giovedì 14 marzo 2019

17 Marzo 2019 – II Domenica di Quaresima


«In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante» (Lc 9,28-36)

Per capire bene il vangelo di oggi, dobbiamo fare un passo indietro. Poco prima della trasfigurazione sul Tabor, Gesù comunica ai suoi che Lui deve andare a Gerusalemme, dove soffrirà molto da parte degli anziani e dei sacerdoti, i quali lo uccideranno; ma il terzo giorno lui risorgerà da morte. (cfr. Mt 16,21). A queste parole, la reazione di Pietro è immediata: lo prende in disparte e gli assicura: “Questo non ti accadrà mai!”.
Come mai Pietro non accetta questo annuncio di Gesù? Perché non è assolutamente questo che tutti, discepoli compresi, si aspettano da Lui. Tutta la gente ormai guardava a Gesù come ad un Messia trionfalistico, uno che ricalcasse le orme di Mosè e di Elia, i due antichi personaggi, che nella mentalità comune rappresentavano la Legge e i Profeti, ossia l’antica promessa di Dio: era il massimo che per quel tempo si potesse immaginare! Come mai? Mosè era stato il grande liberatore e il grande condottiero che aveva liberato il popolo dalla schiavitù; era stato così grande e così vicino a Dio da ricevere le Tavole della Legge, e da poter ammirare la gloria stessa di Dio. Elia, invece, era stato il più grande profeta, colui che aveva ripulito Israele da tutti i falsi sacerdoti di Baal: in un solo giorno aveva ucciso 450 falsi sacerdoti (1Re 18,20-46), scannandoli con le proprie mani. Anche Lui aveva parlato e incontrato Dio.
Due personaggi insomma che, secondo la tradizione popolare, non sarebbero morti, ma rapiti in cielo (Dt 34,6; 2Re 2,11). Per questo tutti si aspettavano il loro ritorno alla fine dei tempi.
Cresciuti con queste convinzioni, i discepoli che seguono Gesù, si aspettano quindi che Egli assomigli a loro, che sia cioè, come Mosè ed Elia, potente, trionfante, giusto, liberatore. Non possono accettare un Gesù che parla di passione e morte: per la loro mentalità la morte è la fine di tutto, è il fallimento di qualunque missione.
E allora cosa fa Gesù? Prende con sé Pietro, Giovanni e Giacomo, (e siamo al vangelo di oggi), sale su un monte alto e si apparta a pregare.
E qui Gesù chiarisce le cose: Mosè ed Elia discorrono con Gesù. Non è più Gesù che deve essere come Mosè e come Elia, ma sono Mosè ed Elia che discorrono, che sono visti in funzione di Gesù.
Pietro ne è estasiato: “Come è bello stare qui, facciamo tre tende: una per te, una per Mosè, una per Elia”. Nonostante sia completamente rapito, frastornato da questa visione, Pietro non desiste dalle sue idee e continua a mettere Mosè, e non Gesù, al posto d’onore, al centro dei tre. Continua cioè a rimanere ancorato ai suoi schemi, continua a vedere Gesù come il Messia, la reincarnazione di Mosè, il carismatico liberatore del suo popolo dalla schiavitù. Ma Gesù non è così. E la voce di Dio scioglie ogni dubbio: “Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!”. È Gesù che va ascoltato e non Mosè o Elia, grandi personaggi certamente, ma niente in confronto al Figlio di Dio. La vera identità di Gesù viene solennemente ufficializzata dall’alto: e in quel momento tutte le fantasiose supposizioni dei discepoli inesorabilmente crollano, vanno in frantumi.
Gesù non è colui che tutti volevano. Invece del condottiero forte e potente, è un Messia debole e sofferente: non potrà mai essere un Mosè o un Elia, non arriverà mai a rompere la testa e a ucciderà tutti gli operatori di iniquità di Gerusalemme; anzi saranno loro a ucciderlo.
Ma nonostante la rievocazione di questa tragica fine, Gesù continuerà per la sua strada, sarà sempre solo sé stesso, sarà Gesù e basta! Egli non ha paura di esser sé stesso, anche a costo di diventare impopolare.
Del resto, essere sé stessi, spesso comporta grossi disagi per tutti: ma il beneficio enorme che se ne ricava, è l’autenticità, l’essere felici di ciò che si è, la forza di vivere la propria vita dovunque ci porti.
Noi siamo unici: è per questo che esistiamo. Siamo tutti figli unici di Dio! Se così non fosse non ci saremmo, perché il nostro esserci non avrebbe alcun senso. Le fotocopie in natura non esistono; Dio fa nascere solo pezzi unici, il resto è solo follia umana. La maggior parte delle persone, per essere accettata, per non essere allontanata, accantonata, tende infatti a conformarsi agli altri, ad imitare gli altri, cerca di fare come fanno tutti.
Al contrario noi siamo qui a questo mondo per vivere autonomamente il nostro mandato, per compiere la nostra personale missione, per far emergere la nostra unicità, la nostra originalità.
Essere come tutti, essere dei cloni umani, degli umanoidi, vuol dire aver fallito in pieno la nostra unicità, la nostra personalità.
Noi dobbiamo andare sempre avanti per la nostra strada. Nostro unico modello da seguire è Gesù che fu l’unico per eccellenza, diverso da tutti, da qualunque schema: chi segue Dio non può seguire nessun altro. Noi apparteniamo a Lui soltanto; e con Lui non saremo mai soli, vivremo immersi nel suo amore.
