giovedì 15 ottobre 2020

18 Ottobre 2020 – XXIX Domenica del Tempo Ordinario

“Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”         (Mt 22,15-21).

Possiamo sintetizzare il testo del vangelo di oggi attraverso poche ma incisive immagini: una riunione tra incapaci, un accordo subdolo e scellerato, l’intervento di discepoli falsi, untuosi e melliflui, una proposta trabocchetto per Gesù.

È chiaro che tutto ciò che ruota intorno al tempio di Gerusalemme, non rientra nelle simpatie di Gesù. I personaggi del culto, gli scribi, i farisei, gli anziani del popolo, approfittano della loro posizione per compiere liberamente i loro loschi affari. Questa élite, più volte pubblicamente redarguita da Gesù, da lui indicata come meno degna dei pubblicani e delle prostitute, lo considera ormai un nemico acerrimo da combattere: per quella gente Gesù è un uomo pericoloso, uno che deve essere fermato ad ogni costo, poiché oltre a non rispettare le istituzioni religiose, arriva a discreditarle apertamente! Si riuniscono pertanto per decidere sul da farsi: “tennero consiglio per vedere di coglierlo in fallo nei suoi discorsi”. Ormai è guerra aperta, e riescono a coinvolgere nelle loro trame anche gli erodiani, che è tutto dire: i farisei odiavano gli erodiani, li consideravano una feccia schifosa da sterminare; però pur di coronare i loro progetti perversi, si abbassano a chiedere la loro collaborazione. Gesù è il nemico comune, e “chiunque odia il mio nemico, diventa mio amico”!

Essi dunque mandano una loro rappresentanza, con un discorsetto già preparato a tavolino: ed iniziano con delle lodi chiaramente affettate, esagerate, false: “Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità e non hai soggezione di nessuno perché non guardi in faccia nessuno”. Ma Gesù non si scompone, li conosce molto bene, e con calma si rivolge loro: “Perché mi tentate?”. Li paragona apertamente a satana, il tentatore: Matteo usa qui infatti la stessa terminologia che ritroviamo nel racconto delle tentazioni.

Finiti i convenevoli, il gruppetto scopre immediatamente le carte: vogliono che Gesù si esprima apertamente su un argomento spinoso, controverso: “Dì a noi: è lecito o no pagare il tributo a Cesare?”. Che praticamente equivale a dire: “Devi dirci, qui e ora, ciò che pensi degli invasori romani”. La trappola è ben congegnata, poiché qualunque risposta egli darà, gli si ritorcerà contro; dicendo “sì”, si dichiarerebbe favorevole al pagamento delle tasse e quindi, riconoscendo l’invasore come “il signore” del popolo, incorrerebbe nel reato di infedeltà verso Dio, l’unico “Signore” che gli ebrei devono riconoscere e servire (Dt 6,4-13); dicendo invece “no”, si metterebbe automaticamente contro l’autorità romana, scegliendo da solo la propria morte, veloce e sicura.

Vista la situazione, Gesù la capovolge immediatamente. E lo fa magistralmente, ignorando la loro provocazione e spostando i termini del discorso su un altro piano: “Mostratemi la moneta del tributo”.

Si trattava di una moneta particolare, coniata dai Romani in argento, con incisa l’immagine dell’imperatore e una dicitura che ne decretava la sua “divinità”. Praticamente il simbolo del potere dominante: dove arrivavano quelle monete, lì arrivava il potere di Roma, il dominio del “divino” imperatore.

Gliela mostrano e Gesù: “Di chi è questa immagine e l’iscrizione?”. Gli rispondono: “Di Cesare”. E Lui: “Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”. Cosa significa? Prima di tutto che le tasse vanno pagate, certo: le monete di Cesare vanno restituite al loro padrone. Ma la risposta continua: “Rendete a Dio quello che è di Dio”.

I doveri quindi sono due: uno nei confronti dello Stato, del potere politico, l’altro, molto più profondo e mirato, nei confronti di Dio.

