venerdì 8 maggio 2020

10 Maggio 2020 – V Domenica di Pasqua


“Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi”.
(Gv 14,1-12). 
Il vangelo di oggi ci riporta alle ore immediatamente precedenti la passione di Gesù. Siamo nel cenacolo, durante l’ultima cena. Dopo aver lavato i piedi ai discepoli, Gesù fa un lungo discorso di addio: Egli sta per andarsene, e affida loro il suo testamento spirituale, parla delle cose più intime, più profonde, che più gli stanno a cuore.
Giuda è già uscito per tradirlo, e quindi poco dopo le guardie sarebbero arrivate per arrestarlo; il tempo stringe, tutto ormai è pronto per il “consummatum est” finale: lo spettro della croce proietta già la sua ombra sinistra lassù, sulla cima del Golgota.
Gesù ha ancora molte cose da dire ai suoi; soprattutto vuol far capire bene lo scopo della sua missione terrena, vuol spiegare ancora una volta il rapporto intimo e indissolubile che esiste tra lui e il Padre. “Quando sarò andato da Lui e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me”. 
Parole piuttosto oscure, difficilmente comprensibili in quel momento dai discepoli: essi annaspano, non capiscono: “Te ne vai? Come, dove, quando, perché?”. Un turbinio di domande agita infatti il loro cuore: “Che ne sarà di noi? Cosa ci accadrà? Che fine faremo? Abbiamo sbagliato a credere in Lui?”. Poveri discepoli! Sono confusi, hanno capito che qualcosa di molto grave sta per accadere, ma non sanno immaginare quando; sentono però la minaccia di un pericolo incombente, sono spaventati, sconvolti: il verbo greco 
"tarassesko" (sia turbato), indica appunto una profonda agitazione: “Gesù tu eri tutto per noi, abbiamo investito tutta la nostra vita in te, ci avevi infiammato il cuore; ora che ne sarà di noi?”.
E Gesù: “Io me ne vado e voi sarete un po' tristi. Ma state tranquilli, non temete: vado a prepararvi un posto. Non scappo via. Vado, ma poi torno a prendervi! Ora siete impauriti perché tutte le vostre previsioni, le vostre certezze, sembrano crollare. Questa è la vostra impressione: ma non è così! Perché nulla andrà perduto di quanto vi ho promesso. Guardate il tempo: dopo ogni notte, dopo il buio, dopo la solitudine, puntualmente la nuova luce del mattino risorge sempre a tranquillizzare, a rischiarare la vita”.
Questo, espresso in altre parole, è quanto Gesù promette ai suoi: ed è esattamente quanto, ogni giorno, Egli continua a ripetere anche a tutti noi. 
Le sue sono parole importanti, parole che ci devono tranquillizzare contro le tante incognite del domani, contro le difficoltà, le sconfitte, le paure, tutte nostre puntuali compagne di viaggio. In ogni momento difficile della nostra vita, dobbiamo ricordarci sempre “chi siamo” e “chi è nostro Padre”. Anche se gli altri ci discriminano, ci ignorano, ci evitano, Lui è sempre presente, Lui ci capisce sempre perfettamente! 
Quando un giorno ci renderemo conto delle nostre continue infedeltà, dei nostri tradimenti, non perdiamo la speranza del perdono, affrontiamo umilmente ma con fermezza il nostro riscatto, perché Lui, da sempre, ci sta aspettando a braccia aperte.
Se nella nostra fragilità ci dovesse capitare un evento talmente grave, tragico, da stravolgere completamente la nostra vita, ripetiamo a noi stessi: “Sono figlio di Dio: Egli mi ama, è mio Padre, niente può distruggermi, mi fido di Lui”. 
Se ci troviamo con il cuore straziato dal dolore e dall’angoscia, e non sappiamo dove andare o cosa fare, rassicuriamoci, perché Gesù, è sempre lì al nostro fianco: fedelmente, amorevolmente. 
