mercoledì 27 luglio 2011

31 Luglio 2011 – XVIII Domenica del Tempo Ordinario

Il miracolo raccontato dal vangelo di oggi, la moltiplicazione dei pani, è l'unico miracolo riportato da tutti e quattro gli evangelisti. Gli esegeti però concordano nel dire che più di un fatto storico, realmente accaduto, gli autori avrebbero voluto qui sottolineare la straordinaria distribuzione di pochissimo cibo ad una moltitudine eccezionale di persone; un po’ sulla falsariga di quanto già narrato per Eliseo: con la differenza che egli con venti pani aveva sfamato solo quattrocento persone (2Re 4,42-44), mentre Gesù, con un numero minore di pani e due soli pesci, sfama una folla nettamente superiore. Potenza del Messia! Inoltre chi ha raccontato questo brano dimostra di conoscere quanto è accaduto nell’ultima cena di Gesù, come lo rivelano le stesse parole usate (“prese i pani, pronunziò la benedizione, li spezzò e li diede ai discepoli). Pertanto il messaggio veicolato è: “Ogni volta che noi celebriamo l'eucarestia avviene questo miracolo: Dio si da a tutti e sfama tutti”.
Ma seguiamo il testo: Gesù cerca un luogo appartato. Pressato dalla gente e dal bisogno di stare un po’ da solo per ritemprarsi, per ascoltarsi, per riposare, sale su una barca e si allontana. Quando ritorna, la folla si era moltiplicata: una moltitudine enorme di gente lo stava aspettando: gente accorsa dalle città, che per vederlo aveva fatto tanta strada; e lo aveva aspettato. Dove c'è la verità la gente aspetta, si mette in coda e fa molta strada, cioè sacrifici, sforzi, chilometri, per ascoltarla. Perché la verità guarisce, e sazia.
Ma sta sopraggiungendo la notte, il luogo è deserto, e un problema assilla i discepoli: “Qui si fa sera, la gente ha fame. Come facciamo?”. Ed ecco il miracolo. Una straordinaria moltiplicazione di cibo che ci dice anche: “più si condivide e più le cose si moltiplicano, bastano per tutti”. L'unione fa la forza. Condividiamo quello che abbiamo, quello che siamo, quello che conosciamo e tutto si moltiplicherà. Se ci mettiamo insieme, i miracoli avvengono. Se ognuno fa la sua parte, l'impossibile diventa possibile. In qualunque realtà sociale, lavorativa, religiosa, più ognuno mette a disposizione degli altri le proprie informazioni, le proprie capacità e risorse professionali, umane e spirituali, più quella realtà funzionerà, raggiungerà i suoi obiettivi. In una comunità, in una parrocchia, in una famiglia, più si condivide ciò che si vive, ciò che si prova, gli alti e i bassi delle proprie giornate, più l'unione si moltiplica, diventa forte, intima e profonda. Una gioia condivisa si moltiplica; un dolore condiviso si dimezza. In un pranzo, se ognuno porta qualcosa e poi si condivide, tutti mangiano a sazietà, e ne rimane ancora sempre tanto.
Mentre la società moderna tende a dividerci sempre più, a privatizzarci, a singolarizzarci, noi abbiamo bisogno di metterci insieme, di aiutarci, di condividere, di offrire ciascuno ciò che può offrire.
E questo è l’ulteriore significato del miracolo: “quel che sembra impossibile spesso non lo è”. “Essere credenti scriveva in proposito padre Balducci significa assumere l'impossibile come possibile”. Cinquemila uomini, un’impresa impossibile. Ma non per Gesù. Non per chi crede veramente. Le cose molte volte non sono impossibili; le immaginiamo tali, ma sono solo faticose: sono “impossibili” perché ci costringono a faticare, ci costringono a cambiare e a rivoluzionare la nostra vita. E questo ci spaventa, ci porta ad evitarlo.
Questo vangelo è un meraviglioso inno all'umiltà: “fidati di quel poco che sei, di quel poco che hai”. Cinque pani e due pesci è quello che siamo noi. Cosa siamo? Beh siamo proprio ben poca cosa; se guardiamo a quello che siamo dentro, alle nostre capacità, alle nostre doti, a ciò che possiamo fare o che siamo capaci di fare, beh siamo proprio ben poca cosa. E quante persone dicono: “Non sono capace di far niente! Come potrei realizzarmi nella vita con così scarse capacità?”
Ma è proprio questo il miracolo della vita e del vangelo, fratelli miei: ciò che per l'uomo è scarso, piccolo, limitato, per Dio è infinitamente grande, prezioso, senza limiti. E se ci fidiamo di quel poco che siamo, che Dio stesso ha creato, faremo sicuramente cose grandi.
A tutti noi piacerebbe avere doti straordinarie, essere bravi musicisti, atleti, simpatici ed empatici, avere doti fuori dal comune, essere abili nell'informatica, nelle lingue, profondi e sensibili con le persone. Ma se avessimo tutto questo ci crederemmo probabilmente “superiori”, dotati di poteri divini, altrettanti dei; e Dio, conoscendo bene questo pericolo, non ci ha dotati di troppe capacità, ci ha dato cinque pani e due pesci.
Se guardiamo a quello che abbiamo, a quello che siamo, allora ci deprimiamo, allora pensiamo che non andremo da nessuna parte nella vita, allora ci sentiremo dei falliti. Se guardiamo a quello che non c'è, a quello che dovremmo essere, a quello che non siamo, non faremo mai nulla. Ma è qui, fratelli miei, che deve emergere la nostra fede: guardiamo pure a quel poco che abbiamo, ma se avremo fede e ci fideremo di ciò che Dio ha messo nel nostro cuore, compiremo cose grandi e meravigliose.
Il vangelo, in particolare, di fronte al poco che c'è, ci presenta due atteggiamenti: quello dei discepoli, che disprezzano quel poco che hanno: “Non abbiamo che cinque pani e due pesci”, come a dire, “ma cosa vuoi pretendere con questa miseria che c'è”; e quello di Gesù che, invece, prende quella miseria, guarda il cielo (cioè ringrazia Dio per quel che c'è) e la benedice.
Sono i due atteggiamenti che noi possiamo avere nei confronti della nostra vita: la possiamo disprezzare o benedire. Possiamo dire: “Non sono niente; ah, se avessi...; beati quelli...; perché Dio mi ha creato così povero”; oppure posso ringraziare e benedire per ciò che sono: “Dio mi ha dato questo e tocca a me sviluppare quello che sono. Quello che ho, quello che sono mi è stato dato perché io faccia miracoli”.
Ovviamente la maggior parte di noi crede che il fare miracoli sia riservato soltanto ad alcuni eletti, agli altri “piu” di noi, mai a noi stessi. La maggior parte di noi vive di un complesso di inferiorità cronico: “Sono meno degli altri; se avessi quello che hanno gli altri...”. E così facendo continuiamo a rincorrere, a volere, a desiderare ciò che non abbiamo, ciò che non siamo, piuttosto che far crescere e sviluppare quello che siamo. La maggior parte di noi vive di un complesso cronico di non accettazione: “Quello che sono non va bene; non sono niente”. Abbiamo il timore di essere brutti, inadeguati, inferiori. E siccome lo crediamo, piano piano, inesorabilmente, lo diventiamo.
Sentiamo ripetere ovunque la classica frase: “Accettati per quello che sei”. Ma la realtà è che quasi tutti noi non ci accettiamo, ci vorremmo diversi, più belli o più intelligenti, più simpatici o più atletici e quant'altro. Bene: questo vangelo ci dice che dobbiamo imparare ad accettarci per quello che siamo, dobbiamo prendere quei cinque pani e due pesci, che siamo noi. Amarsi vuol dire accettare ed essere felici per quello che siamo, così come lo siamo oggi.
Aver fede è prendere sul serio che quello che siamo viene dall'Alto, viene da Dio. Se veniamo da Dio, se è Lui che ci ha creati, allora in noi c'è la Sua forza. Voler essere diversi da ciò che siamo è dire a Dio che si è sbagliato con noi, che ha creato qualcosa di scarso e di fatto male. Aver fede è avere l'umiltà di credere che in questa piccola creatura che siamo, c’è veramente la sua grandezza e la sua forza.
Infine, questo vangelo in questi giorni di affanno economico ci dice: “anche se non sembra, ce n'è per tutti!”. Bisogna solo avere il coraggio di attuarlo. Non è un vangelo neutrale; ci costringe tutti a prendere una posizione: prendiamo la posizione che vogliamo, ma non possiamo lavarcene le mani, perché, il farlo, è già una posizione, una scelta. Non possiamo non scegliere: o ci mettiamo nella logica di condividere quello che c'è, tra tutti, e ce ne sarà per tutti; oppure ci mettiamo nella logica del profitto, dell’egoismo, dell'accumulo personale di ricchezze, e non ce ne sarà per tutti. La logica della vita, quanto mai attuale oggi, è: un po' meno per me, ma per tutti. Contrariamente alla logica della morte che dice: io mangio, produco, consumo, e degli altri “non me ne frega niente”. Ma un giorno dovremo rendere conto di tutti questi morti anonimi per fame: per il fatto che non li uccidiamo fisicamente o che non vediamo con i nostri occhi i corpi morti, non vuol dire che non ne siamo colpevoli o responsabili. E saranno proprio loro a giudicarci. Si, perché quel “distribuire a tutti il pane” vuol dire anche che siamo un'unica famiglia. È questo il vero concetto di globalizzazione. Siamo un'unica grande famiglia. Il bene, o è di tutta la famiglia, o tutta la famiglia ne soffrirà. Invece: “Tieni tutto per te... Tieni tutto per te... “ è quanto suggerisce l’egoismo. Riempiamo i nostri frigo di verdura, di frutta, carne e formaggi. Non diamoli a nessuno e non condividiamo con nessuno; non rischiamo che poi magari rimaniamo senza! Sapete cosa poi succederà? Che ne butteremo via un sacco. “Tieni il tuo tempo tutto per te...” non diamolo a nessuno, non facciamo niente per gli altri, e sapete che cos'accadrà? Accadrà che ci sentiremo completamente soli e inutili. “Tieni le tue cose tutte per te...” non prestiamole a nessuno perché ce le potrebbero perdere o rovinare. Sapete cosa accadrà? Accadrà che nessuno ci vorrà e che il nostro animo diventerà duro e sospettoso. Una statistica rivela che più si sale nella scala sociale (per ricchezza e status sociale) e più la gente è infelice e si suicida. “Tieni tutti i tuoi soldi per te... “e accumuliamo, accumuliamo, accumuliamo: sapete cosa accadrà? Un giorno verrà l'angelo della morte, porterà via tutto, lasciandoci senza niente, senza alcuna opera buona da presentare a Dio! Fratelli miei, che non ci succeda mai! Amen.

