venerdì 26 aprile 2019

28 Aprile 2019 – II Domenica di Pasqua


“Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo”. (Gv 20,19-31).

I discepoli dopo essere stati testimoni della tragica fine di Gesù, si rifugiano nel cenacolo: sono molto tristi e scossi per la sua scomparsa, ma anche colmi di rabbia pensando a ciò che è accaduto: il popolo, sobillato dai capi religiosi, ha condannato a morte e ucciso il loro maestro, loro punto di riferimento, ricorrendo a motivazioni pretestuose e false.
Per questo, nel cenacolo, regnava un’atmosfera molto pesante: in un clima di paura per le loro vite, di inconsolabile tristezza per la perdita del loro maestro, di rabbia e odio per i suoi carnefici, Gesù improvvisamente appare in mezzo a loro, e cerca di tranquillizzarli: “Pace a voi”; ossia “state sereni, siate forti, fidatevi di me, perché, come il Padre ha mandato me, io mando voi; dovrete uscire da questo rifugio, andare per il mondo e continuare la missione che io ho iniziato. Andrete senza di me, ma il mio Spirito vi accompagnerà. Ricordate una cosa importante: a chiunque perdonerete i peccati, Dio li perdonerà loro”.
Probabilmente qui Giovanni mette in bocca a Gesù una formula sacramentale, entrata già in uso corrente negli anni in cui egli scrive il suo vangelo. Il senso è comunque molto più vasto di quello strettamente assolutorio del nostro sacramento della penitenza, ed implica anche un comportamento personale che i discepoli devono fare proprio nella loro nuova attività pastorale: un significato suggerito dal verbo greco “afiemi”, che oltre a perdonare significa “lasciate correre”: quindi, nella loro missione tra i popoli, di fronte al male subito, la parola d’ordine è: Perdono, nessuna ritorsione, nessuna vendetta: “Perdona, lascia andare, lascia correre; raccogli i sentimenti negativi che conservi nel tuo cuore (odio, rabbia, dolore, vergogna, ecc.), tirali fuori, liberali, lasciali andare; non conservare nulla di negativo nel tuo cuore, accetta la tua vita così com’è”.
Se non perdoniamo, se non lasciamo correre, significa trattenere dentro di noi emozioni forti come la rabbia, l’odio, il desiderio di vendetta, tutti sentimenti che soffocano il nostro cuore, ci inaridiscono, ci avvelenano la vita, rendendola insensibile a qualunque sollecitudine.
Ci siamo mai chiesto come mai tanta gente sia perennemente stizzita, infuriata, scontrosa, arrabbiata, nervosa? Semplice, perché non perdona, non lascia correre, si offende per ogni sciocchezza, trattiene tutto dentro di sé.
Del resto Gesù raccomanda agli apostoli proprio questo: “Se entrate in una città e i suoi abitanti non vi accolgono, vi rifiutano, vi giudicano, non fatevene una questione personale. Scuotete la polvere dei vostri sandali e andatevene tranquilli” (Lc 10,11). Quindi: “Vi hanno rifiutato, vi hanno detto di no? Siate superiori, lasciate lì vostro disappunto, non portatevelo appresso, non fatevi condizionare, ma proseguite il vostro cammino a testa alta”.
C’è un’altra cosa poi, molto importante, che Giovanni ci sottolinea attraverso il comportamento di Tommaso: che la nostra fede, il nostro amore per Dio cresce, si affina, prende vigore, proprio dalle ferite, dalla nostra vulnerabilità, dai nostri traumi, dal toccare, dal verificare, dal constatare le nostre debolezze.
Nella prima visita fatta da Gesù risorto ai suoi, mancava infatti Tommaso, l’apostolo diffidente, il quale per credere, per immedesimarsi nel Risorto, deve prima di tutto sincerarsi della sua identità, controllando, toccando con la mano le sue ferite. Tommaso, soprannominato “Didimo”, che in greco significa “gemello”, ha anticipato un’esperienza di fede, di tanti suoi “gemelli”, di quelle persone cioè che si decidono a credere in Dio, ad amarlo come merita, soltanto dopo aver “toccato”, “sperimentato” il valore delle prove, delle ferite: in altre parole il loro cammino di fede coincide con il verificarsi di prove dolorose, di prove che lasciano piaghe profonde: solo ragionando, meditando su queste lacerazioni interiori, arrivano alla fede, arrivano cioè a rifugiarsi in Dio, a chiedergli conforto, ad esprimergli tutta la loro debolezza ed il bisogno del suo aiuto. Sono persone che si pongono il problema della fede e del soprannaturale, di un Dio che le ama e le può aiutare, solo di fronte a situazioni estreme, solo quando tutto quello che ritenevano importante, unico, essenziale nella loro vita, improvvisamente frana, scompare, e rimangono soli, a mani vuote, bisognosi di conforto, di rassicurazioni, di protezione, di cure riabilitative.
Quanti cristiani si ricordano di Dio solo in situazioni simili! Solo allora ascoltano la sua voce, solo allora sentono il bisogno di ricorrere a Lui, di mostrargli il loro cuore ferito; solo allora capiscono il valore del suo aiuto, della sua pietà, della sua misericordia.
Tutti nella vita, chi più chi meno, hanno dovuto fare i conti con delle prove, con dei momenti dolorosi, con delle ferite profonde. Sicuramente anche noi. Anche noi siamo diventati inabili, incapaci, dal cuore indurito, a causa delle nostre infedeltà di cristiani tiepidi e superficiali.
E allora dove incontrarlo? Nel nostro “cenacolo”. Corriamo allora anche noi, come i discepoli, entriamo nelle nostre Chiese: entriamo nella casa di Dio con le nostre ferite, le nostre paure, le nostre miserie; accostiamoci umilmente a lui Eucaristia, prendiamolo nelle nostre mani, tocchiamolo, mangiamolo, perché così, come a Tommaso, il nostro cuore esploderà di gioia, di consolazione, di nuovo vigore. È il nostro incontro con Dio, quell’incontro ravvicinato, intenso, potente, che ci permette di sentire la sua voce nitida e suadente: “Metti la tua mano su ciò che ti fa male; tocca ciò che ti fa soffrire, va incontro al tuo dolore; prenditi cura della tua sofferenza, perché, con me, anche tu risorgerai! Non essere più incredulo, ma sii sempre fedele!”. Ecco, è Lui, l’abbiamo finalmente ritrovato: e il nostro cuore non può che ammettere in tutta umiltà e riconoscenza: “Mio Signore e mio Dio!”
Nulla per il cristiano è più terapeutico, nulla è più risanatore, più curativo, più lenitivo dell’Eucarestia. Per noi infatti è impossibile incontrare Dio in sembianze umane, come avvenne per Tommaso: noi su questa terra non potremo mai incontrarlo per strada, in carne ed ossa. Egli si è incarnato una sola volta, si è reso visibile, uomo come noi, in Gesù: ma Gesù è morto oltre duemila anni fa, è risorto e ha raggiunto il Padre in cielo: ha cioè concluso la sua “manifestazione” umana.
Gesù però sapeva di questa nostra maggiore difficoltà nel credere, nel compiere il nostro percorso di fede, rispetto a Tommaso; tant’è che precisa: “Perché mi hai veduto, Tommaso, tu hai creduto; beati quelli che, pur non avendo visto, crederanno”.
Ebbene, quei “beati” siamo noi, ma solo se crederemo realmente e completamente in Lui.
Cosa dobbiamo fare, come dobbiamo comportarci, per coltivare la nostra fede, per fortificarla, per purificarla, renderla assoluta, in modo da credere profondamente nel Signore pur non avendolo incontrato durante la sua vita umana? C’è un metodo eccellente: frequentando l’Eucaristia. Solo nella Messa noi possiamo infatti incontrare Gesù, possiamo vederlo, sentirlo, toccarlo. E questo ci deve spingere a frequentare sempre con grande attenzione e spiritualità le nostre Eucaristie, senza confondere mai il “fine” con i “mezzi”, con gli “accessori scenici che tanto piacciono al nostro esibizionismo: perché i “mezzi” - come il canto, le letture, l’omelia, i riti liturgici - servono solo per farci raggiungere il fine, l’essenziale, che è appunto quello di “incontrare” Dio, di parlargli, di toccarlo con le nostre mani, di adorarlo. Se la nostra messa non raggiunge tale intimità, se usciamo dalla Chiesa senza portare con noi la sensazione chiara, netta, lucida, di averlo sentito vivo, presente, palpitante in noi e attorno a noi, dobbiamo porci delle serie domande sulla nostra fede, sulla nostra vita cristiana; perché l’Eucarestia non è una sacra rappresentazione, non celebra la memoria di un morto, ma rende vivo un Vivo: ogni volta che facciamo Eucaristia noi riviviamo infatti l’intera esperienza pasquale, Dio riattualizza con noi e per noi il suo sacrificio di salvezza, facendosi per noi realmente carne e sangue, cibo insostituibile per la crescita soprannaturale della nostra fede.
Ecco allora perché per noi cristiani l’Eucarestia è un’esperienza sanante, guaritrice, un incontro autentico con Colui che è Vita, con Colui che ci dà vita.
Dobbiamo dunque avere il coraggio di porci delle domande dure, precise, oneste, per non continuare a prenderci in giro: “Le mie Eucarestie sono veri momenti di vita? Sono esperienze vive col Signore Risorto? Sono un’abitudine da portare avanti, spesso malvolentieri, oppure sono vere occasioni per incontrarmi con Gesù? Dopo l’Eucarestia mi sento di dire a me stesso: Sì, io l’ho visto, l’ho taccato, l’ho incontrato e Lui ha parlato al mio cuore?”.
Giovanni, concludendo il vangelo di oggi, dice: ho scritto tutto questo perché voi tutti “crediate che Gesù è il Cristo, e perché abbiate la vita”: ecco, questo in sintesi significa fare Eucaristia: credere e vivere la Vita. Amen.


giovedì 18 aprile 2019

21 Aprile 2019 – Solennità di Pasqua


“Il primo giorno della settimana, Maria di Magdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!” (Gv 20,1-9).