Gesù non perde occasione per richiamare all’ordine i suoi nemici. In altre parole, con un tono piuttosto irritato, esclama: “Cari farisei, voi che vi date tanto da fare col popolo, che vi ritenete i depositari dell’alleanza di Jahweh con il suo popolo, voi che siete la classe dirigente del sacro, che vivete all’ombra del tempio, restituite a Dio il popolo che gli appartiene, quel popolo che Lui ha scelto, che Lui ha riscattato, e che ha temporaneamente affidato alla vostra guida. Voi invece cercate di impadronirvi di esso, di indurlo in errore con regole false, con le vostre ideologie. Cercate di attirarlo a voi, predicando un Dio, che non è il vero Dio. Subordinate Dio alle vostre teorie, al vostro pensiero, ai vostri personali vantaggi e riconoscimenti, e questo è un terribile oltraggio nei suoi confronti: il popolo è suo; vostro unico dovere è di ricondurlo a Lui”. Parole crude che, come tutto il Vangelo, sono sempre di grande attualità.

Il racconto ci offre infatti due spunti di meditazione, uno sulla domanda e l’altro sulla risposta di Gesù. Vediamoli nel particolare.

Primo spunto, la domanda: “Di chi è quest’immagine?”. L’immagine incisa sulla moneta richiama la persona che l’ha fatta coniare, decide quindi chi ne è il proprietario: quella di Cesare stabilisce che la moneta viene da lui, gli appartiene e a lui deve tornare.

Un discorso ovvio, che implica però considerazioni paritetiche: sappiamo infatti che l’uomo è stato creato a “immagine e somiglianza di Dio” (Gn 1,26): noi quindi apparteniamo a Lui, siamo sua proprietà, a Lui dobbiamo tornare! Dimenticare, perdere, trascurare questa nostra indelebile dipendenza da Dio, significa tradire la vita che lui ci ha donato, significa vivere una non vita, cadere in un falso vivere, in una finzione esistenziale: per cui qualunque nostro legame ad altre realtà che non siano Dio, qualunque attaccamento a persone, a cose, al mondo intero, svilirebbe, deturperebbe la nostra somiglianza divina, ci renderebbe schiavi, dipendenti e prigionieri: non saremmo mai più completamente liberi, assolutamente liberi, come prima.

Ci capita mai, guardando il cielo stellato, ammirando la meraviglia di tutti quei punti luminosi, di pensare che è da lì che noi veniamo, di sentirci “parte” di tutte quelle luci, di provare una certa nostalgia di casa, una nostalgia di cose grandi, immense? Ci capita mai, in certi giorni, di veder riflettere il sole, la luce, nel volto e negli occhi delle persone amate? Ci succede mai di essere pieni, quasi gonfi, di una inspiegabile felicità? Ecco, è in quei momenti che possiamo sentire chiaramente il vero motivo per cui siamo nati, da dove veniamo, a chi apparteniamo, chi è la nostra vera madre, il nostro vero padre (Dio l’Altissimo).

Secondo spunto, la risposta di Gesù: “Rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio”. Certamente nel dare questa risposta, Gesù alludeva all’aspetto politico: “Dai a Cesare, allo Stato, quello che è di Cesare, dello Stato”: è quindi nostro dovere pagare le tasse; non possiamo essere uomini di fede se evadiamo il fisco, se imbrogliamo la gente, se sfruttiamo i nostri dipendenti, se noi ci arricchiamo e gli altri muoiono di fame, se creiamo lobby di potere.

Ma la risposta di Gesù si presta anche ad un’altra considerazione: non basta restituire il dovuto a Cesare, non basta riconsegnare la nostra anima a Dio; c’è un altro dono essenziale, di proprietà divina, che Dio concede in uso all’uomo, e che gli deve essere restituito: la vita! Ogni giorno, infatti, Dio ci offre gratuitamente la meravigliosa possibilità di poter dire: “Sono vivo!”.

Purtroppo la vita per molti è un fatto scontato: non lo apprezzano, non sanno che farsene del tempo: giornate, mesi, anni che hanno a loro disposizione; continuano a lamentarsi con Dio per qualunque banalità, piuttosto che ringraziarlo umilmente per questo suo incalcolabile dono.