martedì 19 luglio 2011

24 Luglio 2011 – XVII Domenica del Tempo Ordinario

«Il regno dei cieli è simile...» Matteo nel vangelo di oggi ci spiega ancora, mediante tre parabole molto concise, a cosa sia paragonabile il Regno dei cieli: questa volta ad un tesoro, ad una perla e infine ad una rete. Solo lui ha queste parabole e forse non è un caso: lui era un ex pubblicano, un uomo d'affari, per anni aveva inseguito il sogno di diventare ricco, una vita di tesori, e improvvisamente aveva trovato, incontrando Gesù, l’unico tesoro della vita. Ciò che accade nelle prime due parabole è quantomeno un po’ strano: chi è che trova un tesoro per caso? È rarissimo, ma forse per quei tempi la cosa poteva essere più realistica: non c'erano né banche né casse di risparmio, allora; per custodire denaro e preziosi, l’unico modo sicuro era quello di nasconderli in un posto segreto. Comunque sia qui ci troviamo di fronte a due uomini particolarmente fortunati: il primo è il classico baciato dalla fortuna, che per puro caso si imbatte in un tesoro; il secondo invece è un ricercatore di fortune, di tesori, un professionista, uno che lo fa per mestiere. Entrambi comunque, di fronte all’improvvisa ricchezza, colgono l'occasione e si mettono in gioco a modo loro. E fanno bene: perché certe situazioni, certe opportunità, si verificano una volta sola nella vita, non si ripetono più, e bisogna saperle cogliere al volo. La vita infatti, di tanto in tanto, ci chiama a fare delle scelte radicali: scelte che mettono in discussione tutte le nostre abitudini, scelte che ci cambiano completamente le carte in tavola, che ci spiazzano; e a questo punto è necessario rischiare e puntare tutto lì. Bisogna essere determinati, avere le idee chiare.
I due uomini del vangelo invece, per chi li vede da fuori, non sembrano molto furbi: infatti, come si fa a giustificare uno che vende tutti i suoi averi per comprare un pezzo di terreno incoltivabile, arido e sassoso come quelli della Palestina, basandosi solo sulla speranza di trovare altri tesori? E quell’altro che vende tutto il suo patrimonio per comprare una pietra preziosa? Per quanto possa essere preziosa, che se ne fa? con che cosa campa? E spostiamo il discorso pure sugli uomini che seguono Gesù: lasciano tutto, lavoro, famiglia, averi, mettendosi al seguito di uno, senza arte né parte, che se ne va in giro senza meta, a predicare tutto il giorno. Sono tutti dei folli, degli sprovveduti? No, fratelli, solo apparentemente: perché sono essi che ci danno il vero significato delle parabole. Parabole che sono di grande attualità: perché anche noi siamo nella stessa loro situazione: tutti noi abbiamo il nostro tesoro, il nostro ideale, il nostro “Dio”; per raggiungerlo anche noi siamo disposti a fare di tutto, a sacrificare tutto, perfino l’impossibile. E se non riusciamo a farlo nostro, oppure se trovatolo lo perdiamo, ci disperiamo, cadiamo in depressione. Questa è la realtà, fratelli miei.
Gesù diceva: “Dov'è il tuo tesoro lì c'è il tuo cuore”; e diceva una grande verità. È una legge della natura. La cosa a cui più pensi, che più ti ritorna in mente, che più desidereresti nel tuo intimo, quella che sogni continuamente, beh, proprio quella è il tuo “tesoro”, è il tuo Dio. Non quello che sei incerto se volere o meno, non quello che dici di desiderare, ma quello che ti è diventato un’idea fissa, un’ossessione, quello di cui parli in continuazione: ecco quello e solo quello è il tuo “tesoro”. Per alcuni questo tesoro può essere l’onore, o un determinato altro valore; per altri una persona; per altri ancora il benessere, la bella vita, una bella casa. Infine, per i più fortunati, il tesoro più prezioso è Dio, la sua amicizia, il suo amore.
Ma questa parabola non si ferma qui: oltre che identificare Dio nel “tesoro” più prezioso, dice anche che tutti noi siamo un “tesoro”: un tesoro nascosto. Siamo dei tesori, ma nessuno se ne accorge: e quando poi finalmente qualcuno ci nota, ci scopre, ci tira fuori dal nostro nascondiglio, dal nostro camuffamento, ci offre la nostra grande opportunità, ci dà una seconda vita. Sì, perché noi, fratelli, abbiamo proprio bisogno che qualcuno ci scopra, che qualcuno metta in luce la nostra positività, che ci faccia sentire importanti, che ci faccia sentire unici; abbiamo bisogno che qualcuno creda in noi: se nella nostra vita ciò non dovesse mai succedere, possiamo pure coprirci di ori, di soldi, di gioielli, di titoli, di perle e di preziosi, ma non servirebbe assolutamente a nulla, perché non saremmo felici, ci sentiremmo comunque dei falliti, dei perdenti. Noi abbiamo bisogno che qualcuno ci dica: «Sei il mio “tesoro”; sei la cosa più cara che ho». Abbiamo bisogno di sentire che per qualcuno siamo davvero importanti, speciali, unici e insostituibili. Abbiamo bisogno di qualcuno che, fra i tanti, scelga proprio noi e nessun altro. Ecco: noi non ce ne rendiamo conto, ma nella nostra vita questo qualcuno c’è già: è Dio. Noi siamo il suo “tesoro”, siamo noi il “tesoro” di Dio, fratelli. Egli ci riempie di attenzioni, non ci lascia mai soli, previene ogni nostra necessità; in una parola ci riempie di un amore costante, incomprensibile e quasi irrazionale. Noi siamo importanti per Lui; per questo dobbiamo sentirci impegnati nei suoi confronti: dobbiamo capire che non possiamo buttar via la nostra vita, perché è troppo preziosa per Lui, visto che è Lui stesso che ce l’ha data. Se capiamo questo, non avremo più bisogno di nulla, non ci servirà più l’ammirazione degli altri, non avremo più bisogno che gli altri ci ripetano quanto siamo bravi, belli e buoni. Siamo il “tesoro” di Dio e questo ci basterà. I riconoscimenti del mondo saranno inutili, un nulla.
Ci siamo mai chiesti perché la gente si lascia andare, perché si abbandona, perché invece di vivere, sopravvive? Perché cade in depressione? Perché “tira avanti”? Perché molti si tolgono la vita? Perché molti giovani finiscono ai margini della società, nella delinquenza, nell’alcool, nella droga? È perché si sentono nessuno, inutili, una nullità; perché nessuno li apprezza, nessuno li ha mai fatti sentire unici, speciali, dei veri “tesori”. E poiché si sentono una schifezza, si buttano via: cosa che invece non si pone neppure, per chi si sente prezioso agli occhi di Dio!
È naturale. Ci siamo mai chiesti perché, quando rimoderniamo casa, o la mettiamo in ordine, buttiamo via le vecchie cianfrusaglie e non i monili d'oro altrettanto vecchi? Perché l’oro ha un suo valore, un valore duraturo. E perché la gente si butta via? Perché non capisce di avere un valore altrettanto duraturo, e nessuno glielo dice, nessuno glielo spiega. Allora andiamo dalle persone che amiamo, e facciamo capire loro cosa vuol dire: “Tu sei il mio “tesoro”. Tu non sai quanto sei prezioso per me”. Andiamo dai nostri figli, dai nostri cari, dalle persone care, dagli amici veri, e non vergogniamoci di riconoscere apertamente quanto teniamo a loro, quanto sono importanti per noi. Alcuni non si rendono conto di quanto, il loro esistere, il fatto che loro siano lì, sia importante per altri fratelli. Non sanno di essere considerati degli angeli, dei riferimenti, dei rifugi per la vita di queste persone. Non sanno di avere un grandissimo valore per gli altri. Lo saprebbero soltanto se qualcuno, se noi, una buona volta glielo dicessimo!
Per questo i racconti delle parabole sono dei programmi di vita per tutti noi, sono delle vere e proprie “chiamate”. Tutti siamo invitati a cercare il tesoro, il bene, il positivo che c'è in noi e nelle persone che ci sono vicine. Quando Michelangelo fece la Pietà e gli fui chiesto come avesse fatto a scolpire un capolavoro simile, lui rispose di aver soltanto tirato fuori l'immagine che era imprigionata dentro il marmo. L'aveva vista, l'aveva scoperta e l'aveva tirata fuori. In ognuno di noi c'è un tesoro, c'è qualcosa di bello, di meraviglioso. Sta a noi cercarlo e tirarlo fuori.
Ognuno trova ciò che cerca: se ci mettiamo a cercare il male che c'è nel mondo, beh ne scopriamo tantissimo, e tanto altro ci aspetta per essere scoperto; se ci mettiamo a scoprire quanta bontà c'è nel mondo, beh ce n'è altrettanta e sicuramente ancora di più aspetta di essere scoperta; se cerchiamo le imperfezioni del nostro corpo ne troveremo a migliaia; se cerchiamo i nostri peccati ne troveremo tanti, proprio tanti; e se domani cerchiamo ancora, ne troveremo sempre di nuovi. Se quando ci guardiamo allo specchio cerchiamo brufoli o rughe, stiamone certi che li troveremo. Così pure se cerchiamo nel nostro prossimo degli occhi, occhi sinceri, limpidi, occhi in grado di amare o di appassionarsi, li troveremo sicuramente. Perché noi troveremo sempre quello che cerchiamo veramente. Tutto dipende da cosa e come cerchiamo. Spesso molti si chiedono: “Come mai c'è così tanto male nel mondo?”. Raramente si chiedono: “Come mai c'è così tanto bene?”. Se cerchiamo il male e il negativo lo troviamo. Se cerchiamo il bene e il positivo, lo troviamo. Perché quando guardiamo dentro le anime, noi troviamo sempre quello che vogliamo trovare.
Quando Gesù guardava Maria Maddalena, mentre tutti vedevano in lei una donnaccia o una pazza, lui vedeva il suo valore, le sue potenzialità. Gesù la faceva sentire importante, preziosa; Gesù con i suoi occhi, con le sue parole e con i suoi gesti le diceva: “Tu sei un tesoro nascosto. Ma io ti ho vista”. E con questo la salvò. Pietro, Matteo e tutti gli altri erano gente comune, persone che si sentivano insicure e inadeguate. Ma lui li valorizzò, Lui li amò, Lui credette in loro. E loro si sentirono dei “tesori” importanti, e si comportarono di conseguenza.
La gente è portata a sopravvalutare tutto quello che fa, perché dentro si sente vuota, e così racconta delle “panzane” pur di sentirsi qualcuno; attacca gli altri perché si sente trascurata o ferita, perché si sente inferiore a loro, senza valore; fa uso di antidepressivi, o peggio di droghe, perché non riesce ad esprimere i suoi veri sentimenti. Insomma: non crede, non sa, non è convinta di essere una persona meravigliosa, una persona dalle mille risorse.
Queste due parabole ci dicono, concludendo, di iniziare a considerare noi stessi e il nostro prossimo come degli autentici “tesori” da scoprire. Siamo tutti delle belle persone. Cerchiamo, troviamo e scopriamo (portiamo cioè alla luce) la bellezza e il tesoro che ciascuno custodisce. Noi abbiamo un tesoro, meglio, siamo un tesoro. Se cerchiamo, lo troviamo, anzi ci troviamo. Ma se non ci crediamo, se non siamo convinti, questo tesoro non lo troveremo e non ci troveremo mai. Amare significa far uscire ciò che c'è di buono in noi; amare il prossimo, i fratelli, significa far uscire, mettere in luce, tutto ciò che di buono c'è in loro.
Il Libro della Sapienza dice: “Se Dio non avesse voluta una cosa non l'avrebbe neppure creata”. Quindi: se Dio non ci avesse voluti, non ci avrebbe mai creati. Traiamone allora le dovute considerazioni.
Infine c'è la parabola della rete; in pratica ci dice: ognuno, ad un certo punto, deve fare il bilancio della propria vita. La rete è il nostro esame, il mettere sotto osservazione la nostra vita; i pesci sono le nostre scelte, tutto quello che abbiamo fatto. I pesci buoni, li mettiamo da parte, perché servono, ci fanno più forti, ci maturano. Quelli cattivi, invece, li rigettiamo in mare perché non ci servono, non riescono a migliorare la nostra vita, non la maturano. E quando nel momento cruciale della vita, alla fine dei nostri giorni, ognuno dovrà tirare le conseguenze di ciò che ha pescato, costruito, investito, osato, allora, fratelli miei, non servirà più lamentarci per la bonaccia o per la tempesta! Quello che è fatto, è fatto. Allora potremo contare soltanto sulle riserve, sulle nostre risorse positive, su quei pochi pesci che abbiamo messo da parte, quelle buone azioni che, durante la nostra vita, abbiamo “pescato” e messo nel “congelatore”. Se nella nostra rete non abbiamo di queste risorse, se in vita non abbiamo messo paletti, se non abbiamo saputo controllare la nostra rabbia o vivere il dolore, se non abbiamo saputo esprimere i nostri sentimenti di carità, se non abbiamo punti di forza, allora, come da un’onda “anomala” verremo spazzati via dal ponte della nostra nave. Dovevamo pensarci prima! Dovevamo costruire prima! Fratelli miei, il futuro della nostra vita è solo nostro, è nelle nostre mani. Tutto quello che facciamo, quello che diciamo, l’intero nostro vivere, è esclusivamente nelle nostre mani, nelle scelte che facciamo: per favore non deleghiamo, non scarichiamo le nostre responsabilità sugli altri e, soprattutto, non atteggiamoci a vittime illustri e imcomprese. Amen.

