso, sottomesso al Padre, rappresenta gli scribi e i farisei, “servi” di Dio, ma non “figli” di Dio. Al padre essi diranno: “Ecco, da tanti anni io ti “servo” (in greco dulèuo, sono schiavo) e tu non mi hai mai dato un capretto...”. Ma i capretti, per tutti quegli anni, erano già tutti a loro disposizione!
La religione senza l’amore, crea solo persone giudicanti, invidiose di chi ha di più, di chi riesce meglio, di chi è felice. La religione senza l’amore non sa sorridere, non sa far festa, perché è corrosa dalla rabbia che cova dentro di sé.
La parabola però è anche una stupenda fotografia di uno spaccato famigliare, di come cioè si svolgano in realtà le relazioni tra i componenti di una famiglia.
La parabola parla di “un padre con due figli”. E la madre? La madre talvolta non c’è, o se c’è, è come se non ci fosse. Sono le madri aspirapolvere, le madri lavastoviglie, le madri che fanno un sacco di cose, che si danno da fare tutto il giorno, che, dicono loro, “sacrificano la loro vita per i figli”, ma che in realtà non ci sono, non dimostrano il loro amore, sono come assenti. Fare tanto per i figli non vuol dire amare: vuol dire solo “fare tanto”. Amare è al contrario valorizzare, coccolare, giocare insieme, ridere, rendere autonomi i figli, aver fiducia in loro, non essere ansiosi; amare è avere qualcosa da dare al figlio; amare non è fare un figlio per ricevere qualcosa in cambio, perché qualcuno ci ami!
Da un’indagine risulta che le mamme italiane sono le più ansiose d’Europa, soffrono di “figliolite” acuta: credono, cioè, che il figlio abbia sempre bisogno di loro. Sorge il dubbio che siano loro ad aver bisogno di lui.
I due figli della parabola sono dunque diversi e hanno comportamenti apparentemente opposti. In realtà hanno lo stesso problema: hanno lo stesso padre e non si sentono riconosciuti da lui. Sono nati entrambi dallo stesso padre, che non è riuscito a trasmettere loro l’amore; un padre che entrambi considerano un “ostacolo”, un nemico. Entrambi sono schiavi, entrambi sono dipendenti, entrambi si comportano da mercenari.
Il primo, il minore, dice al padre: “Dammi la parte del patrimonio che mi spetta”. Ma non gli spetta niente! Egli cerca solo di arraffare più che può: è chiaro, non conosce l’amore del padre. Anzi va contro di lui. L’eredità si otteneva solo dopo la morte del padre: dicendogli così, in pratica gli dice: “Tu sei già morto per me. Io non ho più nulla a che vedere con te. Tu per me non esisti più!”.
Il maggiore invece gli dice: “Io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando”. Egli si percepisce come un servo del padre, come uno schiavo: non fa altro che ubbidire ai suoi ordini, ma dentro cova rabbia.
La loro diversità è solo sulla scelta, sulla strategia che utilizzano per avere un rapporto con il padre. Il maggiore si sottomette: è il suo dovere. Rinuncia alla sua vita perché “deve” rispetto e obbedienza al proprio padre. Ma una persona che “fa tutto quello che deve”, una persona brava, che non si ribella, che non trasgredisce mai, è sicuramente molto amata da chi sta sopra (genitori, autorità), ma non conosce l’amore. Perché? Perché tenta di avere l’amore mediante una ubbidienza meticolosa, con una vita di precisione; cerca cioè di ottenere comunque, ciò che sente di non poter avere altrimenti (ma l’amore è gratuito!). La sua strategia è: “Rinuncio alla mia vita e faccio quello che vuoi tu, per ottenere in cambio il tuo amore”. I genitori: “Ti amo se vai bene a scuola”: e il bambino si sottomette per avere l’approvazione del genitore. “Ti amo se non disturbi”: e il bambino si sottomette e diventa adulto per avere l’approvazione. “Ti amo se fai così”: e il bambino si sottomette per avere l’amore del genitore. Ma uno che rinuncia alla propria vita per ricevere amore, come si sentirà dentro? Ovviamente come il maggiore: pieno di rabbia.
Il minore, invece, non sentendosi accettato dal padre, si ribella e se ne va: “Mi rifiuti? Ti rifiuto anch’io!”. D’altronde cosa poteva fare il secondo, il minore? Suo fratello più grande aveva trovato il modo per accaparrarsi la stima del padre, facendo il figlio bravo e ubbidiente. A lui non rimaneva altro che differenziarsi dal fratello. Se in casa c’è già chi fa il bravo, all’altro non rimane che fare il contrario. Se in casa c’è chi rimane, all’altro non aspetta che andarsene. Se uno fa una cosa, l’altro dovrà per forza farne un’altra! D’altronde si sa: biologicamente il primogenito è il responsabile, il custode della tradizione e della famiglia, il serio, l’osservante. Il secondo invece è il comunicativo, l’uomo delle relazioni, abile nel sociale, efficiente fuori casa: è infatti ciò che fa il figlio minore: se ne va in giro per il mondo.
A volte i genitori dicono: li abbiamo educati nella stessa maniera, e sono diversissimi tra loro. Ma guai se i figli fossero uguali! Ogni figlio esige una relazione unica, diversa: non si ama allo stesso modo i figli, perché essi hanno esigenze diverse. Ciò che conta è amarli, non fare le stesse cose per tutti.
I due fratelli della parabola infatti non si incontrano mai! Il maggiore non lo chiama mai “fratello”, ma si rivolgerà al padre dicendogli: “Questo tuo figlio che ha divorato gli averi con le prostitute” (15,30). Sentite la rabbia? “Tuo figlio”: sentite quanto lo odia? Si sente defraudato: “Io ho fatto sempre il bravo, io mi sono sempre comportato bene con te; perché tratti “tuo figlio” esattamente come me?”.
“Con le prostitute”: un particolare che non risulta dal racconto. Che sia vero o no, è comunque un tentativo del maggiore di screditare il minore, di metterlo in cattiva luce, di denigrarlo. Non sappiamo infatti se egli sia andato con le prostitute. Forse non ci ha mai pensato, ma il maggiore sì. Il cervello non conosce altri che noi, e quindi quando parliamo degli altri, parliamo sempre di noi!
Cosa c’è dunque in gioco? In superficie i soldi, ma in profondità l’amore del padre. Il minore si vendica sperperando tutto. Perde tutto perché dentro di sé sente di aver perso l’amore del padre: suo padre ha scelto l’altro. E quando tornerà, tornerà solo per interesse: solo per non morire di fame.
Ma il padre dov’era? Come ha fatto a non vedere tutto ciò che accadeva in casa? Non si è mai accorto che il minore era insoddisfatto? E quando il minore gli dice: “Dammi la parte di patrimonio”, perché non dice neppure una parola? Perché non gli dice, com’era giusto: “Mi dispiace ma finché sono vivo non avrai nulla”? Inoltre: non si era mai accorto che il maggiore si comportava da semplice esecutore? Non si era mai accorto che voleva un “capretto”, un riconoscimento, un gesto d’approvazione, d’affetto, solo per sé? E quando il minore se ne va perché in padre non lo interpella, visto che anche lui era parte in causa?
Quanti padri (e madri) sono così! Non si accorgono di niente. Succedono un sacco di cose nella vita dei figli, ma loro non vedono! Poi dicono: “Ma guarda cos’è successo!?”. Per forza, erano ciechi!
È chiaro che il padre non sa rapportarsi con il figlio: non sa parlargli al cuore, non sa ascoltarlo, non sa cosa dirgli, non ha niente da dirgli. Perché se non conosce il suo di cuore, non può certo conoscere il cuore degli altri, di suo figlio!
L’unica cosa che sa fare è “dare” comunque, a ciascuno, le “cose” che gli spettano: al minore come al maggiore. Ma quando un genitore dà al figlio solo “cose” materiali, vuol dire che non ha altro da dargli, vuol dire che non ha anima, spirito, emozioni, vitalità, niente di sé stesso da passargli. È il fallimento dell’educazione.
Molti genitori riempiono i loro figli di “cose”: di giocattoli, di vestiti, di telefonini, di soldi, di divertimenti; ma tutto questo non può sostituire la cosa più importante che è l’amore. Un figlio ha bisogno del padre, del suo amore, di un rapporto concreto con lui, ha bisogno delle sue parole, di momenti esclusivi con lui, di abbracci. Ha bisogno della madre, del suo amore, di un rapporto con lei, fatto di parole, di carezze, di sentimenti. Ha bisogno di entrambi! L’uno non sostituisce l’altra. In nessun caso un padre può sostituire la madre, come nessuna madre può sostituire un padre. Inutile cercare oggi di dimostrare il contrario! È un’assurdità!
I genitori a volte dicono spazientiti: “Mio figlio ha tutto!”. È vero, perché gli danno tutto di materiale, ma non gli trasmettono nulla di spirituale, nulla dell’anima, nessun sentimento, nessuna emozione intima. Non c’è colloquio, non c’è scambio di emozioni.
Sotto questo profilo, possiamo definire la parabola del figliol prodigo, la parabola del non detto”, della non comunicazione; in essa, dopo la richiesta iniziale del figlio minore, nessuno parla: per metà racconto nessuno dice nulla, nessuno si rivolge a qualcun altro. Solo alla fine parlano tutti: il minore riconosce il suo errore, esprime il suo pentimento, rivela la sua fame d’amore; il padre parla e si commuove: esprime la sua gioia, il suo pianto, la paura che ha avuto di perdere suo figlio; anche il maggiore parla: della sua rabbia, del suo odio, della sua invidia, del mostro che ha dentro e della bestia che lo assale sapendo del ritorno del fratello. Ma forse è troppo tardi!
È un po’ il quadro di tante nostre famiglie: “Tutto bene; nessun problema”, quando, invece, ci sono un sacco di cose che non vanno: parole che non vengono dette, che rimangono dentro; emozioni che non vengono espresse, che restano ignorate, accantonate. Di problemi in famiglia ce ne sono sempre in abbondanza, ma spesso non se ne parla, ognuno fa finta di niente. Per la tranquillità di tutti, “per il bene dei figli”, si dice, è sempre meglio non parlarne, è meglio fingere che tutto vada bene! Salvo poi, quando i problemi esplodono, cadere tutti dalle nuvole: “Com’è potuto succedere? Come mai? Chi l’avrebbe mai pensato?”.
I problemi vanno invece affrontati sempre: con carità, lealtà, onestà! Quand’è che la parabola ha una svolta? Quand’è che tutto cambia? Quand’è che in quella famiglia torna la normalità, la serenità, una nuova vita? Quando i personaggi iniziano a parlarsi e l’amore prende il sopravvento.
Così vale per noi. Se stiamo male come il minore, parliamone del nostro male. Non facciamo finta di nulla. Se nutriamo odio e rabbia come il maggiore, tiriamoli fuori questi sentimenti, discutiamo di questo: perché dietro l’odio c’è sempre una persona profondamente ferita. Se siamo felici, emozionati, pieni di vitalità come il padre, esprimiamolo apertamente. Infatti il minore e il padre, aprendosi, “guariscono”. Il maggiore, nel racconto, non è ancora guarito, ma si capisce che ha iniziato un suo nuovo percorso di vita! Amen.