La vita è un dono che va custodito, onorato, amato: non ci è “dovuta”, non ci appartiene, un giorno infatti dovremo riconsegnarla nelle mani di Colui che ne è il padrone assoluto. Finita la vita presente, non ne abbiamo un’altra di scorta con cui poter rimediare al tempo sprecato in questa: quello che non facciamo oggi non potremo farlo mai più.

Viviamola allora seriamente questa nostra vita, viviamola con intensità, pienamente: disponiamo solamente di questa per amare, agire, provare, sentire, per realizzare i nostri ideali, per diventare insomma ciò che dobbiamo essere: immagine del Padre.

Non lasciamoci condizionare dal timore di sbagliare, dal giudizio della gente, da tutte quelle paure che ci impediscono di vivere pienamente. Rimaniamo positivi, entusiasti: chiudiamo gli occhi, e nel silenzio ascoltiamo ciò che il nostro corpo ci grida: “Voglio vivere: voglio sentire la fragranza dei prati, della natura in fiore, il profumo del mare; voglio provare la gustosità del cibo, dei frutti della terra; voglio entusiasmarmi per i miei progressi, correre, ridere spensieratamente, svagarmi, accarezzare, abbracciare, amare; voglio piangere quando sto male, condividere il dolore degli altri, commuovermi per la loro gioia; voglio inseguire i miei sogni, lottare per un mondo migliore e sentire che il tempo che mi è stato concesso non sta fuggendo invano, ma ha un senso profondo e meraviglioso per me e per il mondo intero. Sì, voglio vivere!”.

Se arriveremo a tanto, quando moriremo saremo in grado di restituire a Dio questa nostra vita “da vivi”: ci troveremo ancora, cioè, nel pieno della vita. A Dio che ce l’ha consegnata, riconsegneremo allora una vita palpitante, con tutto il suo entusiasmo, con tutto il suo fascino: certamente non nella immobilità mortale dei rinunciatari, dei falliti, di quanti si sono spenti per strada, senza provare, senza sognare, senza combattere.

L’uomo si lamenta, impreca, quando le cose belle finiscono; ma non sa ringraziare, non sa viverle adeguatamente quando sono nella sua disponibilità; non capisce che all’amore si risponde con amore: che per amore ha ricevuto la sua vita, e con amore deve restituirla al suo donatore. Amen.

 

giovedì 8 ottobre 2020

11 Ottobre 2020 – XXVIII Domenica del Tempo Ordinario

 

“Il regno dei cieli è simile ad un re, che fece una festa di nozze per suo figlio…” (Mt 22,1-14).

 La parabola di oggi paragona il Regno di Dio ad un banchetto nuziale: una immagine molto accattivante, molto conosciuta e comprensibile a tutti. Quale occasione infatti è più aggregante e gioiosa per parenti e amici di un matrimonio da favola, con un sontuoso pranzo di nozze?

Le nozze celebrano l’unione di due persone, sanciscono l’amore, la comunione di due cuori; sono l’apertura di una finestra sul mondo della speranza, della novità di vita, della intensità di sentimenti.

Non a caso i contemplativi parlano di nozze dell’anima con Dio, per indicare l’incontro intimo, il matrimonio celestiale, l’unione mistica dell’anima col suo Sposo divino.

Ai nostri giorni, essere invitati al matrimonio di una personalità molto importante, è una circostanza impegnativa, di grande rilievo, molto ambita e apprezzata, un segno di particolare stima, di amicizia, di considerazione.

E lo era anche ai tempi di Gesù: le nozze erano considerate un evento importantissimo, duravano una settimana, il banchetto era fornitissimo, straricco, e per chi riusciva a malapena a mangiare una volta al giorno, era un’occasione imperdibile; il non andarci era impensabile, perché rifiutare l’invito significava, sì perdere un lauto pranzo gratuito, ma soprattutto offendere gravemente gli sposi: era un affronto, cui spesso potevano seguire spiacevoli conseguenze. Tant’è che il re della parabola, indispettito per il rifiuto degli invitati, non capacitandosi di tanta stupidità, manda per ripicca i suoi servi nelle piazze, nei crocicchi, per le strade, per invitare a nozze chiunque incontrino.