martedì 12 luglio 2011

17 Luglio 2011 – XVI Domenica del Tempo Ordinario

Anche oggi, come domenica scorsa, Matteo ci presenta una serie di “similitudini”, una serie di brevi parabole sul Regno di Dio: la zizzania, il granello si senape, il lievito. Tutte hanno un filo conduttore: il “crescere”: lasciar crescere ciò che è piccolo, non impedire alle cose e alle persone di crescere, aspettare la maturazione. La prima parabola che condensa un po’ il messaggio delle altre, inizia anche qui presentando un'idea e un atteggiamento comune del tempo. Racconta un imprevisto: e la prima, spontanea reazione che ne consegue. C’è della zizzania che un nemico ha seminato: togliamola, eliminiamola. La zizzania è un'erba che assomiglia in tutto al grano. La si riconosce solo al momento della spigatura. Il grano ha la semente, il frutto, la zizzania no. Quando i servi si accorgo, com'è logico dicono al padrone: “Togliamo la zizzania”. Ma Lui risponde: “No, perché non accada che magari per sbaglio togliamo anche del grano. Al tempo della mietitura divideremo la zizzania dal grano”, cioè solo quando sarà chiaro.
Questa parabola è un invito molto forte: di fronte alle varie situazioni della vita, non dobbiamo prendere decisioni precipitose, senza conoscere bene i termini, i contorni del problema, senza conoscere tutte le parti in gioco. C'è un problema, c'è della zizzania, del negativo, qualcosa che non va nel campo della nostra vita; siamo indecisi su di una cosa o non ci è chiara e non sappiamo bene cosa scegliere? Che si fa? Non facciamo niente: nel dubbio, nell’incertezza, aspettiamo. Noi invece, quando c'è confusione, mancanza di chiarezza, incertezza, cerchiamo immediatamente certezze, risposte, soluzioni. Ma Gesù ha una logica diversa: “Aspetta. Vivi la situazione serenamente. Quando c'è confusione non fare scelte”. Viviamo con fiducia la confusione, perché la confusione è il momento in cui cerchiamo la luce che possa illuminare il nostro buio. Quando finalmente avremo trovato la luce allora ci sarà chiaro cosa fare. Allora ci verrà normale sapere cosa fare, cosa scegliere o cosa dire. Noi vorremmo invece toglierci ogni problema, ogni dubbio, immediatamente. Quanti errori facciamo perché siamo precipitosi! Non siamo in grado di sostenere il dubbio, l'incertezza; abbiamo il bisogno di risolvere subito tutto, di sistemare le cose, di liberarci di un problema. Lasciamo aperte invece l'una e l'altra soluzione e, se cerchiamo, la soluzione ci verrà data chiara e inequivocabile a suo tempo. Molte persone non accettano la confusione: vogliono chiarezza, regole, soluzioni. Ma la confusione è il luogo del discernimento. La notte buia è lo spazio tra due giorni. Il buio è lo spazio tra due luci. La confusione è lo spazio tra due chiarezze. Allora il nostro compito è quello di discernere. Discernere vuol dire distinguere: capire cosa è questo e cosa è quello.
All'inizio della Bibbia c'è il racconto della creazione. La Bibbia non dice che non c'era nulla, ma che c'era il caos, l'informe, l'indefinito. Cioè: c'era qualcosa ma non era chiaro cosa. L'opera di Dio è stata quella di distinguere (questa è la traduzione più esatta di quella parola “separare”): la luce dal buio; le acque dalla terra; le acque del mare dalle acque del cielo e via dicendo. Questo è quello che l'uomo è chiamato a fare nella sua vita: distinguere, discernere, dividere per diventare ciò che deve diventare. Quindi non eliminare ma distinguere.
La confusione iniziale non è il nulla: è l'informe. E' come avere davanti una confusione di mattoni, calce, cemento, ferri, travi: se butti via tutto non puoi costruire la tua casa. Allora accetta la tua confusione perché non è un vuoto ma un pieno. E nella tua confusione c'è il tuo agire: portare luce, discernere, capire cosa dev'essere tenuto e cosa no. E finché tutto non sarà chiaro, se puoi, non fare scelte. Non sta a te decidere quando. Biblicamente la parola bene-luce non è il contrario di male-tenebra perché il male-tenebra è la “non-ancora-luce”. Cioè: non si può dividere il male dal bene e il buio dalla luce. Il buio è la non-ancor-luce e il male è il non-ancora-bene. Compito dell'uomo è di illuminare il buio perché tutto appaia; di entrare nella confusione e di discernere, di portare chiarezza. Il grande peccato dell'uomo è di non compiere quest'opera: di non voler entrare nel buio per portarvi luce; di non entrare in sé per accettare l'umanità che si è; di non scendere negli inferi per portarvi la resurrezione.
Questo vangelo poi ci ricorda che non ci siamo solo noi al mondo e che non tutto dipende da noi. Nel nostro campo non seminiamo solo noi. Hanno seminato i nostri genitori, la nostra infanzia, le persone che abbiamo incontrato, le esperienze della vita, le idee che circolavano nel nostro ambiente, le paure, i complessi, le ansie e le scelte di altri. Noi non siamo solo quello che vogliamo noi, ma siamo anche soggetti a condizionamenti, influssi e intrusioni. È da illusi pensare che siamo gli unici artefici della nostra vita. La tv e i media ci condizionano; l'ambiente, la moda, le persone vicine ci condizionano. Noi condizioniamo con il nostro vivere il mondo esterno, ma anche il mondo esterno ci condiziona. A volte ci ritroviamo che la nostra vita è come quel campo. C'è il seme buono, ma c'è anche tanta zizzania. E a volte non dipende da noi. Altri hanno seminato cose che non volevamo.
Noi dobbiamo accettare il fatto che la nostra vita non è solo nostra, ma che noi viviamo in un mondo. Dobbiamo accettare che altri hanno seminato la loro semente: quello che avevano, quello che potevano, o quello che volevano dare! Certe semine sono davvero della zizzania. Ma è così. Qualcuno ha seminato zizzania: è una realtà. Ma qualunque cosa ci sia stata seminata, questo è e rimane il nostro campo: amiamolo, accettiamolo e accogliamolo. E sappiamo che questo campo così come produce zizzania, negatività, insoddisfazione, può produrre anche vita, positività e luce. Accettiamo pure ciò che altri vi hanno seminato, ma iniziamo a seminare noi cose diverse e buone per noi.
Poi questa parabola dice: non c'è il bene senza il male, la zizzania senza il grano, il positivo senza il negativo. È molto infantile dividere il mondo in buoni e cattivi, santi e delinquenti. È un principio troppo semplicistico. È un non voler accettare la complessità della vita e delle relazioni.
Noi tutti sogniamo l'uomo perfetto, un amore perfetto, un lavoro perfetto, una relazione perfetta, una vita perfetta. Questa illusione distrugge la vita e ci fa rincorrere un'utopia. Una illusione che ci impedisce di godere di questa vita così imperfetta ma così bella. Visto che moriremo, niente è perfetto. Per noi perfetto equivale a non faticare, a non lottare, a non soffrire, ad avere sempre tranquillità e mai nessun scossone, a trovare un equilibrio per sempre, a non cercare. Questo non è perfetto, è semplicemente non-vita.
La perfezione uccide. Uccide il cuore e uccide il fisico. La perfezione dice: “Togli tutto il male dal mondo!”. C'è una categoria di persone che è fanatica nel fare il bene a tutti i costi. Lo slogan che li spinge è: “Elimina tutto ciò che disturba; reprimi, togli, diserba, scaccia”.
Togliamo invece gli eccessi dalla nostra vita. Non lasciamoci andare troppo Se siamo contenti controlliamoci! Se c'è un peccato, combattiamolo fino a sradicarlo. Se c'è un errore, non perdoniamoci finché c'è. Se c'è una debolezza, eliminiamola. Se ci sentiamo giù, tiriamoci subito su. Ricordiamoci sempre che possiamo fare di più. Non accontentiamoci, non siamo mai soddisfatti di quello che abbiamo fatto. Appena abbiamo finito, ricominciamo. Se qualcuno ci fa del male, facciamogli un sorriso. Se qualcuno ci offende, sopportiamo. Non riposiamo mai sugli allori. Guardiamo sempre non a quello che abbiamo fatto, ma a quello che c'è ancora da fare. Stiamo attenti e all'erta perché il demonio è lì, sempre pronto, “tamquam leo rugiens”; e quando meno ce l'aspettiamo ci attaccherà. Facciamo di noi, in tutta umiltà, dei santi, dei puri, dei perfetti. Non combattiamo la zizzania, sviluppiamo invece il grano! Non eliminiamo donchisciottescamente il negativo, ma allarghiamo e sviluppiamo il positivo. Non eliminiamo i nemici ma facciamoci tanti altri amici.
Se mettiamo tutte le nostre forze per combattere il male, che forze ci rimarranno per fare il bene? Pensiamoci, fratelli, pensiamo seriamente su tutto questo. Amen.