giovedì 5 settembre 2019

8 Settembre 2019 – XXIII Domenica del Tempo Ordinario


“Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo” (Lc 14,25-33).

Siamo anche questa domenica nel capitolo 14 del vangelo di Luca. Gesù prosegue il suo cammino verso Gerusalemme. C’è molta gente con lui: persone entusiaste di ciò che dice e di ciò che fa. Lo vogliono seguire per questo, solo che non sanno bene cosa voglia dire “seguire” Gesù.
Essere infatti entusiasti di Gesù e seguirlo, sono due cose molto, ma molto, diverse tra loro. Un conto è ammirarlo, un altro è seguirlo: perché “seguire” Gesù è una cosa seria, significa dover tirare conclusioni difficili, operare scelte spesso dolorose, significa mettersi completamente in gioco, andare là dove magari non vorremmo proprio andare.
Per sottolineare l’importanza delle parole che Gesù rivolge a quelli che lo seguono, Luca scrive che “si voltò”, usando qui la forma verbale “strafeis” (Lc 14,25). Ora, il verbo greco “strefo”, “girarsi”, ha una connotazione severa, un “voltarsi indietro” con piglio deciso, con risolutezza, con l’espressione di chi vuole mettere in chiaro le cose una volta per tutte. Non è un parlare del più e del meno, scambiato tra compagni di viaggio. Qui Gesù ha insegnamenti fondamentali da comunicare. Cerchiamo di immaginare la scena: c’è Gesù che cammina davanti a tutti, determinato, con lo sguardo fisso davanti a sé, concentrato su quanto lo aspetta a Gerusalemme, sulla sua morte in croce ormai imminente, la sua apoteosi d’amore. Vi sono poi quelli che lo seguono: i quali però cominciano ad accusare la stanchezza, iniziano a mugugnare, a brontolare, hanno insomma di che lagnarsi della situazione. Un borbottio che progressivamente cresce, distogliendo Gesù dai suoi pensieri: a questo punto Egli si gira bruscamente, e fissando in volto quelli che lo stanno seguendo, esclama: “Volete seguirmi? Volete veramente vivere come me, volete vivere da vivi e non da morti? Allora abbandonate tutto: ricchezze, amori, famiglia; solo così sarete liberi!”. Non c’è altra possibilità. Parole schiette, che vogliono dire: “Se vi ponete un obiettivo da raggiungere, dovete continuare a “camminare” con tutte le vostre forze, con tenacia, serietà, costanza, finché non lo avrete raggiunto; niente vi deve fermare: se credete in qualcosa, se qualcosa vi ha fatto vibrare il cuore, vi ha ridato vita, vi fa vivere, non fatevi distogliere da nulla, neppure dagli affetti più cari; non fatevi scoraggiare da nulla, neppure dal dolore, dalla sofferenza, dalle più profonde incomprensioni”.
Parole che ci raggiungono tutti in maniera diretta: quante volte capita infatti che iniziamo con entusiasmo un certo percorso, salvo poi ad abbandonare tutto alla prima difficoltà: “È troppo difficile!”. Sissignori, è vero: nella vita tutto è difficile, fino a quando, mettendoci impegno, tutto diventerà più facile! Dobbiamo però capire che se ci fermiamo, se perdiamo la voglia di lottare, di faticare, di sfidare le avversità, di “tenere” contro ogni difficoltà, perdiamo tutto, ci troviamo senza più nulla in mano, anche quel poco che avevamo conquistato, senza poter più raggiungere alcun obiettivo. Diventiamo insomma come il sale senza sapore: insipidi, anonimi, insignificanti, inutili.
E qui Gesù, in tono serio e solenne, pronuncia quelle parole così difficili da capire: “Se uno mi segue e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo” (14,26).
Ora, se questa frase non fosse scritta nel vangelo, e non fosse scritta proprio così (non addolcita come nella versione CEI: “Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre ecc.”), non potremmo assolutamente attribuirla a Gesù. Ma dice proprio che dobbiamo odiare, padre, madre, fratelli, moglie e figli? Sì, sono le sue parole esatte. Ma ha usato proprio il verbo “odiare”? Sì, il verbo usato, “miseo”, in greco significa esattamente odiare, detestare, disprezzare. Ma cosa intende veramente Gesù con questa frase? Beh, a scanso di equivoci, va detto prima di tutto che, in nessun caso, Egli ci invita all’odio: il suo invito, la sua raccomandazione, non è di “odiare” qualcuno, di nutrire sentimenti di disprezzo, di malanimo, di vendetta, nei confronti delle persone che addirittura ci amano più di ogni altro. Anzi: dobbiamo sempre ricambiare il loro amore, dobbiamo ringraziarle, essere loro riconoscenti per l’amore che ci hanno donato, poiché nulla, vita compresa, ci era dovuto! Gesù qui si riferisce non ad un “sentimento”, ma ad un “comportamento”, ossia ad un modo di agire, di vivere, che ci renda veramente “liberi”. Per dirlo, ha usato parole dure, forti (come “odiare” ciò che abbiamo di più caro), ma l’ha fatto solo per farci capire quanto sia importante, quanto sia essenziale, per chi lo vuol seguire, per chi vuole essere suo discepolo, affrancarsi da ogni cosa, essere completamente “libero”. Perché quando siamo troppo legati emotivamente, troppo dipendenti, succubi di qualcuno o di qualcosa, finiamo inevitabilmente col perdere di vista Gesù, di anteporre, cioè, qualcuno o qualcosa alla Sua chiamata, alla nostra vocazione, alla nostra missione vitale, che è appunto quella di seguirlo.
Egli usa il verbo “odiare”, un verbo di “contrasto, per dirci chiaramente che in certi momenti non possiamo scendere a patti, a compromessi: dobbiamo rifiutare qualunque soluzione alternativa, e dobbiamo farlo in modo radicale, deciso, risoluto.
Quindi Gesù prosegue e puntualizza: “Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo” (Lc 14,27).
Un’altra frase che si presta ad inesatte interpretazioni: tante persone sono convinte infatti che “croce” equivalga a soffrire, patire, penare. Sentiamo la gente che ad ogni difficoltà ripete: “Questa è la mia croce! Ognuno ha la sua; il Signore a me ha dato da portare questa!”. Noi stessi con l’espressione “portare la propria croce” alludiamo alle varie sofferenze e contrarietà della vita, come malattie, inconvenienti, paure, incidenti, separazioni, dolori, ecc., convinti che sia Dio stesso a mandarcele, per purificarci, per convertirci, per verificare quanto sia autentica e forte la nostra fede.
Ma non è esattamente questo che ci dice il Vangelo. Nel Nuovo Testamento il termine greco “stàuros”, croce, appare 73 volte, e mai, ripeto mai, questa parola include il significato di “tribolazione, castigo”. La prima volta che “croce” viene interpretata come “sofferenza, pena, castigo”, avviene nel V secolo, in una preghiera cristiana. Ma siamo nel V secolo!
Sempre nel Nuovo Testamento, per dire “prendere, portare la propria croce”, gli evangelisti non usano mai verbi come “fèro” o “dèchomai”, che indicano un “portare” passivo, una costrizione, un subire, un dover accettare o prendere qualcosa che è imposto con la forza. I vangeli usano verbi come “lambàno”, “prendere” volontariamente, o “bastàzo”, “sollevare”, con cui Giovanni indica il movimento di Gesù che, condannato a morte, prende volontariamente, si carica spontaneamente sulle spalle, la croce patibolare. Un gesto libero, di grande responsabilità, fortemente voluto.
Per questo Gesù introduce qui il discorso in maniera ipotetica: “Se uno viene a me...”. Perché “prendere la croce” non è obbligatorio per tutti! È solo per chi lo vuole! È solo per chi ha scelto liberamente di seguire Gesù.
Non significa, poi, dover subire passivamente, da rassegnati, obtorto collo, le sofferenze, le disgrazie, le malattie, i dolori che la vita ci riserva; ma vuol dire accettare gioiosamente, volontariamente, e quindi liberamente, qualunque contrarietà come conseguenza della nostra adesione a Cristo, ivi compresa la progressiva distruzione da parte del mondo della nostra personalità, delle nostre scelte, della nostra reputazione: “Sarete odiati da tutti a causa mia!”.
La croce altro non è quindi che accettare le discriminazioni per il nostro voler vivere il “Regno di Dio” già su questa terra: un vivere, in altre parole, come ha fatto Gesù, comportarsi “alla Gesù”, stravolgendo i valori tradizionali del mondo e del pensiero comune; in particolare: “condivisione” e non accumulo, “uguaglianza” e non prestigio personale, “servizio” e non sopraffazione. Solo se avremo un cuore veramente libero dalle pastoie del mondo infatti potremo veramente amare Dio e il prossimo, metterci umilmente a servizio degli altri disinteressandoci del giudizio della gente: perché perdere la loro stima non significa perdere la nostra dignità: spesso, anzi, proprio per non perdere la dignità, dobbiamo rinunciare ai riconoscimenti del mondo! Amen.