Oggi celebriamo la Pasqua, il giorno della Risurrezione del Signore: esultiamo e rallegriamoci, perché in questo giorno particolare Dio ha “ricreato” il mondo, l’umanità intera.
Dio, fedele nell’amore eterno per le sue creature, non si è mai rassegnato al crollo del suo capolavoro, non è mai rimasto indifferente alla distruzione di quel rapporto di intima amicizia che lui con tanto amore aveva instaurato con l’uomo.
Oggi Dio fa “tabula rasa” del passato, riparte da zero, ripristina ex novo il creato. Questa volta non in prima persona, ma per mezzo di suo Figlio Gesù, il Verbo presente con Lui fin dal “principio”, che per consentire alle creature di tornare ad essere l’originale immagine del Padre, si è “incarnato”, è diventato anche lui “creatura.
È la vita nuova in Cristo. È la nuova creazione. Grazie alla Pasqua del risorto, il mondo, le creature, l’intera creazione, si sono finalmente riconciliati col Padre. L'uomo, ha potuto riprendere il dialogo interrotto con il suo Dio, ha potuto finalmente ritrovare il vero, autentico senso della vita, della sua esistenza.
Ma l’azione redentrice di Cristo non si è fermata al passato: Egli non si è limitato a risorgere solo allora, ma continua ogni giorno, ogni ora, a risorgere in noi: è il “Risorgente”, è colui che con la sua vittoria sulla morte, continua a far cadere quei massi che, per le nostre ricorrenti infedeltà, continuano ad ostruire la sensibilità del nostro cuore. La Pasqua del Cristo è per noi energia rigenerante, apertura a vita nuova, risveglio dal nostro dormire, ascesa in alto.
Pasqua insomma è la festa dei macigni che rotolano via dal nostro cuore, spalancandolo ad una primavera di rapporti divini e di vita nuova.
Ma, in pratica, cosa significa “risurrezione” per noi? È un’esperienza che faremo solo dopo la nostra morte, oppure va affrontata nel presente, giorno dopo giorno? In tal caso, quando e come viverla? Quali i suggerimenti, i messaggi, le indicazioni che possiamo trarre dal vangelo di oggi? Leggiamolo con attenzione.
Ciò che immediatamente colpisce è senza dubbio il comportamento dei tre protagonisti: Pietro, Giovanni il discepolo che “Gesù amava”, e Maria Maddalena.
Tutti e tre, la domenica di buon mattino, vanno al sepolcro: Maddalena per prima, da sola, gli altri, subito dopo, riaccompagnando la donna per appurare se la notizia della sparizione del corpo di Gesù, da lei riferita, corrisponda al vero.
E qui abbiamo un primo messaggio: per verificare la nostra risurrezione dobbiamo prima di tutto “andare” al sepolcro, entrarvi dentro: dobbiamo cioè scendere materialmente in noi, raggiungere la nostra “tomba”. Dobbiamo vincere quell’innato sgomento che proviamo nel confrontarci con i grandi misteri della vita: con la morte, la fine di ogni cosa, la rottura di ogni equilibrio, il buio totale con cui il tempo si avvolge: dobbiamo esorcizzare queste umane realtà, dobbiamo entrare in noi, con forza e determinazione, perché solo così potremo scorgere la luce sfolgorante della nostra “risurrezione”. Prima però dobbiamo fare i conti con quella “pietra” enorme, con quel pesante macigno, che ostruisce l’entrata: è la nostra arroganza, è l’orgoglio atavico che frena, che blocca sul nascere qualunque nostro tentativo di rinnovamento, di rinascita interiore, di risurrezione: “Adesso cosa faccio?”. La difficoltà ci frena: è una pietra troppo pesante, ingombrante, inamovibile: non ce la faremo mai! Quante volte ci arrendiamo in partenza, quante volte ci rassegniamo al nostro puntuale cadere, senza opporre alcuna resistenza, senza neppur tentare qualche manovra di riscatto. È proprio vero: siamo dei rinunciatari, siamo dei perdenti.
Amiamo cullarci beatamente in quell’orgoglio nefasto che inibisce, vanifica ogni nostra timida aspirazione di risurrezione: dobbiamo spogliarci ad ogni costo del nostro falso perbenismo, della nostra ipocrisia, dobbiamo avere il coraggio di manifestare le nostre fragilità, le nostre debolezze, le sofferenze che ci tormentano l’anima, le prepotenze, le cattiverie, le umiliazioni, che abbiamo fatto o subito nella solitudine, nel silenzio, nel pianto. Dobbiamo insomma rimuovere la “pietra” dei nostri segreti inconfessati, talvolta inconfessabili; la “pietra” del non riuscire a lasciarci andare, ad abbandonarci nelle mani di Dio, a godere del suo amore; la “pietra” del sentirci vuoti, del non-riuscire a dare un senso alla nostra vita; la “pietra” del terrore della morte, della solitudine, delle sofferenze. Tutti dobbiamo fare i conti con una “pietra” del genere: una pietra che in ogni caso deve essere rimossa, deve assolutamente “rotolare via”, per consentirci di realizzare la nostra risurrezione.
Ma proseguiamo nella nostra lettura. Appena La Maddalena annuncia ai discepoli la scomparsa del corpo di Gesù, Pietro e Giovanni corrono immediatamente al sepolcro: Giovanni, più giovane, corre più veloce ed arriva per primo: ma, una volta giunto, aspetta che anche Pietro, più anziano e quindi più lento di lui, sopraggiunga. A questo punto Giovanni evidenzia una sottile diversità nel loro comportamento: entrambi corrono al sepolcro: ma solo Giovanni, prima di entrare, si china verso l’interno, guarda, intuisce qualcosa; Pietro al contrario entra deciso e osserva distrattamente gli oggetti: “i teli posati là e il sudario”. Ora, “inchinarsi”, indica l’atteggiamento di umiltà di chi è disposto a mettere da parte, ad abbandonare, le proprie idee, i propri ragionamenti, i propri schemi; Giovanni, di fronte a ciò che vede, è disponibile a lasciarsi plasmare, a mettersi in gioco, a cambiare mentalità, mentre Pietro, testa dura, non si china, gli manca quell’umile disponibilità, non percepisce alcunché di speciale, continua a rimanere nelle sue convinzioni.
Entrambi fanno una bella corsa: condizione fondamentale, decisiva. Se ci rassegniamo, se ci immobilizziamo, se ci paralizziamo, convinti che non c’è più niente da fare, che la vita non ha più senso, nulla ci sarà mai possibile. Se non ci muoviamo dalle nostre fissazioni, se rifiutiamo di provare, di metterci in gioco, il fallimento è assicurato in partenza!
Pietro e Giovanni, con il loro comportamento, ci suggeriscono due modi diversi di accostarci al Dio della vita, alla fede in lui: quello della razionalità e quello del sentimento. Se da un lato la mente, il raziocinio, ci servono per capire, per spiegare, per interpretare il senso del suo esistere, dall’altro c’è il cuore, c’è l’anima, la vitalità, lo stupore, che ci spiegano il suo Amore per noi, facendoci appassionare, innamorare, inebriarci completamente di lui.
Allora, quando parliamo con chi ci sta a cuore, con le persone che amiamo, con i nostri figli, impariamo a guardarli negli occhi, entriamo dentro la loro anima: prestiamo attenzione non solo a quel che dicono ma soprattutto alle vibrazioni del loro cuore; in altre parole “ascoltiamo” la loro anima, cogliamo la sua loro gioia, il loro amore, i loro entusiasmi e le loro delusioni, la loro gioia e la loro tristezza.
Quando andiamo in chiesa, ascoltiamo nel silenzio il nostro cuore che vibra percependo forte e chiara la presenza di Qualcun altro dentro di noi, di Qualcuno con cui parlare, con cui confrontarci, con cui aprirci, a cui affidarci. Forse all’inizio sentiremo emergere dal passato solo lo strepitare di demoni e mostri: momenti brutti della vita, situazioni tragiche, scelte errate, cadute dolorose. Ma poi, nel riconoscere umilmente le nostre infedeltà, nell’abbandonarci fiduciosi alla sua misericordia, sentiremo solo Lui, lo Spirito avvolgente dell’Amore, la sorgente inesauribile della Vita, lo splendore abbagliante della Grazia e del perdono ottenuto; scopriremo allora che sì, uscire dal gelo della morte, dalla tirannia del male, è veramente possibile; scopriremo che quello che stiamo provando è la nostra Pasqua, è la nostra risurrezione.
Terzo personaggio, a colpire la nostra attenzione, è Maria Maddalena.
Maria, come ce la presenta Giovanni, è una donna che ha amato follemente Gesù: lo ha amato in maniera forte, passionale, viscerale. Gesù le aveva ridato la vita, liberandola da sette demoni, e lei in cambio gli aveva donato tutta sé stessa. Quella mattina, strada facendo, si rende conto che “il suo grande amore” non c’è più, è morto; lei è rimasta sola: l’unica consolazione rimastale è di stare più vicina possibile a quel corpo martoriato, averne amorevole cura. Giunta però al sepolcro, un nuovo angosciante dolore si aggiunge al precedente: il corpo di Gesù è scomparso: impietrita, col pianto in gola, corre dai discepoli: “Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto”, comunica loro tra i singhiozzi.
È sconvolta, c’è da capirla, può succedere a chiunque: anche perché lei considerava quel corpo scomparso una sua esclusiva proprietà, era il “suo” Signore, di nessun altro.
Un’abitudine abbastanza comune quella di considerare gli amici, i nostri cari, le persone che amiamo come se ci appartenessero, come se fossero una nostra “esclusiva”: in realtà nessuno è “nostro”, nessuno ci appartiene. Pretenderlo è fuorviante, improponibile. È senz’altro giusto e doveroso amare le persone care, i nostri famigliari, i nostri figli: ammiriamoli, siamone orgogliosi, riserviamo loro tutto il nostro amore, ma non soffochiamoli con le nostre gelosie, con le nostre asfissianti attenzioni. Non “possediamoli”, non fagocitiamo la loro vita. Seguiamoli, indirizziamoli sulla strada della maturità interiore, rimaniamo sempre presenti al loro fianco, offriamo loro il supporto della nostra esperienza e del nostro amore, ma non permettiamoci mai di annullare la loro personalità. Ammiriamoli, gioiamo con loro, esultiamo per i loro successi, consoliamoli e incoraggiamoli nei loro fallimenti: ma non dimentichiamo mai che ciascuno ha davanti a sé la strada della propria vita da percorrere: e quella che stiamo percorrendo noi è decisamente diversa dalla loro.
Tutto ciò che ci riguarda nel presente è destinato a passare, a lasciarci, a morire. Rimanere costantemente condizionati da ciò che è stato, equivale a morire, significa “morte”, significa “immobilismo”, significa rinunciare ad andare avanti. Se ci fermiamo a guardare indietro non andremo mai avanti. E allora, non attacchiamoci morbosamente a nulla: non alle persone, non alle cose, non ai problemi: se siamo arrabbiati per degli insulti; se ci brucia l’essere stati diffamati e calunniati in pubblico, se ci sentiamo traditi, umiliati, messi da parte da chi stimiamo, da chi amiamo, non tratteniamo nulla: perdoniamo, lasciamo correre, non rimaniamo schiavi degli eventi: piuttosto viviamo, prendiamo in mano la nostra vita, guardiamo in alto, concentriamoci solo su ciò che vale, su ciò che è eterno: Se vogliamo “vivere” la Vita vera, dobbiamo prima affrontare la morte, dobbiamo uscirne vincitori. È la grande verità della Pasqua: per risorgere, dobbiamo accettare di morire a noi stessi, al nostro egoismo, al nostro orgoglio, al nostro mondo. È sradicando il male dal nostro cuore “traviato” che torneremo a vivere.
Siamo figli della Vita, stiamo con la Vita, risorgiamo col Dio della Vita. Questa è la nostra risurrezione, questa è la Pasqua che auguro a tutti. Amen.