mercoledì 6 luglio 2011

10 Luglio 2011 – XV Domenica del Tempo Ordinario

Nel capitolo 13, Matteo racconta tutta una serie di parabole. C'è quella del seminatore di oggi (13,1-23), quella della zizzania (13, 24-30), quelle del granello di senapa e del lievito (13,31-33), quelle del tesoro, della perla e della rete (13,44-50). Sono quasi tutte parabole che parlano di crescita, affermano l'esistenza di un qualcosa che, se ce ne prendiamo cura, può crescere e piano piano, giorno dopo giorno, diventare ciò che deve diventare.
Nella vita tutto avviene con gradualità, senza che noi ce ne accorgiamo, giorno dopo giorno.
La “cura”, la “crescita” sono gli elementi decisivi della vita. La cura è il tempo, l'attenzione, la presenza che noi dedichiamo a ciò che è importante, è il nostro esserci fisicamente e con il cuore. Dove c'è cura le cose crescono. Dove non c'è cura le cose crescono pure, ma disordinatamente, sganciate dal nostro controllo, senza una direzione, come la celebre vigna di Renzo di manzoniana memoria.
È per questo che si prega ogni giorno: perché la nostra anima non muoia. È per questo che si mangia ogni giorno: perché il nostro fisico non muoia. È per questo che fa bene leggere un libro o partecipare ad un incontro, perché la nostra mente non si sclerotizzi. Dove c'è cura tutto cresce e fiorisce e diventa fecondo. Dove non c'è cura tutto cresce, ma si inselvatichisce.
«Quel giorno Gesù uscì di casa e si sedette in riva al mare». Il vangelo dà una serie di piccole annotazioni prima della parabola. In riva al mare di solito c'è un po' di vento e si sta bene. Il mare è evocativo, ti fa pensare, ti fa riflettere. Il mare è come quel terreno di cui Gesù parlerà subito dopo: sembra che non ci sia niente dentro e invece è pieno di vita.
Gesù esce da solo, ma subito attorno a lui si raccoglie una grande folla. Chi ha qualcosa di vero, di autentico, di grande, da comunicare, chi vive qualcosa di serio e importante, raccoglie spontaneamente tanta gente attorno a sé, è rincorso dalle persone, dovunque vada. È invece chi non ha nulla di interessante da esprimere che deve rincorrere le persone, deve affannarsi per farsi ascoltare. E questo, fratelli miei, dovrebbe già portarci ad una prima considerazione: ci siamo mai chiesti come mai alle nostre messe vengono così in pochi? Come mai nessuno ci chiama e solo qualcuno ci cerca? Forse perché oggi non ci sono più buoni cristiani? Forse perché la gente non ci stima? Forse perché non ci conosce? O non dipende piuttosto dal fatto che siamo noi poco convincenti, che siamo noi a non esprimiamo niente di “vissuto”, di convintamente sentito, di spiritualmente efficace?
Di fronte alla gran folla Gesù si distacca e si mette a sedere. Le cose importanti hanno bisogno di tempo materiale, di distacco, di silenzio intorno a noi. Non si può pregare in profondità,con il cuore, mentre siamo di corsa, impegnati in altre cose; non possiamo parlare con Dio di ciò che abbiamo dentro, di ciò che viviamo nell'anima, dei nostri problemi vitali, guardando la tv, ascoltando la radio, lavorando o facendo qualcos'altro. Per esprimerci consapevolmente dobbiamo fermarci, sederci, guardarci negli occhi del cuore. Non si possono risolvere problemi complessi, difficoltà grandi, con un discorso superficiale, fatto al volo, pensando ad altro. Ci vuole serenità, una mente libera dal frastuono, guardare la questione da tutti i punti di vista, dedicargli tempo e spazio. È vero che l’importante è il “come” si fanno le cose; è vero che non è tanto la “quantità” quanto la “qualità” del tempo che è decisiva nel nostro dedicarci alle persone e alle cose. Ma è altrettanto vero che se a priori non “abbiamo tempo”, se non ci fermiamo, se non abbiamo materialmente neppure qualche minuto da dedicare, allora non c'è neppure nessun “come”. A monte ci deve essere la nostra disponibilità temporale; così se non non ci siamo mai con i figli per ascoltarli, con la famiglia per aprirci, con la comunità, con i confratelli e le consorelle per fare condivisione, con la nostra anima per darle forza e vigore, voi capite che è inutile che ci preoccupiamo del “come” fare tutte queste cose, perché senza un “quando”, il “come” purtroppo non ci sarà mai. Da qui l’importanza del nostro tempo.
Alle folle radunate davanti a lui, Gesù parla in parabole. Ora, la parabola ha un doppio valore: è una favoletta stupida, se la prendiamo superficialmente, se non vogliamo capirla, se non vogliamo lasciarci coinvolgere; ma è profondissima se ci entriamo dentro con il cuore. È fondamentale questo, perché la parabola ci parla e ci convince, in funzione della nostra apertura di cuore. Se non la capiamo è perché il nostro cuore è chiuso, è ottuso. La parabola serve per chi vuole capire, per capire meglio: “Chi ha orecchi intenda”, dice Gesù; per chi vuole vedere c’è tanta luce, ma per chi non vuol vedere, il buio ottenebra il suo cuore-
Per ascoltare il vangelo, il messaggio della Parola, dobbiamo dunque fare proprio come faceva Gesù: sedersi, dedicare tempo, avere calma e pace nel cuore e nell'anima. Dobbiamo distaccarci dalla ridda di pensieri, di preoccupazioni, che normalmente ci accompagna, dal quel “frullatore” che è la nostra mente e concentrarci sulle parole che abbiamo davanti, ascoltare cosa esse ci dicono dentro. In quelle Parole dobbiamo entrarci con il cuore, con la vita, se vogliamo coglierne il valore pratico, essenziale per la vita dello spirito.
La parabola di oggi è molto semplice. C'è un seminatore che fa il suo lavoro, ma il seme che egli sparge, finisce col cadere su quattro diversi tipi di terreno. L’allusione è chiara: Gesù qui ci indica i nostri diversi modi di reagire di fronte al Suo messaggio. Di fronte ad una stessa situazione, ad una stessa persona, ad un medesimo evento, noi tutti reagiamo in modo diverso: non è tanto l’evento, ciò che accade, che rende tristi, depressi e vuoti (anche se ha la sua importanza), ma è il modo in cui noi interpretiamo questo evento, il senso che noi gli diamo. Siamo noi che facciamo, di ciò che ci accade, una tragedia o una commedia, una occasione per ridere o per piangere e disperarsi.
Dunque: il primo terreno su cui cade il seme, è la strada: un terreno duro, impenetrabile. Nella strada non nasce niente (negli altri terreni almeno all'inizio qualcosa nasce!). Alcuni uomini spiega Gesù nella “esegesi” che lui stesso fa di questa parabola hanno la coscienza così indurita che nulla li mette in discussione. Sono duri come la pietra, hanno “il pelo sul cuore”. Il loro atteggiamento di chiusura totale fa sì che non nasca nulla. Nessuna creatività, nessun sentimento, nessuna ricettività. Tutto è bloccato dentro. Non può nascere nulla. Con persone così è meglio aspettare tempi migliori. È inutile discutere, è inutile confrontarsi. Purtroppo è meglio lasciar perdere, è meglio rivolgersi altrove.
Il secondo terreno è una pietraia, un luogo sassoso, dove non c’è molta terra: il seme cade, germoglia, anche se la terra è poca, ma non appena il sole è alto, i germogli si bruciano, si seccano, poiché non hanno radici profonde. Un terreno di “facili entusiasmi”, il classico fuoco di paglia. Il seme cade e nasce. Ma non c'è una sufficiente consistenza, non ci sono risorse, non c'è profondità e convinzione nelle scelte e tutto finisce. Non può che essere così. Sono le persone volubili, incostanti, quelle che si entusiasmano in un attimo, ma poi, sempre in un attimo, scompaiono. Il sole rappresenta le difficoltà, le prime crisi e i primi ostacoli che si presentano. Non essendoci consistenza dentro queste persone, tutto si dissolve. È il calore della prova che scioglie tutto. Quanti matrimoni, quante vocazioni, quanti propositi iniziano con le migliori intenzioni! In essi c’è sincerità, c’è generosità, ma non c'è profondità. E così nel tempo, dopo qualche anno, tutto si spegne, tutto si appiattisce e,quando va bene, si “tira avanti”. Basti pensare alle tante persone che passano per le nostre parrocchie: animatori entusiasti, pieni di energia, di simpatia e di risorse: ma basta una difficoltà, basta una delusione, un primo scontro, e lasciano. Non riescono a tenere, non hanno risorse per affrontare l'afa, la calura, la pesantezza del momento e si sciolgono come neve al sole. Quante persone, fratelli miei, hanno iniziato cammini veri e profondi con grande entusiasmo: “Andrò fino in fondo; non lo mollerò mai; è la svolta della mia vita”. Ma poi non hanno resistito. La forza di un uomo è la costanza: più che nel fare certe scelte, il merito è nel sostenerle! È nel non arrendersi, nel non piegarsi, nel non mollare quando arriva la difficoltà; il valore di un comportamento è nell’adattarsi, nel combattere, nel credere fermamente.
Il terzo terreno è quello pieno di rovi: il seme cade sulle spine, cresce, ma le spine più numerose e fitte lo soffocano: sono le condizioni esterne troppo soffocanti. Vivere in certi contesti culturali, in certi paesi, diventa per l'anima motivo di soffocamento. Quando si vive in contesti dove “tutto è male, tutto è proibito; questo no perché è peccato, quello no perché non sta bene; stai attento a cosa dirà la gente; non ti esprimere troppo...” allora ci si sente soffocare, non si riesce più ad esprimersi. Quando si vive in un ambiente come la nostra società attuale dove non c'è rispetto né per le persone né per l'ambiente, dove si fa tranquillamente ciò che è illecito, dove il consumo e l'apparire sono i valori principali, è ovvio che l'anima soffoca. Per l'anima, non è la stessa cosa vivere nell’onestà, nella verità del proprio lavoro oppure vivere arraffando a più non posso, passando sopra tutto e tutti! Per l'anima non è la stessa cosa vivere il piacere sessuale con il proprio partner o con tanti altri occasionali! Per l'anima non è la stessa cosa abortire o no, far nascere o far morire una vita! Spettegolare e malignare in continuazione, fare solo discorsi stupidi e banali, invece che impegnarsi nella vicendevole conoscenza, in cose profonde, serie, valide.
Il quarto terreno, finalmente, è quello buono: qui il seme cade sulla terra buona e dà il suo frutto: dove il cento per cento, dove il sessanta, dove il trenta.
Tre terreni negativi, dunque, (strada, sassi, spine) e uno positivo con tre tipologie di resa: il cento, il sessanta, il trenta. Quindi con una differenza, che non è solo quantitativa ma anche qualitativa; cioè: ognuno porta frutto a modo suo, come può; e questo è senz’altro positivo. Il frutto dipende dall'albero, è vero, ma la fecondità dell’albero dipende esclusivamente da ogni singolo terreno, da come è stato lavorato: “Dai frutti li riconoscerete”, diceva Gesù. La responsabilità è individuale, è nostra; non possiamo scaricare sempre la colpa sugli altri e sulla società. Siamo noi che nella società, nella famiglia, nel nostro ambiente dobbiamo preparare adeguatamente il terreno: in un frutteto, è difficile che ci siano alberi selvatici. L’ambiente è favorevole allo sviluppo, e in questo caso, “un albero buono fa frutti buoni”. Guardiamo alla nostra famiglia, guardiamo ai nostri figli, guardiamo le persone delle nostre comunità: sono tutti “alberi da frutto” potenzialmente buoni; se il terreno in cui si sviluppano è “lavorato”, fertile, i frutto arriveranno di conseguenza. Il terreno è come noi viviamo, è la coerenza con cui viviamo, le nostre parole, le nostre scelte, i nostri comportamenti; da ciò dipendono i frutti degli altri alberi. Lo specchio della nostra vita irradierà luce e calore per la vita degli altri.
Soltanto se ci lasciamo trasformare, se permettiamo al seme di fecondarci, di cambiarci, di farci diversi, di farci nuovi, di farci crescere, saremo a nostra volta l’humus vitale per altri uomini e donne dai grandi frutti. Ecco perché, per accogliere nuovo seme, dobbiamo essere disponibili, accoglienti, soffici, profondi. Vedete, la creatività, la fecondità, la felicità non si possono produrre autonomamente, né si possono pretendere. Solo se siamo aperti alla vita, se siamo ricettivi, se ci lasciamo trasformare, allora, e solo allora, lei, la Vita, ci raggiunge: e scopriremo di poter essere ancora molto di più, per noi stessi e per gli altri.
Penso, fratelli, che tutti ci ritroviamo in questa parabola: la sentiamo di grande conforto dentro di noi, anche per altri motivi. Alludo alle varie percentuali di produttività, quando cioè ci accorgiamo di non aver prodotto il cento per cento. A tutti infatti può capitare di fare un bilancio della propria vita e di trovarla un vero disastro, un fallimento, una delusione; ebbene, questa parabola ci dice che la nostra vita ha comunque un senso, pur avendo mancato il top della produzione, pur avendo prodotto poco frutto. L’importante è che sia buono! Questa parabola in altre parole ci insegna che possiamo essere un buon terreno anche se poi non siamo arrivati a produrre il cento per cento.
Gesù ci accoglie e ci ama sempre e comunque, anche se la nostra vita non ha avuto una produzione ottimale. Gesù ci ama anche se siamo stati inadeguati, anche se in alcuni periodi siamo stati alquanto aridi. L'importante è guardare avanti, cercare comunque di migliorare, di essere sempre più accoglienti; senza poi angosciarci se i risultati non sono sempre eccellenti, nonostante la nostra buona volontà. Il Signore ci ama per quello che siamo: l’importante è che siamo determinati, umili, che agiamo con rettitudine e sincerità.
Anche solo col trenta, possiamo guardarci dentro senza arrossire e non buttarci via. Dobbiamo capire che la nostra vita ha comunque un senso, ha un significato, ha uno scopo al di là dei nostri fallimenti, dei nostri insuccessi e delle nostre aridità. Perché anche una piccola fecondità, dice questo vangelo, vale una enorme fecondità. Purché coerente con le reali possibilità del terreno. Amen.


