giovedì 28 gennaio 2016

31 Gennaio 2016 – IV Domenica del Tempo Ordinario


«All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino» (Lc 4,21-30).

Il vangelo di oggi continua e conclude il brano di domenica scorsa: siamo ancora nella sinagoga di Nazareth e tutta l’assemblea insorge contro Gesù. E Lui cosa fa? Invece di difendersi, attacca senza paura: “Nessun profeta è bene accetto in patria” (Lc 4,24). E si spiega citando in proposito due episodi dell’Antico Testamento, molto imbarazzanti per gli ebrei, al punto che essi da sempre preferiscono ignorarli. Di che si tratta?
Durante una lunga e tremenda siccità su tutto il territorio, a causa della carestia che aveva duramente colpito gli abitanti, si erano diffuse ovunque malattie mortali come la peste e la lebbra: il grande profeta Elia, però, non si fermò ad aiutare il suo popolo, ma preferì portare soccorso proprio a quelle persone che erano odiate e disprezzate dai suoi connazionali. Si recò infatti da una vedova pagana di Sarepta di Sidone, e a lei guarì il figlio morto (1Re 17,17-24).
L’altro episodio riguarda il profeta Eliseo, già discepolo di Elia: al suo tempo il territorio di Israele era pieno di lebbrosi, ma egli non guarì nessuno di loro: guarì invece Naaman il Siro, un militare pagano (2Re 5,1-14).
Gesù incalza quindi i presenti, ponendoli di fronte ad una tragica responsabilità: “Vi siete mai chiesto perché questi vostri grandi profeti sono andati l’uno a soccorrere una vedova pagana, invece di tutti i bisognosi che c’erano in Israele? E come mai l’altro, con tutti gli ammalati che c’erano qui da noi, ha guarito un unico pagano straniero?”. La risposta è chiara: “Perché qui non c’era fede! I vostri grandi profeti, quelli che voi stimate e di cui parlate sempre, se ne sono andati altrove, come me, proprio perché qui non poterono operare nulla”.
A queste parole scoppia il finimondo, tutti sono pieni d’ira: “Gesù ha superato ogni limite, bisogna fermarlo, bisogna fare qualcosa; non possiamo più lasciarlo agire indisturbato; quello che dice è inaccettabile. Deve essere eliminato”. E cosa fanno? Lo prendono, lo cacciano fuori e lo conducono sulla sommità del monte su cui erge la città, per gettarlo giù dal precipizio (Lc 4,29). E il testo termina con un’ultima amara constatazione: “Gesù se ne andò”.
Gesù dunque è costretto ad andarsene da Nazareth e dal suo paese perché i suoi compaesani, i suoi famigliari, quelli di casa sua, non lo vogliono. È cacciato fuori, eliminato, escluso perché scomodo, perché importunava, perché era un problema. Tra di essi c’erano solo pregiudizi, barriere, resistenze, difficoltà. Frequentavano regolarmente la sinagoga, è vero, avevano la religione, ma non avevano Dio. Pregavano dentro la casa di Dio, ma senza Dio. Innalzavano preghiere ma non pregavano. Avevano Gesù e lo hanno buttato fuori dalla loro vita.
A Nazareth quel giorno è successo proprio questo. I suoi compaesani quando hanno visto che Egli non era come lo volevano, lo hanno rifiutato. E rifiutandolo, hanno rifiutato proprio chi li poteva salvare, chi li poteva guarire, chi poteva cambiare la loro vita.
Ma non occorre risalire a Nazareth: anche oggi, anche noi, possiamo andare a pregare in chiesa ed essere senza Dio. Possiamo andare in chiesa ed essere indifferenti a Dio o addirittura contro Dio. Anche noi vogliamo spesso le persone diverse da come sono: le vogliamo identiche a come le immaginiamo, vogliamo i nostri figli in un certo modo, i nostri genitori, i nostri superiori in un altro modo ancora; vogliamo che quanti ci sono vicini corrispondano in tutto e per tutto a quelle che sono le nostre esigenze, le nostre vedute, le nostre aspettative; vogliamo insomma che il mondo sia soltanto come noi lo immaginiamo. Ma le persone non sono così, il mondo non è così: la realtà è un’altra. La realtà o la si accetta o la si rifiuta. Volerla diversa, significa voler evadere dal presente, dalle nostre responsabilità. Quante volte anche noi rifiutiamo situazioni, occasioni, incontri, esperienze che riteniamo ostili, difficili, non comprensibili. Invece, se avessimo un po' più di pazienza, un po' più di apertura mentale, un po’ più di umiltà e di amore, capiremmo che ciò che rifiutiamo potrebbe costituire al contrario la nostra salvezza.
Gesù viene rifiutato dall'uomo, dal pregiudizio, da chi vuole modellare Dio secondo le proprie idee, da chi lo vuole adattare alle proprie esigenze.
Essi avevano già in testa come doveva essere; sapevano già cosa avrebbe dovuto fare, quali miracoli, quali comportamenti: sapevano già tutto; Gesù non poteva essere diverso da come l'avevano in testa e quindi non poteva essere come lui dimostrava di essere. È per questo che un giorno lo uccideranno e, secondo loro, a ragion veduta: “Non è Dio”, cioè, “non è secondo il modello di Dio che vogliamo noi”. Finché corrisponde alle loro idee lo accolgono, ma quando si fa vedere per quello che è, lo escludono. Quante volte anche noi quando le persone non corrispondono ai nostri schemi, le eliminiamo dalla nostra vita: “fuori!”.
Ma allora che amore è il nostro se lo diamo soltanto a quelli che ci vanno a genio? Che amore possiamo ricevere da Dio, se siamo noi a stabilire come Lui deve essere e cosa deve fare?
In questo modo Dio Amore non potrà mai più manifestarsi a noi, perché il “nostro” Dio non è altro che un idolo che ci siamo costruito a nostra immagine e somiglianza. Per questo Gesù è costretto ad andarsene: anzi, non è lui che se ne va, siamo noi che lo buttiamo fuori.
Gli abitanti di Nazareth si sono lasciati condizionare dalla barriera del pregiudizio. “Non è costui il figlio di Giuseppe?”. Cioè: “ Ma chi si crede di essere? Lo conosciamo bene, non si desse tante arie, in fin dei conti è un poveraccio come noi”. Lo hanno etichettato. E di etichette, durante il suo peregrinare per le strade della Palestina, gliene piazzeranno molte altre: “amico dei pubblicani e delle prostitute, mangione e beone, uno che sta con la gentaglia”. Gesù, il figlio di Dio, è stato coperto da una valanga di insulti, di pregiudizi, di insinuazioni: tutto falso!
Credevano di sapere molto bene chi era Gesù. Credevano di conoscerlo. E, invece, erano colmi dei loro pregiudizi. Credevano di saper tutto su Dio. Credevano di non aver più niente da imparare. Credevano di credere. Per questo Gesù ha dovuto andarsene. Perché credevano così tanto in loro stessi, e solo in loro stessi, che non potevano vedere nient'altro che loro stessi. Se fossimo più attenti, se fossimo meno giudicanti, se fossimo più aperti, se fossimo più sensibili, avremmo l'umiltà di ascoltare prima di parlare, di conoscere prima di sentenziare.
Gesù non fu ucciso dagli atei o dai miscredenti ma dai credenti più credenti: così credenti, così pii, così zelanti, così pieni di loro stessi, da non avere più spazio per nient’altro di nuovo. Gesù annunciava la Buona Novella (il vangelo): fu ucciso non perché era buona ma perché era nuova. Gesù mandava in frantumi gli schemi, i pregiudizi, le visuali delle persone: in una parola, l'idea della Bibbia tradizionale. Annunciava un Dio diverso e i “fedelissimi” di quella che era la “tradizione”, non gliela perdonarono. Annunciava un Dio amico anche delle donne, e i maschilisti del tempo gliela fecero pagare. Annunciava un Dio della vita, dell’amore, dell’onestà, della coerenza: insegnava che non ci può essere separazione tra ciò che si dice di credere e ciò che si fa materialmente, e i farisei se la legarono al dito. Annunciava un Dio della giustizia, un Dio che denuncia le falsità e le ipocrisie nascoste: i nobili e i ricchi si sentirono chiamati in causa in prima persona. Annunciava un Dio che rompeva con la tradizione, se la tradizione era nemica dell'uomo: e i rispettosi della regola, i “bravi”, i conservatori, si sentirono spiazzati nel loro orgoglio di unici fedeli alla Legge.
In questo vangelo dunque, Gesù, vistosi rifiutato, se ne va. A Gesù non interessava essere riconosciuto come messia, quel messia che la gente aspettava; ciò che gli stava a cuore era essere se stesso e mantenersi fedele alla sua verità e al suo Dio: per questo era il Messia.
Gesù è rimasto sempre e profondamente se stesso. Gesù non ha mai tradito il suo nome, la sua vocazione, la sua chiamata e la sua missione. Per questo Gesù è un uomo compiuto. E quando sulla croce dirà: “Tutto è compiuto”, Gesù esprime che tutto ciò che doveva fare, tutto ciò che poteva fare, l'ha fatto. Gesù ha compiuto la sua vita, il motivo per cui Dio lo aveva mandato e per cui era venuto a questo mondo.
Gesù non ha permesso al pregiudizio di limitarlo: quando poteva lo attaccava direttamente; quando non c'era niente da fare se ne andava altrove. Perché non c'è peggior cieco di chi non vuol vedere.
A Gesù non importava molto cosa diceva la gente di lui (e dicevano un sacco di cattiverie!). Non gli importava di salvare la faccia, di essere gradito, ammirato, accettato. Per questo era un uomo libero. Per questo poteva dire le cose come stavano; per questo era libero di muoversi, di abbracciare, di incontrare chiunque: per questo stava con i poveri e con i ricchi. Non c'era pregiudizio nella sua mente e neanche nel suo cuore. Non gli interessava sapere cosa la gente pensasse di lui, non gli interessava controllare sempre se era accettato o no. Non gli interessava sapere cosa pensasse l'opinione pubblica delle persone: lui le incontrava e le amava comunque.
Gesù fu un uomo autentico (autentico, da autos, se stesso). Solo chi è libero dal giudizio degli altri può vivere la propria vita, può essere autentico, può essere se stesso. Se uno non vive la propria vita, finisce col vivere quella degli altri. Ma c'è già chi vive quella vita: per cui diventa un doppione, una fotocopia. Vivere una vita non nostra ci rende irrealizzati, profondamente infelici e insoddisfatti.
Chi è fedele a se stesso non sarà mai tradito, perché il male peggiore, il male unico della vita, è rinunciare a se stessi. Il grande peccato dell'uomo è perdersi e perdere la propria vita, per correre dietro agli altri, a ciò che gli altri si aspettano da lui. E allora non facciamoci del male; perché quando ci saremo persi, di noi non rimarrà più nulla.