BUONA PASQUA!


giovedì 11 aprile 2019

14 Aprile 2019 – Domenica delle Palme


Passione di nostro Signore Gesù Cristo 
(Lc 22,14-23,56).

La liturgia di oggi ci presenta la storia della passione. Ogni evangelista offre un resoconto “personalizzato” di come si sono svolti i fatti, di come lui li ha “visti” con i suoi occhi. Un evento traumatico che ha “segnato” il cuore di ciascuno in maniera diversa. Abbiamo infatti uno stesso racconto, ma con sfumature diverse, con chiavi di lettura differenti: piccoli elementi che rendono il racconto della passione non una semplice cronaca, ma una raccolta di esperienze e di emozioni personali, con le quali ogni singolo autore ha voluto lasciarci, di Gesù sofferente, una sua immagine personale, quella che lui, rivivendola nella sua memoria, ha poi descritto per noi.
Si tratta, ripeto, di lievi sfumature, di piccole sottolineature, che possiamo rilevare soltanto attraverso una lettura trasversale dei racconti: annotazioni personalissime, quasi intime, ma di grande incisività, dalle quali possiamo sicuramente trarre interessanti considerazioni e utili suggerimenti per la nostra vita spirituale.
Accostiamoci allora umilmente alla lettura di questi testi: sicuramente anche questa volta, come ogni anno, essi ci suggeriranno cose nuove, apriranno il nostro cuore a nuove emozioni: ci parleranno della passione di Gesù, ma in maniera diversa; forse avremo modo di identificarci meglio in un personaggio piuttosto che in un altro; probabilmente ci colpiranno più in profondità espressioni, che in passato non abbiamo colto, e che susciteranno in noi sentimenti ed emozioni fino ad oggi sconosciuti.
Partiamo per esempio dal racconto di Luca.
Per Luca Gesù è colui che perdona tutti. Egli rende migliori i vari personaggi: i discepoli rimangono fedeli a Gesù nelle prove; nel Getsemani essi si addormentano solo una volta e non tre come negli altri racconti, e il loro è un sonno particolare, di “profonda tristezza”; gli accusatori non presentano “falsi testimoni”; Pilato per ben tre volte tenta di liberarlo perché lo ritiene innocente; il popolo è addolorato” per ciò che succede e perfino uno dei due ladroni è fondamentalmente buono. In Luca Gesù si preoccupa di tutti: guarisce l’orecchio del servo durante l’arresto, si preoccupa per la sorte delle donne mentre sale sul Calvario, perdona i suoi crocifissori e promette il paradiso al ladrone pentito.
Per Marco, Gesù è l’abbandonato. Tutti lo abbandonano, ma proprio tutti. I discepoli, dal monte degli Ulivi in poi, lo lasciano solo: mentre Gesù prega, per ben tre volte si addormentano; Pietro, riconosciuto come uno dei suoi discepoli, nega imprecando di conoscerlo; un altro discepolo, Giuda, lo tradisce. Tutti fuggono: uno perfino lascia lì la veste pur di fuggire lontano da lui. Romani e Giudei sono cinici: lo lasciano appeso alla croce sei ore e durante tutto questo tempo lo scherniscono. Perfino quando Gesù, morendo, esclama: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”, lo deridono. Insomma in Marco i suoi amici più cari, quelli più intimi, quelli con i quali aveva condiviso le gioie e le fatiche, quelli che avevano detto: “Noi, non ti abbandoneremo mai”, perfino quelli, nel momento critico lo lasciano solo.
Per Giovanni, invece, Gesù è l’uomo/Dio che va incontro consapevolmente e volontariamente al suo destino. Anche se viene giustiziato, in realtà è Lui il vero vincitore. È il sovrano per eccellenza, il padrone di sé stesso che lancia una sfida al mondo: “Io offro la mia vita per la salvezza di tutti, ma poi me la riprendo di nuovo. Perché nessuno potrà mai togliermela!”.
Nel Getsemani egli non prega il Padre di liberarlo dall’ora della prova e della morte, come avviene negli altri vangeli, perché quell’ora costituisce il traguardo finale di tutta la sua vita terrena.
I soldati romani e le guardie del tempio, che vanno ad arrestarlo, cadono a terra tramortiti quando egli ammette la sua identità dicendo: “Sono io”. Gesù è così sicuro di sé che il sommo sacerdote si sente offeso; Pilato ha paura di fronte al Figlio di Dio che gli dice: “Tu non avresti nessun potere su di me, se non ti fosse dato dall’alto”. Inoltre: Gesù porta da solo la propria croce, senza l’aiuto del Cireneo; la sua regalità è confermata in tre lingue; Egli non è solo ai piedi della croce, ma con lui c’è sua madre e il discepolo che egli amava; non grida: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato”, perché il Padre è sempre con lui; le sue ultime parole esprimono la fine di una “missione”, la consapevolezza di aver eseguito puntualmente quanto previsto dal Padre: “Tutto è compiuto”. Perfino la sua morte è fonte di vita perché dal suo cuore squarciato sgorga acqua viva. La sua sepoltura non è improvvisata, come negli altri vangeli; grazie a Nicodemo, il corpo è cosparso di cento libbre di mirra e aloe, come si conviene ad un re. Perché lui, per Giovanni, è l’unico vero re: è colui che dominando sempre la scena, porta a compimento la sua missione fino in fondo, con grande dignità e regalità.
Infine Matteo. Egli cerca di dare una risposta al quesito drammatico che lacera la sua anima: chi è il vero colpevole della morte di Gesù? Egli è categorico: tutti, in qualche modo, hanno contribuito alla sua crocifissione, chi direttamente, chi indirettamente, chi attivamente, chi passivamente, non facendo nulla per fargliela evitare.
Per esempio Giuda? Giuda s’impicca perché si rende conto di essere stato un fantoccio in mano ai sommi sacerdoti: non è stato altro che una insignificante pedina mossa da imbroglioni e bari in una partita truccata. È una nullità che per denaro, per avidità, vende Gesù e, tutto sommato, vende sé stesso. Poi schiacciato dai rimorsi, non regge e si uccide. Come lui sono tutte quelle persone pronte a disfarsi di tutto ciò che hanno di più bello: non si accorgono che per il successo, per la carriera, per il denaro, per i soldi, stanno svendendo l’anima. Poi un bel giorno si svegliano e si accorgono di essere dei falliti, vuoti, insoddisfatti, senza più nulla; si lasciano andare alla deriva, consumano inutilmente la loro vita nell’apatia e nell’indifferenza, finché un giorno, davanti alla morte, si accorgeranno che la loro anima è morta già da molto tempo!