E quando la notte della vita si presenterà a bussare alla nostra porta, sarà sempre Lui che ci prenderà per mano e ci condurrà nella casa del Padre, ad occupare quel “posto”, che Lui ha preparato per ciascuno noi. Una prospettiva decisamente incoraggiante che, quantunque incerti, quantunque provati dalla vita, sconsolati, demotivati, riuscirà ad infondere nel nostro cuore nuovo entusiasmo, pace, serenità.
Da qui, allora, l’importanza di gridare non una, ma due, dieci, cento volte la nostra fiducia in Dio, di metterci nelle sue mani: non importa se lo faremo nel dolore o nella gioia, nella calma o nei battiti affannosi del nostro cuore, perché, in ogni caso, questo è pregare, questa è una preghiera. Probabilmente non risolveremo immediatamente i nostri problemi, ma sicuramente ritroveremo la fiducia, riavremo la certezza che se anche tutto dovesse crollare, anche se tutto dovesse fallire, Lui c'è sempre; e con Lui, abbiamo sempre disponibile il nostro posto “nella casa del Padre”.
Lì ognuno ha il suo posto, un posto personalissimo; nessun altro può averne uno uguale, perché tutti noi siamo unici. Spesso molte persone si sentono soddisfatte, in perfetta regola, nel giusto, solo perché si vedono uguali agli altri, perché si comportano esattamente come loro. Dovrebbero al contrario sentirsi in difetto, perché Dio non crea doppioni, non ama duplicati; non pretende un comportamento standard, uguale per tutti: ogni vita “copiata” è un falso, una vita sbagliata, non realizzata, non vissuta, mai osata.
Certo dare il buon esempio è importante: tutti abbiamo bisogno di guardare gli altri, di studiarli per imparare, per capire; ma il Dio che nasce in ciascuno di noi, che si adatta alla nostra persona, che noi manifestiamo agli altri attraverso la nostra vita, ci rende diversi,  altri: è la nostra esclusiva fisionomia. Egli fin dall’inizio ci ha creati tutti a sua “immagine e somiglianza”: mentre però l’essere sua “immagine” dipende da Lui, dal suo “tocco creatore”, identico per tutti gli uomini, il “somigliare a Lui” è di nostra competenza, spetta singolarmente a ciascuno di noi. Il risultato che ne otterremo dipenderà esclusivamente da come risponderemo alla sua chiamata, da come investiremo i “carismi” di cui egli ci ha dotati: da qui la nostra “somiglianza” unica, originale, personalissima.
Lo slogan di Dio è: “Ognuno ha il “suo” posto, perché per occuparlo deve percorrere la “sua” strada: ogni vocazione, ogni cammino, ogni esperienza, sono tutti elementi unici di una vita, induplicabili, e come tali vanno costruiti, vissuti. A Dio non interessa la forma, ma il contenuto di ogni singola esistenza.
Gesù si identifica con “la via, la verità, la vita!”; osserviamo bene l’ordine con cui le nomina, perché non è casuale: Gesù è la “Via” che conduce alla “Verità”, perché solo nella verità la “Vita” sarà piena, sensata, realizzata, degna di essere vissuta.
Non dice: “Io vi indico una via”, ma: “Io sono la via!”.
Gesù non ha bisogno di darci altre regole, altri codici, altre indicazioni da seguire: dobbiamo semplicemente seguire Lui; Egli è tutto; è il cammino, l'unico cammino che ciascuno deve percorrere. A quanti gli chiedevano cosa fare per avere la vita eterna, per essere felici, per andare al Padre, Egli ha sempre detto a tutti: “Seguimi!”. Un cammino che compendia l’intero Vangelo.
Non dice: “Io ho la verità”, ma dice: “Io sono la Verità”.