Amen.

giovedì 21 gennaio 2016

24 Gennaio 2016 – III Domenica del Tempo Ordinario

«Venne a Nazaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere…» (Lc 1,1-4; 4,14-21).

Gesù, dopo il battesimo nel Giordano per mano del Battista, dopo il suo ritiro di preghiera nel deserto, inizia la sua predicazione per le strade della Galilea, ottenendo un grande successo; da ogni paese la gente accorre a lui, suscitando voci entusiastiche, consensi e lodi.
Passa anche nella sua città di Nazaret e quel giorno essendo un sabato, entra nella sinagoga, “secondo il solito” (Lc 4,16); il che significa che Gesù non soltanto in quella occasione, ma ogni sabato frequenta la sinagoga, come ogni buon ebreo. Egli però, a differenza degli altri, ci va non per partecipare semplicemente al culto, ma per insegnare: proprio per questo, nella sua attività pastorale, Egli deve fare i conti con un fatto quantomeno singolare, incredibile: perché ogni volta che Egli predica alle persone pie e religiose, queste sistematicamente tentano di farlo fuori, di ucciderlo; quando invece si presenta ai lontani, ai delinquenti, alla feccia della società, questi lo ascoltano devotamente. I luoghi sacri, con chi li frequenta, sono dunque quelli più pericolosi per Gesù: Egli infatti per tre volte tenta di insegnare nelle sinagoghe: la prima lo interrompono malamente (Mc 1,21); la seconda e la terza decidono e tentano di assassinarlo (Mc 3,1; Lc 4,16-30). Ma la zona di massimo pericolo per Lui, rimane il Tempio. La “Casa di Dio” è il posto più pericoloso per Gesù: delle 12 volte che Giovanni usa il verbo “uccidere” (apokteino), per ben 6 volte lo fa quando Gesù insegna nel Tempio (Gv 7,19.20.25; 8,22.37.40); delle 8 volte, poi, che usa il verbo “arrestare” (piazo), la metà è anch’essa legata alla sua presenza nel Tempio (Gv 7,30.32.33; 8,20): è quindi incredibile, come i frequentatori del luogo più sacro e religioso, il luogo consacrato a Dio, siano proprio quelli che cercano di “uccidere” il figlio di Dio. E lo fanno in nome di Dio. Ciò succede, purtroppo, perché la gente che ostenta pubblicamente pietà e familiarità con Dio, in realtà spesso non lo conosce, vive seguendo una propria idea di Dio, alla quale peraltro rimane rigorosamente ancorata.
Sono persone che nel proprio cuore, in profondità, non hanno mai sperimentato veramente Dio, e si limitano a seguirne un proprio surrogato, costruito su idee e regole personali che esse, come giudici inflessibili, difendono ottusamente contro ogni evidenza.
Chi al contrario “ha conosciuto” Dio, chi ha avuto un personale incontro con Lui, sa molto bene che Lui è amore, vitalità, perdono, gioia, compassione, tenerezza, rispetto e apertura verso chiunque.
Gli uomini normali, quando peccano, si pentono e e si ravvedono: guardano alla vita con occhi rinnovati e propositivi. Gli uomini troppo religiosi, i duri e puri, continuano invece a vedere peccato e male in ogni cosa: non perché sia così, ma perché sono loro che non riescono a staccarsene; il peccato, che essi vedono ovunque, altro non è che la proiezione negativa nella vita, delle loro “ombre”, del loro malessere interiore.
Ma torniamo al testo: “gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui” (Lc 4,20).
La sinagoga è piena di gente: e di questo il capo della sinagoga ne sarà stato sicuramente contento, perché in genere se non si raggiungeva il numero “legale” di almeno dieci maschi adulti, necessario allo svolgimento della liturgia, egli era costretto a convocarli a pagamento (minyan).
Oggi con Gesù ce ne sono in abbondanza: ma perché lo vogliono far fuori? Per un motivo semplice: Gesù, anziché leggere la lettura del Rotolo di Isaia, fissata per quel sabato, ne cerca, (eurisko) un’altra; è Lui che stabilisce il testo da leggere, e questo sconcerta i presenti, sia perché le regole liturgiche erano ferree e sacre, sia perché la pagina da lui scelta riguarda in particolare la sua persona e la sua missione: si tratta di un passaggio del capitolo 61 di Isaia che parla dell’investitura dell’unto dal Signore (il Messia): “Lo Spirito del Signore è sopra di me, per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi e predicare un anno di grazia del Signore” (Lc 4,18-19). E fin qui ancora tutto bene: ma Gesù, nel commentare queste parole, adatta la profezia di Isaia a se stesso e alla sua missione: “Io sono qui per questo; Dio mi ha mandato per questo”. E qual è allora la prima preoccupazione di Dio? È l’umanità sofferente: è annunciare ai “ poveri” il “lieto messaggio”, il suo vangelo (Lc 4,18): Gesù quindi non è venuto per radunare attorno a se un esercito di combattenti per liberare il territorio dal nemico oppressore; né tanto meno per fondare dei gruppi di preghiera, o dei movimenti carismatici; ma è venuto per togliere la povertà, ogni povertà, in particolare la povertà dei cuori, la dilagante povertà di amore fraterno.
