giovedì 1 novembre 2018

4 Novembre 2018 – XXXI Domenica del Tempo Ordinario


“In quel tempo, si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: Qual è il primo di tutti i comandamenti?” (Mc 12,28-34).

Il “sapiente” di turno, uno scriba che forse voleva saggiare la preparazione di Gesù, o forse mosso anche da sincera voglia di sapere, gli rivolge una domanda secca: fra tutti i precetti della Legge di Mosè, qual è il primo, quello più importante? Da notare che i rabbini avevano condensato la Legge di Mosè in 613 comandamenti: 365 in forma negativa (“non devi…”), considerati lievi, e 248 in forma positiva (“devi…”), che erano invece ritenuti gravi. Una giungla di prescrizioni, tra le quali anche i più esperti studiosi della Torah, come gli scribi, si muovevano con difficoltà.
Gesù di rimando lo lascia di stucco, lo prende in contropiede: gli ripete prontamente quella stessa professione di fede deuteronomica che lui, da buon israelita, aveva il dovere di recitare tutti i giorni, più volte al giorno. Una professione di fede chiara, intoccabile, intramontabile, un po' come il Padre Nostro per noi Cristiani: Il primo comandamento è: Shemà Israel, ascolta Israele; il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”.
Sono parole semplici, ma di grande interiorità, con le quali si proclama e si riconosce la stretta relazione del popolo d’Israele con il suo Dio, la sua appartenenza a Lui, anzi l'appartenenza reciproca: siamo del Signore e il Signore è nostro Dio. Forti di tale convinzione gli Israeliti rinunciano a rendere qualunque forma di culto alle divinità pagane, dedicandosi interamente al loro Dio e all'osservanza della sua Legge. Perché solo affidandosi esclusivamente a Lui, sanno di non aver bisogno più di nulla da nessun altro.
Un concetto valido e universale: ma Gesù non si ferma qui. Egli va oltre; vuole integrare l’antica legge, completandola, mettendosi sulla linea della grande tradizione profetica e rabbinica: “Il secondo è questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Non c'è altro comandamento più grande di questi”.
Il comandamento dell'amore è fondamentale, unico: prima di tutto l’amore a Dio, indiscutibilmente; poi l’amore verso il prossimo. Il primo non può esistere separato dal secondo.
Pur rimanendo distinti, i due comandamenti si intrecciano, si richiamano a vicenda. Non possiamo amare Dio, se non amiamo anche quelli che Egli ama. Se ci impegnassimo ad amare Dio soltanto, escludendo il nostro prossimo, la nostra relazione con Dio sarebbe semplicemente falsa, inesistente e quindi illusoria. Se investissimo ogni nostra energia nell'amare gli uomini, fossero pure i più bisognosi, i derelitti, gli abbandonati, escludendo espressamente Dio dal nostro orizzonte, il nostro rapporto con loro sarebbe semplicemente esibizionismo, voglia di emergere, amore non genuino. Ogni nostro gesto di amore nei confronti del prossimo è autentico soltanto se è mosso anche dall’amore verso Dio. L’amore è unico, inscindibile.
Shemà Israel, ascolta Israele”. Da questa solenne esortazione Gesù prende lo spunto per rivelarci quel rapporto totalizzante con Dio e con il prossimo, che Egli condensa in un’unica parola: amore.
“Amerai con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutte le forze”. Non c’è possibilità di fraintendimenti: il “cuore, l'anima, le forze” non sono tre facoltà separate, ma costituiscono l'uomo nella sua completezza: il “cuore” è il centro profondo della sua persona, dove nascono gli affetti e maturano le decisioni; l'“anima” indica la sua intera esistenza permeata dal divino soffio vitale; le “forze” dicono anche il coinvolgimento della totalità del suo corpo vivente, di tutte le sue energie e risorse fisiche.
In pratica Dio non si accontenta di una parte soltanto: soltanto di quella spirituale oppure di quella materiale. Egli vuole che l’uomo sia tutto suo, completamente, esclusivamente suo. Non gli basta di essere servito, onorato, pregato: Egli vuole anche che l’uomo lo ami, e non di un amore qualsiasi, ma di un amore esclusivo, completo.
Ecco: la novità e l'originalità di Gesù sta nell'avere rivelato e insegnato l'unità, l’inscindibilità dei due comandamenti dell'amore; e sta anche nel fatto, che nessuno è mai riuscito a viverli in maniera così perfetta di come ha fatto Lui. La novità sta anche nel fatto che un tale amore, impossibile alle sole nostre forze umane, ci viene trasmesso gratuitamente da Gesù e dal Padre attraverso il dono del loro Spirito. Implorare da Dio il dono dello Spirito Santo significa chiedere proprio tale capacità d'amare.