giovedì 29 agosto 2019

1° Settembre 2019 – XXII Domenica del Tempo Ordinario


“Quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: Amico, vieni più avanti! Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato” (Lc 14,1.7-14).

Non è la prima volta che Gesù va a pranzo da scribi e farisei. Sa perfettamente di non essere ben visto per questo, di andare incontro a critiche e maldicenze, ma Egli è un uomo libero. Non si lascia condizionare dai pregiudizi e dal clima di aperta ostilità, perché sa che la sua missione è di dover insegnare sempre a tutti qualcosa di nuovo: in particolare a coloro che si considerano i più bravi, i più buoni, i più giusti, a coloro che credono di avere già un posto garantito nel Regno dei cieli. L’andare a “pranzo” da questa gente, significa però per Gesù non solo andare materialmente a “nutrirsi”, a mangiare, ma anche e soprattutto a portare ai commensali il suo cibo, il suo nutrimento spirituale, i suoi insegnamenti, la sua Parola: un cibo ben più importante di quello materiale.
Qui siamo di sabato; è quindi verosimile che Luca si riferisca ad un fatto realmente accaduto. Di sabato, infatti, dopo essere stati nella sinagoga a pregare, verso mezzogiorno, i partecipanti si intrattenevano per un “pranzo”, al quale era invitato anche il rabbi o il predicatore di turno. Il testo ci fa notare che in quel caso, trattandosi della casa di un capo dei farisei, oltre alla gente comune, dovevano essere presenti anche altre persone importanti, degne di riguardo.
Da qui capiamo meglio il motivo per cui Gesù si serve di questo particolare per la sua catechesi: “Osservando come gli invitati sceglievano i primi posti, disse loro questa parabola”.
Egli osserva la scena, e nota la corsa degli invitati per accaparrarsi i primi posti. Più o meno quello che succede di solito anche ai nostri giorni.
È chiaro che Gesù qui trova lo spunto nei comportamenti tipici della cultura farisaica, per la quale il riconoscimento sociale, il posto occupato nei pranzi, nelle sinagoghe o nei luoghi pubblici, aveva un altissimo valore: era tipico di quella società classista, di quella cultura decisamente individualistica, costituzionalmente molto diversa da quella della nostra società moderna, che si definisce “paritaria”, “liberale”.
Cosa propone allora Gesù, anche per noi? Una cosa molto semplice: scegliere di non mettersi al posto d’onore, ma in un posto qualunque. E con questo Egli intende condannare gli eccessi, non tanto il giusto riconoscimento degli onori, del prestigio, dell’importanza di una persona: tant’è vero che aggiunge subito: “Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali” (Lc 14,10).
Inoltre, Egli approfitta per condannare anche quella “modestia” affettata con cui uno volutamente si mette all’ultimo posto, una modestia un po’ pelosa, di dubbia origine, tipica di molte persone, che in realtà non è altro che la “maschera” della superbia: “vorrei essere più di te ma non posso, non ci riesco, per cui assumo un tono dimesso, modesto, come se la cosa non mi interessasse”. È l’atteggiamento tipico di quelle persone che fingono, loro malgrado, di non essere interessate agli onori, ai riconoscimenti pubblici, di non avere ambizioni, di essere umili, di considerarsi “gli ultimi”.
Mettersi all’ultimo posto non vuol dire “umiliarsi”, come qualcuno in passato pensava: non vuol dire relegarsi socialmente tra gli “ultimi”, non è scritto da nessuna parte nel vangelo; ma al contrario vuol dire darsi da fare per questo genere di persone, cercare di creare una società nuova, in cui non ci siano più “emarginati”.
La differenza è minima ma sostanziale: dobbiamo metterci cioè all’ultimo posto non perché ci sentiamo ultimi, ma perché non ci sentiamo “superiori” degli altri. In altre parole dobbiamo metterci all’ultimo posto perché siamo convinti che tutte le persone, tutti i presenti, hanno la nostra stessa dignità: se non ci sono “i migliori”, non ci sono neppure i “peggiori”, non ci sono i furbi, non ci sono le “preferenze”, non c’è razzismo. Una società fraterna, d’amore, può sussistere solo se tutti si considerano e sono considerati uguali.
Il vangelo dice ancora: “Chiunque si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato” (Lc 14,11). Legare la nostra felicità semplicemente al sentirci superiori agli altri, al saperci più ricchi, al vederci più ammirati, è solo inutile narcisismo. È solo apparire, è pura immagine. Inseguiamo un fantasioso surrogato di noi stessi, perché in realtà, dentro di noi, in fondo, in fondo, siamo delle nullità.
Il dramma, purtroppo, è che nessun travestimento, nessun apparire, nessuna immagine esteriore, per quanto grandiosa, può renderci felici: non lo può per definizione! Perché la felicità nasce solo dal nostro concreto vissuto, dalla sensazione meravigliosa di essere vivi, dal godere di questa vitalità, dal percepire i sentimenti, le emozioni che vivono dentro il nostro cuore. Al contrario, più l'immagine che inseguiamo è grande e ambiziosa, più la vitalità e i nostri sentimenti interiori ci appariranno sfocati, scontornati, eliminati, distrutti. E la nostra vita si ridurrà prima o poi ad un completo fallimento. Allora dobbiamo reagire: dobbiamo imparare a raggiungere già in questa vita il “Regno dei cieli” evangelico. È in questo che dobbiamo convogliare tutte le nostre energie.
Ma in che cosa consiste esattamente questo “regno dei cieli”? Qual è il segreto di quella gioia autentica, di quella felicità senza fine, di quell’amore senza confini, per indicarci i quali Gesù si è incarnato, ha vissuto su questa terra ed è morto sulla croce?
Nulla di impossibile, nulla di incomprensibile, nulla che non sia alla nostra portata: Regno dei cieli, infatti, è percepire le sensazioni più intime, le vibrazioni più personali del nostro cuore, quelle che riflettono l’amore di Dio. Regno dei cieli è sentire e soffrire per l'ingiustizia e per la falsità della gente. Regno dei cieli è avere gli occhi pieni di luce perché dentro abbiamo la Luce. Regno dei cieli è dispensare presenza, affetto, amore ai più bisognosi. Regno dei cieli è non perdere mai la nostra dignità anche quando ci capita di sbagliare. Regno dei cieli è poter guardare il prossimo senza giudicare, poter toccare senza desiderare, poter ammirare senza voler possedere. Regno dei cieli è smettere di preoccuparci per cose inutili e senza valore. Regno dei cieli è sentirci parte integrante ed essenziale di questo mondo, esattamente come si sente un figlio, parte integrante di una famiglia vera, voluto, benedetto, aspettato, da un padre e da una madre. Perché tutto questo è “normalità”, un soffio soprannaturale di Dio che nasce in noi con noi. Purtroppo è “crescendo “che la società ci fagocita, inducendoci proditoriamente ad abbandonare questo “regno dei cieli”. Sapientoni del nulla, legislatori microcefali, si affannano nel sostenere che tutto ciò è soltanto una grande “balla”, un miraggio per deficienti, una “illusione” insulsa per preti, suore, gente esaltata. Ma noi, in cuor nostro, sappiamo che non è così!
Infine Gesù conclude, rivolgendosi a colui che l’aveva invitato: “Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini, perché anch’essi non ti invitino a loro volta e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando dai un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti” (Lc 14,12-14).
Anche qui Gesù parla in parabole: è chiaro che se festeggiamo un Battesimo, una Prima Comunione o un Matrimonio, non inviteremo certamente chiunque incontriamo per strada. Non è questo che Gesù vuol dire. Inviteremo, piuttosto, soltanto i nostri amici, i nostri parenti, i nostri fratelli.
Il principio fondamentale che Gesù vuole trasmetterci è che non dobbiamo impostare i nostri rapporti secondo il famoso “do ut des”, io ti faccio dono di qualcosa per avere da te un contraccambio. Questo è un modo distorto, riduttivo, meschino, di concepire i rapporti interpersonali: le persone vengono scelte esclusivamente sulla base di ciò che potrebbero offrirci in cambio, dell’utile che potremmo ricavarci dalla loro frequentazione. I gruppi mafiosi, le potenti “caste”, si fondano proprio su questo principio. Bisogna invece, come dice Gesù, creare una convivenza basata esclusivamente sui valori, sui sentimenti, e non sull’interesse: “Ti aiuto non perché so che anche tu puoi fare altrettanto con me, ma esclusivamente perché ne hai bisogno. Ti invito a cena non perché sei una persona importante, ma unicamente perché ti voglio bene”. Dobbiamo creare relazioni, rapporti, amicizie, basati sull’amore, sulla carità, sulla bontà di cuore, non sull’egoismo, sull’interesse, non sulla base dell’utile che possiamo ricavare.
Il vangelo lo sottolinea espressamente: “Sarai beato perché non hanno da ricambiarti” (Lc 14,14). La gioia, la felicità, nasce dall’amore, dalla gratuità. Fare qualcosa per interesse non produce gioia, soddisfazione, libertà, ma solo il calcolo, l’ansia, l’attesa di un riconoscimento, di un ricambio materiale, di uno sterile scambio di favori. Noi tante volte ci lamentiamo di essere infelici: se veramente lo siamo, vuol dire che nella nostra vita non siamo sufficientemente generosi, disinteressati, non ci comportiamo cioè con vero, autentico amore: per cui, conoscendone la causa, se vogliamo vivere spensierati e gioiosi, sappiamo già come comportarci. Amen.



giovedì 22 agosto 2019

25 Agosto 2019 – XXI Domenica del Tempo Ordinario


“Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme… Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno” (Lc 13,22-30).