venerdì 1 luglio 2011

3 Luglio 2011 – XIV Domenica del Tempo Ordinario

Tendenzialmente tutti soffriamo di vittimismo; le ingiustizie sofferte, vere o immaginarie, sono il nostro pane quotidiano; siamo normalmente portati a ricordare più le cose brutte che quelle belle, preferiamo soffermarci più sul negativo, che guardare al positivo, alla gioia, al bene, alla fortuna, all'amore che c'è vicino a noi. Questa è la natura umana: ma noi cristiani non possiamo ingigantire e amplificare continuamente le disavventure, le disgrazie, le avversità, che purtroppo ci sono, e non accorgerci mai di tutta la luce e l'amore in cui siamo immersi. Equivarrebbe a non voler vedere, a non voler ammettere l’evidenza: una assurdità.
È questo, in estrema sintesi, il senso della preghiera di Gesù che il vangelo di oggi ci propone: più che una preghiera il suo è un grido di giubilo, uno slancio del cuore, un inno di gioia.
Gesù si lascia andare, si lascia trasportare dalla gioia, dall’entusiasmo, dalla felicità, dallo stupore che ha dentro il suo animo, e lascia trasparire la sua vita piena di forza, di passione, di vitalità.
Non è una preghiera classica come la intendiamo noi. È una preghiera nel senso che Gesù sa distinguere l'agire di Dio, ben diverso dall'agire umano: Dio si beffa dei grandi e dei potenti, egli si cura dei piccoli, dei poveri, degli umili.
Gesù inizia dicendo: “Ti benedico”. Ma in greco benedire, rendere grazie (™xomologšw), vuol dire anche “riconoscere”. Allora qui potremmo tradurre: “Ti riconosco, Dio, quando tieni nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le riveli ai piccoli...”.
Ti riconosco, so che sei Tu. Ti riconosco, e so che non sei Tu, quando i sapientoni di questo mondo, con tutta la loro scienza e i loro sforzi pretendono di parlare di te senza possederti, senza averti dentro, senza sentirti vibrare nel loro cuore; io me ne accorgo, perché le loro sapienti parole sono vuote e inutili.
Ti riconosco, so che non sei Tu, quando dotti preti, frati, teologi, con tutto il loro parlare e disquisire di Dio, ti rendono confuso, difficile, complesso, riducendoti ad un potente da temere, ad un Dio di cui aver paura. Ti possiedono nelle loro parole ma non nel loro cuore.
Ti riconosco, so che sei Tu quando, dopo aver visto milioni di laureati, di specialisti, di esperti, guardo al più umile dei tuoi santi, di quei saggi che sanno poco o nulla di cultura umana. C'è chi nel cuore ha la scienza e chi ha l'amore.
Ti riconosco, so che non sei Tu, quando vedo le persone importanti, famose, quelle degli autografi, “i grandi” che nel loro intimo sono agitati, inquieti, vivono nell’ansia e non lo possono confidare a nessuno, perché loro sono grandi, hanno un’immagine da difendere.
Ti riconosco, e so che sei Tu, quando vedo che, di fronte alla morte, anche i tiranni, i re, i potenti, la gente senza cuore, quelli che feriscono e che uccidono, sono uguali alle loro vittime.
Si, o Dio, perché Tu ti riveli solo a chi ha il cuore umile, a chi è servo, a chi è discepolo, a chi cioè sa di non sapere e vuole imparare. Tutti gli altri, con tutta la loro gloria, non ti vedranno, non ti accoglieranno, non ti avranno.
Chi è attaccato ai soldi, fa fatica ad accettare Gesù. I ricchi, i politici, le potenze economiche, fanno fatica ad accettare Gesù. Chi lavora soltanto, perché deve produrre ricchezza e benessere senza guardare in faccia nessuno, fa fatica ad accettare Gesù. Chi non vuole cambiare, chi non vuole mettersi in gioco, fa fatica ad accettare Gesù. Per essi Gesù è ridotto a qualche preghiera, a qualche incontro, a un pellegrinaggio, a una bella liturgia, a qualche bel gesto di bontà. Un incontro “vuoto”, senza alcuna rilevanza né per se stessi, né per gli altri; fare qualche azione religiosa, ma non seguire Gesù, non è accettarlo; Gesù ti chiede tutta la vita, ma ti offre in cambio la vera vita, la vita profonda, di unione intima con Lui, la vita che non finisce. Chi vuole seguirlo, senza lasciarsi coinvolgere da Lui, vedrà solo vincoli e costrizioni.
L'invito odierno di Gesù è: “Lasciati stupire dalla vita, lasciati meravigliare, lasciati colpire serenamente dall’imprevisto”, perché la presenza di Dio si trova molto più nelle cose impreviste, spontanee,  che in quelle previste, programmate.
Noi abbiamo una mente logica: programma, organizza, pianifica, tende a “cum-prendere” tutto, a mettere tutto insieme, ad abbracciare tutto. Ma ha i suoi limiti. Per legge fisica sappiamo che un contenitore grande può con-tenere una cosa piccola, ma non l’inverso. Dio è più grande della nostra mente. Come possiamo pretendere di “contenerlo”? Eppure molti falsi sapienti vorrebbero controllare Dio, vorrebbe possederlo, averlo “logico” nella mente. Può mai un bicchiere contenere l'acqua dell’oceano? A volerlo fare saresti uno sciocco perditempo: nuota, invece, gustati l'acqua, ammira l’azzurro del cielo che si fonde all’orizzonte col verde del mare, immergiti e lasciati cullare dal dondolio delle onde, ma non pretendere l’assurdo. Così nella vita di ogni giorno: vivi, canta, assapora, stupisciti e loda Dio, sappi che Lui è più grande di qualunque cosa, è l’incontenibile, ma soprattutto Dio non è programmabile non é prevedibile, perché egli è l'imprevisto. Gli ebrei aspettavano un Messia con gli eserciti, ed è arrivato Gesù. Imprevisto! Maria aveva programmato la sua vita ma è rimasta incinta inaspettatamente. Imprevisto! Gli apostoli conducevano tranquillamente la loro vita, poi un giorno è passato uno e ha fatto loro una proposta scandalosa. Imprevisto! I discepoli di Emmaus se ne vanno tristi perché credono di aver perso Gesù; ma... imprevisto! Le persone incontrano un uomo di nome Gesù e le loro malattie scompaiono. Imprevisto!
Ecco perché, fratelli, dobbiamo cambiare la nostra testa razionale, di adulti; per incontrare Dio, dobbiamo essere aperti all'imprevisto. La chiamata di Dio non è mai frutto di logica, di calcolo, di ragionamento mentale. È frutto di amore, è lo slancio di fronte a qualcosa che ti “ha preso l'anima”.
Chi non vuole o non può sperimentare quest'innamoramento, questo stupore, ben presto non ha più energia per andare avanti nel cammino di fede, le sue vie respiratorie e vitali si occludono. Molti vivono trincerati in loro stessi e temono troppo di lasciarsi andare, chiudono ogni porta, ogni spiraglio, perché hanno paura anche solo di sentire qualcuno o qualcosa. Tutto deve essere sotto controllo. Non piangono mai né si commuovono perché è imbarazzante; non si meravigliano mai; e così facendo credono di essere grandi, di saper gestire le situazioni; non hanno mai slanci troppo grandi, sono sempre misurati e pacati nelle loro cose: e ciò lo chiamano equilibrio; non fanno trasparire nessuna emozione, temono di diventare vulnerabili; sono sempre ingessati, non si lasciano mai andare a “qualcosa di pazzo”, ad un abbraccio forte, ad una “risata galattica”, ad un urlo di felicità, liberatorio e rinfrancante, non si abbandonano alla gioia intensa del sentirsi amati; non si stupiscono di fronte alla natura, al sorriso dei bambini, al volto degli uomini. E poiché l'esperienza e la chiamata di Dio sono un qualcosa di incontrollabile, di imprevedibile, Dio non avrà mai spazio in loro.
Dio è un tornado; Dio è un fiume in piena: non ci sono argini che tengano. Dio è uno tsunami che travolge tutte le tue idee precedenti: quando lo incontri, tutti i tuoi discorsi su di lui fanno semplicemente ridere. Dio è un fulmine che si abbatte sulla tua esperienza e “ti brucia”. Dio è un terremoto che mette la tua esistenza sotto sopra, a soqquadro, distrugge la tua vita. Dio è emozione pura che ti travolge e ti sconvolge. Dio ti fa innamorare e ti porta dove vuole Lui. Per questo prima di voler incontrare Dio dobbiamo prepararci seriamente, dobbiamo chiederci se siamo pronti, se siamo disposti a fare questa esperienza unica; perché chi incontra Dio, fratelli miei, non sarà mai più lo stesso.
L'incontro con Dio è così forte, potente e destabilizzante da provocare talvolta paura e sgomento, può far piangere o star zitti per giorni; nulla ha più importanza, tutto sembra inutile; in una parola ci può destrutturare.
L'esperienza di Dio è così grande che l'unico sentimento adeguato è lo stupore. Non ci sono parole. “Mistica”, in greco, vuol dire proprio questo: “Non ci sono parole, è troppo grande”. Lo stupore è fare l'esperienza che c'è un di più che ci supera e lasciare che ci entri dentro. Non è il saperlo con la mente, ma è il lasciarsi coinvolgere con il cuore. Il bambino vive di questo. Il bambino non sa che la mamma lo ama, lo sente.
Se tu lasci che il volto e il cuore di una donna ti entrino dentro, allora è amore.
Se tu lasci che il cielo o le stelle ti entrino nel cuore, allora è pienezza di vita.
Se tu lasci che la passione per una causa giusta ti invada, allora è avere significato.
Se tu ti lasci toccare dalle parole del fratello, allora è comunione.
Se tu ti lasci toccare dal pianto, dalla sofferenza del fratello, allora è umanità.
Se tu ti lasci toccare da ciò che vedi, da ciò che senti, da ciò che succede, non capirai Dio, perché nessuno lo può capire, ma saprai che c'è.
Se tu vivi così, ricevendo, accogliendo, imparando, la tua vita sarà ricca, sarà piena, sarà colma, sarà leggera; e per te vivere sarà veramente bello!
Gesù si rivolge a tutti gli affaticati e gli oppressi.
Gli affaticati e gli oppressi erano all’epoca tutta la povera gente che non riusciva a sostenere il culto pesante della legge ebraica con tutte le sue prescrizioni e le sue decime (per i poveri era impossibile essere bravi religiosi).
“Oppressi”: da quelle regole che ci incatenano, che non ci lasciano amare, che dopo certi errori ci condannano inesorabilmente. Invece anche se tutte le regole del mondo ci dovessero condannare, Gesù ci ama, ci chiama, ci accoglie per andare da lui. Lui aspetta proprio noi.
“Oppressi”: per molti è il non riuscire a venir fuori da certi tunnel; “oppressione” è il pretendere da sé stessi l'impossibile: quando ci sentiamo così, andiamo da Gesù. Lui ci accoglie sempre e da Lui possiamo trovare quella che ci rinfranca l’anima. Andiamo da Gesù: a Lui possiamo urlargli tutto il nostro sdegno; andiamo da Lui e sfoghiamo tutta la nostra rabbia; urliamogli che il nostro peso è insopportabile, piangiamo il nostro dolore, gridiamogli tutte le ingiustizie che abbiamo subito. Lui ci ascolterà; ci darà forza per andare avanti, luce per trovare altre soluzioni.
Gesù si definisce mite e umile di cuore.
Il mite, fratelli, non è colui che non si arrabbia mai; colui che non si esprime mai e che se ne sta lì, buono buono. “Mite” non è il nostro “bonaccione”, quello a cui va bene tutto. “Mite” significa “tenero”, saggio; la vera mitezza non è un dono naturale, indica sempre un processo di acquisizione: miti non si nasce, lo si diventa. Un po' come il grano che diventa fine dopo la macinatura. Mite, infatti, deriva da mola, la pietra del mulino. Mite è colui che ha sperimentato la crisi e la disperazione, le gole buie della vita e le altezze piene di luce; colui che ha combattuto i suoi difetti e le sue debolezze, che ha vinto e che spesso ha perso; a volte ha vinto i propri difetti, a volte no. In ogni caso è colui che si è sempre rialzato e in questo suo cadere e rialzarsi, ha conosciuto la vita. La macina della vita lo ha reso soffice, tenero, molle, saggio, elastico, plasmabile, perché nella sua vita ha sperimentato cosa vuol dire vivere.
Per questo il mite ha uno sguardo più benevolo con gli altri, è più lungimirante nelle situazioni. Non si lascia prendere dai facili entusiasmi e non cade in depressione di fronte alle difficoltà: non perché non le provi o non le senta, ma perché nelle sue esperienze di vita, nel suo essere macinato dagli anni, ha trovato una fiducia più profonda. Proprio perché ha macinato la vita, ora la conosce bene: è diventato saggio, mite.
“Umile di cuore” è una espressione dal significato molto vicino a quello di mite. Umile (humilitas) viene dal latino humus, terra: da cui “uomo” (homo). L'umiltà non ha nulla a che vedere con il dire sempre di sì, con il piegare il capo; umili non sono quelli che si fanno zerbino di tutti. L'umiltà è il coraggio di accettare la propria umanità (humanitas), la propria terra, la propria origine, il proprio essere: “Tu sei terra, hai bisogni e istinti terreni, limiti e zone d'ombra”. L'umiltà è quindi il coraggio di potersi vedere per quello che realmente si è, e come si è, senza sfuggirsi, senza mentirsi.
Umiltà è sapere che gli stessi abissi nei quali è caduto il fratello, ci sono anche in noi. Umiltà è non dire mai: “Io sono un altro; tutto questo non mi riguarda; io non lo farò mai”.
Chi di noi, fratelli miei, può dire in tutta onestà di non avere mai pensato una cosa simile?
Solo chi non conosce la propria anima, solo chi è insensibile, può dirsi esente da questo pensiero. Capite l’importanza dell’umiltà?
E concludo: noi, fratelli miei, siamo semplici uomini: amiamo, lottiamo, ci appassioniamo, ci stupiamo, piangiamo e ridiamo. Crediamo, ci disperiamo, abbiamo paura. Sentiamo in noi l'abisso e l'Altissimo. Sbagliamo, cadiamo e ci rialziamo; urliamo e cantiamo. Nella nostra vita c'è spazio per tutto questo e molto altro ancora.
Allora, viviamola questa vita, fratelli, viviamola semplicemente, umilmente. Assaporiamone tutta la felicità, perché la nostra vita è un dono. Sentiamoci grati a Dio di questo spazio, di questo tempo, onorati e riconoscenti per questa possibilità che amorevolmente ci è concessa: perché questo è un tempo, uno spazio, una possibilità di vita che porta il nostro nome e cognome. Amen.

