giovedì 24 febbraio 2022

27 Febbraio 2022 – VIII Domenica del Tempo Ordinario


Lc 6,39-45

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola: «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro. Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello. Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo. L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda».

  

Anche questa domenica proseguiamo la lettura del “Discorso della pianura” di Luca.

Gesù continua a puntualizzare quella che deve essere la fisionomia del cristiano, cogliendo, molto bene, purtroppo, lo sbandamento tipico della società contemporanea, che ha definitivamente cancellato i fondamentali valori morali dell’uomo.

Quella contemporanea è infatti una società alla deriva, nella quale, cosa ancor più grave, i pastori, le guide, che dovrebbero contrastare tale situazione per mandato divino, sono invece cieche e mute, non offrendo più alcuna sicurezza al gregge, esposto in questo modo al costante pericolo di finire fuori dal retto cammino.

Lo sport seguito dai cristiani di oggi, per esempio, non è tanto l’innocuo calcio, ma quello di criticare il prossimo, di screditarlo, più in privato, a mezza bocca, che apertamente, a ragione o a torto, senza alcuna discrezione e di ogni buon senso.

Siamo tutti solerti nell’individuare “la pagliuzza” nell’occhio del vicino, e non ci accorgiamo delle travi che occludono i nostri occhi, impedendoci qualunque visuale corretta e serena.

“Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio di tuo fratello!”, esclama Gesù.

Sono parole sacrosante, estremamente vere, realistiche, che ci mettono di fronte ai nostri errori personali, al nostro puntiglioso sminuirli, a giustificarli ad ogni costo, rifiutando ostinatamente di riconoscerli e di correggerli.

Siamo molto comprensivi e benevoli con noi stessi, mentre con gli errori degli altri siamo il più delle volte spietati, li trattiamo con ingiustificata durezza e severità. Basterebbe ascoltarci quando parliamo della gente, quando spariamo giudizi sulle persone, sui vicini, sui conoscenti, sui colleghi di lavoro, sugli amici…

È vero: in ogni famiglia, in ogni comunità ci sono dei problemi: ma niente ci autorizza a sentirci superiori e intoccabili, ad esprimerci come se le parole di Gesù riguardassero esclusivamente tutti gli “altri” e non soprattutto “noi”.

Ci comportiamo troppo spesso da immaturi e insicuri: sempre attenti a proteggere la nostra immagine, a far apparire il meglio di noi, per paura che gli altri vedano la realtà, spesso interiormente squallida! Impariamo invece a guardare noi stessi e gli altri con gli occhi di Dio! Non è che dobbiamo ammutolirci di fronte a situazioni insostenibili! Anzi, dobbiamo esprimere il nostro parere, anche con la fermezza della vera carità, in particolare se le cose sono in stridente contrasto con gli insegnamenti del vangelo: anche in questo però dobbiamo prima di tutto cambiare il nostro criterio di riferimento, dobbiamo cioè guardare, giudicare persone e cose, con lo sguardo pieno di speranza e di carità del Padre che, nonostante tutto, fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi: siamo tutti peccatori, siamo tutti suoi figli: non serve a nulla voler apparire più belli e buoni di quanto siamo anche davanti al Padre. Anzi, è sempre controproducente!

Una prima verità che possiamo infatti ricavare dal vangelo di oggi è che Uno solo può giudicare: è Lui, il nostro Padre che è nei cieli. Noi non ne abbiamo alcun titolo: infatti, chi più chi meno, siamo tutti “ciechi”, e nessun cieco può farsi guida di altri ciechi. Giudicare il prossimo equivale mettersi al posto di Dio.

E allora, come comportarci con le persone che sbagliano? Pretendere di correggerle ricorrendo alla nostra superiorità, all’autorità, al potere, è pura ipocrisia: spesso infatti, piuttosto di una correzione fraterna, esercitiamo sul malcapitato di turno una buona dose di superbia, di egoismo, e perché no, di una certa ben camuffata crudeltà.

Altro discorso invece è se la nostra correzione si basa sulla carità fraterna, sulla comprensione, sulla sincerità. È una soluzione che sicuramente aiuta noi e i nostri fratelli.

Noi infatti dobbiamo “vedere” prima di tutto il lato buono degli altri, per farne tesoro, e per cercare di imitarlo; quindi il lato cattivo, che va invece analizzato e corretto, immunizzandoci da sue possibili influenze su noi stessi. In questo modo il “correggere l’altro” si trasformerà, per quanto ci riguarda, in un sincero, onesto “riesame” delle nostre abitudini e dei nostri limiti

Se pensiamo di esercitare il dovere di “aiutare i fratelli”, conferitoci dal nostro battesimo, senza rifornirci prioritariamente di carità e amore, significa fallire in partenza: sarebbe come far viaggiare un carro zeppo di fragili vasi di terracotta: ad ogni scossone, sbattendo gli uni contro gli altri, finirebbero per ridursi in mille cocci.

È questa, purtroppo, la realtà con cui dobbiamo fare i conti, quotidianamente, all’interno delle nostre comunità. Per contrastarla opportunamente dobbiamo essere cristiani imbevuti di vangelo, dobbiamo cioè lasciarci forgiare dai suoi insegnamenti di Vita: in una parola dobbiamo avere continuamente il nostro cuore sintonizzato sul cuore di Dio: perché quando attingeremo dal buon tesoro del nostro cuore, traendone fuori il bene, quando sarà veramente la carità a guidare il delicato intervento di pulitura dalle pagliuzze l’occhio del prossimo, non ci sarà più spazio per alcun giudizio di condanna, di umiliazione, di prevaricazione. Sarà invece una “festa” di intensa carità, di luminosa speranza, di gloriosa risurrezione; sarà come offrire a Dio quel “culto a lui gradito”, attraverso il quale Lui stesso, attraverso i nostri cuori, continuerà a far germogliare nel mondo, pace, misericordia, amore, solidarietà, grazia, dignità, rispetto. Amen.

  

mercoledì 16 febbraio 2022

20 febbraio 2022 - VII Domenica del Tempo Ordinario


Lc 6,27-38

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «A voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male. A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra; a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica. Da’ a chiunque ti chiede, e a chi prende le cose tue, non chiederle indietro. E come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro. Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori amano quelli che li amano. E se fate del bene a coloro che fanno del bene a voi, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi. Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso. Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati. Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio».

  

Siamo ancora nel “Discorso della pianura” di Luca: è l’importante discorso programmatico di Gesù sulle “beatitudini”, collocato da Luca appunto in quel “luogo pianeggiante” scelto da Gesù per parlare alla folla, una volta disceso dal monte su cui si era ritirato a pregare.

Nel brano di oggi, che segue immediatamente quello di domenica scorsa, Gesù pronuncia delle parole che, a nostro avviso di persone normali e imperfette, vanno ben oltre le nostre possibilità; ci pone cioè delle condizioni decisamente impegnative, molto difficili da praticare: “amare, benedire, pregare, donare, perdonare, non giudicare, non condannare”, ed altri verbi simili, richiedono infatti un comportamento “superiore”, un comportamento che deve essere sostenuto da una dedizione cieca e assoluta, da un eroismo che va ben oltre la nostra mentalità tiepida ed egoistica; un comportamento, insomma, che si specchia soltanto in Dio, sorgente di amore, bontà e tenerezza.