Come Pietro? Pietro è l’uomo dei grandi entusiasmi: “Io non ti rinnegherò mai, Signore”. È l’uomo dalle acute intuizioni, dalle solenni affermazioni, cui fanno seguito rovinose cadute, immediati ripensamenti, che annullano ogni sua fermezza, ogni suo proposito. È l’uomo “roccia” per eccellenza, il più affidabile tra i discepoli, che però, in maniera puerile, d’impulso, tradirà per ben tre volte il suo maestro e amico. Come Pietro sono tutti coloro che non si conoscono in profondità: gente che si eccita all’idea di spaccare il mondo, che fa progetti ambiziosi, che promette amore eterno, che giura eterna fedeltà, ma che al dunque si defilano, si rivelano degli eterni inconcludenti. Forse in cuor loro sono anche convinti nei loro entusiasmi, ma purtroppo sono dominati da tanta, troppa, presunzione; o, più semplicemente, da tantissima ignoranza: insomma non si conoscono, non conoscono i risvolti, le conseguenze delle loro affermazioni; non sanno cosa significhi “fedeltà, continuità, sacrificio, lotta”. Sono tutti quei cristiani tiepidi, superficiali, che si accostano puntualmente ai Sacramenti, che vanno a messa tutte le domeniche, che pregano Dio ogni giorno, che gli promettono a cuore aperto, amore, dedizione, lealtà: ma poi? Sono quelli che dopo una meditazione, una catechesi, un ritiro, una bella predica, giurano con entusiasmo a Dio di seguirlo con passione, di amarlo concretamente nei fratelli, attraverso una vita di intensa carità: ma poi? Sono quelli che, dopo ogni peccato, dopo ogni caduta, ogni infedeltà, si pentono sinceramente, fanno voti a Dio di non ricadere mai più nelle loro miserie umane, promettono di convertirsi, di cambiare completamente vita: ma poi?...
Colpevoli come Pilato? Pilato se ne lava le mani e con questo gesto crede di tirarsi fuori, di essere esente da ogni responsabilità. Ma come lui sono tutti quelli che dicono: “Io non c’entro”, e si credono a posto, si sentono tranquilli. Se c’è un problema in famiglia con i figli, spariscono, tanto c’è la madre! Se c’è un problema in parrocchia o nel condominio dove vivono, non è problema loro. Di fronte a chi soffre, a chi vive nella disperazione, a chi è in grave difficoltà, si tirano indietro: “cosa c’entro io? Ci pensino quelli che sono incaricati a questo!”.
Come la folla? La folla è “il popolo bue”, la gente che si lascia condizionare dall’ultima moda, dall’ultima tendenza. I sacerdoti e gli anziani la persuadono a gridare “Barabba”: e tutti loro eseguono: uno li precede urlando, e tutti a seguirlo urlando. La folla raccoglie in particolare le persone deboli che si lasciano condizionare, influenzare: quelli che si rifiutano di ragionare sulle cose, che vivono di frasi fatte, preconfezionate, delle chiacchiere che raccolgono in giro.; quelli che non riescono a sostenere un ideale, una posizione personale; quelli che assorbono avidamente qualunque panzana del personaggio di turno; quelli che stupidamente pensano che il Grande Fratello o l’Isola dei Famosi, rappresentino importanti esperienze culturali di vita.
La folla non ha personalità: si presenta soprattutto in “gruppi”, associazioni, movimenti, nei quali i “singoli” che ne fanno parte, si sentono esenti da qualunque responsabilità diretta; è successo all’epoca con Gesù, e succede ancora oggi, ogni santo giorno, in cui la folla moderna continua tranquillamente a crocifiggerlo.
Gesù, nella sua misericordia, continua comunque a perdonare tutti, continua a “giustificare” il mondo: “non sanno quello che fanno!”. La gente si comporta così, perché vive nel buio, nelle tenebre, nell’ignoranza: fondamentalmente non è cattiva, ma è profondamente inquieta, turbata, ansiosa, vive in una totale cecità spirituale: non riesce a liberarsi, a dar voce al proprio caos interiore; non conosce sentimenti vitali, come la misericordia, la tenerezza, l’amore.
Gesù ci perdona non perché condivide ciò che facciamo; ma perché sa che siamo ignoranti, che siamo ciechi, che confondiamo facilmente il male con il bene e il bene con il male; che siamo convinti di essere religiosi, praticanti, quando al contrario viviamo lontani da Lui.
Quante persone oggi vivono così! Convinti di essere i padroni della loro vita, i programmatori della loro esistenza, quando invece sono semplici spettatori, oziosi e indifferenti, degli eventi che fuggono. Dicono: “La vita è mia, tutto dipende da me”, ma non si accorgono che è la vita che li trascina nelle varie situazioni. Credono di conoscersi, ma non sanno dire né chi sono, né cosa realmente vogliono; credono di conoscere Dio, la religione cattolica, la Chiesa, i sacramenti, perché hanno letto qualche libro, hanno visto qualche trasmissione televisiva, o ascoltato qualche catechesi. Ma non è con le chiacchiere, non è facendo sfoggio di una pseudo cultura, posticcia e approssimativa, che si dimostra di conoscere e amare Dio. Anzi è proprio l’ignoranza, soprattutto quella “travestita” orgogliosamente da “conoscenza”, che uccide, che distrugge, che umilia ogni nostro tentativo di avvicinarci ad una fede autentica.
Ebbene, nonostante ciò, nonostante la nostra vita continui ad essere tiepida e inconcludente, al minimo cenno di un nostro risveglio, di un nostro pentimento, Dio è sempre pronto a perdonarci. Perché proprio per questo Egli ha accettato il patibolo della croce.
Viviamo allora questa settimana santa, in preparazione alla Pasqua, meditando nel silenzio del nostro cuore i racconti della Passione di Gesù: leggiamo e ascoltiamoci. Sentiremo ancora parole che già conosciamo bene: ma quest’anno siamo noi ad essere diversi rispetto all’anno scorso: siamo più anziani, forse il nostro cuore ha bisogno di ulteriori nuove rassicurazioni. E allora, nel silenzio adorante di chi è consapevole di trovarsi di fronte non solo alle vicende del Figlio di Dio, ma anche alle nostre vicende umane, lasciamo che quelle parole ci entrino dentro, ci portino pace e serenità alla nostra anima. Amen.


giovedì 4 aprile 2019

7 Aprile 2019 – V Domenica di Quaresima


«Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?» (Gv 8,1-11).