Il “lieto messaggio”è dunque la fine di ogni “povertà”. Lui, il Messia, è venuto per questo: per darci ciò che ci manca. E fin qui, ripeto, nulla in contraddizione con le aspettative messianiche. Il testo di Isaia però, a questo punto, continua con l’annuncio di “Un giorno di vendetta del Signore” (Is 61,2): il Messia cioè avrebbe vendicato con la forza i soprusi e le violenze patite dal popolo. Ma Gesù questo versetto non lo legge; e ciò non fa che aumentare il malcontento dei presenti, già indispettiti per la sostituzione iniziale della lettura: essi si aspettavano quantomeno che la spiegazione di Gesù confermasse queste loro attese messianiche, soprattutto in quelle parole del profeta che promettevano “il tempo della rivincita, della vendetta sui nostri nemici”.
Noi che, a posteriori, non diamo alcuna importanza politica a queste parole, difficilmente riusciamo a capire perché a questo punto la gente si scateni e pensi di uccidere Gesù: “Cosa avrà mai fatto di tanto sconveniente?”. Non capiamo. Ma Nazaret è in Galilea. E la Galilea all’epoca era un ambiente di nazionalisti fanatici. In quella regione succedeva spesso, infatti, che la gente si sollevasse contro il potere romano, invocando appunto la venuta del Messia. Per cui quando veniva letto il primo versetto sulla sua investitura, tutti si aspettavano immediatamente la proclamazione del versetto successivo che confermava a loro, poveri, schiavi e prigionieri, la vittoria sui nemici e la liberazione dalla loro oppressione.
Ma, come dice il vangelo, Gesù chiude il suo intervento, riavvolge il rotolo di Isaia, lo consegna all’inserviente e si siede. Le persone rimangono sconcertate: una lettura della Bibbia, fatta in questo modo, per loro è mutilata, blasfema, sacrilega, irriverente. “Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui” (Lc 4,20). Nell’aria si respira, oltre alla delusione, una tensione incredibile, un disappunto generale: il comportamento e le parole di Gesù, non sono in linea con le loro attese, con le attese della tradizione, con le attese dei capi religiosi: è un pazzo! E quando conclude: “Oggi si è adempiuta questa scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi” (Lc 4,21) si scatena il putiferio, il finimondo! Il messaggio che è passato, in sostanza è questo: “Quello che da secoli aspettavate, quello che da sempre avete pregato e invocato, il vostro desiderio più grande, è qui davanti a voi: io sono l’unto; io sono il Messia; io sono l’aspettato”. Ora, che Gesù si dichiari l’Unto, possono anche sopportarlo; ma che il loro Messia sia proprio Gesù, questo no; questo non lo possono assolutamente accettare! Il Messia, il Salvatore, l’Unto, che tutti si aspettano, è di tutt’altra levatura, di tutt’altro carisma: “solo un mentecatto come questo Gesù può definirsi tale; mettiamolo a tacere!”. E nel vangelo di domenica prossima sentiremo come andrà a finire.
Questo in sintesi è quanto accaduto quel sabato nella sinagoga di Nazaret.
Due cose però vanno evidenziate nel comportamento di Gesù: due particolari sui quali vale la pena fermare la nostra attenzione.
Prima di tutto la sua ferma e incrollabile convinzione di essere il Messia, l’Inviato: questa sua certezza ci deve insegnare molto: anche noi dobbiamo essere certi della nostra chiamata; dobbiamo avere sicurezza, autostima, conoscenza di noi stessi e delle nostre possibilità; dobbiamo essere pienamente consapevoli, di fronte a tutti e in ogni situazione, di essere dei “chiamati”, di essere scelti e “inviati” nella Vigna di Dio. Certo, la fiducia in Dio è essenziale: nondimeno la fiducia in noi stessi costituisce la base, le fondamenta su cui costruire l’opera che Dio si aspetta da noi; anzi la base di ogni nostra opera, l’esecuzione di ogni nostro progetto, l’attuazione di ogni nostro sogno. Una casa non sta in piedi senza le fondamenta: e senza una radicata fiducia in noi stessi, non possiamo iniziare nulla, né realizzare alcun sogno.
L’altro particolare che merita la nostra attenzione, è quell’oggi detto da Gesù: un “oggi”, un “adesso”, che chiude definitivamente il tempo dell’attesa. Una indicazione che vale soprattutto per noi: ogni nostro progetto deve compiersi oggi; basta posticipare, basta rimandare, basta sperare che domani accada chissà cosa. Dobbiamo farlo oggi: c’è un “ti chiedo scusa” che dovremmo dire a qualcuno? Facciamolo “oggi”; c’è una scelta difficile che dovremmo fare? Facciamola oggi: prendiamo il coraggio e scegliamo; c’è un’abitudine, una “prigione” da cui dobbiamo uscire? Qualunque sia il costo, facciamolo oggi; c’è un qualcosa, un fatto, che dovremmo esaminare o ammettere? Smettiamola di tergiversare, di trovare scuse, facciamolo oggi; c’è un “sì” che dovremmo dire a qualcuno? Anche se abbiamo paura, diciamolo oggi; c’è un “no” che dovremmo dire a qualcuno? Anche se ciò comporta conflitto e tensione, diciamolo oggi. Ci accorgiamo che la vita ci sta sfuggendo? Dobbiamo cambiare oggi. Domani, in genere, significa “mai”. “Domani” è solo un’illusione per dirci un “no” rivestito da “sì”. Il nostro “anno di grazia del Signore”, che siamo chiamati a proclamare e a testimoniare, è “oggi”, qui, ora, subito. Inutile rimandare “sine die, a quando non avremo più tempo: solo l’oggi, solo la nostra azione immediata, è in grado di cambiare la direzione della nostra vita. Amen.


mercoledì 13 gennaio 2016

17 Gennaio 2016 – II Domenica del Tempo Ordinario

«Tre giorni dopo ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli» (Gv 2,1-12).