Gesù continua il suo cammino verso Gerusalemme. Una annotazione, questa del camminare di Gesù, che ci viene sottolineata, non a caso, con una certa insistenza. Ciò che ci deve far meditare non è tanto il fatto materiale del muoversi, quanto il riferimento ad una necessaria e irrinunciabile progressione spirituale dell'anima. Se spiritualmente non siamo in cammino, se non ci muoviamo, siamo fermi. Se siamo fermi, non andiamo da nessuna parte. Le persone “vive”, camminano, si muovono, cambiano, divengono, si trasformano, scelgono. Le persone “morte” rimangono fisse, stabili, si irrigidiscono, si intestardiscono, si impuntano.
Ci siamo mai chiesto perché il Signore dica ai suoi: “Seguimi”? Perché il “seguire” comporta necessariamente un avanzamento progressivo. Non si può seguire il Signore e rimanere fermi, rimanere sempre gli stessi, fossilizzarsi sulle stesse idee, sugli stessi schemi mentali, sugli stessi punti di vista.
Chi si giustifica dicendo: “Hanno sempre fatto tutti così!”, vuol dire che nella sua vita non si è mai posto alcuna domanda, non ha mai cercato soluzioni alternative, più appropriate, più attinenti al suo personale stato di vita, più convenienti al suo particolare percorso di sequela.
Vuoto immobilismo: è questo il motivo per cui la gente è triste e insoddisfatta: perché è ripiegata su se stessa, non ha idee, ripete continuamente senza alcun entusiasmo, passivamente, le stesse cose; non si sforza di rinnovarsi, di andare al massimo, di trarre il meglio da se stessa; non costruisce il suo percorso: il suo massimo impegno è quello di adeguarsi alla mediocrità altrui. Ma così facendo rinuncia ad essere sé stessa, si lascia trascinare supinamente dal pensiero della massa, senza alcun discernimento critico, senza alcun apporto individuale.
Seguire il Signore vuol dire non trovarsi mai allo stesso punto del giorno prima; vuol dire immettersi in un processo di cambiamento continuo, di continua trasformazione, di continua conversione. L’anima è vitale. E la caratteristica essenziale della vita, è quella di crescere, cambiare, evolvere, andare avanti, camminare.
Mentre Gesù dunque percorre la sua strada, un uomo gli pone una domanda: «Sono pochi quelli che si salvano?». Una domanda chiaramente superficiale, da curioso, di uno che parla tanto per dire qualcosa, per far notare la sua presenza; una domanda sul tipo di quelle poste nelle interviste da tanti cronisti di oggi, fatte con l’intenzione di ricavarne magari uno “scoop” da dare in pasto allo “spettegolare” quotidiano. Ma Gesù non gli risponde, non gli interessa soddisfare questo tipo di curiosità. Non è questo il punto! A Lui preme piuttosto sottolineare l’impegno che ciascuno deve mettere per raggiungere la propria salvezza: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti non ci riusciranno...; allora comincerete a bussare... e vi risponderà... allontanatevi da me...». L’importante non è sapere quanti sono quelli che si salvano, bensì se noi abbiamo le prerogative per essere tra quelli!
Pensiamo quindi a noi stessi; concentriamoci piuttosto sulla nostra di salvezza. Più parliamo a vuoto, più spettegoliamo sulla vita degli altri, meno riusciremo a concentrarci sul come vivere correttamente la nostra di vita. Il problema non è se gli altri si salveranno o no: il problema vero è se noi riusciremo a salvarci!
Un problema serio. Anche perché la situazione che Gesù ci presenta qui è molto dura, forte, decisa. Non sono ammessi sconti, non vengono fatte preferenze. Il Dio che ci viene presentato oggi è decisamente un Dio diverso dal padre buono, dal buon samaritano, dal buon pastore, dal padre che aspetta il ritorno del figlio prodigo, dal padre che ci cerca, che ci ama alla follia, che ci perdona ogni cosa, che accoglie tutti a braccia aperte. È un Dio “intransigente”, da temere e rispettare. Quando quelli rimasti “fuori” gli dicono: “Signore aprici!”, Egli non ha dubbi o ripensamenti: “Non vi conosco, non so di dove siete…
È terribile! Eppure questa frase ha un senso profondo: non è Dio che ci rifiuta, che ci condanna: Egli ha creato ciascuno di noi con una sua esclusiva, inimitabile, identità personale. Ma se noi, strada facendo, abbiamo distorto i nostri lineamenti sovrapponendo tutta una serie di maschere: quella dell’orgoglio, del potere, dell’arroganza; quella del superuomo che calpesta i deboli, i miseri, i poveri; quella di chi usa violenza a tutti, convinto di potersi permettere qualsiasi sopruso; se insomma abbiamo preferito deformare le nostre sembianze originali, semplici ed aggraziate, indossando maschere che ci deturpano e ci rendono irriconoscibili, è naturale che Dio, nel presentarci a Lui, ci dica: “Non vi conosco. Allontanatevi da me voi tutti operatori di iniquità!”. Chiaro? “Operatori di iniquità!”. Ma possibile? Proprio noi che ci sentiamo perfettamente in regola, noi, i “grandi”, i “sapientoni”, gli esperti di chiesa, di fede, di vangelo, noi, i cattolici “adulti”, impegnati nel sociale e nelle catechesi; ebbene sì, siamo proprio noi: e ci sentiamo dire: “fuori!”, “esclusi!”. Altro che premio e accoglienza gloriosa: noi, gli orgogliosi discepoli “duri e puri”, siamo al contrario destinati al “pianto e stridor di denti”. Quelli invece che noi deridiamo, quelli che disprezziamo, quelli che giudichiamo insignificanti, una nullità, delle “mezze tacche”, sono loro ad essere accolti nell’amore e nella gloria di Dio.