Cosa vuol dirci Gesù con questa parabola? Il significato più semplice, quello evidente, è che uomini e donne, vecchi e bambini, saremo un giorno tutti invitati all’eterno banchetto celeste: tutti; anche quelli più umili, quelli più poveri (gli straccioni), quelli, in una parola, che sono considerati il rifiuto della società. Ad un’unica condizione però: che tutti ci presentiamo indossando la veste nuziale: ossia tutti dobbiamo indossare la veste della “grazia di Dio, nuova, immacolata, o quantomeno lavata e stirata dal Sacramento della Penitenza e dalle “opere buone”.

Ma non basta: questa parabola ci offre, per l’immediato, anche un’altra interessante spiegazione: quel banchetto nuziale, cui tutti siamo invitati a partecipare, si tiene nell’anima di ciascuno: Dio invita tutti ugualmente ad entrare in quella personalissima esperienza di amore, di felicità, di intimità con cui il Figlio celebra le sue nozze perenni col nostro cuore, con la nostra anima.

Entrarvi, significa entrare nell’intimità con Dio, rapportarsi con Lui nella nostra coscienza, e conseguentemente, dare un senso alla nostra vita.

Quando il cuore e l’anima dell’uomo entrano in simbiosi con Dio, l’unione mistica che si instaura tra di loro, altro non è che una pallida anticipazione dello stato di perenne beatitudine che proveremo nel banchetto paradisiaco.

Gesù ci invita caldamente quindi a “partecipare” a questo banchetto, a saziarci di Lui, a “vivere” la nostra anima, e questo fin da subito, immediatamente. Viviamola allora la nostra anima, viviamola intensamente, non abbandoniamola, non ignoriamola, non oltraggiamola.

Se oggi la gente è depressa, esaurita, non ha più voglia di vivere, è perché ha dimenticato di avere un’anima, ha dimenticato completamente di rifugiarsi in essa, di trovare in essa la soluzione di tanti nostri problemi, instaurando un colloquio intimo, umile, sincero, con lo Spirito di Gesù, che l’ha scelta a sua stabile dimora.

Un quarto degli italiani prende farmaci contro l’ansia e la depressione: c’è chi li prende per dormire, chi per alzarsi la mattina, chi per non deprimersi, chi per controllare l’aggressività, chi per sopportare le contrarietà della vita. In una parola per “sopportare” la vita. Ciò che dovrebbe essere fonte di felicità, è diventato un peso da sopportare: perché tutto appare vuoto, inutile, tutto è vertiginosamente proiettato all’esterno; l’introspezione, la meditazione, la moderazione, sono categorie sconosciute all’uomo d’oggi, sono “out”. Adesso tutto è proiezione “estrema” della persona: attività estreme, sport estremi, viaggi estremi, esperienze estreme, vacanze estreme, sesso estremo. Il vivere “ordinario” non offre più niente, non emoziona più, non ha più stimoli apprezzabili.

Purtroppo però non ci accorgiamo che dopo lo “sballo estremo”, segue il collasso psichico, la depressione, la disperazione: guardandoci alle spalle ci rendiamo conto di aver ignorato e calpestato i limiti di un sano equilibrio, di aver sperperato ogni possibilità di ascoltarci nel profondo, di seguire quei suggerimenti che Dio, pazientemente, continua ad inviare al nostro cuore, all’anima, alla mente. Abbiamo, in poche parole, soffocato stoltamente la nostra anima.

Ma cosa vuole esattamente da noi quest’anima? Semplice. Vuole la nostra salvezza, il nostro star bene, il nostro andare incontro a Dio, lo Sposo; l’anima vuole il meglio per noi, per la nostra vita spirituale, vuole suggerirci i motivi veri per cui valga la pena di vivere.