Leggendo il vangelo ci imbattiamo spesso in feste, matrimoni, pranzi. Ciò non ci deve meravigliare, perché effettivamente Gesù era un uomo che viveva, che banchettava, che festeggiava: non era un’asceta, un eremita, una persona scostante: ma era uno che condivideva volentieri con la sua gente i momenti belli della vita. Il Dio di Gesù è il Dio della gioia, della festa, del piacere, dell’ebbrezza della vita. Noi non potremo mai capire il Dio della croce se non capiamo prima questo Dio. Dio vuole per ogni uomo gioia e felicità. Dio ci vuole felici. Perché allora farne un Dio serio, severo, che pretende da noi solo penitenza, sacrifici e offerte? Dio non è nella noia, nelle formalità, nel trattenerci, nel chiuderci, nel rinunciare a tutto per non peccare. Egli è il Dio della vita, delle persone appassionate, di coloro che osano e vivono intensamente.
A questo matrimonio di Cana c’era anche la madre: in Giovanni la madre di Gesù compare qui, all’inizio del suo ministero, e alla fine della sua vita pubblica, sotto la croce. La vita di Gesù fu, per Giovanni, lontano dalla madre: si staccò da lei, visse la sua vita e fece le sue esperienze. Maria però pur nell’assenza rimase sempre presente; la ritroviamo infatti ai piedi della croce. Sembra essere questo il ruolo di ogni genitore: non immischiarsi nella vita del figlio, lasciarlo andare, ma essere sempre presente nel momento del bisogno, della necessità. Il figlio sa che lui, il genitore, c’è e ci sarà. Per lui è un porto sicuro, una casa con la porta sempre aperta, un luogo dove sarà sempre accolto. In questo sta il vero amore genitoriale: un amore maturo, di chi ama senza pretendere un ritorno immediato d’amore da parte del figlio, di chi ama in maniera incondizionata, di chi ama cioè senza l’aspettativa di essere corrisposto.
Durante questa festa di nozze, improvvisamente, viene a mancare il vino. È Maria, la madre di Gesù, sempre attenta e premurosa, che nota per prima l’imbarazzo dei padroni di casa, e si affretta ad avvisare il figlio: “Non hanno più vino”: parole semplici che, lasciando trasparire la preoccupazione di evitare l’imbarazzo degli sposi, sottendono un intervento immediato di Gesù.
Sensibilità di madre, che si ripete anche in quella festa di nozze alla quale Dio invita singolarmente l’umanità intera: è sempre Maria che si pone come intermediaria tra Dio e la nostra situazione deficitaria: “Non hanno più vino”; noi, uomini miserabili, vorremmo festeggiare queste nozze, ma non possiamo. Siamo “vuoti”, non abbiamo più il vino dell’amore, non sappiamo più amare, non sappiamo più vivere. Non c’è più gioia nella nostra vita, non c’è più sapore nelle nostre giornate. Così, quando incontriamo certi volti segnati dalla tensione e dalle rughe della chiusura interiore, dobbiamo purtroppo constatare amaramente: “Qui non c’è più vino”. Quando ascoltiamo certe prediche su Dio, certi discorsi religiosi piatti, formali, moralistici, che non hanno slancio, passione, energia dobbiamo amaramente constatare: “Qui non c’è più vino”. Quando la chiesa è impegnata solo a difendere, a porre limiti su cosa non bisogna fare, a limitare la creatività, quando soffoca le sue voci trasmettendo paura e ansia, dobbiamo amaramente constatare: “Qui non c’è più vino”. Quando vediamo certe coppie che trascinano nella routine il loro matrimonio, senza alcuno slancio ma con pesantezza, con screzi, litigi e ripicche continue, dobbiamo amaramente constatare: “Qui non c’è più vino”. Quando le persone non provano più nessuna commozione, non si stupiscono più, quando sono diventate ciniche su tutto, abituate a tutto, allora dobbiamo constatare amaramente: “Qui non c’è più vino”. Quando le persone si trascinano stancamente, senza entusiasmo, senza voglia di vivere, senza sussulti, dobbiamo amaramente constatare: “Qui non c’è più vino”. In tal caso, dobbiamo ascoltare la voce della Madre, che ci sussurra: “Fate quello che vi dirà”. E noi facciamolo veramente, fidiamoci di Lei e delle Parole di Gesù.
Anche i servi di Cana si sono fidati: hanno fatto una cosa stranissima, pazzesca per quel tempo, hanno riempito dei contenitori con circa 600 litri d’acqua! Un’enormità! Nella vita dobbiamo fidarci e af-fidarci a qualcuno: noi abbiamo i nostri avvocati celesti; facciamo bene tutto quello che ci dicono, anche se non lo capiamo, anche se lo troviamo strano.
A volte non capiamo ciò che la vita ci propone; anzi capiamo benissimo, ma ci sembra stupido, irrazionale, illogico: “Fate quello che vi dirà”. A volte ci porta là dove non vogliamo andare, e poiché non ne capiamo il motivo, ci diciamo che non ha senso andarci: “Fate quello che vi dirà”. A volte ci diciamo che certe cose sono difficili, ostiche, dure, che è insensato scalare certe montagne, quando possiamo stare tranquillamente in pianura: “Fate quello che vi dirà”. A volte la vita ci fa vivere esperienze dolorose, di sofferenza, di solitudine, di rifiuto, di non-senso: “Fate quello che vi dirà”. Perché la salvezza sta nel fidarsi, la Vita non sbaglia mai. Fidiamoci una buona volta, e lasciamoci portare: e finché andiamo, gustiamoci il viaggio, sicuri di essere al sicuro.