Beh, dev'esserci per forza qualche spiegazione che continua a sfuggire alla nostra ottusità di egocentrici! Allora, forse, prima che sia troppo tardi, sarà necessario rivedere subito tutta la faccenda dall’esatta prospettiva evangelica.
È vero, sono immagini di Dio particolarmente dure, di forte impatto emotivo, tipiche dello stile e della cultura del tempo. Immagini comunque che non devono farci erroneamente pensare ad un Dio prepotente e crudele, uno dalla condanna facile e immotivata; un Dio irremovibile, che decide in maniera drastica: “O fate come dico io, oppure la condanna è assicurata!”. Nossignori: Dio non è vendicativo. Non è che se talvolta ci comportiamo male, se non seguiamo alla lettera le sue regole, Lui, per vendetta, ce la faccia pagare. Quello che vuol sottolineare qui il testo è che la condanna non dipende da Dio, ma è semplicemente il risultato di certe nostre premesse, una conseguenza logica del nostro comportamento; c’è insomma un rapporto di causa-effetto: nel senso che siamo noi gli unici artefici della nostra sorte finale; tutto quello che facciamo ha delle conseguenze: ecco perché dobbiamo stare attenti; ecco perché dobbiamo evitare di fare scelte di “non scegliere”, di condurre un certo vivere senza farsi domande, un vegetare soltanto, un appiattirsi acriticamente alla massa; perché alla fine, tutto ciò ha come diretta conseguenza un giudizio negativo.
Le facce della medaglia sono sempre due: da un lato c’è Dio che è grande, misericordia infinita, pronto ad accogliere ogni creatura; un Dio innamorato che tende le sue mani verso di noi. Dall’altro ci siamo noi, e anche noi dobbiamo tendere le nostre di mani verso di Lui. Se noi non lo facciamo, per quanto Lui si protenda, non potrà mai esserci un incontro, non ci sarà mai quella “presa” che ci salva. Se manchiamo questa “presa” la colpa non è di Dio: è solo nostra, dei nostri movimenti disordinati. Non è di Dio che dobbiamo aver paura. È di noi stessi: è di noi che non dobbiamo fidarci, del nostro agire fuori regola, dei ritardi delle nostre risposte, delle nostre mancate reazioni, della nostra eccessiva sicurezza, della nostra irrazionale incoscienza. Solo noi siamo gli unici responsabili di noi stessi, della nostra salvezza. Nessun altro. Ecco perché dobbiamo “camminare”, dobbiamo “crescere”, dobbiamo fare necessariamente delle scelte, dobbiamo “entrare” in certe situazioni, affrontare certe paure. E dobbiamo farlo per tempo, perché ci sarà un momento in cui sarà troppo tardi, un momento in cui non potremo più fare nulla. Allora non Dio, ma la nostra stessa vita ci dirà: “Dovevi pensarci prima! Adesso è troppo tardi, sei irriconoscibile, impresentabile!”. E anche in questo caso non è una punizione della vita in quanto tale, non è un accanimento del “destino”: è semplicemente la conseguenza delle nostre libere scelte, del nostro agire.
“Sforzarsi”, in greco agonizomai, significa letteralmente “lottare, combattere, gareggiare”.
“Agon” era il luogo della lotta, dei combattimenti, delle gare; “Agonia” è l’ultima estrema terribile lotta che ognuno deve affrontare uscendo da questa vita.
Un verbo che implica delle difficoltà. Nessuno dice infatti che queste iniziative siano facili; ma è giocoforza affrontarle, dobbiamo passarci dentro, perché per varcare quella porta dobbiamo risolverle. Talvolta fanno anche paura; forse ci faranno anche piangere, creeranno tensioni, vere lacerazioni interiori. Ma se le ignoriamo, se le lasciamo lì, se facciamo finta di niente, verrà un giorno in cui sarà troppo tardi, in cui non potremo farci più niente. Nessuno ha mai detto che crescere spiritualmente sia semplice: ma dobbiamo comunque entrare “dentro” in quel cammino, dobbiamo oltrepassare quella strettoia determinante.
Molti diranno: “Ma io sono già cristiano: io prego; io vado in chiesa quasi tutte le domeniche; io non ho mai fatto male a nessuno; io mi sono sempre comportato bene; sono sensibile e amo la natura; non rubo a nessuno, faccio le mie elemosine, non sono disonesto”. Giusto: ma è evidente che tutto questo non è sufficiente: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. Che vuol dire: “Come mai proprio noi siamo rimasti fuori? Eravamo là con te, abbiamo ascoltato le prediche dei tuoi preti, abbiamo mangiato il Pane tutti insieme!”. Vuol dire che questo solo non basta poiché siamo rimasti “fuori” dalla nostra anima; non siamo cioè “entrati dentro” di noi; e da fuori non abbiamo udito la voce di Colui che ci aspettava all’interno, nella nostra coscienza, non abbiamo percepito i suoi richiami, la sua voce paterna, l’offerta della sua amicizia: ci siamo accontentati dell’esteriorità, dell’apparire, lasciandolo nella più completa solitudine. Non abbiamo voluto attraversare quella porta che ci introduceva alla fonte vera della Vita, quella porta che ci metteva a stretto contatto con Dio. Non abbiamo ascoltato la sua voce e non abbiamo agito di conseguenza.
Se continueremo a seguire la mentalità del mondo, continueremo purtroppo ad ignorare la nostra crescita spirituale; e continuando a vivere fuori di noi, fuori dalla “nostra” casa, finiremo col perdere anche la “casa” stessa! È una eventualità che non va sottovalutata!
In conclusione, che ci piaccia o no, che sia doloroso o no, il punto importante è uno solo: c'è questa benedetta porta da passare, da entrarci dentro. O ci decidiamo a farlo in fretta, o rimarremo per sempre esclusi, fuori da una porta per noi irrimediabilmente chiusa. Tocca soltanto a noi scegliere! Amen!