Ci siamo mai chiesto “perché” viviamo? Quale sia lo “scopo” ultimo della vita? Proviamo a chiederlo alle persone che ci stanno intorno, a quelle che incontriamo: “Perché vivi?”; vi assicuro che le risposte saranno tutte di una banalità spiazzante, perché nessuno conosce più la ragione unica, importante, vera, profonda, trascendente per vivere: c’è chi vive per il lavoro, chi per il denaro, chi per fare carriera, chi per i figli, chi perché “questa è la vita che fanno tutti”! Nessuno si sognerebbe più di rispondere: “Per amare e servire Dio fedelmente”.

Ma se ignoriamo questo motivo fondamentale, vuol dire che alla nostra vita manca autenticità, vuol dire che tiriamo a campare, trascinando i giorni, senza alcun mordente; vuol dire che siamo pronti a cogliere al volo qualunque occasione, anche quelle più astruse e inconcludenti, pur di dare una parvenza di senso alla nostra vita.

Non penso di esagerare: è sufficiente guardare le “moderne” trasmissioni televisione: un concentrato di nullità, che ogni giorno esibisce una miriade di deficienti (nel senso che hanno un deficit di anima) orgogliosi di fare sfoggio nei loro interventi di una preoccupante insipienza; gente che si cimenta in comparsate insulse, che paga un prezzo esoso in termini di dignità, pur di “esserci”, di essere ammirati, notati, imitati: “influencer” è l’etichetta ambita cui aspirano tutti i nullafacenti professionali di oggi!. Tutta gente che pur di provare un soffio di notorietà, ancorché insignificante, si abbassa a fare di tutto.

Ma cos’è che fondamentalmente manca a questa società? Manca la percezione della presenza di Dio, manca la percezione dell’anima. Non la sentono più, non sanno neppure cosa sia. Non a caso le discoteche, sempre zeppe di giovani, stordiscono con una musica che collassa, che copre e annienta tutto: con migliaia di watt sparati nelle orecchie, in uno stato confusionale e catatonico per alcool e droga, non c’è discorso, non c’è emozione, non c’è ispirazione dell’anima che tenga: ci si immerge tragicamente nel nulla.

Purtroppo i risultati di tali alienazioni sono quotidianamente trasmessi dai telegiornali.

È una difficile e drammatica situazione: ma l’invito di partecipare alle nozze regali vale anche per loro, per questi “storpi”, questi “zoppi”, questi “ciechi”.

Spetta a noi il compito di aiutarli nella ricerca della veste nuziale appropriata da indossare: con il buon esempio, con l’umiltà, con la carità: anche se sappiamo, in cuor nostro, di non essere proprio dei santi. Perché anche noi talvolta ci “perdiamo” per strada, viviamo da “frastornati”, in sbandamenti spiritualmente preoccupanti; capita purtroppo anche a noi di buttarci allo sbaraglio, di “fuggire” dalla “prigione” della nostra anima. Come facciamo allora a sentire Dio, i suoi suggerimenti, la sua voce? Come possiamo entrare nel banchetto nuziale della nostra anima, se ci lasciamo risucchiare dal vortice dei “piaceri” esteriori?

Dobbiamo fermarci: tiriamo i freni, usciamo dall’autostrada invitante e comoda di questo mondo provvisorio, facciamo uno stop, imbocchiamo a piedi quel sentiero solitario e silenzioso che porta al nostro cuore e ascoltiamoci! Facciamolo, perché il vero coraggio, quello autentico, non sta nel combattere contro i mulini a vento, contro gli specchietti per le allodole, ma nell’ascoltare la propria anima, nell’obbedire alla propria coscienza, al proprio cuore.

Fermiamoci e ascoltiamoci: e se sentiamo dentro di noi qualcosa che ci tormenta, qualcosa che ci rende insoddisfatti, se sentiamo un senso di vuoto, un senso di tristezza, di depressione diffusa; se proviamo disagio a vivere la nostra chiamata, la nostra vocazione cristiana; se siamo insofferenti delle nostre scelte di vita: del matrimonio, della famiglia, della vita religiosa, del vivere impegnato; se ci sentiamo ingabbiati in qualcosa che non riusciamo a capire, allora vuol dire che stiamo vivendo male la nostra anima; vuol dire che stiamo vivendo “il male” che è dentro la nostra anima; in una parola stiamo provando tutto il disagio di un’anima che si è allontanata da Dio.