martedì 21 giugno 2011

26 Giugno 2011 – Santissimo Corpo e Sangue di Cristo

«Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».
Quando sentiamo queste parole del vangelo, il nostro pensiero, come ci è stato insegnato, corre immediatamente all'Eucarestia, al Pane consacrato, alla Comunione. Ma non è stato sempre così: chi ascoltava Gesù non pensava affatto a questo. Nel primo millennio, per esempio, il Corpo del Signore non era l'Eucarestia, ma l'assemblea dei fedeli, gli uomini e le donne radunati in chiesa: retaggio di ciò è rimasta l’incensazione del popolo durante le messe solenni: si incensa cioè Dio, presente nell’altare, nel Vangelo, nel pane consacrato e nelle persone dell'assemblea liturgica. Erano esse il “verum corpus” di Cristo mentre l'eucarestia era detta il “Corpus mysticum”; poi, nei secoli, le cose si sono invertite: l’Eucaristia ha preso il suo significato attuale di “verum corpus” e l’assemblea, la Chiesa, quello di “corpus mysticum”. In particolare, la festa di oggi nasce nel 1264 dal miracolo di Bolsena, a cui dobbiamo il duomo di Orvieto: un sacerdote dubita della presenza reale di Cristo nel Pane e nel Vino consacrati; durante una messa, quando spezza il pane, dalla bianca ostia scorre del sangue che macchia il corporale steso sull’altare (è conservato in un reliquiario nel duomo di Orvieto).
Oggi è dunque la festa del Corpo e Sangue del Signore: del Pane e del Vino che, “consacrati” durante la messa, si “transustanziano” (da “trans-substantia”: il passare da una sostanza ad un’altra) in carne e sangue di Cristo. Perché ciò possa avvenire necessitano sempre tre elementi: la materia (pane e vino), il ministro, in questo caso il sacerdote che agisce in “persona Christi”, e infine la forma (ossia le parole pronunciate dal ministro).
Ma oggi è anche la festa, come dicevo, dell’assemblea cristiana, di tutte le persone, di tutta la Chiesa; è la festa di tutti, uomini e donne, è la nostra festa, del nostro corpo, della nostra entità oltre che identità: un’occasione per ricordarci che abbiamo precisi doveri di amore nei confronti di tutte le persone, di tutti questi nostri fratelli.
Ora, amare un pezzo di pane è abbastanza facile: credere che lì ci sia Dio, non ci cambia poi così tanto la vita, non ci comporta particolari e difficili conseguenze. È amare le persone, fratelli miei, che non è assolutamente facile; è amare il nostro prossimo, quello lontano, sconosciuto, magari sporco e maleodorante, vedere in lui e credere che in tutti quei volti c’è veramente Dio, ecco, questo è decisamente impegnativo: perché coinvolge e sconvolge noi e la nostra vita.
Madre Teresa amava dire: “Mi è difficile credere che la gente possa vedere il Corpo di Cristo in un pezzo di pane, e non lo possa vedere nelle persone, negli uomini e nei volti”. Beh, i santi erano profondamente convinti di ciò; essi vedevano Cristo in chiunque incontrassero! Per noi invece non è proprio la stessa cosa. Dire e credere fermamente che in quella persona c’è Dio, che tutte le persone incarnano Dio, un pò ci destabilizza, ci condiziona radicalmente nella nostra vita, nel nostro modo di comportarci.
È vero anche che in certi uomini si può vedere tutto, tranne Dio; in essi Dio non appare, non traspare; ciò non vuol dire però che Dio non ci sia comunque: è magari sepolto, nascosto, ingabbiato, mortificato, travisato, ma lui c’è! Sempre!
Che poi noi siamo fatti di materia (carne) e di spirito (anima) lo sappiamo dai banchi di scuola, è pacifico. Dimostrare però che noi viviamo dello Spirito di Dio, che nobilitiamo la materia carnale con lo Spirito, questo non è automatico, dipende da noi ma ci costa fatica.
Abbiamo detto che di fronte ad ogni “transustanziazione” sono necessari tre elementi: materia forma e ministro. In questo caso la materia è il nostro corpo da spiritualizzare, il ministro siamo noi, ciascuno di noi, la forma sono gli insegnamenti del Vangelo lasciatici da Gesù: ciascuno di noi deve “trasformare” la sostanza carnale del nostro corpo in sostanza “spirituale”.
Possiamo vivere la nostra esistenza, la nostra vita, soltanto materialmente, di lavoro, di cose da fare, di guadagni, di corpo, di divertimenti. In questo caso non c'è nessun passaggio da materiale a spirituale; non abbiamo alcun merito spirituale, Dio in noi è irriconoscibile, non c’è nessuna elevazione, non avviene nessuna “transustanziazione”. Se invece “trasformiamo” la nostra vita, la rendiamo “spirituale”, allora vivremo la dimensione dello spirito, sprigioneando dal nostro cuore tutta l’energia divina che vi abita dentro.
Si, fratelli miei, noi siamo come il sacerdote nella Messa, nell’Eucaristia: perché il pane e vino della Comunione si trasformino veramente nel nostro cuore in Corpo e Sangue di Cristo, dipende esclusivamente da noi: siamo noi i sacerdoti, siamo noi che dobbiamo compiere il miracolo: noi dobbiamo operare questa “transustanziazione”: non basta che riceviamo dentro di noi il Corpo di Cristo; se poi non lo trasformiamo, non lo facciamo diventare veramente tale dentro e fuori di noi, la nostra comunione non servirebbe a nulla, sarebbe incompleta, inefficace, ostacoleremmo la sua stessa grazia; sarebbe come se ci fossimo limitati a mangiare un pezzo di pane qualunque: se dentro di noi non accade niente, non avviene “trasformazione”, noi usciamo dalla Chiesa così come siamo entrati. Non è successo nulla! Capite la grande responsabilità? Dobbiamo “trasformare” quel pezzo di pane, in Cristo: il Divino per eccellenza, la forza dell'universo, l'energia per vivere e far vivere. Per questo in ogni istante dobbiamo essere “sacerdoti” della nostra vita; dobbiamo “trasformare” le nostre giornate, i nostri incontri, ciò che viviamo e facciamo; dobbiamo cogliere la luce dentro ogni cosa, lo spirito racchiuso in ogni evento, il divino nascosto in ogni essere. Dipende da noi!
Noi abbiamo un grande potere sulle persone che incontriamo: le possiamo lasciare “materia” oppure possiamo trasformarle in “spirito”. Dipende da noi. Le lasciamo “materia” se vediamo in loro soltanto un incontro e non una persona, se non ci lasciamo "toccare", se rimaniamo impassibili, insensibili, inaccessibili; le trasformiamo in “spirito” se le facciamo entrare in simbiosi con noi, se ci lasciamo coinvolgere, se ci lasciamo toccare il cuore. Nella nostra vita possiamo fermarci soltanto alle chiacchiere, ai pettegolezzi, soltanto alle parole, alle parole vuote, senza senso... e allora tutto rimane “materia”; dentro di noi non rimane nulla, rimaniamo vuoti; il nostro “spirito” rimane il grande assente. Ma se nel nostro relazionarci, incontriamo lo Spirito dell’altro e gli mettiamo a disposizione lo Spirito che abita in noi, allora non saranno più parole, ma saranno due anime che si incontrano in Dio. Dipende da noi.
Ancora: se nella vita matrimoniale il nostro amore rimane “materia”, solo sesso, la nostra unione non ci darà nulla, non ci arricchirà, perché non c'è incontro, non c'è Spirito, non c'è calore, non c’è umanità “divina”. Ma se trasformiamo il nostro amore in “Spirito”, nella unione di due anime, allora il matrimonio sarà preghiera a Dio, elevazione di una lode all'Altissimo, sarà il canto di due persone pronte a donare a loro volta il soffio della Vita. Dipende da noi.