Solo che Gesù non la pensa come noi: per lui quanto ci richiede è sempre alla portata di tutti, soprattutto è indispensabile per chi sceglie di vivere da buon cristiano, per chi decide di seguirlo, pur conducendo una vita normale.

È questo il motivo per cui tali proposte ci mettono in crisi profonda: proprio perché capiamo che sono rivolte in particolare a ciascuno di noi: e che noi, anche se ci suonano vagamente come un imperativo categorico, finiamo per leggerle e rileggerle senza viverle! Preferiamo pensare che siano dirette ad altri, più capaci, più buoni, più cristiani di noi, a persone che non hanno alcun altro interesse che dedicarsi al suo servizio. Per noi che siamo oberati da mille altri problemi, sono condizioni troppo difficili, per essere condivise e attuate, richiedono un serio cambiamento mentale, una violenza al nostro istinto, che ci condiziona a fare diametralmente il contrario rispetto all’amare i nemici, a benedire coloro che ci maledicono, a porgere l’altra guancia, a non riprenderci con gli interessi quello che ci è stato tolto...

Se però analizziamo meglio la questione, dobbiamo onestamente riconoscere che ciò che ci turba maggiormente non è tanto l’incapacità mentale di amare i nostri nemici, di usare misericordia a quanti ci fanno del male, quanto il dover riconoscere che ci comportiamo da ingrati approfittatori, da arroganti opportunisti, da autentici egoisti, perché ci rifiutiamo di trattare il nostro prossimo con lo stesso metodo amorevole e disinteressato con cui Dio ci tratta continuamente.

Ed è proprio così: a noi sembra assurdo amare i nemici, essere gentili con chi ci ha insultato, mentre Dio, con noi, non si gira mai dall’altra parte quando gli giriamo le spalle; continua a bussare alla porta del nostro cuore, ignora le nostre infedeltà, sorride bonariamente quando pretendiamo di saperne più di lui, attende pazientemente che la nostra rabbia si calmi. Non l’abbiamo mai trovato sordo alle nostre richieste; anzi, lui è stato, è, e sarà, sempre pronto e disponibile a donarci in abbondanza perdono, amore, accoglienza, aiuto, comprensione.

È dunque la storia di questa sua presenza ad oltranza, che ci sconcerta, ci confonde, ci ammutolisce! Per cui non possiamo più rimanere insensibili con Dio! Dobbiamo capire che lo stile di vita che Egli ci raccomanda non è un’assurda imposizione, ma è semplicemente la risposta logica e obbligata di quelli come noi, che già hanno beneficiato del suo amore, della sua pazienza, della sua misericordia.

In questo modo la nostra storia personale cambierà; scopriremo finalmente la nostra vera vocazione di “guariti”, di persone cioè, che hanno recuperato gratuitamente, nel perdono e nell’amore di Dio, la loro forza, la loro dignità interiore. In questo modo, guariti dalle nostre miserie, dalle nostre inimicizie, diventeremo convinti “guaritori” delle miserie e dell’inimicizia dei nostri fratelli.

C’è, è vero, chi soffoca ancora nelle paure. Paura di soffrire. Paura di pagare di persona. Paura di non essere ricompensato, capito, gratificato a dovere. Paura di andare oltre le aspettative dettate dal suo piccolo “ego”. È un passaggio piuttosto frequente; anche noi dobbiamo superare queste paure, dobbiamo imparare a scendere in profondità, a fermarci in umile ascolto della Parola di Dio, ad accogliere nel nostro cuore la forza dello Spirito: è così che ci sentiremo forti, pienamente rassicurati, capiremo di non aver più nulla da temere.

Impariamo a chiedere perdono al nostro prossimo, da subito, in casa, nel lavoro, nella vita sociale, in parrocchia; e se ci viene fatto un torto, anche grave, sappiamo che ci viene anche offerta l’occasione di confondere con la bontà coloro che non sono stati corretti con noi; con la mitezza, i violenti; con la pazienza, gli arroganti.

“Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro”Sì, perché è l’offesa che ci offre la possibilità di perdonare, di amare, senza alcuna ricompensa, senza ricevere nulla in cambio (“se amate solo quelli che vi amano, che merito ne avete?”); è l’offesa che ci offre l’occasione di perdonare gli altri, come Dio perdona noi. E tutto questo ci renderà migliori, ci darà una grande gioia. E finalmente capiremo cosa vuol dire immedesimarsi in Lui, diventare con Lui una cosa sola. Amen.

 

  

giovedì 10 febbraio 2022

13 febbraio 2022 - VI Domenica del Tempo Ordinario


Lc 6, 17.20-27

In quel tempo, Gesù, 17disceso con i Dodici, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidone, Ed egli, alzati gli occhi verso i suoi discepoli, diceva: «Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio. Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi, che ora piangete, perché riderete. Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti. Ma guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione. Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi, che ora ridete, perché sarete nel dolore e piangerete. Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti».

 

Al mattino, dopo una notte passata sul monte a pregare, Gesù chiama intorno a sé i discepoli che erano con lui, e ne sceglie dodici, ai quali dà il nome di apostoli. Insieme ad essi poi discende dal monte, e viene subito circondato da una grande folla, sopraggiunta dal nord, dalle città di Tiro e Sidone, e dal sud, dalla Giudea e dalla città di Gerusalemme: una moltitudine di persone sofferenti, malate, bisognose di aiuto, affamate.

Di fronte a tanto dolore, Gesù prova una grande pietà: e alzando gli occhi al cielo, inizia a parlare, indicando il percorso preferenziale per entrare a far parte del suo Regno.

Gesù come Mosè: è a lui che Luca sicuramente pensa nel descrivere questa scena: come l’antico liberatore e legislatore di Israele, sceso dal Sinai, consegna al suo popolo la legge, i dieci comandamenti, così anche Gesù, liberatore e consolatore dell’umanità, scende da un monte e consegna alla folla di “poveri” che lo seguono, la “sua” nuova legge, la legge delle beatitudini: “Beati voi poveri…, Beati voi affamati…, Beati voi che piangete…, perché vostro è il regno di Dio”.

Quelli che circondano Gesù, sono soprattutto i “poveri”, gli “ptokòi”: gente afflitta, debole, provata, vulnerabile, senza più entusiasmi: è il popolo degli “anawim”, gli umiliati dalla vita che, nonostante tutto, sono accorsi in massa da Lui per ascoltare le sue parole di vita, convinti di poter finalmente “guarire” anche solo ascoltandolo, toccandolo.

“Beati voi poveri – makarioi ptokòi”. Gesù li capisce, riconosce la loro dignità di persone sofferenti, li conforta; e lancia un avviso singolare per tutti gli “anawim” della terra; con le sue beatitudini, egli rivaluta la loro situazione, tragica agli occhi del mondo, ma non davanti a Dio, dicendo: “Nessuno potrà mai trovare la vera felicità, la beatitudine, la pace, la serenità del cuore se non è “povero” come voi: se cioè non accetta l’amarezza del pianto, se non sopporta con umiltà e rassegnazione l’essere considerato dal mondo un “minore”, un “perdente”.