 

giovedì 15 agosto 2019

18 Agosto 2019 – XX Domenica del Tempo Ordinario


“Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione…”. (Lc 12, 49-57).

Il vangelo di Luca pone oggi in bocca a Gesù delle espressioni particolarmente dure. È un linguaggio drastico, estremo, denso di previsioni drammatiche: i concetti di “fuoco”, di “divisione”, di “tutti contro tutti!” decisamente non sembrano appartenere al suo stile. Cosa significa tutto questo? Gesù, come al solito, è chiaro: chi lo vuol seguire deve sottoporsi a scelte radicali, risolutive, contrastanti: scelte che comportano una vita completamente “nuova”, diversa da quella di prima; la sua sequela richiede la morte dell'uomo vecchio, quello incentrato su sé stessi, e la nascita dell’uomo nuovo, quello che ci fa vivere da figli di Dio.
Un cambiamento che, prima per i discepoli e poi a seguire per tutta la Chiesa, è stato sempre motivo di una profonda discriminazione da parte del mondo. I cristiani di ogni tempo sono sempre stati considerati all’opposizione, “dall’altra parte”, incompresi, osteggiati... Anche oggi, coloro che fanno scelte radicali per il vangelo, continuano ad essere apertamente derisi; il mondo, con la sua logica edonistica, si diverte a dimostrare in tutti i modi l’insensatezza delle loro scelte, anche se talvolta sono eroiche: le svilisce, le disprezza, le ridicolizza. Un comportamento, questo del mondo, che non ci deve né meravigliare né abbattere: Gesù l’aveva previsto; e le parole del vangelo di oggi anticipano proprio questa situazione di ostracismo e di divisione.
Scegliere di vivere coerentemente il vangelo non è mai stata, e non lo sarà mai, una decisione facile, capita e condivisa dai più; lo abbiamo già visto: quando Gesù stesso ha cominciato a parlare chiaro, quando ha cominciato a fare sul serio, tutti sono scappati; le folle, così numerose nello sfamarsi gratuitamente, improvvisamente si sono diradate. Non dobbiamo quindi meravigliarci se anche noi, quando facciamo sul serio, quando seguiamo letteralmente i suoi insegnamenti, facciamo terra bruciata intorno a noi: diventiamo automaticamente “pietra d’inciampo”, segno di “contraddizione”; in una società dell'immagine e del consumismo come quella in cui viviamo, il vangelo con i suoi precetti non può che essere ostico, difficile da seguire, in quanto spezza sul nascere ogni logica di profitto, di successo personale, di carrierismo; è insomma decisamente “scandaloso”!
Le parole di Gesù sono esplicite, solari: “non sono venuto a portare la pace, ma la divisione”. Egli non è venuto a portare il quieto vivere, il sonno tranquillo delle coscienze; non è venuto a giustificare una storia umana che continua a rotolarsi nelle ingiustizie e nelle ignobili perversioni; Egli è venuto a portare piuttosto “guerra”, “divisione”, un “distacco” obbligato dal male; ha portato un “conflitto” interiore; una chiara presa di coscienza di tutto ciò che non va bene, di ciò che ferisce l'uomo, la sua anima, il suo cuore; una “scelta” necessaria tra ciò che dobbiamo mettere al primo posto (Dio) e ciò che, per quanto importante, deve comunque rimanere secondario (tutti gli altri valori).
Le persecuzioni subite dai profeti (come Geremia), ci insegnano solo questo; questo ci insegna la lettera agli Ebrei, quando dice: “Pensate attentamente a Cristo che ha sopportato da parte dei peccatori una così grande ostilità contro la sua persona, proprio perché voi non vi stanchiate perdendovi d'animo. Non avete ancora resistito fino al sangue nella vostra lotta contro il peccato…”. È chiaro? “Resistere fino al sangue”, fino al martirio: questo praticavano i primi cristiani, altro che stancarsi e accantonare tutto, come succede a noi!
La Parola di oggi, insomma, ci pone di fronte ad una prospettiva decisamente lontana dal nostro stile di vita: noi, con tutta la nostra cultura, non siamo ancora in grado di stabilire ciò che è in assoluto bene o male; ciò che è giusto o ingiusto: oppure lo sappiamo anche ma, per quieto vivere, ci comportiamo come se non lo sapessimo, non ci esprimiamo. Preferiamo stare dietro le quinte. Abbiamo timore di quello che potrebbe pensare la gente! Lasciamo volentieri che sia chiunque altro, ma non noi, a parlare con impegno e convinzione a questo nostro tempo, di “salvezza ultima”, di “testimonianza religiosa”, di “fede in Dio e nella Chiesa”, di “principi morali inalienabili”. Ci nascondiamo: un po’ come vediamo fare certi preti, certi frati, certi religiosi che si “mimetizzano” tra la folla, vergognandosi di indossare una veste, “una divisa”, che li distingue dagli altri, li identifica, costringendoli a mantenere di fronte a tutti un comportamento “superiore”, “convinto”, da “consacrati”, luminosamente “coerente” con la fede che predicano. Meglio l’anonimato, molto meno impegnativo…
Ma non è questo che Gesù vuole da noi: perché noi, come tutti gli uomini, siamo i “chiamati”. Ciascuno di noi, singolarmente, deve impegnarsi: ciascuno di noi, in prima persona, senza paura, deve trasformarsi in “scandalo” della Verità: proprio perché la verità non piace al mondo, riesce inopportuna, indigesta. Ci sono verità, lo sappiamo, delle quali la nostra società contemporanea si scandalizza: e per questo le contrasta, le combatte. E allora? Non taciamole queste verità, affrontiamole, parliamone, ripetiamole all’infinito, continuamente, in forme diverse, umilmente ma fermamente, con la semplicità e la convinzione che Lui, Verità assoluta, ci suggerisce. Diciamole in pubblico e in privato. Diciamole tutti, indistintamente: sacerdoti, educatori, professori di religione, catechisti, teologi, vescovi, padri di famiglia. Scandalizziamo sul serio la nostra distratta società con le verità fondamentali della nostra fede e della morale cattolica! Perché è facendo così che la verità “ci farà liberi”.
In un ambiente sociale, in cui la verità è causa di schiavitù e di servitù, perché ignora o disprezza sia la sua stessa natura, che quanti la professano, noi cristiani dobbiamo essere convinti che è la verità, particolarmente la verità della nostra fede, che ci affranca, che ci rende assolutamente liberi.
L'uomo non è libero di essere “ciò che vuole”, ma è libero di essere la verità, l’essenza del suo essere. La libertà non è un assoluto: fa riferimento alla verità, che di per sé stessa ci attrae e ci affascina. Laddove c'è verità c'è libertà, e dove non c'è verità, c'è inevitabilmente qualche forma di schiavitù. Cerchiamo la verità? Viviamo la verità? Amiamo la verità? Custodiamo la verità? Difendiamo la verità? Allora possiamo dire di essere autenticamente liberi: anche se siamo rinchiusi tra le quattro mura di una prigione o se siamo considerati “materiale inutile” dalla società in cui viviamo. O forse abbiamo paura della verità, della sua forza soggiogante? In un mondo dominato dal relativismo, le verità assolute fanno paura, è vero. Ma noi non dobbiamo correre il rischio di fare di questo relativismo un principio assoluto. Perché aver paura della verità, è aver paura di essere sé stessi, è aver paura di essere coerenti, è lasciarsi dominare dalla legge della maggioranza, è perdere la propria dignità intellettuale, la propria personalità. La verità ci farà liberi. Non dubitiamone. È l'esperienza degli uomini grandi.
Il Vangelo nasce dunque sotto il segno della contraddizione: e sotto il segno della contraddizione cresce e si diffonde. È questo il dramma dell'alleanza fra Dio e il suo popolo, dramma che continua a riproporsi nella storia: Dio si racconta, si svela, si avvicina all'uomo, si offre di aiutarlo; ma l'uomo sistematicamente gli risponde “no, grazie”.
Siamo discepoli di un Dio che crea divisione, di un Dio che non ci lascia tranquilli, indifferenti, adagiati nelle nostre certezze, trincerati dietro le nostre tiepide devozioni, soddisfatti di appartenere ai nostri gruppi esclusivi di spiritualità; siamo discepoli di un Dio che ci scuote, che ci infiamma, che ci brucia dentro, che ci spinge fuori, nel mondo.
Chiediamoci allora: veramente sentiamo dentro di noi questo Dio che brucia il nostro cuore, la nostra anima? Ci brucia sul serio, al punto da non poter fare a meno di annunciarlo, di parlare di Lui a tutti quelli che avviciniamo? Lo difendiamo nelle discussioni con quanti lo negano? Di conseguenza: siamo mai stati derisi per le nostre convinzioni? No? Allora i casi sono due: o viviamo segregati in un limbo virtuale, tagliati fuori, avulsi dalla realtà, oppure viviamo molto poco da autentici cristiani: la nostra testimonianza è talmente insignificante e priva di mordente che nessuno si accorge di noi. Viviamo da “tiepidi”; ma proprio per questo nostro essere “né caldi né freddi” rischiamo di essere “vomitati” da Dio, come scrive l’Apocalisse. 
Noi siamo discepoli di Cristo: non dimentichiamolo mai! E come tali siamo chiamati da Lui per essere dei rivoluzionari, degli incendiari: gente che scuote, che infiamma tutto il mondo; gente che predica e professa apertamente l’Amore di Dio per le sue creature, gente che vuole diventare sé stessa, realizzando ciò che Lui ha seminato nell’intimo di ciascuno! Amen.