Così nella vita religiosa, nella vita professionale, nella vita comunitaria, nella società. Se ci fermiamo alla “materia” senza trasformarla in “Spirito”, manchiamo la nostra missione, non realizziamo la nostra vocazione. Siamo dei falliti. Non abbiamo capito nulla. Dipende da noi.
Troppe persone vivono soltanto di “materia”: nascono, lavorano, procreano, si divertono, mangiano, bevono, muoiono. Tutto qui. Non vanno oltre il "corpo", il materiale. Non abbassiamoci anche noi a tanto, fratelli miei. La vita non è questa; non è così, non va sprecata così: la vita è anche e soprattutto “Spirito”, vibrazione, luce, incontro con l'altro, è significato, scopo: la vita, vissuta nello “Spirito” è molto di più della vita stessa, è vivere una Vita ancor più grande, più entusiasmante, impareggiabile. In una parola, è vivere l’incontro con Dio. Dipende da noi.
Abbiamo anche molti pregiudizi da sfatare riguardo al nostro corpo. Ricordo che alla mia Prima Comunione una vecchia suora mi disse: “Non masticare la particola perché fai male a Gesù!”. Mi ha colpito profondamente questa raccomandazione, al punto che ancora oggi mi condiziona. Era peraltro il risultato di una mentalità che per secoli ha tenuto rigorosamente separati “materia” e “spirito”. E si diceva: “Tutto ciò che è materia, ciò che è corpo, che è umano, muore, è indegno, spregevole, negativo, è peccato. Soltanto ciò che è spirito è elevato, sublime. Per far emergere lo spirito dobbiamo umiliare il più possibile la materia”. La “materia”, il corpo, era considerato soltanto un rivestimento, il contenitore, la prigione dello “spirito”: chi desiderava rispondere ad una vocazione religiosa, chi ambiva seguire Cristo, doveva mortificare il suo aspetto materiale, doveva fustigare il proprio corpo, doveva purificarlo, in nome di Dio, da ogni piacere mondano. La via della santità passava attraverso la totale privazione di ogni piacere naturale: per il cibo e le bevande, per le gioie sessuali e l'affetto, per il divertimento e le sane risate. Qualunque debolezza in questo senso, era “peccato”, tutto era opera del demonio.
Poi finalmente si è capito che oltre allo spirito, abbiamo avuto in dono da Dio anche un corpo; inscindibili l’uno dall’altro: non esiste nessun corpo senza spirito, come nessun spirito senza corpo; ogni corpo è anche spirituale come ogni spirito è anche corporeo. Quando stiamo male nel corpo, per esempio, anche lo spirito sta male, soffre; e quando lo spirito sta bene anche il nostro corpo sta bene. Forse non ce ne rendiamo conto ma molte delle nostre malattie corporali sono malattie dell'anima. Possiamo prendere tutti i farmaci che vogliamo, tutti gli antidepressivi in circolazione, ma non ne usciremo mai, perché non è il corpo che è ammalato, ma il nostro spirito. In questo caso il corpo funge da termometro, è il display, la “radiografia” del nostro spirito.
Chi non ama il proprio corpo non ama neppure Dio perché il corpo è l’abitazione di Dio Spirito. Sempre da piccolo sentivo dire: “Il corpo è di Satana”. E invece no, fratelli, il corpo è di Dio. S. Paolo dice appunto che è “tempio dello Spirito Santo”: per questo dobbiamo riconciliarci con il nostro corpo, dobbiamo conoscere e rispettare i suoi ritmi, i suoi limiti e le sue possibilità; dobbiamo amarlo, volergli bene.
Ma c’è anche il rovescio della medaglia: dal disprezzo pressoché totale di una volta, oggi siamo passati alla più sfrenata esaltazione del corpo umano; la società del consumismo è arrivata ad idolatrare il corpo, e non solo quello femminile. Oggi il corpo viene ostentato, viene pubblicizzato in tutta la sua felina armoniosità; è diventato merce di scambio. Qualunque deformità viene bandita; è diventato oggetto di culto, ma dubito fermamente che tanta ostentazione equivalga ad amare il nostro corpo come ci insegna Gesù, ad amarlo come Lui lo ama. Quando infatti andiamo a fare la Comunione, il ministro ci mostra la particola e dice: “Corpo di Cristo” e noi rispondiamo “Amen; è vero, è così! Questo che sto per mangiare è veramente il Corpo di Cristo”. In quello stesso istante, dovremmo sentire anche il nostro cuore dire: “Signore, questo è il mio di corpo, te lo offro umilmente come abitazione, entra tranquillo” e Gesù rispondere: “Amen; Lo so, va bene, tranquillo, farò così!”. Perché l’Eucaristia, fratelli, è un piacere ed un onore reciproco. Un piacere nostro e di Dio. Dio non si vergogna di venire dentro il nostro corpo, anzi non solo si degna di entrare nella nostra casa, ma viene per amarla; viene perché è felice d'incontrarci; viene per diventare un tutt'uno con noi, Corpo nel corpo; ma, e questo è molto importante, viene anche perché in questo tempo egli ha bisogno del nostro corpo; il nostro corpo gli serve, ad ogni costo: per muoversi in questo mondo, per poter fare, operare, per poter parlare; perché, fratelli miei, noi siamo la sua voce, il suo viso, le sue braccia, le sue gambe, il suo cuore. E scusate se è poco! Almeno ci faccia capire meglio quanto sia importante il “santificare” il nostro corpo. Ci faccia essere più prudenti, più attenti a non esporre volutamente il nostro corpo al male e al peccato.
E un’ultima considerazione (scusate i miei troppi voli pindarici): chissà se capita anche a voi di chiedervi perché Gesù, invece del suo "corpo", non ci invita a mangiare e a nutrirci della sua santità e giustizia? perché non ci dice di bere la sua innocenza e mitezza? perché non ci dice di prendere forza dalla sua potenza divina? Invece ci dice soltanto: “Prendete e mangiate la mia carne!” Vi rendete conto, fratelli? Sembra incredibile! Gesù, il Dio onnipotente, ci lascia in eredità la debolezza, la fragilità del suo corpo umano! Avrebbe potuto scegliere mille altri modi per rimanere con noi: avrebbe potuto lasciarci un segno straordinario della sua potenza e della sua gloria, evidente e definitivo, quanto meno per rassicurare la nostra fede sempre traballante. Avrebbe potuto... E invece no! Gesù ha scelto di rimanere in mezzo a noi con il suo corpo, la sua storia, la sua vita appassionata d'amore, il suo Volto, trasparenza di quello del Padre.
Mangiare la carne e bere il sangue del Signore significa pertanto nutrirsi del cuore incandescente dell'Amore, significa assimilare la linfa di quella vita più forte della morte, significa scoprire che Dio ci è più intimo di quanto noi lo siamo con noi stessi.
Mangiare e bere di Lui è scoprire che solo Lui sfama e disseta le nostre inquietudini, che solo Lui può dare forza e orientamento alla nostra vita, che solo Lui sa riempire di bellezza la nostra quotidianità. Nutrirci di Lui significa infine dire il nostro “Sì” di totale adesione al suo progetto universale di vita e di Amore.
Preghiamo allora, fratelli miei, per la nostra conversione, perché ogni discepolo si apra allo stupore e all’amore dell’Eucaristia, perché ogni prete, ogni cristiano, che agisce nel Suo nome, diventi trasparenza di Dio. Preghiamo perché nessuno svilisca, “cosifichi”, invalidi, l'Eucarestia domenicale; ma che essa sia una forza dirompente all'interno della nostra settimana, un salubre pungolo per diventare discepoli sempre più autentici e veri, sempre più consapevoli dell'immensità di Dio. Non spegniamo mai, fratelli, lo Spirito che è in noi, lasciamo invece che la Sua grazia ci raggiunga e ci cambi radicalmente. Amen!