Una prospettiva, questa di Gesù, decisamente incomprensibile per la mentalità del mondo, malata di egocentrismo, di quel “superomismo”, che nulla chiede, ma tutto pretende, e con la forza e l’astuzia tutto ottiene; che non accetta le disavventure, non si inchina al destino, non si abbassa a niente e a nessuno: classica mentalità dell’“onnivincente”, lontana anni luce dallo spirito delle beatitudini.

Ma attenzione: il senso profondo delle beatitudini non è semplicemente: “Felice è colui che piange, che soffre, che è un povero derelitto”; per essere veramente felici è necessario vivere la propria vita, la propria situazione, qualunque essa sia, in comunione con Dio, offrendola a Lui, condividendola con Lui, considerandola sempre e comunque un suo dono, sia nei momenti esaltanti che in quelli di profondo dolore.

Per fare ciò, ovviamente, il nostro cuore deve essere sempre aperto, sensibile, in sintonia con lo Spirito che ci inabita; perché se questo sincronismo si interrompe, se il nostro cuore diventa di pietra, se non proviamo più emozioni, se non sappiamo piangere, se non accogliamo positivamente le nostre sofferenze, non potremo mai capire il senso autentico della vita, non potremo mai viverla nel cuore di Dio: allora diventeremo infelici, insoddisfatti, incattiviti; allora ci chiuderemo nel nostro rancore, e ci rifiuteremo caparbiamente di ascoltare la Sua voce consolante di Padre.

“Elohim”, in ebraico, è uno dei nomi di Dio: ma “Elohim” è anche quell’uomo che si “divinizza”, che diventa “divino”, che fa di tutto per tornare ad essere pienamente l’immagine di Dio; “Elohim”, è ciò che tutti noi siamo in profondità, è la nostra essenza, è la nostra anima.

Il primo uomo, Adamo, creatura di Dio, amalgama di terra e di Spirito divino, ha tradito il suo compito, il suo essere spirituale, il suo nome, la sua missione. Ha voluto essere Dio, “da subito”, immediatamente: ma questo suo peccato di ribellione lo ha proiettato in una condizione dolorosa, faticosa, lontana dall’amicizia di Dio; la vita umana si è trasformata in un cammino evolutivo, fatto di passione, di sofferenze, di lotte, di dolore; un cammino che troppo spesso “si perde” nel peccato, nella superbia, nell’egoismo, nell’alienazione mentale, nella morte.

Da tutto questo Cristo ci ha riscattato, ci ha ridato l’amicizia, l’unione, l’amore di Dio, con Dio: il nostro stato di felicità eterna, di autentica beatitudine, è però commisurato al grado di adesione alla Sua volontà, all’amore, alla carità con cui conduciamo la nostra vita su questa terra.

Solo se anteponiamo questa nostra unione col Divino, davanti a tutto e a tutti, il nostro sarà un cammino di felicità, di beatitudine, una costante condivisione già su questa terra della bontà e dell’amore del Padre.

Purtroppo noi moderni abbiamo altre aspirazioni, altre preoccupazioni, altri valori, più immediati, più concreti di questi. Non possiamo certo cadere tanto in basso per trovare la nostra beatitudine!

La nostra felicità sta altrove, nel raggiungimento di quei tantissimi traguardi, purtroppo fasulli, che ci prefiggiamo: “Quando avrò ottenuto quel riscontro finanziario, quando avrò raggiunto quella visibilità, quell’obiettivo politico, quando sarò ricco, potente, allora sicuramente sarò felice!”. Ci illudiamo cioè che la felicità consista nella ricchezza, nel benessere, nel potere: e pur di raggiungere questi status symbols, spendiamo il meglio di noi stessi, il nostro cuore, la nostra anima, ipotechiamo le cose più belle della vita, sacrifichiamo tempo, famiglia, amicizie, relazioni, intimità interiore.

Una volta raggiunto il nostro sogno, ci attende però un’amara sorpresa: la conquista fatta non ci basta più, davanti a noi si aprono immediatamente nuove prospettive: un nuovo traguardo ci affascina, ancor più attraente, più utile, più indispensabile: e la corsa riparte, nell’affanno, nella frustrazione di continui fallimenti, obbligandoci ad un vivere alienante che non approderà mai ad alcun porto sicuro e definitivo.

Siamo purtroppo schiavi del consumismo: con grande indifferenza eliminiamo non solo le cose ma anche le emozioni: e proprio per questo sentiamo la necessità pressante di nuove emozioni, sempre più forti, sempre più intense; siamo ormai completamente insensibili, corazzati, mascherati, impossibilitati a percepire la bellezza di quelle vere emozioni, quelle spirituali, sicuramente meno forti, meno violente, ma che lasciano un segno indelebile, permanente, duraturo, di beatitudine interiore.

In ogni uomo convivono stabilmente due realtà, due forze fra loro contrastanti: quella materiale e quella spirituale. Per l’uomo materiale, felicità significa esteriorità, correre, conquistare, possedere; al contrario, per quello spirituale, per l’uomo delle beatitudini, la felicità è interiorità, è ascoltare, cercare di capire, fidarsi, condividere. Per la nostra materialità, la vita è una quantità di infinite rette: è una marcia continua, stressante, per raggiungere, conquistare, impadronirsi di sempre nuovi, innumerevoli, traguardi. Per il nostro spirituale, la vita è una spirale concentrica: un costante ritorno in sé stessi per attingere lo Spirito dalla propria anima e metterlo a disposizione degli altri.

È questo il vero senso dell’ebraico “ascèr”, beatitudine: questo, il significato profondo delle beatitudini: in pratica, non devono rappresentare un nostro punto di arrivo, una conquista personale, ma una spinta a ripartire verso l’altro, verso il nostro fratello più debole; a proseguire sempre per quella via maestra indicataci da Gesù: che poi è l’unica strada, l’unico percorso, che ci porterà al traguardo finale, al godimento della piena felicità, della “beatitudine” eterna, nell’Amore del Padre. Amen.

  

giovedì 3 febbraio 2022

06 febbraio 2022 - V Domenica del Tempo Ordinario


Vangelo
Lc 5,1-11

In quel tempo, mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Genesaret, vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca.

Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare.

Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini». E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.

  

Luca, nel vangelo di oggi, ci racconta la chiamata dei primi quattro discepoli: Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni, due coppie di fratelli, tutti pescatori.

Il testo però si concentra in particolare sulla figura di Pietro.

Siamo presso il lago di Genesaret: nei vangeli, il simbolismo del “lago” viene collegato molto spesso alle particolari situazioni della vita : oltre che a fenomeni di tempesta improvvisa, di cambiamento radicale, di rovesciamento della situazione, di scombussolamento, di paura (Mc 4,35-41; 6,45-52), la sua superficie in genere sempre liscia, immobile, tranquilla, rende molto bene, come in questo caso, lo stile di vita dei discepoli che, prima di incontrare Gesù, conducevano appunto una vita sempre uguale, monotona, piatta, ogni giorno sempre le stesse cose, senza sussulti.