giovedì 8 agosto 2019

11 Agosto 2019 – XIX Domenica del Tempo Ordinario


“Tenetevi pronti, perché il Figlio dell’uomo verrà nell’ora che non pensate”.

Continuiamo la lettura del capitolo 12 del Vangelo di Luca. Un capitolo estremamente importante, perché traccia il percorso che ogni discepolo deve seguire per fondare il Regno di Dio nella sua vita.
Oggi Luca insiste particolarmente sulla “tensione” verso la Vita, una “molla” che nella nostra vita di cristiani non deve mai allentarsi. Per questo dobbiamo spogliarci di tutta la zavorra che ci impedisce di camminare speditamente, dal peso, dalla stanchezza del “fare” troppo, del voler apparire ad ogni costo: cose che inevitabilmente addormentano la nostra anima.
Dobbiamo mantenerci “leggeri”, dobbiamo portare con noi solo lo stretto necessario, le cose che “durano”, che servono a darci la carica nel nostro percorso. E sono tante, come per esempio quelle emozioni intime, quel tesoro che nessuno potrà mai portarci via: l’amicizia e la vicinanza di tante persone buone; la gioia del sentirci utili agli altri, la consapevolezza di essere vivi e grandi perché figli di Dio e della Vita; la felicità che proviamo nel constatare che la nostra vita ha un senso, un ideale, per il quale siamo disposti a lottare, a combattere, a resistere e a soffrire; la commozione che procura la nascita di un figlio; la profondità dei sentimenti che scorgiamo negli occhi dei nostri cari, quando nel silenzio li ammiriamo e sentiamo la nostra anima che si fonde con la loro; i colori dell’autunno, il profumo dell’erba appena tagliata, il suono del vento, il canto degli uccelli; la gioia di sentirsi “vita” in mezzo a tanta Vita; la percezione che Dio c’è, che non c’è motivo di aver paura perché con Lui ci sentiamo protetti da tutto quanto possa capitarci. Sono solo emozioni, ma sono il “tesoro” che nessuno potrà mai portarci via. Sono la nostra forza, la carica potente per il nostro cammino.
Liberiamoci invece del superfluo, di tutto quello che è un peso, di tutto quanto ci ostacola, ci rallenta: evitiamo in tutti i modi di considerarlo il nostro tesoro, l’unico nostro interesse, l’unico riferimento, l’idea fissa del nostro vivere quotidiano.
Fatti borse vere, procurati nutrimento e beni che non passano, che durano, che non invecchiano, dove la ruggine, i ladri e le tarme non arrivano.
I soldi? Ci possono essere rubati. Le ricchezze? Possiamo perderle. L’auto? Ce la possono distruggere. Gli oggetti? Possono rompersi. Le persone? Possono morire. Tutto ciò che è di questo mondo è infatti destinato a passare. Solo l’anima, le nostre emozioni positive, il nostro tesoro celeste, rimarrà inalterato e nessuno potrà mai sottrarcele.
Impariamo a conservarlo e a gestirlo nella nostra anima e non avremo più bisogno di possedere alcunché. Impariamo ad arricchirci di soprannaturale e la nostra anima non avrà più bisogno di altre ricchezze. Tutto ciò che di materiale noi conquistiamo, prima o poi lo perderemo, e saremo infelici. Solo ciò che non possiamo perdere (Dio, l’anima) ci offrirà una vita “piena”, sempre, ora e in futuro.
Perché “dove è il nostro tesoro, là sarà anche il nostro cuore”. Allora chiediamoci: “Qual è la cosa a cui pensiamo di più durante il giorno? La cosa che tiene maggiormente impegnata la nostra mente? È il sesso? Sono i soldi? È il lavoro? Sono le paure del giudizio altrui? È l’odio?” Perché questo è il nostro tesoro, lì sta il nostro cuore! E l’amara realtà, ma noi ci trasformiamo con grande disinvoltura proprio in questo “tesoro”; diventiamo esattamente così (sesso, soldi, paure, odio ecc.) perché quello è il centro dei nostri interessi, della nostra vita: dov’è il nostro cuore, quelli siamo noi!
Tutte le raccomandazioni di Gesù riportate qui da Luca, hanno motivazioni diverse, ma sono legate tra loro da un unico tema: “Siate svegli, non dormite, siate consapevoli, state attenti, rimanete in tensione per non prendere sonno”. Perché, purtroppo, il sonno della ragione genera mostri, il sonno dell’anima genera morte.
L’uomo è combattuto sempre da due tendenze: quella di accontentarsi di quanto ha fatto, di fermarsi, di rinunciare a nuove esperienze, e quella contraria di andare sempre avanti, di evolversi, di progredire continuamente. Quante volte capita anche a noi di dire o di pensare: “Va bene così: sono abbastanza religioso; so amare gli altri; sono impegnato quanto basta, mi sento di essere nel giusto; per cui anche se non divento migliore, posso comunque fermarmi, posso finalmente riposarmi!”. Ma ci sbagliamo di brutto: perché fino a quando un organismo continua a crescere, dimostra di essere vivo; se invece smette di migliorare, di crescere, vuol dire che è morto, senza vita.
Tutte le nostre crisi esistenziali derivano quindi dallo scontro tra queste due voci: una che ci suggerisce di fermarci, di accontentarci del risultato raggiunto, l’altra, al contrario che ci sprona continuamente ad affrontare nuove prove, a provare nuovi stimoli, a progredire. È il nostro dilemma: perché nella vita o si va avanti e si progredisce oppure ci si ferma e si regredisce.
Troppi sono quei cristiani, purtroppo, che dormono credendo di essere svegli. Sono convinti di andare avanti e non si accorgono che sono immobili, immersi nelle loro fantasie, nei loro sonni.
Tenersi pronti, aspettare il ritorno del Signore in questa nostra “veglia” che si chiama vita, significa “convertirsi”, mettere a frutto i nostri talenti, quei doni che Egli ci ha consegnato al nostro ingresso nel mondo. Dobbiamo farlo: dobbiamo cambiarla radicalmente questa nostra vita, perché forse fino ad oggi, più che “vita”, è stato in realtà un sopravvivere nell’indifferenza e nel crearci false illusioni.
Per essi il risveglio al sopraggiungere del Padrone sarà decisamente duro, sarà come una sberla in faccia, un pugno allo stomaco. Si accorgeranno di non avere nulla da offrirgli.