La vera felicità viene infatti dall’amore, dal sentire che qualcuno è con noi, sta con noi, è dalla nostra parte, condivide tutto di noi. È una sensazione esplosiva, una sferzata vitale alla nostra debolezza, una iniezione di forza, di coraggio, di voglia di combattere, di andare avanti.
È la nostra trasfigurazione: allora il tempo può anche scorrere velocemente intorno a noi, ma noi non ce ne accorgiamo, abbiamo un obiettivo ben preciso; allora viviamo, ma la nostra vita, le nostre fatiche, le nostre lotte, non ci pesano, perché hanno finalmente un senso; allora non ci lasciamo distrarre dalle futilità, ma ci concentriamo in quella che è la nostra meta; allora ci rendiamo conto che la nostra esistenza è una benedizione per noi e per il mondo; allora capiamo che per noi è un importante esistere, perché gli altri hanno bisogno di noi. Allora la nostra vita diventerà luminosa, chiara, perché qualunque cosa ci accada non sarà senza un motivo positivo, perché tutto “viene da Dio”.
Di fronte ad una esperienza dolorosa, tragica, invece di rifiutarla immediatamente con fastidio e repulsione, dobbiamo chiederci: “Cosa vuol dirmi Dio, la Vita, con questa prova? Cosa vuole insegnarmi?”. Allora capiremo che tutto ciò che accade ha un suo senso positivo. Dobbiamo smetterla di lamentarci, di fare le vittime, dobbiamo imparare invece a “trasfigurarci”: perché “trasfigurazione” significa conforto, sicurezza, “felicità vera”.
È stato così per Gesù, che sul Tabor si è sentito approvato, protetto, riconosciuto, amato, dal Padre. E sarà sempre così anche per noi. La felicità sta tutta qui: guardarsi dentro, non fermarsi al significato esteriore delle cose, alle brutture della vita, ma entrare nel silenzio dell’anima e ascoltare la voce del Padre: la nostra trasfigurazione infatti è renderci conto che, al di là dei nostri limiti, delle nostre debolezze, siamo figli amatissimi di Dio. La nube che ci circonda, la quotidianità, la materialità, spesso ci distoglie da questa verità: ma il sole dell’amore divino la penetra, la dissolve, e il nostro sguardo potrà finalmente ammirare Dio che si riflette in noi trasfigurandoci: e potremo godere di quanto ci circonda, della bellezza, della felicità della nostra vita, suo incalcolabile dono.
Certo la vita è lavoro, è durezza, è sacrificio: ma se la viviamo con Lui, è trasfigurazione, è felicità. Perché a ben guardare con gli occhi della fede, tutto nella vita può essere trasfigurazione: un fiore, un tramonto, il volo degli uccelli, la risacca silenziosa del mare, le cime maestose, le montagne e le valli innevate, è tutto trasfigurazione; se ci capita di piangere, di commuoverci, di fronte a parole come: “Ti amo! Ti voglio bene! Sei la mia ragione di vita!”, questa è trasfigurazione.
Se ci capita di prendere in braccio un figlio, un nipote, appena nato, di guardarlo e di rimanere senza parole, increduli, di fronte al miracolo della vita, questa è trasfigurazione.
Se ci capita di piangere così, semplicemente, senza alcun motivo, perché ci sentiamo felici, questa è trasfigurazione. Se ci capita di appassionarci per la musica, per la poesia, per la verità, e decidiamo di voler vivere coltivando questi ideali, ebbene: questa è trasfigurazione. Se ci è capitato un evento tragico che ci ha sconvolto la vita, che ci ha “distrutti”, ma intimamente, nel nostro cuore, percepiamo forte la voce amorosa di Dio che ci conforta, questa è trasfigurazione. 
Il monte della Trasfigurazione è infatti la nostra anima, il nostro cuore: lì noi capiremo l’essenziale. Lì capiremo l’importanza di sentirci figli di Dio, lì sentiremo la sua voce che ci sussurra: “Coraggio, sii felice, io sono sempre qui con te, perché tu sei il mio figlio prediletto!”
Ecco: Noi abbiamo bisogno di questa sicurezza: e dobbiamo imparare anche noi ad esclamare più spesso come Pietro: “Che bello, Signore, essere qui!”. Quando entriamo in chiesa per la Messa, gridiamolo nel nostro cuore: “che bello esser qui!”. Ripetiamolo durante l’intera liturgia: quando ci alziamo, nel silenzio, nel canto, nell’omelia, nella comunione: “che bello!”. 
Trasfiguriamo le nostre preghiere liturgiche in tanti momenti di bellezza! Bellezza della Parola, bellezza degli arredi, del canto, del silenzio, dello stare insieme come comunità... Non adagiamoci mai sulle bruttezze della vita; il nostro sguardo non si concentri soltanto su ciò che non va bene! Il nostro dovere di cristiani è di essere più contagiosi, più convincenti, più esemplari nel professare la gloria di Dio, la sua maestà, il suo amore, mormorando: “Signore, è bello per noi essere qui, alla tua presenza!”.
Allora partecipare all’Eucaristia domenicale sarà per noi come salire sul Tabor e riempirci gli occhi e il cuore, della bellezza, della luminosità, della gioia della trasfigurazione. Amen.


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