Un’esistenza insomma, per alcuni aspetti, molto simile alla nostra vita spirituale: non siamo cattivi, non siamo gente di malaffare, anzi qualche volta permettiamo a Gesù di usare anche la nostra “barca”. Siamo convinti di stare bene così come stiamo, che il nostro modo di vivere, sia quello giusto; e non ci accorgiamo quanto, al contrario, sia più esaltante, più entusiasmante, uscire in barca con Lui! Forse abbiamo anche provato, ma per la nostra indolenza, abbiamo combinato ben poco, anzi proprio nulla!

Val la pena allora di chiederci: Ma noi, che abbiamo aderito alla chiamata di Gesù, con quale impegno “gettiamo le reti”? C’è fuoco, c’è passione nel nostro operare? C’è sole nei nostri occhi, luce ed entusiasmo nel nostro cuore? C’è sufficiente “profondità” in quel che facciamo? “Maestro abbiamo provato tutta la notte e non abbiamo pescato nulla”.

Come a dire: “Ci siamo occupati di tantissime cose, abbiamo fatto tutto il possibile, abbiamo sperimentato infinite tecniche, sondato ogni metro d’acqua, ma ci ritroviamo sempre a mani vuote; quando tiriamo le reti in barca, sono sempre vuote”.

La realtà è che se continuiamo a vivere con superficialità, a “pescare” senza impegno, è molto difficile riuscire a combinare qualcosa di buono: in quel modo è addirittura impossibile!

Sulle rive del lago, gli apostoli stanno lavando le reti, afflitti anch’essi dai nostri stessi problemi: ma non appena sentono la voce di Gesù, il loro cuore improvvisamente inizia a vibrare; le sue parole risvegliano emozioni fino ad allora “morte”, emozioni che infondono nuovo vigore, che fanno rivivere; sentono che Egli indica loro nuove possibilità, che li spinge ad osare nella vita.

Ma non dipende tanto dalle parole di Gesù: egli parla a tutti, si fa sentire da tutti con lo stesso tono suadente: ha parlato ai discepoli di allora, e continua a parlare anche a noi, discepoli di oggi, a quanti nel battesimo egli chiama ad essere suoi collaboratori.

Solo che a noi, a differenza dei primi, il cuore non vibra, non ci entusiasmiamo! Rimaniamo indifferenti, continuiamo a rimandare qualunque iniziativa!

Eppure prima o poi dovremo deciderci: perché la barca è pronta, le reti anche.

Non abbiamo più giustificazioni: dobbiamo sciogliere gli ormeggi e prendere il largo.

È arrivato anche per noi il momento di rischiare, di osare, di andare. Dobbiamo avere in Lui, la stessa fiducia dimostrata dai quei discepoli, laggiù, sul lago di Galilea.

“Ma che ne sarà di noi? Che succederà? Ce la faremo? Soffriremo? E se poi ci sbagliassimo?”. Certo, se ascoltiamo la paura, se insistiamo a star sdraiati sul bagnasciuga avanzando sempre nuovi pretesti, nuove giustificazioni, non prenderemo mai il largo.

Seguire Gesù non vuol dire conoscere alla lettera tutto ciò che lui ha insegnato: è sufficiente amarlo e credere fermamente in Lui: non lo seguiamo infatti perché conosciamo perfettamente le Scritture, ma perché ci siamo innamorati di Lui, perché sappiamo che con Lui potremo sicuramente diventare suoi fedeli discepoli.

Le proposte di Gesù sono sempre mirate, di grande respiro, di larghe e profonde intese: ci permette sempre di scegliere, di trovare soluzioni ottimali, a condizione però che poi ci mettiamo seriamente in gioco.

Ogni sua chiamata, così come quella del vangelo di oggi, si articola sempre in due momenti, in due richieste semplici e chiare, ma insieme decise e autoritarie.

La prima è: “Prendi il largo”: non ha bisogno di molte spiegazioni. Vuol dire: “esci fuori dalla tua normalità, allontanati dal tuo modello di vita, dal tuo modo di pensare, di agire, lascia tutto ed entra nella Vita vera!”. “Ma io ho paura!”. “Lo so”. “Ma è rischioso!”. “Lo so”. “E poi?”. “Non lo so!”. “E se non riesco, se non funziona?”. “È possibile”. Domande e dubbi più che leciti; ma se vogliamo “il nuovo” dobbiamo osare, dobbiamo avere il coraggio di decidere.

Quando il padrone della Vita bussa al nostro cuore, dobbiamo dargli una risposta: nessun altro può sostituirci, nessuno può farlo al posto nostro.

Molti sono quelli che dicono: “Sarebbe bello, ma non ci riesco, è troppo difficile, va troppo oltre le mie possibilità, non fa per me”. Quando invece sarebbe più onesto ammettere: “Ho paura; non mi va; mi basta poco; non sono un eroe, io!”.

Ma di che stiamo parlando? Che cosa ci basta? Di che cosa ci accontentiamo? Di sprecare il nostro tempo senza far nulla? Di vivacchiare con le solite compagnie, col solito gruppetto di amici che ormai non ci offrono più nulla? “Prendi il largo!”. Ci accontentiamo di frequentare sempre i soliti ambienti, i soliti ritrovi, di ascoltare l’esaltato di turno che straparla di politica, di donne, di sport, di soldi, di lavoro? “Prendi il largo!”. Non ci capita mai di provare disgusto per le nostre giornate senza senso, di sentire alla sera un profondo desiderio di verità, di assoluto, di scoprire e di conoscere il vero motivo del nostro esistere? “Prendi il largo!”. Non succede mai di sentirci arrabbiati, insofferenti, stanchi di risposte preconfezionate, utilitaristiche, di comodo? “Prendi il largo!” ci ordina sempre la voce suadente e insistente di Dio.

La seconda richiesta è: “Getta le reti!”. Cioè: “Vai dentro; arriva fino in fondo; entra dentro il mistero di Dio, il mistero dell’Amore, della Vita”. Non possiamo entrare in contatto con Dio stando in superficie, all’esterno, fuori dall’acqua; dobbiamo vivere immersi completamente nel nostro battesimo. Se ci chiedono: ti senti figlio di Dio? “Certo che sì!”, rispondiamo prontamente. Ma che importanza, che valore diamo a questo “si”? Le sole parole non risolvono il nostro problema: una semplice risposta, come un “sì”, non basta a cambiare la vita.

“Getta le reti!”. Siamo consapevoli di avere nella nostra vita una missione da compiere? Certo! Ma qual è la missione specifica che Dio ci ha assegnato? Dobbiamo scoprirlo! Come? Facendo una cosa sola: “Gettare le reti fidandoci di Lui”. Non c’è altra possibilità.