Del resto le giare “di pietra” significano una vita dura, insensibile, rigida, pietrificata; una vita che si è sclerotizzata nei soliti rituali, che manca di un respiro più ampio, diverso, che va oltre; è come quando un uomo trascorre giornate prive di gioia, di gusto, di sapore: vive, ma senza senso. Le giare “di pietra” rappresentano l’irrigidimento delle nostre devozioni, delle nostre regole religiose; indicano le nostre abitudini ormai desuete, le nostre vecchie consuetudini, con il gusto dell’acqua stagnante, imbevibile; indicano certe pratiche religiose, stantie e ripetitive, che non trasmettono più nessuna vitalità, nessuno slancio, che non possono metterci in comunicazione con il Dio della Vita. Le ripetiamo solo per abitudine, perché solo ciò che conosciamo non ci fa paura.
Purtroppo la routine, la quotidianità, pialla tutto, appiattisce ogni cosa, anche i sentimenti, anche l’amore. Se non c’è uno slancio più grande, se non c’è il desiderio di qualcosa di oltre, se non c’è la ricerca del nuovo per uscire dalla monotonia, dalla ripetitività delle cose, allora davvero moriamo. E noi moriamo lentamente, ma inesorabilmente, ogni giorno quando rinunciamo a fare qualcosa di nuovo, di diverso. Moriamo lentamente ma inesorabilmente quando per paura rinunciamo ad uscire dagli schemi e rimaniamo sempre gli stessi. Moriamo lentamente ma inesorabilmente quando rinunciamo a dirci tutto il bene che ci vogliamo, tutto l’amore e la fortuna che abbiamo nel conoscerci. Moriamo lentamente ma inesorabilmente quando non ci ricarichiamo, non frequentiamo nessun incontro dal respiro più ampio, dagli orizzonti più grandi, che ci faccia toccare la ricchezza e la vitalità del nostro vivere, di quello che siamo. Moriamo lentamente e inesorabilmente quando per pigrizia rinunciamo a quello che ci piacerebbe, a quello che desideriamo, perché ci costa un po’ di fatica o un po’ di faccia. Moriamo lentamente, ma inesorabilmente davanti alla tv, al bar a fare i soliti quattro discorsi da osteria, tra gli amici, nella ripetitività dell’agire e delle chiacchiere. Moriamo lentamente ma inesorabilmente quando non ci fermiamo a guardarci negli occhi; quando non ci guardiamo allo specchio e continuiamo a mentirci, a dirci delle “balle” (come se potessimo mentire a noi stessi!); quando ci nascondiamo dietro alle nostre facciate, alla nostra razionalità, alla nostra intelligenza, alla nostra cultura, per “incantare gli altri”. Appariamo perfino bravi, acuti, profondi: ma stiamo solo sfuggendo a noi stessi, a ciò che abbiamo dentro, al Dio della Vita, che vorrebbe riempirci della vita. Moriamo lentamente ma inesorabilmente quando deleghiamo le nostre responsabilità agli altri, a questo mondo infame, a questa società depravata. Moriamo lentamente ma inesorabilmente quando andiamo a messa perché ci siamo sempre andati, quando preghiamo perché lo abbiamo sempre fatto, perché crediamo come abbiamo sempre creduto.
È una morte che arriva lentamente e inesorabilmente, non all’improvviso. Alcune persone vive, sono già morte; altre sono in fin di vita; altre presentano serie malattie di morte; l’anima soffre e piange, ma pochi se ne accorgono. Per morire basta non far nulla, trascinarsi, rinunciare.
Ogni giorno, ogni mattina, quando ci alziamo, dobbiamo decidere se vivere o se, lentamente ma inesorabilmente, lasciarci morire.
Il segno di Gesù compiuto a Cana è la dimostrazione di come una vita finita, vuota, spenta, possa ritrovare slancio, vitalità, “nuovo vino buono”. Trasformarsi, divenire, evolvere deve essere una dimensione del nostro vivere. La vita non deve essere altro che un lungo e ininterrotto cammino di trasformazione.
In noi, nella nostra anima, può esserci di tutto: ogni cosa ha un suo significato profondo, niente è male in sé, perché tutto può essere trasformato. Nulla deve essere eliminato o nascosto, anche se apparentemente è oscuro, cattivo, debole, infermo, perché tutto ha un senso e la possibilità di venire trasformato. Nulla deve essere eliminato: qualunque cosa di negativo ci sia successa, non dobbiamo tenerla nascosta, non dobbiamo vergognarcene, perché abbiamo la grande possibilità di trasformarla in bene. Non esiste nulla che sia male in assoluto, perché tutto può essere trasformato in qualcosa di unico, di prezioso, di vitale. Se guardiamo alle nostre ferite, alle nostre fragilità, ai nostri legami malsani, ai nostri limiti, scopriamo che, se trasformati, possono diventare la nostra ricchezza e la nostra forza. L’eucarestia stessa è una trasformazione: un po’ di pane e di vino vengono trasformati nel corpo e sangue di Cristo. Perché allora crediamo a questo, e dubitiamo invece del fatto di poter trasformare la nostra vita, o l’ambiente in cui viviamo?
“Cana” ci invita a cercare più in profondità dentro di noi, su altri livelli, a penetrare all’interno del nostro vivere quotidiano, spesso vuoto e insipido. La trasformazione dell’acqua in vino, ci invita a trovare un’ebbrezza nuova, una gioia, un’estasi profonda. Abbiamo bisogno di trovare qualcosa che dia un nuovo sapore a tutte le cose.
Possiamo però vivere in questa prospettiva soltanto se siamo capaci di passare da un orizzonte ad un altro: dall’orizzonte del materiale a quello dello spirito; dall’orizzonte della carne a quello dell’anima; dalla superficie alla profondità, dal fuori al dentro.
La coppia nuziale di Cana ci rivela, in conclusione, il segreto di ogni rapporto e di ogni unione: l’essere cioè capaci di cambiare, di modificarci, di evolvere. Se un matrimonio avrà questa capacità e questa elasticità, se saprà non fossilizzarsi su posizioni statiche, se avrà la forza del nuovo e della crescita, diventerà un paradiso d’amore; altrimenti sarà l’inferno dell’amore. Amen.