In proposito, di fronte alla domanda di Pilato: “Quid est veritas?”, (che cos’è la verità?), sant’Agostino, anagrammandola magistralmente, ipotizza questa risposta di Gesù: “Est vir qui adest” (è l’uomo che ti sta davanti): “La Verità sono Io”, punto! Non sono ammessi fraintendimenti!
Ci sono invece molte sedicenti “chiese”, molte religioni (o pseudo tali), molti santoni, molti guru, veggenti e ciarlatani di ogni genere, che si arrogano il diritto di affermare: “Io ho la verità, io ho Dio, seguimi e ti farò diventare un avatar, incarnazione virtuale di Dio”. Siamo seri, non perdiamo tempo con tali idiozie! La Verità non si possiede, si vive, è vita. Essi confondono la “verità” con delle vaghe “conoscenze” personali che applicano ai loro discorsi, quasi sempre a sproposito. Per Gesù, la Verità (aletheia, togliere il velo) è scoprire quello che Dio vuole da noi, significa aprire la nostra mente a ciò che lo Spirito di Dio ci suggerisce nell’anima.
Gesù non dice: “Io ho la vita”, dice: “Io sono la vita”. Non è un’assicurazione da stipulare per campare tranquillamente, a scanso di preoccupazioni e problemi. Gesù è “la” Vita, quella che dobbiamo fare nostra, che dobbiamo conquistare: “Vuoi vivere? Eccomi: Vivi!”.
Sbaglia chi pensa che “vivere” coincida con il fare tante esperienze, con il possedere molte ricchezze, con il godere al massimo i piaceri di questo mondo: “vivere” non è buttarsi allo sbaraglio, dove capita, con chi capita: ma è sentire, percepire la “Vita” divina che vive in noi, per realizzarla esteriormente nel quotidiano.
E concludo con le parole di Filippo: “Signore, mostraci il Padre e ci basta!”. Facciamo nostra questa preghiera. Facciamo nostro questo accorato invito rivolto a Gesù perché ci renda partecipi dell’abbondanza di bene e di amore che il Padre rappresenta. Approfittiamo per sgomberare la nostra mente da tutte quelle immagini fasulle di Dio, che nel corso della nostra vita ci siamo creati per soddisfare il nostro egoismo e la nostra accidia: un Dio qualunque, un Dio imprecisato e vago, un Dio indifferente.
Non confondiamoci col credere, come bambini, in divinità misteriose e inquietanti, sempre pronte a condizionare negativamente la nostra esistenza. Siamo adulti! Il Dio Padre di Gesù è un Dio adulto che ci tratta da adulti; un Dio che non ci considera degli sprovveduti, degli incapaci, da dover correre continuamente a risolvere i nostri problemi: ci aiuta ad affrontarli, questo sì: magari facendoci capire che spesso è inutile ostinarsi contro situazioni irrilevanti e senza senso; che faremmo molto meglio ad occuparci costruttivamente degli aspetti belli e positivi della vita, rendendola più gradevole e appagante.
Il Dio di Gesù è un Dio splendido, affascinante, innamorato delle sue creature, lontano e vicino, accessibile e misterioso, seducente e libero, che svela a ciascuno di noi, nel profondo, chi siamo, cos’è la Via, cos'è la Verità, cos'è la Vita.
Cerchiamo allora di conoscerlo questo Dio che ci conosce uno ad uno, che ci ama da sempre; cerchiamo di non sfuggire al suo amore, di essere il più possibile attenti alle sottili sfumature del suo Spirito, alle meravigliose percezioni che ci trasmette nell'anima, ai suoi paterni suggerimenti per vivere serenamente questa nostra esistenza terrena. Mettiamoci umilmente alla scuola del Maestro Gesù, e chiediamogli se il Dio in cui crediamo, il Dio che professiamo, che celebriamo, è veramente il Dio, Padre vivificante, che Egli ci ha svelato. E non stanchiamoci mai di ascoltare e di meditare la sua Parola, misurandoci con essa, affinché ci illumini, ci guidi, ci aiuti, ci converta. Amen.


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