Le primissime comunità cristiane avranno senz’altro faticato ad accettare e condividere il messaggio di questo vangelo, indulgente e buonista, apertamente in contrasto con la loro mentalità ancora “mosaica”, rigida e intransigente, in fatto di leggi matrimoniali.
Ma vediamo cosa ci dice il testo di Giovanni.
Siamo all’interno del tempio. Gesù sta insegnando ad una folla attenta e silenziosa, quando improvvisamente un gruppo di facinorosi, guidati dai custodi del tempio, scribi e farisei, gli trascinano davanti una donna, colta in flagrante adulterio e pertanto, come prevede la legge mosaica, meritevole di morte.
Il testo non dice se il fatto sia realmente accaduto, da chi sia stato scoperto, né se la donna sia stata regolarmente processata: in ogni caso, nel condurla fuori dalle mura cittadine per lapidarla, la portano davanti a Gesù. Sono in tanti, un gruppo numeroso; Gesù al contrario è solo. Il gruppo, come sempre, dispone di un enorme potere di azione in quanto tutela l’identità del singolo, fa in modo cioè che i singoli componenti non si sentano personalmente responsabili del loro operato. Nel branco, ognuno nasconde la propria responsabilità; tutti si sentono liberi di fare qualunque gesto, soprattutto quelli che, da soli, non avrebbero mai il coraggio di compiere.
Ai farisei e agli scribi, in realtà, non interessa né la donna, né il suo adulterio; il loro vero obiettivo è mettere in difficoltà Gesù: “Tu che ne dici?”, perché qualunque cosa egli dica, qualunque opinione egli esprima, verrebbe in ogni caso interpretata in senso negativo: se contro la lapidazione della donna, verrebbe accusato di non condividere la legge dei suoi Padri; se al contrario si dichiarasse favorevole alla sua condanna, automaticamente si metterebbe contro il potere degli occupanti romani, gli unici ad avere l’autorità di condannare a morte qualcuno.
Quindi in entrambi i casi, essi avrebbero avuto un ottimo preteso per denunciarlo alle autorità.
La folla presente, ovviamente, è tutta favorevole alla condanna a morte della donna: senza alcun processo, senza alcun giudizio, senza che nessuno si sia preso l’iniziativa di interrogarla sui reali motivi del suo “tradimento”: se cioè l’avesse fatto per piacere o per paura, se costretta o addirittura per vendetta; se trasgrediva per abitudine oppure se quella fosse stata un caso isolato. Le possibilità sono tante. Perché, chissà: forse il marito la picchiava, la tormentava, la umiliava; forse la trattava da schiava. Insomma nessuno in quel momento si era preoccupato di scoprire se per caso quel gesto nascondesse una situazione famigliare critica, se quel “reato” presentasse vari gradi di responsabilità, legati ciascuno a diversi gradi di pena.
Quella folla si limita solo a giudicare: è successo, quindi, deve morire! Senza appello, senza attenuanti: sembra quasi di assistere a tante situazioni “moderne”, a tante condanne dei nostri giorni basate sul nulla! Gente che si diverte a insinuarsi nella vita privata degli altri, a divulgare pettegolezzi, a creare scandali e maldicenze, a malignare su notizie “piccanti”, spesso costruite ad arte per ricavarne pubblicità e guadagni.
È purtroppo la nostra cronaca quotidiana: organi di informazione che gareggiano nella diffusione di autentica spazzatura; trasmissioni televisive idiote, in cui conduttori e conduttrici idioti, con opinionisti altrettanto idioti, propinano spettacoli di squallido voyerismo, basati puntualmente sul turpiloquio, sulla volgarità, sul sesso, sulla scurrilità.
È la triste immagine di questa nostra società senza più morale, priva di qualunque spiritualità, che si grufola quotidianamente in tale maleodorante pattume. Una società tragicamente vuota, asfittica, in cui una massa di guardoni decerebrati cerca giustificazione della loro nullità, confrontandosi morbosamente con trasgressioni, deficienze, debolezze, del vivere altrui
A questo genere di miserabili Gesù, nel tempio, impartisce una solenne lezione di vita. 
Di fronte alle accuse contro quella donna, generiche, pretestuose, improbabili, forse costruite ad arte, egli tace: non la guarda neppure, quella poveretta, non la condanna; china semplicemente il capo, e per dimostrare agli accusatori la sua disapprovazione per tale sceneggiata, si abbassa, e si mette “a scrivere col dito per terra”.
A Lui in quel momento non interessa l’eventuale peccato della donna: nella sua sensibilità, percepisce invece il suo grande dolore, il suo profondo disagio: egli sa che dietro a quella poveretta c’è una storia umana, un volto, un cuore, una persona con i suoi sentimenti, con le sue difficoltà, con i suoi problemi, ed ora, come se non bastasse, con la sua onorabilità calpestata.
Ai suoi accusatori invece non interessa nulla, vogliono soltanto sentire in fretta l’opinione di Gesù. Ma Egli continua a scrivere per terra in silenzio; prende tempo. Loro insistono per una risposta immediata, ma lui non gliela dà. È pieno di rabbia per questo, è contrariato per la loro rozza crudeltà e, nel silenzio, vuol scaricare la sua indignazione: vuole essere nuovamente calmo, lucido, obiettivo.
Finalmente, rivolto ai presenti, sentenzia: “Chi di voi è senza peccato scagli per primo la pietra”. In pratica egli accetta che la “peccatrice” venga lapidata, ma ad un’unica condizione: che quanti intendono scagliare anche una sola pietra, siano irreprensibili di fronte a Dio, siano cioè dei puri, corretti in tutto, immuni da qualunque peccato, innocenti da qualunque colpa: “Chi di voi in coscienza è convinto di essere in tale stato, si faccia pure avanti!”.
A questo punto però avviene l’impensabile: alle parole chiare e inappellabili di Gesù tutti si eclissano: uno alla volta, di nascosto, disinvoltamente, silenziosamente, se ne vanno, escono dal tempio, lasciando soli Gesù e la donna.
Ora finalmente Egli si volge verso di lei, le parla, la chiama semplicemente “donna”: e lo fa con rispetto, con amore, quasi con umiltà, restituendole, con questa parola, la sua dignità ingiustamente oltraggiata, rivivendo con lei il suo dramma interiore.
Non la giustifica, non le dice: “Brava, ti sei comportata bene!”. Ma: “Va’ e d’ora in poi non peccare più”. In altre parole: “Anche se hai sbagliato, quel che è successo, è successo: vedi ora di non ricadere mai più. Io ti perdono, ma tu diventa diversa, nuova, migliore, perché se vuoi tu puoi esserlo!”.
Parole consolanti, che valgono anche per tutti i peccatori di questo mondo. Gesù fa leva sempre sui nostri buoni propositi, sui sentimenti che custodiamo nel profondo dell’anima. Non infierisce sulle nostre infedeltà, sulla nostra cattiveria perversa, ma ci esorta ad uscirne fuori definitivamente.
Un cammino a volte difficile, in cui non dobbiamo mai essere indulgenti con noi stessi, mai rinunciatari, remissivi: dobbiamo invece combattere strenuamente, senza sosta, dobbiamo reagire, avere tanta fede. “Aver fede” significa infatti “aver fiducia”, avere cioè la certezza, che con l’aiuto di Dio possiamo affrontare e superare qualunque difficoltà.
Gesù è sempre dalla nostra parte, egli ama tutte le sue creature. Come alla donna peccatrice Egli ci ripete: “Sì lo so, avrai anche sbagliato, ma convertiti, io credo in te”.
È sempre bello sentirsi amati: sentirsi incoraggiare, sentirsi dire, da qualcuno, che crede in noi, che crede nelle nostre forze, nelle nostre possibilità, che va oltre i nostri errori, i nostri limiti, che ci ridà fiducia. È bello perché ci fa sentire grandi, rispettabili, potenti: ci fa sentire, in una parola, delle “persone” vere, autentiche, autosufficienti.
È attraverso lo sguardo benevolo di Dio, attraverso il suo amore, infatti, che riusciamo a renderci conto di come realmente siamo, di come dovremmo essere, di come, con l’aiuto di Dio, sicuramente saremo.
Preghiamo allora il Signore che ci illumini con il suo sguardo paterno: mettiamoci umilmente alla sua presenza, e diciamogli: “Tu, Gesù, credi in me; lo capisco, lo sento, ne sono convinto. Non posso più deludere questa tua fiducia, questo tuo amore, questa tua aspettativa; voglio risorgere dalle mie debolezze, dalle mie infedeltà, perché voglio finalmente essere come tu mi vuoi, per poterti finalmente amare come meriti”. Amen.


giovedì 28 marzo 2019

31 Marzo 2019 – IV Domenica di Quaresima


“Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta” (Lc 15,1-3.11-32).