Un disagio che soffoca la nostra vita, che ci impedisce di accedere al nostro banchetto di nozze, di vivere la festa, la gioia, l’amore con Dio, lo Sposo.

Oggi purtroppo sono poche le persone che conoscono il piacere che viene dall’anima. Tutti cercano il piacere, nessuno cerca l’anima. Ci accontentiamo dei surrogati di felicità: ci copriamo di “giocattoli” costosi (auto, gioielli, telefonini, vestiti, ecc); cerchiamo esperienze inebrianti ai limiti dell’assurdo, ci tuffiamo nel virtuale (internet) isolandoci dal reale; cerchiamo ogni tipo di piacere: del sesso, della tavola, della gloria, della notorietà.

Ma in profondità percepiamo la mancanza di un qualcosa di “vitale”. Sentiamo l’assenza proprio di ciò che nessuno può comprare, che nessuno può regalare, se non Dio stesso: la nostra anima, il soffio di Dio, la carezza dello Spirito.

E allora: “A che serve all’uomo guadagnare il mondo intero se poi perde la propria anima?”. Già, a che serve?! Amen.



giovedì 1 ottobre 2020

4 Ottobre 2020 – XXVII Domenica del Tempo Ordinario

"Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano…" (Mt 21,33-43).

 Per la terza domenica consecutiva il Vangelo ci ripropone il tema della vigna del Signore. Prima abbiamo visto la parabola degli operai dell'ultima ora e del padrone buono, poi quella del comportamento contraddittorio dei due figli; oggi abbiamo quella dei vignaioli assassini che vogliono impossessarsi della vigna e finiscono per uccidere, oltre agli incaricati alla riscossione, anche il figlio del padrone.

Da notare che nelle tre parabole il comportamento dei vari “padroni” è sempre stato improntato alla bontà, alla pazienza, alla massima comprensione. Il padrone di oggi, poi, va addirittura oltre ogni aspettativa, rasenta addirittura l’assurdo; il suo è un amore puntiglioso e illogico: nonostante i suoi inviati vengano sistematicamente bastonati, lapidati, uccisi, lui continua sempre a provarci, cerca di dare ai vignaioli assassini nuove opportunità di ravvedimento. Alla fine, in un estremo tentativo di riscatto, arriva a mandare il proprio unico figlio. Ma anche questi subisce la stessa barbarie, e viene ucciso.

L’allusione è chiarissima: questo vangelo è la sintesi di secoli di storia del popolo ebreo. C’è stato un amore iniziale seguito poi dal rifiuto. I servitori sono i profeti che, lungo il corso della storia di Israele, Dio ha mandato nella sua “vigna” per richiamare il popolo, perché si accorgesse di essere sulla strada sbagliata; ma Israele non si è ravveduto, non ne ha voluto sapere. Alla fine Dio ha inviato anche suo Figlio, e di fronte alla sua crocifissione e morte, ha trasferito altrove il suo Regno, fondandone uno nuovo con altri popoli. È il primo grande esempio, ma la storia ci insegna che è sempre stato così: Dio si ferma dove viene accolto, altrimenti, in punta di piedi, se ne va.

La vigna è il segno dell’amore infinito di Dio, è la proposta di felicità completa, di vita piena. Se questa proposta non viene accettata, Egli si rivolge automaticamente ad altri popoli, ad altri contadini.

Storia del popolo ebreo dunque: un popolo che inizialmente accolse il Dio Vivo con grande entusiasmo; ma poi lo respinse, lo uccise. Il Regno fu allora destinato ai seguaci di suo Figlio, ai discepoli di Cristo, a quanti, col battesimo, abbracciarono la fede cristiana. Sorsero allora comunità cristiane fiorentissime: Filippi, Tessalonica, Corinto, Cartagine, Efeso. Servitori mandati da Dio, come Paolo, Cipriano, Agostino, vi dedicarono anni di duro lavoro conseguendo grandi affermazioni. Ma anche queste colonie pian piano sono capitolate.