giovedì 7 gennaio 2016

10 Gennaio 2016 – Battesimo del Signore

«Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco»( Lc 3,15-16.21-22).

Il vangelo di oggi ci presenta il Battesimo di Gesù. Gesù certamente è stato battezzato dal Battista. Ma per Gesù non è stato tanto importante il battesimo, in quanto tale, ma ciò che questo gesto faceva capire: il perdono, la guarigione, la Buona Novella.
Quindi non è tanto importante il gesto ma il senso del gesto.
Il Battesimo rappresenta infatti il punto di svolta della vita di Gesù: dopo non sarà più come prima. Egli aveva aderito al progetto del Battista: “Dio viene, fatevi battezzare come segno del vostro cambio di vita”. Quindi anche lui va a farsi battezzare. Ma poi, attraverso la voce del Padre che lo conferma pubblicamente come suo Figlio, Gesù sperimenta qualcosa di unico: Dio non è come dice il Battista. Dio è amore. Dio non vuole “qualcosa” per darci amore (sia esso sacrifici, battesimo, penitenza, ricambio, purità, ecc.). Dio ci ama... e basta. Anzi, Dio ci rincorre per amarci. È questa esperienza che lo distacca dal Battista: di Dio non c’è motivo di aver paura.
Da questo momento, Gesù andrà per la sua strada: sarà un Dio totalmente diverso da quello del suo maestro: Egli seguirà il suo progetto, che è quello di portare a tutti quell’amore che Lui stesso ha toccato, vissuto, sentito, sperimentato. E non farà nient’altro che questo per tutta la sua vita.
Noi stessi, quando avremo fatto “esperienza” di Dio, quando avremo sperimentato il battesimo di fuoco, quando cioè saremo completamente innamorati di lui, quando saremo inebriati di lui, quando avremo perso la testa per Lui, capiremo qualcosa di chi lui sia veramente. È un’esperienza, un incontro che dobbiamo vivere: Dio è uno dal quale, una volta che ci è entrato dentro, che ci è penetrato nel cuore, nell’anima, non potremo più liberarci; un qualcuno senza il quale non potremo più vivere.
La descrizione del battesimo di Gesù, fatta da Luca, ci sottolinea alcuni particolari che acquistano un significato altamente simbolico: come per esempio i cieli che si aprono, lo Spirito con sembianze di colomba, la voce che viene dal cielo. Esaminiamo brevemente queste tre immagini:
“Il cielo si aprì” (Lc 3,21): il verbo greco non significa esattamente aprirsi, ma svelare qualcosa di nascosto, aprire, rompere, squarciare un qualcosa che è chiuso. La differenza tra “aprire” e “squarciare” è infatti notevole: nel primo caso, con “aprire”, ciò che si apre si può anche richiudere; con “squarciare”, invece, significa che una volta lacerata, squarciata, quella cosa non si può più richiudere, non si può più ricomporre.
Prima di Gesù i testi sacri dicevano che “Dio si è indignato per i peccati del popolo e ha sigillato la sua dimora (i cieli sono la dimora di Dio)”: il che, in pratica, equivaleva dire che Dio, di fronte alle colpe umane, staccava la spina e chiudeva ogni comunicazione con il suo popolo, lasciando tutti in balia di loro stessi. Con Gesù invece i cieli si sono aperti e non si chiuderanno mai più. Sono aperti per sempre. Dio ha smesso di offendersi, di isolarsi da noi a causa dei nostri tradimenti; e questo, pur dimostrandogli di non cambiare mai, di essere inaffidabili, commettendo sempre gli stessi peccati. Lui è fedele: Lui rimane sempre ad aspettarci, pazientemente; continua sempre a rimanerci vicino, in una incessante comunicazione d’amore.
Il Dio di Israele era un Dio nascosto, velato, con un nome impronunciabile; ora, con l’epifania battesimale, Dio ci fa vedere, attraverso suo Figlio, chi è veramente: un Dio che è amore, un Dio immensamente buono, misericordioso, che vuol continuare, nonostante tutto, a comunicare con gli uomini. Il Dio di Israele diceva: “Hai ucciso: meriti di morire! Hai peccato: sei indegno; hai tradito la mia fedeltà: sei fuori!”. Il Dio di Gesù dice: “Io sono l’Amore. Sono qui per amarti. Non sono qui per giudicarti ma per giustificarti. Questo è il mio unico compito”. Leggiamo infatti: “Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui” (Gv 3,17).
La seconda immagine: “E scese su di lui lo Spirito Santo in apparenza corporea, come di colomba” (Lc 3,22). Qui lo Spirito (pneuma) scende su Gesù, e rimarrà in lui fino alla fine della sua vita terrena: “Padre nelle tue mani consegno il mio spirito. Detto questo emise lo Spirito (ek-pneuma)” (Lc 23,46). In altre parole, lo Spirito scende su Gesù nel suo battesimo per rimanere in lui durante tutta la sua vita: una volta in croce, Egli lo riconsegnerà al Padre, perché lo metta a nostra disposizione: il suo riconsegnarlo, il suo “e-metterlo”, è semplicemente un passarlo a noi, un passare cioè a noi la sua capacità di amare. L’uomo, che nel peccato aveva incontrato la morte corporale, ora in Gesù, nel suo Spirito, ritorna a Dio: la morte finisce per lasciare spazio alla Vita; in Gesù e con Gesù, noi siamo divini, siamo eterni, siamo senza fine: passiamo dalla vita terrena alla vita divina. Nulla si perde; il bene e l’amore rimangono. L’amore, se è vero amore, rimane per sempre. La gioia, il bene, la compassione, la tenerezza, l’aiuto, la gratuità, la condivisione vera, la fratellanza, l’amicizia, il sostegno, ecc.: niente di tutto ciò andrà perduto. Mai.
Lo Spirito si rivela in “forma di colomba”: è proverbiale infatti l’attaccamento, l’amore della colomba, per il proprio nido: in Gesù lo Spirito scende e, come la colomba, rimane attaccato a lui per sempre. Gesù è la dimora perpetua, perenne, dello spirito, della forza di Dio.
Poi il vangelo ci presenta la terza immagine, la voce: “Vi fu una voce dal cielo: Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto” (Lc 3,22).
Questo stesso termine (phoné) lo ritroveremo alla fine, nella scena della crocifissione, quando Gesù gridando a gran “voce” (phoné) disse: “Padre nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23,46). Con la voce lo Spirito scende su Gesù; con la voce lo Spirito ritorna al Padre. La discesa dello Spirito significa che Gesù e stato consacrato e costituito da Dio come Re: Egli è il Messia, l’atteso, il Figlio di Dio: il Padre lo sostiene contro i suoi nemici, e con questa voce dal cielo, gli dichiara un amore senza limiti. “Figlio”, nel contesto ebraico, non significa soltanto chi è nato da qualcuno, ma colui che gli assomiglia nel comportamento. Se Gesù viene chiamato figlio è perché assomiglia al Padre, ci fa cioè capire chi è il Padre. Dio, di cui nessuno sa niente, che nessuno ha visto, che nessuno conosce, è come Gesù. Guardando Lui possiamo capire un po’ chi è Dio.
Se Gesù nei vangeli era un “portatore di vita”, Dio non può che esser così. Se Gesù era uno che comunicava vita a tutti, indipendentemente dalle risposte che riceveva, Dio è esattamente così. Dio pertanto è Vita, e vuole che noi viviamo al massimo delle nostre possibilità, vuole che viviamo sempre “alla grande”. Vuole che amiamo con tutta l’ampiezza del nostro cuore. Vuole che conosciamo tutta la verità che possiamo. Vuole che ci realizziamo e che diventiamo il meglio di ciò che possiamo essere. Perché “Io sono venuto perché abbiate la vita e l’abbiate in abbondanza” (Gv 10,10).
Amen.


mercoledì 30 dicembre 2015

3 Gennaio 2016 – II Domenica dopo Natale

«In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio» (Gv 1,1-18).