Quando Pietro si rende conto di come può vivere con Gesù (la rete che tira su al suo comando è piena, stracolma di pesci!), è preso dallo sgomento, ha paura: “Allontanati da me, sono un peccatore”. Ma cosa vuol dire Pietro con queste parole? Perché allontanare Gesù? Prima di tutto perché non si sente degno: viene assalito dalla sua inadeguatezza, non si sente all’altezza, ha paura per un così imprevisto e imprevedibile risultato. Poi capisce, e sente il rimorso per aver sprecato tanta parte della sua vita. Una reazione che può succedere anche a noi: perché quando a sessanta, settanta, ottant’anni, o quel che è, ci svegliamo dal nostro letargo, e improvvisamente capiamo quanto sia inebriante e meraviglioso vivere con Dio, una delle sensazioni più amare che possiamo provare è quella di renderci conto di aver sprecato una vita! “Dio, quanto sono stato stolto! Chiamavo vivere quello che in realtà era solo vegetare”. Allora ci assale la netta consapevolezza di aver vissuto un grande “bluff”, un tremendo fallimento, un continuo peccato di omissione: “peccato”, infatti, in ebraico significa “mancare il bersaglio”: ecco: nella nostra vita non abbiamo mai fatto centro, lo stile che abbiamo scelto non era quello vero, autentico. Il nostro peccato è stato quello di uscire in mare tutte le notti senza credere in ciò che facevamo: e non abbiamo mai preso nulla. Abbiamo sprecato il nostro tempo.

“Signore, le tue, sono “parole di vita eterna”: ora l’abbiamo finalmente capito, perché abbiamo creduto. Per questo vogliamo seguirti; per questo vogliamo lasciare tutto, metterci a rischio; per questo vogliamo osare, vogliamo vivere per Te e con Te: e sulla tua Parola, getteremo rinfrancati le nostre reti. Amen.

 

 

sabato 29 gennaio 2022

30 Gennaio 2022 - IV Domenica del Tempo Ordinario

Vangelo Lc 4,21-30

In quel tempo, Gesù cominciò a dire nella sinagoga: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato». Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”». Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidòne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro». All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.

  

La pagina del vangelo di oggi è la continuazione del testo di Luca di domenica scorsa.

Siamo ancora nella sinagoga di Nazareth. Gesù ha appena finito di commentare il testo di Isaia: “Lo Spirito del Signore è sopra di me”, identificandosi con l’unto del Signore, l’inviato da Dio.

A questo punto i presenti, meravigliati e un po’ scandalizzati, si domandano l’un l’altro: “Perché si definisce l’inviato di Dio? Non è il figlio di Giuseppe il falegname? Se fosse veramente il Messia, non dovrebbe occuparsi della salvezza del suo popolo, dei suoi connazionali, invece di passare le giornate intere a prodigarsi per gli emarginati, gli stranieri, i paralitici, per lo scarto della società?”

E iniziano a mormorare, a criticare i suoi comportamenti, la sua presunzione, il suo vagare per il territorio, disinteressandosi di casa sua: “Perché, visto che dice di essere così bravo, non compie anche da noi che siamo il popolo eletto, i suoi compaesani, tutti quei miracoli che gli attribuiscono?”

E Gesù: “Avete ragione pensando alle parole del proverbio: “Medico, prenditi cura prima di tutto di te stesso, dei tuoi famigliari, dei tuoi connazionali. Ma io vi dico: “Nessun profeta è accolto favorevolmente nella sua patria. Vi ricordo che il grande profeta Elia, durante la lunga carestia che colpì duramente l’intera regione, non si fermò ad aiutare il suo popolo, ma portò soccorso proprio ad una vedova pagana in Sarèpta di Sidòne, e a lei guarì il figlio che le era morto (1Re 17,17-24); così pure il profeta Eliseo: ai suoi giorni, durante la grave epidemia di lebbra che aveva colpito il territorio di Israele, egli non guarì nessuno dei suoi: guarì invece Naamàn il Siro, un militare pagano” (2Re 5,1-14). Vi siete allora mai chiesto perché questi vostri grandi profeti sono andati fuori dal loro territorio per aiutare dei pagani, piuttosto che i tanti bisognosi che c’erano in Israele?”. La risposta è chiara: “Lo hanno fatto perché qui non c’era più fede! I vostri grandi profeti, quelli che voi stimate e di cui parlate sempre, se ne sono andati altrove, perché con voi non potevano fare nulla, voi li combattevate!”.

A questo punto, sopraffatti dai loro pregiudizi nazionalistici, in preda all’ira, reagiscono alle sue parole con violenza, lo cacciano dalla sinagoga e dalla città, tentando addirittura di ucciderlo; ma Gesù, imperterrito, si fa largo tra quei scalmanati, e riprende il suo cammino, abbandonandoli alla loro mentalità chiusa e rancorosa. Fu sicuramente un’esperienza dolorosa, amara, questa di Gesù: vissuta oltretutto a casa sua.

Quelli che lo respingono sono infatti suoi concittadini, gente che lo conoscono bene, che hanno vissuto per anni con lui, che lo hanno visto crescere; sono quelli che ogni sabato si sono riuniti con lui a pregare nella sinagoga: sono persone all’apparenza pie e religiose, ma che nel loro cuore non vogliono conoscere il Dio di Gesù. Vanno a pregare nella “casa di Dio”, ma non si curano di Dio; innalzano preghiere ma non pregano. Hanno a loro disposizione Gesù, ma lo buttano fuori dalla loro vita.

Un fatto che deve farci pensare seriamente, poiché è l’esatta proiezione, è l’”ante litteram”, di ciò che succede puntualmente anche ai nostri giorni, di ciò che può succedere anche a noi, che ci consideriamo cristiani “impegnati”, cristiani che frequentano puntualmente la Chiesa, che leggono e ascoltano la Parola: salvo poi, una volta usciti, vivere come se Dio non esistesse.

Sì, perché anche noi, come i Nazaretani, nella vita concreta, vorremmo un Gesù diverso da come ce lo descrive il vangelo; vorremmo cambiarlo; lo vorremmo in linea con le nostre idee, con i nostri schemi, con i nostri parametri: e quando vediamo che non ci riusciamo, perché Lui non è così, arriviamo anche a rifiutarlo. Rifiutiamo cioè colui che può salvarci, che può guarirci; rifiutiamo completamente colui che in realtà è la guida, l’amico, il consigliere, l’aiuto costante di tutta la nostra vita.

Quante volte vorremmo che anche le persone che ci circondano, fossero diverse da quel che sono: le vorremmo simili a noi; fatte tutte in un certo modo, secondo le nostre esigenze; vorremmo che tutto il mondo fosse esattamente così come noi lo immaginiamo.

Ma le persone sono come sono. Questa è la realtà. Volerla diversa, rifiutarla, significa voler evadere dalla realtà, dalla vita di ogni giorno.

E poi, che amore può nutrire per il prossimo, per gli altri, chi si costruisce un Dio a modo suo? Che razza di amore può nutrire chi accetta Dio, i fratelli, il prossimo, solo fino a quando gli sono utili, fino a quando può ricavarne un tornaconto? Che amore può mai offrire loro, chi pretende di intromettersi nella loro vita imponendo le proprie idee? Sono persone che purtroppo saranno sempre e solo degli infelici, dei disadattati, dei meschini, perché vivono con un cuore completamente vuoto, senza vita, senza entusiasmo.