Il vangelo di questa domenica ci presenta un testo “classico” della quaresima: la parabola del figliol prodigo o del Padre misericordioso. Una delle parabole più incisive del Vangelo che ci descrive in maniera sublime il comportamento di un Padre innamorato che riabbraccia con gioia il figlio che è ritornato a casa, nonostante se ne fosse andato sbattendo la porta, e gli avesse estorto insolentemente un’eredità che non gli spettava. Un Padre che lo perdona e che dimentica tutte le offese, che lo stringe al suo cuore, dimostrandogli tutto il suo amore, la sua dolcezza, la sua misericordia.
È una parabola molto gratificante per noi poiché, nei nostri rapporti con Dio, stabilisce una nuova “meritocrazia” non più si basata sul “quanto”: “Quanto preghiamo; quanto siamo religiosi; quanto siamo bravi; quanti errori abbiamo evitato; quanto siamo in regola con le leggi”. Il nuovo criterio di valutazione, è soltanto: “Tu ami?”. Perché Dio, rapportandosi a noi, per primo dice: “Io ti amo. Ho fiducia in te; credo in te, al di là di quello che sei veramente, al di là di ciò che hai fatto. Io ti amo, e ti aiuterò a rialzarti quando cadi, perché io sarò sempre al tuo fianco”.
È una parabola in cui l’amore paterno ha il sopravvento sull’ingratitudine e la cattiveria dei suoi figli. Due figli che sembrano diversi, che hanno comportamenti solo apparentemente opposti; ma che in realtà hanno lo stesso problema: entrambi non si sentono apprezzati dal padre, entrambi non lo amano, anzi lo considerano addirittura un nemico: entrambi sono dominati dall’egoismo, entrambi si comportano non da figli, ma da mercenari.
Il minore cerca di arraffare quanto più può dei beni del padre: lotta addirittura contro di lui, pretende da subito un’eredità che può far sua soltanto dopo la morte del genitore. Praticamente gli dice: “Tu per me sei già morto. Non ho più nulla a che vedere con te: perciò mi prendo quanto mi spetta e me ne vado, tu per me non esisti più!”.
Il maggiore a sua volta dice: “Io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando”. In pratica fa capire al padre di sentirsi trattato come un servo, uno schiavo: gli ha sempre dimostrato rispetto e ubbidienza, è vero, ma in cuor suo covava rabbia, risentimento, odio: il padre, troppo preso dalla perdita del minore, non si sarebbe accorto di lui, non avrebbe apprezzato il suo lavoro, il suo attaccamento al dovere. Egli ha vissuto quindi dominato solo dall’ossessione di dimostrargli quanto lui fosse migliore del fratello ingrato e dissipatore: “Tu mi rifiuti, non mi ami, non mi apprezzi per quanto valgo, per la mia professionalità, per la mia dedizione e fedeltà; tu sei concentrato solo sull’altro tuo figlio, ma un giorno ti accorgerai dell’errore, di quanto ti sei sbagliato!”.
Tra i due figli si era creata una distanza incolmabile, un muro insormontabile si era innalzato tra loro: niente affetto fraterno, solo invidia e rancore.
Il maggiore infatti non darà mai del “fratello” all’altro: tant’è che rivolgendosi al padre gli dice: “Questo tuo figlio che ha divorato gli averi con le prostitute”. La sua rabbia è tangibile. “Tuo figlio”: si sente l’odio per colui che, a suo modo di vedere, l’avrebbe defraudato dell’amore paterno: “Io ho vissuto sempre onestamente al tuo fianco, mi sono sempre comportato bene con te, ma tu tratti questo tuo figlio scellerato, meglio di me!”.
Ci tiene a sottolineare: “Ha dissipato tutto con le prostitute”: il testo non dice se ciò sia realmente accaduto; ma, vero o no, il tentativo di screditare il fratello, di metterlo in cattiva luce, di denigrarlo davanti al padre, è evidente. Non sono tanto i soldi, l’eredità, che divide i due, ma è proprio l’esclusiva dell’amore paterno.
Ma il padre? Il padre li ama invece entrambi: profondamente e senza preferenze; ma lascia che ciascuno dei due lo capisca da solo: entrambi devono maturare, devono ricredersi, correggere personalmente le proprie deficienze, i propri sentimenti, la propria vita. E per arrivare a tanto, entrambi devono compiere un difficile percorso interiore, dentro la loro anima: in una parola devono “convertirsi”.
Il minore, dopo aver ottenuto dal padre quanto erroneamente riteneva già suo, intraprende questo viaggio purificatore: ma lo inizia in maniera tragica, dissipando la sua dignità di figlio, sperperando qualunque possibilità di recupero: cade talmente in basso, da sottrarre il cibo ai porci per poter sopravvivere. E qui capisce finalmente il suo tremendo errore: decide di tornare alla casa paterna, di chiedere perdono per il suo peccato. Ma non è ancora completamente guarito: egli torna per fame, per interesse, non mira all’amore paterno ma, per non morire di stenti, si accontenta di essere accolto come servo tra i suoi servi.
La sua catarsi, la sua conversione totale, avviene solo nell’incontro col padre: un padre che, dimentico di ogni offesa, di ogni oltraggio, in costante apprensione per questo figlio smarrito, non appena lo vede da lontano, corre premuroso fuori di casa, lo aspetta a braccia aperte, lo stringe al suo cuore; un padre che sembra aver perduto ogni dignità, ma che con il suo abbraccio forte, generoso e risoluto, decreta il trionfo finale dell’amore.
Ora la situazione cambia: il figlio minore, “rientrato in sé”, parla del suo errore, della sua strafottenza, di ciò che ha imparato a sue spese, di ciò che ha capito, del suo vitale bisogno di amore. Un amore del quale ora, completamente pentito e purificato, può saziarsi.
Anche il maggiore a questo punto parla: egli però non ha fatto alcun viaggio di conversione, in lui nulla è cambiato; è ancora lì a discutere di capretti, di vitelli grassi, di soldi risparmiati e di soldi buttati: lui non ha ancora capito. È rimasto nella sua rabbia, nel suo odio, nella sua invidia.
Anche se non si è allontanato da casa, il suo cuore non è mai stato in casa, perché non pensa e non ama come suo padre. È rimasto un ribelle, sordo ad ogni invito: per lui sarà più difficile entrare nella casa del Padre, perché egli nasconde, difende, giustifica il suo peccato, con l’orgoglio, con la presunzione di chi si sente perfetto.
Quale considerazione, allora, quale richiamo ci lascia questa parabola? Uno in particolare, ritengo: l’importanza fondamentale di “parlare” col Padre: di esprimergli le difficoltà, le delusioni, le contrarietà, le sconfitte, con le quali dobbiamo misurarci in questo nostro faticoso viaggio di ritorno alla Sua casa; apriamoci con Lui, comunichiamogli ciò che proviamo nel nostro cuore; nella nostra confusione, ascoltiamo il suo invito chiaro e accorato: “Non importa se hai peccato contro di me: ritorna! Non importa se mi hai offeso oltre ogni limite, se hai oltraggiato gravemente il mio cuore; sappi che Io, tuo Padre, sono sempre pronto a ricominciare con te tutto da capo; non ti respingerò mai! Fino all'ultimo ti cercherò, ti starò addosso: se solo aprirai il tuo cuore di figlio, ti sarà impossibile rifiutare il mio amore”.
Questo ci dice oggi Gesù: il suo è un invito pressante, vitale, che non possiamo disattendere. Sono parole che devono iniettare, nella nostra stanca e indolente quotidianità, una overdose di entusiasmo, di ottimismo, di fiducia, di umiltà, nella prospettiva filiale di incontrare anche noi, nel perdono, l’infinito amore del Padre, di fonderci in quell’abbraccio misericordioso con cui ci spalanca le porte della Sua casa celeste. Amen.

venerdì 22 marzo 2019

24 Marzo 2019 – III Domenica di Quaresima


“Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo” (Lc 13,1-9).

