giovedì 2 aprile 2020

5 Aprile 2020 – Domenica delle Palme


“In quel tempo, uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai capi dei sacerdoti e disse: Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?” (Mt 26,14-27,66).

Oggi la Liturgia ci propone il racconto della “Passione” di Gesù: un racconto che ci introduce nelle celebrazioni della Settimana Santa.
Gesù è morto per noi. Una domanda però emerge spontanea dal nostro cuore: l’umanità è ancora interessata a questo evento di salvezza? Noi stessi che ci professiamo cristiani praticanti, ci rendiamo conto della sua importanza? Diciamo di credere che Cristo è morto per redimerci dai peccati e portare l’amore nel mondo, ma noi, piuttosto che rimuovere la trave dai nostri occhi evitando di commetterne altri, ci preoccupiamo di sottolineare la pagliuzza negli occhi altrui, criticando le loro debolezze. Il mondo in cui viviamo dimostra purtroppo di essere completamente insensibile a questo dono incalcolabile di Dio, non gli interessa, dimostra di non averne alcun bisogno.
Cerchiamo allora almeno noi, in questi giorni, di meditare su queste verità: lasciamoci interrogare, scuotiamoci dal nostro torpore! Cerchiamo di penetrare dentro il racconto del Vangelo, ravviviamo la nostra fede, liberiamola dalla opaca e spessa patina del tempo, dell’indifferenza, dell’esteriorità, e fissiamo il nostro sguardo negli occhi del Nazareno, innalzato lassù su quel patibolo straziante!
Fermiamoci davanti a questa realtà inaudita, inimmaginabile: giorno dopo giorno, ripercorriamo spiritualmente le ultime ore della Sua vita terrena, celebriamone i sentimenti, rimaniamo in ascolto, meditiamo, stupiamoci: il Figlio di Dio si è immolato sull’altare dell’amore proprio per ciascuno di noi; ci ha dimostrato, con il suo sacrificio finale, che “amare” vuol dire “morire”! Una lezione che è la più bella e profonda che l’umanità abbia mai ricevuto: una lezione che, interiorizzata e valorizzata, ci porta a pentirci, a rabbrividire per la nostra ingratitudine!
Oggi dunque Gesù fa il suo ingresso trionfale a Gerusalemme. La gente applaude, agita in alto i rami strappati dalle palme e dagli ulivi, stende i propri mantelli al passaggio del Rabbì di Galilea. Breve gloria prima dell’ignominia, fragile osanna prima del delirio. Ma Gesù sa, sente, conosce ciò che sta per accadere.
Troppo instabile il giudizio dell’uomo, troppo vaga la sua fede, troppo ondivaga la sua volontà.
Ma che importa? Gesù sorride, ora, e ascolta la lode che la folla rivolge a lui e che egli dedica al Padre. Messia impotente e mite, energico e tenero, affaticato e deciso.
Non entra a Gerusalemme a cavallo di un puledro bianco, non ha soldati al suo fianco che lo proteggono, nessuna autorità lo riceve: entra in città cavalcando un ridicolo asinello, ricordando a noi, malati di protagonismo, che il potere è tale solo se esercitato nel “servire”, che la gloria degli uomini è solo inutile, breve, effimera.
Osanna, figlio di Davide, Osanna nostro incredibile Dio, nostro magnifico re.
Osanna dai tuoi figli poveri e illusi, feriti e mendicanti, Osanna re dei poveri, protettore dei falliti, Osanna!
Matteo descrive meticolosamente quei momenti, racconta le ultime ore della missione divina, racconta lo scontro titanico tra il Dio rifiutato e le tenebre incombenti sull’umanità che suggeriscono a Gesù di abbandonare l’uomo al suo destino (“Padre mio, se è possibile passi da me questo calice”).
Ma poi, tutto diventa miracolo. La morte di Dio si tinge di inattesa dolcezza.
Chiudiamo gli occhi, smettiamo di leggere e meditiamo.
Sono molti i personaggi che affollano questo racconto e si muovono intorno a Gesù arrestato, processato e condannato...
Ci siamo anche noi: ci riconosciamo un po’ in tutti i personaggi del racconto: e non ne veniamo di certo fuori bene. La cruda verità che ne emerge, ci coinvolge profondamente, e ci costringe a sentire nell’anima il sapore acre e salato del pianto e del rimorso.
Ci sentiamo coinvolti prima di tutto come “credenti”. È vero, siamo dei credenti non credenti, dei credenti “tiepidi”, del “quando mi fa comodo”, del “quando mi serve”: ma non possiamo assolutamente considerare questa storia come una favola qualunque, una favoletta del “c’era una volta”, e del “vissero tutti felici e contenti”. Non è possibile. La passione di Cristo è una realtà drammatica che ci investe completamente: nel cuore, nella mente, nella vita; oggi, domani, sempre, sia che lo vogliamo, o che non lo vogliamo; indipendentemente dall’esserci qualche Sua immagine a ricordarcelo: perché il Cristo in croce è da sempre e per sempre marchiato a sangue nel nostro cuore!
Siamo anche noi gli “apostoli”: quelli che Gesù chiama a preparare e vivere la sua ultima cena, per poi continuare a celebrarla anche quando lui non ci sarà più. Soltanto che ci dimentichiamo che è la cena dell’amore e della condivisione fraterna, e ci perdiamo nei personalismi, nel voler dimostrare il nostro “valore”, i nostri meriti, nella perversa ricerca di essere sempre i primi, i più grandi, i più bravi, quando invece Gesù ci ricorda che il vero potere sta nel servire, che la vera grandezza è di farci piccoli tra i piccoli, poveri tra i poveri.