È vero, pensiamo noi: ma “questo a noi non può succedere, queste cose non ci appartengono: noi siamo cristiani, siamo credenti, non ci abbasseremo mai a tanto!”.

Illusi! Leggiamo bene il vangelo: chi ha ucciso Gesù? Non certo i miscredenti, gli atei, i peccatori incalliti; lo hanno ucciso gli osservanti, i religiosi, i servitori del sacro, i cultori delle Scritture, quei credenti che più credenti non si poteva; talmente credenti, pii, zelanti, pieni di autostima, che nel loro cuore non avevano più spazio per niente e per nessuno; neppure per Gesù.

Soprattutto per Gesù: perché per le vie della Palestina, egli predicava e donava a quanti lo avvicinavano ciò che loro apertamente rifiutavano: l’amore, la speranza, la Buona Novella. E lo uccisero non perché ciò che insegnava non fosse buono, ma perché era nuovo, un qualcosa di talmente innovativo e rivoluzionario da mandare in frantumi i loro schemi, i loro programmi, le loro sapienti teorie; tanto da stravolgere le loro idee utilitaristiche di Dio, della Legge, del prossimo.

Gesù annunciava un Dio diverso, una Legge nuova, ed essi, i “fedelissimi” della Legge, non glielo perdonarono; annunciava un Dio amico e innamorato di tutti, anche delle donne, e i maschilisti del tempo, gliela fecero pagare.

A Gesù non interessava essere riconosciuto come messia, quel messia che la gente si aspettava.

Egli è rimasto sempre e profondamente sé stesso; e soprattutto non ha mai tradito la sua vocazione, la sua chiamata, la sua missione; ha condotto sempre una vita completamente coerente con quanto predicava; non ha mai permesso ai pregiudizi di limitarlo: non gli importava cosa la gente dicesse o pensasse di lui. Non gli importava di essere gradito, ammirato, accettato. Era insomma un uomo libero, con un suo compito ben preciso: liberare il mondo dal male.

Questo Egli insegnava, questo egli proponeva insistentemente a quanti, schiavi delle leggi e dei pregiudizi di questo mondo, erano costretti ad un sopravvivere alienante, deludente, deprimente.

Grazie a Lui, l’uomo della strada, l’uomo umile e semplice, l’uomo sinceramente innamorato di Lui, Dio Amore, l’uomo fedele a Lui e al suo progetto divino, da allora non si sentirà mai più tradito dalla vita.

I suoi passi saranno sempre sicuri, il suo cammino sarà sempre guidato dalla luce dello Spirito, il suo cuore costantemente sorretto dall’Amore divino. Da allora egli potrà avanzare attraverso il mondo in assoluta sicurezza, senza temere nulla e nessuno: il male, il mondo, i demoni, nulla potranno contro di lui, egli li ignorerà dignitosamente, con fermezza, semplicemente: “Passando in mezzo a loro”. Esattamente come ha fatto Gesù, uscendo dalla sinagoga di Nazareth. Amen.

  

giovedì 27 maggio 2021

30 Maggio 2021 – Ss. Trinità


“Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato» (Mt 28,16-20).

 

Oggi la Chiesa celebra la festa della SS.ma Trinità. Un titolo che non esiste nei Vangeli; un concetto teologico sconosciuto agli apostoli; essi annunciavano soltanto la loro grande verità: “Quello che è stato crocifisso, Gesù, non è morto, ma è vivo; noi lo abbiamo veduto, lo abbiamo incontrato, e ora lo sentiamo dentro di noi”. Punto. Questa era la loro fondamentale testimonianza: e per la Chiesa nascente ciò bastava.

Col passare degli anni però i primi cristiani cominciarono a chiedersi qualcosa di più sulla persona di Gesù: “Cosa vuol dire che Gesù è Figlio di Dio?”. E poi: “In che modo Gesù è il Figlio di Dio?”. E ancora: “Chi è Dio?”.

Per noi la vita Trinitaria è una verità raggiunta e ben definita, ma all’inizio non fu affatto così.

Solo nel 325 il primo Concilio Ecumenico, tenutosi a Nicea, stabilì che “il Padre e il Figlio sono della stessa sostanza”, usando per “sostanza” il temine greco “homousios”: che significa esattamente “identici” tra di loro, sia per la “natura” che per la “sostanza”.

Più tardi, contro la corrente del “macedonianismo” (nome derivato dal suo fondatore il vescovo Macedonio di Costantinopoli), secondo cui lo Spirito Santo non era la terza persona della Trinità, non era di pari dignità e divinità del Padre e del Figlio, ma subordinato a loro, il primo concilio Ecumenico di Costantinopoli del 381, decretò che anche lo Spirito Santo è ugualmente “homousios”, cioè consustanziale, al Padre e al Figlio.

Colui però che chiarì il mistero della Trinità in maniera chiara, accessibile a tutti, fu Sant’Agostino, che nel suo “De Trinitate” spiegò: il Padre è Colui che ama (Amans); il Figlio è l’Amato (Amatus); lo Spirito è l’Amore (Amor), che scorre tra il Padre e il Figlio.

Le tre persone divine non sono quindi statiche, tre divinità autonome e diverse che se ne stanno per conto loro, ma sono dinamiche, sono cioè in continua relazione tra loro. “Dio è Amore; Dio è Relazione”. Una verità inesprimibile, teologicamente abbastanza ostica da capire: tant’è che per parlare di questa relazione che intercorre tra i tre, Padre, Figlio e Spirito Santo, il Concilio usò la parola “pericorèsi”: dal greco “perì-corèo” che vuol dire andare attornogirare intorno, danzare. La Trinità è pertanto Vita, Relazione, Danza, Divenire, Amore, Comunicazione, un Darsi e Riceversi continuo, persistente, eterno.

La prima grande verità che possiamo allora trarre dalla festa di oggi è che, ad immagine della Trinità, tutta la vita, tutto il creato, come pure tutto ciò che ci riguarda, che ci accade, è in costante relazione; tutto è collegato al Creatore attraverso il Figlio, tutto è interconnesso, comunicante, grazie all’Amore Assoluto (Gv 17,11); tutto è Uno e Trino, perché nulla può esistere di separato, di diviso, di isolato, “al di fuori” di questo Amore; niente e nessuno può esistere, se non attraverso questa palpitante relazione.

L’amore di Dio Trinità è quindi un amore che “sostiene ogni cosa”, come scrive Paolo (1Cor 13,7), un amore che è la realtà ultima e profonda di ogni creatura, dell’intero creato.

Una realtà che ci tocca particolarmente. Tutti infatti cerchiamo l’amore. Tutti vogliamo essere “sorretti” dall’amore. Tutti vogliamo essere amati, felici. Soltanto l’amore di Dio però può saziare questa nostra fame di felicità. Lui è l’unica forza che ci sostiene, il calore che ci riscalda l’anima, il medico che ci guarisce le inevitabili ferite, la guida che ci accompagna lungo il cammino della vita. È l’energia soprannaturale che infonde coraggio, potenza, entusiasmo, autorevolezza.