Nel vangelo di questa domenica Gesù fa riferimento a due fatti di cronaca avvenuti in quel tempo: l’uccisione da parte di Pilato di un gruppo di Galilei, forse dei rivoltosi, che si erano recati a Gerusalemme per offrire i loro sacrifici nel tempio, e la morte accidentale di alcune persone coinvolte nel crollo della “torre di Siloe”.
All’epoca tutti erano convinti che le disgrazie, le malattie, la morte, erano la giusta punizione di Dio per le colpe commesse dai malcapitati o dai loro antenati.
Pertanto quelli che erano al seguito di Gesù, pensavano che la loro estraneità a disgrazie del genere, fosse dovuta ad una loro condotta giusta e rispettosa della legge.
Ebbene, Gesù sconfessa decisamente questa convinzione: “Quelli che sono morti non erano assolutamente più colpevoli di quanto non lo siate voi!”. Come a dire: “Non è vero che quei poveretti sono morti per espiare le loro colpe personali o quelle dei loro antenati; e non è vero neppure che, per il fatto che siete qui sani e salvi, voi siete più giusti di loro”.
In altre parole la sfortuna, le disgrazie, le malattie, i lutti, insomma tutti gli eventi negativi che la vita ci riserva, non vanno in alcun modo considerati come punizione divina per la nostra cattiva condotta. Dio non vuole questo; non ce l’ha con noi in alcun modo, non ci ha preso di mira, non si comporta come se si fosse stancato di noi. Bestemmiano gravemente quanti si lasciamo andare ad esclamazioni del genere: “Ma che male ho fatto io perché Dio mi castighi in questo modo?”. È una esclamazione contro la bontà di Dio, contro il suo amore, la sua misericordia: eppure, quante volte sarà successo anche noi di esprimerci in questo modo!
Gesù vuol dirci invece che la vita ha una sua logica, una sua libertà, una sua verità. Non è Lui che condiziona la nostra vita: siamo noi che ce la gestiamo come vogliamo. Siamo noi che decidiamo liberamente di fare o non fare le cose in un modo piuttosto che in un altro. Egli, nel suo paziente amore, ci lascia completamente liberi di fare le nostre scelte: le quali, alla fine della nostra vita, determineranno un premio o un castigo. Ognuno è l’artefice della propria felicità o infelicità: in assoluta libertà. È da sciocchi pensare che Dio stia nascosto dietro l’angolo, pronto a colpirci con il pungolo del castigo ad ogni nostra mossa sbagliata; al contrario è un padre amoroso che segue ogni nostro passo con attenzione, sempre disponibile ad intervenire per darci una mano, per correre in nostro aiuto ad ogni nostra richiesta. Lui ci ama veramente, e chi ama sul serio non si diverte a fare del male, a punire, a procurare dolori e sofferenze a quanti ama. Il punto è invece un altro: è come noi rispondiamo a tanto amore; se noi replichiamo a Dio con altrettanto amore: perché solo in questo modo tutto ciò che la vita ci riserva sarà più affrontabile, tutto sarà più sopportabile, tutto più superabile.
Subito dopo aver chiarito pazientemente questo problema, Gesù prosegue: “Se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo”. Un’affermazione con cui sembra contraddire quanto esposto in precedenza. Dice cioè: “se non cambierete vita, se non la smetterete di fare peccati, anche voi morirete allo stesso modo; farete la stessa fine di quei Galilei”. Cosa vuol dire Gesù con queste parole? È per caso una minaccia, un’intimidazione, un ricatto? Nel senso che se non cambiamo vita, se continuiamo a vivere nei nostri peccati, Dio per punizione ci farà morire? Assolutamente no! Non è questo il senso delle sue parole: Egli vuol semplicemente dire: “Guardate che tutto quello che voi fate nella vostra vita, un giorno avrà delle conseguenze, delle ripercussioni”; in altre parole: “Se voi continuate a comportarvi negativamente, se nella vostra vita seminate solo erbacce, i frutti che alla fine andrete a raccogliere, saranno altrettanto negativi! Le parole di Gesù, quindi, non hanno un tono ricattatorio, ma prospettano solo una naturale conseguenza: ottenere in questa nostra vita frutti buoni o cattivi, dipende soltanto da noi, dalle nostre mani, dalle nostre scelte. Ecco perché dobbiamo essere attenti e guardinghi; se ci rendiamo conto di vivere nell’errore, di tenere Dio fuori dai nostri pensieri, dai nostri interessi, dal nostro amore, dobbiamo correre ai ripari. In altre parole dobbiamo “convertirci”. Questo è il punto fondamentale. E la quaresima è il tempo propizio per farlo.
“Convertirsi” infatti vuol dire cambiare drasticamente direzione; shub” in ebraico indica appunto un cambio radicale di rotta: se nel nostro percorso stiamo andando in una direzione sbagliata, dobbiamo fare una decisa inversione di marcia. Questo è convertirsi.
“Ma di cosa debbo convertirmi? Non mi pare di essere peggio degli altri!”. È il pensiero che passa in noi ogni qualvolta sentiamo parlare di “conversione”. Purtroppo molti dei nostri comportamenti, apparentemente insignificanti, ci portano a morire dentro, a perdere la nostra percezione interiore: ci rendono superficiali, ci allontanano sempre più da noi stessi e da Dio. E non ce ne accorgiamo.
Non sottovalutiamo i “segni”; non giustifichiamo sempre e comunque i nostri comportamenti, le nostre decisioni. Non esaltiamoci invano per le nostre fuorvianti ideologie, non perdiamo la nostra lucidità, non ottenebriamo la nostra mente. Comportiamoci da “responsabili” amministratori della nostra vita.
A conferma di tutta questa sua catechesi, Gesù narra la parabola di un padrone che di fronte ad un albero di fichi, che per anni non aveva mai prodotto un solo frutto, lo fa tagliare per farne legna da ardere. Cosa vuol dirci Gesù con questa storiella? Semplice: “Cercate di non ridurvi a fare la stessa fine di quell’albero”.
Anche noi infatti, siamo già “cresciuti”, siamo diventati cristiani “adulti” e sappiamo molto bene cosa si aspetta da noi il “padrone” della vigna: dobbiamo solo essere noi stessi, rispondere positivamente alla nostra natura di figli di Dio, essere coerenti con la nostra condizione di cristiani, dobbiamo, in altre parole, portare frutto: dobbiamo cioè far crescere, sviluppare e maturare in noi, con la nostra vita, quei doni che lo Spirito ha seminato nel nostro cuore col battesimo. Dobbiamo, insomma, quando il “padrone” passerà per la raccolta, essere carichi di frutti maturi e gustosi. Se ci presentiamo carichi soltanto di foglie, sappiamo già quel che ci aspetta.
Del resto, non dobbiamo fare “miracoli”, gesti eroici: la vita offre a tutti la possibilità di portare frutto, in base alle proprie capacità; a tutti offre occasioni speciali, particolari, uniche, perché ciò avvenga. Tutti abbiamo incontrato persone perbene, disponibili, positive, pronte a darci un consiglio, una buona parola, un aiuto morale. Tutti nella vita abbiamo vissuto anche situazioni particolarmente dolorose e tragiche, che attraverso la sofferenza ci invitavano a rivedere il nostro rapporto con Dio. Come abbiamo reagito noi a tali situazioni? Le abbiamo accolte, oppure le abbiamo accantonate, disattese, rimandate? Perché una cosa dobbiamo avere sempre ben chiara: che a forza di rinunciare, di rimandare, di tralasciare, arriveremo prima o poi ad un punto di “non ritorno”; verrà cioè un giorno in cui non potremo più appellarci al “domani”, non potremo fare più nulla: e, non avendo prodotto nulla di buono, il nostro albero verrà inesorabilmente tagliato: dentro purtroppo era già arido, rinsecchito, morto. 
Che questa nostra quaresima, allora, sia una quaresima straordinaria, una quaresima di preghiera: una quaresima in cui riscoprirci, in cui convertirci, da cui ripartire alacremente con il nostro cammino per raggiungere il Dio di Gesù. Amen.


giovedì 14 marzo 2019

17 Marzo 2019 – II Domenica di Quaresima


«In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante» (Lc 9,28-36)