Siamo anche noi “Simon Pietro”. Abbiamo come lui tanta voglia di credere e di rimanere fedele alle promesse fatte a Gesù: ma basta il cenno di una serva qualsiasi per farci soggiogare dalla paura. Basta un nulla, e ci dimentichiamo immediatamente che Gesù ha bisogno di noi. Ma incrociando il suo sguardo, sentiamo gli occhi riempirsi di lacrime amare, e il nostro viso, indurito dall’indifferenza, ammorbidirsi nell’emozione profonda del pianto e del suo perdono.
Siamo anche noi “Giuda Iscariota”: quante volte pure noi tradiamo Gesù con un bacio! Tradiamo la sua fiducia, tradiamo il suo amore di Padre; anche quando gli siamo più vicini con il corpo, nell’Eucaristia, il nostro cuore continua ad essergli lontano. Signore, c’è ancora possibilità di perdono per noi?
Siamo tutti dei “Ponzio Pilato”. Anche se cerchiamo di liberare Gesù perché qualcosa ci dice che è innocente, ci lasciamo condizionare dal mondo. Siamo tante banderuole che si animano con il vento del momento. Non ascoltiamo la nostra coscienza (che è il luogo vero dell’incontro con Dio) ma ascoltiamo soltanto ciò che proviene dall’esterno, dalla gente, dal potere, dai pregiudizi.
Siamo uno dei tanti della folla che grida “Crocifiggilo, crocifiggilo”. Gli stessi che qualche giorno prima lo seguivano per osannarlo, per chiedergli una guarigione o un miracolo. Quanto siamo veloci nel cambiare idea! Quanto facilmente ci lasciamo influenzare da chiunque, dalla mentalità comune, dai politicanti, dai tanti “si dice”. Nonostante ciò, Gesù sulla croce, invece di maledirci, dirà: “Padre, perdonali, perché non sanno quel che fanno!”
Siamo tanti “Cireneo”: presi per caso e senza preavviso, capita anche a noi di aiutare Gesù a portare la sua croce che, per un piccolo tratto, diventa anche nostra. Questo ci deve servire per imparare ad essere sempre disponibili, ogni volta che qualche derelitto ha bisogno di un sostegno, anche momentaneo. È vero, non risolveremo i suoi problemi, ma almeno gli faremo sentire una vicinanza amica.
Siamo anche il “buon ladrone”, crocifisso accanto a Gesù. Sentiamo che Lui in quel patibolo ha sofferto per noi, e che anche noi dobbiamo condividere, almeno spiritualmente, questa sofferenza con Lui. In modo che quando verrà il giorno in cui il dolore e la caducità della carne piegherà ogni nostra illusione di immortalità, Gesù faccia sentire anche a noi quella stessa promessa, ci faccia sentire nel cuore e nella mente la Sua vicinanza e la Sua pace. Il dolore, anche quando è grande, non ci salva automaticamente: ma in quei momenti, tra le tue braccia del Padre, sentiremo il paradiso più vicino.
Noi tutti abbiamo dunque di che meditare nell’ascolto della Passione di Cristo: perché ci tocca molto da vicino, facendoci sentire in qualche modo dei protagonisti.
A questo punto, non ci rimane che prepararci a vivere degnamente questa Pasqua: evitiamo di considerarla soltanto come una gradita occasione di evasione e di divertimento; accettiamo invece con entusiasmo l’invito di Gesù di accompagnarlo e di vivere con lui questi giorni cruciali e conclusivi della sua missione terrena, che lo vedranno sì morire, ma subito dopo gloriosamente risorgere.
Dobbiamo capire che dopo ogni passione, dopo ogni prova della vita, dopo ogni sconfitta, ci aspetta sempre la risurrezione. Ogni nuova caduta, ogni crocifissione, deve essere sempre l’occasione di rinascita, l’offerta di nuovo vigore, per poter dare nuovo senso, nuova dimensione, un nuovo percorso, alla nostra vita.
Dobbiamo farci carico delle nostre difficoltà, delle nostre sconfitte, delle nostre debolezze: perché esse sono la nostra croce. Una croce che dobbiamo caricarci sulle spalle senza recriminazioni, senza ribellarci; dobbiamo invece abbracciarla, superare la sua drammaticità, e trasformarla in occasione di salvezza, di felicità, di rinnovo, di purificazione, per una nuova dimensione di vita, in Cristo, con Cristo, per Cristo.
Perché solo così capiremo cosa significa essere accolti e amati da Lui.
Approfittiamo di questi giorni per meditare con maggior intensità queste realtà: non rendiamo inutile il nostro vivere, smettiamo di essere famelici di piaceri e di evasioni, gente senza valori, senza riferimenti, senza principi morali. Non sradichiamo la nostra fede per seminare, nel nostro cuore, sogni privi di speranza. Guardiamo con fiducia a Lui e capiremo che è Lui l’unica strada da percorrere, poiché è l’unica in grado di cambiare il mondo.
Se meditiamo con fede la sua passione, non potremo che restare allibiti, costernati, assistendo allo spettacolo di un Dio talmente innamorato, da accettare la morte per donarsi totalmente a noi. La settimana che si apre davanti a noi è “santa”, proprio perché tutti dobbiamo uscirne un po’ più santi, per vivere nella gioia e nell’amore del Cristo risorto. Amen.


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