Questo è lo stesso amore con cui Gesù ha amato le folle, con cui ancora oggi continua ad amarci: con grande dolcezza, con comprensione, con garbo; ma anche con forza, con chiarezza, con determinazione: un amore comunque discreto che non si impone, non fa paura, non terrorizza, non manipola nessuno. Egli, come faceva una volta, continua ad avvicinare i più deboli, i più derelitti, i più indegni, i peccatori più incalliti, sussurrando a ciascuno: “Sono qui per amarti: ti va di aprirmi il tuo cuore?”. Non costringe nessuno, non butta giù le porte; sa benissimo che a volte la paura di aprirsi, di abbandonarsi, di lasciarsi amare nonostante una vita miserabile, è così grande e invalidante, che le persone si rifiutano di accoglierlo.

A tutti Egli continua a dire: “Anche se ora tu non mi ami, non preoccuparti, perché io aspetterò: non rinuncerò mai ad amare proprio te. Qualunque errore, qualunque delitto tu abbia commesso, io ti amo comunque, ti amo per quello che sei. Non voglio niente da te, non mi aspetto niente, non ti chiedo niente, non ti impongo niente: io rimango qui con te, sarò sempre alla porta del tuo cuore: entrerò solo se e quando tu vorrai”.

Vale la pena allora di pensare seriamente a questo Amore; di pensare a questo dono impareggiabile che Dio mette gratuitamente a nostra disposizione, a questo DNA Trinitario che ci viene inspirato con la vita. Anche se non lo meritiamo. Anche se per noi “umani” rimane inspiegabile e incomprensibile.

Anche se non proprio incomprensibile: ricordate infatti nella parabola del figliol prodigo, la scena di quando, al suo ritorno, incontra il Padre? Si era preparato per bene il suo discorsetto: “Gli dirò: Padre ho peccato contro il cielo e contro di te, e… bla, bla, bla...”. Ma prima ancora di poter dire una sola parola, il Padre, vedutolo da lontano, gli corre incontro, lo abbraccia, e in un intimo, commosso silenzio gli dice: “Ti aspettavo…”.

Nient’altro: nessun rimprovero, nessuna recriminazione, nessuna accusa. Ecco: questo è l’amore di Dio, questo è l’amore del nostro Padre celeste: chiunque, anche il più incallito peccatore, il più ostinato prevaricatore, leggendo questa pagina del vangelo, capirebbe la portata dell’Amore del Padre, capirebbe cosa significa essere i destinatari dell’amore Divino, di un amore struggente che invade l’anima, di un amore che conquista e inebria il cuore. Amen.

 

giovedì 20 maggio 2021

23 Maggio 2021 – Solennità di Pentecoste


“Quando verrà il Paraclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio” (Gv 15, 26-27).

 

Pentecoste deriva da una parola greca che significa cinquantesimo giorno; è la festa che si celebra appunto cinquanta giorni dopo la Pasqua. Per gli antichi cinquanta era il numero della pienezza di un tempo: Pentecoste, il cinquantesimo giorno, indica che un tempo è finito: segna in pratica il compimento dei giorni del Gesù terreno e delle sue apparizioni, e apre un nuovo tempo, il tempo dell’uomo, della Chiesa e dello Spirito.

Ma cosa è successo in quei giorni a Gerusalemme? Gesù è morto e gli apostoli sono presi dalla paura: “Che accadrà adesso? La nostra guida, il nostro capo, se n’è andato, è stato ucciso; cosa ne sarà di noi?” Per loro è un momento di crisi profonda, radicale, decisiva. Improvvisamente, però, come aveva promesso Gesù, i cieli si aprono e lo Spirito di Dio invade i loro cuori, trasforma radicalmente la loro vita.

Quante volte ci troviamo anche noi in situazioni di grande tensione, di malessere interiore: all’esterno tutto sembra andare per il meglio: viviamo tranquillamente la nostra vita, il lavoro, la salute, la famiglia, gli amici; al contrario, nel nostro intimo, siamo spenti, procediamo per forza d’inerzia: andiamo in chiesa, rispettiamo le regole, siamo generosi, ma non c’è slancio nella nostra fede, non c’è passione; se parliamo dell’amore di Dio sembriamo degli istruttori non degli innamorati, perché? Eppure siamo delle brave persone, siamo rispettati da tutti! Ma dentro di noi non ci piacciamo, siamo insoddisfatti, ci rendiamo conto che non è esattamente questa la vita che dovremmo vivere. Che fare allora? Come risolvere queste situazioni? Abbandonandoci completamente nelle mani di Dio: Lui sa di chi e di cosa abbiamo bisogno: in questo modo la nostra fede riacquisterà forza e vigore, il suo Spirito trasformerà la nostra mente, il nostro cuore, la nostra anima: Lui prenderà in mano la nostra vita. Sarà la nostra Pentecoste.

Un evento, la Pentecoste, che marchia intimamente gli apostoli, li trasforma in altre persone, completamente “nuove”, diverse da prima. Da poveri pescatori impegnati, per sopravvivere, in un lavoro ingrato, pesante, monotono, frustrante, rinascono improvvisamente come depositari, sostenitori e annunciatori, in tutto il mondo, del rivoluzionario messaggio spirituale di Gesù.

Da una completa dipendenza da Lui, quasi infantile, passano alla totale autonomia, alla piena libertà di pensiero. Parlano una lingua “altra”, che però tutti, nonostante la diversità dei rispettivi idiomi, capiscono perfettamente; ogni timore, ogni dubbio, ogni incertezza, ogni debolezza, scompaiono all’istante; lo Spirito di Dio scende in loro e satura la loro anima. Prima, Gesù era “fuori” di loro: passavano le giornate insieme, mangiavano insieme, parlavano con Lui. Ora, quel Gesù, morto e risorto, non è più fuori ma “dentro di loro”, sentono, forte e chiara, la presenza del suo Spirito. Mentre prima vivevano nella paura di perderlo, ora sanno benissimo che nessuno potrà mai toglierlo dalla loro vita.

Ecco, una identica Pentecoste deve segnare anche un nostro deciso salto di qualità: un salto che, da come siamo ora, freddi, insignificanti, insapori, ci trasformi in persone appassionate, entusiaste, animate da un fuoco interiore: persone che vivono una nuova vita con Dio, condividendo con Lui una personale, profonda, intimità.

Se non ci apriamo, se non accogliamo lo Spirito di Dio, la nostra vita continuerà a trascinarsi nella mediocrità, nella tiepidezza: non potremo “sentire” la sua voce, non potremo parlare con Lui, non apprezzeremo la forza della sua guida; non arriveremo mai a capire che Lui è il nostro tutto, che con Lui dentro di noi, le prospettive del domani, della vita, del mondo, cambieranno radicalmente il loro aspetto.