mercoledì 15 giugno 2011

19 Giugno 2011 – SS. Trinità

«Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui». Oggi la chiesa celebra la festa della Trinità: un Dio che è Padre, Figlio e Spirito. Un mistero, quello trinitario, che è costantemente al centro della vita cristiana; noi lo ricordiamo infatti ogni volta che facciamo il segno della croce: «Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo». Un gesto però che ormai ripetiamo automaticamente, senza pensare a quello che facciamo o diciamo, soprattutto a come lo facciamo. C’è anche da dire che la questione della profonda identità di Dio uno e trino, pur rimanendo un dogma fondamentale della nostra fede, oggi non interessa più nessuno; anzi, insistere a spiegare la divinità di un Figlio uguale al Padre, pur nella diversità della sua azione storico salvifica, e a discutere sulla realtà personale dello Spirito Santo, viene interpretato da molti come un tentativo di sviare l’attenzione da problematiche ben più importanti e urgenti: che Dio sia uno o trino, del resto, è l’ultima preoccupazione di una società laica come la nostra, in cui l’idea stessa di Dio viene sempre più estromessa dalla vita personale e reale non solo degli uomini in genere, ma anche degli stessi cristiani.
La festa di oggi ci pone pertanto davanti a questo problema: perché il Dio della teologia non si lega, non si rapporta pienamente con il Dio della vita pratica? Problemi di comprensione? Di impenetrabilità di concetti? Suvvia: la Trinità divina almeno a livello di “intuizione” non ha bisogno di uno “sforzo speculativo”, di equilibrismo intellettuale, per essere afferrata dalla nostra mente. La Trinità, lasciatemelo dire, è un concetto abbastanza comprensibile, semplice; è in pratica l'esperienza di Dio, quella stessa esperienza vissuta e capita direttamente dai primi discepoli, che non erano certo degli intellettuali: Gesù, loro amico, loro compagno e loro maestro, affermava di essere figlio di Dio: e nella realtà si comportava proprio così, da figlio di Dio. In quell'uomo c'era veramente Dio! E in quell'uomo, essi sperimentarono un infinito mondo d'amore, di comunione, una vita così grande e intensa, un qualcosa di così profondo e intimo da risultare incommensurabile. E collegarono questa loro esperienza all’immagine che meglio poteva esprimerla: l’idea di famiglia, composta da un padre, un figlio e dal loro amore reciproco, lo Spirito; in altre parole un Dio “trino”, un “unico” che si esplica in tre funzioni: un Dio che sta “sopra” di noi, che è la nostra origine, il nostro “utero”, il Dio che noi chiamiamo “Padre e Madre”; poi un Dio che sta “con” noi, che si fa compagno del nostro cammino, il Dio che con la sua morte e risurrezione ci ha riscattati, e che si chiama Figlio; e c'è infine un Dio che abita “dentro” di noi come entusiasmo (entusiasmo letteralmente vuol dire proprio avere un “Dio dentro”), come creatività, forza, passione, energia: il Dio che ci ha fatti “chiesa” e che si chiama Spirito Santo.
Tutto il creato risente di questa impronta trinitaria. In particolare, come abbiamo detto, la famiglia stessa, prima cellula sociale, è eminentemente trinitaria: l’uomo e la donna pur essendo nella loro identità due persone distinte, nel loro relazionarsi mediante l’amore reciproco, elemento “altro” di fusione unitaria, generano un’altra persona, un figlio identico in tutto a loro, ma ben distinto da loro. La reale funzionalità di questo “amore” come terzo elemento connaturale, uguale e distinto, appare così evidente. Come evidente è la percezione quotidiana di un nostro ruolo “trinitario”. Nel mondo tutto è diverso ma tutto è intimamente e solidamente unito. Ricordate? Quando eravamo bambini abbiamo fatto esperienza di un “unum” indissolubile: eravamo un tutt’uno con nostra madre, eravamo completamente fusi con lei, eravamo nel grembo della vita. Ci sembrava che fuori di noi non ci fosse nulla; ci sembrava di essere noi il tutto. Poi col tempo ci siamo accorti che non c'eravamo solo noi, ma che c'erano anche tante altre persone. Ci siamo accorti che tutti eravamo diversi gli uni dagli altri: eravamo unici, ma eravamo anche in tanti… e abbiamo scoperto che qualcosa ci univa: un qualcosa ci legava, un qualcosa che si intesseva con le nostre vite: un qualcosa che, maturando, abbiamo riconosciuto come sentimento, amicizia, rispetto, amore.
Ci sono molti però che non sono riusciti a maturare, che sono rimasti allo stadio infantile, della non relazione: sono le persone narcisiste. Pensano di essere le uniche al mondo, che il mondo debba ruotare attorno a loro. Sono onnipotenti, si credono ancora Dio; non sono ancora nate. Non hanno ancora fatto l'esperienza trinitaria, l’esperienza dell’alterità, dell’altro. Con queste persone non si può proprio parlare: sanno tutto loro! “Io ho fatto così... io so... io capisco...”, e ti raccontano tutte le loro imprese e tutte le loro smisurate conoscenze. Esistono solo loro. Gli esempi abbondano: molti superiori, molti genitori, molti capi, gestiscono i loro confratelli, le loro consorelle, i loro figli, i loro dipendenti, come se fossero delle marionette: muovono, spostano, non chiedono niente, comandano, decidono loro, perché tanto chi sta sotto deve accettare tutto, non ha un cuore suo, non ha alcun diritto di esprimersi. Credono che tutto il mondo e tutte le persone siano in funzione loro.
Venire al mondo, nascere, è la cosa più bella, è il senso della vita, ma è anche una cosa che fa paura perché in quello stesso momento si diventa “altri”, perché ognuno poi se la dovrà vedere da solo, senza che qualcuno gli “copra le spalle”, dovrà necessariamente “altrificarsi”.
Così per molte persone essere diverse (di-versus vuol dire che ognuno ha la sua strada, il suo verso, il suo carattere, la sua corsia, la sua “chiamata”) è assai faticoso, perché le costringe ad esporsi, a mettersi in gioco, quando invece preferirebbero rimanere nell’anonimato, nel “così fan tutti”, immergersi nel conformismo, nell'indifferenza, nelle mode.
Dal lato opposto, vi sono tante altre persone che vivono la diversità non come elemento di fusione, ma come una competizione, come un continuo confronto: “Io sono meglio di te; io so più di te; tu sei più bello di me; tu sei più riuscito di me”. “Competere” significa per loro rifiutare la diversità; vuol dire dimostrare che esse valgono più degli altri. Vuol dire affrontarsi e farsi guerra; sentire l'altro come un nemico, un pericolo. Il mondo familiare, il mondo del lavoro e a volte anche le nostre comunità cristiane sono piene di persone che (di nascosto, soprattutto nelle comunità religiose!) si combattono. Sentiamo l'altro come un nemico e tentiamo di ucciderlo, di zittirlo, di eliminarlo: siccome non lo possiamo fare fisicamente lo facciamo con le parole, con i giudizi taglienti. Lo stesso vale quando ci arrabbiamo o ci indispettiamo perché gli altri non la pensano come noi, non fanno come noi o come noi vorremmo. Giudicare (kr°nw in greco vuol dire “dividere”, “separare”) è tentare di stabilire una superiorità tra me e te (naturalmente io sono superiore!). Chi giudica non ama e non si ama. Chi giudica non accetta gli altri perché non accetta in realtà neppure se stesso. Sminuisce gli altri solo per farsi più grande (devo tirare giù l'altro in modo che diventi più piccolo di me; che fare? Sparlo, emetto giudizi velenosi, creo maldicenza intorno a lui; gli creo intorno una fossa entro cui non potrà evitare di cadere: la sua caduta mi renderà automaticamente superiore a lui). Chi giudica, pretende di essere superiore. Quanto dobbiamo ancora crescere, fratelli!
Dobbiamo soprattutto vivere l'esperienza trinitaria. Io sono io e tu sei tu, ma c'è l’amore che ci unisce. Se io sviluppo e vivo trinitariamente la mia “alterità”, sono felice, mi sento realizzato, sono contento di me per come sono, e degli altri per come sono. Allora posso accettare anche altre strade e non ho motivo di essere invidioso di chi opera in maniera diversa. Io percorro la mia via e sono felice. Tu fai la tua e sei felice; e sono felice anche per te, perché capisco che questa è la tua via. Le cose a questo mondo si possono fare in tante maniere. Noi spesso definiamo “sbagliato” ciò che è soltanto diverso. Ci sono tanti modi di pregare; ci sono tanti modi di vivere la famiglia; ci sono tanti modi di amarsi; ci sono tanti modi di pensare; ci sono tante possibilità: il tanto riflette l'immensa grandezza di Dio, la sua varietà, la sua creatività. Pretendere l’unicità, significa essere malati: in realtà noi non amiamo gli altri, ma solo noi stessi: amiamo l’altro soltanto perché è la nostra identica immagine speculare: attraverso lui, ammiriamo e amiamo noi! E non appena la nostra diversità diventerà palese, lo rinnegheremo: “Non sei più come una volta. Sei cambiato. Non mi vai più bene”. Non capiamo che se Dio ci ha creati diversi, unici, amare in questo modo vuol dire rifiutare Dio. Il nostro incontro con l’altro è falso, perché io voglio incontrare soltanto me stesso. Qui non c'è crescita, non c'è novità, non c’è vita. Diversità è incontrare qualcosa che non sono io.
L'amore maturo, l’amore vero, l’amore offerta, oblazione, servizio, è invece quello di chi realizza l'unione non perché si è uguali, ma proprio perché si è diversi. “Ti amo perché tu sei tu, perché non sei me. Amo te perché sei altro da me”. È questa l'unione vera; è questo l'amore vero; è questo il legame che deve unirci; è questo lo Spirito che incontriamo al di là di ciò che facciamo o di ciò che pensiamo; insomma è l'unione, l'incontro delle anime. Amare non è pensare le stesse cose o avere le stesse idee. Amare non è neppure fare le stesse cose. Amare è incontrarsi nello Spirito, nel profondo, nell'anima. È nella “alterità” che si costruisce la propria identità, è nella “diversità” dell’unione, che Dio si manifesta e si rende visibile. Perché Dio è amore, e la Trinità è l’essenza di questo amore.
Ecco, tutto questo, fratelli, mi suggerisce oggi la festa della Trinità, e tutto questo, anche se confusamente, ho cercato di trasmettervi.
E concludo con un’ultima considerazione: noi cristiani di oggi più che chiederci se “crediamo o non crediamo”, dovremmo chiederci invece “in quale Dio crediamo”! C’è infatti una bella differenza tra credere in un Dio giusto sì, ma severo e inflessibile giudice, la cui ira e la sua irritazione si possono placare soltanto mediante preghiere, suppliche, digiuni e penitenza, e credere al contrario in un Dio Padre amoroso e misericordioso, talmente innamorato del mondo e di ciascuno di noi in particolare, “da dare suo Figlio unigenito”! Lo so: questo è un argomento ricorrente nelle mie riflessioni, ma penso che educare la nostra fede sia una delle priorità assolute nel tempo in cui viviamo. E la festa della Trinità, la festa dell’amore trinitario, ci offre appunto l’occasione per cancellare definitivamente queste false immagini di un Dio arcigno e vendicativo, ancora conservate in qualche angolo della nostra mente.
Inondati dal dono dello Spirito, lasciamoci dunque convertire al Dio Trinitario, al Dio che Gesù ci ha rivelato. Al Dio Trinità che, lo ripeto, è amore, festa, incontro, relazione, amicizia, comunione, famiglia... Ricordiamoci che questo Dio ci ha creati espressamente a sua immagine e somiglianza: ha impresso cioè dentro di noi un DNA trinitario, per cui anche noi come Lui siamo fatti per la relazione, per l'amore, per la comunione, per la fraternità.
Festeggiare la Trinità significa pertanto riscoprire le scelte e le priorità che rendono veramente bella e sana la vita. Proviamo a chiedercelo, fratelli miei: chiediamoci, con un po' di onestà, quali sono le nostre priorità fondamentali, quelle su cui stiamo costruendo la nostra vita; chiediamoci se nelle nostre scelte familiari, professionali, vocazionali è chiaramente visibile il nostro DNA trinitario; chiediamoci con quale stile gestiamo le relazioni che quotidianamente siamo chiamati a vivere; quanto tempo regaliamo alle persone che ci vogliono bene e quanto ne investiamo a nostra volta per costruire relazioni sane e positive. Lo so, sono domande piuttosto antipatiche. Ma prima di rispondere facciamo un bel respiro e invochiamo lo Spirito perché ci aiuti a scavare nel profondo del nostro cuore e a dirci la verità. Amen!