Per capire bene il vangelo di oggi, dobbiamo fare un passo indietro. Poco prima della trasfigurazione sul Tabor, Gesù comunica ai suoi che Lui deve andare a Gerusalemme, dove soffrirà molto da parte degli anziani e dei sacerdoti, i quali lo uccideranno; ma il terzo giorno lui risorgerà da morte. (cfr. Mt 16,21). A queste parole, la reazione di Pietro è immediata: lo prende in disparte e gli assicura: “Questo non ti accadrà mai!”.
Come mai Pietro non accetta questo annuncio di Gesù? Perché non è assolutamente questo che tutti, discepoli compresi, si aspettano da Lui. Tutta la gente ormai guardava a Gesù come ad un Messia trionfalistico, uno che ricalcasse le orme di Mosè e di Elia, i due antichi personaggi, che nella mentalità comune rappresentavano la Legge e i Profeti, ossia l’antica promessa di Dio: era il massimo che per quel tempo si potesse immaginare! Come mai? Mosè era stato il grande liberatore e il grande condottiero che aveva liberato il popolo dalla schiavitù; era stato così grande e così vicino a Dio da ricevere le Tavole della Legge, e da poter ammirare la gloria stessa di Dio. Elia, invece, era stato il più grande profeta, colui che aveva ripulito Israele da tutti i falsi sacerdoti di Baal: in un solo giorno aveva ucciso 450 falsi sacerdoti (1Re 18,20-46), scannandoli con le proprie mani. Anche Lui aveva parlato e incontrato Dio.
Due personaggi insomma che, secondo la tradizione popolare, non sarebbero morti, ma rapiti in cielo (Dt 34,6; 2Re 2,11). Per questo tutti si aspettavano il loro ritorno alla fine dei tempi.
Cresciuti con queste convinzioni, i discepoli che seguono Gesù, si aspettano quindi che Egli assomigli a loro, che sia cioè, come Mosè ed Elia, potente, trionfante, giusto, liberatore. Non possono accettare un Gesù che parla di passione e morte: per la loro mentalità la morte è la fine di tutto, è il fallimento di qualunque missione.
E allora cosa fa Gesù? Prende con sé Pietro, Giovanni e Giacomo, (e siamo al vangelo di oggi), sale su un monte alto e si apparta a pregare.
E qui Gesù chiarisce le cose: Mosè ed Elia discorrono con Gesù. Non è più Gesù che deve essere come Mosè e come Elia, ma sono Mosè ed Elia che discorrono, che sono visti in funzione di Gesù.
Pietro ne è estasiato: “Come è bello stare qui, facciamo tre tende: una per te, una per Mosè, una per Elia”. Nonostante sia completamente rapito, frastornato da questa visione, Pietro non desiste dalle sue idee e continua a mettere Mosè, e non Gesù, al posto d’onore, al centro dei tre. Continua cioè a rimanere ancorato ai suoi schemi, continua a vedere Gesù come il Messia, la reincarnazione di Mosè, il carismatico liberatore del suo popolo dalla schiavitù. Ma Gesù non è così. E la voce di Dio scioglie ogni dubbio: “Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!”. È Gesù che va ascoltato e non Mosè o Elia, grandi personaggi certamente, ma niente in confronto al Figlio di Dio. La vera identità di Gesù viene solennemente ufficializzata dall’alto: e in quel momento tutte le fantasiose supposizioni dei discepoli inesorabilmente crollano, vanno in frantumi.
Gesù non è colui che tutti volevano. Invece del condottiero forte e potente, è un Messia debole e sofferente: non potrà mai essere un Mosè o un Elia, non arriverà mai a rompere la testa e a ucciderà tutti gli operatori di iniquità di Gerusalemme; anzi saranno loro a ucciderlo.
Ma nonostante la rievocazione di questa tragica fine, Gesù continuerà per la sua strada, sarà sempre solo sé stesso, sarà Gesù e basta! Egli non ha paura di esser sé stesso, anche a costo di diventare impopolare.
Del resto, essere sé stessi, spesso comporta grossi disagi per tutti: ma il beneficio enorme che se ne ricava, è l’autenticità, l’essere felici di ciò che si è, la forza di vivere la propria vita dovunque ci porti.
Noi siamo unici: è per questo che esistiamo. Siamo tutti figli unici di Dio! Se così non fosse non ci saremmo, perché il nostro esserci non avrebbe alcun senso. Le fotocopie in natura non esistono; Dio fa nascere solo pezzi unici, il resto è solo follia umana. La maggior parte delle persone, per essere accettata, per non essere allontanata, accantonata, tende infatti a conformarsi agli altri, ad imitare gli altri, cerca di fare come fanno tutti.
Al contrario noi siamo qui a questo mondo per vivere autonomamente il nostro mandato, per compiere la nostra personale missione, per far emergere la nostra unicità, la nostra originalità.
Essere come tutti, essere dei cloni umani, degli umanoidi, vuol dire aver fallito in pieno la nostra unicità, la nostra personalità.
Noi dobbiamo andare sempre avanti per la nostra strada. Nostro unico modello da seguire è Gesù che fu l’unico per eccellenza, diverso da tutti, da qualunque schema: chi segue Dio non può seguire nessun altro. Noi apparteniamo a Lui soltanto; e con Lui non saremo mai soli, vivremo immersi nel suo amore.
La vera felicità viene infatti dall’amore, dal sentire che qualcuno è con noi, sta con noi, è dalla nostra parte, condivide tutto di noi. È una sensazione esplosiva, una sferzata vitale alla nostra debolezza, una iniezione di forza, di coraggio, di voglia di combattere, di andare avanti.
È la nostra trasfigurazione: allora il tempo può anche scorrere velocemente intorno a noi, ma noi non ce ne accorgiamo, abbiamo un obiettivo ben preciso; allora viviamo, ma la nostra vita, le nostre fatiche, le nostre lotte, non ci pesano, perché hanno finalmente un senso; allora non ci lasciamo distrarre dalle futilità, ma ci concentriamo in quella che è la nostra meta; allora ci rendiamo conto che la nostra esistenza è una benedizione per noi e per il mondo; allora capiamo che per noi è un importante esistere, perché gli altri hanno bisogno di noi. Allora la nostra vita diventerà luminosa, chiara, perché qualunque cosa ci accada non sarà senza un motivo positivo, perché tutto “viene da Dio”.
Di fronte ad una esperienza dolorosa, tragica, invece di rifiutarla immediatamente con fastidio e repulsione, dobbiamo chiederci: “Cosa vuol dirmi Dio, la Vita, con questa prova? Cosa vuole insegnarmi?”. Allora capiremo che tutto ciò che accade ha un suo senso positivo. Dobbiamo smetterla di lamentarci, di fare le vittime, dobbiamo imparare invece a “trasfigurarci”: perché “trasfigurazione” significa conforto, sicurezza, “felicità vera”.
È stato così per Gesù, che sul Tabor si è sentito approvato, protetto, riconosciuto, amato, dal Padre. E sarà sempre così anche per noi. La felicità sta tutta qui: guardarsi dentro, non fermarsi al significato esteriore delle cose, alle brutture della vita, ma entrare nel silenzio dell’anima e ascoltare la voce del Padre: la nostra trasfigurazione infatti è renderci conto che, al di là dei nostri limiti, delle nostre debolezze, siamo figli amatissimi di Dio. La nube che ci circonda, la quotidianità, la materialità, spesso ci distoglie da questa verità: ma il sole dell’amore divino la penetra, la dissolve, e il nostro sguardo potrà finalmente ammirare Dio che si riflette in noi trasfigurandoci: e potremo godere di quanto ci circonda, della bellezza, della felicità della nostra vita, suo incalcolabile dono.
Certo la vita è lavoro, è durezza, è sacrificio: ma se la viviamo con Lui, è trasfigurazione, è felicità. Perché a ben guardare con gli occhi della fede, tutto nella vita può essere trasfigurazione: un fiore, un tramonto, il volo degli uccelli, la risacca silenziosa del mare, le cime maestose, le montagne e le valli innevate, è tutto trasfigurazione; se ci capita di piangere, di commuoverci, di fronte a parole come: “Ti amo! Ti voglio bene! Sei la mia ragione di vita!”, questa è trasfigurazione.
Se ci capita di prendere in braccio un figlio, un nipote, appena nato, di guardarlo e di rimanere senza parole, increduli, di fronte al miracolo della vita, questa è trasfigurazione.
Se ci capita di piangere così, semplicemente, senza alcun motivo, perché ci sentiamo felici, questa è trasfigurazione. Se ci capita di appassionarci per la musica, per la poesia, per la verità, e decidiamo di voler vivere coltivando questi ideali, ebbene: questa è trasfigurazione. Se ci è capitato un evento tragico che ci ha sconvolto la vita, che ci ha “distrutti”, ma intimamente, nel nostro cuore, percepiamo forte la voce amorosa di Dio che ci conforta, questa è trasfigurazione. 
Il monte della Trasfigurazione è infatti la nostra anima, il nostro cuore: lì noi capiremo l’essenziale. Lì capiremo l’importanza di sentirci figli di Dio, lì sentiremo la sua voce che ci sussurra: “Coraggio, sii felice, io sono sempre qui con te, perché tu sei il mio figlio prediletto!”
Ecco: Noi abbiamo bisogno di questa sicurezza: e dobbiamo imparare anche noi ad esclamare più spesso come Pietro: “Che bello, Signore, essere qui!”. Quando entriamo in chiesa per la Messa, gridiamolo nel nostro cuore: “che bello esser qui!”. Ripetiamolo durante l’intera liturgia: quando ci alziamo, nel silenzio, nel canto, nell’omelia, nella comunione: “che bello!”. 
Trasfiguriamo le nostre preghiere liturgiche in tanti momenti di bellezza! Bellezza della Parola, bellezza degli arredi, del canto, del silenzio, dello stare insieme come comunità... Non adagiamoci mai sulle bruttezze della vita; il nostro sguardo non si concentri soltanto su ciò che non va bene! Il nostro dovere di cristiani è di essere più contagiosi, più convincenti, più esemplari nel professare la gloria di Dio, la sua maestà, il suo amore, mormorando: “Signore, è bello per noi essere qui, alla tua presenza!”.
Allora partecipare all’Eucaristia domenicale sarà per noi come salire sul Tabor e riempirci gli occhi e il cuore, della bellezza, della luminosità, della gioia della trasfigurazione. Amen.