Tenersi pronti, aspettare il ritorno del Signore in questa nostra “veglia” che si chiama vita, significa “convertirsi”, mettere a frutto i nostri talenti, quei doni che Egli ci ha consegnato al nostro ingresso nel mondo. Dobbiamo farlo: dobbiamo cambiarla radicalmente questa nostra vita, perché forse fino ad oggi, più che “vita”, è stato in realtà un sopravvivere nell’indifferenza e nel crearci false illusioni.
Ricordo una storiella molto carina che dice: «Un tizio bussa alla porta di suo figlio: “Carlo, svegliati”. Carlo risponde: “Non voglio alzarmi papà”. Il padre urla: “Alzati devi andare a scuola”. Ma Carlo: “Non voglio andare a scuola”. “E perché no?”, gli chiede il padre. “Per tre motivi, risponde Carlo. “Prima di tutto, è una noia; secondo i ragazzi mi prendono in giro; terzo odio la scuola”. E il padre gli risponde: “Bene, ora ti dico io i tre motivi per cui devi andare a scuola; primo, perché è tuo dovere; secondo, perché hai quarantacinque anni, e terzo perché sei il preside».
Una storiella che farebbe anche ridere, se in fondo non fosse così vera. Nella vita siamo tutti campioni nel campare scuse, nel giustificare le nostre scelte, pur sapendo che non sono quelle giuste; ci ostiniamo a sprecare tempo prezioso, trastullandoci con i nostri giocattoli preferiti (denaro, automobili, vacanze, vestiti, fama, potere).
I nostri propositi di conversione, talvolta anche seri e impegnativi, sono comunque proiettati costantemente nel “domani”, dovendoci prima occupare delle mille cose “più urgenti”; in pratica viviamo molto bene nel nostro “piccolo mondo”, convinti di poter raggiungere traguardi invidiabili, che poi, puntualmente, si rivelano inefficaci. Non amiamo “cure” spirituali drastiche; quelle che noi chiamiamo “conquiste”, sono in realtà esperienze provvisorie, superficiali, passeggere, temporanee: perché il punto fermo è che in fondo noi non vogliamo “crescere”, non vogliamo impegnarci, non vogliamo “guarire”; stiamo bene così.
Continuiamo ad illuderci di salvarci, assumendo eccezionali “compresse curative”: miracolosi “placebo”, infallibili “salvavita”, osannati dai “dotti” cerusici del momento, ma assolutamente inefficaci e inconcludenti.
Purtroppo, “svegliarsi” all’improvviso da questo nostro irresponsabile dormiveglia, sarà decisamente imbarazzante e doloroso: perché il momento della verità, il momento in cui tutte le nostre decantate certezze cadranno a pezzi, arriverà puntualmente per tutti. E allora scopriremo in un istante tutta l’inconsistenza e l’inutilità della nostra vita Ci accorgeremo di non avere nulla in mano: di ritrovarci davanti a Dio e a noi stessi, alla fine di un allucinante passaggio nel tempo, completamente nudi e indegni.
Solo allora capiamo il valore della vita: “Come ho fatto a vivere così? Come ho fatto a non accorgermi? Incredibile!”.
Nel sonno avevamo confuso l’irreale col reale. L’importante allora è svegliarci, vedere le cose che ci circondano nella loro giusta luce, vedere le persone per come realmente sono e non per come noi vorremmo che fossero, vedere le cose nella loro realtà, perché soltanto ciò che esiste è reale. Svegliarci e dire a noi stessi: “Tu ci sei”: è poter chiamare ogni cosa col suo nome, anche se quello che abbiamo scoperto non è per nulla edificante. Svegliarci significa dire: “Tu sei violenza: questo è il tuo nome. Tu sei trauma: questo è il tuo nome. Tu sei paura, terrore, soffocamento: questo è il tuo nome. Tu sei fallimento, abbandono, tradimento: questo è il tuo nome. Tu sei energia, forza, possibilità: questo è il tuo nome”. Chiamare ogni cosa per nome è fondamentale, perché dà forza, vigore, alla vita. Chiamare una cosa per nome significa farla esistere, renderla reale, dirle: “Mi piaccia o no, tu esisti!”.
A questo porta il senso di parole come “vegliare”, “consapevolezza”, “lucerna accesa”; termini che indicano appunto il vedere tutto ciò che c’è da vedere, il rendersi conto di ogni cosa, il non nasconderci nulla, il chiamare tutto per nome, con il suo nome.
“Se il padrone di casa sapesse a che ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti, perché il Figlio dell’uomo verrà nell’ora che non pensate”. 
Quando viene Dio? Quando meno ce l’aspettiamo. Per questo non dobbiamo perdere tempo, per questo dobbiamo prepararci per essere pronti. Non sappiamo quando, ma egli verrà. Dio è come il ladro: viene nel momento in cui meno ce l’aspettiamo, viene al di fuori delle nostre logiche umane, viene secondo le Sue logiche, quelle divine.
Molte volte vorremmo che il nostro cammino di fede fosse programmato, vorremmo sapere quali passi dover fare, quali insidiosi pericoli evitare; vorremmo che la nostra “salita” fosse graduale, comoda, in modo da poter valutare preventivamente il percorso, gli ostacoli, la meta finale.
Ma non è così! Questo appartiene al nostro innato bisogno di sapere tutto, alla nostra curiosità, al nostro voler sottomettere ogni cosa ai nostri programmi: dove andare, chi e cosa incontrare, data e ora della fine del viaggio. È il nostro bisogno di gestire, di manipolare, di avere tutto sotto controllo! Ma Dio è ingestibile: nessuno mai sarà in grado di programmarlo, manipolarlo, controllarlo.
“Allora Pietro disse: Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?”. Il Signore rispose: “Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà al suo lavoro. In verità vi dico, lo metterà a capo di tutti i suoi averi”.
Le parole di Gesù valgono per tutti. La vita non è nostra: noi ne siamo solo gli amministratori e un giorno dovremo restituirla. Il tempo non è nostro, dobbiamo solo gestirne quel po’ che ci è stato concesso, mettendolo a frutto. Nulla ci appartiene, niente e nessuno è di nostra proprietà.
Da qui il dovere di trattare ogni cosa, ogni essere umano, ogni creatura vivente, con tutto il rispetto, l’amore, la cura, di cui siamo capaci. Soprattutto dobbiamo iniziare ad amministrare meglio noi stessi, il nostro mondo interiore, la nostra anima, evitando di “addormentarci”, di vivere nelle distrazioni, “fregandocene” di tutto e di tutti: perché il Padrone improvvisamente verrà e, che ci crediamo o no, pur nella sua misericordia, ci chiederà un dettagliato resoconto di come abbiamo amministrato questa nostra vita. Amen.