Così, per esempio, nel nostro vivere la Chiesa: senza la nostra Pentecoste, resteremo superficiali esecutori di “riti” ripetitivi, spesso incompresi; la nostra fede rimarrà assente, involuta, non maturerà. Al contrario, nella nuova dimensione, Dio non sarà più una regola, un precetto, una formula; sarà invece la Persona meravigliosa di cui innamorarsi, la Persona che ci conquista completamente; sarà il Padre che diventa per noi modello di libertà, di energia, di coraggio; sarà lo Spirito di Dio, che con il suo amore ci incendierà l’anima, ci cauterizzerà le ferite, ci infonderà i suoi doni, i suoi carismi; sarà il Consigliere, il nostro avvocato, il nostro maestro, il nostro ispiratore, grazie al quale, finalmente, tutto nella vita acquisterà la propria autenticità!

Certo, noi crediamo nello Spirito Santo: ma lo conosciamo veramente? Che rapporti pratici abbiamo con Lui? Se giriamo la domanda alle persone della strada, la maggior parte non saprà cosa rispondere. E se non sa rispondere, è perché non lo conosce, non ne ha mai fatto esperienza, non lo ha mai vissuto. Molti pensano che lo Spirito sia un’aggiunta a ciò che siamo, un di più, un optional: quindi un qualcosa di cui possiamo anche farne a meno. Ma lo Spirito non è un di più, è qualcosa che noi già viviamo, con cui, ancorché inconsciamente, condividiamo il nostro essere persone; è la nostra “fiamma pilota” che mantiene accesa la nostra debole fede, è colui che alimenta le nostre scelte, la nostra anima, la nostra intelligenza: lo Spirito infatti non decide di scendere in noi improvvisamente, un bel giorno della nostra vita, tra squilli di tromba e fanfare varie; lo Spirito abita già in noi da sempre, dal primissimo istante del nostro concepimento: e aspetta che ci accorgiamo di lui, che gli consentiamo di entrare in piena azione. Sentiamo spesso nelle prediche la raccomandazione di essere “spirituali”: che non vuol dire pregare molto, fare opere pie, frequentare la chiesa, fare pellegrinaggi nei luoghi sacri. “Essere spirituali” significa vivere facendoci guidare dallo Spirito di Dio che ci abita dentro. È il modo cristiano di rapportarci con Dio, soprattutto di amarlo profondamente, anche in tutto ciò che ci circonda. Quando i santi guardavano le persone, la natura, non vedevano il loro aspetto esteriore, la materialità del loro apparire, ma erano affascinati dallo Spirito vitale che li animava.

Gesù fu per eccellenza l’uomo del vedere oltre l’apparenza esteriore, del guardare dentro, del considerare la realtà “superiore” del loro essere. Questa cosa Lui la chiamava “regno di Dio”. E lo diceva sempre: “Il regno di Dio non è il paradiso, ma è qui, oggi, adesso. Dipende dai tuoi occhi”. Quando infatti egli guardava gli uccelli del cielo o i gigli del campo, esclamava estasiato: “Che libertà, che bellezza, che meraviglia! Chi mai li ha resi tanto belli ed eleganti, chi mai può provvedere a loro, se non il Padre mio che è nei cieli?”. Vedeva i sofferenti, i poveracci, le donne, e mentre tutti li evitavano, Lui li abbracciava, li incontrava, coglieva il loro bisogno d’amore. Vedeva i peccatori e mentre tutti si fermavano all’apparenza (“Siete dei disgraziati lontani da Dio!”), Lui andava “dentro”, sapeva cogliere la luce che li abitava, sapeva scorgere la forza interiore, il desiderio di vita, nascosti dentro di loro. Sulla croce, per esempio, era vicino ad un peccatore, ad un assassino, e mentre tutti vedevano il malfattore, il delinquente, Lui gli disse: “Oggi sarai con me in Paradiso”. Prima di esalare l’ultimo respiro, mentre tutti coloro che lo conoscevano provavano sdegno e rabbia verso i suoi carnefici, Lui al contrario vide in essi la tenue luce dell’anima, soffocata purtroppo dalle tenebre dell’odio: “Padre perdonali perché non sanno quello che fanno”.

Noi invece, cosa vediamo nel nostro prossimo? Beh, noi non abbiamo tempo per guardare, abbiamo un sacco di cose da fare; dobbiamo correre, dobbiamo lavorare, dobbiamo produrre! E questo ci preoccupa già abbastanza, ci assilla continuamente, ci tormenta la vita: siamo sempre insoddisfatti, mai pienamente felici. Cerchiamo di farcene una ragione: “pazienza, bisogna accontentarsi; è così per tutti”; ma la verità è che non riusciamo a capire cosa ci sia in noi che non funziona. Non ci accorgiamo di essere fermi, immobili, sempre allo stesso punto di partenza. Preoccupati soltanto del materiale, non abbiamo tempo per lo Spirito, per fermarci a guardare la vita alla luce di Dio: questo è per noi il vero problema!

Ci siamo mai chiesto perché, invece di accompagnarle, sbattiamo le porte? Perché urliamo sempre invece di parlare normalmente? Perché siamo sempre arrabbiati? Perché, se possiamo imbrogliare gli altri, lo facciamo volentieri? Perché nulla più ci commuove? Perché non c’è mai luce nel nostro volto? Perché non sappiamo più esprimere sentimenti nobili? Perché non sappiamo dire “grazie”? Per un motivo molto semplice: perché da “Spirito” che eravamo, ci siamo trasformati in “materia”.

In pratica, cosa significa nel nostro quotidiano? Semplice: siamo infatti materia quando, per esempio, in un nuovo giorno vediamo soltanto gli impegni di lavoro e le opportunità di guadagno; siamo invece spirito quando lo consideriamo una ulteriore possibilità, offertaci da Dio, in cui cogliere l’opportunità di donare amore a Lui e al prossimo; così siamo materia quando ci irritiamo per qualunque cosa, siamo spirito quando ci chiediamo cosa non funziona in noi e cerchiamo di migliorarci; siamo materia quando guardiamo una donna e ci fermiamo alla sola bellezza esteriore, siamo spirito quando vediamo in lei una persona che merita tutto il nostro rispetto; siamo materia quando mangiamo voracemente, siamo spirito quanto “gustiamo” e apprezziamo la bontà del cibo; siamo materia quando respiriamo e basta (avviene in automatico), siamo spirito quando sentiamo che il respiro, è vita, è dono, è la “ruah”, il soffio creatore di Dio; siamo materia quando “udiamo” il canto degli uccelli, il suono di una orchestra, un coro monastico, siamo spirito quando “ascoltiamo” il cinguettio dei primi, l’armonia della seconda, la spiritualità del terzo. L’intera nostra vita, pertanto, può essere allo stesso momento terribilmente materiale o meravigliosamente spirituale, piena di buio deprimente o di luce esaltante: renderla divina, appassionata, entusiasmante, dipende solo ed esclusivamente da noi, dai nostri occhi, dal nostro cuore, dalla nostra anima.

Questo è il motivo perché ci serve veramente una Pentecoste: una crisi, uno scossone, uno Spirito che distrugga i nostri nascondigli, che ci liberi, che ci costringa ad uscire dai nostri cenacoli di paura. Uno Spirito che ci faccia camminare a testa alta sulle vie della vita, incuranti del mondo, impassibili di fronte alle sue insidiose e inutili lusinghe, raggianti nel volto, illuminati dal calore del suo amore. Amen.