Il vangelo che la Liturgia ci propone questa Domenica, è il brano più profondo e difficile di tutti i Vangeli. Alcuni studiosi hanno passato la loro vita a studiarlo; S. Giovanni Crisostomo o anche Sant’Agostino hanno detto che è un vangelo che va al di là della comprensione umana.
In principio c’era il Verbo: in greco Logos, un termine che ha due significati: Progetto e Parola. Per cui potremmo anche dire: “All’inizio c’era un Progetto”. Un’affermazione meravigliosa con cui Giovanni afferma che Dio, prima di creare ogni cosa, aveva già nella sua mente un progetto, un’idea. Questo significa che noi non siamo qui per caso; siamo qui perché Dio aveva ed ha un progetto su di noi; pensate: noi, creature insignificanti, facciamo parte del Progetto di Dio. Se così non fosse, noi neppure esisteremmo. Ma ci siamo, e siamo qui per un motivo ben preciso... e visto che Dio ci ha creati, il motivo deve essere davvero importante. In altre parole Dio ha bisogno di noi. Magari i nostri genitori neppure ci volevano... magari la gente ci rifiuta e ci respinge... magari noi stessi non ci vogliamo, non ci piacciamo, ci facciamo schifo... ma Dio ci ha voluto, e continua a volerci, perché gli serviamo per attuare il suo Progetto. Che aspettiamo allora a dargli una mano?
Dio ci ha fatto un dono: la vita. Il dono che noi facciamo a Dio è quello di vivere. Lui vuole questo da noi. “Io sono venuto, perché abbiate la vita e l’abbiate in abbondanza”. In pratica dobbiamo vivere, rischiare, metterci in gioco: chi espone le proprie idee, rischia di mostrare a tutti i propri sentimenti, il proprio io intimo; chi ama, corre il rischio di non essere corrisposto; chi vive corre il rischio di morire; chi spera, corre il rischio della disperazione, chi tenta corre il rischio di fallire. Ma bisogna correre i rischi, perché il rischio più grande nella vita è quello di non rischiare nulla. Colui che non rischia nulla, è un nulla e non diventerà mai che un nulla. Può evitare la sofferenza e l’angoscia, ma non può imparare a sentire, a cambiare, a progredire, ad amare, a vivere. Incatenato alle sue certezze, è uno schiavo. Ha rinunciato alla libertà. Solo colui che rischia è veramente libero. La vita, come ho detto, è il dono che Dio ci fa: una vita vissuta è il nostro dono a Lui: una vita sprecata è il più grande peccato. Cosa aspettiamo allora a vivere? Non diamo anni alla vita, ma diamo vita ai nostri anni, perché solo così saremo luce che risplende nelle tenebre. L’uomo che vive, cioè colui che ha accolto il messaggio di Dio, è vita, è luce; non dice luce che lotta, ma semplicemente luce che splende, luce cioè che brilla, libera, senza subire costrizioni e senza costringere nessuno.
Ma le tenebre non l’hanno accolta” (Gv 1,5). Naturalmente le tenebre odiano la luce, non la vogliono: qui Giovanni allude alle autorità religiose. Infatti esse “sono dei morti” che vivono, inflessibili, freddi, autoritari, senza un cuore caldo. Avrebbero dovuto portare la luce e invece...
“Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo” (Gv 19,9). La luce vera, Gesù, il verbo incarnato, è venuto nel mondo. “Io sono la luce del mondo; chi segue me non camminerà nelle tenebre ma avrà la luce della vita”.
Gesù-Vita è quindi la vera luce che illumina ogni uomo: facciamo però attenzione a non prendere abbagli, perché il potere (orgoglio, superiorità, mancanza d’amore, rigidità, ecc) non può conoscere Dio.
Anche coloro che si lasciano incantare da altre luci, diverse dalla Luce vera, sono comunque “divini”, sono cioè fatti, impregnati di Dio; ma poi si sono, come dire, dimenticati di chi sono veramente, si sono dimenticati che hanno l’impronta di Dio nel loro cuore e vivono non riconoscendolo e non riconoscendosi più. Che tristezza: essere dei re e vivere come degli schiavi!
“A quanti però l’hanno accolto, ha dato la possibilità di diventare figli di Dio”.
Ecco, questo è il progetto originario di Dio per ognuno di noi: che noi diventassimo suoi figli.
Noi abbiamo imparato che l’uomo è fatto per servire Dio, che Dio è sopra e l’uomo è sotto, è il suo servitore, che è meglio ubbidirgli perché Dio è potente e se non stiamo attenti ci punisce con l’inferno o con qualche castigo.
In realtà non è così: noi non siamo i servi di Dio ma siamo i serviti da Dio. Vi ricordate la lavanda dei piedi (Gv 13,1-20)? È Dio che serve l’uomo e non l’uomo che serve Dio. Dio non ci chiede preghiere, servizi, sacrifici per lui: è Lui che è venuto a portare il suo servizio e l’amore a noi. La fede non è più quello che noi facciamo per Lui, ma quello che Lui fa per noi.
Noi non siamo figli di Dio per nascita, ma lo dobbiamo diventare. Come? Amando gli altri. “L’amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore” (1Gv 4,7-8). I figli di Dio sono pertanto quelli che sono stati generati nell’amore e vivono nell’amore. Non con preghiere, digiuni o sacrifici, lo ripeto, ma con l’amore. Amore: questo, e questo solo, Lui ci chiede.
Questa di Giovanni è una teologia “trasgressiva”: Dio non è più nelle chiese, in un posto prestabilito, ma “in mezzo” al suo popolo, alla sua “Chiesa”. Dio non è più fermo, fisso in un luogo, come lo era nel Tempio, ma in cammino, in un continuo cammino insieme alla gente. Dio non è più un luogo (tempio), ma un tempo (kairòs): perché nell’istante stesso in cui c’è l’amore, lì c’è Dio.
“E noi vedemmo la sua gloria” (Gv 1,14). “Nessun uomo può vedere Dio!”, era la convinzione degli antichi israeliti; a Mosè, che ad un certo punto chiede al Signore: “Mostrami la tua Gloria”, Dio gli risponde: “Tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo” (Es 33,18-20). Ma con Gesù questo non è più vero: Dio non è invisibile; Gesù stesso dirà: “Dio si vede... Chi vede me vede il Padre (Gv 14,9)”. Dio non è lontano da noi; Dio è qui.
Sulla vetta di un’alta montagna delle Dolomiti, ricordo un cartello che diceva: “Non cercare Dio, ci sei immerso”. Lui infatti era lì... bastava guardarsi attorno!
In Gesù, “unigenito del Padre”, c’è tutto quello che si può vedere di Dio. Quindi non è Gesù che è come Dio, ma è Dio che è come Gesù. E allora, se vogliamo sapere chi è Dio, guardiamo, imitiamo, diventiamo, come Gesù. Tutto ciò che Gesù non è, non viene da Dio. La caratteristica di Dio, invece, è quella di essere “pieno di grazia e di verità” (Gv 1,14): una forma che si può tradurre con “pieno di amore e di verità” oppure con “pieno di amore vero”. Perché Dio è così: Egli ama di un amore fedele, di un amore che non tradisce, che non si vendica, che rimane sempre: anche se noi ce ne andiamo o lo tradiamo.
Ancora oggi molte persone temono di aver perso l’amore di Dio, di aver fatto qualcosa di irreparabile per Dio, di essere indegni di Lui...: ma Lui non è così! Lui rimane, Lui è fedele, sempre! “Qualunque cosa il nostro cuore ci rimproveri, Dio è più grande del nostro cuore” (1Gv 3,19-20). Ricordiamolo in questo giubileo della Misericordia: l’amore di Dio non tradisce mai, non viene mai meno, neppure di fronte alle nostre più oscure cadute. Amen.



giovedì 24 dicembre 2015

27 Dicembre 2015 – Santa Famiglia

«Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte» (Lc 2,41-52).