Oggi, in quelle terre, non c’è più traccia del primitivo cristianesimo fervente; col tempo la fede si è spenta e Dio se ne è migrato altrove, in altre nazioni. Un fenomeno che puntualmente si ripete lungo i secoli: quando la fede di un popolo si sclerotizza, si fossilizza, non si rinnova, quella fede muore, e la Vigna di Dio, il Regno dei cristiani, degli innamorati di Cristo, si trasferisce altrove.

Questo dovrebbe preoccuparci seriamente, perché oggi anche i nostri paesi occidentali sono giunti al limite: non è detto che in Europa, come pure nella nostra cattolicissima Italia, in un domani ormai già in atto, non possa succedere altrettanto.

Anche da noi la fede sta purtroppo perdendo il suo smalto, la sua spiritualità, il suo entusiasmo, la sua vitalità; di questo passo, tra breve, non ci sarà più traccia di quel cristianesimo profondamente vissuto e amato dai nostri padri. Esattamente come prospettatoci dal vangelo di oggi.

Gesù, il figlio del Dio creatore e organizzatore della “vigna”, è stato mandato tra gli uomini, i contadini, nel nome dell’amore, della bontà, della guarigione, della non-violenza; è venuto per dare a tutti una vita piena e sensata. Ma poi, quei vignaioli perversi, lo hanno rifiutato.

E anche noi, attuali lavoratori, continuiamo come loro a rifiutare Gesù. Perché? Forse non è abbastanza buono? Non dimostra di amarci abbastanza? Ci sentiamo ingannati? No, al contrario! Egli ci guarisce, ci fa risorgere, ci sfama, ci perdona, ci illumina; ci fa sentire in tutti i modi che ci ama perdutamente. Allora lo rifiutiamo perché ci dice la verità? Perché non asseconda i nostri giochetti sporchi?

Conosciamo tutti la sua vita, i suoi insegnamenti, ma non adeguiamo la nostra di vita, non ci convertiamo. Ascoltiamo le sue parole, ma il nostro cuore non si lascia contagiare. Possiamo sperimentare quotidianamente le sue meraviglie, ma la nostra mente è ormai chiusa in discussioni teologiche, in distinguo improponibili, con lo scopo di crearci un alibi per continuare ad ucciderlo impunemente e vanificare la sua presenza sulla terra. Ci fa troppa paura.

Ma siamo dei poveri illusi: come al solito non capiamo nulla!

Cosa dovrebbe fare Gesù più di quanto ha fatto? Cosa dovrebbe promettere a noi vignaioli più di quanto ha già concretamente promesso? Cosa dovrebbe dimostrare ancora, per essere accettato, amato, accolto nel nostro cuore?

Cosa dovrebbero fare di più per convincerci le migliaia di suoi incaricati, tutti quei suoi ministri, umili e santi preti, che vivono coerentemente e convintamente la sua Parola? Cosa potrebbero dirci o dimostrarci di più quelle innumerevoli prediche, pubblicazioni, trasmissioni mediatiche, fatte in nome del Vangelo? Assolutamente nulla!

Abbiamo avuto e sentito tutto; tutta questa “grazia”, dovrebbe esserci più che sufficiente, come scriveva Paolo ai Corinzi (2Cor 12,9): solo che purtroppo, nella nostra “infermità”, rimaniamo impenetrabili, non assorbiamo nulla: siamo fossilizzati, chiusi, insensibili. Non riusciamo a vedere in positivo; non vediamo le migliaia di gesti d’amore che i nostri fratelli ci fanno; non vogliamo vedere la bontà che c’è attorno a noi, di chi ci aiuta, di chi ci sostiene. Siamo occupati continuamente a rimarcare i loro difetti, le loro lacune, le loro debolezze, senza mai riuscire ad apprezzare il bene, la cortesia, la gentilezza, la premura, con cui essi ci circondano.