La religione di Gesù, dunque, è la religione dell'amore, non della paura; la religione della fiducia, non del timore; la religione del cuore e non delle pratiche esteriori. Ma è soprattutto la religione dell'amore, in quanto in essa noi scopriremo sempre di più che Dio ci ama di un amore infinito, pieno di tenerezza, di bontà, di misericordia, di fiducia. Perché Dio è Amore; e anche noi, nel nostro piccolo e con tutti i nostri limiti, siamo chiamati a diventare amore. Gesù, infatti, nella pienezza della sua missione, non si accontenta di dire: Ama il prossimo come te stesso, come puoi o come vuoi; ma ci invita ad amare secondo la misura del suo Cuore: “Amatevi gli uni gli altri, come Io vi ho amati”. E Lui non ha posto limiti, ci ha amati offrendo tutto sé stesso per noi, fino al sacrificio della sua vita. Ecco, questo deve essere “il nostro” comandamento, il comandamento “nuovo” omologato da Gesù stesso.
Certo, parlare di amore è abbastanza facile. Ma l'amore non lo si pratica con le parole, con i grandi discorsi, con programmi grandiosi: l’amore si esercita con i fatti. Anzi dobbiamo imparare a parlare poco, a non esibirci, a non pubblicizzarci in iniziative straordinarie, ma a compiere invece molte piccole azioni di amore autentico, generoso, disinteressato; verso tutti, ma con particolare attenzione verso le persone che hanno più bisogno, anche quelle che non ci sono simpatiche o verso le quali non ci sentiamo portati. Gesù ci ha detto di amare perfino i nemici... “perché se amate coloro che vi amano, che merito ne avete?”
Se vogliamo intraprendere la strada dell'amore, non dobbiamo riempirci la bocca di belle parole, ma dobbiamo riempire la nostra vita di fatti concreti. Dobbiamo prendere coscienza che, nonostante tutto ciò che ci ha detto Gesù e che noi stessi conosciamo quasi a memoria, è molto facile sbagliare e peccare contro la carità e l'amore del prossimo. È infatti soprattutto verso il prossimo che noi siamo peccatori. Basti pensare alle mancanze che facciamo con le persone che ci sono più vicine, in casa nostra, nel lavoro, nelle relazioni con gli altri: egoismo, parole, giudizi, critiche. In fondo anche le divisioni, i giudizi cattivi, i protagonismi all’interno della nostra chiesa, della parrocchia, sono peccati contro la carità, contro l'amore. E dire che Gesù ci aveva raccomandato solo questo! Lo aveva anzi posto come nostro “distintivo”: “Da questo conosceranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri”.
Allora, non basta la preghiera, non basta la messa domenicale, la comunione, le elemosine, la caritas... Dobbiamo amare veramente. È la cosa più bella, più facile, più vera: basta provarci ogni giorno. E la preghiera, la messa, la comunione ecc. saranno non il punto di arrivo, ma il punto di partenza per chiedere a Dio di aiutarci a diventare sempre più innamorati di Lui e più caritatevoli verso il prossimo.
Certo, per imparare ad amare ci vuole tutta una vita. Ma possiamo farcela; possiamo amare dell'amore che abbiamo ricevuto e che ha trasfigurato il nostro cuore.
Lasciamoci amare da Dio; Dio ci ama tantissimo. Ci ama senza condizioni, senza possesso, senza fragilità. Ci ama non perché siamo meritevoli, ci ama non perché siamo buoni: è Lui infatti che, amandoci, ci rende buoni e meritevoli. È Lui che ci rende capaci di amore, di luce, di pace, di essere “dono”, di donare, di contrastare la logica di questo mondo.
È difficile, è vero: abbiamo l'impressione di nuotare controcorrente. Ma l'esempio di tanti santi ci deve confortare.
Recitiamo ogni sera quella bella preghiera della nostra infanzia: “Mio Dio, ti amo con tutto il cuore sopra ogni cosa, perché sei bene infinito e nostra eterna felicità…; per amor tuo amo il prossimo mio come me stesso…, perdono le offese ricevute… Signore, che io ti ami sempre più”. Ripetiamola così, umilmente, semplicemente: come l’abbiamo fatto da piccoli, come l’hanno fatto i nostri genitori, i nostri nonni. Perché la cosa più bella che possiamo fare nella nostra vita è amare Dio, amare i nostri fratelli: perché questo ci rende persone di luce, di gioia, di pace; persone che fanno trasparire anche dal proprio volto una pallida sembianza della bontà di Dio. E la gente ha proprio bisogno di questo! Solo di questo, della bontà e dell’amore di Dio. Amen.




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