Luca, nel vangelo di oggi, ci presenta la prima e unica volta in cui Maria parla a Gesù. Egli, tra l’altro, è l’evangelista che più esalta Maria: ebbene, l’unica volta in cui Maria parla a Gesù si deve sorbire un duro rimprovero.
La Liturgia ci presenta questo vangelo a modello della festa della Santa Famiglia, ma a dire il vero più che una santa famiglia sembra una famiglia un po’ scombinata. È un episodio in cui nessuno ci fa una bella figura.
Non ci fanno bella figura i genitori che perdono il figlio e non se ne accorgono! Se ne accorgono dopo una giornata di cammino: ma come si fa!
Non fa una bella figura Gesù: “Volevi rimanere a Gerusalemme? Potevi almeno avvisarci!”, gli dicono giustamente Maria e Giuseppe. E quando i genitori lo trovano dopo tre giorni gli dicono: “Eravamo angosciati, ti cercavamo! Perché ci hai fatto questo?”, Gesù sembra non capire, e li rimprovera: “Perché mi cercavate?”. Poi li tratta da impreparati: “Non sapevate che devo fare le cose del Padre mio?”.
Non fa una bella figura Giuseppe che non vede rispettata la sua autorità di padre né da parte di Gesù (“Cosa vuoi da me!”) ma neppure da sua moglie visto che è lei che interviene, togliendogli la parola (era solo il padre che aveva l’autorità per parlare).
Inoltre, l’unico che ha un nome è Gesù: si parlerà di padre e di madre, di genitori ma non saranno mai nominati né Giuseppe né Maria. Egli ha dodici anni: non è quindi ancora adulto (lo si diventava a tredici anni), ma era usanza far partecipare a quel pellegrinaggio al Tempio anche i ragazzi dodicenni per abituarli al compimento del precetto che l’anno seguente sarebbe diventato obbligatorio.
Luca dice poi che “i suoi genitori, tutti gli anni si recavano a Gerusalemme per la festa di Pasqua”. Quindi, quella di Gesù, è una famiglia religiosa, una che segue scrupolosamente le tradizioni dei padri. Ma qui Luca più che dei fatti storici vuole sottolinearci un pensiero teologico: che a Gesù, cioè, non interessa tanto la tradizione dei padri, quanto di seguire la volontà del “Padre”. E questo è e sarà sconcertante non solo per la sua famiglia ma per tutto il popolo. Perché tutti si aspettavano il Messia in un certo modo e invece Gesù sarà completamente diverso.
Maria e Giuseppe lo sanno già, ma non l’hanno ancora capito. Pensano infatti che Gesù li segua, che segua la tradizione d’Israele. Non capiscono invece che saranno loro a dover seguire Gesù.
“Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme”. E lo trovano nel Tempio, “seduto in mezzo ai maestri”: lo stare in mezzo è l’immagine con cui la Bibbia presenta la sapienza di Dio: Gesù quindi viene presentato come la sapienza divina che “ascolta” ma che soprattutto “interroga”. E quelli che lo udivano “erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte” (Lc 2,47).
Più che stupiti, i dottori della Legge sono “indispettiti”, poiché non accettano le risposte di Gesù; non accettano per principio che qualcuno venga a fare il maestro in casa loro! Tant’è che la volta successiva in cui Gesù entrerà nel tempio, essi cercheranno di ucciderlo.
Oltretutto che fa questo ragazzo? Parla di Dio in una maniera completamente nuova, completamente diversa da quella che essi conoscono e che impongono al popolo: una maniera che solo Lui, come Figlio di Dio, conosce e può sperimentare.
“Al vederlo restarono stupiti” (Lc 2,48). I suoi genitori rimangono sbigottiti, esterrefatti, per ciò che vedono: no, questo figlio non segue la tradizione; non si comporta come loro.
E qui Maria commette il primo errore: lo chiama “figlio” (Lc 2,48) e usa il termine teknon che significa “quello che io ho partorito”: include cioè una connotazione di dipendenza, di legame fisico, che Gesù non accetta. Mai nel Nuovo Testamento questo termine riapparirà applicato a Gesù. In questo caso, per Maria, per la madre, il figlio è qualcuno sul quale lei ha dei diritti, e il figlio è qualcuno che ha dei doveri nei suoi confronti. Potremo tradurlo in italiano “bambino mio” (non “figlio”, che in greco è “uios” non “teknon”) tu sei “quello che io ho partorito”, ossia “quello che mi appartiene”.
E subito dopo viene il secondo errore della madre: “Ecco, tuo padre e io angosciati ti cercavamo” (Lc 2,48). E Gesù: “Perché mi cercavate?”. Una risposta, secondo il nostro modo di pensare, assolutamente assurda! Ma non lo è, se seguiamo il ragionamento di Gesù. Anzi la sua è una risposta perfetta, una risposta teologica: Egli praticamente sta prendendo le distanze dalla tradizione di Israele: “Perché mi cercavate nella carovana della tradizione? Lo sapete che io non sono lì! Perché mi cercate lì?”. E conclude con il : “Non sapevate...?” (Lc 2,49). Ebbene, cos’è che dovevano sapere? La madre ha commesso l’errore di dire “tuo padre e io”. “No, attenta Maria; ricordati che mio Padre non è Giuseppe. Il Padre mio è qualcun altro. Tu Maria, lo devi sapere molto bene! Ti ricordi le parole dell’angelo? O te le sei dimenticate?”.
Gesù quindi è estremamente chiaro: io non devo occuparmi di Giuseppe o delle tradizioni ma, letteralmente, è necessario che io sia “en tòis tù patròs mù”: devo cioè essere “nelle cose del Padre mio” (Lc 2,49). In altre parole: “Mio padre non sei tu, Giuseppe, ma Dio”.
Ed ecco il finale: “Ma essi non compresero le sue parole” (Lc 2.50). E possiamo anche capirli!
E questo sarà il motivo conduttore di tutto il vangelo: Gesù nessuno lo capisce: né i suoi genitori, né sua madre, né le autorità religiose, né le istituzioni. Gli unici a capirlo sono quelli lontani da Dio.
Il testo poi prosegue dicendo subito dopo (ma non compare nel vangelo di oggi): “Maria serbava tutte queste cose nel suo cuore”. Ecco, questa è la grandezza di Maria: non capisce ancora il vero senso delle cose, ma rimane aperta. Maria accoglie questi semi, anche se per lei sono sconosciuti o assurdi: un giorno fioriranno.
E concludo: cosa può dire a noi questo vangelo? Che noi nasciamo da nostro padre e nostra madre, è vero: loro ci hanno dato la vita, ma non sono la nostra vita. Li ringraziamo, li onoriamo per un dono che non potremo mai ricambiare ma noi abbiamo un compito e una missione.
Quando un genitore fa di suo figlio la sua unica ragione di vita, vuol dire che questo genitore ha perso la sua vera ragione di vita. Perché dimostra di essere una persona senz’anima, senza prospettive soprannaturali, senza nessun’altra missione, come conseguenza, che quella di ridurre il figlio una sua esclusiva proprietà, uno a suo completo servizio (visto che gli ha dato la vita!).
Noi abbiamo delegato la vocazione divina ad alcune persone (preti, suore, ecc.), come se solo loro avessero una chiamata da Dio. In questo modo ci siamo sì, messi a posto la coscienza, ma non certamente il cuore. Ci siamo mai chiesti perché in certi momenti siamo così tristi? Perché tutti abbiamo un’anima: e la nostra anima, in questa vita, ha una missione, uno scopo ben preciso. Tutti infatti siamo dei “chiamati”. Possiamo raccontarcela come vogliamo, ma nessuno di noi è qui per caso. Possiamo far finta di nulla: nella vita possiamo dedicarci a tutt’altre cose, ma la nostra anima continuerà a desiderare di essere, di fare, di vivere, ciò per cui è stata creata.
La felicità vera è scoprire appunto ciò per cui esistiamo: e siamo infelici quando pensiamo di essere qui per caso, senza uno scopo. Ci sentiamo sperduti perché non sappiamo dove andare (una vocazione è un riferimento chiaro). Siamo annoiati, vuoti, perché scegliamo a casaccio, perché non sappiamo cosa ci serve per davvero, non sappiamo ciò che scegliamo. Siamo pieni di paura perché non abbiamo la forza di seguire la nostra vocazione (tutto è possibile per chi sa dove andare). Le persone fanno tante cose nella vita, ma vivere la propria vocazione, è un’altra cosa! Gesù stesso ha detto: “Io devo occuparmi delle cose del Padre mio”. Anche noi abbiamo una vocazione, non dimentichiamocelo mai! Amen.


25 Dicembre 2015 – Natale del Signore


GLI AUGURI PIU' CORDIALI A TUTTI