A volte ce ne rendiamo conto soltanto quando qualcuno di essi viene a mancare. Soltanto quando perdiamo una persona vicina, finiamo per accorgerci di quanto fosse importante, di quanto ci amasse. Solo allora i nostri occhi, il nostro cuore, finalmente, si aprono: ma è ormai troppo tardi.

Allora, perché non farlo prima? Perché rimanere talmente incentrati nel nostro ego da lasciare che un piccolo gesto negativo, un soffio appena indisponente, basti a distruggere migliaia di gesti d’amore?

Siamo la copia esatta dei vignaioli: come loro dimostriamo solo egoismo: vogliamo possedere, possedere, possedere tutto anche l’impossibile: ma la “vigna” non è nostra. Noi dobbiamo solo renderla fertile e fruttuosa: dobbiamo lavorarla, amarla, custodirla, senza poterla possedere. Non ci appartiene! La vigna è la nostra vita. Non è nostra! Non ne siamo i padroni, non possiamo campare alcun diritto su di essa, prima o poi dovremo lasciarla, anche se in realtà ci comportiamo come se fossimo immortali. Illusi! Non ci rendiamo conto che possiamo al massimo decidere come vivere, mai di vivere “per sempre”!

Tutto è dono, tutto ci è gratuitamente affidato da Dio, nulla può essere preteso. Per questo dobbiamo fidarci di Lui, abbandonarci a Lui, alla Vita; perché noi tutti siamo nelle sue mani: esistiamo, siamo vivi, ma non siamo “nostri”!

Quanta pazienza ha Dio con noi! Anche quando, come i vignaioli, avanziamo pretese assurde, quando cerchiamo di sovvertire l’ordine, quando non portiamo più frutto, ebbene: anche allora Dio non ci abbandona; anzi ci manda continui “messaggi”, degli avvertimenti importanti: “Stai attento perché le cose così non vanno!”. Ma noi molto spesso non ce ne curiamo, andiamo avanti per la nostra strada, ridiamo e facciamo finta di nulla. Come possiamo allora pretendere che Dio ci parli, si faccia sentire, se siamo noi a non volerlo ascoltare?

Eppure, quando leggiamo questa parabola, non possiamo ignorare la correttezza del messaggio, e dire in cuor nostro: “Che mascalzoni quei contadini! Come hanno fatto a non capire? a comportarsi così? Pensavano forse di farla franca?”.

Già, loro sono stati stupidi, mascalzoni, assassini, ma noi? Noi li accettiamo i “messaggi” che Gesù ci manda?

Eppure sono tanti e frequenti: quando siamo insoddisfatti, quando siamo nervosi, irritabili, quando non proviamo più stupore, né gioia, quando non ci entusiasmiamo più per nulla; quando la vita religiosa è un peso, la Chiesa è un peso, la famiglia è un peso; ecco, sono tutti segnali della nostra anima che langue, che sta morendo. Sono messaggi importanti. Non illudiamoci attribuendoli al super lavoro, ad un periodo critico, pensando che prima o poi tutto si sistemerà. Non è così, purtroppo. I segnali che Dio ci manda vanno ascoltati. Non comportiamoci come i vignaioli omicidi.

Quella di oggi è una parabola tragica, che ci deve veramente far riflettere: è la storia di Dio e dell’umanità, la nostra storia, la storia di Dio e noi, delle nostre incomprensioni; è la storia di un dolore, il dolore di Dio, che noi alimentiamo con i nostri continui rifiuti.

È la storia di Dio, questo Dio sconsiderato, che insiste, si ripete, che continua a mettere a repentaglio la vita del Figlio, inviandocelo vivo ogni giorno nell’Eucaristia: pensando, così, di suscitare in noi quel rispetto, quell’adesione, dovuti al suo infinito Amore, al gesto estremo di un Padre, come sovrumana e impensabile prova d’amore, meritevole di essere finalmente da noi compresa e ricambiata! Amen.